Vangeli festivi
VI Domenica del tempo ordinario: la giustizia instaurata da Gesù
‘Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei non entrerete nel Regno dei Cieli’: nel Vangelo Gesù ci invita ed esorta a superare una giustizia prettamente formale e ci invita a costruire rapporti e relazioni veramente sinceri che partono dal cuore, pieni di amore e senza ipocrisia. L’amore che chiede Gesù è quello che Egli stesso ha dimostrato sulla croce dando la vita per la salvezza dell’uomo. Gesù non è venuto per abolire la legge e quanto asserito dai profeti ma a dare pieno compimento alla legge.
Il precetto della ‘legge’ resta anche nel Nuovo Testamento ma va inteso in chiave di amore. l’amore che non permette di offendere l’altro nè tanto meno di conservare inimicizia. Anzi se sei davanti all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, vai prima a riconciliarti con lui, poi torna a pregare e ad offrire a Dio quello che desideri. Il messaggio di Gesù non abolisce la legge antica ma ci fa cogliere la vera ed intima essenza di essa. Non c’è vera vita cristiana, ad esempio, laddove ci si accontenta di non uccidere. Chi presume di essere giusto perchè non ha mai ucciso fa torto alla vita stessa.
La vita del fratello è in giuoco anche quando lo si insulta o si disprezza. Cristo Gesù ci insegna e vuole la riconciliazione con il fratello, che deve sempre precedere anche l’atto di culto. Vuoi che Gesù ti ascolti? Ama e perdona. Non si può amare Dio ed odiare il fratello. Siamo veri cristiani quando il nostro agire o parlare è chiaro: sì, sì oppure no, no.
Nel Vangelo Gesù evidenzia alcune verità ( o esempi) che evidenziano una giustizia diversa, che non è di più o di meno, ma è una giustizia secondo il cuore di Dio giusto e misericordioso: praticare i comandamenti di Dio in un contesto di amore vero e misericordioso. Oggi purtroppo non sempre da tutti si accetta questa logica, ma la riconciliazione va promossa anche se la colpa non è nostra.
La sapienza cristiana inculcata da Cristo Gesù non è quella di questo mondo dove esiste la vendetta. Quella di Gesù è la sapienza di Dio, che è Padre, Misericordia e perdono. Non bisogna farsi illusione, scrive san Paolo: ognuno raccoglierà quello che avrà seminato. Ricordo a me e a voi: Dio è amore; ci giudicherà solo in chiave di amore.
V Domenica del tempo ordinario: voi siete la luce del mondo
E’ un avvertimento che ci proviene da Cristo Gesù: ‘Voi siete luce del mondo; voi siete sale della terra’. Il brano del vangelo si collega al ‘Discorso della Montagna’ o delle beatitudini: Gesù non solo parla a noi, ma parla di noi : quella che deve essere la missione del cristiano, il suo ruolo nel mondo. Gesù è luce del mondo: una luce infinita, inaccessibile; ma questa luce, quando arriva a noi, come in un prisma di cristallo, viene scomposta in varie tonalità di colori, creando la bellezza dell’universo, la varietà dei suoi elementi tutti buoni perché attingono all’infinita luce divina, che dà senso e valore alla miriade degli esseri.
Non è un elemento che imita l’altro, ma tutti attingiamo all’Essere divino, alla somma Sapienza e al primo Amore. Da qui l’universo chiamato ad essere un magnifico caleidoscopico. Gesù dice categoricamente: voi siete il sale, voi siete la luce. E’ una affermazione categorica che evidenzia la vera identità del cristiano. Se siamo ‘sale’, riusciamo a dare ai vari elementi del cosmo il sapore di Cristo?; ci sforziamo di testimoniare con la nostra vita in mezzo ai fratelli la bontà misericordiosa di Cristo creatore e padre? Il cristianesimo è amore: come cristiani, ciascuno facendo leva sui carismi e talenti ricevuti, è chiamato a testimoniare l’amore di Dio in casa, nel lavoro, nell’assemblea del popolo di Dio.
E’ il momento di un serio esame di coscienza, altrimenti vanifichiamo la nostra missione nel mondo. Essere ‘sale’: il sale dà il sapore (senza sale il cibo è scipito); il comportamento di chi crede deve essere consone con il ruolo che ciascuno è chiamato a svolgere. E’ un esame non generico ma specifico; va fatto da persona a persona: tu, uomo politico, tu industriale, tu operaio, tu docente, tu sacerdote , tu padre o madre, tu figlio o figlia; Se riscontri una falla, è necessario intervenire e riparare. Diceva l’apostolo Paolo: ‘Bisogna ritenere di non sapere altro se non Cristo crocifisso e risorto’.
Tu sei ‘luce del mondo’: non si accende una luce per metterla sotto il banco ma in un posto alto per illuminare quanti si avvicinano. Quando si battezza una persona si accende il ‘cerone pasquale’ ad indicare Cristo Gesù che è Luce; il cristiano deve camminare alla luce di Cristo. Dio ci ha conferito due lucerne: la coscienza e la fede. La coscienza è la voce di Dio in noi che ci loda, se si compie il bene, ci richiama (il rimorso della coscienza) quando operiamo il male.
