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Vita e libertà. Contro il fondamentalismo, un romanzo corale per la difesa dei diritti umani

“Ci sono tanti uomini e soprattutto donne che in Medio Oriente stanno cercando di fare la differenza difendendo i diritti umani, in nome della democrazia a cui aspirano. Non lottano contro l’Islam, il Corano o gli oltre 2.000.000.000 di fedeli nel mondo che professano la religione di Allah e Maometto. Sono persone che rivendicano la libertà di culto, credono nella pace, nel diritto universale a non essere succubi di una teocrazia che impone loro come vestirsi, cosa pensare, in che modo vivere ed esprimersi. Questo libro è dedicato alla resistenza al fondamentalismo, un inno alla libertà, talvolta persino alla gioia, costruito attraverso le storie di chi ha scelto di assumersi la responsabilità delle proprie idee perché era impossibile, quasi innaturale, restare indifferenti. Le principali protagoniste di questo romanzo corale sono innanzitutto le donne iraniane che hanno innescato una rivolta diventata emblema di una intera generazione”.

Così è affermato nel volume ‘Vita e libertà. Contro il fondamentalismo’, edito da Mimesis con Fondazione ‘Gariwo, il giardino dei Giusti’, scritto dai giornalisti Fabio Poletti e Cristina Giudici, direttrice del sito ‘NuoveRedici.world’, in cui si racconta le storie di uomini e donne, alcune noti altri sconosciuti ai più, che hanno lottato o che stanno ancora lottando per la libertà, che hanno detto no al fondamentalismo e all’oscurantismo religiosi. Persone che sono state uccise o che sono dovute fuggire in esilio.

I due autori in questi racconti hanno avuto la capacità di far emergere con attenzione e precisione da cronisti le storie di quanti dall’Iran all’Oman, dall’Afghanistan al Kurdistan possono essere collocati nella categoria dei ‘Giusti’: persone che si sono battute contro l’ingiustizia non solo nei propri confronti, ma anche in nome tanti altri.

E’ un libro contro il fondamentalismo, come ha scritto lo scrittore iracheno Younis Tawfik nella prefazione: “Credo che ci vogliano tanti racconti, come quelli ricordati da questo libro dedicato alle persone che con coraggio si sono ribellate al radicalismo per affermare la fede nella democrazia, nei diritti umani, nella difesa dei diritti umani. La storia del Medio Oriente e dei paesi musulmani è scritta anche da loro che si sacrificano per invertire il destino di popoli imprigionati dal radicalismo. I Giusti e le Giuste che continuano a opporsi al fondamentalismo rappresentano una speranza per poter salvarci dall’odio, dalla barbarie”.

Sbirciando l’indice delle storie, quello che si offre un elenco di 39 figure esemplari che in questi anni hanno agito nel segno della libertà, dei diritti umani e della democrazia: dalla prima storia intitolata ‘Hazaristan, Afghanistan’ in cui si scopre un genocidio perpetrato in Afghanistan sul finire del 1800 quando i gli Hazari erano il 65% della popolazione delle pianure e oggi sono poco meno del 20% anche se i Taliban li sottostimano al 9%; fino alle ultime tre figure tutte donne iraniane che raccontano di Masha Jini Amini (uccisa dalla polizia morale iraniana per i capelli che uscivano dal velo), Sarasadat Khademalsharieh campionessa di scacchi e Gohar Eshghi, che a 76 anni si è tolta il velo incitando i giovani a ribellarsi.

Queste storie raccontano di uomini come Mahmoud Mohamed Taha, il Ghandi del Sudan, e di donne come l’hazera Rahela Kaveer, che continua a guidare l’Afghan Women Empowerment Organization dall’esilio negli Usa, e di Habiba Al-Hinai, omanita campionessa olimpica che lotta contro le mutilazioni genitali in Oman dall’esilio in Germania.

Tali storie raccontano di coraggio e dignità, altruismo e solidarietà, come quella del commesso Lassana Bathily, che salvò una ventina di ebrei parigini nascondendoli in una cella frigorifera, o quella della guida turistica tunisina Mohamadi Naceur (Hamadi) Ben Abdesslem, che salvò 45 turisti italiani facendoli fuggire da una porta di sicurezza del Museo del Bardo.

Ai due autori del volume, Fabio Poletti e Cristina Giudici, chiediamo di spiegarci il motivo per cui hanno scritto un libro contro i fondamentalismi ed i radicalismi: “L’idea di scrivere ‘Vita e libertà contro il fondamentalismo’, pubblicato dall’editore Mimesis, nella collana Campo Libero curata dalla Fondazione Gariwo, è nata dopo l’uccisione di Mahsa Jina Amini, ammazzata dalla Polizia Morale iraniana perché non indossava il velo correttamente. Una morte che sta scuotendo l’Iran e che ha colpito molto l’Occidente, dove i diritti umani più elementari sono dati per acquisiti. Dopo quella storia ne abbiamo scoperte altre decine che abbiamo pubblicato sul sito  della Fondazione Gariwo e che danno un quadro fosco di come una certa applicazione del Corano faccia da paravento per sopprimere alcuni diritti fondamentali delle persone. Questo, lo scriviamo nelle prime righe della nostra introduzione, non è ovviamente un libro contro la religione musulmana professata da miliardi di persone nel mondo.

Perchè il libro è ‘una lettura importante per continuare a credere nell’umanità’?

Perché, lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, misurandoci con le difficoltà della comoda vita occidentale, nulla è paragonabile alle sofferenze di chi lotta per i propri diritti nel loro Paese. Malgrado le violenze, le impiccagioni, la barbarie continua, non si fermano le proteste in Iran o in Arabia Saudita, degli hazara contro i talebani in Afghanistan o dei curdi che vogliono vivere in pace in Rojava, la loro patria non riconosciuta”.

Cosa raccontano queste storie?

“Sono storie di coraggio e di incredibile umanità. C’è Homa Darabi, una dottoressa iraniana, che si diede fuoco quando le impedirono di lavorare, perché non indossava il velo. Mentre bruciava gridava per la prima volta ‘donna, vita, libertà’. C’è la calciatrice  afghana Khalida Popal, costretta all’esilio, che ha portato in salvo le atlete ed i loro familiari, quando gli americani hanno lasciato Kabul. O la storia scritta da Gabriele Nissim, presidente della Fondazione Gariwo, di Lassana Bathily, il musulmano che ha salvato gli ebrei di Parigi durante gli attentati del 2015. Sono 40 capitoli, 38 storie, ambientate in 10 Paesi, dall’Arabia Saudita al Sudan, dall’Iran all’Iraq, dall’Afghanistan al Libano”.

Contro cosa lottano queste persone?

“Lottano per i propri diritti, per la libertà e per la propria vita. Sono musulmani, alcuni praticanti. La loro non è una guerra contro la religione. Nargess Eskandari-Grünberg, ex sindaco di Francoforte in Germania, scappata dall’Iran, lo dice in modo molto chiaro nel libro: Cosa vogliono i giovani iraniani? Vogliono ascoltare la musica pop, scendere in strada, tenersi per mano e baciarsi. Vogliono una vita normale. Non hanno armi, solo la voce e un cellulare. Stanno lottando per i nostri stessi diritti”.

