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Papa Leone XIV ringrazia il Circolo di san Pietro per l’obolo di carità
“Dal 1869 il vostro benemerito Sodalizio raggiunge, a nome del Papa, tante persone bisognose della nostra amata città di Roma, offrendo i pasti che quotidianamente distribuite, gli asili notturni per le persone senza fissa dimora, gli alloggi per le famiglie in difficoltà e altri servizi. E’ un’opera lodevole, che realizza il comandamento del Signore di una carità che, nel segreto, attende solo da Dio la sua ricompensa. Contribuite a formare il volto bello della Chiesa, che testimonia il Vangelo tra i poveri e gli ultimi”: il giorno successivo all’annuncio della sua operazione, papa Leone XIV ha incontrato i soci del ‘Circolo san Pietro’, che è un’istituzione che è a supporto della Prefettura della Casa Pontificia, e si occupa della raccolta, nella diocesi di Roma, dell’Obolo di San Pietro,.
Nel discorso il papa sui ‘cardini’ del carisma dell’istituzione (preghiera, azione e sacrificio) attraverso la ‘lente’ della carità: “In primo luogo, infatti, la preghiera è il fondamento della carità. Non è casuale che la prima parola del vostro motto rimandi al legame con Dio. Non si può dare se non ciò che si è ricevuto. E la preghiera è appunto quella relazione attraverso la quale riceviamo la medesima carità che siamo chiamati a donare. Vi incoraggio sempre a tornare alla Parola di Dio e alla preghiera come fonte inesauribile della vostra dedizione.
La preghiera, quindi, sprona all’azione: “La seconda parola del vostro motto, ‘azione’, indica la prospettiva verso cui volgere l’amore ricevuto da Dio. La preghiera, infatti, diventa efficace quando tende verso il prossimo. La caritas generata dallo Spirito Santo è l’amore di Dio riversato nei nostri cuori: un amore che si fa impegno di vita e servizio. Questo amore deve diventare meta, stile e senso del nostro vivere”.
Da qui l’ultima parola richiamata è il sacrificio, attraverso una definizione di sant’Agostino, che è un richiamo ad esercitare la carità: “Il terzo perno attorno a cui ruota il vostro carisma, il sacrificio, rinvia, infine, al cuore della carità, indicandoci il modo con cui vivere l’equilibrio tra preghiera e azione… Nell’offerta del vostro tempo, del vostro entusiasmo e anche della vostra fatica a favore dei più piccoli, voi prendete parte all’opera stessa di Cristo, che ci ha amati e ha dato la sua vita per noi.
Uniti al suo sacrificio, dunque, non siamo più noi a vivere, ma Cristo stesso vive in noi. Carissimi, la carità sia sempre fonte della vostra preghiera, anima della vostra azione, espressione del vostro sacrificio spirituale”.
Infine un ringraziamento per la donazione fatta per mantenere le necessità della Chiesa: “La vostra devozione è sempre presente con me, perché porto sempre anche il dono che mi avete fatto al momento della mia elezione e vi ringrazio sinceramente. Esso sostiene (qui parlo dell’obolo che voi oggi consegnate) la sollecitudine del Vescovo di Roma per questa città ed è, al contempo, aiuto alle esigenze della Sede Apostolica nel servizio di tutta la Chiesa”.
Inoltre ha scritto al decano del collegio cardinalizio, card. Giovanni Battista Re, che da qualche giorno ha lasciato l’incarico di Decano del Collegio cardinalizio, ripercorrendo la sua ‘vita’ di servizio alla Santa Sede: “Chiamato già da giovane sacerdote al servizio della Santa Sede, Ella è diventato, attraverso i numerosi e delicati incarichi nella Curia Romana, collaboratore fidato dei Sommi Pontefici, in particolare di San Giovanni Paolo II, che La volle prima Assessore della Segreteria di Stato, poi Segretario della Congregazione per i Vescovi e quindi Sostituto della Segreteria di Stato”.
Ha anche ricordato il Giubileo del nuovo millennio: “Al fianco del Papa del Grande Giubileo del 2000, Ella ha diretto e coordinato con efficacia i molteplici uffici posti a disposizione del suo magistero e della sua missione pastorale, accompagnandolo in una serie memorabile di Viaggi apostolici in Italia e in tutto il mondo. All’inizio del nuovo millennio, il Santo Pontefice La pose a capo della Congregazione per i Vescovi e La creò Cardinale”.
Insomma, è stato un percorso di testimonianza: “Questo lungo cammino Le ha permesso di acquisire una straordinaria conoscenza della Chiesa universale, arricchita da moltissime relazioni personali. Penso di non sbagliare dicendo che Lei, Eminenza, è stato ed è uno dei servitori della Santa Sede più conosciuti e stimati. A ciò ha contribuito non poco il Suo stile aperto, cordiale, franco, e la Sua capacità di affrontare le situazioni e i problemi con saggezza e concretezza, sempre fedele agli insegnamenti della Chiesa e con grande amore per il Successore di Pietro.
Nell’ufficio di Decano del Collegio Cardinalizio, la Sua figura è apparsa ancora più visibile e molti, nel Popolo di Dio e non solo, hanno apprezzato la Sua testimonianza sacerdotale nelle Celebrazioni eucaristiche da Lei presiedute, da ultimo in occasione delle esequie di Papa Francesco”.
Una testimonianza che è attestata dal motto: “Caro e venerato Fratello, tutti abbiamo sempre ammirato in Lei il vigore della fede e dello zelo nel ministero, così ben fusi con le doti di operosità attinte dalle Sue radici familiari e dell’amata Val Camonica. Ma il motto che scelse al momento dell’elezione all’episcopato, ‘Virtus ex alto’, attesta quanto Lei abbia sempre saputo invocare e ricevere forza dal Signore e dalla sua Grazia, e questo accresce in chi La conosce la stima e la gratitudine”.