Tutti siamo chiamati a vivere conforme alla nostra coscienza: quella voce che richiama Caino, dopo avere ucciso il fratello Abele. Caino fugge, ma la voce si fa sempre più impellente: Caino, dov’è tuo fratello Abele?, cosa hai fatto? Caino fugge ma la voce lo insegue sino a quando è costretto a dare una risposta chiara. La seconda luce è la ‘fede’: una virtù teologale, dono di Dio che parla di amore.
Nel Battesimo lo Spirito Santo ci conferisce la fede come un seme che deve crescere, chiarire, illuminare, additare ciò che è buono e gradito al Signore Gesù. Essere ‘luce’ significa ‘amare’: la fede ci fa vedere tutto in chiave di amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore … amerai il prossimo tuo come te stesso’. Sei luce, se ami; tu vivi da figlio di Dio, se in ogni uomo (piccolo o grande) sai vedere un fratello o una sorella.
Vero cristiano non è chi rimane chiuso nella sacrestia, ma quando esci allo scoperto ed il ‘mio pane’ diventa ‘pane nostro’ perché condiviso e non possesso geloso; puoi invocare Dio ‘Padre nostro’ se ti riscopri fratello e sorella in mezzo al mondo, se in ogni uomo scopri un figlio di Dio. Sei ‘luce’ quando illumini gli altri e questa luce ti permette di scoprire meglio te stesso. Il Vangelo, Parola di Dio, è proprio questa luce che deve illuminare la tua mente, riscaldare il tuo cuore, testimoniare la sua presenza non a parole ma con le opere.
L’uomo lontano dal Vangelo, lontano da Cristo, è colui che vive e si fa dominare solo dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla superbia. Chi è vero amico di Gesù, ama! Ma ‘amare’ è servire, condividere, comunione. La logica di Dio è solo la logica dell’amore, ma amore concreto che comunica il sapore del divino che c’è in Lui e in noi. Gesù si esprime assai chiaramente: ‘Se il sale non dà sapore non serve a nulla’ e l’agire dell’uomo diventa scipito ed insignificante.
Siete luce: se la luce non illumina è come una lampadina fulminata da buttare nella spazzatura. E’ certo una missione difficile essere luce del mondo e sale della terra; è difficile realizzare tale missione perché siamo deboli e fragili; siamo sempre coscienti dei nostri limiti e deficienze, ma, ancorati a Cristo, luce viva, e nutriti dell’Eucaristia, pane di vita, si riacquistano forze e vivacità.
Gesù dice infatti: ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi?, venite a me e vi ristorerò’. Ecco la necessità della Messa domenicale: acquistare forza e vivacità per vivere la nostra missione, per superare la nostra povertà esistenziale. Anche Paolo apostolo era cosciente dei suoi limiti, della sua debolezza ma ciò non lo rese mai pigro ma sempre uomo d’avanguardia nel nome di Cristo Gesù. Allora, scrive il profeta Isaia: ‘Lo invocherai e il Signore ti risponderà’.
Tu sei luce, tu sei sale non per te ma per gli altri; sei vero cristiano se impari a spezzare il pane con l’affamato, a dare da bere all’assetato; un vestito a chi è ignudo, un sorriso e un abbraccio a chi ha bisogno di aiuto. La Vergine Santissima, Madre della grazia, interceda per me, per te, per il mondo intero.
Quarta domenica del Tempo ordinario: la risposta delle Beatitudini ai nostri interrogativi
Nel nostro linguaggio attuale beato è chi sta bene, chi non ha problemi, chi vive una vita soddisfacente sotto tutti i punti di vista; è beata una persona a cui non manca niente: soldi, fortuna, una bella famiglia, una bella macchina… Ebbene, siamo fuori strada, perché queste beatitudini che Gesù proclama sembrerebbero in dissonanza con i suoi perché (ad esempio ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli’). I perché di Gesù ci sconvolgono, e viviamo uno scollamento notevole tra la beatitudine e il suo perché. Per rispondere a questa a questa difficoltà possiamo usare la regola delle 5 W (iniziali di Who, What, Where, When, Why), considerata la regola principale dello stile giornalistico anglosassone.
E’ beato chiunque ascolta o legge quelle parole di Gesù. Nello specifico i beati siamo noi, sei tu. Non delegare la beatitudine ai santi in paradiso. La Parola di Dio è tale quando viene proclamata e ascoltata, quando viene vissuta e assimilata. Solo allora quella Parola realizza ciò che dice. Le beatitudini sono questa realizzazione nella mia vita: beato sono io perché quella parola mi ha raggiunto e mi dà la possibilità di vivere quella promessa: ho davanti a me una strada da percorrere, non un muro ma una strada, non un muro ma un ponte
La risposta a questa domanda risiede nel dimostrare a me stesso che la Parola di Dio non è una favoletta, ma bensì la possibilità di vivere oggi la realtà e la vita stessa di Dio, il quale, pur essendo pienamente beato (chi più di Lui), si è reso maledetto: “Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno” (Gal 3,13). Dio si è fatto maledetto perché noi potessimo essere beati.
La Parola di Dio è come un pane appena sfornato, sempre fresco, non ha data di scadenza e non si esaurisce mai, come una sorgente che ha sempre acqua fresca e buona. Il ‘quando’ delle beatitudini è quando fai fatica, quando non capisci il senso, quando tutto ti si rivolta contro, il quando di queste beatitudini è la pandemia che stiamo attraversando: siamo beati perché anche in mezzo a una pandemia ci viene tracciata davanti una strada da percorrere: una strada in salita, faticosissima e a tratti impraticabile… eppure davanti a noi c’è una strada tutta da percorrere.
