Cultura
Restituire valore al dialogo contro l’odio online
La Sala Valeria Solesin di Palazzo Lombardia ha ospitato lunedì pomeriggio la presentazione istituzionale del volume La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario di Biagio Maimone, nell’ambito del progetto nazionale ‘La Parola è Vita – Tour della Parola e del Dialogo nelle Regioni e nelle Città Italiane’, realizzato in collaborazione con Regione Lombardia, con il patrocinio della Commissione Europea e con il riconoscimento dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Con la tappa in Lombardia, terra natale dell’autore, entra nel vivo il progetto nazionale ‘La Parola è Vita’, dopo l’avvio in Sicilia nel mese di aprile. Il tour attraverserà Regioni e città italiane ed europee, promuovendo il valore della parola, del dialogo e della relazione quali pilastri della convivenza civile e dello sviluppo socio-umanitario.
Ad animare le diverse tappe saranno scrittori, accademici, comunicatori, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni, del mondo della cultura e del Terzo settore, chiamati a confrontarsi sul ruolo della comunicazione nella costruzione della pace, dell’inclusione e della coesione sociale. ‘Basta guerre, basta odio e basta incitazione all’odio. Bisogna parlare al cuore delle persone’: è questo il messaggio che ispira la visione di Biagio Maimone e l’intero progetto.
L’incontro, moderato dal giornalista Roberto Salvini, Direttore di Canale Europa TV e del quotidiano Europa News, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, della cultura e della società civile per una riflessione sul ruolo della comunicazione nella costruzione di una società più inclusiva e sul contrasto all’odio online, al cyberbullismo, alle discriminazioni e al crescente linguaggio aggressivo che caratterizza il dibattito politico.
Sono intervenuti Raffaele Cattaneo, Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia con delega alle Relazioni Internazionali ed Europee; Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ed autore del volume; Marcella Panucci, Consigliera della Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini; Mattia Peradotto, Coordinatore e Direttore dell’UNAR della Presidenza del Consiglio dei Ministri, con un videomessaggio; Héctor Villanueva, CEO e Founder di EXPO dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà; Alice Arienta, Consigliera comunale di Milano e delegata del Sindaco Giuseppe Sala; Diana De Marchi, Consigliera delegata della Città Metropolitana di Milano; Anna Maria Folchini Stabile, Presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta; Nabil Bougarech, rappresentante del Centro di Ricerca Globale ALLATRA; Maria Maimone, filosofa della comunicazione; Marcello Guadalupi, Presidente della Fondazione Commercialisti di Milano; Stefano Masullo, Magnifico Rettore I.S.F.O.A.
Nel suo intervento, Raffaele Cattaneo ha evidenziato come il linguaggio rappresenti uno strumento decisivo per costruire relazioni, favorire il dialogo e rafforzare la coesione sociale. Ha richiamato la necessità di recuperare il significato autentico delle parole e di promuovere una comunicazione fondata sul rispetto, sulla responsabilità e sulla collaborazione, quale risposta alla crescente diffusione dell’odio, della violenza verbale e della contrapposizione che attraversano il dibattito pubblico e i social network.
Biagio Maimone ha illustrato il volume come una proposta culturale ed educativa per promuovere una ‘pedagogia della parola’, capace di trasformare la comunicazione in uno strumento di crescita umana e sociale. Al centro della sua riflessione vi è l’idea che le parole possano costruire ponti, favorire l’inclusione e contribuire al bene comune. Ha inoltre richiamato l’urgenza di contrastare la crescente violenza verbale che attraversa il mondo della politica, dei media e dei social network, evidenziando come il linguaggio pubblico influenzi profondamente la qualità della convivenza civile e, soprattutto, le nuove generazioni, sempre più esposte a messaggi di odio, aggressività e discriminazione che possono alimentare fenomeni di bullismo, cyberbullismo e, nei casi più estremi, condurre a gesti di autolesionismo e suicidio.
Per questo ha ribadito la proposta di introdurre, sin dalla scuola primaria, la materia ‘Comunicazione’, finalizzata a educare i giovani all’uso responsabile della parola, al dialogo, al rispetto dell’altro ed all’utilizzo consapevole delle tecnologie digitali, offrendo strumenti efficaci per prevenire l’incitazione all’odio, il bullismo, il cyberbullismo, i linguaggi d’odio ed ogni forma di manipolazione.
Gli altri interventi hanno arricchito il confronto da diverse prospettive istituzionali, culturali e sociali. Marcella Panucci ha evidenziato il valore della formazione e della ricerca nella costruzione di una società più consapevole e inclusiva; Mattia Peradotto, nel videomessaggio dell’UNAR, ha ribadito l’impegno nel contrasto a ogni forma di discriminazione e nella promozione della cultura del rispetto; Héctor Villanueva ha richiamato il dialogo tra i popoli quale presupposto per la pace e la cooperazione internazionale.
Alice Arienta e Diana De Marchi hanno sottolineato l’importanza dell’impegno delle istituzioni locali nella promozione della partecipazione e dell’inclusione; Anna Maria Folchini Stabile ha ribadito il valore educativo della cultura; Nabil Bougarech ha posto l’accento sul ruolo della comunicazione nel diffondere una maggiore consapevolezza ambientale e nel promuovere comportamenti responsabili verso il pianeta; Maria Maimone ha approfondito il significato etico e relazionale della parola; Marcello Guadalupi ha richiamato il valore della responsabilità sociale delle professioni, mentre Stefano Masullo ha evidenziato il ruolo dell’università nella formazione di cittadini e professionisti consapevoli.
Ad Arezzo l’Opera Seme Festival
Arezzo si prepara ad accogliere la quarta edizione di Opera Seme Festival, in programma fino al 25 luglio: opera, musica, danza, teatro, formazione internazionale con tutti gli spettacoli ed eventi ad ingresso gratuito ad eccezione del concerto finale al Teatro Petrarca.
Opera Seme Festival è un progetto dedicato all’opera lirica, alla sua divulgazione e alla sua capacità di parlare al presente. Nato per avvicinare nuovi pubblici a un genere troppo spesso percepito come riservato a pochi, il Festival valorizza l’opera come una delle espressioni più alte e riconoscibili dell’identità culturale italiana, famosa nel mondo e capace ancora oggi di generare incontro, emozione e partecipazione.
Il Festival, promosso da Spazio Seme Centro Internazionale e Seed aps, con la collaborazione sin dall’inizio del festival del docente e cantante americano Matthew Schloneger che co-firma la direzione artistica, intende rendere l’opera un linguaggio vivo, accessibile e condiviso, capace di parlare a pubblici diversi e di abitare alcuni dei luoghi più significativi di Arezzo, da Piazza Grande al Chiostro del Comune, dalla CaMu al Teatro Petrarca.
