Le opinioni
Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie
“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.
Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.
Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.
Mentre nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza
umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.
Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.
In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?
“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.
Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.
In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?
“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.
Quindi è necessario un approccio generativo?
“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.
Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?
“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.
A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?
“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.
Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?
“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.
Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?
“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.
Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.
Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.
(Foto: Santa Sede)
Per Francesco sorella è la morte: un nuovo linguaggio per comprendere la morte
“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione.
Da questo paradosso fecondo ha preso linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, svoltosi a Santa Maria degli Angeli fino a domenica 22 marzo, promosso dalla Provincia Serafica di Umbria e Sardegna con il patrocinio del Comitato Nazionale Centenari Francescani e dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI, si è concluso con la presentazione di un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.
L’Hospice Pediatrico regionale sorgerà ad Assisi, secondo l’illustrazione fatta dalla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, dal dott. Emanuele Ciotti, direttore generale dell’USL Umbria 1 e dal dott. Gianni Mazzetti, responsabile della Rete di Cure Palliative. La struttura, che colmerà un vuoto assistenziale drammatico nel Centro Italia (attualmente privo di simili centri in Marche, Abruzzo e Molise), è stata definita con una frase emblematica: ‘Costruire una casa per chi non può stare a casa’.
L’opera è parte integrante della prima legge regionale del 2026 dedicata al Centenario Francescano e prevede un polo da 18 posti letto, inserito nella rete regionale di cure palliative pediatriche e terapia del dolore, supportato dall’Azienda Ospedaliera e dalla struttura di oncoematologia pediatrica. La sfida è creare un team multidisciplinare con psicologi e assistenti sociali, riducendo la disomogeneità territoriale e i gravosi trasferimenti fuori regione.
L’Hospice non sarà un’anticamera del lutto, ma uno spazio vitale per gestire sintomi complessi ed offrire ‘vacanze assistite’. Il design sarà d’eccellenza ed elaborerà alcune proposte progettuali. Qui le famiglie non saranno più sole nel peso della cura: potranno trovare momenti di stabilizzazione per i propri figli e, per i caregiver, il conforto di non dover fare tutto da soli in situazioni che spesso non trovano spazio adeguato nei reparti ospedalieri: “Questo è il modo più autentico per lasciarsi interrogare da san Francesco: trasformare la cura dei ‘piccoli’ in un segno che resta, un’opera che darà sollievo alle famiglie umbre per molti anni a venire, rendendo eterno il messaggio di questi Centenari”.
L’ultima giornata di questo cammino di riflessione era iniziata nella basilica di Santa Maria degli Angeli con una celebrazione eucaristica presieduta dal ministro generale dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, concelebrata anche da don Massimo Angelelli (direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI) e da fra Francesco Piloni (ministro provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna) e proseguita da una riflessione teologica con don Massimo Angelelli, Francesca Di Maolo (presidente della Fondazione Istituto Serafico di Assisi), Enrico Petrillo (marito della Serva di Dio Chiara Corbello) e fra Francesco Piloni, che ha ripreso le ultime parole del Poverello per ricordare che ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. La testimonianza di Enrico, unita all’impegno quotidiano dell’Istituto Serafico, ha ricordato che ‘siamo nati e non moriremo mai più’, trasformando il limite della morte in un orizzonte di speranza.
L’apertura ufficiale del convegno è stata affidata al Cantico delle Creature, letto da fra Gianluca Busonera, uno dei responsabili organizzatori del Convegno. A Gianni Cervellera, esperto di formazione in sanità e coordinatore del Convegno, il compito di sottolineare come san Francesco abbia trasformato la paura della morte in accoglienza, citando Chesterton: ‘Le stelle… videro un uomo felice’.
Il ministro provinciale dei frati minori, fra Francesco Piloni, aveva spiegato l’intento del convegno per riflettere seriamente sul limite e sulla fragilità della vita attraverso tre parole chiave del Cantico: infirmitate, tribolazione e morte. Riferendosi alla lettera enciclica ‘Fides et Ratio’ di papa san Giovanni Paolo II ha ricordato che fede e ragione sono come due ali di una colomba: entrambe necessarie per comprendere la verità.
Ha evidenziato come la scienza, la fede e la cura siano strumenti complementari per affrontare la sofferenza, la malattia e la morte, cercando una verità luminosa che si ispira alla vita di Francesco, capace di suscitare una nostalgia delle nostre origini e dei valori autentici. Mentre don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio pastorale della salute CEI, ha ricordato la necessità di riportare la morte al suo significato naturale: “Abbiamo smesso di pensare la morte come un evento naturale… la morte non c’è, semplicemente non c’è, c’è la vita finché c’è la vita e poi c’è il decesso”.
