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Un nuovo libro per interrogarsi sulle sfide dell’intelligenza artificiale
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.01.2026 – Vik van Brantegem] – L’intelligenza artificiale è la cosa nuova del nostro tempo: una tecnologia che sta ridefinendo il lavoro, l’informazione e le relazioni umane. Di fronte a questa trasformazione, la questione decisiva non riguarda le macchine, ma l’uomo. La sfida che abbiamo davanti è, prima di tutto, antropologica.
Papa Leone XIV: Gesù ci rivela il Padre
“Proseguiamo le catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ del Concilio Vaticano II, sulla divina Rivelazione. Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. E’ ciò che è accaduto in Gesù Cristo. Dice il documento che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplende a noi in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione”: nell’udienza generale di questa mattina, papa Leone XIV ha proseguito la riflessione sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’ invitando a guardare a Cristo attraverso la sua sensibilità e le sue percezioni della realtà.
La Costituzione conciliare sottolinea la rivelazione del Padre attraverso il Figlio: “Nel Figlio inviato da Dio Padre ‘gli uomini… possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina’. Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito…
Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti. Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo ‘Verbo eterno illumina tutti gli uomini’ svelando la loro verità nello sguardo del Padre… Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”.
Quindi Gesù attraverso la sua natura umana rivela il Padre: “Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità: ‘Perciò egli, dice il Concilio, vedendo il quale si vede il Padre, con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione’.
Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. E’ l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre”.
La salvezza annunciata da Gesù passa tramite il proprio corpo: “A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore, che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali.
Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Gesù stesso ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà…
Fratelli e sorelle, seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio… Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui”.
Mentre nei saluti finali ha chiesto di pregare per la pace: “Cari fratelli e sorelle, preghiamo per la pace, in un momento della storia che sembra segnato da una crescente perdita del valore della dignità umana e in cui la guerra è tornata di moda. L’umanità di Gesù, che rivela il Padre, ci aiuti a trovare cammini di giustizia e di riconciliazione”.
Mentre prima dell’udienza generale papa Leone XIV, nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant’Agnese, ha benedetto una coppia di agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli dei nuovi arcivescovi metropoliti.
(Foto Santa Sede)
La compassione del Samaritano: presentato il messaggio per la giornata del malato
“Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
Quindi con un riferimento a papa Francesco oggi è stato presentato il primo messaggio di papa Leone XIV per la Giornata mondiale del Malato 2026, che si celebra mercoledì 11 febbraio, sul tema ‘La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, alla presenza del delegato ufficiale di papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato, che si svolgerà a Chiclayo in Perù; p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes; dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio Caritas – Roma, Marina Melone, responsabile di ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù e del card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale ha sottolineato il compito della medicina:
“Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.
Il messaggio ha l’obiettivo di mettere al centro chi ha bisogno di cura: “Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi? E anche se uno appartiene a una o più di queste categorie, ci sono sempre altri intorno che soffrono e che possiamo incontrare e a cui possiamo rispondere… Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. E’ per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri. Sarà interessante e illuminante sentire cosa ne pensano i non cristiani”.
Ha diviso il messaggio in tre parti: “Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore…
Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il Messaggio di quest’anno si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie, che tendono a dividere, svaniscono nella loro insignificanza”.
Mentre p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes, ha raccontato la quotidianità nel santuario francese: “A Lourdes giungono i malati, le persone con disabilità, coloro che sono stati feriti nel cammino della vita. Lungi dall’evitarli, li avviciniamo, li accogliamo e, quando il loro numero diminuisce, per motivi economici o di altro tipo, li cerchiamo. Non li scegliamo. Si presentano a noi; è una gioia accoglierli, così come è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle. Ovunque, con tutti i cappellani e i responsabili laici, mi assicuro che abbiano il primo posto, che occupino i primi banchi durante la Messa, che siano in testa alle processioni”.
