Dal mondo

AVSI ascoltata al Congresso degli Stati Uniti sulla diplomazia vaticana

AVSI è stata invitata lunedì 13 aprile a un briefing promosso a Capitol Hill dalla Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione in Europa (US Helsinki Commission) sul tema della diplomazia vaticana in un contesto globale segnato da conflitti e tensioni.

Per AVSI ha preso la parola Jacqueline Aldrette, vice segretario generale AVSI per le relazioni con gli Stati Uniti basata a Washington DC. Aldrette ha presentato l’esperienza di oltre cinquant’anni di AVSI che, come organizzazione della società civile attiva in 41 paesi del mondo, ha intessuto un dialogo costante con la rete della diplomazia vaticana, con i nunzi e le Chiese locali nei paesi di operatività, per costruire insieme progettualità che rispondano ai bisogni autentici della popolazione più fragile.

Tra i numerosi progetti, Aldrette ha citato il caso emblematico del progetto Ospedali Aperti in Siria, ideato nel 2017 e sostenuto per gli anni seguenti dal nunzio apostolico a Damasco, il cardinale Mario Zenari, per garantire l’accesso a cure sanitarie ai siriani più poveri, sia cristiani che musulmani, in un contesto lacerato dalla guerra, e affidato per l’implementazione ad AVSI: il progetto ha curato oltre centocinquantamila persone, ha permesso di mantenere aperti degli ospedali a rischio chiusura, ha ridato speranza a persone stremate dal conflitto e dalla povertà, ha contribuito a ricucire un tessuto sociale frammentato.

Un esempio concreto che fa luce su alcune caratteristiche proprie – secondo AVSI –  dell’azione della Santa Sede nel mondo: la presenza e attenzione alle persone più vulnerabili per rispondere ai loro bisogni anche nelle aree di crisi e di emergenza, nei luoghi più remoti e spesso dimenticati; la promozione di una visione integrale della persona, che ha bisogno di cibo e di una casa, ma anche di lavoro, di pace, diritti e libertà; l’apertura e accoglienza verso tutti, a prescindere dalle appartenenze religiose e il desiderio di entrare in dialogo con tutti.

Inoltre a Milano ha promosso l’incontro ‘Milano. Una città che coopera’, riunendo istituzioni, società civile, mondo accademico e settore privato. Il primo panel ha messo a fuoco il passaggio da interventi centrati sui servizi a percorsi di autonomia. Rosita Milesi, fondatrice e direttrice dell’Istituto Migrazioni e Diritti Umani (IMDH), ha portato l’esperienza brasiliana, evidenziando l’importanza di accesso ai diritti e al lavoro come elementi chiave per la costruzione di traiettorie di inclusione e indipendenza.

Nel contesto milanese, Angelo Stanghellini, Direttore Area Welfare e Salute del Comune di Milano, ha descritto un modello fondato su amministrazione condivisa e su un partenariato che coinvolge oltre 40 enti, con particolare attenzione alla dimensione educativa e alla personalizzazione degli interventi.

In questa direzione si colloca anche il contributo di Stefano Sangalli, Responsabile Progetti di AVSI4Community, che si è dato come obiettivo quello di superare la logica della sola presa in carico per puntare a un accompagnamento capace di tenere insieme integrazione sociale e inserimento lavorativo.

Dal mondo universitario, Emanuela Colombo, Delegata del Rettore per la Diplomazia Scientifica del Politecnico di Milano, ha sottolineato il ruolo delle università come spazi di integrazione, anche attraverso mobilità internazionale, corridoi universitari e ricerca per lo sviluppo.

A chiudere il panel, Sergio Rossi ha presentato l’esperienza di un progetto promosso dalla Camera di Commercio Milano Monza Brianza Lodi, nato dall’ascolto dei bisogni delle imprese e orientato all’inserimento lavorativo: in due anni, circa 400 persone formate e oltre 200 inserimenti lavorativi, grazie a percorsi di accompagnamento linguistico e professionale. Un dato che conferma come il lavoro sia una leva concreta nei processi di integrazione.

Un secondo elemento centrale ha riguardato il metodo: l’integrazione non può essere affrontata da un singolo attore, ma richiede strumenti di co-programmazione e collaborazione tra istituzioni, società civile e settore privato. Maria Vittoria Beria, Direttrice Area Relazioni Internazionali del Comune di Milano, ha raccontato l’esperienza di Milano come ‘città che coopera’: un sistema che coinvolge istituzioni, università, imprese e società civile per costruire strumenti concreti, tra cui programmi di mobilità professionale e tirocini, anche a partire da sperimentazioni sostenute da fondi europei.

Dal punto di vista dei Paesi di origine, è emersa con forza la necessità che la mobilità sia equa, governata e condivisa. Come evidenziato da Mounir Dakhli (Tunisia), servono percorsi che integrino formazione, tutela dei diritti e risposte ai bisogni sia dei territori di partenza sia di quelli di arrivo. Anche l’esperienza brasiliana, presentata da Regis Spindola, conferma il valore di modelli strutturati basati sulla collaborazione tra istituzioni pubbliche, società civile e settore privato, capaci di integrare accoglienza, protezione e inserimento nei territori.

In questo quadro, i canali legali di ingresso rappresentano uno strumento chiave. Come ricordato da Daniele Albanese (Talent Beyond Boundaries), corridoi umanitari, universitari e lavorativi permettono di costruire percorsi sicuri e programmati, mettendo in relazione competenze, aspirazioni delle persone e bisogni delle imprese.

Le imprese non sono solo destinatari di politiche di integrazione, ma attori centrali nella costruzione dei percorsi. Come evidenziato da Francesco Baroni (Gi Group Holding Italia), il lavoro rappresenta una leva concreta di inclusione, ma richiede processi coordinati e strumenti adeguati per rispondere in modo efficace alle esigenze del mercato.