Inoltre don Angelelli ha sottolineato la centralità del fine vita terrena nella vita cristiana e l’importanza di un linguaggio che accompagni la vita fino alla sua conclusione. Il prof. Massimo Antonelli, anestesista e rianimatore, ha evidenziato il ruolo quotidiano della morte nella professione medica e l’importanza di un approccio empatico: “La morte per noi rianimatori è un evento quotidiano… frequentiamo la dimensione che cerca di essere empatica nei confronti di chi sopravvive a un amato o congiunto”.
Mentre sabato i lavori sono entrati nel vivo con l’apertura di fra Pietro Maranesi, che ha saputo delineare la sottile ma cruciale differenza tra la morte intesa come rovina e quella accolta come sorella. Da questa premessa, il panel sul tema della ‘Morte’ ha esplorato il mistero del morire attraverso quattro ‘sguardi’ che hanno attraversato la psicologia, i media, la scuola e la sociologia.
La psicoterapeuta Beatrice Toro ha guidato l’assemblea tra le pieghe dei diversi tipi di lutto, indicando nella saggezza della presenza e nel coraggio di ‘stare’ nel dolore la postura più efficace per non restare intrappolati nel trauma. Il giornalista Alessandro Sortino ha poi scosso la platea con una provocazione necessaria, interrogandosi sul perché la morte, pur essendo il tabù per eccellenza, diventi così facilmente una ‘notizia’ di successo mediatico; una dinamica che forse nasconde il nostro bisogno inconfessato di confrontarci con l’unico evento che riguarda davvero ognuno di noi.
Il ritmo della riflessione si è fatto ancora più vitale con l’intervento dello scrittore, prof. Marco Erba, che parlando con il linguaggio di chi vive ogni giorno accanto agli adolescenti ha proposto tre coppie di parole come antidoti al nichilismo contemporaneo: sostituire il giudizio tagliente con lo sguardo che accoglie, il possesso egoistico con la logica del dono e la ricerca ossessiva della perfezione con la bellezza liberante del perdono. A chiudere questo blocco il sociologo Massimiliano Padula, che ha illustrato i concetti di spettacolarizzazione e mercificazione della vita digitale, descrivendo con tratti inquietanti il fenomeno del ‘foreverismo’ e dei cimiteri virtuali, dove la tecnologia tenta di attivare una memoria affettiva che rischia però di restare prigioniera dello schermo.
Il vertice teologico è stato raggiunto con la parola di fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, che ha condotto i presenti nel cuore della Sacra Scrittura, mostrando come la Parola di Dio non ignori la drammaticità della morte, ma la attraversi e lo ha fatto partendo dal tema della nudità. Da quest’attenzione della Parola di Dio si è passati alla concretezza del quotidiano attraverso il dialogo tra un medico palliativista, dott.ssa Giulia Nazzicone, un rianimatore pediatrico, dott. Alberto Giannini, ed un cappellano d’ospedale, fra Luigi Cavagna. Da queste voci è scaturito un appello unanime alla costruzione di un’alleanza autentica con chi è nel dolore, fondata sulla cura della persona nella sua interezza.
A questo punto abbiamo chiesto al prof. Marco Erba di raccontarci come i giovani affrontano la morte: “Da un la lato dai ragazzi la morte viene rimossa, mentre dall’altro lato viene sfidata nel senso che ci sono a volte atteggiamenti estremi negli adolescenti, che però hanno una fame di vita, in quanto la sfida che lanciano è una ricerca di fame del senso di vivere.
Gli adolescenti di oggi spesso sono feriti, fragile e non hanno punti di riferimento; quindi il nostro compito non è quello di limitarci di dire ciò che debbono fare, ma provare a condividere con loro risposte di senso alte, in quanto loro hanno fame di vivere la vita come un dono, ma sono in ricerca di loro stessi: hanno desiderio di una vita piena e di relazione con gli altri. Forse la crisi degli adolescenti, di cui si parla molto spesso, in realtà è una domanda profonda di senso e di bellezza”.
In quale modo raccontare loro la vita?