E la Fondazione Gariwo cosa c’entra?

“La Fondazione Gariwo ha voluto questo libro che raccoglie le schede, aggiornate e approfondite, pubblicate nell’Enciclopedia dei Giusti sul sito. Lo spiega bene Gabriele Nissim, il presidente della Fondazione, che ha collaborato attivamente alla realizzazione di questo libro che raccoglie anche alcune sue storie: Fin dalla sua nascita, Gariwo ha proposto una nuova cultura della responsabilità, affrontando il tema della memoria della Shoah e dei genocidi del ‘900 attraverso le storie dei Giusti. Gli uomini e le donne che salvano delle vite nei genocidi, difendono la dignità umana nelle dittature, cercano di prevenire i meccanismi dell’odio che creano le condizioni di una deriva estrema, mostrano in modo inequivocabile che gli esseri umani hanno sempre una possibilità di scelta.

Anche pochi Giusti possono salvare l’idea di speranza e di futuro, perché provano che l’essere umano, pur all’interno della sua fragilità, ha la possibilità di diventare arbitro del suo destino. Si trasmette così, a partire dal male estremo, un messaggio ottimista. Se ogni uomo si assume una responsabilità è possibile ribaltare le situazioni, anche se i risultati non sono quantificabili e immediati. Scegliere è un atto di libertà individuale che permette ad ogni essere umano di porsi come argine nei confronti del male”.

Perchè è importante raccontare queste storie?

“Il libro è dedicato a Mahsa Jina Amini ‘e a tutti coloro dei quali non conosciamo nemmeno il nome’. Rendere pubblici i loro nomi, far conoscere le loro storie, è un modo per farli sentire meno soli. Se è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, è altrettanto vero che chi si batte per la libertà e per i diritti umani, si batte per la libertà di tutti quanti noi”.

Perchè avete fondato il sito ‘Nuoveradici.world?

“NuoveRadici.world è stato concepito nel 2018 da un’intuizione della giornalista Cristina Giudici e dal desiderio di una narrazione corretta sull’immigrazione e sulle seconde generazioni, svincolata da tesi precostituite, pregiudizi, demagogia e orientamenti politici che influenzano l’opinione pubblica e i comportamenti sociali. Il presupposto originale era l’urgenza di contrastare un dibattito polarizzato, che si basa esclusivamente sulla contrapposizione fra immigrato buono o cattivo.

Considerato solo come risorsa o minaccia. E per questo motivo è partita un’operazione culturale che propone una narrazione laica per favorire la comprensione della trasformazione della nostra società sempre più in evoluzione. In cui il prossimo referendum sulla cittadinanza è solo il tentativo di allineare una legislazione carente e arretrata con il Paese reale dove vivono e convivono oltre 6.000.000 di persone di origine straniera”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il presidente della Repubblica Italiana: la pace è necessaria alla democrazia

Questa mattina il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica, ha reso omaggio al monumento del Milite Ignoto all’Altare della Patria a Roma; accompagnato dal Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha deposto una corona d’alloro davanti al sacello del Milite Ignoto, in ricordo di tutti i militari e i civili che hanno servito e servono lo Stato con impegno ed abnegazione. Alla cerimonia erano presenti i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana ed Ignazio La Russa, il presidente del Consiglio dei Ministri, Giorgia Meloni, ed il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Amoroso.

Nel messaggio al Capo di Stato Maggiore della Difesa, Luciano Portolano, il Presidente Mattarella ha sottolineato la scelta compiuta dagli italiani nel 1946: “Settantanove anni or sono, il popolo italiano decretava, con il suo voto, la nascita della Repubblica, al culmine di un lungo percorso iniziato con la guerra di Liberazione.

Con il referendum del 2 giugno 1946, gli italiani scelsero di proseguire in un cammino verso la affermazione di valori di libertà, democrazia e pace, trasfusi nella Costituzione che di lì a poco avrebbe visto la luce. Valori sui quali si fonda la nostra comunità civile e ai quali si rivolgono tutte le istituzioni chiamate ad operare in favore della collettività”.

Tali valori democratici sono stati condivisi anche dalle Forze Armate:  “Valori alla base dell’azione delle Forze Armate, con il loro contributo alla cornice di sicurezza in Italia e nel contesto internazionale. La Repubblica è grata per il loro impegno alle donne e agli uomini delle Forze Armate, per i preziosi compiti ai quali, con abnegazione, assolvono in Patria e all’estero in una realtà che presenta crescenti minacce che sollecitano la solidarietà e la cooperazione in sede europea e atlantica.

L’Italia è fermamente schierata a sostegno di quanti operano affinché prevalgano i principi del diritto internazionale contro ogni aggressione e prevaricazione. Ed è nel ricordo di tutti coloro che hanno perso la vita nell’affermare tali valori che rivolgo un pensiero commosso ai caduti e alle loro famiglie”.

Valori sottolineati anche ieri prima del concerto per il Corpo Diplomatico sul valore del voto di quasi 80 anni fa: “Da quel voto del popolo italiano è emersa la nostra Costituzione, ‘ambiziosa’ nell’identificare nella pace e nella collaborazione la vocazione della Repubblica nei rapporti internazionali. Una scelta che il percorso di integrazione europea ha rafforzato e consolidato”.

Nella Costituzione italiana è stata esclusa la parola ‘nemico’: “Il rifiuto della categoria del ‘nemico’, la vocazione al dialogo, il ripudio della guerra quale strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, la promozione di organizzazioni internazionali rivolte a pace e giustizia, hanno contrassegnato e contrassegnano le scelte della Repubblica Italiana in questi 79 anni di vita. Il tema della pace è al centro della nostra comune attenzione”.

Ed il pensiero corre alle guerre in Ucraina e nel Medio Oriente: “Il pensiero si rivolge anzitutto all’Ucraina, che da più di tre anni sta opponendo una strenua resistenza all’aggressione della Federazione russa. Nel confermare il nostro fermo e convinto sostegno a Kiev, continuiamo a lavorare perché si possa giungere a una pace che sia giusta, complessiva e duratura.

Il Medio Oriente, dopo il sanguinario attacco di Hamas contro vittime israeliane inermi (con ostaggi odiosamente rapiti e ancora trattenuti, e che vanno immediatamente liberati) vive il dramma in atto nella striscia di Gaza”.

Parole nette sono state espresse contro il conflitto nel Medio Oriente: “E’ inaccettabile il rifiuto di applicare le norme del diritto umanitario nei confronti dei cittadini di Gaza. Si impone, subito, il cessate il fuoco. In qualunque caso, è indispensabile che l’esercito israeliano renda accessibili i territori della Striscia all’azione degli organismi internazionali, rendendo possibile la ripresa di piena assistenza umanitaria alle persone. Che venga ridotta alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani, è disumano”.