Mariangela Romanazzi, Pathways International Country Specialist, ha evidenziato il valore dei canali legali costruiti insieme al settore privato: percorsi che partono dai bisogni occupazionali, passano per formazione e accompagnamento, e arrivano all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale.

Infine, Ilaria Catastini, Direttrice Generale di Fondazione MAIRE – ETS, ha portato il tema della transizione energetica, sottolineando come competenze e professionalità delle persone migranti possano contribuire a rispondere alla domanda di lavoro in questo settore, a condizione di costruire percorsi accompagnati e condivisi tra imprese e territorio.

Un percorso che mette al centro la persona

Il confronto ha restituito una consapevolezza comune: l’integrazione non è un esito automatico, ma un processo che richiede tempo, strumenti e responsabilità condivise. Trasformare la mobilità in un’opportunità significa costruire percorsi che tengano insieme diritti, lavoro e relazioni, valorizzando il contributo di tutti gli attori coinvolti.

In questa prospettiva, l’integrazione è un percorso che si realizza nell’incontro tra le persone e i contesti in cui vivono: un cammino che richiede accompagnamento, alleanze e uno sguardo capace di riconoscere, in ogni persona, una risorsa per la società.

Don Dante Carraro racconta l’impegno del CUAMM in Africa

“La vostra opera, svolta dove il bisogno è più acuto e dove la povertà costituisce una pesante limitazione nella vita e della vita stessa, si arricchisce di un significato ulteriore (un grande significato, oggi) per la visione che esprime, che reca e che esprime, in contrasto con le guerre, con le volontà di potenza nazionali, con gli egoismi alimentati da paure e da nuove chiusure”: con queste parole il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, a Padova aveva ricordato il 75^ anniversario della fondazione del Collegio Universitario Aspiranti e Medici Missionari (CUAMM).

Nell’intervento aveva anche ricordato che era stato Aldo Moro a firmare il decreto con il quale riconosceva il CUAMM come prima ong italiana in campo sanitario: “Ogni passo in avanti è stato in qualche modo intravisto, anticipato dalla generosità dei medici del Cuamm, degli operatori, dei loro sostenitori. Un ponte di enorme valore. L’investimento in Africa, per il suo sviluppo è di primario rilievo per la nostra Europa: il futuro dei due Continenti e dei loro popoli è necessariamente e sempre di più fortemente connesso.

Il Piano Mattei è un avanzamento nel percorso, un foro operativo di coinvolgimento e di collaborazione. E’ importante, in questi giorni, l’autorevole presenza italiana al G20 di Johannesburg e alla conferenza in Angola tra l’Unione europea e l’Unione africana. Il Cuamm è stato apripista. La solidarietà genera fiducia. E’ un antidoto alla rassegnazione, all’indifferenza”.

Mentre il direttore del CUAMM, don Dante Carraro, avevs ricordato le ‘sfide’ di quest’anno: “Lo scorso anno, all’Annual meeting di Torino, abbiamo lanciato una grande sfida: costruire una Scuola per infermieri e ostetriche a Bossangoa, un’area rurale della Repubblica Centrafricana, a 80 km dalla capitale. Pochi giorni fa, ero lì e l’abbiamo inaugurata, insieme alle autorità locali. E’ stata una grande festa, un bel traguardo. La prossima settimana i primi 30 studenti centrafricani inizieranno le lezioni, è l’inizio di un nuovo futuro per ciascuno di loro . Ma l’Africa è grande e i bisogni che ci interpellano sono tanti.

La sfida che accogliamo e rilanciamo per il 2026 si chiama Nekemte, in Etiopia. Un’area che ha accolto quasi 150.000 sfollati. Un sistema sanitario al collasso, un ospedale che straripa di pazienti, una struttura fatiscente. È qui che vogliamo dare una mano e fare la nostra parte. Ed è questo l’impegno che presentiamo al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e all’Italia intera. E’ il nostro modo concreto di dare forma a quel ‘continente verticale’ che il Presidente, in tante occasioni, ci ha invitato a immaginare e sognare. Grazie a chi vorrà essere con noi!”

Per questo nel gennaio dello scorso anno aveva lanciato un appello affinché il ‘Piano Mattei’ non restasse una cornice ‘vuota’: “Auspichiamo che il ‘Piano Mattei’ non rimanga una cornice vuota, ma sia fatto di interventi concreti. Finalmente l’Africa diventa un interlocutore riconosciuto con cui progettare un futuro comune, non soltanto una minaccia di cui aver paura. Ci piacerebbe che chi ha il potere di indirizzare le politiche future avesse il coraggio di scelte radicali, guidate dalla consapevolezza che siamo davvero tutti ‘sulla stessa barca’, come dice papa Francesco, e che il bene e il ‘ben-essere’ del prossimo, vicino e lontano, ci riguarda tutti”.

Allora l’Africa ha bisogno di un piano ‘Mattei’?

“L’Africa è un grande continente, con tante potenzialità e speranze. La proposta del Governo italiano, con il Piano Mattei ha, come primo merito, quello di riportare l’Africa al centro dell’attenzione. Le risorse previste sono cospicue (€ 3.000.000.000 dal Fondo per il clima, € 700.000.000/800.000.000 dal Fondo rotativo oltre ad una quota a dono). Gli ambiti di intervento, che vanno dall’istruzione, all’agricoltura, dall’energia, all’acqua fino a quello che ci sta più a cuore, la salute, sono di fondamentale importanza. In questi ambiti, ogni aiuto è prezioso. La speranza è che si arrivi presto ai fatti e che il ‘Piano Mattei’ non rimanga un’azione isolata”.

In quale modo è possibile rilanciare la cooperazione con gli Stati africani?

“Pensiamo che, innanzitutto, siano indispensabili due atteggiamenti: l’ascolto e il dialogo, a tutti i livelli. Accettare la sfida di operare in contesti fragilissimi, come quelli africani, richiede il rispetto di quella realtà, e forse anche di più: richiede di volerle bene, benché imperfetta, faticosa, talvolta surreale per i nostri parametri. Richiede di sapersi mettere nei panni del tuo interlocutore, di guadare la realtà con i suoi occhi per cooperare insieme”.