L’edizione 2026 si svolge con il patrocinio della Regione Toscana, del Comune di Arezzo e della Fondazione Guido d’Arezzo, con il sostegno di TCA spa per la sezione Opera Kids e con il contributo di Coingas, Confcommercio, Camera di Commercio Arezzo-Siena, Sandy caffè, Club per l’UNESCO di Arezzo, Fattoria Luca Palombaro e la collaborazione di Oida Orchestra instabile di Arezzo, Fondazione Arezzo Intour e Associazione Music. Una rete di collaborazioni che conferma il valore culturale, educativo e territoriale del progetto, nato ad Arezzo ma sempre più aperto al dialogo nazionale e internazionale.
L’edizione 2026 si apre sabato 11 luglio in Piazza Grande con una delle principali novità di quest’anno: Opera Kids, la nuova sezione del Festival dedicata a bambini e bambine dai 6 ai 12 anni insieme alle loro famiglie. Dopo un percorso di laboratori gratuiti intorno ai quattro linguaggi alla base dell’opera italiana: canto, teatro, musica e danza avviato a giugno presso Spazio Seme, bambini e genitori saranno protagonisti di un momento di restituzione dei laboratori alle ore 18,30 che inaugurerà simbolicamente il Festival, sul prato verde che nei giorni di luglio copre Piazza Grande con le iniziative Confcommercio.A seguire, sempre sabato 11 luglio alle ore 19 in Piazza Grande, il Festival entrerà nel vivo con Arie d’Opera, concerto a ingresso gratuito che porterà nel cuore della città alcune tra le pagine più amate del repertorio lirico.
Domenica 12 luglio, ancora in Piazza Grande alle ore 19, Opera Seme Festival partecipa alla festa dei 10 anni di OIDA Orchestra instabile di Arezzo, realtà musicale profondamente legata al Festival e alla città, con i cantanti del festival che si esibiscono sul palco della festa e in Piazza, in collaborazione con Arezzo Dance Hub. Il programma proseguirà giovedì sera 16 luglio alla CaMu, alle ore 21.30, con Opera on Contact, performance di danza improvisation con Consuelo Pacheco, Leonardo Lambruschini e Virginia Guidi: dialogo tra corpo, movimento e immaginario dell’opera.
Domenica 19 luglio, alle ore 11 alla CaMu, il pubblico potrà assistere al Recital operistico, un concerto dei docenti di ‘Opera Seme’ che spazieranno dalla classica al musical di Brodway fino al jazz, concerto per voci e pianoforte.
Dal 21 al 24 luglio il Chiostro del Comune diventerà il cuore della sezione operistica del Festival, con quattro serate a ingresso gratuito e tre titoli del grande repertorio operistico. Martedì 21 luglio, alle ore 21, andrà in scena La canterina di Franz Joseph Haydn con un primo cast, per la regia di Jon Kellam, la direzione musicale e d’orchestra di Billie Miller, OIDA Orchestra Instabile di Arezzo e i costumi di Matelda Bigi. Alle ore 22.15 seguirà Il Parnaso confuso di Christoph Willibald Gluck, sempre con un primo cast, per la regia di John Kellam, la direzione musicale e d’orchestra di Billie Miller, la direzione musicale di Billie Miller e Virginia Guidi, il maestro collaboratore Lorenzo Magi, OIDA Orchestra Instabile di Arezzo e i costumi di Mariya Radeva-Nedyalkova e Matelda Bigi.
Mercoledì 22 luglio il programma sarà replicato con il secondo cast de La canterina, alle ore 21, e con Il Parnaso confuso alle ore 22.15, offrendo così spazio a più interpreti e valorizzando il lavoro formativo e scenico sviluppato durante la residenza. Giovedì 23 luglio, alle ore 21, il Chiostro del Comune ospiterà il primo cast di Così fan tutte di Wolfgang Amadeus Mozart, con la regia di Gianni Santucci, l’assistenza alla regia di Virginia Guidi, la direzione d’orchestra di Evan Richards, la direzione musicale e il maestro collaboratore Valerie Dueck, OIDA Orchestra Instabile di Arezzo e i costumi di Matelda Bigi.
Venerdì 24 luglio, sempre alle ore 21 al Chiostro del Comune, andrà in scena il secondo cast di Così fan tutte, confermando il progetto di una produzione pensata per dare piena centralità ai giovani artisti coinvolti nel percorso formativo. La chiusura del Festival è in programma sabato 25 luglio alle ore 21.30 al Teatro Petrarca con Jazz on Broadway, spettacolo con ingresso a pagamento che porterà il pubblico in un viaggio tra musical, jazz e teatro musicale americano. Sul palco OIDA Orchestra Instabile di Arezzo, con la direzione d’orchestra di Ana Flavia Zuim da New York e la direzione musicale di Gianni Bruschi e Matthew Schloneger. Biglietti 22 euro + d.p. (ridotti 15 euro + d.p.) su https://discoverarezzo.ticka.it/. Tutti i dettagli sul programma, gli interpreti e le modalità di accesso agli eventi saranno disponibili su:www.operaseme.org.
La parola contro l’odio: a Palazzo Lombardia la presentazione del libro di Biagio Maimone
La parola come strumento di cura, di responsabilità e di costruzione sociale sarà al centro dell’incontro in programma lunedì 13 luglio alle ore 15.30 presso la Sala Valeria Solesin di Palazzo Lombardia, dove verrà presentato il libro di Biagio Maimone, ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’.
L’evento si inserisce nel progetto nazionale ‘La Parola è Vita – Tour della Parola e del Dialogo nelle Regioni e nelle Città Italiane’, realizzato in collaborazione con Regione Lombardia, con il patrocinio della Commissione Europea e il riconoscimento dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Un appuntamento che punta a riportare al centro del dibattito pubblico il valore della comunicazione come leva di crescita civile, inclusione e coesione sociale, in un tempo segnato da linguaggi d’odio, polarizzazione e crescente violenza verbale online.
A moderare l’incontro sarà il giornalista Roberto Salvini, direttore di Canale Europa TV e del quotidiano Europa News. Aprirà i lavori Raffaele Cattaneo, Sottosegretario alla Presidenza di Regione Lombardia con delega alle Relazioni Internazionali ed Europee, con il saluto istituzionale.
