Bussole per la fede

Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle

“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976  tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie, in provincia di Verona.

A 50 anni dalla scoperta da suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, ci facciamo raccontare l’importanza di questo testo francescano: “Degli Scritti del padre san Francesco tre sono redatti in volgare umbro, la ‘Preghiera davanti al Crocifisso’ risalente al tempo della conversione, il ‘Cantico di frate Sole’ ed ‘Audite, poverelle’. Quest’ultima, conosciuta anche come ‘Parole con melodia per le Signore Povere del monastero di San Damiano’, è, come il più famoso ‘Cantico di frate Sole’, una prosa ritmica liberamente assonanzata, un’esortazione in forma di laude. Di entrambe le laude Francesco compose non solo il testo ma anche la melodia, che purtroppo non è stata annotata ed è quindi andata perduta.

Oltre alla lingua questi tre scritti hanno in comune il luogo di composizione, la chiesetta di san Damiano, ubicata poco fuori le mura di Assisi, e le sue adiacenze, luogo familiare e, potremmo dire, originario nell’esperienza spirituale di Francesco. Dopo l’incontro con i lebbrosi, che aveva segnato la svolta decisiva e quel rovesciamento di mentalità per cui egli aveva cominciato ‘progressivamente a non fare più alcun conto di se stesso’ muovendo i primi passi alla sequela del Cristo incominciando a fare penitenza, lì aveva ricevuto la missione di riparare la Chiesa in rovina: ‘Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restaurala per me’.

Era trascorso un tempo di nascondimento dall’ira paterna finché, ormai rafforzato nella lotta, davanti al Vescovo si era spogliato delle vesti restituendole al padre insieme al denaro: ‘Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio. Ma dal momento che ho fatto proposito di servire Dio, gli rendo il denaro per il quale era irritato e tutti i vestiti avuti dalla sua sostanza, e d’ora in poi voglio dire: Padre nostro che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone’.

Era così ritornato a san Damiano iniziandone il restauro, secondo quell’ascolto obbedienziale che lo caratterizzerà per tutto l’arco della sua vita. Mendicava per le vie di Assisi: ‘Chi mi darà una pietra, avrà una ricompensa; chi me ne darà due, due ricompense; chi tre, altrettante ricompense!’ Tema quello della ricompensa, che ritornerà frequentemente nella sua esperienza e ritroveremo esplicito nell’Audite, poverelle.

Infine, dopo un periodo vissuto nella solitudine e nell’incomprensione dei suoi concittadini, era arrivato Bernardo di Quintavalle, ‘Minorum Ordinis prima plantula’ seguito poi dai primi fratelli. Dopo alcuni anni, tra il 1211 e il 1212, Chiara, giovane donna appartenente alla nobiltà di Assisi, aveva lasciato tutto, suscitando non poco scandalo e scalpore, affascinata e conquistata da quel Gesù che Francesco le annunciava con la vita e la parola: ‘Sempre le predicava che se convertisse ad Iesu Cristo’, racconta l’amica Bona di Guelfuccio al Processo di canonizzazione. Chiara stessa nel suo Testamento ricorderà con stupore e riconoscenza come l’altissimo Padre celeste si era degnato, poco dopo la conversione del beatissimo padre Francesco, di illuminare il suo cuore perché per il suo esempio e insegnamento facesse penitenza, divenendone ‘plantula’.

E dietro a lei altre giovani erano corse per abbracciare la forma della povertà e dell’umiltà di nostro Signore e della sua Madre poverella. Dopo essere state per poco tempo in altro luogo, Francesco le portò proprio a San Damiano, secondo una profezia di cui ci narrano le biografie del santo e Chiara stessa: ‘Quando lo stesso santo, infatti, che non aveva ancora né fratelli né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, stava edificando la chiesa di san Damiano, totalmente visitato dalla consolazione divina, fu spinto fortemente ad abbandonare del tutto il mondo, per la grande letizia e per l’illuminazione dello Spirito Santo profetò a nostro riguardo quello che poi il Signore adempì.

chiesaSalendo infatti in quel tempo sul muro di tale chiesa, a certi poveri che si trovavano lì appresso diceva a voce spiegata e in lingua francese: ‘Venite ed aiutatemi nell’opera del monastero di San Damiano, perché qui tra poco ci saranno delle signore e dalla cui esistenza degna di fama e dal cui santo tenore di vita sarà glorificato il Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa’.   

Non si trattava più di restaurare una chiesa di mattoni, ma di edificare un tempio di pietre vive. Chiara e le sue sorelle, con la loro vita di santa unità e altissima povertà dedicata a Dio solo, custodirono questo luogo (ed il Crocifisso che aveva parlato al serafico padre) e ciò che esso significava per Francesco e per la prima fraternità nata da lui e con lui.  In loro essi potevano vedere specchiata la forma di Maria, che Francesco cantava palazzo, tabernacolo e casa della Trinità ed ad immagine della quale ogni fratello e ogni sorella erano chiamati a costruire un’abitazione e una dimora permanente al Signore Dio onnipotente.

Alla comunità di sorelle riunite in San Damiano egli indirizzò diversi scritti. Ne possediamo tre: la Forma vivendi, agli inizi dell’avventura clariana, l’Ultima voluntas, la cui stesura risale agli ultimi tempi della vita di Francesco, e l’Audite, poverelle, che si può ritenere come il suo testamento alle poverelle. Quest’ultimo è quindi una consegna, l’eredità che un padre lascia alle sue figlie. Possiamo immaginare che al compiersi dell’esistenza tutto si essenzializzi intorno a ciò che solo conta e che si vuol trasmettere come prezioso e fondamentale”.