Il luogo in cui tu vivi adesso. Il luogo può essere anche un luogo spirituale e concettuale: il luogo del dolore, della fatica, il luogo della tua vita che non accetti, il momento peggiore di tutta la tua vita. In quel luogo sei chiamato a vivere la beatitudine. Quel luogo custodisce il seme di una vita nuova.
Questa è la domanda più difficile: perché sono beato? A questa domanda risponde la strada che hai davanti: sono beato perché anche in mezzo alle difficoltà, Dio rimane il Padre presente e operante, Colui che è al mio fianco di giorno e di notte, tutti i giorni della mia vita. Il perché è una domanda che diventa anche risposta: sono beato perché Dio ha cura di me, mi prende per mano e quella strada non è un imperativo a cui sottomettersi ma diventa il luogo della presenza di Dio, espressione concreta della sua compagnia.
Alle 5 W è stata aggiunta una H, How (Come), per descrivere anche lo svolgimento dell’evento. Come posso essere beato? Qui inciampiamo tutti i giorni, perché spesso vediamo la proposta di Gesù come qualcosa che tarpa le nostre ali e che blocca la nostra vita, e quindi a questa domanda rispondiamo che essere beati è impossibile. Ti do una bella notizia: anche Maria ha risposto più o meno così all’arcangelo Gabriele quando annuncia l’incarnazione del Verbo, ha chiesto il ‘come’. La risposta data a Maria ci torna molto utile: ‘Nulla è impossibile a Dio’ (Lc 1,37). In questa cornice dell’impossibilità facciamo entrare Dio, il Dio dell’impossibile.
La beatitudine non è il traguardo ma il punto di partenza, è il contratto stipulato tra me e Dio. Ogni beatitudine è una clausola di questo contratto; Dio si impegna a osservare con me. In ogni mia difficoltà c’è il seme della beatitudine, una beatitudine alla quale sono chiamato a tendere come hanno fatto tutti i santi, che hanno firmato questo contratto e gli sono rimasti fedeli.
(Tratto dal sito)
Terza Domenica Tempo Ordinario: della Parola di Dio
Papa Francesco con la lettera apostolica ‘Aperuit illis’ del 30 settembre 2019 ha voluto questa domenica come ‘momento opportuno per un riavvicinamento alla parola di Dio, alla sacra Scrittura, per far crescere nel popolo di Dio la familiarità con la Sacra Bibbia, passaggio necessario per una fede cristiana adulta, vissuta come ispiratrice della missione che ogni cristiano è chiamato a svolgere nel mondo’.
L’arresto di Giovanni Battista cede il posto alla missione del Figlio di Dio. Gesù infatti, appresa la notizia dell’arresto di Giovanni, vede in essa un segno manifesto del cielo che invita ad iniziare la sua opera. Abbandona, perciò, la serenità della vita di Nazareth, si trasferisce a Cafarnao da dove inizia la sua opera di evangelizzazione. Giovanni Battista è in prigione in Giudea dove poi finirà decollato, e Gesù inizia la sua predicazione dalla Galilea. Egli ha una missione da compiere affidata dal Padre, la conosce bene e si organizza per realizzarla.
Non resta solo; si sceglie subito dei collaboratori: è gente semplice perché ad operare la costituzione del Regno sarà Dio stesso; scegli così inizialmente due coppie di fratelli: Simone, a cui cambia subito il nome in Pietro, e Andrea, poi i figli di Zebedeo Giovanni e Giacomo. Entrambi le coppie erano onesti lavoratori del mare, che Gesù responsabilizza nel loro nuovo lavoro: ‘Vi farò pescatori di uomini’. Gesù stesso si fa maestro e modello dell’apostolo: ‘percorreva la Galilea insegnando, predicando e curando gli infermi’. Gesù prospetta subito la realizzazione del ‘Regno’ nella sua prima omelia: ‘Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino’.
Convertirsi significa cambiare radicalmente la mentalità; abbandonare la via del peccato per seguire la via di Dio perché il peccato rende schiavi e fa abitare nelle tenebre e nell’ombra di morte. Gesù annuncia il regno dei cieli che è vita e gioia. Evidenzia subito la grande novità. Dio è sempre in mezzo agli uomini e si manifesta nella persona di Cristo Gesù. Dio non è una realtà astratta che vive tra le nuvole ma regna tra gli uomini, nel cuore degli uomini è il suo regno di amore e di misericordia.
E’ necessaria però la conversione; cambiare rotta nel modo di pensare ed agire, valutare le cose non secondo l’ottica meramente umana dove prevale l’interesse, l’egoismo, l’arrivismo ma secondo l’ottica divina dove prevale l’amore, perché Dio è amore; il Cristo per amore ha assunto la natura umana, per amore si offrirà al Padre come vittima sulla croce per salvare l’umanità ma il terzo giorno risusciterà perché Figlio di Dio. L’apostolo, il sacerdote, il discepolo deve comprendere sempre più la necessità dell’annuncio, della evangelizzazione; l’apostolo Paolo dirà: ‘Dio mi ha mandato non a battezzare ma a predicare’.