Seguiranno gli interventi di Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo Ets e autore del volume, e di Marcella Panucci, Consigliere del Ministro dell’Università e della Ricerca per la Competitività della Ricerca e dell’Università, l’Internazionalizzazione e i Rapporti con le Imprese Anna Maria Bernini. E’ previsto inoltre il videomessaggio istituzionale di Mattia Peradotto, Direttore dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Secondo l’autore, la comunicazione non è semplice trasmissione di informazioni, ma costruzione di relazioni, identità e responsabilità collettiva. Le parole possono generare inclusione oppure esclusione, crescita oppure conflitto. Al centro della riflessione anche i giovani, sempre più esposti a cyberbullismo e violenza verbale online, e il ruolo educativo di scuola, famiglia, istituzioni e media.
Il volume propone una ‘nuova pedagogia della parola’, fondata su ascolto, rispetto e dialogo, capace di contrastare odio, discriminazione e linguaggi aggressivi. Il progetto ‘La Parola è Vita’ nasce proprio con questo obiettivo: restituire alla comunicazione la sua funzione più alta, quella di costruire comunità e rafforzare la dignità umana.
Biagio Maimone è Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid; inoltre è Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso. La sua visione della comunicazione si ispira alla cultura del dialogo promossa da Papa Francesco e alla dimensione missionaria della Chiesa indicata da Papa Leone XIV, nella prospettiva di una comunicazione orientata alla fraternità, all’incontro e alla promozione del bene comune.
Dialoghi approfondisce il tema delle fedi nel cambiamento
Questo numero di ‘Dialoghi’, rivista trimestrale dell’Azione Cattolica Italiana, affronta una delle grandi domande del nostro tempo: come le fedi abitano il cambiamento e come, a loro volta, contribuiscono a generarlo. Il dossier ‘Fedi e cambiamento’, curato da Pina De Simone e Sihem Djebbi, esplora il rapporto tra tradizioni religiose, trasformazioni storiche e crisi contemporanee: dal senso cristiano della tradizione alle nuove prospettive delle eco-teologie, dalle teologie decoloniali ai messianismi che tornano a interrogare il presente. Un percorso che mostra come credere significhi anche dare forma al tempo, orientandolo verso un futuro possibile.
Il primo piano del numero propone una intensa intervista di Vittoria Prisciandaro a Cettina Militello, decana delle teologhe italiane, a ottant’anni dal voto alle donne e dalla nascita della Repubblica. Una riflessione che intreccia memoria, teologia e impegno civile, interrogando il ruolo delle donne nella Chiesa e nella democrazia, il permanere di stereotipi culturali e la necessità di rinnovare linguaggi e pratiche ecclesiali.
Tra gli altri contributi, la sezione ‘Secondo noi…’ riflette sul possibile protagonismo delle donne nel cambiamento; gli ‘Sguardi’ propongono un’analisi del rinnovato interesse religioso in alcune aree d’Europa; ‘Estremi confini’ racconta l’esperienza del Neema Hospital a Nairobi, esempio di sanità al servizio dei più fragili. Completano il numero gli approfondimenti culturali e le recensioni, insieme al ricordo di Paolo Trionfini, storico del cattolicesimo italiano e studioso dell’Azione cattolica.
Nell’introduzione a questo numero Claudia Nicole Cappiello, incaricata regionale per il Settore giovani di Azione Cattolica della Basilicata e membro di redazione di ‘Dialoghi’ pone l’interrogativo sul ruolo delle donne: “I dati statistici ci parlano di una società disfunzionale, con un alto numero di femminicidi, di violenza di genere e di differenze salariali tra uomo e donna. Allora è lecito, a ottant’anni dal primo voto delle donne in occasione del Referendum tra Repubblica e Monarchia del 1946, interrogarsi su quale sia il vero ruolo della donna oggi nella società e nella Chiesa. Cettina Militello ci racconta la sua testimonianza di vita e di fede nell’intervista posta in primo piano, in cui emerge tutta la difficoltà provata per imporre la sua voce in un ambiente prettamente maschile e sicuramente non pronto ad ascoltarla”.
La domanda fondamentale è quello dell’attualità: “Ogni storia non può non essere considerata a partire dal contesto storico in cui si è sviluppata e sicuramente negli ultimi anni la situazione è in cambiamento. Guardare al rapporto tra donne, Chiesa e società non significa quindi nascondere le difficoltà di chi ha dovuto lottare per affermarsi e trovare il proprio posto del mondo o per potersi esprimere con libertà, facendo risuonare una voce che spesso è sentita più che ascoltata. Ma è giusto anche riconoscere i passi in avanti che sono stati compiuti, i processi avviati e i cambiamenti in atto”.
Claudia Nicole Cappiello pone la domanda da dove può iniziare il cambiamento: “Riandando alla nostra storia associativa, come non ricordare che tra le ventuno donne elette all’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, ben cinque provenivano dalla Gioventù Femminile di Azione Cattolica. In ambito ecclesiale fu poi il Concilio Vaticano II a rappresentare uno spartiacque per l’affermazione del ruolo delle donne, facendo partecipare alle varie assise ventitré rappresentanti femminili, di cui tredici laiche. Sebbene col ruolo di uditrici, riuscirono a far valere il proprio punto di vista, imponendosi come voci autorevoli in un contesto già in movimento e spingendosi verso un traguardo, quello della pari dignità di genere, che molti consideravano ancora un’utopia”.
Ed in questo cambiamento è inclusa anche la Chiesa: “Il cammino continua oggi col processo sinodale, dove la voce delle donne è più che fondamentale. La storia ci insegna, quindi, quanto le donne possano essere protagoniste dei cambiamenti che viviamo, se davvero si dà spazio a esse e se si accoglie la ricchezza che viene proprio dalla diversità uomo-donna. Allo stesso tempo, riconosciamo che (proprio come la Militello afferma nell’intervista) sono ancora molti i passi da compiere per un pieno riconoscimento del ruolo femminile nella società e nella Chiesa.
Tra ministerialità e sacramentalità, sono molte le questioni che tutto ciò apre e che potremmo rileggere secondo una prospettiva che appare fondamentale, quella del rispetto e della dipendenza reciproca di ogni individuo, al fine di edificare il regno di Dio come l’unico corpo di Cristo, seppur nel riconoscimento della diversità e alterità di ognuno. Di fronte a tutto ciò, un elemento appare fondamentale: perché la Chiesa e la società possano cambiare è necessario comprendere quanto questo cambiamento parli alla vita e alla fede delle persone”.