(Foto: Santa Sede)
Il papa ai direttori di musei: l’arte orienti alla bellezza
“Per lavoro e per passione, sapete bene che ogni museo è luogo di memoria, di bellezza e di storia, che favorisce l’incontro tra generazioni, promuovendo la cultura e l’umana creatività. Nel corso dei secoli la Chiesa ha coltivato un rapporto speciale con la dimensione artistica, apprezzando ogni sua forma. L’arte, infatti, è il modo attraverso il quale l’uomo, con il proprio ingegno, valorizza e trasfigura la materia, ovvero il creato che abita a immagine e somiglianza di Dio”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto il Bizot Group, una rete internazionale che riunisce i direttori di importanti musei del mondo, ribadendo il ruolo degli spazi espositivi come ‘luoghi di bellezza’ che favoriscono ‘l’incontro tra generazioni, promuovendo la cultura e l’umana creatività’.
Durante l’incontro ha ricordato il tema dell’incontro: “Il tema del vostro incontro, la Materialità, risulta al riguardo di particolare interesse, oltre che per esplorare i rapporti tra oggetto e interpretazione dell’opera d’arte, anche per riflettere sulla qualità specifica della materia, come luogo nel quale Dio stesso ha voluto rivelarsi”.
Quindi ha sottolineato che la materia è un dono: “Anzitutto, la materia è disponibile: è un dono che ci viene consegnato. Con la sua maestria l’artista trasforma quanto ha tra le mani facendone a propria volta dono per gli altri: è così che l’elaborazione della cultura valorizza la bellezza del creato”.
Poi ha spiegato la duttilità della materia: “La materia, inoltre, è duttile: può essere modellata secondo l’idea dell’artista, per esprimerne l’intuizione, dando corpo o suono a emozioni, sogni e parole. L’arte, infatti, è un processo creativo attraverso cui l’uomo, imitando l’opera di Dio, plasma la materia per infondervi un significato trascendente. Essa diventa così segno di quella bellezza che ridesta gli occhi del cuore e della mente, orientando l’uomo verso l’alto”.
Infine ha ricordato che la materia è memoria: “Le opere conservate nei musei sono testimonianze di una storia che interpella ogni persona, di generazione in generazione. L’oggetto museale porge così al presente la sapienza del passato. La Chiesa, pellegrina nel tempo, proprio in questo modo ha inteso l’arte: non come mero estetismo, ma come forma d’annuncio evangelico attraverso la bellezza”.
Inoltre con l’hastag #NoDeathPenalty il papa nel post pubblicato su X dall’account @Pontifex è intervenuto con chiarezza contro la pena di morte, dopo l’annuncio del Pentagono di trasmettere in diretta streaming la condanna a morte per fucilazione di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore dell’esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009, con l’uccisione di 13 persone:
“La pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona. Il bene comune può essere tutelato e i requisiti della giustizia possono essere salvaguardati senza ricorrere alla pena capitale: sono stati messi a punto sistemi di detenzione efficaci, che proteggono i cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono completamente ai colpevoli la possibilità di redimersi”.
(Foto: Santa Sede)
Il papa ai Greco-Melkiti: testimoni di riconciliazione
“E’ un piacere incontrarvi in occasione del vostro Sinodo, che non è solo un atto di governo ma anche un momento di comunione e di servizio come vescovi. Attraverso di voi, rivolgo un caloroso saluto ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi e a tutti gli amati fedeli della Chiesa melchita, sia all’interno dei vostri territori che nella diaspora in tutto il mondo”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i partecipanti al Sinodo dei Vescovi della Chiesa di Antiochia dei Greco-Melkiti.
Ed ha ricordato che ad Antiochia i ‘seguaci’ di Gesù si fecero chiamare ‘cristiani’: “Come ben sapete, è stato in Antiochia che i seguaci di Gesù Cristo sono stati chiamati per la prima volta ‘cristiani’. Allora, come ora, i cristiani sono chiamati a vivere la loro vita in un modo che testimonia la presenza vivente di Dio che dimora in mezzo a noi. Infatti, i primi cristiani sono stati riconosciuti come diversi dagli altri dalla loro vita di carità, che è ancora il caso nelle vostre parrocchie”.
Cristiani che ancora oggi vivono per essere vicinanza: “Voi non portate semplicemente la fede nelle vostre menti, ma permettete che penetrate nei vostri cuori, spinti dallo Spirito a condividere il cibo con gli affamati, a fornire istruzione e assistenza sanitaria, ad accompagnare e incoraggiare la sofferenza, a permettere alla Chiesa di essere un faro (la luce di Cristo) specialmente in questo periodo tumultuoso”.
Per questo ha espresso la solidarietà ai loro popoli afflitti dalle guerre: “In molte delle terre tradizionali della vostra Chiesa, i fedeli sono assaliti dalla guerra, dai disordini, dall’estremismo religioso e dal disagio economico. Attraverso di voi, vorrei dire alla vostra amata Chiesa: Io sono con voi. Tutta la Chiesa cattolica è con voi. Perché quando un membro soffre, l’intero Corpo soffre con esso”.
Quindi ha elogiato il loro annuncio mite: “E proprio perché state soffrendo e cercando di imitare Gesù nella mitezza con cui ha redento il mondo, siete al cuore della Chiesa. Penso in particolare alle ferite, alle difficoltà che si incontrano che spronano molti dei vostri fedeli a viaggiare in terre lontane, a trovare lavoro, a sfuggire ai pericoli e talvolta anche alle persecuzioni, a crescere le loro famiglie in sicurezza”.
E’ stato un riconoscimento della loro testimonianza: “Quale grande vocazione ha la vostra Chiesa: essere testimoni di riconciliazione e di pace in terre devastate dal conflitto. Voi siete i semi di comunione in terre che sono sfregiate dalla violenza. Questa testimonianza ti rende veramente icone di secoli di fede nei luoghi più sacri della nostra salvezza”.