L’annuncio della Parola di Dio, della buona novella, del Vangelo è per gli uomini, come dice il profeta Isaia, ‘fascio di luce, gioia vera, liberazione dal giogo di satana’. Gesù è, infatti, la grande luce per l’umanità che viveva nelle tenebre del peccato e nella schiavitù di satana. Una luce che segna a chiare tinte la via da seguire e la verità, che ci libera dalla schiavitù di satana e dall’ignoranza. Egli è la via che ci porta al Padre per cui dirà Gesù: ‘Nessuno può venire al Padre se non per mezzo mio’.
Gesù prospetta subito ai suoi discepoli il progetto da compiere e realizzare: costituire il Regno di Dio percorrendo la Galilea, insegnando, predicando e curando i malati. Inizia la sua predicazione proprio da Cafarnao, il luogo da dove nell’antichità gli ebrei avevano preso la via dell’esilio. La grande notizia consiste nella certezza che Gesù è l’Emanuele, il Dio con noi, e non abbandona mai la sua Chiesa: ‘Le porte degli inferi non prevarranno’ però è sempre necessario amare perché Dio è amore; sostituire l’orgoglio, l’individualismo, l’arrivismo con l’amore che comporta apertura, comunione, condivisione.
Un amore senza divisione, un annuncio di luce, di pace e di gioia vera: quella gioia che non conosce tramonto, non teme intrighi, non corre rischi perché prodotta da Dio, dalla sua presenza divina. Se tu vuoi, Egli è sempre con te: né malattia, né vecchiaia, né dolore, né disavventura può mai strappare dal tuo cuore la luce e la pace. Santi ne incontrerai tanti nel cielo ma tutti lieti e sereni perché vivono la gioia del possesso di Dio. Gesù è la gioia: quella gioia vera annunciata dagli Angeli a Betlemme: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’.
Una gioia che fa sperimentare la nuova realtà di figli di Dio: amore senza divisione; da qui l’apostolo Paolo esorta: non ci siano divisione tra voi dicendo: io sono di Paolo, io sono di Pietro, io sono di Apollo; siamo tutti di Cristo perché Cristo si è sacrificato per tutti e in Cristo siamo diventati la sua famiglia, il suo popolo, la sua Chiesa. Allora, cari amici, avviciniamoci alla Sacra Scrittura, alla Parola di Dio: sia questa luce ai nostri passi, vita alla nostra vita. La parola di Dio accolta e testimoniata ci fa salvi.
Seconda domenica del Tempo Ordinario: Gesù ‘luce delle Nazioni’
Siamo nel tempo ‘Ordinario’ dell’anno liturgico: sono 43 settimane durante le quali la Liturgia catechizza il popolo di Dio per prepararlo ad incontrare il Signore, il Salvatore che si presenta come ‘luce delle nazioni’. Nel Vangelo Giovanni nell’incontrarsi con Gesù lo addita: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo’. Giovanni chiama Gesù ‘l’Agnello che toglie i peccati’ e chiarisce al popolo che Egli (Giovanni) non conosceva Gesù, ma in una ispirazione divina aveva saputo che l’uomo, che egli aveva battezzato e sul quale si era posato lo Spirito Santo, quello era il Messia atteso.
Giovanni testimonia apertamente di avere visto lo Spirito Santo scendere sotto forma di colomba e posarsi su di Lui. Giovanni chiama Gesù: ‘l’Agnello’; il popolo ebreo conosceva due tipi di agnelli: a) quello che il popolo ebreo aveva immolato quando si trovò schiavo in Egitto e Dio liberò il suo popolo per mezzo di Mosè che ordinò di uccidere un agnello, segnare con il sangue gli stipiti delle loro porte perché l’angelo della morte colpisse solo le case degli egiziani; b)l’agnello metaforico di cui aveva parlato il profeta Isaia: l’agnello che toglie i peccati con la sua morte, l’agnello che rappresenta Cristo Gesù che muore per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte.
Giovanni non solo riconosce Gesù, che egli aveva battezzato nel fiume Giordano, ma vede in Gesù proprio l’agnello di cui aveva parlato il profeta: Gesù non è solo Gesù di Nazareth che si confonde tra la folla per essere battezzato, ma è il vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed evoca quanto avverrà nel sacrificio pasquale. Dio ama il suo popolo e non dimentica l’uomo creato a sua immagine e somiglianza; se Giovanni Battista non lo avesse indicato presente ed additato, nessuno si sarebbe accorto di Lui.
Il dramma dell’uomo di oggi, in questo momento storico, è il non riconoscere il passaggio dell’Agnello. Gesù salva veramente i peccatori ma bisogna riconoscersi tale, sentirsi peccatori per fruire della sua misericordia; egli infatti non è venuto per i giusti o per coloro che pretendono di essere giusti ma per coloro che prendono coscienza dei loro peccati e vogliono ravvedersi, convertirsi. E’ necessario avere il coraggio e l’umiltà del figlio prodigo e dire: mi alzerò e tornerò da mio padre: ‘Ho peccato contro il cielo e contro di te’; per costoro Gesù è l’Agnello che toglie i peccati.