Ha definito inaccettabile l’uso della forza dell’esercito israeliano: “In qualunque caso, è indispensabile che l’esercito israeliano renda accessibili i territori della Striscia all’azione degli organismi internazionali, rendendo possibile la ripresa di piena assistenza umanitaria alle persone. Che venga ridotta alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani, è disumano”.

Quindi ha espresso il diritto dei Palestinesi ad una patria, garantendo però la sicurezza ad Israele: “I Palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi. Questa prospettiva e la sicurezza di Israele, elementi imprescindibili, appaiono gravemente minacciate dalla semina di sofferenza e di rancore prodotta da quanto sta accadendo. Vi si aggiunge l’alta preoccupazione per le manifestazioni di antisemitismo che si riaffacciano nel mondo.

Dal territorio d’Europa al Medio Oriente (come ovunque, in qualsiasi continente) l’occupazione illegale di territori di un altro Paese non può essere presentata come misura di sicurezza: si rischia di inoltrarsi sul terreno della volontà di dominio, della barbarie nella vita internazionale”.

E’ stato un invito all’impegno per la pace: “La pace non è un ideale per anime ingenue, stroncato poi dal severo giudizio della storia. La pace è esperienza che statisti lungimiranti hanno saputo pazientemente costruire: occorre proseguirne l’opera. Non ci si deve, e non ci si può, limitare a evocarla. E’ necessario impegnarsi perché prevalgano i principi della leale collaborazione internazionale, della convivenza pacifica, realizzati mediante il dialogo, la costruzione di misure crescenti di fiducia vicendevole”.

(Foto: Quirinale)

Da Cascia un invito ad essere costruttrici di pace

Domani Cascia celebra la festa di santa Rita, una delle sante più amate nel mondo, simbolo di perdono, pace e speranza: un appuntamento spirituale e popolare che ogni anno richiama migliaia di pellegrini da tutto il mondo. A rendere ancora più speciale l’edizione di quest’anno è un ricordo particolarmente significativo: nel 2024 a presiedere il pontificale fu il card. Robert Prevost, oggi papa Leone XIV, da sempre profondamente legato alla comunità del monastero di Cascia, come ha sottolineato suor Maria Grazia Cossu, madre badessa del Monastero:

“Solo un anno fa l’allora cardinale Prevost era qui con noi per celebrare la festa di santa Rita, come ave-va fatto già in passato da priore generale e da vescovo. E’ sempre stato molto vicino alla nostra comunità. Per noi è una doppia festa: la Chiesa ha un nuovo successore alla cattedra di Pietro, e questo papa viene dalla nostra famiglia agostiniana. Abbiamo un papa in famiglia”.

Cresce dunque la speranza di poter accogliere il nuovo pontefice a Cascia, come ha sottolineato p.  Giustino Casciano, rettore del santuario di santa Rita da Cascia: “Sabato 24 maggio celebreremo il 125° anniversario della canonizzazione di santa Rita da parte di papa Leone XIII Speriamo, con tutto il cuore, che papa Leone XIV possa venire proprio in quell’occasione. Sarebbe un evento straordinario per tutta la comunità di Cascia, che attende con trepidazione la visita del primo pontefice agostiniano della storia”.

Nel frattempo ieri sono state presentate le quattro ‘Donne di Rita’, cui oggi è stato assegnato il prestigioso ‘Riconoscimento Internazionale Santa Rita’, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la santa casciana, vivono nella quotidianità valori universali come la pace, il dialogo, la solidarietà, il perdono. Persone comuni ma capaci, spesso nel silenzio, di trasformare la sofferenza in forza, l’ingiustizia in impegno, la fede in speranza concreta per sé e per gli altri. Le figure che, con la loro testimonianza di vita, incarnano i valori della ‘Santa degli impossibili’ sono: Marina Mari, suor Rita Giaretta, Yuliia Kurochka e Vittoria Scazzarriello.

Introducendo le premiate la madre badessa ha evidenziato la ‘gioia’ per il riconoscimento di questo premio alle quattro donne: “E’ una gioia avervi qui per condividere questi giorni di grande festa con santa Rita. Vengo a voi portando il saluto non solo mio, ma di tutta la Comunità monastica. Nel silenzio della nostra vita, offriamo ogni giorno la nostra preghiera, perché la pace possa ritrovare spazio nei cuori e tra i popoli, fondata sulla riconciliazione, sul perdono, sull’amore concreto”.

In questo modo è possibile costruire una pace duratura, come è stato sottolineato da papa Leone XIV: “Lo stesso richiamo con il quale Papa Leone XIV ha voluto iniziare il suo pontificato petrino nel suo primo Regina Coeli, rivolgendosi al mondo intero. Un appello chiaro che risuona con forza in un mondo ferito da troppi conflitti: Mai più la guerra! Si faccia il possibile per giungere al più presto a una pace giusta e duratura”.

Tale pace è stata vissuta da santa Rita: “Quella stessa pace che ha animato la vita di santa Rita, donna di dialogo, di speranza e di perdono. L’esempio di santa Rita ancora oggi risuona e continua a parlarci, e chiede a ciascuno di noi di essere portatori del Suo messaggio. Ed è con questo spirito che ogni anno la nostra festa si apre con il Riconoscimento Internazionale ‘Donne di Rita’. Dal 1988 premiamo donne che, in silenzio e con coraggio, rendono visibili nella vita quotidiana i valori che Santa Rita ci ha lasciato in eredità”.

Ecco, quindi, il motivo della scelta di queste quattro donne premiate: “Donne molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa scelta di vita fatta da santa Rita: quella di guardare nella direzione dell’Amore, l’Unico che può condurre alla Pace vera e duratura. In Yuliia Kurochka, Marina Mari, suor Rita Giaretta, Vittoria Scazzarriello riconosciamo il volto attuale di santa Rita, che continua a vivere attraverso gesti concreti di perdono, solidarietà e cura dell’altro. Il Riconoscimento è un segno di gratitudine e un invito a credere che anche oggi è possibile costruire il bene, custodire la Speranza, essere artigiani di pace”.

Suor Cossu ha concluso il suo intervento con la richiesta di aiuto a santa Rita: “A santa Rita chiediamo che ci aiuti nel nostro quotidiano ad essere persone pacificate e pacificanti, capaci di donare serenità e gioia là dove siamo chiamati a vivere, per essere (come lei) seminatori di speranza, di pace, di perdono e di riconciliazione ed amore”.

Prima del conferimento delle onorificenze sono state presentate le quattro donne ‘premiate’: Marina Mari, che è cresciuta nell’Alveare del Monastero di Santa Rita come ‘Apetta’, in quanto nel 2003 mentre si recava al lavoro, ha avuto un grave incidente stradale che le ha causato danni psico-fisici permanenti: invece di chiudersi nella sofferenza, Marina ha trovato la forza per donarsi ancora più agli altri. Riceve il riconoscimento internazionale Santa Rita da Cascia 2025 per aver trasformato una profonda sofferenza personale in impegno a servizio degli altri, diventando voce per chi non ha voce, in particolare per le donne e i lavoratori più fragili.