Una riconciliazione che è il centro della tradizione bizantina: “A volte, la predilezione umana per il conflitto può riguardarci anche all’interno della Chiesa. Non è un caso che nel rito sacro e suggestivo della vostra tradizione bizantina, la prima istruzione al sacerdote e diacono che si prepara a celebrare la Divina Liturgia è quella di riconciliarsi con tutti, non tenere nulla contro nessuno, e non nutrire male nel suo cuore. Questa riconciliazione è essa stessa un sacrificio in Cristo e con Cristo”.
Da qui l’invito ad essere custodi della comunione: “A questo proposito, il vostro Sinodo dei Vescovi serve come custode della comunione. Avete una grande responsabilità, di essere salvaguardati e nutriti all’interno della collegialità episcopale, come ho voluto sottolineare attraverso la Lettera Apostolica ‘Mutua Concordia’.
Dobbiamo essere sempre vigili per non cadere nella tentazione di elevarci al di sopra degli altri, cercando il potere piuttosto che il servizio, il profitto piuttosto che la trasparenza e l’onestà, e il successo personale piuttosto che la pastorale. Lo Spirito Santo ci spinge a sforzarci e a pregare, a pregare per l’unità che aiuterà tutte le persone a riconoscere che Cristo è in mezzo a noi”.
Da qui l’annuncio del Vangelo: “Inoltre, l’espressione più eloquente della nostra fede e la più chiara comunicazione della Buona Novella a coloro che non conoscono Cristo si verificano quando prendiamo la nostra croce e scegliamo di manifestare l’amore nei momenti in cui abbiamo paura, rabbia o sofferenza. Noi che serviamo la Chiesa come clero diamo ai nostri fedeli una maggiore speranza nel Vangelo quando esaminiamo noi stessi e ci riteniamo responsabili a vicenda non solo in materia di somministrazione di beni materiali, ma anche nel modo in cui cerchiamo la riconciliazione”.
Un annuncio che cerca la pace: “Abbiamo visto nel corso della storia che le prove che affrontiamo (che si tratti del martirio o dei semplici sacrifici che facciamo per amore del nostro prossimo) ci danno l’opportunità di mostrare la nostra fede in un modo che risuona nel cuore di coloro che cercano la vera pace. Prego, quindi, che con speranza cristiana e con amore per tutte le persone con cui vivete, continuerete a formare giovani e incoraggiare tutti nelle vostre tradizioni più nobili”.
Per questo la Santa Sede si ‘prodiga’ affinchè la presenza dei cattolici non venga meno nel Medio Oriente: “Da parte sua, e grazie alla generosità di così tanti, la Sede Apostolica, sta assicurando che ci siano borse di studio disponibili per i fedeli in Siria, Libano e Iraq per ricevere un’educazione cattolica. Il nostro obiettivo è sostenere i giovani, affinché le famiglie cristiane abbiano l’assistenza necessaria per rimanere in Medio Oriente e mantenere una presenza cristiana”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV agli universitari: custodite lo studio
“Celebriamo oggi l’Eucaristia invocando il dono dello Spirito Santo, affinché l’inizio di un nuovo anno accademico nelle Università Pontificie sia più di una semplice ripresa delle attività di studio e di ricerca. Desideriamo aprire l’intelligenza e le relazioni educative al soffio creatore del Risorto, che dona pace e unità, per assumere ciascuno il proprio compito e rispondere così a Dio che chiama e a un’umanità in attesa. Sia, dunque, questo nuovo inizio un vero momento ecclesiale, in cui l’esserci radunati attorno alla mensa del Signore alimenti la nostra comune missione. Nessuno, allora, insegnerà, studierà, ricercherà solo per sé stesso, ma con gli altri, per gli altri e soprattutto con il Signore e per il Signore”: celebrando nel pomeriggio la messa nella basilica vaticana per l’inaugurazione dell’Anno Accademico delle università pontificie papa Leone XIV ha ricordato la missione delle università pontificie.
Soffermandosi sulle letture il papa ha sottolineato che l’intelligenza è ‘determinante per la fede e la missione’: “Come abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Galati, infatti, l’intelligenza è determinante per la fede e la missione. L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia, scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare.
Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico. In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo”.
Per questo ha invitato gli studenti a ‘stimare’ lo studio: “Carissimi, stimate lo studio come servizio alla fede e alla verità: per il bene vostro e di tanti fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita. Sebbene, infatti, l’incontro con Lui generi gioia ed entusiasmo, mai si tratta di un venire ‘ammaliati’ o ‘incantati’. La ragione, il porsi e porre domande, alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa sono parte essenziale del cammino di fede alla sequela di Gesù Cristo”.
In tal senso la Chiesa custodisce questo ‘tesoro’: “La Chiesa ha per ciò stesso il desiderio e la responsabilità di custodire integro il tesoro della Rivelazione e di svilupparne nei diversi contesti l’intelligenza orante, la riflessione scientifica, la mediazione culturale, la traduzione pratica. Sono, queste, tutte espressioni di un unico amore, che oggi vi chiama, vi sostiene e vi impegna nella comune ricerca. E’ una missione! Diverse sono le nostre vocazioni, ma unica è la missione”.
Ritornando alla lettera paolina il papa ha ribadito il ‘compito’ dell’intelligenza: “L’intelligenza, quindi, deve fare memoria: non semplicemente accostando dati, come un algoritmo fa ormai più rapidamente di noi, ma ricordando le esperienze vissute, con le risonanze che solo l’animo umano può provare, ed entrando più intensamente in contatto con la loro bontà”.