Non è certamente da imitare Caino che uccide il fratello Abele e fugge mentre Dio lo incalza: Caino, dov’è tuo fratello Abele? né Adamo che fugge davanti a Dio che lo chiama: Adamo, dove sei? La vera schiavitù per l’uomo è il peccato, che ci tiene legati al male e ci fa vedere Dio come un rivale che castiga; Dio è amore ed ha mandato il suo Figlio, nato dalla Vergine, per salvare l’uomo nel rispetto della libertà di ciascuno. Va all’ inferno solo chi vuole andare; da parte di Dio non manca mai il suo abbraccio paterno. Vedi il buon ladrone sulla croce che per un atto di amore ascolta le parole di Gesù: oggi sarai con me in paradiso.
Nel Vangelo Giovanni, l’ultimo ed il più grande dei profeti, presenta Gesù al mondo: ‘Ecco l’agnello che toglie i peccati del mondo’ e su Gesù scende e si posa lo Spirito Santo mentre il Padre lo addita: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo’! Il peccato più grave oggi è rifiutare l’uomo, Gesù di Nazareth, come il Messia, vero uomo e vero Dio, il vero ed unico salvatore. Egli è colui che battezza con lo spirito santo, lo Spirito che porta nel mondo l’amore di dio e fa degli uomini dei veri figli di Dio; santi per vocazione, grazie a Cristo Gesù, l’Agnello che toglie i peccati del mondo.
Da qui la missione di Cristo è la vocazione di ogni cristiano, è la vocazione della Chiesa inviata da Cristo: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: fate del mondo la grande famiglia di Dio’. Tutti i fedeli, di qualsiasi parte del mondo sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità. Tale santità non è un fatto meramente intimo e personale ma deve riflettersi nella vita sociale. Compito primario del popolo di Dio è collaborare con l’opera di Cristo per eliminare il peccato dal mondo. Questa è una missione religiosa e non politica, sociale o economica.
Da questa missione scaturisce la morale cristiana e il compito della Chiesa ad essere ‘Luce del mondo e sale della terra’. Non si accende una luce per nasconderla sotto il tavolo ma deve illuminare l’ambiente e riscaldare i cuori. Da qui la necessità per il cristiano di mettersi alla sequela di Cristo e chiedersi: sono vera luce?, sono capace di illuminare quanti avvicino? Invochiamo la Santissima Vergine, Madre di Cristo e della Chiesa perché ci aiuti, ci sostenga, non venga mai meno il suo aiuto materno per essere testimoni credibili del Vangelo di Cristo Gesù.
Il Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo
Il Battesimo di Gesù è una seconda Epifania; nella prima è una stella che ha guidato i popoli a Gesù quando questi era ancora bambino ed abitava a Betlemme di Giudea; nella seconda Epifania, nel Battesimo, Gesù è ormai adulto e si reca dalla Galilea al fiume Giordano dove Giovanni battezzava. Il Battesimo predicato da Giovanni era un invito alla conversione, un battesimo di penitenza, un segno che evidenzia la conversione del cuore in attesa della venuta ormai imminente di Cristo. Gesù, vero uomo, perché aveva assunto la natura umana, si avvicina con una straordinaria umiltà a Giovanni, facendosi largo tra la folla, e chiede a Giovanni di essere battezzato.
La sua umiltà anticipa quasi gli stessi sentimenti che ebbe a manifestare nell’ultima Cena, quando si cinse un asciugatoio e volle lavare i piedi ai suoi Apostoli: ‘Voi mi chiamate Signore e Maestro ed io vi ho lavato i piedi, così dovete fare l’un all’altro’. Giovanni si accorge che Gesù non è uno dei tanti che si proclamavano peccatori e avrebbe voluto impedire quel gesto di umiltà profonda e dice: ‘Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?’, ma Gesù di rimando: ‘Lascia fare per ora perché conviene che così adempiamo ogni giustizia’.
Giovanni predicava l’imminenza del regno di Dio per preparare i cuori alla purificazione; il suo battesimo infatti era solo un segno esterno di vera penitenza. Ad additare Gesù, come Figlio di Dio, non sono gli Angeli che cantarono davanti ai pastori: gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore; non è una stella-cometa che aveva segnato la strada da percorrere ai Magi, ma è il Padre, che sta nei cieli, che interviene: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo’.
Grande mistero dell’amore divino: le mani tremanti di Giovanni adempiono la sua missione mentre Gesù esce dal fiume Giordano per iniziare la sua vita pubblica, la sua missione. Gesù non necessitava del battesimo di Giovanni perché non aveva bisogno di penitenza, ma ha voluto essere battezzato perché gli uomini si accostassero a quel battesimo di cui necessitavano; volle essere un esempio a tutti, esempio credibile anche perché così Giovanni e il popolo hanno potuto ascoltare la testimonianza del Padre; vera Epifania, la seconda Epifania del Signore.
Un giorno Giovanni dirà a coloro che addirittura pensavano che Egli poteva essere il Messia perché battezzava e tutti accorrevano a lui: ‘Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che non conoscete; è colui che battezzerà con lo Spirito santo e il fuoco’.
Il Battesimo. Sacramento, che noi abbiamo ricevuto , è il Battesimo di Cristo Gesù, segno efficace della grazia, come disse Gesù ed insegna la Chiesa: ‘chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo’; sacramento che riceviamo nella fede, se adulti; se piccoli nella fede dei genitori e della Chiesa nella quale si entra con esso a pieno titolo perché il Battesimo è segno visibile della grazia invisibile; sacramento che va nutrito ed alimentato ogni giorno con la preghiera e la vita cristiana.