Quanto è importante il ruolo delle Ong per rilanciare la cooperazione?

E’ fondamentale. Esiste una cooperazione che parte dall’alto e va verso il basso, ‘top-down’ ed una cooperazione che parte dal basso, ‘bottom-up’. Come Cuamm crediamo molto a questa seconda prospettiva: si parte dai problemi concreti, dalle situazioni reali, dal quotidiano. E’ questo il ruolo delle Ong. È il nostro stile che si sintetizza in quel ‘con l’Africa’. Indica un camminare insieme alle popolazioni africane, in un continuo scambio reciproco”.

E’ possibile aiutarli a ‘casa loro’?

“Da oltre 70 anni, il Cuamm cerca di aiutare gli africani proprio lì dove sono nati, prendendosi cura della loro salute e investendo molto nella formazione delle risorse umane locali. La stragrande maggioranza di chi scappa, fugge dalla fame, dalla miseria, dalla paura. Il nostro impegno è quello di contribuire a un cammino di liberazione, accompagnarlo, gettare un seme. Dobbiamo investire con più forza e sinergia nel continente africano. I giovani che incontriamo ogni giorno ci chiedono di credere in loro, cercano una dignità spesso umiliata, chiedono formazione per costruire un futuro, lì nel proprio paese”.

Quali sono le ‘strategie’ per una ‘crescita comune’?

“Partire dai bisogni reali della gente, raccogliere dati e analizzarli in modo scientifico, per trovare risposte efficaci e realizzabili in contesti a poche risorse. E’ fondamentale il coinvolgimento non solo dei Governi e della classe dirigente, ma anche delle comunità e della società civile. Ma non ci sono ricette uguali per tutti. Un esempio? Il nostro impegno in Uganda. In questo paese abbiamo iniziato nel 1958. Nei primi due decenni potevamo contare su una quarantina di volontari tutti espatriati. Ora abbiamo solo medici ugandesi ed un italiano. Nel paese c’è una relativa stabilità e la gente è fiduciosa, crede nel futuro”.

Quale è l’impegno del Cuamm negli stati africani?

“Oggi il Cuamm è impegnato in otto paesi dell’Africa sub-Sahariana (Angola, Etiopia, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), in 21 ospedali, 124 distretti, oltre 860 strutture sanitarie, 4 scuole per infermieri ed una università. ‘Paesi fragili’ ed ‘ultimo miglio’ sono le scelte prioritarie. Interveniamo a tutti i livelli del sistema sanitario, negli ospedali, nei centri di salute e nelle comunità, per la salute delle fasce più deboli della popolazione, le mamme e i bambini. Ma ci occupiamo anche di grandi endemie come malaria, Tb e Hiv/Aids, di malattie non trasmissibili. Molto importante è la formazione del personale locale a vari livelli, nelle scuole per infermieri e ostetriche, nelle università e on the job”.

(Tratto da Aci Stampa)

Terra Santa: la Colletta per la Custodia e i cristiani

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: con queste parole pronunciate prima della recita dell’Angelus della Domenica delle Palme papa Leone XIV aveva ricordato la grave situazione dei cattolici in Medio Oriente.

Infatti a causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.

E dopo un giorno di tensione, dovuto al respingimento all’ingresso della basilica del Santo Sepolcro del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, e del Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo, risuona come nota positiva: “Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni riguardanti la Settimana Santa e le celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti.

In accordo con la polizia israeliana, l’accesso per i rappresentanti delle Chiese è stato assicurato al fine di condurre le liturgie e le cerimonie e di preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Naturalmente, e alla luce dello stato attuale della guerra, le restrizioni esistenti sulle riunioni pubbliche rimangono in vigore per il momento. Di conseguenza, le Chiese faranno in modo che le liturgie e le preghiere siano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e nel mondo”.

Ma nella Settimana Santa i cristiani di tutto il mondo sono invitati a sostenere quelli della Terra Santa con la Colletta del Venerdì santo, come ha sottolineato con una lettera il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, con una lettera per la raccolta di offerte destinate ai luoghi ‘del Redentore’ nel Venerdì Santo: “Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa!

I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano. Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita. Perfino le scuole non ricevono spesso gli insegnanti perché non vengono fatti transitare”.

Per questo tale Colletta è importante: “Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa che da tanto tempo veglia sui luoghi che hanno segnato la vita del Signore Gesù. Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco”.

Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a fra Matteo Brena, presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, di raccontarci innanzitutto come i cristiani vivono oggi in Terra Santa: “Le comunità cristiane in Terra Santa stanno sicuramente soffrendo molto la crisi umanitaria, sociale ed economica che sta colpendo il Medio Oriente in questi mesi. Al di là di un conflitto che le coinvolge da vicino, uno dei problemi principali è la mancanza di pellegrini, che rappresentavano per queste comunità un sostentamento finanziario molto importante. Sia il Patriarcato Latino sia la Custodia di Terra Santa lavorano incessantemente per salvaguardare le comunità locali, ma la situazione non è rosea, soprattutto perché la crisi dura ormai da diversi mesi”.

Nella lettera il card. Gugerotti invita a non disperare: “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Quel Crocifisso appeso nelle nostre stanze, come nei nostri luoghi sacri, è il segno di una vita più forte della morte ma passata attraverso la morte”.E’ possibile donare pace e seminare speranza?

“E’ necessario. Al di là di ciò che possiamo fare concretamente per le persone che vivono in una situazione di conflitto, attraverso donazioni e piccoli gesti di carità, è importante conoscere quei luoghi ed educare anche le comunità delle nostre regioni alla realtà della Terra Santa, anche a distanza.