Da qui l’invito a ritornare al ‘cuore’: “Tutto ciò che è buono inizia ‘nel segno dello Spirito Santo’ ed ha, dunque, un respiro, un dinamismo, un senso di comunione che, una volta sperimentati, si imprimono nel cuore. La routine, le ambizioni, le rivalità e altri fattori negativi possono col tempo distrarre attenzione ed energia, lasciando inariditi e fiacchi, litigiosi e tristi. Occorre allora ritornare al cuore”.
Quindi attraverso l’amicizia ci si ‘radica’ nel popolo: “Carissimi, in università coltivate l’amicizia, dono prezioso, tanto più quando è vissuta nella comune ricerca della verità in Cristo. Mantenetevi radicati nel popolo di Dio, stimatene il sensus fidei, accoglietene le domande. E non dimenticatevi dei poveri, che a volte sono quell’amico importuno, che viene a bussare di notte. Portate la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione, fuori dalla quale tace la Rivelazione.
Sì, più ci allontaniamo dalla realtà intera che il Figlio di Dio ha assunto e abitato con infinito amore, meno avremo qualcosa da dire e possibilità di capire. Sorelle, fratelli, ascoltiamo il desiderio di Dio che oggi torna a bussare e portiamolo nella ricerca scientifica. Condividiamo ciò che ci nutre. Sono molti a non avere le stesse opportunità formative che noi abbiamo ricevuto. Apriamo la porta, non chiudiamoci”.
E’ stato un invito a studiare la teologia: “Lo studio della Teologia non è estraneo a queste sfide, ma nel cantiere della “città di Dio” la sua ricerca contribuisce a illuminare il lavoro di tutti, ponendosi come crocevia dei diversi saperi. In particolare, la Comunità ecclesiale che è a Roma, con la sua vocazione a servire l’intera cattolicità, è punto di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento fra sensibilità, culture e tradizioni diverse, nelle quali il Vangelo dischiude i suoi inesauribili tesori”.
Insomma l’Università è un incrocio di civiltà: “Qui Pietro ha confessato la sua fede fino al martirio. Qui Paolo, il grande traduttore universale dell’esperienza cristiana per tanti popoli, lingue e culture, ha terminato la sua corsa conservando la fede. In università, guardatevi intorno… Non limitatevi a sedervi accanto: incontratevi, parlatevi, ascoltatevi, raccontatevi le vostre esperienze di Chiesa, pregate insieme, condividete momenti di svago, fate nascere amicizie che vi accompagneranno per tutta la vita”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la Chiesa ascolti le famiglie
“Ho desiderato convocare questo incontro a dieci anni dalla pubblicazione di Amoris laetitia, e vi ringrazio per aver riorganizzato i vostri impegni in modo da poter trascorrere questi giorni insieme. Ringrazio di cuore le coppie sposate e tutti coloro che sono venuti a condividere qualcosa della loro vita in Cristo e che prenderanno parte alle nostre conversazioni, così come gli esperti e i facilitatori. Permettetemi di iniziare ricordando il lungo e fecondo cammino sinodale e missionario che la Chiesa ha compiuto in relazione al matrimonio e alla famiglia, un cammino che siamo chiamati a proseguire”: aprendo l’incontro in Vaticano per i 10 anni dell’esortazione apostolica ‘Amoris laetitia’ che riunisce coppie, capi delle Chiese orientali, presidenti delle Conferenze Episcopali, papa Leone XIV ha chiesto di ascoltare le famiglie, comprese quelle ‘segnate da difficoltà, solitudine ed apparenti fallimenti’.
Ed ha citato alcuni documenti per sottolineare l’impegno verso la famiglia: “La famiglia ha sempre occupato un posto importante nella preoccupazione pastorale del Successore di Pietro e dei Vescovi che lo assistono attraverso la loro partecipazione al Sinodo dei Vescovi. Il Sinodo del 1980 riprese un desiderio già espresso da papa Giovanni Paolo I durante il suo breve pontificato, che portò infine all’Esortazione apostolica ‘Familiaris consortio’ di san Giovanni Paolo II.
All’inizio del proprio pontificato, papa Francesco ha posto nuovamente la famiglia al centro di un processo sinodale, riconoscendo la necessità di proseguire il discernimento della Chiesa di fronte ai profondi cambiamenti che interessano un ambito così strettamente legato alla sua missione nel mondo di oggi. Quel percorso ha portato, dieci anni fa, all’esortazione apostolica Amoris laetitia”.
E’ stato un cammino che è stato tracciato dal Concilio Vaticano II: “Quando i Padri conciliari posero la dignità del matrimonio e della famiglia all’inizio della seconda parte della ‘Gaudium et Spes’, riconobbero che la vita familiare offre un punto di accesso privilegiato alle grandi questioni culturali, economiche, sociali e politiche del nostro tempo, compresa l’opera di promozione della pace tra i popoli.
L’interdipendenza di queste questioni è diventata oggi ancora più evidente, sempre alla luce della Parola di Dio…La famiglia rimane fondamentale per un approccio che coniughi il locale e il globale, guidato dalla ricerca di una fraternità universale in Cristo che il Vangelo ci chiama a costruire con tutti. Questa storia di oltre mezzo secolo attribuisce al nostro incontro una responsabilità particolare come Pastori, mentre la vocazione sinodale di tutta la Chiesa continua a dispiegarsi”.
Ed ha sottolineato l’importanza dell’esortazione post sinodale di papa Francesco: “All’interno di questa storia, Amoris laetitia ha segnato una tappa importante e i dieci anni trascorsi dalla sua pubblicazione sono entrati a far parte della vita delle nostre Chiese particolari. In questo periodo, l’Esortazione Apostolica è stata accolta in diverse culture e contesti pastorali, ha accompagnato la vita concreta delle famiglie e ha ispirato iniziative e percorsi”.