Per questo c’è vita: “A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c’è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee. Una grande ferita è comune a tutti noi: la ferita del peccato. L’unguento della misericordia è ampiamente applicato a coloro che lo riconoscono…
A Lourdes, si intreccia una grande rete di relazioni, una rete antichissima che continua ad espandersi e rinnovarsi. Giovanissimi e molti meno giovani prestano servizio, sia presso l’Hospitalité Nostra Signora di Lourdes che presso le Hospitalité diocesane. Anche i locali dell’Ufficio Cristiano per le Persone con Disabilità sono uno di questi luoghi in cui si sperimenta quotidianamente il miracolo dell’accoglienza, dell’ascolto e della fraternità autentica. A Lourdes, siamo samaritani”.
La dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio della Caritas di Roma e missionaria secolare scalabriniana, ha raccontato in cosa consiste il ‘lavoro’ nel poliambulatorio della stazione Termini: “Il nostro ambulatorio è un servizio a bassa soglia di accesso e ad alto impatto relazionale, una porta aperta sulla strada, attraversata da varia umanità, con diverse esigenze, storie, percorsi…
Il Poliambulatorio continua ad operare come un’opera segno, portando avanti l’attività di assistenza insieme a quella di advocacy, di impegno per i diritti, perché non si deve dare per carità quello che deve essere dato per giustizia, come sottolineava san Paolo VI”.
Comunque il poliambulatorio è un luogo di relazione: “Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano1. Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza”.
Ed ha anche un luogo dove, a volte, fioriscono ‘miracoli’: “A volte il Signore ci sorprende e si manifesta nel dolore che trasforma il cuore sofferente, palpitante della sua presenza. Come nel caso che vorrei condividere con voi: la storia di una signora albanese, malata di tumore ad uno stadio terminale, che negli ultimi mesi della sua vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in Chiesa”.
Infine Marina Melone ha raccontato ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno.
E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa. La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia”.
Quindi l’accoglienza stimola l’osservazione: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza”.
Anche se qualche volta è doloroso: “Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore. E se si raccoglie vuol dire che lo tratteniamo dentro di noi perché se facciamo spazio, poi lo spazio si riempie e può essere che non si riesca più a sostenerlo”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Leone XIV ai neocatecumenali: i carismi sono doni di Dio senza esclusività
“Sono lieto di incontrarvi così numerosi. Saluto i membri dell’Équipe internazionale del Cammino Neocatecumenale, Kiko Argüello, María Ascensión Romero e don Mario Pezzi, come pure i Vescovi e i sacerdoti che vi accompagnano. Un pensiero speciale va alle famiglie qui presenti, espressione del vostro anelito missionario e di quel desiderio che deve sempre animare tutta la Chiesa: annunciare il Vangelo al mondo intero, perché tutti possano conoscere Cristo”: nell’ultima udienza della giornata papa Leone XIV ha incontrato i responsabili del Cammino Neocatecumenale accompagnati dal fondatore Kiko Arguello, incoraggiandoli nell’opera di evangelizzazione.
Proprio l’annuncio di Cristo è stato il centro del Cammino Neocatecumenale: “Proprio questo desiderio ha sempre animato e continua ad alimentare la vita del Cammino Neocatecumenale, il suo carisma e le opere di evangelizzazione e catechesi che rappresentano un prezioso contributo per la vita della Chiesa. A tutti, specialmente a quanti si sono allontanati o a coloro la cui fede si è affievolita, voi offrite la possibilità di un itinerario spirituale attraverso il quale riscoprire il significato del Battesimo, perché possano riconoscere il dono di grazia ricevuto e, perciò, la chiamata ad essere discepoli del Signore e suoi testimoni nel mondo”.
Un annuncio che in molti ha risvegliato la propria fede attraverso la testimonianza: “Animati da questo spirito, avete acceso il fuoco del Vangelo laddove sembrava spegnersi e avete accompagnato molte persone e comunità cristiane, risvegliandole alla gioia della fede, aiutandole a riscoprire la bellezza di conoscere Gesù e favorendo la loro crescita spirituale e il loro impegno di testimonianza”.