(Tratto da Aci Stampa)

La Via Crucis è un invito a superare gli abusi del male

“La Via Dolorosa si snoda per le stradine della Città Vecchia di Gerusalemme e ci fa ripercorrere il cammino di Gesù dal luogo della sua condanna fino a quello della sua crocifissione e della sua sepoltura, che è anche il luogo della sua risurrezione. Non è un percorso in mezzo a gente devota e silenziosa. Come al tempo di Gesù, ci troviamo a camminare in un ambiente caotico, disturbato e rumoroso, in mezzo a persone che condividono la fede in Lui, ma anche ad altri che deridono e insultano. Così è la vita di tutti i giorni”: è una Via Crucis nel mondo contemporaneo quella di fra Francesco Patton, già custode di Terra Santa, che nelle sue meditazioni riflette sul potere esercitato dagli uomini.

Come al tempo di Gesù anche oggi c’è chi crede di avere un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare come vuole, e la Via crucis al Colosseo è l’incarnazione del Vangelo nel dolore quotidiano: “La Via Crucis non è il cammino di chi vive in un mondo asetticamente devoto e di astratto raccoglimento, ma è l’esercizio di chi sa che la fede, la speranza e la carità sono da incarnare nel mondo reale, dove il credente è continuamente sfidato e continuamente deve fare proprio il modo di procedere di Gesù”.

Una Via crucis imperniata sulle parole di san Francesco d’Assisi, che invita a seguire Gesù: “San Francesco d’Assisi, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della morte, descrive la nostra vita cristiana prendendo in prestito le parole dall’apostolo Pietro: ci ricorda che siamo chiamati a ‘seguire le orme di Cristo, il quale chiamò amico il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori’. Il Poverello ci esorta a fissare lo sguardo su Gesù…

Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo perciò l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita”.

In questa Via Crucis si alternano le immagini della Passione di ieri, e quella che il mondo sta vivendo: dignità umana oltraggiata, il potere di Dio e quello degli uomini in contrapposizione, la via dell’umiltà, e compiere il Regno di Dio sulla terra.

Già nella prima stazione il centro della riflessione riguarda il potere: “Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla”.

Per questo Gesù non rifiuta la croce ed affronta, pur non volendolo, lo scherno del potere: “Gesù, sono certo che era così anche quando la croce te l’hanno caricata sulle spalle. Nel Getsemani, infatti, avevi chiesto al Padre di allontanare da te questo calice, pur volendo con tutto te stesso compiere la sua volontà. La croce era il supplizio più orrendo e doloroso, riservato agli schiavi, ai criminali irrecuperabili e ai maledetti da Dio.

Eppure, l’hai abbracciata e portata sulle tue spalle, e poi ti sei lasciato portare da lei. Non perché fosse bella o attraente, ma per amore nostro. Sollevando il suo carico pesante, sapevi che risollevavi noi dal peso del male che ci schiaccia e ti caricavi del peccato che rovina la nostra esistenza. Abbracciando la croce e caricandola sulle tue spalle, abbracciavi la nostra fragilità e ti facevi carico della nostra umanità. Prendevi su di te le nostre schiavitù, i nostri crimini e anche la nostra maledizione”.

Ma la ‘croce’ può essere meno dura se nel percorso è possibile incontrare chi è disposto ad essere vicino: “Simone di Cirene non era un volontario. Non si prese volontariamente cura di te, Gesù, per darti una mano a portare la croce. Probabilmente sapeva a malapena chi eri…Anche oggi ci sono tante persone che scelgono di fare qualcosa di buono per gli altri in ogni parte del mondo. Ci sono migliaia di volontari che, in situazioni estreme, rischiano la vita per soccorrere chi ha bisogno di cibo, di istruzione, di cure mediche, di giustizia… Fa’ o Signore, che anche noi impariamo a offrire al nostro prossimo quel sostegno che vorremmo fosse offerto a noi, qualora ci trovassimo nella stessa situazione”.

Non solo Simone di Cirene, ma anche Veronica è protagonista in quanto riesce a vedere nel volto di Gesù una bellezza trasfigurata: “Veronica è la custode della tua immagine, Gesù. Ha potuto ottenerla grazie a quel gesto di carità: asciugare il tuo volto coperto di sangue e di polvere. Veronica non ci trasmette la memoria di un’immagine in posa, ma quella dell’uomo dei dolori, che ci ha risanati per mezzo delle sue stesse piaghe…

Ma aiutaci soprattutto ad avere l’occhio attento di Veronica, che ti sa riconoscere anche nella tua bellezza sfigurata. E rendici capaci di asciugare, oggi, il tuo volto, ancora coperto di polvere e sangue, deturpato da ogni atto che calpesta la dignità di una qualsiasi persona umana”.

Quindi le donne sono partecipi del dolore del mondo: “Le donne, Gesù, ti hanno sempre seguito e assistito, dall’inizio della tua predicazione. Ci sono anche adesso, anche sotto la croce. Dove c’è una sofferenza o un bisogno, le donne ci sono: negli ospedali e nelle case di riposo, nelle comunità terapeutiche e di accoglienza, nelle case-famiglia con i minori più fragili, negli avamposti più sperduti della missione ad aprire scuole e dispensari, nelle zone di guerra e di conflitto per soccorrere i feriti e consolare i sopravvissuti.

Le donne ti hanno preso sul serio; hanno preso sul serio anche queste tue parole dure: da secoli piangono su sé stesse e sui propri figli: portati via e incarcerati durante una manifestazione, deportati da politiche prive di compassione, naufragati in disperati viaggi della speranza, falcidiati nelle zone di guerra, annientati nei campi di sterminio”.