“Credo che sia fondamentale, come modalità, il racconto di esperienze, in quanto si dice che le parole convincono, ma gli esempi trascinano. Penso che raccontare storie non sganciate dalla realtà, vedere testimoni credibili ed avere un’alta qualità della vita e per gli adolescenti incontrare persone che fanno della loro vita un dono, per la quale, come diceva Etty Hillesum nel campo di concentramento di Auschwitz, la vita è bella e ricca di significato: questo può toccare il loro cuore ed aprire la domanda su come anche loro possono dare un contributo al mondo che li circonda”.
Quindi attraverso il racconto della morte i giovani pongono domande di vita?
“Assolutamente sì! La morte è parte della vita e quindi le domande di vita passano anche attraverso gli atteggiamenti che a me adulto sembrano più estremi”.
Esiste un modo per ‘dare peso’ alle domande vitali dei giovani?
“I fatti di cronaca riportano solo situazioni drammatiche, ma c’è una bellezza sommersa tra gli adolescenti: i ragazzi che fanno volontariato, l’esperienza scout, in ambito sportivo i giovani allenatori con gli atleti più piccoli. Cicerone scriveva che i suoi tempi erano i peggiori della storia, Sallustio sottolineava che il mondo era corrotto e senza via d’uscita. Eppure…. Siamo ancora qui a parlare del futuro. C’è bisogno di uno sguardo di fiducia, di tenere aperta la domanda: cosa si può fare?
E’ lo sguardo di fede che un cristiano deve avere. Io non amo i cristiani apocalittici e fustigatori dei costumi. Mi piace un cristianesimo che cammina con le persone. Ed è l’esperienza che ho fatto nell’incontro con i salesiani, a cui devo la mia formazione. Don Bosco ripeteva che la santità consiste nello stare molto allegri. La testimonianza più grande che possiamo dare è quella di essere felici ed avere una qualità di vita elevata e quindi contagiosa. Come educatori siamo chiamati a credere nella scintilla di bellezza che c’è nell’altro, anche quando sembra non vedersi”.
(Foto: OFM Assisi)
Il Festival della Canzone Cristiana a bordo di MSC Crociere
Il Festival della Canzone Cristiana torna con un evento straordinario, dal 21 al 25 ottobre 2026 a bordo di una nave da crociera MSC nel Mediterraneo, con l’obiettivo di diffondere il messaggio del Signore attraverso la musica, linguaggio universale e potente.
Il Festival è ideato dal cantautore e direttore artistico Fabrizio Venturi, si ispira allo spirito del celebre Festival della Canzone Cristiana che si è appena concluso a Sanremo, con la missione di evangelizzare attraverso la musica, portando la gioia della fede a un pubblico sempre più ampio. Il motto dell’evento resta fedele a questa visione: “Chi canta prega due volte!”
L’evento, offrendo un contesto suggestivo e originale in cui vivere un’esperienza unica, unisce musica, fede e viaggio. L’apertura ufficiale del Festival sarà caratterizzata da un esclusivo Cocktail di benvenuto in uno spazio riservato ai partecipanti del Festival. Durante tutta la durata dell’evento sarà attivo un desk organizzativo dedicato, punto di riferimento per artisti e ospiti.
Le esibizioni degli artisti, cuore pulsante del Festival, si terranno dal 22 al 24 ottobre 2026 nell’imponente teatro della nave, con capienza fino a 1.600 spettatori. Ogni serata avrà una durata compresa tra le due e le tre ore. Inoltre, l’organizzazione, sta lavorando, compatibilmente con le esigenze di bordo, per poter utilizzare la discoteca della nave in una data specifica, così da arricchire l’evento con ulteriori riprese in una location diversa.
Durante i momenti liberi, i partecipanti potranno usufruire dei numerosi servizi e comfort disponibili a bordo, tra cui ristorazione, attività ricreative, spazi dedicati al relax e all’intrattenimento, non mancheranno eventi gastronomici speciali come il buffet di mezzanotte e sorprese culinarie.
La crociera prevede due scali, uno a Marsiglia e uno a Barcellona, con la possibilità di visitare queste splendide città, offrendo così l’opportunità di arricchire l’esperienza con momenti culturali e turistici.
Le iscrizioni sono aperte fino al 30 marzo 2026. Un’occasione unica per vivere un’esperienza che unisce musica, fede e viaggio in un contesto suggestivo e coinvolgente. Per ulteriori informazioni è possibile contattare la Segreteria del Festival al seguente indirizzo e-mail: info@sanremofestivaldellacanzonecristiana.it
Il New York Times accende i riflettori sull’ospitalità religiosa in Italia
Dopo l’attenzione ricevuta dal Times di Londra nello scorso gennaio, è ora il New York Times ad approfondire l’ospitalità religiosa in Italia, e in particolare su quella romana, confermando l’interesse internazionale verso una forma di accoglienza che rappresenta un tratto originale e distintivo del nostro Paese.