Suor Rita Giaretta, Originaria del vicentino, vive oggi a Roma, nel quartiere Tuscolano, dove al sesto piano di Casa Magnificat accoglie le donne vittime della tratta, offrendo loro non solo rifugio ma una concreta possibilità di rinascita. Riceve il riconoscimento internazionale Santa Rita da Cascia 2025 per aver donato la propria vita all’accoglienza e al riscatto di queste donne, restituendo loro dignità, libertà e futuro.

Yuliia Kurochka, ha 47 anni, è cristiana ortodossa, membro della Comunità di Sant’Egidio e rifugiata a Roma dal marzo 2022: riceve il riconoscimento Internazionale Santa Rita 2025 per aver scelto la via della pace e del servizio anche nella tragedia della guerra, aiutando altri rifugiati e diventando artigiana di riconciliazione e speranza credendo nel potere del dialogo e del cuore che non si chiude alla sofferenza altrui.

Vittoria Scazzarriello, medico di origini tarantine, ha vissuto la malattia del marito con spirito profondamente cristiano, facendo della sua esistenza una testimonianza autentica di amore, sacrificio e fede. Riceve il riconoscimento Internazionale Santa Rita per aver vissuto con amore, forza e fede la prova della malattia del marito, trasformando il dolore in dono e la cura in vocazione.

Domani 22 maggio, giorno della festa liturgica di santa Rita, il momento più atteso sarà il solenne pontificale, in programma alle ore 11.00 presso la Sala della Pace, presieduto dal card. Baldassare Reina, vicario generale per la diocesi di Roma e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico ‘Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia’.

Ed in questi giorni la Fondazione ‘Santa Rita da Cascia’ ha lanciato la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi, ‘Un gesto di fede, un dono di grazia’ a sostegno del progetto ‘Dopodinoi’, un innovativo modello di cohousing con tecnologie assistive per 12 giovani adulti con disturbi dello spettro autistico. Sarà uno dei primi casi in Italia, una ‘casa del futuro’ per cui si prevedono spazi e arredi interni integrati con la domotica: un’iniziativa concreta per dare risposta alla più grande preoccupazione delle famiglie per il futuro dei propri figli. Chi contribuirà al progetto con una donazione minima di € 16 riceverà l’anello della ‘Festa di Santa Rita’, inciso con la sua rosa simbolo. Per maggiori informazioni festadisantarita.org.

Papa Leone XIV invita a studiare la Dottrina Sociale della Chiesa

“Il tema della vostra Conferenza di quest’anno (‘Superare le polarizzazioni e ricostruire la governance globale: le basi etiche’) va al cuore del significato e del ruolo della Dottrina Sociale della Chiesa, strumento di pace e di dialogo per costruire ponti di fraternità universale. Specialmente in questo tempo pasquale, noi riconosciamo che il Risorto ci precede anche dove sembra che l’ingiustizia e la morte abbiano vinto. Aiutiamoci gli uni gli altri, come esortavo la sera della mia elezione, ‘a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace’. Questo non si improvvisa: è un intreccio dinamico e continuo di grazia e libertà che anche ora, incontrandoci, rinsaldiamo”.

Incontrando oggi i membri della Fondazione ‘Centesimus Annus Pro Pontifice’, in occasione della conferenza annuale internazionale, il papa ha ribadito il ruolo fondamentale della Dottrina Sociale della Chiesa, spesso non troppo presa in considerazione nella stessa Chiesa, ricordando il momento particolare di ‘policirisi’ in cui si vive, paragonandolo al tempo di papa Leone XIII: “Già il papa Leone XIII (vissuto in un periodo storico di epocali e dirompenti trasformazioni) aveva mirato a contribuire alla pace stimolando il dialogo sociale, tra il capitale e il lavoro, tra le tecnologie e l’intelligenza umana, tra le diverse culture politiche, tra le Nazioni.

Papa Francesco ha usato il termine ‘policrisi’ per evocare la drammaticità della congiuntura storica che stiamo vivendo, in cui convergono guerre, cambiamenti climatici, crescenti disuguaglianze, migrazioni forzate e contrastate, povertà stigmatizzata, innovazioni tecnologiche dirompenti, precarietà del lavoro e dei diritti. Su questioni di tanto rilievo la Dottrina Sociale della Chiesa è chiamata a fornire chiavi interpretative che pongano in dialogo scienza e coscienza, dando così un contributo fondamentale alla conoscenza, alla speranza e alla pace”.

Per questo è necessaria la Dottrina Sociale della Chiesa: “La Dottrina Sociale, infatti, ci educa a riconoscere che più importante dei problemi, o delle risposte a essi, è il modo in cui li affrontiamo, con criteri di valutazione e principi etici e con l’apertura alla grazia di Dio”.

L’obiettivo della Dottrina Sociale della Chiesa consiste nell’affrontare insieme i problemi: “Voi avete l’opportunità di mostrare che la Dottrina Sociale della Chiesa, con il suo proprio sguardo antropologico, intende favorire un vero accesso alle questioni sociali: non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, né in merito all’analisi dei problemi, né nella loro risoluzione. In tali questioni è più importante saper avvicinarsi, che dare una risposta affrettata sul perché una cosa è successa o su come superarla. L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande”.

Ed ha ribadito la necessità di costruire una ‘cultura dell’incontro’: “Abbiamo qui un aspetto fondamentale per la costruzione della ‘cultura dell’incontro’ attraverso il dialogo e l’amicizia sociale. Per la sensibilità di molti nostri contemporanei la parola ‘dialogo’ e la parola ‘dottrina’ suonano opposte, incompatibili. Forse quando sentiamo la parola ‘dottrina’ ci viene in mente la definizione classica: un insieme di idee proprie di una religione. E con questa definizione ci sentiamo poco liberi di riflettere, di mettere in discussione o di cercare nuove alternative”.

Una dottrina, quindi, è una ‘scienza’: “Si fa urgente, allora, il compito di mostrare attraverso la Dottrina Sociale della Chiesa che esiste un significato altro, e promettente, dell’espressione ‘dottrina’, senza il quale anche il dialogo si svuota. I suoi sinonimi possono essere ‘scienza’, ‘disciplina’, o ‘sapere’. Così intesa, ogni dottrina si riconosce frutto di ricerca e quindi di ipotesi, di voci, di avanzamenti e insuccessi, attraverso i quali cerca di trasmettere una conoscenza affidabile, ordinata e sistematica su una determinata questione. In questo modo una dottrina non equivale a un’opinione, ma ad un cammino comune, corale e persino multidisciplinare verso la verità”.

Ecco il motivo per il quale ha messo in guardia dall’indottrinamento: “L’indottrinamento è immorale, impedisce il giudizio critico, attenta alla sacra libertà del rispetto della propria coscienza (anche se erronea) e si chiude a nuove riflessioni perché rifiuta il movimento, il cambiamento o l’evoluzione delle idee di fronte a nuovi problemi. Al contrario, la dottrina in quanto riflessione seria, serena e rigorosa, intende insegnarci, in primo luogo, a saperci avvicinare alle situazioni e prima ancora alle persone. Inoltre, ci aiuta nella formulazione del giudizio prudenziale. Sono la serietà, il rigore, la serenità ciò che dobbiamo imparare da ogni dottrina, anche dalla Dottrina Sociale”.