Come ha detto di recente il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, la Terra Santa non è solo un luogo geografico, ma il cuore pulsante della nostra fede. Vivere la fede in quei luoghi significa accettare la contraddizione che essa incarna. Gerusalemme, ad esempio, è il luogo della risurrezione, ma anche quello del Calvario. Il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da troppo odio.

Tuttavia, la guerra in corso non cancellerà la risurrezione, così come il dolore non spegnerà la speranza di pace. Dobbiamo farci portatori di questo messaggio anche qui in Italia, affinché si possa comprendere meglio ciò che stanno vivendo i nostri fratelli in Terra Santa e contribuire alla costruzione di un futuro migliore”.

‘Oggi più che mai è urgente ricostruire, non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e speranza. Questo cammino passa necessariamente dall’educazione: dalle scuole, dai giovani, dalle famiglie, dai luoghi in cui può germogliare una cultura dell’incontro, del dialogo e della pace’. Nella lettera, il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, ha scritto che la pace passa dall’educazione: in quale  modo la Chiesa educa alla pace in una terra in guerra?

“Come dicevo, l’educazione è una forma di prevenzione. E’ fondamentale partire dalle scuole e dalle nuove generazioni per costruire un futuro di pace e speranza. Negli anni, la Custodia di Terra Santa ha aperto diverse scuole che accolgono insieme studenti cristiani e musulmani, rispettandone le differenze culturali e religiose, ma facendoli crescere fianco a fianco, condividendo gli stessi banchi. Ne sono esempi la ‘Terra Santa School’ di Betlemme ed il ‘Terra Sancta College’ di Gerusalemme.

Si tratta di progetti importanti che, oltre a garantire un’educazione di base, promuovono la fratellanza e lo spirito di comunione nella diversità della fede. Lo stesso vale per il Magnificat, la scuola di musica della Custodia di Terra Santa nella Città Vecchia di Gerusalemme.

Esistono dunque iniziative che uniscono al di là delle differenze culturali, anche in una terra profondamente segnata dai conflitti: segni di speranza che superano i limiti e lavorano per educare alla pace attraverso la convivenza”.

Quali sono le possibili azioni che i cristiani possono compiere per non dimenticare la Terra Santa?

Innanzitutto, conoscere e scoprire, anche a distanza, le realtà di quei luoghi e i progetti della Custodia di Terra Santa. I commissariati, come il nostro, lavorano ogni giorno per raccontare i Luoghi Santi alle comunità locali. In momenti come questo, anche il sostegno concreto è fondamentale per i frati francescani impegnati nei numerosi progetti di carità a favore di famiglie, anziani e giovani. In questo senso, la Colletta del Venerdì Santo rappresenta un punto cardine: l’invito è quindi a donare, ciascuno secondo le proprie possibilità.

Infine, appena sarà possibile, è importante tornare a viaggiare verso la Terra Santa senza paura. I pellegrinaggi nei luoghi di Gesù sono momenti di crescita personale e spirituale, ma anche gesti concreti di pace e di sostegno per le comunità cristiane locali. La Terra Santa non è terra di paura, ma terra di Gesù”.

Infine ci può illustrare cosa sostiene questa Colletta?

“La Colletta sostiene sia la Chiesa locale sia i Luoghi Santi, contribuendo alla loro custodia e al loro mantenimento. Concretamente, i progetti sono molti e diversificati: dal sostegno alle parrocchie e alle scuole, alla formazione nei seminari locali, fino a iniziative di solidarietà e sviluppo che rispondono anche a emergenze in ambito medico e sociale. Questi progetti sono sparsi nei diversi luoghi di cui si prende cura la Custodia di Terra Santa: a Gaza, in Palestina, in Siria e in Libano”.

(Tratto da Aci Stampa)

In Terra Santa impedite le celebrazioni ma i cristiani pregano per la pace

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che in Medio Oriente non saranno celebrati tradizionalmente i Riti della Settimana Santa, esprimendo vicinanza e preghiera per quanti soffrono.

A causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.

Infatti dalla polizia israeliana è stato impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, capo della Chiesa cattolica in Terra Santa, insieme al Custode della Terra Santa, p. Francesco Ielpo, custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, l’ingresso nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme per celebrare la Messa della Domenica delle Palme:

“I due sono stati fermati sul percorso, mentre procedevano privatamente e senza alcuna caratteristica di un corteo o di un atto cerimoniale, e sono stati costretti a tornare indietro. Di conseguenza, e per la prima volta in secoli, ai capi della Chiesa fu impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Questo incidente è un grave precedente, e ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

La nota ha sottolineato la responsabilità dei cattolici nel proporre strade di pace: “I capi delle Chiese hanno agito con piena responsabilità e, fin dall’inizio della guerra, hanno rispettato tutte le restrizioni imposte: gli incontri pubblici sono stati cancellati, la frequenza è stata proibita e sono stati presi accordi per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, durante questi giorni di Pasqua, girano gli occhi su Gerusalemme e sulla Chiesa del Santo Sepolcro”.

Tale divieto per il patriarcato gerosolimitano rappresenta un impedimento alla libertà di culto: “Prevenire l’ingresso del Cardinale e del Custode, che hanno la più alta responsabilità ecclesiastica per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi, costituisce una misura manifestamente irragionevole e grossolanamente sproporzionata.

Questa decisione affrettata e fondamentalmente imperfetta, contaminata da considerazioni improprie, rappresenta un estremo allontanamento dai principi di base di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

Per questo il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa esprimono ‘profondo dolore’ ai fedeli cristiani in Terra Santa ed in tutto il mondo perchè la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano è stata così impedita.

Informato dell’accaduto, il Card. Zuppi ha contattato telefonicamente il Card. Pizzaballa per rinnovargli la vicinanza delle Chiese in Italia. “Si è trattato di un fatto doloroso per i tanti cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto.