Il Battesimo cristiano è infatti una vera rinascita: l’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; con esso si conquista il dono della vita perduta con il peccato originale, ma tale dono deve essere accolto e vissuto responsabilmente. Un dono di amicizia vera si indica con un ‘sì’ all’amico ed implica un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia; un ‘sì’ a Cristo che è morto e risorto, il ‘sì’ al vincitore della morte. Cristo Gesù infatti è l’unica via per l’immortalità cercata ed agognata dall’uomo. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile.
Il Rito liturgico del Battesimo richiama il tema della fede quando il sacerdote ricorda ai genitori e all’assemblea di educare il bambino nella fede con le parole e con le opere. Generato con il battesimo a vita nuova, il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede ed invoca Dio ‘Abba!’, Padre nostro! Nello stesso rito vengono pronunciati tre ‘sì’ e tre ‘no’: il ‘sì’ a Cristo nella professione della fede cristiana; il ‘no’ a Satana con il quale si professa di rinunciare al diavolo, principio del male, e a tutti i suoi inganni e seduzioni. Con il Battesimo il cristiano, come si esprime il Concilio Vaticano II, partecipa dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale.
Da qui la necessità, oggi più che mai, di riscoprire la grandezza del nostro Battesimo, che ci immette nella comunione dei santi, nella famiglia di Dio. Da qui le parole del Padre: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’; è un imperativo che non significa solo prestategli attenzione o mettete in pratica il suo insegnamento, ma accogliete il suo messaggio e siate testimoni con le opere e con le parole. I Pastori e i Magi videro Gesù, ascoltarono Maria e ritornarono a casa pieni di gioia. Amico, vuoi essere felice? Dai un senso vero alla tua vita, credi in Gesù, ascolta Maria: Ad Iesum per Mariam. Diceva Dante: ‘Chi vuol grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali’. (Paradiso, canto XXXIII).
Epifania del Signore: la manifestazione al mondo
Il termine ‘Epifania’, nome di origine greco, significa manifestazione, rivelazione. Le prime tre manifestazioni della divinità di Gesù, che la Liturgia ci ricorda, sono quella ai pastori di Betlemme, quella ai Magi, venuti dall’Oriente, e poi alle nozze di Cana quando trasformò l’acqua in vino. Sotto le sembianze di un bambino appena nato nessuno avrebbe potuto scorgere il Messia atteso da secoli; il Bambino preannunziato da Dio, dopo il peccato originale: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, disse Dio a satana, tra il seme tuo e il seme di Lei’.
Nella pienezza dei tempi ‘Il Verbo si fece carne’, Gesù viene sulla terra, assume a sé la natura umana, nasce in mezzo al popolo che Dio stesso si era prescelto. I profeti nei secoli lo avevano preannunciato significando anche il luogo di nascita ‘Betlemme’ ed anche la stirpe ‘figlio di David’. La sua nascita è contrassegnata da una luce: la luce che la notte di natale è brillata a Betlemme illuminando la grotta; gli Angeli splendenti che annunziarono i pastori, e questi subito accorsero per adorare il Bambino; anche una luce, una stella compare in oriente per annunciare ai popoli il neonato Messia.
Gesù infatti non si era incarnato solo per il popolo eletto ma per salvare tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Dio parla sempre un linguaggio assai chiaro, adeguato all’interlocutore. Ai pastori, figli del popolo eletto, parla attraverso gli Angeli, al mondo attraverso una stella: l’astronomia era la grande scienza dell’umanità; una stella, che è un messaggio che fa riflettere, che guida l’uomo alla ricerca di Dio; i Magi, uomini di cultura, interpretano il messaggio e partono alla ricerca nel neonato Bambino divino.
L’Epifania è sempre un mistero di luce, significata oggi dalla stella, che guida i popoli a Cristo. Misterioso disegno divino: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre. Oggi è la festa dell’Epifania: i Magi non si arrestarono davanti alle difficoltà sopravvenuti: usano tutte le risorse umane, chiedono, affrontano un lungo e difficoltoso viaggio anche quando scompare la stella, si informano, cercano e Dio premia la loro fede e la loro costanza. Arrivano a Gerusalemme, la capitale del regno, vengono inviati a Betlemme e, ricomparsa la stella, sono guidati dove si trova Gesù con Maria e Giuseppe.
Sono uomini dalla fede profonda e non si prostituiscono al potere politico; Erode, il re, stupito, meravigliato del loro arrivo, interroga i sacerdoti e gli scribi, si informa sul tempo in cui era comparsa la stella e li invia a Betlemme: ‘Andate, cercate il Bambino e, trovatolo, fatemelo sapere perché io venga ad adorarlo’; nel suo cuore già aveva deciso di eliminarlo. Erode, gli scribi, i sacerdoti erano gente che alla luce preferivano le tenebre perché nel loro cuore non c’era fede ma malvagità, egoismo, cattiveria e la tenebra che oscura il cuore e la mente.
I Magi partono da Gerusalemme e la luce ancora una volta si fa viva, la luce si ferma là dove c’era la sorgente della luce: Cristo Gesù. I Magi entrano, ascoltano Maria, adorano il divino Bambino e si inebriano della vera luce. Misterioso disegno divino è la luce, ma gli uomini spesso preferiscono le tenebre. Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre perché Dio è l’amore; così gli angeli cantano: gloria a Dio e pace agli uomini e, purtroppo l’umanità pensa solo alle armi, alla guerra, all’odio, alla distruzione; questo uomo ha già creato le armi per autodistruggersi e, dopo due mila anni di cristianesimo la armi ancora oggi seminano distruzione e morte.
Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo e a chi risponde alla sua chiamata, ha assicurato un posto nel regno dei cieli. La festa di oggi è il grande mistero della chiamata di Dio, la chiamata dei popoli alla fede, alla luce, alla fratellanza, all’amore. Il mistero dell’Epifania è un movimento di irradiazione verso l’esterno (la chiamata dei popoli alla conversione); è un movimento di attrazione verso il centro, verso la Gerusalemme celeste, alla ricerca del messia predetto dai profeti. Non esiste ormai più l’ebreo ed il pagano, ma esiste l’uomo chiamato alla salvezza.
I Magi adorarono il Bambino Gesù tra le braccia di Maria e alla sorgente della vera luce offrirono i loro doni: oro (per adorare la regalità di Cristo), incenso (per adorare la sua divinità) e mirra (per riconoscere la sua umanità, l’essere divenuto nostro fratello per vincere la morte, frutto del peccato).
La festa dell’Epifania è la festa della Chiesa alla quale Gesù affida ancora oggi la missione: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: andate, fate miei discepoli tutta la gente’; è la festa della Chiesa chiamata ad estendere la luce di Cristo a tutte le genti e a continuare l’Epifania del Signore. La tua luce, Signore, ci accompagni sempre, in ogni luogo, in ogni momento. Aiutato da Maria e Giuseppe, Gesù fu costretto a fuggire in Egitto; noi, aiutati da Cristo Gesù, che è morto e risorto, sorretti dalla santa madre di Dio e madre nostra, con fede, con fiducia grande e amore profondo irradiamo la luce di Cristo nel cuore, nella famiglia e in mezzo al popolo santo di Dio.
Seconda domenica dopo Natale: diventare figli di Dio
‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’ (Gv 1, 12). Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre. ‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. E’ permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.
‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. E’ quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…
‘A quanti lo hanno accolto…’. Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.
Il Vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.
‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta. Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.
Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.
‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore, il principio che ci costituisce, diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.
Anno nuovo: festività di Maria, madre di Dio e della Chiesa
Inizia un anno nuovo e la Chiesa ci invita a guardare nel Presepe questa giovanissima donna, la vergine Maria: è la Madre di Gesù, vero uomo e vero Dio: la santa Madre di Dio, come noi la invochiamo. Nella giornata di oggi, 1° gennaio, confluiscono tre ricorrenze: civilmente è il primo giorno dell’anno; liturgicamente è la festività di Maria, madre di Dio; socialmente è la giornata mondiale della pace. Il Vangelo ci riporta a Betlemme quando i pastori, annunziati dagli angeli, andarono senza indugio alla grotta e trovarono Maria, Giuseppe e il bambino Gesù.
I Pastori riferirono quello che avevano visto ed udito dagli Angeli, Maria li accolse e presentò loro il bambino Gesù. La grotta di Betlemme è una icone singolare dove si coglie un segno vivo dell’amore di Dio Padre che dà il suo Figlio unigenito per salvare l’uomo; in Gesù, vero uomo e vero Dio, l’unigenito del Padre ha assunto la natura umana (vero uomo) per riscattare l’uomo, il capolavoro di Dio, e riportarlo alla vera vita, da qui il canto degli Angeli: ‘Gloria a Dio e pace agli uomini amati dal Signore’. Nel natale di Gesù si realizza la vocazione dell’uomo all’immortalità, che aveva perduto a causa del peccato originale. Tutto si attua ‘nella pienezza del tempo’.
Ma cosa è il tempo? La liturgia ci porta a riflettere sul tempo; esso non è solo la dimensione del divenire, scriveva papa san Giovanni Paolo II, per cui distinguiamo passato, presente e futuro, esso evidenzia soprattutto la ‘misura’ di tendere dell’uomo verso l’Assoluto, verso Dio. Ogni uomo che nasce porta scritto che deve morire; Cristo Gesù però si è incarnato, ed ha vinto la morte: come uomo è nato a Betlemme, e morto a Gerusalemme sul calvario, è risorto il terzo giorno ed ha aperto all’uomo la porta dell’immortalità. In Gesù, vero uomo, divenuto figlio dell’uomo, e vero Dio.
Anche noi siamo diventati ‘figli di Dio’, questa non vuole essere una espressione vuota di significato ma possiede una ricchezza interiore e ci fa pregustare la nuova realtà dell’immortalità. Noi, oggi, non siamo più uomini che devono morire; ciò che muore non è l’Io ma il corpo che poi risusciterà; l’Io, l’uomo creato ad immagine di Dio, grazie a Maria, che disse ‘sì’ all’Angelo e divenne la madre di Dio, non muore; ciò che muore è solo il corpo, che portiamo al cimitero, che è ‘Camposanto’, il luogo dove i santi, gli amici di Dio aspettano la risurrezione dei corpi: come Cristo Gesù è risorto, come Maria è stata assunta in cielo anima e corpo, così ogni uomo risorgerà.