Quindi Gesù, attraverso la strada della croce, non elimina né il dolore e né la morte, ma offre la possibilità di trasformarli: “Tutto è iniziato in un giardino, l’Eden, che i progenitori ricevettero in dono e in custodia, e dal quale furono esiliati per non essersi fidati di Dio. Tutto ricomincia in un giardino, dove Gesù fu sepolto e dove risuscitò: luogo in cui la vecchia creazione fragile e mortale si trasforma in nuova creazione, che partecipa alla vita stessa di Dio. Questo luogo è la porta attraverso la quale Gesù è disceso agli inferi ed è l’ingresso del Paradiso, non più terrestre e temporaneo, ma celeste e definitivo.

Questo è il luogo dell’ultimo gesto di pietà e delle ultime lacrime versate sul corpo del Cristo morto. E’ il luogo del primo incontro con Lui Risorto, ormai vivente per sempre, riconoscibile solo quando ci chiama per nome o ci apre gli occhi, e impossibile da trattenere. Il luogo in cui Maria di Magdala riceve il mandato di annunciare che la morte è vinta perché Gesù di Nazareth ora è risorto, è il Signore, è il Vivente che non può più morire”.  

Sinodo: la sfida pastorale della poligamia e l’ascolto del grido dei poveri e della terra

Nei giorni scorsi la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.2 su ‘Ascoltare il grido dei poveri e della terra’ e quello della Commissione SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) su ‘La sfida pastorale della poligamia’.

Il Rapporto finale del Gruppo di Studio 2 si sviluppa in più sezioni: preceduto da una riflessione del Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Rapporto intende rispondere alle cinque domande fondamentali affidate al Gruppo sul come la Chiesa possa ascoltare meglio il grido dei poveri e della terra.

Il documento prende le mosse dalla convinzione teologica che ascoltare i poveri e la terra non sia un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano.

Come ha ricordato il card. Czerny nella sua prefazione, il termine ‘ascolto’ designa un processo integrale che comprende l’incontro, la comprensione del problema, l’azione, la valutazione e il sostegno spirituale, e che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero. La domanda guida dell’intero lavoro del Gruppo diventa pertanto: come può la Chiesa ascoltare meglio questi due gridi interconnessi, consapevole che rispondere al grido dei poveri significa anche rispondere al grido della terra, e viceversa?

Successivamente, dopo aver delineato le modalità di lavoro, i limiti riscontrati e le lezioni apprese, il Rapporto individua gli strumenti già disponibili nella Chiesa (parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche e internazionali) e ne valorizza la ricchezza, invitando al contempo a superare la tentazione di una delega illegittima verso strutture specializzate, richiamando ogni battezzato alla corresponsabilità.

Tra le proposte concrete figura la creazione di un ‘Osservatorio Ecclesiale sulla Disabilità’, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati. Sul piano teologico, il Rapporto richiama la necessità di una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali.

Forte attenzione è riservata alla formazione: i programmi formativi per laici, religiosi e seminaristi devono integrare l’incontro diretto con le periferie esistenziali, la competenza all’ascolto come disciplina spirituale (non solo come tecnica) e l’analisi sociale. Il documento si conclude con una visione di Chiesa sinodale capace di diventare essa stessa strumento di ascolto, non limitandosi ad avere strutture per ascoltare, ma trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili.

I messaggi chiave sono stati che il ministero sociale non può essere delegato — tutti i cristiani hanno la responsabilità di ascoltare e rispondere — e che la comunicazione bidirezionale tra parrocchie, ministeri, vescovi e organismi è essenziale per la missione condivisa. L’Appendice C sottolinea che rispondere ai gridi dei poveri e della terra è parte integrante della missione dell’intera comunità cristiana, e non solo di quella degli specialisti.

Le 20 raccomandazioni del Rapporto riguardanti il cruciale ambito della formazione includono: privilegiare gli incontri diretti con le persone impoverite e vulnerabili, garantendo che si ascoltino voci diverse, quali quelle di donne, bambini, comunità indigene e del creato stesso; riconoscere le persone impoverite come soggetti attivi dell’evangelizzazione, e non semplici destinatari di servizi; insegnare l’ascolto come parte integrante della Dottrina Sociale della Chiesa, dell’advocacy e del discernimento spirituale; integrare le preoccupazioni ecologiche e sociali; garantire l’accesso alla formazione per coloro che vivono ai margini, in particolare i Popoli Originari, le donne e le persone con disabilità; fornire risorse per l’ascolto, la competenza interculturale, l’analisi di genere e culturale, e la capacità di risposta al grido della terra.

Mentre il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SCEAM) ha elaborato una riflessione organica sulla sfida pastorale della poligamia, radicata nel contesto culturale, antropologico e teologico del continente africano. Il Rapporto prende avvio dal riconoscimento del valore sacro della famiglia africana, fondata sull’alleanza tra i gruppi umani, con gli antenati e con Dio, in cui il figlio è considerato benedizione divina e il desiderio di numerosa discendenza parte integrante dell’identità comunitaria.

E’ in questo orizzonte che si colloca storicamente l’esistenza della poligamia, fenomeno non esclusivo dell’Africa ma ivi particolarmente radicato e pastoralmente urgente. L’’analisi biblica ne ha rivelato l’ambivalenza: tollerata nell’Antico Testamento, essa è progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù (richiamandosi al disegno originario del Creatore) afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio.

Il documento ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Sul piano pastorale, il SCEAM esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico.

Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria, Madre di Gesù, offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura. La conclusione apre verso una ‘pastorale di prossimità’ capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’Alleanza.

Entrambi i Rapporti, nelle loro diversità tematiche, testimoniano il cammino sinodale della Chiesa: una Chiesa che ascolta, che discerne, che accompagna e che, radicata nel Vangelo, non cessa di farsi prossima a ogni uomo e donna rispondendo alle sfide del nostro tempo.