A tutti i cristiani di Terra Santa assicuriamo la nostra preghiera, perché continuino a essere promotori di pace, mentre auspichiamo che l’incidente odierno sia chiarito immediatamente. Le autorità locali e le organizzazioni internazionali hanno il dovere inderogabile di garantire la libertà religiosa in Terra Santa, condizione imprescindibile per qualsiasi processo di pace autentico. Rinnoviamo il nostro appello affinché si aprano spazi di dialogo e si giunga presto a soluzioni ragionevoli”.

E nella meditazione per la domenica delle Palme il card. Pizzaballa ha sottolineato il pianto di Gesù: “Oggi Gesù torna a piangere su Gerusalemme. Piange su questa città che rimane segno di speranza e di dolore, di grazia e di sofferenza. Piange su questa Terra Santa che ancora non sa riconoscere il dono della pace. Piange su tutte le vittime di una guerra che non accenna a finire, sulle famiglie divise, sulle speranze infrante. Ma il pianto di Gesù non è mai sterile: è un pianto che apre gli occhi, che interpella, che rivela”.

Il Vangelo della Passione interpella ancora oggi: “E’ un particolare quest’ultimo che ci interpella ancora oggi. Il centurione è un soldato che appartiene al mondo della forza, di un potere che si impone. Per mestiere, misura il successo dalla capacità di piegare gli altri, di vincere, di dominare. Eppure, davanti a quest’uomo inchiodato sulla croce, davanti a un amore che non si difende, davanti a una fedeltà che non si piega nemmeno alla morte, il centurione cambia. Il suo criterio di giudizio si spezza. Scopre che la vera potenza non sta nella sua forza o nella spada che uccide, ma nella vita che si dona. E pronuncia la confessione più alta: lui è il Figlio di Dio. Nel momento in cui il potere della morte sembra prevalere, la verità si rivela, l’amore si manifesta e la salvezza si compie”.

La pace di Gesù si consuma sulla croce: “La pace che Lui offre non è un patto fragile tra nemici, ma una pace che passa attraverso la croce, di un Dio che fa dono totale di sé e che non ha bisogno della forza o del potere delle armi. E’ questo il paradosso che oggi siamo chiamati ad accogliere”.

Anche i cristiani oggi piangono a Gerusalemme: “Gerusalemme, la Terra Santa, non è solo un luogo geografico: è il cuore pulsante della nostra fede. Ogni pietra qui parla di salvezza, ogni collina custodisce la memoria del Dio che si è fatto vicino. Vivere la fede qui significa accettare di abitare questa contraddizione: il luogo della resurrezione è anche il luogo del Calvario; il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da tanto odio”.

Piangono a Gerusalemme perché ha rifiutato Gesù, ma l’odio non vincerà la speranza: “Ma da questo luogo santo impariamo a guardare la città con gli occhi di Cristo. Impariamo a piangere con Lui, ma anche a sperare con Lui. Perché la stessa Gerusalemme che ha rifiutato il Principe della pace ha visto il sepolcro vuoto. La guerra non cancellerà la resurrezione. Il dolore non spegnerà la speranza”.

E’ stato un invito ad essere portatori di pace e di speranza: “Portiamo invece la croce, ma una croce che non è un peso inutile, bensì la sorgente della vera pace. Non sventoliamo rami di ulivo, ma scegliamo di diventare noi stessi costruttori di riconciliazione, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni relazione.

Carissimi, in questa terra che continua ad attendere la pace, siamo chiamati a essere testimoni di un amore che non si arrende. Che il nostro cammino di fede, anche oggi, possa essere un cammino di speranza. E che la nostra vita, pur nella durezza del presente, sappia portare l’amore di Cristo e la sua luce là dove tutto sembra oscurità”.

Da Gerusalemme un appello al mondo per la Pasqua

“Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato. Tra le altre, il card. Pierbattista Pizzaballa ha ringraziato per 0’la vicinanza che la Chiesa in Italia continua a esprimere verso le comunità cristiane del Medio Oriente, culla della fede’, aggiungendo parole che evocano con forza il dramma di questo tempo…

Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti. Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.

Infatti poche ore prima il patriarca di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, aveva annunciato la chiusura dei Luoghi sacri da parte delle autorità israeliane per la sicurezza: “A causa della guerra, quest’anno non ci è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale a Gerusalemme, con le solenni celebrazioni al Santo Sepolcro e nei Luoghi Santi della Passione. Se abbiamo potuto pregare e prepararci personalmente, abbiamo sentito la mancanza del cammino comunitario verso la Pasqua. Ora ci troviamo a interrogarci sulle celebrazioni della Settimana Santa, cuore pulsante della nostra fede, a Gerusalemme e presso il Santo Sepolcro”.

A causa della situazione bellica è stata annullata anche la processione della domenica dell palme: “La tradizionale processione della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi sale a Gerusalemme, è cancellata. Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire. La Messa crismale è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso. Le chiese della diocesi restano aperte. Parroci e sacerdoti, nelle forme e con le modalità possibili, faranno il possibile per favorire la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali”.

Però ha invitato a non scoraggiarsi: “Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. E’ una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera”.

E’ stato un invito a ‘pregare sempre, senza stancarsi mai’: “Desideriamo quindi supplire a queste limitazioni con momenti di preghiera in famiglia e nelle nostre comunità religiose. So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale. Tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto. Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla”.

L’invito è fissato sabato prossimo: “Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto. Lo faremo con cuore umile, certi che la nostra preghiera, anche se fisicamente distanti, è capace di attingere alla forza dell’amore di Dio, che ci unisce in spirito di speranza e di fiducia”.

Una preghiera per ricordare che la Pasqua alimenta la speranza: “La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza”.

Queste parole sono state anticipate da quelle dell’Amministratore Delegato, Sami El-Yousef: “La guerra è iniziata sabato, circa dodici giorni fa, e si è distinta per la rapidità con cui la situazione si è sviluppata. All’improvviso sono risuonate le sirene, c’è stata grande confusione e ci è stato chiesto di recarci nei rifugi. Razzi e aerei sorvolavano le nostre teste e la situazione è diventata estremamente drammatica in pochissimo tempo.