E’ stato un invito a camminare: “Gli Atti degli Apostoli ci offrono una bella immagine di ciò che stiamo per fare…In seguito, mentre si recavano a Gerusalemme, attraversarono la Fenicia e la Samaria raccontando ciò che era accaduto durante la missione e il loro racconto portò grande gioia ai fratelli e alle sorelle. Quando raggiunsero Gerusalemme, furono accolti dalla Chiesa, dagli Apostoli e dagli anziani, e ancora una volta ‘riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro’. C’è qualcosa di questo movimento nel nostro stesso incontro. Come ho detto, la Chiesa ha trascorso questi dieci anni accogliendo ‘Amoris laetitia’ e camminando con famiglie in circostanze molto diverse”.
Quindi il matrimonio è un ministero, che deve essere ascoltato: “Questo ministero ci pone anche in una scuola di ascolto. La sapienza del Popolo di Dio ci raggiunge attraverso la nostra fede comune, che illumina tutte le famiglie, comprese quelle segnate da difficoltà, solitudine e talvolta persino da apparenti fallimenti. Il Signore stesso ci insegna con pazienza, quando ci prendiamo il tempo di ascoltare, e abbiamo certamente molto da imparare dalle famiglie”.
Ma ci sono molti ostacoli: “Le loro vite ci pongono anche delle domande che meritano di essere affrontate con coraggio. In molti contesti è emersa una crescente distanza tra il modo in cui vengono vissuti il sesso e l’intimità e la visione cristiana del matrimonio. I giovani continuano ad anelare all’amore, alla fedeltà e al senso di appartenenza, eppure molti trovano difficile comprendere come una tale visione dell’amore possa concretizzarsi nella propria vita o credere che un impegno per tutta la vita sia la condizione per raggiungere ciò che desiderano. L’insicurezza economica, la migrazione, la violenza, la solitudine e altre forme di fragilità emotiva influenzano anch’esse le scelte che le persone compiono e le possibilità che riescono a immaginare per il proprio futuro”.
Per questo ha chiesto di ‘attenzionare’ le difficoltà: “La fragilità merita un’attenzione particolare, poiché può plasmare profondamente il modo in cui le persone vedono sé stesse, il proprio futuro e persino il proprio rapporto con Dio e con la Chiesa. L’esperienza della fragilità solleva la domanda se siamo in grado di rimanere vicini gli uni agli altri quando la vita non corrisponde più a ciò che si era sperato, e se riusciamo a riconoscere l’opera della grazia anche in situazioni segnate da limiti, ferite e apparenti fallimenti”.
Infine ha chiesto una ‘narrazione condivisa’ di ciò che è stato compiuto in questo decennio: “Spero che, attraverso le numerose testimonianze che portate dalle vostre Chiese e da diversi contesti culturali, possa gradualmente prendere forma una narrazione condivisa di questi dieci anni, caratterizzata da gioia e speranza, e che ci renda capaci di affrontare con onestà le prove e le difficoltà che ancora permangono.
Ciò alimenterà il discernimento pastorale delle Conferenze Episcopali e delle strutture gerarchiche delle Chiese orientali. Aiuterà inoltre le Chiese locali a riconoscere nuovi percorsi e a coinvolgere più profondamente tutti i battezzati nel cammino sinodale della Chiesa. Chiedo inoltre che tutti noi preserviamo la discrezione e la riservatezza che questo tempo di ascolto e di discernimento richiede”.
(Foto: Santa Sede)
Lepanto, 455 anni dopo. La memoria Cristiana dell’Europa e la forza del Rosario
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 07.10.2026 – Vik van Brantegem] – Il 7 ottobre 1571, nelle acque greche di Lepanto, la flotta della Lega Santa sconfisse quella dell’Impero ottomano. Nel 455° anniversario di quella battaglia, la memoria liturgica della Beata Vergine Maria del Rosario ci invita a riflettere sul rapporto tra la Fede e la storia, tra la difesa della Cristianità e la responsabilità di custodire la pace. Torniamo così su una pagina già ricordata su questo Blog dell’Editore, il cui significato continua a interpellare la coscienza europea.
Papa Leone XIV: la Chiesa è ‘innestata’ nel mondo
“Riprendendo la riflessione sulla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’, oggi consideriamo il quarto capitolo della prima parte, dedicato alla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Prima di tutto il Concilio ricorda che la Chiesa non è ‘sopra o ‘accanto’ al mondo, ma come innestata in esso. ‘Mundus reconciliatus Ecclesia’, scriveva S. Agostino: la Chiesa è mondo già riconciliato con Dio; siamo pellegrini sulla terra e con questo mondo condividiamo la fragilità e la bellezza”: nell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha proseguito le catechesi sulla costituzione conciliare soffermandosi sulla missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, volta al bene comune perché si realizzi il progetto di Dio che vuole la salvezza di tutta l’umanità.
Richiamando la propria enciclica il papa ha sottolineato la ‘missione’ della Chiesa nel mondo: “Come il Figlio di Dio si è incarnato per dare la vita al mondo e riconciliarlo con il Padre, così la Chiesa abita nel mondo come segno dell’incarnazione di Dio per manifestare il suo disegno di renderci tutti suoi figli in un’unica grande famiglia umana…
La prima missione della Chiesa è quella di aiutare le persone ad essere attente alle domande profonde della vita: quelle sulla nostra origine e il nostro destino, così come quelle sul senso dell’amore e del dolore. La logica del profitto a tutti i costi e la manipolazione dell’informazione rischiano di esercitare una indebita pressione affinché le persone si conformino a uno stile di vita centrato sul consumo di beni materiali, ma il nostro cuore è fatto per guardare in alto”.
Quindi la Chiesa partecipa alla costruzione della città: “I Padri del Concilio ricordano che la missione della Chiesa si realizza anche nel contribuire alla costruzione della città terrena. Tuttavia, i suoi metodi e la sua finalità non sono primariamente di ordine politico, bensì consistono nella testimonianza della fede e della carità, insieme con l’impegno per la giustizia, la pace, la fraternità. Adorando Cristo, il Giusto morto per gli ingiusti, il credente non può accettare l’oppressione dei piccoli e dei poveri, come pure quelle strutture inique che perpetuano condizioni di dipendenza e di ingiustizia. La Dottrina sociale della Chiesa orienta l’azione dei cristiani, che collaborano con tutte le persone di buona volontà nel promuovere il bene comune”.