‘Ave mundi spes’ alla Pinacoteca del Monastero benedettino ‘S. Giovanni Evangelista’ a Lecce
‘Ave mundi spes’ Immagini mariane in mostra alla Pinacoteca del Monastero benedettino ‘S. Giovanni Evangelista’ di Lecce fino a sabato 11 luglio. La mostra, organizzata dalla Comunità monastica leccese, dalla Soprintendenza per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto e dalla cooperativa ArtWork, ha come tema principale la vita, il mistero e la figura di Maria di Nazareth, speranza del mondo.
Questa esposizione vuole raccontare l’esperienza della Vergine Maria attraverso opere pittoriche e scultoree custodite all’interno del Monastero delle Benedettine di Lecce. Una visita guidata attraverso le opere pittoriche e scultoree che sono disposte secondo un preciso itinerario teologico, artistico e spirituale che si snoderà in tre distinte sale e nella galleria della Pinacoteca e punterà a valorizzare l’iconografia appartenente al Monastero inerenti la vita di Maria, con particolare focalizzazione sugli episodi relativi alla speranza.
Il percorso museale porrà l’accento sulle tematiche proprie della vicenda umana e teologica della Madre di Dio. Il tema dell’intercessione sottolinea il ruolo unico di Maria all’interno del piano della redenzione. Altre opere pittoriche e scultoree presenteranno alcuni episodi della vita di Maria: dall’Immacolata Concezione della Vergine alla sua Nascita, alla sua Presentazione al Tempio insieme con la madre s. Anna, dall’Annunciazione alla Visita ad Elisabetta, per poi giungere all’apice del Mistero pasquale con la partecipazione, quale Addolorata, alla passione e morte di Cristo.
Parte della mostra è riservata alle iconografie: Maria col Bambino, Maria che ascolta e incarna le Sante Scritture, Maria prima credente e donna eucaristica, Maria venerata con i titoli della plurisecolare pietà popolare quali Madonna del Carmelo, Madonna del Rosario…
La mostra è stata inaugurata dalla Madre Benedetta Grasso Abbadessa della Comunità monastica benedettina leccese, dallArchitetto Antonio Zunno, Dirigente della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Lecce, Brindisi e Taranto, e da Giovanni Colonna, direttore Servizi Culturali ArtWork. La mostra resterà accessibile al pubblico fino all’11 luglio, dal lunedì al sabato, dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00.
Divagazioni bibliche sotto l’ombrellone: intervista ad Anna Porchetti
«Sposarsi e decidere di unire i propri destini è la sfida più grande e avventurosa che un uomo e una donna possano fare insieme».
Lo ha ricordato e spiegato bene la scrittrice e blogger Anna Porchetti nel suo primo libro Amatevi finché morte non vi separi. Il matrimonio: scelta per uomini coraggiosi e donne veramente libere [Effatà Editrice, Cantalupa -Torino 2022, pp. 144, euro 14], dedicato al rapporto di coppia per sempre e tradotto in spagnolo (per Loyola Press) e in polacco (Edizioni San Paolo).
Ora l’autrice, moglie e madre di tre figlie con tante collaborazioni giornalistiche e radiofoniche e un master in Scienza e fede conseguito all’ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, esce con un nuovo libro, Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare. Divagazioni bibliche nel secolo XXI [Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, pp. 256, euro 18]. L’abbiamo intervistata mentre ne sta organizzando una presentazione a Roma, della quale vi informeremo tempestivamente sulla nostra testata.
Per tornare un momento al tuo lavoro di debutto, Amatevi finché morte non vi separi, se le statistiche ci dicono che i matrimoni sono sempre più in crisi e aumentano le coppie di fatto, come fai a sostenere che ha ancora senso sposarsi?
Dopo aver pubblicato il libro, sono stata invitata a una serie di corsi per fidanzati. Una delle cose più sorprendenti che ho scoperto è che più della metà delle coppie di questi corsi è costituita da coppie di fatto, conviventi da anni e spesso anche con figli. Sono persone che, in apparenza, hanno già realizzato la loro storia d’amore ma, nella realtà, sentono che manca qualcosa. Il matrimonio sacramentale non è solo una cerimonia più solenne e commovente delle altre, non è solo una tradizione o l’occasione per sfoggiare abiti principeschi ma è il veicolo di una profonda trasformazione.
Con esso i due sposi si appartengono completamente, in modo indissolubile ed eterno. Non si tratta di un incantesimo o di un rito magico, ma della grazia del Sacramento, che Dio ci infonde attraverso lo Spirito Santo. Eternità e indissolubilità sono parole che spaventano solo gli amori piccoli e immaturi. Gli amori grandi sognano di essere davvero indissolubili ed eterni. È per questo che, se ci si ama davvero, prima o poi si comprende che un matrimonio sacramentale non è assolutamente la stessa cosa di una convivenza.
Ed a coloro che sostengono che, comunque, un matrimonio religioso nell’ambito di in una società agnostica e individualista non potrà mai ritornare “di moda” cosa rispondi?
Rispondo che sposarsi non perderà mai di senso e non seguirà mai le mode, perché il Signore ha voluto costruire il matrimonio dotandolo di quello di cui aveva bisogno, ovvero il Sacramento necessario a cementare un amore davvero profondo. Si tratta di un dono immenso e goderne è un privilegio.
Il cristiano è un “lavoro duro”, scrivi, ma che qualcuno deve pur fare. Già, ma come farlo in un Paese nel quale l’appartenenza alla Chiesa è vista come una scelta privatistica che non deve incidere nella società?
Credo che la trappola più insidiosa della modernità stia in questo invito al disimpegno spirituale. La religione viene indicata quasi come fosse un vizio privato, da tenere nascosto, da praticare fra le mura domestiche, nella privacy della propria abitazione. Quasi fosse una droga, una pratica estrema, o un qualcosa a cui non si riesce a rinunciare, ma di cui, sotto sotto, ci si vergogna un po’. E poi, diciamolo, il cristianesimo è davvero una religione controcorrente. Non è una novità, lo diceva già San Paolo, quando scriveva che la croce è scandalo dei giudei e stoltezza dei pagani. Amare il prossimo tuo, dove si è mai sentito? Fare il bene anche di chi ti vuole male, chi altri lo propone? Un cristiano è un personaggio ingombrante e bislacco.