La Pasqua come grembo di pace in un mondo ferito

“L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: ‘Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato’. Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Abbiamo recuperato questo passaggio della catechesi di papa Leone XIV, pronunciato nell’udienza generale di mercoledì 10 dicembre dello scorso anno, per introdurci nella Settimana Santa, che condurrà il fedele alla Resurrezione di Pasqua, accompagnati dal teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, consigliere nazionale del Centro di Azione Liturgica (CAL) ed autore di pubblicazioni dogmatiche e liturgiche.

La Settimana Santa inizia il cristiano al mistero pasquale: con quale ricchezza liturgica si compie questo percorso?

“La Settimana Santa non è una semplice rievocazione storica, ma l’irruzione del ‘kairós’, il tempo di grazia, nel ‘krònos’, il tempo cronologico. La sua profondità risiede nella capacità di introdurci nel Mistero attraverso una polifonia di segni: l’agitare delle palme, il profumo del crisma, l’umiltà del catino e la nudità della croce.

Il Triduo Pasquale, in particolare, costituisce un’unica celebrazione distesa in tre giorni: dalla Cena del Signore al silenzio del Sabato, fino all’esplosione di luce della Veglia, la liturgia ci educa a non essere spettatori, ma contemporanei dell’Evento. Questa ricchezza scuote i sensi: il tocco dell’acqua, il calore del fuoco, il sapore del pane… La Chiesa non spiega il mistero, lo celebra, cioè lo rende spazio vitale dove il cristiano muore all’uomo vecchio per risorgere, con Cristo, come creatura nuova”.

Come è possibile che la croce, da strumento di morte, possa diventare il paradosso di un segno di salvezza?

La croce è il ‘luogo’ di un capovolgimento che sfida la logica della forza e della sopraffazione. Nella liturgia del Venerdì Santo, non veneriamo un patibolo, ma l’Amore che lo ha abitato rendendolo luminoso. E’ il paradosso cristiano: l’Infinito si fa carne piagata per medicare ogni nostra ferita di guerra e violenza. La morte, che oggi vediamo mietere vite innocenti, viene assunta dal Verbo e trasformata in un ponte di riconciliazione. La croce è salvezza perché è l’abbraccio di Colui che muore per cambiare il cuore dell’uomo.

Nel rito dell’Adorazione, il bacio non è per il legno, ma per la Misericordia che si è lasciata inchiodare per noi. E’ la ‘croce della Vita’: come un fiore che spacca la pietra, la salvezza fiorisce laddove l’odio aveva scavato abissi, insegnandoci che ogni venerdì di dolore è già visitato dalla luce inarrestabile della domenica”.

Allora oggi abbiamo piena coscienza che, attraverso la Pasqua, Cristo introduce il credente nel Regno di Dio?

“La consapevolezza di questa cittadinanza celeste è spesso il tassello mancante nella nostra spiritualità. Con la Pasqua il Signore opera una ‘traslocazione esistenziale’; attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, noi siamo realmente innestati nel Regno di Dio. Qui sta la tensione del ‘già e non ancora’: la vittoria sul peccato è ‘già’ compiuta, ma i suoi frutti ‘non ancora’ si sono pienamente manifestati nella storia.

Spesso riduciamo la salvezza ad un premio futuro, dimenticando che l’eternità inizia nel presente. Essere coscienti di questa dinamica significa guardare il mondo con occhi nuovi. Non siamo più schiavi della paura, ma liberi di amare! Una certezza che, nella forza dello Spirito Santo, ci dice che l’agire del cristiano non insegue utopie, ma manifesta una realtà divina”.

Quasi 80 anni fa l’enciclica ‘Mediator Dei invitava ad orientare lo sguardo alla risurrezione: è possibile per il cristiano ‘aspirare’ al cielo?

“L’aspirazione al cielo non è un’evasione, ma l’orientamento del nostro essere ‘viatores’, pellegrini nel tempo. L’enciclica ‘Mediator Dei’, antesignana della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, ci ricorda che la liturgia è il punto in cui il cielo bacia la terra. Aspirare al cielo significa lasciarsi attrarre dalla forza gravitazionale della risurrezione. Non è un pio desiderio, ma un’esperienza sacramentale: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, l’invito ‘In alto i nostri cuori’ ci chiama a sollevarci sopra le contingenze per immergerci nella gloria di Dio.

La bellezza dei riti ed il canto sono riverberi di una pienezza che il Mistero ci dona. Questa tensione al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci dà il coraggio di trasformarla. Chi aspira alla patria celeste diventa più responsabile di quella terrena, sapendo che ogni frammento di bene compiuto è una pietra della nuova Gerusalemme che Dio sta edificando con noi”.

Allora con la Pasqua nasce anche una ‘Chiesa che genera’ nuovi figli?

Certamente. La Pasqua è l’evento nuziale in cui, dalle piaghe di Cristo, nasce la Chiesa come Madre dei viventi. In un tempo segnato da sterilità e conflitti, riscoprire una ‘Chiesa che genera’ è l’atto profetico più urgente. Questa maternità non è una strategia organizzativa: la Chiesa si pone come grembo che, attraverso il rito e la parola, partorisce figli capaci di trasfigurare la storia.

L’Iniziazione cristiana, tema della prossima Settimana Liturgica Nazionale a Catania (24-27 agosto), è un’immersione nel fuoco del Risorto, un cammino dove la comunità intera si fa spalla per chi è stanco. Siamo chiamati a pensare un modello di Iniziazione adatta a questo tempo: una liturgia che torni a essere esperienza vitale, capace di guarire le ferite e di educare alla comunione.

La Chiesa genera quando crea un ambiente familiare, in cui la fede si fa adulta ed il credente impara a diventare protagonista di una civiltà dell’amore. Si tratta di una maternità sacramentale che risponde alla logica della morte con quella del dono: ogni nuovo battezzato è una sentinella di pace, la promessa che la vita fiorirà sempre nell’abbraccio del Padre”.