E in questa situazione è importante il compito dei laici: “Per compiere con efficacia la missione evangelica è necessario che ogni battezzato si impegni a cooperare con la grazia dello Spirito Santo, affinché la sua fede sia viva e si esprima in comportamenti coerenti. Infatti, come ricordano i Padri conciliari, il distacco tra fede professata e vita quotidiana ‘va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo’.
‘Gaudium et Spes’ riserva una menzione particolare alla missione dei fedeli laici, i quali, in forza del Battesimo, sono chiamati ad animare il mondo con lo spirito cristiano e la visione del Vangelo. Luoghi principali di questa azione, che può ben dirsi sacerdotale, sono indubbiamente la famiglia e l’attività lavorativa, ma essa si estende ad ogni ambiente di vita”.
Insomma, è un invito al discernimento: “La Chiesa, infine, è sempre attenta a ciò che nella società avviene e si sviluppa. E’ compito di tutto il Popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, discernere ciò che nelle culture del nostro tempo è degno di considerazione, avendo sempre come supremo criterio di discernimento la Parola di Dio e la Tradizione della Chiesa. Questo richiede un animo equilibrato e libero dalle mode culturali, capace di guardare al mondo in modo positivo e, al contempo, saldo nel custodire e presentare il messaggio evangelico nella sua integralità”.
Da qui il fine della Chiesa, riprendendo l’insegnamento di papa san Paolo VI: “Carissimi, la Chiesa, mentre è in cammino nella storia, ‘ha di mira un solo fine: che venga il regno di Dio e si realizzi la salvezza di tutta l’umanità’. A questo fine essa tende soprattutto attraverso la santità personale e l’amore fraterno… Pertanto, facciamoci docili all’azione dello Spirito Santo, perché ci aiuti a vivere in santità e carità, così che il mondo possa credere e sperare”.
Prima dell’incontro il papa aveva incontrato un gruppo di ‘Patrons of the Arts in the Vatican Museums’ venuti dalla Louisiana con l’esortazione a coltivare uno spirito di contemplazione: “In un’epoca dominata dalla tecnologia, in cui spesso prevalgono l’efficienza ed il profitto, è fondamentale continuare a coltivare uno spirito di contemplazione ed a riservare tempo e spazio alla bellezza. Tale atteggiamento sarà di grande aiuto per l’umanità, ed in particolare per i giovani, non solo per scoprire la capacità dell’arte di elevare e rivelare le profondità dello spirito umano e la nostra apertura al divino, ma anche per comprendere che il dono di sé è essenziale per una realizzazione autentica”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita allo slancio missionario
“E’ una gioia accogliere oggi voi, sacerdoti, religiose e religiosi coreani a Roma. Qui, presso le memorie degli Apostoli Pietro e Paolo, la fede che avete ricevuto in Corea trova le proprie radici e può ricevere nuovo slancio missionario. Venite da lontano, è vero, ma qui siete a casa”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato sacerdoti, religiose e religiosi coreani a Roma, molti dei quali impegnati nella preparazione nella Gmg di Seoul, con l’augurio che i giovani ricevano la fede dei martiri.
Questa occasione è servita al papa per sottolineare la particolarità della Chiesa coreana in occasione del 25^ anniversario dell’inaugurazione della sede del Pontificio Collegio Coreano: “La storia della vostra Chiesa è davvero singolare. La fede germogliò in Corea spontaneamente e si sviluppò anche attraverso la ricerca sincera della verità di uomini che conobbero i testi cristiani e vollero sapere di più su Gesù Cristo. Da quella ricerca nacque il desiderio del Battesimo e dal Battesimo una comunità che ricordava la Chiesa delle origini.
Questa storia ci consegna due parole: memoria e speranza. La memoria cristiana non è nostalgia, ma gratitudine per ciò che Dio ha compiuto e responsabilità per ciò che Egli affida oggi alle nostre mani. La speranza non è mero ottimismo, ma la certezza che Cristo è risorto e che nessuna oscurità può avere l’ultima parola”.
Perciò ha ricordato la testimonianza dei martiri: “La Chiesa in Corea è cresciuta sulla testimonianza dei martiri. Il popolo coreano ha mostrato nella sua storia una straordinaria forza d’animo: ha attraversato persecuzioni, guerre, povertà e divisioni, sapendo rialzarsi e guardare avanti. Illuminata dal Vangelo, questa tenacia è diventata fortezza cristiana: capacità di attraversare la prova senza perdere la speranza e senza lasciare che la sofferenza indurisca il cuore”.
Quindi ha invitato a non dimenticare queste testimonianze: “Custodire la memoria dei martiri significa permettere che la loro fede continui a vivere nelle nostre scelte, nel servizio, nel perdono e nel dono di noi stessi. Penso, in particolare, al Venerabile Tommaso Choe Yang-Eop, secondo sacerdote della storia coreana, ricordato come il ‘martire del sudore’.
Per undici anni percorse instancabilmente le strade della Corea per raggiungere comunità cristiane lontane e nascoste, portando loro la Parola di Dio e i Sacramenti, fino a consumare la propria vita nel servizio. La sua testimonianza ci ricorda che esiste il martirio di chi offre la vita in un momento e quello, più nascosto, di chi la dona giorno dopo giorno. Sì, a questo sono chiamati tutti i cristiani: donare la vita con amore, ogni giorno”.