Sì, in effetti, pochi sono disposti a negare che la dimensione spirituale sia parte integrante di ciascuno di noi, della nostra personalità, del nostro modo di intendere la vita…
Vero, e tenere nascosta la nostra fede o vergognarcene sarebbe un modo di nascondere noi stessi, di essere inautentici. Nel mio ultimo libro parlo di Daniele, un personaggio biblico che rappresenta il primo caso documentato di obiezione di coscienza. Lui lavora, si integra in una società aliena e persino ostile all’Ebraismo. Si fa apprezzare ma non nasconde la sua fede, né è disposto a scendere a compromessi col mondo. Nemmeno quando questa fedeltà rischia di costargli cara. Con la cresima diventiamo soldati di Cristo, ma questo non significa prendere in mano armi o nutrire propositi bellicosi, bensì ricordare che la nostra fede prevede anche una chiamata alla militanza, alla lealtà, alla coerenza, alla difesa dell’essenza del nostro credo e alle connesse convinzioni religiose e spirituali.
Con stile ironico ma allo stesso tempo profondo ci riproponi nel tuo ultimo libro gli insegnamenti della Bibbia a partire dal ricchissimo catalogo di storie nelle quali Dio si è messo in dialogo con uomini e donne, nella quotidianità delle loro vite. Leggere quelle storie così lontane culturalmente e nel tempo può davvero ispirarci anche oggi?
Noi moderni nutriamo verso il passato, la Bibbia in particolare, un pregiudizio ingiustificato. Riteniamo di essere assolutamente diversi da ogni precedente generazione e che quello che capita a noi, non si sia mai verificato nella storia dell’umanità. Il fatto è che le storie e i personaggi della Bibbia non sono affatto lontani da noi! Al contrario, sono vicinissimi, perché la natura umana non è mai cambiata. Al massimo sono cambiati gli outfit e le abitudini. Ma gli uomini e le donne sono rimasti tali e quali, con le loro miserie, le loro paure, la difficoltà a fidarsi di Dio.
Anche ai tempi dell’Antico Testamento esistevano uomini con poca autostima, come Gedeone, mogli rompiscatole, come Rachele, gente brontolona e incontentabile, come il popolo dell’Esodo. E che dire di Raab? Una straniera che riesce a realizzare una perfetta e invidiabile integrazione in una cultura diversa dalla sua. E vogliamo parlare della parabola dei talenti, il primo talent show che la storia ricordi? E il vasaio del libro di Geremia non è un produttore di tupperware ante litteram? Rileggere la Bibbia senza preconcetti, ci aiuta a vederne la straordinaria attualità e a riflettere sulla nostra natura.
Puoi sintetizzare per i nostri lettori la storia biblica che hai ironicamente intitolato Eva e il complottismo?
Certamente.Eva non è forse la prima complottista dell’umanità? Lei pensava che Dio volesse negarle il frutto dell’albero al centro dell’Eden, perché aveva qualcosa di losco da nasconderle. Istigata dal serpente, deve aver pensato: “Dio vuole fregarmi! Meno male che io sono una furba, una che si informa, che cerca fonti indipendenti, non allineate con la vulgata mainstream! Invece, io penso con la mia testa, e me ne frego dei divieti!”. Lei è così convinta che ci sia qualcosa sotto, e che Dio la voglia privare di chissà quale privilegio a cui ha diritto, che fa la cosa più sbagliata che potesse fare. Decide di non fidarsi di Dio, che ha a cuore il suo vero bene, e di dar retta al diavolo, che, come suggerisce il suo nome, è maestro nel dividere, nell’allontanare l’uomo (e la donna) da Dio.
In conclusione, come sostieni nel libro, «fare parte della comunità dei cristiani è immensamente vantaggioso, oggi, come nel passato». Puoi darci degli argomenti comunicativamente efficaci per convincere di ciò le tante persone che considerano i cristiani (per dire il meno) dei frustrati se non dei “deprivati”?
Beh, il vantaggio mi sembra piuttosto evidente. Con la fede, non serve costruire imperi sulla terra, c’è un intero Regno dei Cieli, già fatto e finito. Se ti guadagni un posto lì, non dico una nuvola vista mare, ma anche solo uno sgabello, uno scrannetto, uno strapuntino, hai fatto tombola. Hai un posto fisso in un luogo in cui non si litiga nemmeno alle riunioni di condominio. In paradiso, per chi avrà la fortuna di abitarci, si sta benissimo. Il Padrone di casa è un gran Signore, tratta tutti come figli. Non si paga l’affitto, non c’è il rischio di essere sfrattati. E poi, non fa caldo come all’inferno che, per di più, è un posto davvero mal frequentato. Peggio che certi quartieri degradati di Milano, ma non ditelo al sindaco, lui è convinto che il Signore abbia aperto un franchising del suo Regno qui in città…
Enzo Romeo racconta il papa delle ‘cose nuove’
La rivoluzione digitale che stiamo vivendo è l’ultima delle tante conosciute dall’umanità, specie negli ultimi due secoli, vedi la rivoluzione industriale. Oggi, però, il quadro è molto più complesso e mette in discussione l’umanità dalle sue fondamenta. Una sfida che chiama in causa anche la Chiesa e il papa. Come papa Leone XIII, l’omonimo predecessore a cui si ispira, anche papa Leone XIV non vuole sottrarsi al confronto col proprio tempo e rilancia la dottrina sociale cattolica, che ha avuto avvio con l’enciclica ‘Rerum Novarum’.
Nel libro ‘Il Papa delle Cose Nuove, Leone XIV e la rivoluzione digitale’ il giornalista della Rai e direttore della rivista culturale dell’Azione Cattolica Italiana, ‘Dialoghi’, Enzo Romeo offre dati, spunti e riflessioni, oltre al dialogo con ‘esperti’ che, alla luce della propria esperienza, propongono una lettura originale del cambiamento in atto e delle attese che suscita l’attuale pontificato. Gli interventi sono quelli del priore degli Agostiniani, p. Joseph Farrell, del fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, del direttore della Fondazione per le scienze religiose, Alberto Melloni, del segretario del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, suor Alessandra Smerilli, della docente ed esperta di nuove tecnologie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Ivana Pais, della segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, e del direttore della rivista di gepolitica ‘Limes’, Lucio Caracciolo.
Per quale motivo papa Leone XIV è il ‘Papa delle cose nuove’?
“Le ‘cose nuove’ sono riferite all’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII, il predecessore che ha ispirato a Prevost il nome pontificale. Come papa Pecci volle affrontare con quella lettera la sfida della rivoluzione industriale, così Leone XIV è consapevole che occorre dare risposte alle tante incertezze legate alla rivoluzione digitale in atto”.
Quali sono esattamente le ‘cose nuove’ che ha davanti papa Leone XIV?