Riprendendo le parole di papa Francesco pronunciate nel 2015 il papa ha ringraziato le famiglie per lo spirito missionario: “In particolare, oltre che ai formatori e ai catechisti, vorrei esprimere la mia gratitudine alle famiglie, che, accogliendo l’impulso interiore dello Spirito, lasciano le sicurezze della vita ordinaria e partono in missione, anche in territori lontani e difficili, con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio.
In questo modo, le équipe itineranti composte da famiglie, catechisti e sacerdoti, partecipano alla missione evangelizzatrice di tutta la Chiesa e, come affermava papa Francesco, contribuiscono a ‘svegliare’ la fede dei ‘non cristiani che non hanno mai sentito parlare di Gesù Cristo’, ma anche di tanti battezzati… Vivere l’esperienza del Cammino Neocatecumenale e portare avanti la missione esige anche, da parte vostra, una vigilanza interiore e una sapiente capacità critica, per discernere alcuni rischi che sono sempre in agguato nella vita spirituale ed ecclesiale”.
Quindi ha ricordato che ‘siamo Chiesa’ attraverso il battesimo: “Voi proponete a tutti un percorso di riscoperta del Battesimo, e questo Sacramento, come sappiamo, unendoci a Cristo, ci fa diventare membra vive del suo corpo, unico suo popolo, unica sua famiglia. Dobbiamo sempre ricordarci che siamo Chiesa e che, se lo Spirito concede a ciascuno una manifestazione particolare, essa è data ‘per il bene comune’ e quindi per la missione stessa della Chiesa”.
Però i carismi sono doni di Dio con la stessa importanza: “I carismi devono essere sempre posti al servizio del regno di Dio e dell’unica Chiesa di Cristo, nella quale nessun dono di Dio è più importante di altri (se non la carità, che tutti li perfeziona e li armonizza) e nessun ministero deve diventare motivo per sentirsi migliori dei fratelli ed escludere chi la pensa diversamente”.
Da qui la richiesta ad essere nella Chiesa senza nessuna esclusività: “Perciò invito anche voi, che avete incontrato il Signore e vivete la sua sequela nel Cammino Neocatecumenale, ad essere testimoni di questa unità. La vostra missione è particolare, ma non esclusiva; il vostro carisma è specifico, ma porta frutto nella comunione con gli altri doni presenti nella vita della Chiesa; il bene che fate è tanto, ma il suo fine è permettere alle persone di conoscere Cristo, sempre rispettando il percorso di vita e la coscienza di ciascuno”.
E’ un invito a vivere la pastorale della parrocchia senza nessuna chiusura: “Come custodi di questa unità nello Spirito, vi esorto a vivere la vostra spiritualità senza mai separarvi dal resto del corpo ecclesiale, come parte viva della pastorale ordinaria delle parrocchie e delle sue diverse realtà, in piena comunione con i fratelli e in particolare con i presbiteri e i Vescovi. Andate avanti nella gioia e con umiltà, senza chiusure, come costruttori e testimoni di comunione”.
Infine ha ribadito che il Vangelo deve essere annunciato senza nessun moralismo: “La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate. Allo stesso tempo, essa ricorda a tutti che ‘dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà’. Perciò l’annuncio del Vangelo, la catechesi e le varie forme dell’agire pastorale devono essere sempre liberi da forme di costrizione, rigidità e moralismi, perché non accada che essi possano suscitare sensi di colpa e timori invece che liberazione interiore”.
La giornata del papa era iniziata con l’incontro con la delegazione ecumenica della Finlandia in occasione della festa di sant’Enrico ad inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “In un tempo in cui le persone sono spesso tentate da un senso di disperazione, abbiamo la missione essenziale, come messaggeri cristiani di speranza, di portare la luce del Signore negli angoli più bui del nostro mondo.