E’ stato un invito a riscoprire il senso critico: “Nel contesto della rivoluzione digitale in corso, il mandato di educare al senso critico va riscoperto, esplicitato e coltivato, contrastando le tentazioni opposte, che possono attraversare anche il corpo ecclesiale. C’è poco dialogo attorno a noi, e prevalgono le parole gridate, non di rado le fake news e le tesi irrazionali di pochi prepotenti”.

Per il senso critico sono però necessarie alcune azioni in grado di difendere i poveri: “Fondamentali dunque sono l’approfondimento e lo studio, e ugualmente l’incontro e l’ascolto dei poveri, tesoro della Chiesa e dell’umanità, portatori di punti di vista scartati, ma indispensabili a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Chi nasce e cresce lontano dai centri di potere non va semplicemente istruito nella Dottrina Sociale della Chiesa, ma riconosciuto come suo continuatore e attualizzatore: i testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori sono espressione delle periferie esistenziali in cui resiste e sempre germoglia la speranza. Vi raccomando di dare la parola ai poveri”.

Infine, ribadendo l’attualità del Concilio Vaticano II ha chiesto di ‘sviluppare’ la Dottrina Sociale della Chiesa: “Vi invito pertanto a partecipare attivamente e creativamente a questo esercizio di discernimento, contribuendo a sviluppare la Dottrina Sociale della Chiesa insieme al popolo di Dio, in questo periodo storico di grandi rivolgimenti sociali, ascoltando e dialogando con tutti. C’è oggi un bisogno diffuso di giustizia, una domanda di paternità e di maternità, un profondo desiderio di spiritualità, soprattutto da parte dei giovani, degli emarginati, che non sempre trovano canali efficaci per esprimersi. C’è una domanda crescente di Dottrina Sociale della Chiesa a cui dobbiamo dare risposta”.

(Foto: Santa Sede)

Riccardo Fogli suona per la San Vincenzo De Paoli per due eventi di solidarietà

La povertà ha tanti volti e ciascuno necessita di un’opera d’amore unica e singolare che chiama a una carità capace di andare ben oltre l’intervento materiale. Si racchiude in azioni in grado di riconoscere e intervenire in luoghi aridi, deserti, solcati dalla sofferenza dove diventa arduo, a volte quasi impossibile, far rinascere la speranza e l’amore.

Con questo spirito i soci e i volontari del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto della Società di San Vincenzo De Paoli, ogni giorno portano avanti la loro missione guardando e intervenendo su ogni forma di povertà: emarginazione, privazione della libertà, reclusione morale e sociale. Nessuna esclusa.

In tempo di Quaresima, periodo che come esortato più volte da papa Francesco chiama ogni uomo a rendere più operosa la carità, l’Associazione ha organizzato due eventi musicali legati dal filo comune della solidarietà. Due gesti d’amore rivolti a un’umanità ferita: carcerati e famiglie disagiate.

I protagonisti di quest’opera benefica sono stati gli ‘Slenders’ con Riccardo Fogli, Paolo Batistini e Marino Alberti che si sono esibiti in due momenti diversi: venerdì 11 Aprile nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro, nell’Isola d’Elba, e lunedì 14 al Teatro Metropolitan di Piombino.

La visita alle persone private della libertà ha rappresentato un’occasione per portare ai detenuti sostegno morale, offrire un momento di svago, di vicinanza, di coinvolgimento sociale e non solo: “Il nostro intento è di provare ad accorciare le distanze tra il ‘dentro’ ed il ‘fuori’ e di superare i troppi pregiudizi ancora esistenti. La persona detenuta non è solo il suo reato. Resta una persona, con la sua dignità.  Merita un futuro, dentro o fuori dal carcere”, ha dichiarato la Presidente del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto, Cristina Guerra, presente all’incontro.

L’esibizione, nel braccio del carcere, ha visto la partecipazione attiva dei detenuti che sono intervenuti con i loro brani accompagnati dalla Band. Un modo per esprimere il loro mondo interiore segnato dalla consapevolezza dolorosa del reato compiuto e dalla speranza di cambiamento. All’iniziativa erano presenti la Direttrice della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, Martina Carducci e il Comandante Luigi Bove.

Sin dalla fine degli anni ’70 la Società di San Vincenzo De Paoli opera all’interno della Casa di Reclusione di Porto Azzurro. “Ascolto, generosità, riconciliazione, giustizia, pace, carità, sono le chiavi per incontrare un’umanità colpevole, ma sofferente e bisognosa” sottolinea la Presidente Guerra.

L’evento è in linea con il carisma dell’Associazione che presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, distribuzione di vestiario e beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.

A distanza di pochi giorni, al teatro ‘Metropolitan’ di Piombino il sipario si è aperto con un concerto benefico che ha registrato il pienone. Il pubblico è rimasto rapito dai pezzi storici della musica leggera: da ‘Storie di tutti i giorni’ ad ‘I migliori anni’ a ‘Piccola Katy’ e ‘Tanta voglia di lei’.

Insieme agli ‘Slenders’ si sono esibiti altri gruppi musicali, la ‘New Generation Band’ con Gianmarco Bonnici, Samuel Buono, Benedetta Lupi e Alessio Buccella. Ospiti come Fabio Russo & Gregorio Soldi, il violinista Alessandro Golini, il chitarrista Antonio Onorato, Sara Chiarei, Irene Scrivini e Leonardo Lotti:

“Sulle note della musica abbiamo trasmesso un messaggio di speranza per la nostra città e per tutte le famiglie in difficoltà. Un grazie a tutti coloro che hanno permesso questo evento condividendo una nobile causa, quella della solidarietà”, ha affermato la Presidente Cristina Guerra che ha rivolto un particolare ringraziamento anche: “All’artista Giuliano Giuggioli per la scenografia offerta grazie alle sue splendide immagini che hanno incorniciato tutte le performances”. L’evento è stato patrocinato dal Comune di Piombino.

In linea con il carisma vincenziano, il ricavato del concerto è stato devoluto integralmente alle famiglie in difficoltà seguite dalla Società di San Vincenzo De Paoli grazie alla generosità degli artisti che si sono esibiti a titolo gratuito.

Il Consiglio Interprovinciale di Livorno e Grosseto Consigli garantisce assistenza a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio offrendo una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.

Il battesimo non si può ‘cancellare’

“Il can. 535 CIC impone obbligatoriamente che ogni parrocchia abbia un proprio Registro dei Battesimi. Detto Registro, che la parrocchia è tenuta a custodire (can. 535 §1 CIC), serve per l’annotazione dei sacramenti che, come quello del Battesimo, la Chiesa cattolica amministra una sola volta. Essendo il Battesimo la condizione per ricevere gli altri sacramenti, accanto all’annotazione del Battesimo viene eventualmente registrata l’amministrazione degli altri sacramenti che non è dato iterare (Cresima e Ordine sacro), e altri atti come la celebrazione del sacramento del matrimonio (che non può rinnovarsi salvo dichiarazione di nullità del vincolo), la professione perpetua in un istituto religioso che, a sua volta, vieta l’acceso al matrimonio (can. 535 §2 CIC), il cambiamento di rito (can. 535 §2 CIC) e l’adozione (can. 877 §3 CIC), la quale genera nella Chiesa un impedimento matrimoniale (can. 1094 CIC)”.