“Innanzi tutto l’intelligenza artificiale, su cui egli si è già espresso parecchie volte e che sarà probabilmente uno dei temi della sua prima enciclica. L’IA non va demonizzata, offre tante opportunità, come ammette lo stesso Leone XIV, che però segnala pure il rovescio inquietante della medaglia: l’umanità rischia di robotizzarsi e di perdere il controllo su se stessa e sul mondo. Ma l’elenco delle ‘cose’ che oggi richiedono attenzione è lungo: la virtualità della ‘società liquida’ che ci rende tutti connessi e che però accresce la solitudine; il ritorno della forza bruta quale sistema di rapporto tra le persone e tra le nazioni, come dimostrano tanti inquietanti fenomeni, dai femminicidi alle guerre; la troppo sottovalutata crisi ecologica e climatica, provocata dalla squilibrata crescita planetaria…”.
Quale posto ha la dottrina sociale della Chiesa negli insegnamenti di papa Leone XIV?
“Come detto, il riferimento esplicito di papa Prevost all’enciclica ‘Rerum Novarum’ è già un’indicazione chiara: l’attuale pontefice vuol rilanciare la cosiddetta dottrina sociale, il cui inizio viene fatto risalire proprio a quella enciclica. Per la prima volta un papa entrava nelle questioni più vive del suo tempo e dava una visione alternativa a quella delle teorie allora maggiormente diffuse, il capitalismo liberista da un lato e il comunismo marxista dall’altro. Ora non c’è un quadro ideologico netto e questo rende ancor più difficile per il magistero della Chiesa dare precise indicazioni di rotta”.
In quale modo il papa affronta la ‘rivoluzione digitale’?
“Prevost è il primo pontefice ad avere dimestichezza col digitale; da sempre usa il computer e comunica tramite mail. Dunque conosce la ‘macchina’ e sa quali sono opportunità e limiti della rivoluzione digitale. Da lui stanno venendo indicazioni sulla ‘postura’ che dobbiamo tenere di fronte a questo sistema, mai cedendo all’inganno che fa confondere il mezzo, ovvero i congegni tecnologici, con il fine, che è quello di una coesistenza che abbia sempre al primo posto la persona umana”.
Nelle scorse settimane si è svolta la Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali: come è possibile per il papa custodire voci e volti umani?
“Avendo chiaro che un mezzo elettronico non sostituisce mai il rapporto diretto con le persone. Le chat che alimentiamo con i nostri smartphone, per quanto utili, non hanno il valore di una stretta di mano, di uno sguardo negli occhi, di un rapporto fisico con l’altra o con l’altro. Il cristianesimo è la fede dell’incarnazione e basta aprire il Vangelo per capire quanto siano stati importanti per Gesù gli ‘incontri’, sia con i suoi amici (gli apostoli) e sia con i suoi avversari (i farisei e la casta sacerdotale di Gerusalemme)”.
Per quale motivo per il papa l’informazione è un ‘bene pubblico’?
“Come sottolinea la professoressa Ivana Pais, uno degli esperti con i quali dialogo nel libro, mentre la società industriale era centrata sulla produzione materiale, quella digitale si fonda sulla ‘elaborazione dell’informazione’, che diventa perciò elemento chiave per l’organizzazione della vita, a tutti i livelli. Pensiamo agli annunci che i potenti del mondo lanciano attraverso i social e che sono capaci di influenzare in un attimo i mercati finanziari o l’assetto geopolitico mondiale. Ecco perché l’informazione va considerata ‘bene pubblico’. Ricevendo in udienza noi del Tg2, per i 50 anni del nostro telegiornale, papa Leone XIV ha detto che, specie in tempi di guerra come quelli attuali, l’informazione deve guardarsi dal rischio di trasformarsi in propaganda e i giornalisti da quello di farsi megafono del potere. Una bella sfida”.
(Foto: Ancora)
Mons. Edoardo Viganò: il cinema missionario è ‘pedagogia visiva’
Nei mesi scorsi a Roma è stato presentato il volume ‘Cinema e missione. Fonti audiovisive e storia delle missioni cattoliche’, realizzato dalla Fondazione MAC, Memorie Audiovisive del Cattolicesimo, curato da Gianluca della Maggiore, Sergio Palagiano, Steven Stergar e Dario Edoardo Viganò, che non è soltanto una raccolta di saggi, ma è il risultato di un progetto culturale e scientifico che ha preso forma nel tempo, attraverso convegni, collaborazioni archivistiche, scavi documentaristici e una riflessione condivisa tra studiosi, archivisti, missionari e operatori culturali.
La Fondazione MAC ha promosso quest’iniziativa nella convinzione che il patrimonio audiovisivo del cattolicesimo non sia un semplice corredo della memoria ecclesiale, ma una vera e propria risorsa epistemologica, capace di aprire nuovi campi di ricerca e di ridefinire le categorie con cui leggiamo la storia della Chiesa, della missione e del rapporto tra fede e modernità.
I saggi raccolti nel volume testimoniano la ricchezza e la varietà del patrimonio del cinema missionario: dalle pellicole dei saveriani e dei salesiani, ai cinegiornali della San Paolo Film, dai fondi fotografici dell’Agenzia Fides alle collezioni delle congregazioni femminili, dai filmati delle missioni in Congo, Guyana, India, Alaska, fino alle esperienze più recenti di digitalizzazione e valorizzazione. Il libro è frutto della collaborazione con la Biblioteca Apostolica Vaticana, con l’Archivio Storico de Propaganda Fide, con il Dicastero per l’Evangelizzazione, e con numerose realtà accademiche e archivistiche.
Quindi il volume offre una mappa preziosa per comprendere come il cinema missionario abbia documentato, interpretato e talvolta anticipato le trasformazioni della Chiesa nel suo rapporto con il mondo. Da queste pagine emerge una Chiesa viva, creativa, capace di parlare con il linguaggio delle immagini e di farsi prossima attraverso gli strumenti della comunicazione di massa. I saggi raccolti parlano di archivi da riscoprire, di film dimenticati che meritano nuova luce, di esperienze pastorali che hanno fatto del mezzo audiovisivo uno strumento di evangelizzazione, educazione e dialogo.
Mons. Samuele Sangalli, segretario aggiunto del Dicastero missionario, nell’intervento di apertura della presentazione aveva sottolineato il patrimonio culturale del cinema missionario: “I missionari che hanno impugnato la cinepresa ci hanno lasciato non solo immagini, ma visioni: visioni di fede, di speranza, di fraternità… Nostro compito oggi è valorizzare questa eredità, renderla accessibile, e metterla al servizio della nuova evangelizzazione. I giovani, i seminaristi, i catechisti, i religiosi e le religiose possono trovare in queste pagine non solo una fonte di conoscenza, ma anche un invito a pensare la missione con creatività, con passione, con uno sguardo aperto al mondo”.