E’ tuttavia importante sottolineare che già mercoledì metà dei dipendenti era tornata al lavoro qui nella sede centrale, nel centro storico di Gerusalemme. Entro venerdì, tutto il nostro personale era tornato al lavoro, nonostante fosse stato dichiarato lo stato di emergenza e alla popolazione fosse stato praticamente chiesto di restare a casa per la maggior parte del tempo ed evitare di uscire all’aperto”.

E’ una testimonianza importante: “Questa è per tutti noi del Patriarcato Latino qui a Gerusalemme una testimonianza importante: siamo qui per servire e siamo qui per restare. La guerra non ci impedirà di continuare a offrire questi servizi alle migliaia di persone che ne dipendono. Continueremo a essere presenti per garantire la continuità del nostro lavoro e fare in modo che non venga interrotto, soprattutto in tempo di guerra, quando così tante persone soffrono”.

Significa che la Chiesa è sempre presente: “La Chiesa, dunque, si erge con orgoglio anche nei momenti di crisi, come ha fatto in tutte le crisi precedenti. Siamo orgogliosi di tutto il personale che presta servizio qui a Gerusalemme e in tutte le diocesi dei diversi Paesi in cui operiamo… Siamo qui per servire e continueremo a farlo”.

Colletta per la Terra Santa: aiutare per dare speranza

“Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa! I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano. Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita. Perfino le scuole non ricevono spesso gli insegnanti perché non vengono fatti transitare”: il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti ha scrive una lettera per la raccolta di offerte destinate ai luoghi ‘del Redentore’ nel Venerdì Santo.

Nella lettera il prefetto rivolge un appello per contribuire alla tradizionale Collecta pro Terra Sancta, la raccolta di offerte destinate ai luoghi del ‘Redentore’ che si tiene ogni anno il Venerdì Santo: “So che rivolgermi a te e alla famiglia cristiana di cui sei responsabile è sempre più difficile e sempre più ripetitive sono le parole che di anno in anno ti rivolgo. So che diventa sempre più arduo pensare a tamponare e disinfettare, finché si può, le ferite di questo mondo così atrocemente dilaniato”.

Nonostante questa situazione la lettera è un invito a non disperare: “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Quel Crocifisso appeso nelle nostre stanze, come nei nostri luoghi sacri, è il segno di una vita più forte della morte ma passata attraverso la morte. Dobbiamo cambiare molto: mentalità, sensibilità, priorità nell’esistenza quotidiana, perché questo mondo ci disumanizza progressivamente e non ce ne accorgiamo”.

Oltre ad essere un invito alla preghiera, è anche un invito al sostegno dei cristiani, che abitano quei luoghi santi: “Non dimentichiamoci mai di pregare, perché Dio è la nostra speranza. Ma ora ecco che vengo a proporti un gesto piccolo, che però va proprio nel senso di questa conversione, di questo cambiamento: dare un po’ del nostro denaro per aiutare i fratelli e le sorelle in estremo pericolo a vivere un giorno di più, a trovare la possibilità di sperare e di ricominciare.

Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa che da tanto tempo veglia sui luoghi che hanno segnato la vita del Signore Gesù. Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco”.

Un gesto per dare speranza ai cristiani di quei luoghi: “Un gesto che si concretizzerà nel mondo quasi dovunque (perché qualche comunità ha scelto un’altra data) proprio nel Venerdì santo, giorno in cui si ricorda Colui che ha dato non un’elemosina, ma la sua stessa vita, il suo ultimo sospiro che è lo Spirito Santo, perché questo mondo guarisse e ricominciasse a sperare nell’insperato.

I Papi hanno voluto questo gesto e continuano a volerlo, perché sono convinti che soltanto nella paternità, nella condivisione e nell’amicizia solidale si può ricostruire una realtà che torni ad avere parvenze umane e a riprodurre il progetto di umanità voluto da Dio all’atto della creazione”.

E’ un appello accorato a favore dei cristiani che odono solo bombe: “Per vivere c’è bisogno anche del vostro contributo. Moltissimi cristiani di Terra Santa hanno perso tutto, compreso quel lavoro che veniva dal servizio ai pellegrini. Ora la quasi totalità di questi tende, impaurita, a non avventurarsi più in quelle terre. I nostri fratelli e sorelle nella fede che abitano i Luoghi Santi sanno che con il vostro contributo, e forse solo con esso, se la loro incolumità non potrà essere garantita tuttavia almeno le loro scuole potranno riprendere a funzionare, qualche nuova casa potrà essere costruita e, laddove la distruzione è totale, qualche cura sarà garantita. Bombe prima, catastrofi naturali poi, hanno deturpato la loro terra, rendendola inabitabile, per non parlare di quei lutti sempre più numerosi, senza che vi sia un giorno in cui si possa respirare sereni”.

E’ un appello diretto ai vescovi per sensibilizzare i fedeli: “Ti prego di far risuonare, con le parole che più si adattano alla sensibilità della tua gente, il nostro dovere di prenderci cura della Terra Santa, così come di tanti altri luoghi devastati. Mostra immagini, sensibilizza attraverso le mille fonti che rendono accessibile la fatica quotidiana dei pochi cristiani che riescono a mantenere la possibilità di rimanere nella loro terra. Ci sono tanti strumenti in giro, a partire dall’appello dei Papi e dei dediti pastori del luogo”.

E’ un appello per ‘risvegliare’ le coscienze sul dramma mediorientale: “Cerchiamo di fare in modo che la nostra gente arrivi alla Colletta cosciente che dare è un forte segno di fede, che una Terra Santa senza credenti è una terra perduta, perché si smarrisce la memoria viva, che è la continuità con la fonte della salvezza che ci ha rigenerati in Cristo.