Questo è il centro della nota esplicativa del Dicastero per i Testi Legislativi riguardo al divieto di cancellazioni nel Registro parrocchiale dei battesimi, che precisa che lo scopo è quello di ‘tutelare’ un’azione storica: “Il Registro dei Battesimi, di conseguenza, rappresenta il riscontro oggettivo di azioni sacramentali, o relative ai sacramenti, compiute storicamente dalla Chiesa. Si tratta di fatti storici ecclesiali di cui occorre tener conto agli effetti del buon ordine amministrativo-pastorale, per motivi teologici, per la sicurezza giuridica, e anche per l’eventuale tutela dei diritti della persona coinvolta e di soggetti terzi”.

Per questo non è possibile né la modifica né la cancellazione: “Di conseguenza, non è consentito modificare o cancellare i dati iscritti nel Registro, salvo che per correggere eventuali errori di trascrizione. Anche se il can. 535 CIC non lo afferma esplicitamente, dall’imperativa formulazione delle norme, che prescrivono l’iscrizione e la certificazione degli atti si desume senza dubbio tale assoluto divieto”.

Il motivo della nota esplicativa è per salvaguardare l’azione ‘sacramentale’ della Chiesa: “Se la Chiesa non avesse queste norme generali sulla obbligatorietà della registrazione del Battesimo, non sarebbe possibile alla Chiesa stessa realizzare l’attività sacramentale, in quanto la ricezione ‘valida’ del Sacramenti richiede certezza sulla ricezione del Battesimo. Un ministro non può consentire la celebrazione di altri sacramenti se non è certificata la ricezione del Battesimo”.

Lo scopo è quello di garantire una ‘amministrazione’ lineare dei sacramenti: “Al Registro di Battesimo è necessario apportare, invece, per disposizione legale eventuali nuove circostanze rilevanti segnalate dal diritto canonico che, abitualmente, devono essere manifestate al titolare della parrocchia, in quanto responsabile del Registro. Tale è il caso, come già detto, dell’effettiva ricezione della cresima, dell’ordine sacro, della celebrazione del matrimonio, della professione religiosa, del cambiamento di rito, e dell’adozione. La non registrazione di questi atti impedirebbe la normale e semplice amministrazione dei sacramenti nella Chiesa, non essendo ragionevole alternativa dover indagare, volta per volta e nei singoli casi, l’effettiva previa ricezione di quegli atti sacramenti che è requisito di validità per ricevere altri sacramenti”.

Però tale registro è solo per una documentazione storica dell’evento e non per limitare la libertà di scelta successiva di ognuno: “Il Registro di Battesimo non è una lista di membri, bensì una registrazione dei battesimi che hanno avuto luogo. Avendo come sola finalità quella di attestare un ‘fatto’ storico ecclesiale, esso non intende accreditare la fede religiosa delle singole persone o il fatto che un soggetto sia membro della Chiesa. Infatti, i sacramenti ricevuti e le registrazioni effettuate non limitano in alcun modo la libera volontà di quei fedeli cristiani che, in forza di essa, decidono di abbandonare la Chiesa”.

Anzi il dicastero per i testi legislativi ha precisato che occorre annotare anche il caso di dichiarato abbandono della Chiesa: “Al Registro del Battesimo dovrà essere apportato, eventualmente, l’ ‘actus formalis defectionis ab Ecclesia Catholica’, quando una persona indica di voler abbandonare la Chiesa Cattolica. Anche se i dati contenuti nei Registri della Chiesa non possono essere cancellati, in considerazione della finalità del proprio interesse e di quello di tutti i soggetti coinvolti, su semplice richiesta della persona coinvolta è consentito aggiungere le sue manifestazioni di volontà in tal senso nel contesto di un’udienza in contraddittorio”.

Pertanto tale registro è una ‘garanzia’: “Il Registro di battesimo permette di rilasciare certificati circa la ricezione del battesimo qualora il soggetto coinvolto intenda ricevere altri sacramenti. In tale caso, oltre a rilevare la condizione di battezzato della persona interessata, la registrazione è garanzia rispetto a terze persone nella Chiesa Cattolica, sia nel caso della celebrazione del matrimonio, sia nei confronti di coloro che hanno il compito di garantire la valida amministrazione di successivi sacramenti o l’assunzione di specifici impegni (come la professione perpetua nella vita religiosa), che hanno il Battesimo come requisito”.

Proprio per tale garanzia sono necessari testimoni: “La condizione di battezzato, infatti, è un elemento ‘oggettivo’, e non è possibile battezzare chi è già battezzato, poiché detta azione sarebbe semplicemente ‘nulla’ dal punto di vista sacramentale.

Per la registrazione degli atti occorre aver notizia certa del fatto avvenuto. Perciò, il can. 875 CIC chiede che nella celebrazione del battesimo (come peraltro in altri sacramenti non iterabili) vi sia la presenza di testimoni, così che la loro attestazione dia al Responsabile del Registro la necessaria certezza del fatto avvenuto che è tenuto a registrare. Detto testimone non può sostituirsi al Registro, perché è solo elemento di certezza per chi deve compiere la registrazione”.

Kaladich: la scuola cattolica è risorsa per l’Italia

⁠“La FIDAE compie 80 anni, e li compie nel cuore della Chiesa. In tutti questi anni, abbiamo camminato in fedeltà al Vangelo e in ascolto del magistero dei papi, mettendo sempre l’educazione al servizio della persona, della comunità, e del bene comune. Con papa Francesco, il nostro cammino ha trovato nuove ispirazioni. ‘Laudato sì’ ci ha aperto gli occhi sulla responsabilità educativa verso il creato: oggi, ogni scuola deve essere anche un luogo dove si impara a custodire la terra, a vivere in armonia con l’ambiente e con gli altri. E con ‘Fratelli tutti’, abbiamo riscoperto la nostra missione di educare alla fraternità, alla cultura dell’incontro, al dialogo tra le differenze”:  così si è espressa la presidente nazionale della Fidae (federazione degli istituti di attività educative), Virginia Kaladich, nel ricordare papa Francesco.

In tale ricordo la presidente nazionale ha evidenziato il compito delle scuole cattoliche nell’educazione alla pace: “Le scuole cattoliche sono, e devono essere, palestre di pace e di accoglienza, soprattutto in un tempo segnato da divisioni e paure. La Fidae, in sintonia con il ‘Patto Educativo Globale’ voluto dal papa, vuole continuare a generare alleanze, costruire reti, creare contesti dove ogni bambino e ogni ragazzo possa crescere sentendosi amato, accompagnato, chiamato a fare la differenza. Ottant’anni sono un traguardo importante, ma per noi sono soprattutto un punto di ripartenza. Con fiducia, con gioia e con responsabilità, continuiamo a credere che l’educazione sia il seme più fecondo per trasformare il mondo”.