Nel reportage il quotidiano americano racconta le diverse opportunità offerte dalle comunità religiose a chi arriva a Roma per motivi spirituali, turistici, di studio o di lavoro, mettendo in luce anche l’impegno dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana nella catalogazione e nella promozione di queste strutture.
L’articolo si sofferma su cinque realtà concrete, descrivendone caratteristiche, servizi, costi e stile di accoglienza. Ne emerge un modello apprezzato per la convenienza, la sobrietà degli ambienti e il valore umano dell’esperienza, capace di andare oltre il semplice pernottamento e di intercettare l’interesse di chi cerca un soggiorno più autentico e significativo.
“Essere presenti su media internazionali così autorevoli è molto importante” dichiara il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi. “Significa poter far conoscere nel mondo un aspetto dell’ospitalità italiana davvero unico, che non si limita a offrire un posto dove dormire, ma propone uno stile di accoglienza fondato sulla relazione umana, sulla semplicità e su valori profondi. E’ una ricchezza originale del nostro Paese, difficilmente replicabile altrove”.
“Che grandi testate straniere scelgano di raccontare questa realtà,” aggiunge Rocchi, “aiuta a darle la giusta visibilità e a far comprendere come anche attraverso l’ospitalità religiosa l’Italia sappia esprimere un modello distintivo, in cui il soggiorno può trasformarsi in un’esperienza di incontro, attenzione e umanità”.
Nell’articolo inoltre si evidenzia il prezzo ‘contenuto’: “Uno degli elementi che rende particolari queste strutture è il prezzo contenuto. L’associazione di Rocchi stima il costo medio per notte di una camera doppia in una casa religiosa intorno ai 90 euro; una doppia in un hotel di Roma costa in media 190 euro. I visitatori devono aspettarsi camere essenziali. L’attenzione, ha detto Rocchi, è rivolta alla ‘semplicità, per farvi sentire a casa’, non ad un’esperienza da cinque stelle.
Trovare queste strutture può essere complicato: una legge italiana le definisce come realtà ‘gestite al di fuori dei normali canali commerciali’. Le prenotazioni vengono generalmente gestite via email o telefono, oltre che tramite banche dati come quella di Rocchi e del sito di prenotazione Monastery Stays. Per il viaggiatore che desidera uno sguardo più intimo su Roma, una casa religiosa per ospiti offre un ambiente sicuro e spesso centrale”.
Carlo Manziana: un vescovo antifascista
Carlo Manziana (6 luglio 1902 – 2 giugno 1997) fu un vescovo italiano noto per la sua forte personalità e il suo impegno religioso. Nacque a Urago Mella, quartiere di Brescia. Durante la crescita ebbe vari problemi di salute e fu aiutato da donne della famiglia. Uno dei suoi amici fu Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Studiò al collegio Arici dei Gesuiti e frequento l’Università di lettere a Roma. Lì, Carlo studiò anche musica sacra all’istituto di piazza S.Agostino.
Dopo un ritiro spirituale a Gussago, all’età di diciannove anni frequentò anche l’Università Cattolica a Milano, approfondendo la sua conoscenza in campo filosofico. Nonostante non conseguì la laurea, a causa dei problemi di salute, a ventidue anni, insieme all’amico Ottorino Marcolini, entrò a far parte dell’Oratorio San Filippo Neri di Brescia, detto della Pace.
Proprio la pace fu molto caro a Manziana, il quale aderì a svariati gruppi giovanili organizzati nell’immediato dopoguerra, quali il famoso La Fionda. In questo modo, riuscì a venire a contatto con persone illustri e preparate sul piano culturale, come il padre barnabita Giovanni Semeria. Grazie a padre Caresana e padre Bevilacqua, fu ordinato sacerdote nell’Oratorio stesso nel 1927.
Insegnò al liceo scientifico e al classico. Appoggiò indirettamente un movimento antifascista proposto dai suoi studenti e venne arrestato. In seguito fu deportato a Dachau ma sopravvisse. Più precisamente, fu catturato il 4 gennaio 1944, alle nove di sera, da alcuni militi SS della Polizia di sicurezza con sede in Verona, comandati dal maresciallo Leo Steinweinder e rinchiuso nel carcere di Brescia. Cinque giorni dopo fu trasferito al Forte San Mattia e, successiva mente, al Forte San Leonardo a Verona.