Esorta, convinci, risveglia le coscienze, richiamale alla solidarietà di quest’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa, estesa su tutte le terre del mondo. Sacrilegio non è solo un atto compiuto contro l’Eucarestia; sacrilegio è anche l’atto compiuto contro il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Sant’Agostino, quanto insiste su questo concetto: quando ricevi il corpo di Cristo all’altare sappi che tu ricevi quello che sei! “Diventate ciò che vedete e ricevete ciò che siete”.

Richiamando un invito di papa Leone XIV il prefetto del dicastero si appella alla sensibilità cristiana: “Io sono convinto che la nostra gente, la tua gente, non sarà insensibile a questo richiamo, perché le fibre più vibranti, quelle che il Battesimo ha reso parte integrante della voglia universale di bene che ci prepara all’incontro con Dio, aspettano solo di essere rinforzate o anche semplicemente allenate”.

E’ una chiara richiesta di aiuto per non far scomparire i cristiani dalla Terra Santa: “Quante volte ho personalmente visitato quelle minoranze cristiane che ogni giorno si svegliano col pericolo di non trovare più spazio per esistere!

Aiutateci a dare loro una speranza concreta e non soltanto parole di consolazione, perché noi che li visitiamo sappiamo che di lì ce ne andremo, mentre essi rimangono con le loro paure, perfino con il terrore che, proprio perché sono cristiani, possono essere eliminati. La Colletta per la Terra Santa, con l’inestimabile aiuto quotidiano dei nostri francescani e di quanti animano e lavorano nelle comunità sul posto, sarà una goccia nell’oceano, ma l’oceano, a forza di perdere gocce, sta diventando un deserto”.

Mentre qualche settimana prima il nuovo Custode di Terra Santa, fr. Francesco Ielpo, aveva raccontato la situazione in Terra Santa: “Gli ultimi anni sono stati particolarmente gravosi per le comunità cristiane del Medio Oriente. La guerra ha portato morte, distruzione e paura, non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania, in Israele, in Libano e in Siria. Alla sofferenza provocata dal conflitto si è aggiunta la lunga assenza dei pellegrini, che ha aggravato una già profonda crisi economica e occupazionale”.

Queste assenze stanno causando difficoltà alle famiglie: “Molte famiglie cristiane, che traevano sostentamento dai Luoghi Santi e dalle attività connesse ai pellegrinaggi, si trovano oggi in grande difficoltà. Abbiamo appena concluso l’Anno Giubilare della Speranza e la speranza stessa appare ferita: a Betlemme, a Gerusalemme, nel Nord di Israele, così come nelle comunità cristiane del Libano e della Siria. La mancanza di sicurezza e di lavoro rende sempre più difficile sostenere le famiglie e, ancor più, immaginare un futuro per i giovani e per le nuove generazioni”.

Infine il nuovo Custode di Terra Santa invita a sostenere in modo particolare le scuole: “Oggi più che mai è urgente ricostruire, non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e speranza. Questo cammino passa necessariamente dall’educazione: dalle scuole, dai giovani, dalle famiglie, dai luoghi in cui può germogliare una cultura dell’incontro, del dialogo e della pace. Sostenere l’educazione significa investire nel futuro della Terra Santa e nel ruolo delle comunità cristiane come fermento di riconciliazione in una società segnata da divisioni e ferite profonde”.

Sostenere vuol dire non dimenticare: “Nel Venerdì Santo, mentre contempliamo il Crocifisso, vi chiediamo di non dimenticare la Terra Santa, di ricordare nella preghiera e nella carità concreta coloro che continuano a vivere e a testimoniare il Vangelo nei Luoghi della Redenzione. La vostra vicinanza è un segno prezioso di speranza e di fraternità: aiutaci a donare speranza e seminare la pace!”

Papa Leone XIV ha espresso dolore per i bambini innocenti e tutte le vittime in Medio Oriente

La Sala Stampa della Santa Sede, tramite il suo canale Telegram, ha fatto sapere che papa Leone XIV prega perché cessi ogni ostilità nelle regioni mediorientali per i ‘tanti innocenti, tra cui molti bambini’ rimasti uccisi nei bombardamenti e ‘per chi prestava loro soccorso’, come p. Pierre El-Rahi, il sacerdote maronita morto a causa di un attacco in Libano

E’ un sacerdote maronita ucciso a Qlaya durante un attacco che aveva colpito una casa nella zona della sua parrocchia, in montagna, ferendo uno dei parrocchiani. Come ha raccontato il francescano p. Toufic Bou Merhi ai media vaticani, p. El-Rahi è andato di corsa con altre decine di giovani a soccorrere il parrocchiano. In quel momento c’è stato un altro bombardamento sulla stessa casa e il sacerdote è rimasto ferito, morendo poco dopo:

“In nome del diritto di difesa, e con la scusa dei cosiddetti ‘danni collaterali’, abbiamo perso un parroco, padre Pierre El Raii. La sua unica colpa era voler restare accanto ai suoi parrocchiani. Il suo errore è stato rispondere a una richiesta di aiuto. Ha cercato di soccorrere una persona che lo aveva chiamato, e questo gesto gli è costato la vita. Padre Pierre era la generosità e la disponibilità incarnate in un parroco. Tentavo di frenarlo per fargli prendere fiato, ma non ci sono mai riuscito”.

Ed ha raccontato la vita degli sfollati: “Persone costrette a lasciare la propria casa, le proprie strade, la propria memoria. Dove si rifugia la dignità quando si perde la propria casa? Come si custodisce la speranza quando si vive con una valigia sempre pronta? E nel cuore di molti cresce anche un’altra ferita: la paura dell’altro, di chi è diverso, di chi sta dall’altra parte. Ma come si può costruire la pace se prima non si guarisce questa paura? Le case distrutte, prima o poi, si possono ricostruire. Ma l’uomo ferito dalla violenza, dalla paura e dalla tristezza, chi lo ricostruirà? Dove si può ritrovare la dignità perduta?”