E’ stato un invito a farsi prossimo: “Il nostro tempo ha bisogno proprio di questo: di uomini e donne che abbiano il coraggio di fare il bene anche quando costa. Fatevi prossimi di chi è solo, sostenete chi è stanco, cercate chi si è allontanato. Abbiate il coraggio di perdonare, di ricominciare, di dialogare. Il bene non sempre viene riconosciuto e spesso costa fatica, ma è questo coraggio quotidiano della carità che rende credibile il nostro annuncio del Vangelo”.
Ma tale prossimità deve essere alimentata dall’Eucarestia: “La forza per vivere così viene dall’amicizia con Gesù Cristo, che disse ai suoi discepoli: ‘Vi ho chiamato amici’. Cari sacerdoti, religiosi e religiose, custodite questa amicizia. Alimentatela nell’Eucaristia, nell’ascolto della Parola, nella preghiera e nel silenzio davanti al Signore. E’ nello stare con Lui che ritroviamo la gioia della nostra vocazione e impariamo ad amare come Lui”.
Da qui l’amicizia con Cristo si trasforma in sinodalità: “E l’amicizia con Cristo ci apre alla fraternità. Voi provenite da diocesi, istituti, congregazioni ed esperienze diverse: fate di questa diversità una risorsa per la sinodalità. Una Chiesa sinodale è una Chiesa che cammina insieme dietro lo stesso Signore, ascoltando, accogliendo e riconoscendo nell’altro un fratello e un compagno di strada, mai un concorrente”.
Questo ha un significato particolare per la Corea: “La penisola coreana porta ancora la dolorosa ferita della divisione. Per questo vi chiedo di essere sempre uomini e donne di riconciliazione. La pace comincia nel cuore e nei rapporti quotidiani, quando ascoltiamo invece di giudicare, perdoniamo invece di serbare rancore, scegliamo la comunione invece della contrapposizione. Siate uniti e siate artigiani di pace. Continuiamo ad adoperarci e a pregare perché si aprano nuove strade di incontro e perché il Vangelo della pace possa essere annunciato liberamente in ogni parte della penisola coreana e del mondo”.
Per questo la Corea è diventata missionaria: “La Corea, un tempo terra di missione, è diventata oggi patria di missionari. È un frutto prezioso della fede e del sacrificio di quanti vi hanno preceduto: la memoria genera missione e la missione apre alla speranza. La prossima Giornata Mondiale della Gioventù renderà visibile tutto questo. Giovani provenienti da ogni parte del mondo arriveranno in una terra dove il Vangelo è cresciuto attraverso la testimonianza dei martiri. Vorrei che fosse un grande incontro tra memoria e futuro: i martiri consegnano la fede alle nuove generazioni e i giovani la ricevono per portarla sulle strade del mondo”.
Infine l’invito a preparare la Giornata Mondiale della Gioventù: “Ascoltate i giovani, camminate con loro e aiutateli a scoprire che seguire Cristo non diminuisce la libertà, ma la rende piena; che la fede non restringe la vita, ma le apre un orizzonte più grande. Preparate dunque la GMG con passione, come già fate, custodendo nel cuore le parole: ‘Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ I vostri martiri lo avevano compreso: la loro speranza non dipendeva da circostanze favorevoli, ma dalla certezza che Cristo aveva già vinto.
Cari fratelli e sorelle, avete ricevuto una grande eredità. Siate forti nella fede, generosi nella carità e perseveranti nella speranza. Non stancatevi mai di fare il bene, anche quando costa e anche quando nessuno lo vede: nessun gesto compiuto per amore va perduto davanti a Dio”.
In precedenza aveva ricevuto i rappresentanti dell’Associazione Dipendenti Laici Vaticani e dell’Associazione Donne in Vaticano con l’esortazione a tenere alta l’attenzione sulla centralità della persona umana e la dignità del lavoro: “In effetti, tutti coloro che, a vario titolo e con diversi compiti, sono chiamati a collaborare con il proprio lavoro al ministero del Papa costituiscono una comunità ecclesiale, partecipe, in spirito di fede e di unità, dell’unica e universale missione che il Signore Gesù ha affidato all’apostolo Pietro e ai suoi successori. Con pari dignità, tutti contribuiscono, ciascuno nel proprio ruolo e con il proprio impegno lavorativo, alla medesima missione, manifestando tale consapevolezza e responsabilità”.
Ha concluso l’incontro con una riflessione sul ruolo delle donne: “Da parte sua, l’Associazione Donne in Vaticano può contribuire a far crescere nei nostri ambienti lo stile di collaborazione, di ascolto reciproco, di attenzione alle situazioni di difficoltà. La presenza delle donne costituisce una ricchezza che va riconosciuta e valorizzata sempre più.
Esse apportano, oltre a una particolare sensibilità verso le persone e le relazioni, anche l’insieme dei talenti umani, professionali e intellettuali propri dell’esperienza e del pensiero femminile. La loro competenza, capacità di discernimento, creatività e concretezza incrementano la vita delle istituzioni e contribuiscono ad acquisire uno sguardo più ampio sulla realtà e sui problemi che si incontrano”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: san Francesco ha riparato la Chiesa
“Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte. A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa”: prima della recita dell’Angelus, nella festa liturgica di san Francesco d’Assisi, oggi papa Leone XIV ha riflettuto sulla parabola dei vignaioli malvagi nel ricordo del patrono d’Italia, che ‘riparò’ la Chiesa con la fede, la preghiera e l’amore fraterno.
Infatti ha sottolineato che san Francesco riparò la Chiesa attraverso la sua testimonianza: “Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa. San Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno”.
Infine ha pregato affinchè ci sia nel mondo uno dei suoi frutti, la pace: “Carissimi, il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio. Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli”.
E da Assisi il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, alla celebrazione eucaristica ha invitato a non essere sedotti dalla cultura della ‘potenza’: “Laudato sì! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di san Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario:
Laudato sì, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi”.
Un invito alla lode “perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole. Laudato sì perché frate Francesco continua a donarci pace e a insegnarci a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato. Non significa affatto cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario!”