(Tratto da Aci Stampa)

Quaresima alla luce della Parola di Dio

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.

A pochi giorni dalla Pasqua con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?

“Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”.

Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?

“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”.

Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?

“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”.

Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?

“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il rapporto sulle donne del Sinodo

‘Non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa’: è uno dei passaggi chiave del Rapporto finale del Gruppo 5, uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da papa Francesco nel 2024 per elaborare pareri e proposte su questioni emerse nel corso del Sinodo sulla Sinodalità. Questo Gruppo era incaricato, sotto il coordinamento dal Dicastero per la Dottrina della Fede, di approfondire ‘questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali’, tra cui il tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa, ha consegnato il suo report conclusivo alla Segreteria generale del Sinodo.

Questo Gruppo (dopo quello sulla missione digitale e la formazione dei sacerdoti) ha trasmesso il proprio studio, frutto di un articolato percorso di ascolto, analisi, ricerca e dialogo con episcopati e università, secondo volontà di papa Leone XIV, che ha stabilito che, man mano che i vari rapporti verranno consegnati, siano diffusi ‘in spirito di trasparenza’.

Il Rapporto finale del Gruppo 5 è suddiviso in tre parti. La prima parte racconta la storia del Gruppo 5 del Sinodo sulla Sinodalità e illustra i passaggi storici e metodologici della stesura del Rapporto finale. La seconda parte offre una sintesi ragionata dei temi emersi dall’approfondimento sinodale ed è composta da cinque paragrafi: Onorare una promessa, Questioni di fondo (I): natura relazionale dell’essere umano; Questioni di fondo (II): la potestas; Questioni di fondo (III): i ministeri; Punto di fuga: la dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. La terza parte del Rapporto finale offre numerose appendici di approfondimento delle questioni teologiche, pastorali e canonistiche affrontate nella seconda parte; in esse si includono diverse proposte e informazioni inviate al Gruppo 5.

In questa breve sintesi, appare opportuno ricordare due temi particolarmente svilupparti in questa sezione del Rapporto finale.

Il primo tema riguarda  il fatto che la riflessione sulla partecipazione delle donne nella Chiesa non può prescindere dal considerare il maschile e il femminile insieme, come parte di una medesima missione, in un contesto ecclesiologico di comunione. Pertanto, occorre riflettere in particolare circa la riformulazione degli ambiti di competenza del ministero ordinato. Infatti ‘la configurazione del sacerdote con Cristo Capo (vale a dire, come fonte principale della grazia) non implica un’esaltazione che lo collochi in cima a tutto il resto’ (Es. ap. Evangelii gaudium, n. 104).

Piuttosto, “quando si afferma che il sacerdote è segno di ‘Cristo capo’, il significato principale è che Cristo è la fonte della grazia: Egli è il capo della Chiesa ‘perché ha il potere di comunicare la grazia a tutte le membra della Chiesa’. Per questo è bene ricordare, come ribadito da san Giovanni Paolo II, che ‘anche se la Chiesa possiede una struttura ‘gerarchica’, tuttavia tale struttura è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo’ (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem 27). Ciò è di fondamentale importanza per comprendere la natura dell’autorità detenuta dalla gerarchia, in quanto ‘sua chiave e suo fulcro non è il potere inteso come dominio, ma la potestà di amministrare il sacramento dell’Eucaristia; da qui deriva la sua autorità, che è sempre un servizio al popolo’. E’ chiaro che tali affermazioni magisteriali hanno delle conseguenze concrete per la vita ecclesiale. Ridefinire questi ambiti di competenza potrebbe aprire al riconoscimento di nuovi spazi di responsabilità per le donne nella Chiesa. In questo contesto si apre la possibilità di nuovi ministeri, anche per la guida di comunità, per le laiche e i laici, le religiose e i religiosi.

Il secondo tema ha a che fare con la riscoperta della dimensione carismatica del ruolo delle donne nella Chiesa. Infatti, insieme ai ministeri conosciuti ‘si affiancano ministeri non istituiti ritualmente, ma esercitati con stabilità’. Questo fatto era già stato riconosciuto da san Giovanni Paolo II: ‘accanto al ministero ordinato, altri ministeri, istituiti o semplicemente riconosciuti, possono fiorire a vantaggio di tutta la comunità, sostenendola nei suoi molteplici bisogni’ (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, n. 46).

Questi servizi non istituiti ritualmente rispondono a un vero bisogno del popolo di Dio e non rappresentano il semplice compimento di un desiderio personale. Sono, in verità, arricchiti da carismi seminati dallo Spirito, che è sempre datore di tutti i doni di cui necessita il bene del corpo ecclesiale. Si deve così pensare che, lì dove c’è un bisogno per l’evangelizzazione, lo Spirito conferisca già a qualcuno un carisma per rispondervi. Restare unicamente nel tracciato della vita ministeriale istituita, in merito alla partecipazione delle donne alla guida della Chiesa, ci racchiude e impoverisce.

Questa strada ministeriale potrebbe coinvolgere solo alcune donne con certe caratteristiche, capacità e stile più legati a una forma di essere e agire. I ministeri sono certamente un grande bene, ma non risolvono la necessità di promuovere la possibile fecondità di tutte le donne per la vita della Chiesa. I carismi hanno una maggiore presenza capillare che permette di arrivare lì dove le solite strutture non hanno la capacità di penetrare. Non sono una realtà soggettiva e marginale, ma un dono oggettivo di fronte a tanti urgenti bisogni della gente ordinariamente non esauditi dalle vie strutturali della Chiesa.