Sebbene il Giubileo della Speranza si sia ormai concluso con la recente chiusura della Porta Santa della Basilica di San Pietro, la nostra speranza cristiana non conosce fine né limiti. Pertanto, incoraggiati e rafforzati dalla grazia di Gesù Cristo, che è l’incarnazione stessa della speranza per tutti, siamo chiamati e inviati a testimoniare questa verità salvifica con parole edificanti e opere di carità”.
Infine ha incoraggiato il prosieguo del dialogo cattolico-luterano: “Tali esempi di cooperazione, insieme alla lunga tradizione di celebrare congiuntamente la festa di sant’Enrico, sono segni eloquenti di un ecumenismo concreto e fruttuoso e possono contribuire a incoraggiare la Sesta Fase del Dialogo Internazionale Cattolico-Luterano, che inizierà il mese prossimo. Sono certo che il Vescovo Goyarrola, in qualità di Co-Presidente, porterà queste esperienze positive dell’ecumenismo finlandese a questo dialogo”.
Nel mezzo di questi due incontri papa Leone XIV ha ringraziato i dirigenti e gli agenti dell’ispettorato della Pubblica Sicurezza del Vaticano per l’anno giubilare appena concluso: “Avete dovuto gestire file interminabili di persone e folle numerose, accompagnare spostamenti e mantenere presidi, con il buono e il cattivo tempo e con orari e ritmi spesso scomodi ed esigenti. In merito a questo, un pensiero di ringraziamento va anche ai vostri cari che, in modo indiretto, si sono trovati a loro volta coinvolti in queste dinamiche, adattandosi alle esigenze dei vostri impegni e turni straordinari di lavoro e, immagino, rinunciando spesso alla vostra presenza”.
La garanzia della sicurezza rende un luogo sereno: “Ordine e sicurezza sono doni che costano sacrificio a chi li garantisce e che però contribuiscono notevolmente al bene di tutti: in questo caso non solo allo svolgersi pratico delle attività nel rispetto delle norme, ma anche al loro collocarsi in un clima sereno e raccolto. Un ambiente sicuro è infatti di grande aiuto alla preghiera, e moltissimi visitatori (alcuni arrivati a Roma con lunghi viaggi e addossandosi sacrifici fisici ed economici) nei mesi passati lo hanno potuto sperimentare anche grazie a voi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i diplomatici pontifici ad una ‘carità pensante’
“In occasione del 325° anniversario di fondazione, insieme con voi, rendo grazie al Signore per la lunga e feconda storia di questa benemerita Istituzione posta a servizio del Successore di Pietro”: in una Lettera alla Pontificia Accademia Ecclesiastica in occasione del 325^ anniversario di fondazione, il pontefice scrive che quella dei diplomatici del papa ‘non è tattica, ma carità pensante’.
Ha tracciato una piccola storia della diplomazia pontificia: “Nel 1701, per volontà di papa Clemente XI, prendeva avvio una missione tanto meritoria, della quale molti miei predecessori hanno custodito lo spirito e guidato la crescita, accompagnandone gli sviluppi alla luce delle esigenze che la Chiesa e la diplomazia hanno manifestato nel corso dei secoli. In anni più recenti, papa Francesco, con la Costituzione Apostolica ‘Praedicate Evangelium’ ha confermato la collocazione dell’Accademia all’interno della struttura della Segreteria di Stato, ponendola in connessione con la Sezione per il Personale di Ruolo Diplomatico della Santa Sede; poi, con il Chirografo Il Ministero Petrino, del 25 marzo 2025, l’ha qualificata come centro avanzato di alta formazione accademica e ricerca nelle Scienze Diplomatiche, quale diretto strumento dell’azione diplomatica della Santa Sede”.
Per il papa tale cammino offre una base non solo culturale, ma anche scientifica: “Queste ultime riforme manifestano lo scopo di offrire un curriculum formativo che, con una solida base scientifica, sia in grado di integrare competenze giuridiche, storiche, politiche, economiche e linguistiche e coniugarle con le doti umane e sacerdotali di giovani presbiteri. Ringrazio i Superiori e gli Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica per il cammino di comunione e di rinnovamento intrapreso con spirito di fede e di disponibilità, accogliendo i cambiamenti senza dimenticare le radici”.