Per questo il tema del convegno per festeggiare gli 80 anni di fondazione si intitolava ‘La scuola cattolica: un tesoro in vasi d’argilla. Una risorsa per il Paese, una sfida per il futuro’ la presidente ha sottolineato il valore della scuola cattolica: “Oggi diciamo di nuovo e con forza che coloro che abitano la scuola paritaria cattolica (alunni, genitori, insegnanti, dirigenti, collaboratori) non sono cittadini di serie B ma hanno diritto di cittadinanza nel sistema pubblico di istruzione…

Persistono luoghi comuni difficili da sfatare sulle scuole paritarie, per esempio si fa ancora confusione tra i nostri istituti e le scuole private, che sono ben diverse e che non hanno ricevuto lo status che le riconosce scuole pubbliche, e dove, non a caso, si registrano i famosi recuperi di più anni in uno.

Generalizzare e mettere tutte le scuole paritarie sotto la stessa etichetta rischia di danneggiare un intero settore che, nel rispetto della legge 62 del 2000, contribuisce alla libertà di scelta educativa delle famiglie e alla crescita culturale e sociale del Paese… L’immagine dei vasi d’argilla sintetizza bene la delicatezza del momento che vivono le nostre scuole. La scuola cattolica è messa a dura prova dalle difficoltà economiche in cui versa. E’ un tesoro che rischia di andare perduto”.

A 25 anni dall’istituzione della legge sulla parità scolastica si arriverà ad una piena attuazione di tale legge?

“E’ la nostra speranza, e certamente sarebbe stato bello arrivare a questo anniversario con qualcosa in più, ma invece siamo ancora fermi, e la piena attuazione di quella legge rimane un obiettivo da raggiungere. Certo, ci sono stati dei progressi, ma la strada purtroppo è ancora lunga. Soprattutto a livello culturale, non si è ancora compreso pienamente quale sia il valore delle scuole paritarie cattoliche e quanto sia importante garantire un diritto costituzionale fondamentale come quello della libertà di scelta educativa per tutte le famiglie.

In riferimento alla scuola paritaria cattolica, mi piace ricordare quanto il presidente della FIDAE, p. Antonio Perrone, affermava nel 1998 (mentre si lavorava alla legge di Parità): ‘la parità scolastica non è solo una questione di fede, ma di cittadinanza. Le scuole cattoliche non sono scuole ‘per ricchi’, ma sono nate con la missione di servire le fasce deboli della società. Tuttavia, questa missione rischia di essere compromessa senza un adeguato sostegno finanziario da parte dello Stato. La scuola cattolica ha il diritto di essere paritaria, poiché fornisce un’istruzione senza discriminazioni, come sancito dalla Costituzione italiana’. Parole che possiamo ripetere anche oggi!”

Cosa comporterebbe per lo Stato il riconoscimento delle scuole paritarie?

“E’ chiaro che l’impegno da parte dello Stato dovrebbe essere significativo, perché significherebbe equiparare realmente tutte le scuole, indipendentemente dalla loro natura, affinché possano offrire un’educazione di qualità, senza distinzioni. E questo, va precisato, non comporterebbe alcun onere aggiuntivo: il costo di uno studente che frequenta la scuola statale è già compreso nei diritti basilari da garantire a ogni cittadino, per cui non cambierebbe nulla. I soldi che non escono dalle casse statali per uno studente che sceglie di frequentare una scuola paritaria, che rispetti naturalmente tutti gli standard qualitativi stabiliti a livello centrale, potrebbero essere impiegati per un sostegno finanziario sicuro alle scuole paritarie, per migliorare le strutture scolastiche e per implementare anche l’accessibilità”.

Per quale motivo la Fidae ha proposto l’istituzione di una giornata nazionale per la libertà di una scelta educativa?

“La proposta di una giornata nazionale per la libertà di scelta educativa nasce dalla consapevolezza che la possibilità di scegliere il percorso educativo per i propri figli è un diritto fondamentale delle famiglie. La scuola deve essere un luogo di libertà, di pluralità di idee e di identità culturale e religiosa. La Fidae ha quindi ritenuto importante proporre una giornata che celebri questo diritto, sensibilizzando l’opinione pubblica e le istituzioni sull’importanza di tutelare il pluralismo scolastico. La libertà educativa è un pilastro della democrazia, e la scuola cattolica rappresenta una delle espressioni di tale pluralismo, arricchendo il panorama educativo italiano”.

Non si potrebbe correre il rischio di uno ‘smantellamento’ della scuola pubblica?

“E’ importante chiarire che dal 2000, con la legge sulla Parità, siamo nel sistema pubblico integrato, che comprende sia la scuola statale che quella non statale. Anche la scuola paritaria è considerata scuola pubblica. Purtroppo, questo è un pensiero diffuso in molte forze politiche o tra singoli parlamentari, che contrastano puntualmente qualsiasi provvedimento che riguardi le nostre scuole, come se supportarle significasse, in qualche modo, non aiutare l’intero sistema scolastico. L’obiettivo non è sostituire, ma integrare e arricchire l’offerta educativa.

La scuola pubblica statale è un pilastro fondamentale del nostro sistema educativo, ma la presenza delle scuole paritarie è altrettanto importante per garantire una pluralità di scelte e per sostenere le famiglie che desiderano un’educazione con un preciso orientamento valoriale e pedagogico. Certo, alcune ‘mele marce’ tra gli istituti paritari non aiutano, soprattutto sul piano comunicativo, perché come sappiamo, fa più notizia un albero che cade rispetto a un’intera foresta che cresce.

A questo proposito, anche le parole del ministro Valditara, a seguito dell’approvazione di un decreto per contrastare i cosiddetti ‘diplomifici’, ci trovano pienamente d’accordo. Siamo favorevoli al principio dell’accuratezza dei controlli per il rilascio della parità, perché sappiamo che questi sono finalizzati a garantire una scuola di qualità. Tuttavia, anche a fronte di questo nuovo decreto, chiediamo che venga data piena attuazione alla legge 62/2000, affinché le scuole paritarie cattoliche non si trovino a dover assolvere solo una serie di pratiche burocratiche aggiuntive, sottraendo tempo e risorse alla didattica”.

Per quale motivo la scuola cattolica è un ‘tesoro in vasi d’argilla’?

“La scuola cattolica è un ‘tesoro in vasi d’argilla’ perché, pur rappresentando un patrimonio inestimabile per la nostra società, è spesso fragile e vulnerabile nella sua realtà quotidiana. Essa offre un’educazione di qualità, basata su valori umani e cristiani, ma affronta costantemente sfide economiche e normative che ne minano la stabilità.

Nonostante le difficoltà, le scuole cattoliche continuano a svolgere un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani, offrendo una visione integrale della persona che va oltre il semplice apprendimento accademico. Il ‘vaso d’argilla’ è, quindi, un simbolo della delicatezza e della grandezza di questo tesoro che, se ben sostenuto, può continuare a brillare e a formare generazioni di cittadini consapevoli e responsabili”.