Il 29 febbraio, con altri nove bresciani e ad altri venti prigionieri padovani, come il sacerdote Giovanni Fortin fu internato nel campo di concentramento di Dachau. Manziana, matricola 64762, riuscì a sopravvivere venne liberato il 29 aprile del 1945 dalle truppe americane. In Italia rientrò solo il 13 luglio seguente. Nel 1963, Paolo VI lo nominato vescovo di Crema.
Qui condusse il rinnovamento della comunità diocesana secondo quanto detto nel Concilio Vaticano II. Sempre a Crema, istituì la parrocchia di San Carlo. Nel 1981, si ritirò dall’amministrazione della diocesi. Morì a Brescia e fu sepolto nella cattedrale di Crema. Nel 2000, venne istituita la Fondazione Carlo Manziana che gestisce le scuole cattoliche nella diocesi di Crema.
L’Italia è il Paese più vecchio in Europa
Secondo la statistica dell’Istat al 1^ gennaio la popolazione residente in Italia è pari a 58.943.000 individui, risultando in lieve decremento rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-636 unità), con un tasso di crescita vicino allo zero con un leggero miglioramento rispetto a quelli registrati nei due anni precedenti (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023), ma le dinamiche demografiche sono in stretta continuità con quanto osservato negli anni recenti: l’Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo e nel quale la popolazione continua a invecchiare.
Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille): la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) ed in Lombardia (+3,2 per mille). Le regioni in cui si riscontra il maggior calo demografico sono la Basilicata (-9,0 per mille), il Molise (-6,5 per mille) e la Sardegna (-5,1 per mille).
Nello scorso anno le nascite sono 355.000, con una diminuzione del 3,9% sul 2024, mentre i decessi sono 652.000, in calo dello 0,2%. Da qui deriva unsaldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) ampiamente negativo (circa -296.000 unità), peggiorato rispetto al 2024 quando risultò pari a -283.000; mentre le immigrazioni dall’estero, 440.000, pur diminuendo di 12.000 unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese.
Però scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero (144.000), ben 45.000 in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296.000) e tale da compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33.000 unità rispetto al 2024. Risultano, infine, in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente hanno coinvolto 1.455.000 cittadini.
Inoltre la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5.560.000 unità, in aumento di 188.000 individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero (+348.000), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36.000). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196.000.
La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3.230.000 individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%; nel Centro risiedono 1.344.000 stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno con 986.000 unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.
Nello scorso anno i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26.000 e 23.000 casi), seguiti dai cittadini rumeni (16.000) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.
Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6.000), i marocchini (-4.000), i brasiliani (-3.000), gli indiani (-3.000) ed i moldavi (-2.000). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pakistani (+2.000), filippini (+1.500) e rumeni (+1.000).
A conti fatti la popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53.383.000 unità, in calo di 189.000 individui rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno (-3,5 per mille): tale bilancio negativo dei residenti italiani si deve principalmente ad un saldo naturale ampiamente negativo (-333.000), a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di –53.000. Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118.000 connazionali in meno (-6,3 per mille).
Riguardo alle nascite i nati residenti in Italia sono stati 355.000 nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15.000 unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48.000, in calo del 5,6% sul 2024. Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024.
Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20); mentre l’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni.
La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).
Anche i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, nel 2025 sono stati 165.000, 8.000 in meno sul 2024, con una diminuzione di quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%).
Infine l’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). La popolazione fino a 14 anni è pari a 6.852.000 individui (11,6% del totale), in calo di 168.000 unità rispetto al 2025.
La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37.270.000 (63,2% del totale), con una riduzione di 73.000 individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14.821.000 (25,1% del totale), oltre 240.000 in più rispetto all’anno precedente, con una crescita degli ultraottantacinquenni che raggiungono 2.511.000 individui (+101.000) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24.700 unità, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.
Autodeterminazione e inclusione: alla Camera per l’evento conclusivo del progetto ‘Pronti per l’Indipendenza’
Si è tenuto giovedì 26 marzo, presso la prestigiosa cornice della Sala Stampa della Camera dei Deputati, l’evento conclusivo del progetto ‘Pronti per l’Indipendenza’. L’incontro ha segnato il traguardo di un percorso ambizioso volto a trasformare il concetto di assistenza in una concreta cultura dell’autonomia per le persone con disabilità.