Infatti la diplomazia è una vocazione evngelica: “Auspico che questa fausta ricorrenza susciti negli Alunni un rinnovato impegno a perseverare nel cammino formativo, ricordando che il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale: è l’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze. La nostra diplomazia, infatti, nasce dal Vangelo: non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici”.
Inoltre la diplomazia necessita di ascolto per costruire ‘ponti’: “Per edificare questa comunione, ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita. I diplomatici del papa sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare e ponti di speranza quando il bene vacilla”.
Il messaggio si conclude con l’invito ad imitare sant’Antonio, la cui festa ricorre oggi, per un dialogo con Dio: “Imitando sant’Antonio Abate, vostro patrono, che seppe trasformare il silenzio del deserto in dialogo fecondo con Dio, siate sacerdoti dalla profonda spiritualità, per attingere dalla preghiera la forza dell’incontro con gli altri. E mentre lo sguardo si apre alla missione che vi attende, affido ciascuno a Maria, Madre della Chiesa, perché vegli su di voi e vi renda docili alla volontà di Dio nel servizio alla sede di Pietro”.
La Pontificia Accademia Ecclesiastica era originariamente Accademia dei Nobili Ecclesiastici, uno dei diversi collegi romani dedicati alla formazione di chierici indirizzati alla vita ecclesiastica, ma non necessariamente sacerdotale. Durante il pontificato di papa Pio VI (1775-1799) fu destinata a formare nobili ecclesiastici venuti a Roma a perfezionarsi negli studi teologici e giuridici e tra il XVIII e il XIX secolo fu considerata luogo di formazione dell’élite ecclesiastica che aspirava a una carriera nella curia romana.
Con il tempo divenne fucina di diplomatici pontifici e papa Pio IX, nel regolamento emanato nel 1850, specificò che il suo scopo era quello ‘di formare i giovani ecclesiastici o per il servizio diplomatico della Santa Sede o per il servizio amministrativo in curia e nello Stato Pontificio’.
Con il tramonto del potere temporale, avvenuto nel 1870, venne meno la possibilità di impieghi nell’amministrazione dello Stato e rimase possibile solo la carriera diplomatica. Il pontificato di papa Leone XIII (1876-1903) introdusse per l’Accademia novità significative.
Il regolamento dispose un concorso per l’accesso alla carriera diplomatica e nel corso del tempo il programma accademico venne più volte innovato. Nel secondo dopoguerra, in piena guerra fredda, la diplomazia vaticana si fece arte di creare e mantenere l’ordine internazionale, d’instaurare rapporti umani, ragionevoli e giuridici tra i popoli mediante un’aperta e responsabile regolazione, ma anche arte della pazienza, del produrre la pace negli animi e nelle relazioni internazionali.
Nel 1969, con il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum papa san Paolo VI ribadì il dovere del papa di rendersi presente in modo adeguato in tutte le regioni della terra per svolgere il suo ufficio primaziale, come perpetuo e visibile principio e fondamento di unità, per sostenere le Chiese anche con la sua presenza, un compito che viene affidato all’inviato pontificio. Ne derivò l’esigenza, per l’Accademia, di formare sacerdoti che non solamente avessero un’adeguata preparazione tecnica e intellettuale, ma che fossero in grado di rappresentare il Sommo Pontefice e che avessero, quindi, una visione approfondita e vissuta dell’indole sacerdotale della missione diplomatica.
Nella giornata il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, nella lectio magistralis ‘Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide’ aveva evidenziato il ‘contesto a dir poco critico per le relazioni internazionali’ caratterizzato dai ‘segni della guerra, le violazioni della vita umana, le distruzioni, le incertezze e un diffuso senso di smarrimento’.