Ecco perché il Presepe mentre ci parla di vita, ci fa guardare il cielo; il pontefice san Paolo VI ha voluto consacrare l’inizio dell’anno alla festività della Santa Madre di Dio e madre nostra e con questa festa attesta che la nostra speranza è colma di immortalità. Due cose sono infatti da evidenziare: il bimbo che Maria ha dato alla luce è il Figlio unigenito del Padre, Maria è perciò la madre di Dio; essa è da collocarsi, anche se creatura, accanto a Dio per avere detto ‘sì’ all’Angelo, ma è anche accanto a noi, come madre della Chiesa nascente, motivo per cui noi la invochiamo: ‘Santa Maria, madre di Dio prega per noi’, non perché Maria fa miracoli, ma la sua preghiera è forte davanti a Dio. Gesù con la sua nascita ci ha uniti, ci ha affratellati nella Chiesa per cui Egli stesso ci esorta: ‘Chiedete ed ottenete, bussate e vi sarà aperto’ perché Dio è Padre, è amore.
Che il Signore ci conceda allora la sua pace: questo è l’auspicio più bello mentre contempliamo il Bambino, adagiato nel Presepe, Principe della pace. E’ una icone mirabile quella del Presepe; evidenzia il grande mistero dell’amore di Dio; dal presepe Gesù ci invita a seguire la via privilegiata che porta alla pace vera.
Questa comincia quando impariamo a riconoscere nel volto dell’altro un fratello, una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. E’ importante essere educati sin da piccoli nel rispetto dell’altro, anche se diverso da noi. In ogni volto di bambino c’è sempre il riflesso dell’amore di Dio, c’è un appello alla nostra responsabilità; davanti ad esso crolla ogni falsa giustificazione di guerra e di violenza.
All’inizio di un nuovo anno siamo chiamati tutti (piccoli e grandi) a convertirci a progetti di pace, a deporre armi di qualsiasi tipo, a costruire un mondo nuovo, conforme al canto degli Angeli: ‘Gloria a Dio e pace agli uomini amati dal Signore’. Condizione indispensabile per la pace è amministrare con giustizia e saggezza tutte le risorse create da Dio e messe a servizio dell’uomo.
E’ necessario rispettare ed avere cura del creato, di tutto il creato; costruire la pace rispettando l’uomo e la natura nella quale l’uomo vive ed opera. L’intercessione di Maria, madre di Gesù e madre nostra, non mancherà per la realizzazione dei un mondo migliore. Maria ispiri propositi di pace, di riconciliazione e di amore nel cuore di quanti sono responsabili della nazioni; ispiri nel cuore di tutti amore, comunione e rispetto di tutti e di tutto. E’ il mio augurio per un felice anno nuovo: fede, fratellanza e pace.
Prima domenica dopo il Natale: festa della Sacra Famiglia
La prima domenica dopo il Natale è dedicata alla Sacra Famiglia: essa è veramente qualcosa di sacro: quando Dio creò l’uomo, pensò subito alla famiglia; questa è caratterizzata da tre elementi: Marito, Moglie e Figli. Il Concilio Vaticano II la definisce ‘Chiesa domestica’. La famiglia di Nazaret è sacra non solo perché c’è Gesù (vero Dio e vero uomo), ma perchè Maria e Giuseppe hanno il diritto e il dovere di lasciarsi condurre dalla mano di Dio. La famiglia, creata da Dio, è vita e, nonostante le naturali difficoltà ed avversità che si incontrano, questa va amata e difesa.
Da qui scaturiscono il clima di amore e l’impegno da parte dei componenti di rivestirsi di sentimenti di umiltà, misericordia e bontà. La famiglia diventa così una vera scuola di perfezione per tutti i componenti. La Sacra Famiglia di Nazareth è una famiglia concreta; una famiglia dove si vivono gioie e dolori ma la fiducia e l’abbandono in Dio guidano e sostengono l’amore, l’impegno, il sacrificio e la comunione. Confidare ed affidarsi nelle mani di Dio è il segreto perché in fondo trionfi sempre l’amore.
Da qui la necessità non solo di difendere la vita, dono di Dio, e perciò la lotta contro l’aborto libero e gratuito, vero omicidio di un essere umano voluto anche da Dio, che ha creato l’anima con un progetto di amore. Il Vangelo esorta oggi in modo particolare a difendere la vita del bambino. Così Maria e Giuseppe affrontano i disagi dell’esilio per salvaguardare la vita di Gesù mentre Erode cerca il Bambino Gesù per farlo morire. Giuseppe, avvisato in sogno da un Angelo, fugge in Egitto con Maria e il Bambino. Giuseppe, come un padre, veglia sul Bambino fisicamente impotente e lo salva da una morte sicura.
Allo stesso modo Dio nel libro del Siracide esorta: ‘Tu, figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia; non contrastarlo durante la vita. Sii indulgente anche se perde il senno. Compatiscilo e non disprezzarlo mai.’ Come vedi: affidarsi al Signore Dio con fede viva è il segreto per ben navigare tra i marosi della vita, uniti sempre nell’amore.
Da qui l’esortazione dell’Apostolo: ‘Mariti amate le vostre mogli; mogli amate i vostri mariti; genitori non esasperate i vostri figli perché non si scoraggino’. La famiglia sia sempre una vera Chiesa domestica dove si attua la legge dell’amore. La Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, aiuti sempre le famiglia perché vivano e non si scoraggino.




