Infine il contributo di papa Leone XIV: “Papa Leone XIV ha dimostrato il suo sostegno al ruolo delle donne nella Chiesa, sia con le parole sia con le azioni. Per esempio, in un’udienza con i rappresentanti degli istituti religiosi femminili, ha elogiato le religiose per la loro disponibilità «nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità.Il Santo Padre ha aggiunto: Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.

Missionari Martiri: gente di primavera

Oggi, nella data in cui si fa memoria dell’assassinio di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, avvenuto il 24 marzo 1980, ricorre la 34^ Giornata dei Missionari Martiri, a causa del suo impegno accanto al popolo salvadoregno in lotta contro un regime indifferente alle condizioni dei più deboli e dei lavoratori, unito alla sua testimonianza di vita cristiana autentica in ascolto della Parola di Dio e allo stesso tempo così vicina e attenta agli ultimi e audace, l’hanno reso un punto di riferimento:

“Questo giorno ci invita a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate”.

Questa ricorrenza invita pertanto a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate.

Il tema della Giornata dei Missionari Martiri di quest’anno, ‘Gente di primavera’, si ispira al Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale dello scorso anno in cui papa Francesco ricordava che la missione è un’azione comunitaria: tutta la Chiesa è chiamata a dare continuità alla missione di Cristo. Superando difficoltà e debolezze, essa è spinta dall’amore di Cristo a camminare unita a Lui e a farsi carico, insieme a Lui, del grido che sale dall’umanità:

“Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia. Siamo allora ‘gente di primavera’, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti perché in Cristo crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole sull’esistenza umana”.

Nell’introdurre questa giornata Elisabetta Vitali, segretaria nazionale di ‘Missio Giovani’, ha evidenziato il lascito dei missionari martiri: “La loro testimonianza diventa seme fecondo e ci interpella, spingendoci a rinnovare il nostro impegno battesimale, a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. Ci insegna che la vera missione è spendersi totalmente per amore e che il Vangelo si vive e si testimonia nelle periferie esistenziali e geografiche, mostrandoci la via di una fede che non ha paura di sporcarsi le mani e che si mette a servizio dei fratelli e delle sorelle”.

Secondo il rapporto dell’Agenzia Fides nello scorso anno sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. La ripartizione continentale evidenzia che il numero più elevato di operatori pastorali uccisi nell’anno  si è registrato in Africa, dove sono stati assassinati 10 missionari (6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti). Nel Continente americano sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico). In Europa è stato ucciso un sacerdote. Inoltre dal 2000 al 2025 il totale dei missionari ed operatori pastorali uccisi è di 626, un dato che è in aumento a causa dei recenti conflitti.

Inoltre in questa giornata ‘Missio Giovani’ sostiene il progetto ‘Napenda Kuishi’ nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi per accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita: “Lo slogan della Giornata dei Missionari Martiri ci ha guidato in questa esperienza concreta: vogliamo infatti essere gente che porta speranza e amore in questi contesti, soprattutto dove giovani nostri coetanei vivono in situazioni di grande difficoltà.

Il sogno e la speranza per questi giovani è che, attraverso questo progetto, diventino un segno tangibile di chi sceglie di non abituarsi alle ingiustizie, alla povertà, e che possano essere proprio loro testimoni del coraggio di scegliere un futuro migliore e più dignitoso. In Quaresima, mentre preghiamo per i missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, ci sentiamo chiamati a tradurre il loro esempio in azioni concrete”.

(Foto: Missio Giovani)

San Tommaso d’Aquino: l’attualità del rapporto tra fede e ragione

“Infatti la scienza di una cosa non è compatibile con l‘opinione, poiché la scienza esige che chi conosce veda che l‘oggetto conosciuto non può essere diversamente, mentre l‘opinione implica l‘accettazione di questa possibilità. Se invece si tiene una cosa per fede si deve affermare l‘impossibilità che essa sia diversamente, data la certezza della fede; tuttavia una stessa cosa non può essere sotto lo stesso aspetto oggetto di scienza e di fede, poiché ciò che è conosciuto per scienza è visto, mentre ciò che è creduto non è visto, come si è spiegato [nel corpo]”:così scriveva san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, sottolineando che la scienza non è un’opinione.

Ed ancora in un altro passo l’Aquinate ha sottolineato lo ‘stretto’ legame tra fede e ragione: “L’intelletto, più partecipa della luce della gloria, più perfettamente vede Dio. Ma partecipa di più della luce della gloria chi ha un grado superiore di carità, poiché là vi è maggiore carità dove vi è maggiore desiderio, quel desiderio che in qualche modo rende colui che desidera adatto e pronto a ricevere la cosa desiderata. Da cui deriva che colui che avrà avuto più carità, vedrà più perfettamente Dio”.

Partendo da tali sollecitazioni con il teologo domenicano p. Antonio Olmi riflettiamo su tale rapporto, chiedendogli di spiegare quale posto hanno fede e ragione in san Tommaso d’Aquino:

“Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la retta ragione guida alla fede, e che la fede purifica e illumina la ragione. ‘Ragione’ non intesa come ‘razionalità scientifica’, che opera solo attraverso evidenze concettuali e certezze dimostrabili, bensì come ‘ragionevolezza sapienziale’: che si fonda, al tempo stesso, sul ‘buon senso’ e sul ‘buon cuore’, facoltà comuni agli esseri umani di ogni tempo, ogni luogo e ogni cultura.

Tra tutti i pensatori cristiani, san Tommaso d’Aquino (‘il più santo tra i dotti, il più dotto dei santi’, come lo ha definito papa Pio XI nel 1923) è quello che più, e meglio, di ogni altro ha sottolineato il rapporto che lega la ragione naturale alla fede, mettendo in luce il rapporto di unità-distinzione-ordinamento tra le due: la fede e la ragione sono distinte, la fede è superiore alla ragione, ma ambedue sono unite per giungere alla conoscenza di Dio che ci è data dalla Rivelazione cristiana”.