Infatti la forza delle armi, la volontà di potenza sono ormai il sostegno per le decisioni politiche e bisogna prendere atto che “l’ordine internazionale non è più quello che 80 anni or sono veniva delineato con l’istituzione dell’Onu, del Sistema delle Nazioni Unite e di nuove forme di intesa e collaborazione tra gli Stati formulate secondo il diritto internazionale e nell’ambito del diritto internazionale”.
Necessario dunque offrire risposte efficaci e soluzioni che “abbandonino l’idea dell’uso della forza, la volontà di potenza, il disprezzo delle regole… E’ il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna, che sia al tempo stesso una proposta educativa, di formazione e di ricerca”.
Per il segretario di Stato vaticano “il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza non autorizza ad attivare azioni o attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale”. La pace, nel sentire comune, sembra possibile se si annienta il nemico e il nemico “può diventare un popolo, una Nazione, un’Istituzione o uno spazio economico che si oppone alla visione del più forte di turno”.
(Foto: Vatican Media)
Il Beato Angelico, l’artista che ha reso il “vero” Cristo
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 16.01.2026 – Jan van Elzen] – Hans Urs von Balthasar, influente figura della teologia Cattolica del XX secolo, espresse un’alta considerazione per l’arte di Guido di Piero, poi Fra Giovanni da Fiesole, detto Beato Angelico (Vicchio di Mugello, 1395 circa-Roma, 1455), artista simbolo dell’arte del Quattrocento a Firenze e uno dei principali maestri dell’arte italiana di tutti i tempi, sostenendo che il frate pittore fosse in grado di rappresentare la vera essenza di Gesù Cristo, rendendo il “vero” Cristo, in modo più autentico e spiritualmente profondo rispetto a Michelangelo.
Papa Leone XIV ai familiari delle vittime di Crans-Montana: la speranza non è vana
“Dico molto sinceramente che sono molto commosso nell’incontrarvi. Quando ho saputo che da parte vostra qualcuno aveva chiesto questa udienza, subito ho detto: ‘Sì, troveremo il tempo’. Volevo almeno avere l’opportunità di condividere un momento che per voi, in mezzo a tanto dolore e sofferenza, è veramente una prova della nostra fede, è una prova di ciò che crediamo. Uno si domanda tante volte: ‘Perché, Signore?’ Qualcuno mi ha fatto ricordare un momento simile, proprio nella Messa del funerale dove, invece di fare una predica, il sacerdote parlava come di un dialogo fra la persona e Dio stesso, con quella domanda che sempre ci accompagna, a dire: Perché, Signore, perché?”: con voce incrinata dal dolore papa Leone XIV ha incontrato oggi alcuni familiari dei ragazzi morti o feriti nella strage del locale a Crans-Montana nella notte di Capodanno, abbracciandoli.
Davanti a questo immenso dolore il problema è quello di trovare parole ‘adeguate’: “Questi sono momenti di grande dolore e sofferenza. Una delle persone a voi più care, più amate, ha perso la vita in una catastrofe di estrema violenza, oppure si trova ricoverata in ospedale per un lungo periodo, con il corpo sfigurato dalle conseguenze di un terribile incendio che ha colpito l’immaginario di tutto il mondo. E questo nel momento più inaspettato, in un giorno in cui tutti gioivano e festeggiavano per scambiarsi auguri di gioia e felicità”.
Quindi di fronte a tali avvenimenti quale conforto trovare? Il papa propone le parole di Gesù: “Forse c’è solo una parola che sia adeguata: quella del Figlio di Dio sulla croce (a cui siete così vicini oggi), che dal profondo del suo abbandono e del suo dolore gridò al Padre: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ La risposta del Padre alla supplica del Figlio si fa attendere tre giorni, nel silenzio. Ma poi, che risposta! Gesù risorge glorioso, vivendo per sempre nella gioia e nella luce eterna della Pasqua”.