Il volume è stato presentato con gli interventi del card. Luis Antonio Gokim Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, da don Flavio Belluomini, archivista dell’Archivio Storico de Propaganda Fide, dal prof. Gianluca della Maggiore, Università Telematica Internazionale Uninettuno, Sergio Palagiano, Archivum Romanum Societatis Iesu e da mons. Dario Edoardo Viganò, presidente Fondazione Memorie Audiovisive del Cattolicesimo (MAC) al quale abbiamo chiesto di spiegare per quale motivo la missione è stata raccontata dal cinema:
“Perché il cinema, fin dai primi decenni del Novecento, è stato percepito come un linguaggio universale capace di superare barriere linguistiche e culturali. La missione cattolica, che è per sua natura comunicazione e incontro, ha trovato nel cinema uno strumento straordinario per rendere
visibile ciò che altrimenti resterebbe lontano. Già negli anni Venti e Trenta, la Santa Sede intuì il potenziale strategico del cinema missionario, considerandolo non solo mezzo pastorale ma anche leva culturale e geopolitica. In un’epoca segnata dalla propaganda ideologica e dalla competizione tra modelli di civiltà, il cinema delle missioni fu pensato come risposta alla sfida della modernità: un mezzo per raccontare la fede incarnata nelle culture, per formare coscienze, per suscitare vocazioni. Da allora, i missionari hanno usato la cinepresa non solo per documentare, ma per costruire un immaginario globale, traducendo il magistero in immagini e mostrando la Chiesa ‘in uscita’ verso le periferie del mondo”.
Quale è stata l’esigenza dei missionari di raccontare visivamente la missione?
“L’esigenza nasce da una duplice tensione: testimoniare alle comunità d’origine il lavoro svolto e, insieme, educare e sensibilizzare. La cinepresa diventa parte della missione: non è un accessorio, ma uno strumento di apostolato. Raccontare per immagini significa dare corpo alla parola, trasformare la missione in esperienza condivisa. In contesti lontani e complessi, il film diventa anche un ponte culturale, un modo per dialogare con le popolazioni locali e per mostrare la dimensione universale della Chiesa”.
Quale è la funzione dell’Apostolic Cinema?
“L’Apostolic Cinema è una categoria interpretativa che con il mio collega Della Maggiore e il nostro gruppo di ricerca abbiamo voluto mettere in campo per proporre una svolta epistemologica urgente e che riteniamo indispensabile per consolidare un cantiere e di ricerca e per sensibilizzare la comunità scientifica ed ecclesiale. Per troppo tempo la storiografia ha letto il rapporto tra la Chiesa e la produzione cinematografica solo pensando al cinema commerciale: occorre abbandonare questa prospettiva e guardare alle produzioni cattoliche come parte di una storia più ampia, quella dei film ‘non theatrical’ pensati per finalità educative e formative.
L’Apostolic Cinema è uno strumento di analisi che rivela l’importanza di un cinema che non nasce solo per intrattenere, ma per evangelizzare, formare, convocare. Non è industria, non è spettacolo, è pedagogia visiva: un cinema che organizza lo sguardo, plasma l’immaginario e diventa strumento di incontro tra il Vangelo e le culture. In questa prospettiva, il cinema missionario è il cuore pulsante dell’Apostolic Cinema: per la sua profondità storica, la sua estensione geografica, la sua densità culturale. Questa categoria restituisce dignità a un patrimonio che per troppo tempo è stato considerato ‘artigianale’ o ‘amatoriale’, ma che oggi si rivela essenziale per comprendere la storia del cattolicesimo contemporaneo. Oltretutto si tratta di un patrimonio audiovisivo sconfinato e quasi del tutto inesplorato”.
Come conservare tale patrimonio?
“La sfida è enorme: parliamo di pellicole fragili, archivi dispersi, materiali a rischio di degrado. Serve una strategia condivisa: digitalizzazione, catalogazione, creazione di un archivio centrale. La
Digital Library della Fondazione MAC è già un passo decisivo: raccoglie, restaura e rende accessibili cinegiornali, documentari e film, offrendo una piattaforma aperta alla ricerca e alla fruizione pubblica. Ma non basta: occorre consolidare il network già avviato con l’Archivio Storico di Propaganda Fide, l’Agenzia Fides e il Dicastero per l’Evangelizzazione, per definire protocolli comuni e garantire la salvaguardia di un patrimonio che è memoria viva della Chiesa. E’ un lavoro in corso, che richiede risorse, competenze e una visione condivisa”.
Quindi da tale materiale quale spunto per la missione?
“Queste immagini non appartengono solo al passato: sono provocazioni per il presente. Ci chiedono di ripensare la missione come dialogo, come incontro, come narrazione. Ci insegnano che la comunicazione non è un accessorio, ma parte integrante della storia e della vita della Chiesa. E ci ricordano, con Didi-Huberman, che le immagini non sono mai solo ciò che mostrano: sono ciò che ci chiedono. Ed oggi ci chiedono di non lasciarle morire, ma di farne strumenti vivi per una Chiesa che continua ad uscire verso le periferie del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Raccontare ai bambini il Vangelo con realtà e concretezza
“Ci sono cose che non nascono a tavolino, ma vivendo. Questo libro è così. Non è un manuale, né un trattato, e nemmeno un classico libro di scuola. E’ piuttosto un piccolo diario fatto di frasi brevi, semplici, ma vere. Ogni giorno, in classe, succede qualcosa: una parola, uno sguardo, una domanda che spiazza. Ed è proprio lì che capisci che non sei solo tu a insegnare. A volte, anzi, sono loro a insegnare a te. Così, quasi senza accorgermene, ho iniziato a scrivere. Una frase al giorno, a volte due, a volte una soltanto. Senza forzature, senza costruzioni artificiali, ma con il desiderio di non perdere ciò che accade. Questo libro nasce da lì: da cose piccole che, messe insieme, diventano qualcosa di grande”: iniziamo da questo incipit del libro ‘Oggi i bimbi mi hanno insegnato che…’ per rivolgere alcune domande all’autore Luca Rubin, insegnante di religione e ‘cercatore di Dio’, che subito ci dice: ‘Questo libro non nasce perché avevo qualcosa da insegnare. Nasce perché ho bisogno di imparare’. Infatti il libro è l’opera con cui l’autore raccoglie pensieri, intuizioni e frammenti di vita vissuta in classe, trasformandoli in un diario essenziale e profondo.