Il progetto è nato con l’obiettivo di fornire strumenti pratici per favorire l’autodeterminazione, superando le barriere che spesso limitano la crescita individuale e l’inclusione sociale. Si è sviluppato su tre direttrici fondamentali. La prima è la formazione, attraverso percorsi strutturati su temi quali la pianificazione del progetto di vita, la gestione delle risorse finanziarie, l’accessibilità degli ambienti e l’orientamento ai servizi di supporto.
La seconda è il supporto pratico alla realizzazione del proprio Progetto di Vita, tramite un contributo economico. La terza è la creazione di una rete stabile di scambio e mutuo aiuto, dove la condivisione di esperienze e buone pratiche funge da stimolo per definire e raggiungere i propri obiettivi personali.
Durante l’evento conclusivo si è posto l’accento sull’importanza di “fare rete” nello svolgere le attività. Il progetto è stato, infatti, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali tramite l’avviso 2/2023. I partner che hanno reso possibile la sua realizzazione sono: FISH_Ets come capofila, AISM, Ledha, FIADDA APS, AVI Umbria, FISH Calabria, FIADDA Roma APS, Capit.
“L’autonomia non è un traguardo che si raggiunge da soli, ma il risultato di una comunità che decide di investire sulle proprie capacità e sul desiderio di futuro di ogni individuo,” ha dichiarato Vincenzo Falabella, presidente della FISH.
L’evento ha ribadito la necessità di un impegno corale tra terzo settore, famiglie e istituzioni per abbattere non solo le barriere architettoniche, ma soprattutto quelle culturali, promuovendo una visione della disabilità basata sul diritto alla scelta e all’indipendenza. L’impegno prosegue con il progetto ‘Insieme per l’Indipendenza’.
FISH: soddisfazione per l’approvazione al CNEL del ddl per rafforzare le politiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità
La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) esprime soddisfazione a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) del disegno di legge che modifica l’articolo 1 del decreto legislativo 151/2015.
La proposta, promossa dal presidente della FISH e consigliere del CNEL Vincenzo Falabella, punta a riformare i processi di inserimento lavorativo, garantendo una continuità reale per i giovani con disabilità al termine del percorso di studi.
Il fulcro della proposta risiede nel potenziamento degli accordi territoriali. Non si tratta solo di coordinare gli uffici per il collocamento mirato con il mondo dell’istruzione, dagli uffici scolastici fino alle università, ma di creare un ponte solido con il tessuto produttivo e sociale.
In questo nuovo ecosistema, le organizzazioni sindacali e datoriali collaborano fianco a fianco con i centri di formazione professionale, le cooperative sociali e, soprattutto, con le associazioni che danno voce alle persone con disabilità e alle loro famiglie. È proprio attraverso questa alleanza tra istituzioni, parti sociali e Terzo Settore che intendiamo garantire una presa in carico globale, capace di trasformare il diritto al lavoro in una realtà concreta e accessibile.
“Il ddl approvato oggi, che modifica l’articolo 1 del decreto legislativo 151/2015, è un altro passo in avanti, dichiara Falabella, per rendere il sistema Paese sempre più rispondente ai bisogni delle cittadine e dei cittadini con disabilità, intervenendo su uno dei nodi più critici: la transizione dalla scuola al lavoro”.
L’intervento legislativo mira a sanare quello che viene definito un vero e proprio ‘baratro inclusivo’. Si tratta di quella fase critica in cui, conclusa la scuola, molti giovani e le loro famiglie si ritrovano privi di strumenti adeguati all’accesso all’occupazione.
Il CNEL conferma così il proprio impegno nel promuovere politiche pubbliche orientate all’inclusione, alla partecipazione e alla piena valorizzazione delle competenze delle persone con disabilità nel mercato del lavoro.
A Palermo inaugurata la sede dell’associazione Viviballarò
“Oggi con il taglio del nastro inizia in maniera ufficiale la nostra attività nel quartiere Albergheria, nel centro storico di Palermo, che mi vede impegnata già da sette anni – spiega Sabrina Ciaramitaro Presidente dell’associazione Viviballarò-. Sono finora una decina i bimbi che vengono nella sede a fare doposcuola dal lunedì al venerdì.
Abbiamo individuato, in questi vari anni di attività sul territorio, come fondamentale, l’aiuto scolastico gratuito, perché tante famiglie, essendo povere, non potevano affrontare questa spesa per i propri figli. Grazie al contributo del progetto TumìAmì abbiamo potuto attrezzare la sede di tutto il necessario per aiutare questi bimbi nello studio. Sono tanti i bisogni in questa area e noi a poco a poco, oltre alla sede, stiamo recuperando gli spazi intorno a noi”.
