Il pontificato di Francesco: una questione a doppia canna

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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 06.05.2024 – Andrea Gagliarducci] – Il Cardinale Pietro Parolin ha presentato lo scorso 24 aprile un libro del vaticanista Ignazio Ingrao sulle Cinque domande che agitano la Chiesa [QUI]. Nel suo discorso, il Segretario di Stato ha delineato l’impegno riformatore di Papa Francesco come un percorso irreversibile, per il quale dovrebbe esserci una risposta pastorale adeguata ovunque e, in ultima analisi, una risposta etica e morale.

Il Cardinal Parolin ha riconosciuto che ci vorrà pazienza per trovare il modo migliore per mettere a frutto le riforme di Papa Francesco, e ha anche riconosciuto che la Chiesa è “in una tempesta” come quella che ha assalito la barca di Pietro nel Vangelo di Matteo.

Le risposte alle cinque domande di Ingrao dovranno dare un senso a cose come la riforma sinodale – compreso un rinnovato ruolo dei laici e delle donne – il posto dei giovani nella Chiesa e nel mondo, l’attenzione ai poveri e l’evangelizzazione.

L’unica cosa che il Cardinal Parolin ha detto con certezza, è che non si può tornare indietro sulle riforme di Papa Francesco. Ma è davvero così? Siamo di fronte a percorsi irreversibili? E parlare di riforma è adeguato per la comprensione del pontificato di Papa Francesco? Queste non sono domande controverse. Invece, occorre stabilire quanto dell’opera di Papa Francesco è stata narrativa e quanto è stata concreta. Quanto si è puntato sull’immagine del Papa e della Chiesa povera per i poveri, e quanto invece sulla realtà?

Innanzitutto, un percorso irreversibile è quello sul quale semplicemente non si può tornare indietro perché la strada è stata tagliata. Quindi, consideriamo i fatti.

«Il nome di Dio è misericordia», espressione molto cara a Papa Francesco, è stata coniata e utilizzata da Papa Benedetto XVI. Il ruolo dato ai laici e alle donne era già presente ed era stato sviluppato in una direzione, prima che Papa Francesco cambiasse la direzione. Non esistevano capi di dipartimento curiali laici, ma questo perché l’ecclesiologia governante prevedeva che i capi di dipartimento, governando con il Santo Padre, dovessero essere “in collegio” con il Santo Padre e, quindi, essere almeno vescovi. Eppure c’erano dei laici al vertice e con ruoli di responsabilità; lo storico Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls, è stato anche membro della delegazione pontificia al Congresso dell’ONU su popolazione e sviluppo a Pechino, Mary Ann Glendon è stata Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze.

Si dovrebbe giudicare una responsabilità e un onere partendo da una posizione puramente burocratica? La Chiesa dovrebbe essere interpretata solo secondo questi criteri?

E poi, il tema della nuova evangelizzazione, sancito anche dalla costituzione di un dicastero sotto Benedetto XVI; quello della conversione dei cuori, presente praticamente in tutti i pontificati; quello della pastorale per i poveri e gli ultimi, che non è mai mancato nella storia della Chiesa. La Chiesa, dopo tutto, si riforma sempre, ma è sempre rimasta la stessa; ha sempre creduto nelle stesse cose. Questo va oltre le narrazioni, che lo hanno dipinto diversamente da quello che è, e anche la presenza di uomini di Dio che erano corrotti e il passaggio in epoche altrettanto complicate. Quindi, se la via di Papa Francesco è parte del lungo cammino della Chiesa, allora è un processo irreversibile, perché è semplicemente parte del cammino che la Chiesa sta facendo. Se però si vogliono guardare alle novità portate da Papa Francesco, allora il discorso diventa più complicato.

A livello dottrinale Papa Francesco formalmente non ha toccato nulla. Il fatto, ad esempio, che il possesso stesso di armi nucleari costituisca un peccato è una sorta di corollario a quanto già dice la Chiesa sul tema del disarmo totale. Anche la sua chiara spinta a spostare l’ago della dottrina sulla pena di morte non è andata fino in fondo.