Tutte le risposte diventano vane se non si ripone speranza in Gesù, come invitava san Paolo ai Corinti: “L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti. D’altra parte, il Successore di Pietro che siete venuti a incontrare oggi ve lo afferma con forza e convinzione: la vostra speranza, la vostra speranza non è vana, perché Cristo è veramente risorto!
La Santa Chiesa ne è testimone e lo annuncia con certezza. San Paolo, che lo aveva visto vivo, diceva ai cristiani di Corinto: Se abbiamo riposto la nostra speranza in Cristo solo per questa vita, siamo gli uomini più da compatire. Ma no! Cristo è risorto dai morti, lui, primo risorto tra coloro che si sono addormentati”.
Ecco l’invito a non separarsi dall’amore di Gesù: “Cari fratelli e sorelle, nulla potrà mai separarvi dall’amore di Cristo, così come i vostri cari che soffrono o che avete perso. La fede che abita in noi illumina i momenti più bui e più dolorosi della nostra vita con una luce insostituibile, che ci aiuta a continuare coraggiosamente il cammino verso la meta.
Gesù ci precede su questo cammino di morte e risurrezione che richiede pazienza e perseveranza. Siate certi della sua vicinanza e della sua tenerezza: Egli non è lontano da ciò che state vivendo, al contrario, lo condivide e lo porta con voi. Allo stesso modo, tutta la Chiesa lo porta con voi. Siate certi della preghiera di tutta la Chiesa (e della mia preghiera personale) per il riposo dei vostri defunti, per il sollievo di coloro che amate e che soffrono, e per voi stessi che li accompagnate con la vostra tenerezza e il vostro amore”.
Infine ha ‘assicurato’ la sua preghiera e quella della Chiesa: “Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce, Maria, alla Croce, che vedeva il suo Figlio. Maria Addolorata vi è vicina in questi giorni, ed è a lei che vi affido. Rivolgete a lei senza riserve le vostre lacrime e cercate in lei il conforto materno che forse solo Maria saprà dare e certamente potrà darvi. Come Maria, saprete attendere con pazienza, nella notte della sofferenza ma con la certezza della fede, che un giorno, un nuovo giorno sorga; e ritroverete la gioia”.
Mentre ieri il papa aveva inviato un messaggio alla redazione ed ai giornalisti de ‘La Repubblica’ per i 50 anni di vita: “II vostro è un giornale radicato in tante città, ma che ha in Roma, la Diocesi del Papa, un punto di osservazione privilegiato sulle vicende dell’Italia e del mondo, la sua sede principale. Con libertà avete letto le pagine di questi cinquanta anni. E raccontato la storia della Chiesa… Ed offrire quella possibilità di confronto che quando non è ostile contribuisce al bene comune e all’unità del genere umano. Il dialogo supera cosi il conflitto e costruisce la pace”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita alla conoscenza della Parola di Dio
“Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi’. Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore”: partendo dal Vangelo dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV nell’udienza generale di oggi ha approfondito la Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ con l’invito ad approfondire la conoscenza della Parola di Dio.
Per commentare la frase evangelica ha fatto riferimento ad un commento di sant’Agostino: “Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio. Infatti, un antico motto recitava: ‘L’amicizia o nasce tra pari, o rende tali’. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio”.
Quindi l’alleanza con Dio avviene grazie a Gesù: “Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva, ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo”.
Quest’amicizia di Dio è sottolineata nella Costituzione ‘Dei Verbum’: “Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato (‘vi ho chiamato amici’) sono riprese proprio nella Costituzione ‘Dei Verbum’, che afferma: ‘Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”.
Per questo l’Alleanza di Dio si matura nel dialogo: “Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro; e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere”.
Quindi Dio parla con l’umanità: “La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. E’ importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui”.
E’ un dialogo che contempla anche l’ascolto: “In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi”.
Da qui scaturisce il valore della preghiera: “Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui”.