In quale modo la scuola può essere portatrice di speranza?

“La scuola è il luogo dove si formano i giovani e dove si pongono le basi per il futuro di una nazione. Può essere portatrice di speranza quando si apre alla diversità, quando non si limita a trasmettere nozioni, ma educa alla vita, alla solidarietà, alla cittadinanza attiva e al rispetto reciproco.

La scuola è portatrice di speranza quando riesce a far crescere nei giovani una visione positiva del futuro, quando li stimola a credere nelle loro potenzialità e a impegnarsi per costruire una società migliore. In particolare, la scuola cattolica, che pone al centro la persona e la sua relazione con Dio e con gli altri, è un luogo in cui la speranza può fiorire, anche nelle difficoltà. E’ un luogo dove si insegna a guardare oltre il presente e a immaginare un futuro di bene per tutti”.

(Foto: Fidae)

Anselmo Palini racconta la storia resistenziale di Carlo Bianchi, ‘ribelle per amore’

“Carlo Bianchi fa parte di quella schiera di persone definite ‘partigiani senza fucile’, in quanto si opposero al nazifascismo senza impugnare le armi, ma operando tuttavia attivamente e mettendo a rischio la propria vita, nella stampa clandestina, nell’aiuto prestato per nascondere o far espatriare quanti erano ricercati, nel tenere i collegamenti fra le formazioni attive nella lotta contro il nazifascismo”; così ha scritto il prof. Paolo Trionfini, docente all’Università di Parma e direttore dell’Isacem (Istituto per la storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia) ‘Paolo VI’, nella prefazione al libro del prof. Anselmo Palini ‘Carlo Bianchi, Per un domani non di solo pane, ma di giustizia e di libertà’.

‘Tornerà presto il sole’, scriveva Carlo Bianchi ai propri familiari dal carcere milanese di San Vittore: “In realtà, tale speranza per lui non si realizzerà e verrà fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944. La sua testimonianza, tuttavia, è rimasta viva e oggi splende più che mai. Cresciuto nell’Azione cattolica e nella Fuci, durante gli anni della Seconda guerra mondiale si attiva per le persone povere e disagiate, per inserirsi poi nell’attività resistenziale con le ‘Fiamme Verdi’ di Teresio Olivelli e con l’Oscar, un’organizzazione creata da alcuni sacerdoti per favorire l’espatrio di quanti erano braccati dai nazifascisti. Consapevole dei rischi che correva, continuò nella propria attività per porre le basi di un mondo migliore. Fino al sacrificio della vita”, scrive ad inizio del libro l’autore, Anselmo Palini.

Per quale motivo un libro su Carlo Bianchi?

“Carlo Bianchi, giovane ingegnere milanese, sposato con Albertina Casiraghi e padre di tre bimbi piccoli, è stato fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944 in un eccidio di massa che interessò altre 66 persone. Ci troviamo di fronte ad una splendida figura che si coinvolse nella Resistenza pur sapendo i rischi che correva e i problemi che la sua azione poteva comportare per la sua famiglia. Come ha scritto il prof. Giorgio Vecchio, di Carlo Bianchi ci si è ben presto dimenticati. Ecco allora la necessità di un libro che ne facesse memoria”.

Perché Carlo Bianchi è stato un ‘ribelle per amore’?

“Carlo Bianchi è stato con Teresio Olivelli l’anima della stampa clandestina dopo l’8 settembre 1943 in Lombardia. A loro principalmente si deve la nascita e la stampa del foglio ‘Il Ribelle’, che contestava la narrazione nazifascista ed invitava i giovani a non aderire alla Repubblica di Salò.  

Sempre a Carlo Bianchi e a Teresio Olivelli si deve la famosa ‘Preghiera del Ribelle’, che, diffusa in migliaia di copie, rappresentò un grande sostegno per quanti operavano nella clandestinità. Carlo Bianchi poi si attivò, con gli amici don Andrea Ghetti e don Giovanni Barbareschi, del gruppo scout clandestino delle Aquile Randagie, per favorire l’espatrio di coloro che erano ricercati dai nazifascisti”.

A cosa serviva la ‘Carità dell’Arcivescovo’?

“Il 16 febbraio 1943 il card. Schuster in una lettera indirizzata ai milanesi metteva in risalto i gravi disagi causati dai bombardamenti sulla città e li invitava ad attivarsi in aiuto alle popolazioni più colpite. Carlo Bianchi è fortemente colpito dall’intervento dell’arcivescovo e, in accordo con l’amico don Andrea Ghetti, matura l’idea di costituire un centro di assistenza per le persone più povere e per quelle maggiormente colpite dalla guerra in corso. Nasce così l’opera che assume il nome di ‘La Carità dell’Arcivescovo’, una realtà che garantiva assistenza medica, assistenza legale, aiuti economici… alle persone povere e disagiate. In una situazione di sfascio dei servizi pubblici la ‘Carità dell’Arcivescovo’ fu un’iniziativa dal grandissimo valore”.

Quale fu la ‘scintilla’ per cui decise di partecipare alla Resistenza?

“Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio, ossia con l’uscita dell’Italia dalla guerra, ognuno venne chiamato a scegliere: o unirsi alla Repubblica di Salò, ossia al tentativo di ricostituire uno Stato fascista nel centro-nord Italia; oppure scegliere di opporsi al nazifascismo unendosi alle forze partigiane; o ancora stare alla finestra in attesa dell’evolversi della situazione. Carlo Bianchi, per la formazione ricevuta in Azione Cattolica e nella Fuci, non ebbe dubbi sulla scelta da compiere: opporsi al nazifascismo!”

In quale modo fu un ‘partigiano senza fucile’?

“La partecipazione di Carlo Bianchi alla Resistenza non fu caratterizzata dall’uso delle armi. Si attivò nella stampa clandestina mettendo a disposizione la propria tipografia, fin quando gli fu possibile, e le proprie conoscenze tecniche. In secondo luogo collaborò attivamente con le Aquile Randagie don Andrea Ghetti-Baden e don Giovanni Barbareschi per favorire l’espatrio di quanti erano ricercati dai nazifascisti. Al riguardo venne costituita l’OSCAR, ‘Organizzazione scout collocamento assistenza ricercati’, poi divenuta ‘Organizzazione soccorso collocamento assistenza ricercati’. Fu dunque un ‘partigiano senza fucile’, per usare la felice espressione coniata da Giovanni Bianchi in un suo libro dello stesso titolo”.

Quanto fu importante la presenza dei cattolici nella Resistenza?

“Per molto tempo la narrazione sulla Resistenza ha parlato solamente del coinvolgimento del mondo comunista. Oggi gli studi più approfonditi hanno permesso di far emergere il ruolo avuto da altre componenti, tra cui persone del mondo cattolico. In Lombardia ad esempio le Fiamme Verdi, composte principalmente da cattolici, ebbero un ruolo importante nell’azione resistenziale e così in altre regioni lo ebbero formazioni simili, come si può verificare consultando il sito dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc) o quello della Federazione italiana volontari della libertà (Fivl)”.

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