Perché il ‘Doctor communis’ è una risorsa per la Chiesa?

“Il titolo di ‘Doctor communis’, cioè di ‘dottore universale’, è stato attribuito a san Tommaso d’Aquino nel corso dei secoli a causa dell’autorità e della diffusione del suo pensiero filosofico-teologico. ‘Universale’, proprio perché la comprensione profonda che egli ha avuto del rapporto tra ragione è fede è un contributo indispensabile per approfondire e per vivere ciò che la Chiesa cattolica (‘universale’, appunto) ci tramanda dell’insegnamento di Gesù Cristo. Tale contributo, nel mondo contemporaneo, è particolarmente significativo: in un momento in cui le istanze della ragione e della fede sembrano divergere, ai limiti dell’incompatibilità, l’insegnamento dell’Aquinate costituisce la risorsa più preziosa per un approccio al cristianesimo rispettoso delle caratteristiche e dei limiti dell’intelligenza umana”.

‘Canta, o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso che il Re delle nazioni,

frutto benedetto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo: questo è l’inizio di. ‘Pange, lingua tantum èrgo sacramentum’. Per quale motivo la lingua ‘canta un sì grande sacramento’?

“Canta, o mia lingua, un così grande sacramento (‘Pange, lingua, tantum ergo sacramentum’) è il titolo dell’inno eucaristico più noto della Chiesa cattolica. Papa Urbano IV, in occasione del miracolo di Bolsena del 1263, nel quale l’ostia aveva sanguinato al momento della consacrazione, l’anno seguente istituì la solennità del Corpus Domini, e diede a san Tommaso d’Aquino l’incarico di comporre un inno che ne esprimesse il significato.

Manifestando anche le sue doti poetiche, oltreché dottrinali, l’Aquinate in questi versi esprime il mistero eucaristico (‘Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne / e il vino nel suo sangue’), mettendolo in relazione con il piano salvifico della misericordia divina, con il mistero della nascita verginale, con la vita pubblica di Cristo, con il passaggio dall’Antica alla Nuova Legge”.

Allora, cosa significa per la Chiesa che l’Aquinate è co-patrono della missione educativa?

“Nominare san Tommaso d’Aquino co-patrono della missione educativa (insieme a san John Henry Newman) ha significato per la Chiesa cattolica riaffermare l’unione indissolubile tra fede e ragione, promuovendo un’educazione che sia intellettualmente rigorosa, profondamente umana e aperta alla verità. In questa prospettiva l’educazione diventa un atto di carità intellettuale, grazie al quale la conoscenza di Dio si riflette nell’amore per il prossimo; non solo come trasmissione di nozioni ma come un ‘compito d’amore’, che mira a far scoprire la propria vocazione alla santità, formando e sostenendo lo sviluppo dell’intera persona”.

Dopo 800 anni dalla nascita quale è la sua attualità?

“L’attualità perenne di san Tommaso d’Aquino consiste nell’aver fondato l’esercizio della ragione (inteso non solo come ricerca scientifica delle «cause seconde» delle cose ma come ricerca sapienziale delle ‘cause prime’) sulla valorizzazione e rigorizzazione di quella che san Giovanni Paolo II ha chiamato ‘filosofia implicita’: vale a dire, l’insieme di ‘certezze originarie dell’esperienza’ (le cose sono, il mondo è ordinato, l’io esiste, ed altre) e di ‘princìpi primi della conoscenza’ (causalità, finalità, identità, non contraddizione) che guidano la ragione naturale a giungere alla verità, cioè all’ ‘adeguazione dell’intelletto alla realtà’.

Solo questa adeguazione permette al pensiero di ‘funzionare’ correttamente, e quindi di esercitarsi come «retta ragione» che conduce dal mondo a Dio, e che permette di accogliere e di interpretare correttamente la Rivelazione di Dio all’uomo”.

Il papa in udienza generale ha chiesto ai giovani di seguire l’esempio di san Tommaso d’Aquino: in quale modo si possono trasmettere ai giovani i ‘frutti della contemplazione’?

Papa Leone XIV, nell’esortare i giovani a radicare la propria vita nel ‘cuore di Gesù’, fonte di sapienza e di santità, si è richiamato proprio all’esempio di san Tommaso. Radicarsi nell’amicizia con Gesù, pregare per e con gli altri, vivere un Vangelo concreto, ‘camminare insieme’ con il prossimo, educarsi all’amore fedele: tutti questi elementi costitutivi di un percorso di santità che inizi nell’età giovanile e prosegua con frutto nell’età matura sono possibili solo ‘obbedendo alla realtà’.

Solo insegnando ai giovani come esercitare la ‘retta ragione’, che accetta le cose per quello che sono e ne riconosce le perfezioni come partecipi della Perfezione suprema, è possibile insegnare loro a vivere un autentico atteggiamento contemplativo, in senso propriamente cristiano: che non solo è attratto dalla verità ma è mosso dalla carità della verità”.

Quindi un mistico per il tempo contemporaneo?

“Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la ‘carità della verità’ con cui egli si è santificato, ed ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, od influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta”.

(Tratto da Aci Stampa)

Ad Assisi un convegno su ‘Sorella Morte’ vista da san Francesco di Assisi

“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione. Oggi, ad 800 anni dalla sua morte terrena, san Francesco ripropone tale sfida: che cosa pensiamo della morte? Come l’affrontiamo? Come ci prendiamo cura di chi sta per finire i suoi giorni? Interrogativi che trovano senso nell’ampio orizzonte con cui guardiamo alla vita.