Ad esprimere dolore e parole di cordoglio anche la Caritas Libano che in un comunicato ha scritto: “Con il cuore ferito e profondo dolore abbiamo ricevuto la notizia del martirio del cappellano regionale di Qlayaa-Marjeyoun di Caritas Libano, padre Pierre Al-Rahi, che ha perso la vita a seguito del bombardamento che ha colpito l’area, mentre rimaneva saldo nella sua terra e accanto alla gente della sua città”.

Mentre il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha inviato un messaggio a Sua Beatitudine il card. Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, per esprimere vicinanza della Chiesa italiana: “Ancora una volta il dramma della guerra ha colpito la vostra popolazione e ancora una volta ci troviamo a piangere vittime innocenti, di ogni fede. Preghiamo per il caro padre Pierre che non ha voluto abbandonare la sua terra, restando accanto alla sua gente e testimoniando fino all’ultimo l’amore per chi gli era stato affidato, per tutti i cristiani che sono rimasti nel Paese”.

Per questo ha parlato di martirio: “Il suo esempio, il suo martirio, è seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, segno di fraternità lì dove prevale la logica del più forte. Per questo, rinnoviamo il nostro impegno a rafforzare i vincoli di solidarietà e prossimità che già uniscono le nostre Chiese”.

E  con le parole di papa Leone XIV ha detto che la guerra non è la soluzione: “Mentre affidiamo alle braccia misericordiose del Padre il nostro fratello, non ci stanchiamo di chiedere al Principe della Pace che si fermino le violenze in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra deturpati dalla devastazione e dalla morte. La guerra non è la risposta e non è mai la soluzione, è una sconfitta per tutti: per questo, uniamo la nostra voce a quella di Papa Leone XIV che ha chiesto che cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi, e si apra uno spazio di dialogo, nel quale si possa sentire la voce dei popoli”.

Infine l’invito  a tutti gli italiani a pregare e digiunare per la pace: “La sofferenza delle persone che stanno vivendo sulla propria pelle il dramma del conflitto è un grido che non può e non deve lasciarci indifferenti. Venerdì 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla CEI, ricorderemo padre Pierre e tutte le comunità cristiane perché, nello scenario buio dell’odio e della violenza, continuino a essere luce di unione, amore e fraternità”.

(Foto: Media Vaticani)

Azione contro la fame intensifica la risposta all’emergenza umanitaria in Libano

Azione Contro la Fame lancia l’allarme sulle gravi conseguenze umanitarie in corso, tra cui la carenza di beni di prima necessità, i danni alle infrastrutture idriche ed energetiche e il rischio di sfollamenti su larga scala, sia all’interno sia all’esterno del Paese. L’organizzazione sta intensificando la risposta umanitaria in Libano, rafforzando il sostegno ai rifugi di comunità e ampliando la distribuzione di aiuti essenziali alle famiglie sfollate. Azione Contro la Fame è attiva anche in diversi Paesi della regione, tra cui Iraq, Afghanistan e Pakistan, oltre che nelle aree limitrofe come i Territori Palestinesi Occupati, Giordania, Libano, Siria e Yemen.

L’escalation del conflitto nella regione mediorientale sta aggravando emergenze umanitarie già significative, interrompendo i servizi essenziali, aumentando il livello di sfollamento della popolazione ed esponendo civili e operatori umanitari a rischi considerevoli. Comunità che già vivevano in condizioni difficili si trovano ora ad affrontare un livello di incertezza ancora maggiore.

In Libano, i continui attacchi aerei, gli ordini di sfollamento di massa, le incursioni terrestri e l’aumento rapido degli sfollati interni hanno innescato una crisi umanitaria su larga scala. L’Unità di gestione dei rischi di catastrofi, guidata dal Consiglio dei ministri libanese, stima che fino a un milione di persone potrebbero essere costrette a lasciare le proprie case se le ostilità persistono.

In risposta, Azione Contro la Fame sta intensificando il proprio intervento in tutto il Paese, rafforzando il sostegno ai rifugi di comunità e la distribuzione di aiuti essenziali alle famiglie sfollate.

“Le famiglie, già provate da anni di difficoltà, sono nuovamente in movimento, con migliaia di persone costrette a dormire in auto o in spazi pubblici”, afferma la direttrice regionale Suzanne Takkenberg. “Serve urgentemente il sostegno internazionale per garantire una risposta proporzionata a questa crisi”.

Da quando il conflitto ha raggiunto il Libano lo scorso 2 marzo, Azione Contro la Fame ha attivato meccanismi di emergenza e condotto valutazioni rapide per identificare i bisogni più urgenti, coordinandosi con autorità e agenzie umanitarie per evitare duplicazioni. Ad oggi, l’organizzazione ha sostenuto 32 rifugi di comunità, tra cui 6 nel distretto di Baalbek, 8 nella Bekaa occidentale, 4 a Zahle e 11 nel distretto di Aley (Monte Libano). Le squadre distribuiscono cibo, acqua in bottiglia e kit igienici e forniscono servizi di emergenza per la nutrizione dei bambini e il supporto ai caregiver.

I principali interventi finora messi in atto riguardano:     323 kit per l’igiene familiare e 136 kit per l’igiene dei neonati distribuiti; 9.168 litri di acqua in bottiglia consegnati; 800 pacchi alimentari pronti al consumo, sufficienti a coprire una settimana di cibo per circa 1.800 persone; supporto a tre ospedali (due a Zahle e uno a Tiro) per gravidanze ad alto rischio; oltre 150 bambini hanno ricevuto integratori o biscotti ad alto contenuto energetico per prevenire la malnutrizione.

Azione Contro la Fame esorta la comunità internazionale a cessare immediatamente la violenza nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, ad assicurare un accesso sicuro e senza ostacoli all’assistenza umanitaria e ad aumentare i finanziamenti umanitari per soddisfare le crescenti esigenze.

Azione Contro la Fame | www.azionecontrolafame.it

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