Il card. Zuppi ha invitato alla lode per una diversa azione di pace: “Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce”.
Una lode per un inno alla vita: “Laudato sì perché proprio lui, l’umile, sgonfia, sempre con tanta cortesia e senza nessuna supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti, perché vede tutto con gli occhi di Dio, quelli che fanno cantare la vita. Laudato sì per la sua semplicità, che è tutt’altro che superficialità o schiavitù dell’apparenza, perché è piuttosto trovare l’essenziale, che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche nella malattia e il buio sconfortante e terribile della morte. Frate Francesco è davvero poeta della vita e insegna a tutti a cantarla”.
Una lode per un approccio diverso con il povero: “Laudato sì perché frate Francesco, povero, rende ricchi gli altri, non possiede nulla perché ama tutto: non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo perché tutto è nostro se amiamo, amare è donare e non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero che amiamo per com’è, non come noi pensiamo debba essere. Legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello non è un sacrificio, ma una esperienza di amore, che dona e fa trovare dolcezza e amicizia. Solo così viviamo quello che non si compra e non si vende, l’amore”.
Ed ha indicato questo approccio del Santo: “Ecco, frate Francesco ci fa scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni del nostro Paese, che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti. Frate Francesco, piccolo fratello universale, andava ovunque, voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa, anche gli uomini simili a fiere selvatiche, che lui ammansiva con l’amore dell’inizio, quello di Adamo che è quello di Gesù”.
Per questo ha invitato a seguire il suo ‘esempio’: “Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo per sentire nostro il mondo e ogni popolo. A frate Francesco, al termine di questo straordinario ottavo centenario, accendiamo la lampada del nostro cuore e quella di tutto il nostro Paese con quella votiva dei Comuni d’Italia. San Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, è il nostro Patrono”.
Infine un appello per i comuni delle ‘aree interne’: “Permettetemi uno speciale ricordo per i comuni delle aree interne che tante radici conservano e desiderano solo che queste possano dare nuovi germogli, cioè vita e futuro. San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza.
Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza. San Francesco non indica un amore ridotto a idea vaga, ineffabile, che non chiede nulla, falsamente rassicurante per chi cerca di salvare sé stesso, ma un amore come è l’amore vero, totale, per tutti, radicato nella vera sicurezza che è Cristo”.
Ad inizio giornata il custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, ha rivolto un saluto alle Istituzioni, ricordando la ‘Lettera ai reggitori dei popoli’: “Dite ai reggitori dei popoli che da Assisi e dal mondo sale una richiesta di pace; la vita di ogni persona vale più di una frontiera conquistata, di un interesse economico difeso o di una supremazia affermata. La forza delle armi può imporre il silenzio, ma non costruisce la pace. Nessun popolo può costruire la propria sicurezza negando la dignità e il futuro di un altro. Il dialogo e la ricerca ostinata del negoziato non significano arrendersi al male, ma credere nella ragione sorretta dall’amore e dal perdono”.
Ed ha ricordato che la pace è impegno di tutti: “I governi, le vittorie, le sconfitte e i confini passano; rimane solo ciò che avremo costruito insieme agli altri e il bene che avremo saputo compiere. La pace riguarda tutti. Per i credenti è un dono da invocare, ma è anche un compito da assumere con serietà e pazienza, a partire dal linguaggio che usiamo e dalla cura per chi è più debole. Francesco ci dimostra che è possibile credere nella fraternità, nella dignità umana e nella pace anche quando la guerra torna a essere considerata inevitabile. La sua testimonianza ci chiede di continuare a crederlo ancora”.
Mentre nell’intervento del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ricordando che san Francesco è stato ‘precursore anche dei Santi sociali’: “Francesco chiedeva solamente di vivere, in povertà, pace e letizia, con i suoi fratelli e le sue sorelle, al seguito di Cristo e vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al ‘privilegio della povertà evangelica’, esortazione che lo rendeva distinto dai movimenti pauperistici dell’epoca. Per questa scelta, radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che, per sé e per i suoi seguaci volle la denominazione umile di ‘frati minori’, è diventato una delle figure più significative, più conosciute, più amate della storia universale. Al giovane Francesco la prospettiva di dedicarsi ai lucrosi commerci paterni andava stretta, appariva insoddisfacente”.
Per questo san Francesco ebbe qualche ‘problema’ nel professare la fede: “Non fu facile, per Francesco, professare la sua fede e i suoi ideali, così ambiziosi, così distanti dal sentire comune. Fu incompreso, spesso deriso. A volte il suo pensiero fu persino manipolato e strumentalizzato. La ricerca storica ci presenta una figura mite, ma tutt’altro che accomodante, un animo lieto, fiducioso in Dio, e insieme sofferente per via della cupidigia, della malvagità, della brama di potere, della violenza, della stoltezza nella vita praticata dagli uomini. La sua povertà, così cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa”.
Infine ha ricordato i gesti di pace di san Francesco: “In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da ‘tanta violenza, manipolazione, arroganza’, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza”.
(Foto: Quirinale)
Domenica 4 ottobre 2026, Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, e recita la Supplica alla Beata Vergine del Rosario di Pompei
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 04.10.2026 – Vik van Brantegem] – Domenica 4 ottobre 2026, la ricorrenza della Festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, assume quest’anno un particolare significato: nell’VIII Centenario del Transito del Santo, il 4 ottobre è riconosciuto come festa nazionale con effetti civili, in virtù della legge 8 ottobre 2025, n. 151, entrata in vigore il 1° gennaio 2026.
Alla Festa del Poverello di Assisi si unisce l’appuntamento mariano della prima domenica di ottobre: la Supplica alla Beata Vergine del Rosario di Pompei, in unione spirituale con il Pontificio Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei.





