Non possono essere considerate riforme dottrinali quelle basate sul discernimento caso per caso della comunione per le coppie irregolari o anche sulla nullità matrimoniale. Sono forse una pratica più leggera, libera da alcuni “pesi” formali del passato (ammesso che fossero da considerarsi pesi e non cura pastorale), ma di fatto non hanno cambiato la dottrina. Anche la famosa, dibattuta e controversa Fiducia supplicans sulla benedizione delle coppie irregolari, stabilisce fin dall’inizio che non vi è alcuna volontà di effettuare un cambiamento dottrinale.

La riforma della Curia è destinata ad essere fugace. Tutte le riforme della Curia sono state così, a partire dalla riforma Sistina, e questo è normale perché organizzazione e percezione cambiano nel tempo.

C’è forse un cambio di passo sul tema dell’ecclesiologia o su come la Chiesa percepisce se stessa. Le azioni del Papa sembrano far percepire la Chiesa più come un’organizzazione riformata, che come una comunità di credenti. Lo stesso modo con cui Papa Francesco ha parlato del Conclave nelle ultime interviste, suggerisce un’interpretazione politica, sociologica e pragmatica della Chiesa.

In pratica, il lato pragmatico di Papa Francesco ha il sopravvento quando si tratta di prendere decisioni. È un uomo unico al comando che decide e poi cerca di dare alla decisione una connotazione di continuità con il passato. Ma si tratta di una continuità artificiale, che si fonda su riferimenti decontestualizzati. Vedi, ad esempio, come il Cardinal Fernández ha definito un cambiamento nell’atteggiamento della Chiesa nei confronti della schiavitù, senza considerare, però, che i documenti a cui si riferiva non erano dottrinali. Tuttavia, erano invece documenti di governo, pragmatici per natura.

Quando in passato vi è stato una vera riforma, questa si è stabilizzata nel corso di molti anni. Cercava la continuità con il passato e dava una visione ecclesiologica che potesse essere in linea con i tempi ma non rompere con la tradizione.

Papa Francesco, invece, ha dimostrato di avere un modo di agire più politico e quindi ha bisogno di creare successivamente una narrazione affinché potesse essere inserito nella continuità.

Il risultato è una sorta di doppia ecclesiologia: quella ideale, fondata sulla fede e sulla comunione dei credenti, che porta Papa Francesco a mostrare preoccupazione, ad esempio, per iniziative come il percorso sinodale tedesco; e quella pragmatica, che invece agisce secondo criteri diversi e cambia le carte in tavola.

Una delle conseguenze di questa ecclesiologia pragmatica è la vaticanizzazione della Santa Sede. Papa Francesco ha definito, con molti atti, la priorità dello Stato della Città del Vaticano rispetto alla Santa Sede. Quindi la priorità dei “mezzi”, rispetto al grande scopo della presenza internazionale della Chiesa. Questo criterio, però, deriva da una visione ecclesiologica, che indebolisce l’intera costruzione della Chiesa e della Santa Sede come sua espressione internazionale. Si tratta di un’ecclesiologia che non è in stretto legame con Cristo ma sembra trascurarlo a favore di una migliore organizzazione e presenza mondiale.

Ciò suscita interesse nelle organizzazioni internazionali. In definitiva, se la Chiesa parla di grandi valori e mette in luce i problemi del mondo in crisi, non può essere ascoltata perché mina un modello di comprensione del mondo. Se parli un linguaggio più pragmatico, entri nei dibattiti internazionali con un linguaggio politico e ti concentri sulle sfide decise dal mainstream, diventi un organismo simile agli altri e, quindi, assimilabile.

Supponiamo che tutto ciò crei un paradosso a livello internazionale. In quel caso alcuni osservatori – come il vaticanista Filippo Di Giacomo – non mancano di notare che il problema ecclesiologico diventa fondamentale. Se l’ecclesiologia è debole, la cristologia è debole. E se manca il discorso su Cristo, manca il fondamento stesso della Chiesa.

È un dibattito aperto. Ma forse è proprio questa la questione più grande che agita la Chiesa. Non se le riforme di Papa Francesco resisteranno, ma se ha effettivamente riformato qualcosa.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].

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