“Grazie al contributo economico del progetto TumìAmì, – spiega il coordinatore del progetto Pierluca Orifici- ideato dall’associazione Life and Life e finanziato dalla Regione Siciliana Assessorato della Famiglia delle Politiche Sociali e del Lavoro- è stato possibile acquistare i computer, la stampante, tutti gli arredi, l’impianto elettrico e di internet, per la sede dell’associazione Viviballarò a Palermo.
Inoltre il progetto prevede la retribuzione di due insegnanti, per 300 ore, che si affiancano ai volontari dell’associazione Viviballarò per fare doposcuola gratuito ai bimbi (8-13 anni) poveri della zona Albergheria. La sede serve non solo per lo studio, ma anche come centro aggregativo e luogo sicuro per i ragazzi, dove potersi incontrare, giocare, condividere esperienze”.
“L’associazione LIFE and LIFE, capofila del progetto TumìAmì – conclude la Vice Presidente Valentina Cicirello – opera da più di 10 anni nella zona della stazione centrale come luogo aggregativo per i ragazzi di varie età in difficoltà di diverse etnie. Abbiamo individuato nella zona dell’Albergheria nell’associazione Viviballarò una realtà per realizzare la stessa esperienza di accoglienza e aiuto dei giovani a rischio”.
Giornata per l’eliminazione della discriminazione razziale: Parola, fede, cultura ed economia più umana a favore dell’inclusione
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, si è svolta a Milano, presso la Sala Ghilardotti di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio Regionale della Lombardia, la conferenza dal titolo ‘La parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’.
L’iniziativa, promossa da Héctor Villanueva e dal Consigliere regionale Paolo Romano, si è aperta con i saluti istituzionali di quest’ultimo, che ha richiamato il valore di momenti di confronto pubblico volti a contrastare ogni forma di discriminazione e a rafforzare il ruolo delle istituzioni nella promozione della coesione sociale.
Ai saluti istituzionali si è unito anche il Vice Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Francesco Caroprese, il quale ha sottolineato il ruolo fondamentale del giornalismo nella sensibilizzazione sui temi del razzismo e della discriminazione, evidenziando come un’informazione etica e responsabile contribuisca a contrastare stereotipi, pregiudizi e disinformazione, promuovendo consapevolezza e inclusione nella società.
Di particolare rilievo è stato l’intervento video del dott. Mattia Peradotto, Direttore dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel suo contributo, Peradotto ha evidenziato come il linguaggio costituisca un dispositivo fondamentale di inclusione, capace di orientare le dinamiche sociali e contrastare stereotipi e pregiudizi, soprattutto nei contesti digitali e nei social media, dove si manifestano nuove forme di discriminazione. Ha inoltre sottolineato la necessità di una responsabilità condivisa tra istituzioni e società civile, richiamando il significato della Giornata internazionale quale momento di consapevolezza collettiva e di rinnovato impegno.
Nel delineare il quadro degli strumenti operativi, ha richiamato il Piano Nazionale di Contrasto al Razzismo, alla Xenofobia e all’Intolleranza e la rete delle antenne territoriali antidiscriminazione, indicandoli come presìdi essenziali per la tutela dei diritti e per la costruzione di una società inclusiva, fondata sull’uguaglianza e sulla partecipazione.
Il Dottor Commercialista Marcello Guadalupi della Milano PerCorsi Srl Impresa Sociale ha sviluppato un intervento approfondito sul tema dell’inclusione nel mondo del lavoro, evidenziando il ruolo strategico delle imprese nei processi di integrazione delle persone con background migratorio. In particolare ha sottolineato come l’accesso al lavoro rappresenti uno degli strumenti principali per garantire dignità, autonomia e piena partecipazione alla vita sociale.
Guadalupi ha richiamato l’importanza di politiche aziendali inclusive e di modelli organizzativi capaci di valorizzare le competenze delle persone provenienti da contesti diversi, superando barriere culturali e stereotipi ancora presenti nel mercato del lavoro. Ha inoltre evidenziato come l’inclusione lavorativa non costituisca soltanto un dovere etico e sociale, ma anche un fattore di crescita economica e innovazione per il sistema produttivo, in grado di generare valore per l’intera collettività.
In tale prospettiva ha ribadito la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni, imprese e terzo settore al fine di costruire percorsi strutturati di inserimento lavorativo, capaci di favorire integrazione, stabilità e sviluppo sostenibile.