‘Oggi i bimbi mi hanno insegnato che è un libro che si può leggere piano, anche una pagina al giorno. Non per finirlo in fretta, ma per lasciarsi toccare da ciò che contiene’. Cosa le hanno insegnato i bimbi?
“I bambini mi hanno insegnato che la vita è più semplice di come la complichiamo noi adulti. Un giorno un bambino mi ha detto: “Ma se Dio ci vuole bene, perché abbiamo paura?”. In quella domanda c’era tutto, senza sovrastrutture. I bambini non spiegano la vita: la mostrano. E spesso, senza volerlo, ti obbligano a rimettere ordine dentro, a guardare le cose con più verità e meno difese. Questo sguardo più semplice è anche quello che spesso perdiamo crescendo”.
Allora qual è la genesi del libro?
“Il libro nasce da frasi appuntate al volo, dopo la scuola. Non c’era un progetto: solo il bisogno di non perdere quelle parole che mi colpivano. Rileggendole, ho visto che avevano un filo, che raccontavano qualcosa. Non è nato da un’idea, ma da un ascolto. E’ un diario minimo, dove il quotidiano diventa significativo e, col tempo, condivisibile anche per altri”.
Perché è un libro su ciò che insegna la vita?
“Perché la vita insegna continuamente, ma noi spesso non ascoltiamo, presi da altro. I bambini, invece, parlano una lingua diretta, che non puoi aggirare. La vita parla piano: i bambini aiutano a sentirla. Il libro è un invito a fermarsi, a rallentare e ad accorgersi che ciò che cerchiamo altrove è già presente nelle piccole cose di ogni giorno. E’ un esercizio semplice, ma decisivo per non vivere in modo distratto!.
Cosa emerge da queste pagine?
“Emerge una semplicità disarmante. Non teorie, ma intuizioni che restano e che, a distanza di tempo, continuano a lavorare dentro. Chi educa scopre di essere educato. E si capisce che i bambini non sono solo destinatari, ma anche maestri, capaci di dire l’essenziale senza giri di parole e senza maschere. E proprio per questo arrivano in profondità senza fare rumore”.
Allora anche nei bambini c’è una dimensione religiosa?
“Sì, affiora in modo discreto. Nella voce dei bambini si intravede talvolta qualcosa che rimanda all’essenziale, a ciò che conta davvero. Non ho voluto dimostrare nulla, ma semplicemente non perdere queste tracce”.
Che cosa accade nel rapporto quotidiano con gli alunni?
“Nel tempo mi sono accorto che, accanto a ciò che cerco di insegnare, succede qualcosa di inatteso. Sono loro, con la loro semplicità e immediatezza, a dire parole che interrogano, spiazzano, a volte illuminano. Ho iniziato così a raccogliere queste intuizioni, senza costruirci sopra discorsi lunghi, lasciandole nella loro forma più semplice”.
In quale modo raccontare ai bambini il Vangelo?
“Con verità e concretezza. Dopo aver parlato del perdono, un bambino mi ha detto: ‘Allora devo ricominciare da capo anche oggi?’ E’ il cuore del Vangelo, detto in modo disarmante. Il Vangelo si capisce quando si vede. Non servono discorsi lunghi o complicati: serve una vita coerente, perché loro riconoscono subito ciò che è autentico”.
Lei cura anche quotidianamente ‘Un attimo di Vangelo’: perché nutrirsi ogni giorno della Parola di Dio?
“Perché senza nutrimento si va in debolezza, anche senza accorgercene. La Parola di Dio è un orientamento quotidiano, non qualcosa per momenti straordinari. La Parola di Dio non serve quando abbiamo tempo: serve per vivere il tempo. Anche pochi minuti al giorno aiutano a rimettere ordine, a ritrovare senso e a non vivere in superficie. È un nutrimento silenzioso, ma essenziale per restare in piedi nella vita”.
(Tratto da Aci Stampa)
Gipo Montesanto alle prese con un filo molto particolare
– Ciao! Bentrovati e grazie per questo ulteriore spazio che mi consente di raccontare cose belle!
Dici: “Mi trovo bene fuori dalle ‘scene’ a passare più tempo in home studio”. Cosa intendi ieri fuori dalle scene e cosa realizzi, senza troppi spoiler, in home studio?
– Intendo che negli ultimi mesi sono stato un po’ fuori dalla musica dal vivo per dedicarmi con molta più passione e dedizione alla produzione musicale in studio. Sia per la mia musica ma specialmente per quella di tanti autori che hanno bellissime idee musicali ma che non hanno i mezzi o le competenze tecniche per arrivare ad un brano completo. A volte la canzone è un semplice idea realizzata con voce e chitarra e diventa una canzone completa di arrangiamento per gli store online.
L’immagine di copertina di questo nuovo lavoro mostra un filo multicolore, che simbolo è per un canto scout per Lupetti e Coccinelle?
– Si tratta del logo del Convegno AGESCI ‘Da filo a trama’ che si è svolto recentemente per i capi della Branca Lupetti/Coccinelle e “Con un filo” è il canto di questo evento nazionale.
Per questo brano di Paolo Favotti hai curato una piccola parte dell’arrangiamento ed hai completato la produzione con il mix e il mastering. Cosa volevi realizzare con questo lavoro musicale: che atmosfera, che significato nascosto o meno enfatizzare?
– Devo dire che il merito va totalmente a Paolo. Come sempre scrive brani bellissimi e mi ha chiesto una mano per la produzione finale. L’atmosfera doveva essere adatta ad un canto per bambini e credo che ci siamo riusciti… ma ripeto, grazie a Paolo.
Il canto è infatti in due versioni: Bosco e Giungla. Che differenza c’è tra le due versioni e come hai realizzato la tua parte musicale?
– Mie sono solo le seconde voci nei ritornelli e nelle strofe della versione Bosco. Il brano infatti è uscito per la Semper Scout Records sia in versione “Bosco” che in versione “Giungla”). La differenza sta nel testo delle strofe. I ritornelli sono uguali in entrambe le versioni. Per il resto mi sono occupato, molto tecnicamente, di mix e mastering.
Hai altro da dire su questo brano o su altre tue novità musicali?
– Tante novità in arrivo… ad esempio oggi esce ‘Orifiamma’, un nuovo canto scout nato in casa SCOUT D’EUROPA (la mia associazione scout) e non vedo l’ora di farvelo ascoltare. Continuate a seguire la musica di Paolo Favotti e la mia sui nostri canali e sulle piattaforme online. Grazie ancora per questa intervista!



