Quindi l’invito del papa è quello di alimentare la relazione con Dio: “La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il battesimo è la porta del cielo
“Il mio pensiero si rivolge a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone. Auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società. In Ucraina nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”: al termine della recita dell’Angelus della domenica del battesimo di Gesù papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace in Medio Oriente, soprattutto per Siria ed Iran, e per la popolazione ucraina.
Ed ha riferito che ha battezzato alcuni neonati dei dipendenti della Santa Sede, estendendo la sua benedizione a tutti i bambini: “Ora vorrei estendere la mia benedizione a tutti i bambini che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questi giorni, a Roma e nel mondo intero, affidandoli alla materna protezione della Vergine Maria. In modo particolare prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni. La grazia del Battesimo, che li unisce al mistero pasquale di Cristo, agisca efficacemente in loro e nei loro familiari”.
Prima della recita dell’Angelus il papa ha sottolineato il motivo per cui Dio si è fatto uomo: “Carissimi, Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese! Egli viene in mezzo a noi con la sapienza del suo Verbo fatto carne, coinvolgendoci in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”.
Il battesimo di Gesù mostra la misericordia di Dio: “Sì, nella sua santità il Signore si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio Unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.
E’ stato un invito a ricordare il giorno del proprio battesimo: “Il sacramento del Battesimo realizza quest’evento in ogni tempo e in ogni luogo, introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito. Dedichiamo allora questo giorno a fare memoria del grande dono ricevuto, impegnandoci a testimoniarlo con gioia e con coerenza…
Il primo dei Sacramenti è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.
Anche nell’omelia per la festa del battesimo di Gesù il papa ha sottolineato che il battesimo trasforma in ‘creature’ nuove: “I figli, che ora tenete in braccio, sono trasformati in creature nuove. Come da voi genitori hanno ricevuto la vita, così ora ricevono il senso per viverla: la fede. Quando sappiamo che un bene è essenziale, subito lo cerchiamo per coloro che amiamo. Chi di noi, infatti, lascerebbe i neonati senza vestiti o senza nutrimento, nell’attesa che scelgano da grandi come vestirsi e che cosa mangiare? Carissimi, se il cibo e il vestito sono necessari per vivere, la fede è più che necessaria, perché con Dio la vita trova salvezza”.
Nella breve omelia il papa ha detto che il battesimo ci fa partecipe della Chiesa: “Il suo amore provvidente si manifesta in terra attraverso di voi, mamme e papà che chiedete la fede per i vostri figli. Certo, verrà il giorno in cui diventeranno pesanti da tenere in braccio; e verrà anche il giorno in cui saranno loro a sostenere voi. Il Battesimo, che ci unisce nell’unica famiglia della Chiesa, santifichi in ogni tempo tutte le vostre famiglie, donando forza e costanza all’affetto che vi unisce”.
Ed i gesti battesimali sono testimonianza della bellezza della vita nella Chiesa: “I gesti che tra poco compiremo ne sono bellissime testimonianze: l’acqua del fonte è il lavacro nello Spirito, che purifica da ogni peccato; la veste bianca è l’abito nuovo, che Dio Padre ci dona per l’eterna festa del suo Regno; la candela accesa al cero pasquale è la luce di Cristo risorto, che illumina il nostro cammino. Vi auguro di continuarlo con gioia lungo l’anno appena iniziato e per tutta la vita, certi che il Signore accompagnerà sempre i vostri passi”.
(Foto: Santa Sede)
VIII Centenario del Transito di San Francesco d’Assisi
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 10.01.2025 – Vik van Brantegem] – Con il solenne rito celebrato stamani nella basilica di Santa Maria degli Angeli, in Porziuncola, si è ufficialmente aperto l’anno commemorativo del transito di San Francesco d’Assisi, nel luogo che custodisce la Cappella dove, nell’autunno del 1226, concluse il suo cammino terreno. Per l’occasione Sua Santità Papa Leone XIV ha indetto uno speciale Anno Giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027.



