Nel corso dell’incontro, Héctor Villanueva, CEO e Founder di Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà e ideatore del progetto “Milano Siamo Noi”, ha sottolineato con forza l’importanza del dialogo tra popoli, culture ed etnie diverse quale fondamento di una convivenza pacifica e duratura.
Villanueva ha evidenziato come i cosiddetti “nuovi italiani” rappresentino una componente strutturale della società contemporanea, ribadendo la necessità di promuovere percorsi di inclusione basati sulla partecipazione attiva, sul riconoscimento reciproco e sulla valorizzazione delle diversità come risorsa per lo sviluppo sociale, culturale ed economico.
La conferenza ha visto la partecipazione del giornalista e scrittore Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui Presidente è Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso.
Autore del volume “La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario”, Maimone è stato riconosciuto per il suo contributo allo studio del dialogo interreligioso e interculturale, ponendo al centro l’etica della parola.
Secondo Maimone, “la parola non è mai neutra: può dividere o unire, escludere o includere, ferire o guarire”. In una società contemporanea segnata da razzismo, disuguaglianze economiche e discriminazioni, la comunicazione consapevole è diventata un atto etico e spirituale: “usare la parola con responsabilità significa riconoscere l’altro nella sua piena umanità e costruire ponti invece di muri”.
“La comunicazione – ha continuato Maimone – è uno strumento di coesione sociale e di trasformazione interiore: ogni parola può avvicinare le persone o allontanarle, può alimentare giustizia e dignità oppure perpetuare esclusione e ingiustizia”. La parola, quindi, ha assunto una dimensione spirituale: non solo veicolo di informazioni, ma pratica concreta di umanesimo, capace di guidare la società verso maggiore inclusione, dialogo e solidarietà.
In questo contesto, il linguaggio etico è diventato anche uno strumento di contrasto al razzismo e alla discriminazione, valorizzando le differenze culturali e religiose come risorsa condivisa e promuovendo un rinnovato senso di responsabilità collettiva. Il razzismo e ogni forma di discriminazione – ha sottolineato Maimone – sono stati frutto di una subcultura deteriorata, chiusa e sterile, orientata all’abbattimento dell’altro anziché al suo riconoscimento. Essi hanno rappresentato l’espressione di un’umanità involuta, incapace di elevarsi sul piano spirituale e relazionale, che rinuncia alla propria vocazione più alta: quella dell’incontro, della comprensione e della fraternità.
Per contrastare in modo efficace tali derive, Maimone ha indicato la necessità di rafforzare il ruolo della cultura e della fede, riconoscendole come elementi essenziali e imprescindibili nella costruzione di una società a misura d’uomo. La cultura, intesa come educazione alla conoscenza, al pensiero critico e al rispetto delle differenze, ha consentito di comprendere e valorizzare le diversità sociali ed economiche, trasformandole in occasione di crescita e non di divisione. La fede, dal canto suo, ha richiamato l’uomo alla sua dimensione più profonda, orientandolo verso principi universali quali la dignità della persona, la solidarietà, la giustizia e l’amore per il prossimo.
Accanto a questi pilastri, è emersa con forza la necessità di promuovere un modello di economia umana, capace di includere ogni individuo nei processi economici, senza lasciare indietro nessuno. Un’economia che non generi dislivelli estremi tra ricchi e poveri, ma che favorisca equilibrio, equità e partecipazione, riconoscendo il valore di ogni persona e garantendo pari opportunità. Solo attraverso un impegno condiviso, che unisse cultura, fede ed economia etica, è stato possibile contrastare realmente il razzismo e costruire una società più giusta, inclusiva e armoniosa.
“Comunicare significa prendersi cura della comunità e contribuire alla costruzione di un mondo più giusto”, ha concluso Maimone. Sono inoltre intervenuti Juan Carlos Castrillón, Console Generale dell’Ecuador a Milano, Federico Bottelli, Presidente della Commissione Casa e Piano Quartieri del Comune di Milano, e Giulia Pelucchi, Presidente del Municipio 8, insieme a rappresentanti del mondo associativo, culturale e professionale impegnati nei processi di integrazione e partecipazione civica.
L’iniziativa si è configurata come un momento di confronto tra istituzioni e società civile, ponendo al centro il ruolo delle comunità migranti e dei nuovi italiani nei processi di sviluppo del territorio. In tale prospettiva, la conferenza ha contribuito a rafforzare la riflessione sul ruolo del linguaggio, del dialogo interculturale, della fede e della cultura nella costruzione di una società più equa, consapevole e orientata alla pace.




