Da questo paradosso fecondo trae linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, che si terrà a Santa Maria degli Angeli dal 19 al 22 marzo, patrocinato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI, e si intreccerà con un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.

Il percorso riflessivo si snoderà attraverso quattro panel fondamentali: morte, infirmitate, tribulatione e cura, perché ‘siamo nati e non moriremo più’ con l’obiettivo di un messaggio di speranza che sappia abitare la ‘tribulatione’ con la forza della fraternità.

Al direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte:

“San Francesco chiama sorella la morte, perché ha stabilito un rapporto con la vita terrena, ma soprattutto con la vita eterna, cioè con la seconda parte della nostra vita. Quindi per lui la morte non è la fine di qualcosa, in quanto è un punto di passaggio verso una vita migliore, che è la vita eterna. Questo significa che la morte non fa paura ed in qualche modo mi accompagna: quella di san Francesco è una visione di forte fede”.

Ma la morte può essere considerata ‘sorella’?

“Ci facciamo questa domanda in base a come consideriamo la vita. Se per noi le scelte che facciamo in questa terra sono ‘tutto’ ed esaudiscono la nostra esistenza, allora la morte non può essere ‘sorella’, perché essa sarebbe quell’evento che conclude la nostra esistenza terrena. La morte diventa sorella nel momento in cui consideriamo la nostra vita, quella che viviamo sulla terra, come prima parte di una vita che sarà ancora più bella dopo”.

E’ possibile non ‘morire’ più?

“E’ possibile per chi crede e per coloro che non abbassano lo sguardo soltanto sulla vita terrena, ma alzano lo sguardo anche verso la vita eterna. Quando moriamo viviamo un rito di passaggio da questa vita a quella successiva. Chi rimane nella vita terrena continua a perpetuare un ricordo che tiene in vita i propri corpi; invece la persona che ha effettuato il passaggio verso la vita eterna non morirà più perché la promessa fatta da Gesù a ciascuno di noi è quella di un posto nell’altra vita”.

Oggi, allora, quale narrazione della morte è necessaria?

“Oggi viviamo una specie di schizofrenia, perché da una parte neghiamo la sofferenza e la morte, come segnala il filosofo coreano Byung-Chul Han il quale afferma che abbiamo costruito una società senza dolore: quindi ci neghiamo l’esperienza del dolore e della morte. Dall’altra parte abbiamo un’esposizione mediatica continua della violenza, che ci disorienta completamente. Invece la narrazione, di cui abbiamo veramente bisogno oggi, è una narrazione reale, che ci dica che la morte appartiene ad un percorso di vita ed essa è un rito di passaggio verso la vita eterna; infine la sofferenza e la malattia non sono una disgrazia ed una condanna, ma un’espressione della fragilità dell’uomo. Quindi, in questo senso, accogliamo la nostra vita e quello che verrà dopo”.

In quale modo è possibile accompagnare verso la morte?

“Credo che chi vive una malattia od una sofferenza e va verso la fine della vita terrena, chiede davvero una cosa: di avere a fianco qualcuno, perché la condanna peggiore di chi sta morendo è la solitudine. La risposta a tale domanda è quella prossimità, che chiede anche il passo evangelico del ‘buon Samaritano’ per non abbandonare in questo passaggio chi sta per morire attraverso una vicinanza, che racconta di relazione”.

Quindi l’eutanasia è un pretesto per negare la morte?

“L’eutanasia è una condizione, per cui voglio dominare la mia esistenza: in qualche modo voglio decidere io quale sarà il momento della mia morte. Nel rispetto di chi vive una condizione di sofferenza e di chi non considera più sostenibile la propria vita, dobbiamo considerare che non c’è una padronanza dell’uomo sulla vita. È una forma di rispetto che va mantenuta.

Nel caso in cui la mia esistenza non fosse più compatibile in questa terra «desidero morire», perché per me non è più sopportabile questa esistenza. Noi non siamo nelle condizioni di sofferenti, quindi è molto difficile esprimere quale sia il pensiero ‘giusto’, perché non sono in quella condizione. Considero per mia scelta il rispetto della vita la dimensione fondamentale della società; quindi la cultura della morte non mi appartiene”.

(Tratto da Aci Stampa)

L’anima e il corpo di san Francesco

Presso la Porziuncola frate Francesco morì nel 1226 un sabato sera, e quindi liturgicamente si era già nella domenica 4 ottobre. Con gli occhi della carne tutti poterono constatare che l’Assisiate era spirato ma mediante una visione più approfondita si riconobbe che quello fu un transito, ossia un passaggio. Infatti – come sintetizza il Catechismo della Chiesa Cattolica illustrando la resurrezione della carne proclamata nella professione di fede:

“Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù“.

Proprio nella consapevolezza del valore anche di quel corpo corruttibile, il giorno successivo al decesso fu portato solennemente in Assisi e precisamente nella chiesa di San Giorgio, per poi nel 1230 essere traslato definitivamente nella Basilica a lui dedicata dove ancora esso è custodito. Quelle ossa fragili anche loro un giorno parteciperanno alla gloria di cui per la misericordia del Signore già gode l’anima di san Francesco.

Di lui scrisse il cardinale John Henry Newman, canonizzato nel 2019 e dichiarato dottore della Chiesa nel 2025, nell’opera ‘Il sogno di Geronzio’: Vi fu un mortale, che ora è lassù in alto nella gloria: al quale, quando fu presso alla morte, fu concesso di unirsi al Crocifisso – Gesù, che le ferite del Maestro furono impresse nella sua carne, e, dell’agonia che in quell’abbraccio trafisse il corpo e l’anima, impara che la fiamma dell’Amore sempiterno arde prima di trasformare”.

(Tratto da Assisiofm)

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