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Papa Leone XIV: testimoniate la gioia del Vangelo

“Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita. Ma, don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre!”: così papa Leone XIV nello stadio Bernabeu, iniziando a braccio il suo intervento, ha risposto all’entusiasmo ‘da stadio’ del Santiago Bernabéu, la storica casa del Real Madrid, che lo ha accolto per l’’ncontro con la comunità diocesana.

A più di 80.000 fedeli, e a tutta la Chiesa della capitale spagnola, il papa ha affidato una missione: “Questa veglia è un grande inno della fede e sono lieto di unire la mia voce alle vostre, per lodare Dio e incoraggiare i legami di una così bella famiglia ecclesiale che sta imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità. Ringrazio il vostro arcivescovo, don José, per avere introdotto la parabola del canto, che suggerisce come non bastino i numeri, i dati, i fatti a generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano”.

E’ stato un invito a testimoniare il Vangelo della gioia: “La vostra gioia sarà contagiosa se diverrà, da emozione di qualche momento, un modo d’essere stabile, un sentire di fondo che rinnova i singoli, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli Apostoli, nei loro scritti, invitino così spesso le Chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. E’ l’Evangelii gaudium, una corale risposta all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione ha modificato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, seppure in modi e su strade diverse”.

E’ stata una testimonianza che il battesimo cambia la vita: “Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questa sera, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono linfa, come i tralci dalla vite. Concretamente, questo significa che in noi molto di ciò che già c’era si trasforma, perché si volge al servizio, cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune.

Questo non va temuto, perché non produce mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino”.

Citando l’enciclica ‘Magnifica humanitas’ il papa ha sottolineato il rapporto tra Chiesa e città: “Vi è allora un rapporto speciale fra Chiesa e città, ancora più importante nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: un rapporto che, naturalmente, si realizza fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere…  

La lucidità su questo punto è molto maturata nel cammino sinodale, che ha consentito di conoscerci e ascoltarci con più profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e prende forma. La domanda più importante diventa: ciò che siamo e operiamo come cristiani arriva ‘là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi’, ovvero ai ‘nuclei più profondi dell’anima delle città’? Rispondere può essere difficile, certo, ma è possibile, se cerchiamo insieme la verità”.

E’ stato un invito a non chiudersi nei ‘gruppetti’: “Ecco perché è tanto importante non disperderci e non chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato”.

Per evangelizzare è necessario cercare Gesù: “Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione e oggi possiamo intendere questo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci pare di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora occorre imparare nuovamente l’arte spirituale dell’attenzione, senza la quale persino l’annuncio del Vangelo rischia di diventare impersonale ripetizione e, perdendo di efficacia, lascia spazio a frustrazione e sfiducia”.

E’ stato un invito a non essere turbati ed all’ascolto: “Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione. L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

E’ un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà”.

In questo consiste il ‘discernimento comunitario’: “Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza distogliervi dall’essenziale, il regolare fermarvi col vostro popolo a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero”.

Se la vita comunitaria diventa una routine si rischia la monotonia: “Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. E’ lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo. Lo Spirito suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo!”

Prima di recarsi allo stadio il papa ha reso omaggio all’immagine della Vergine di Almudena: “Questa millenaria devozione mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad animarvi per proseguire nel cammino. Fu grazie a una muraglia distrutta che accadde il nuovo incontro della Madre con il suo popolo.

Questo fatto è provvidenziale, perché indica il percorso che Gesù, attraverso la sua Santa Madre, ci invita a percorrere. In un primo momento, un muro che cade provoca un boato, caos, disordine, ma apre anche spazi, ristabilisce possibilità e sprona a restaurare. Nelle nostre società attuali esistono ancora molti muri che non proteggono, ma dividono, allontanano e isolano. A volte, pensando che abbatterli significhi dover affrontare ciò che non ci piace, preferiamo la comodità di puntellarli appena e, più frequentemente, di ignorarli”.

E’ stato un invito ad abbattere i muri: “Tuttavia, la Nostra Signora dell’Almudena, con la sua presenza e la sua sicura protezione, ci dice un’altra cosa: per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo, bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte.

Siccome siamo convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene, vi esorto a non venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore del Padre. Vi esorto a non mancare di carità, per unirvi come un’unica famiglia di fratelli e sorelle, e a non perdere la speranza, per sostenervi l’un l’altro nella vostra azione nel mondo”.

Ed al termine ha citato alcune frasi dell’inno: “Santa Maria dell’Almudena, Vergine e Madre del Redentore, Regina del Cielo, Madre d’Amore, sotto il tuo manto, Vergine umile, cercano protezione i tuoi figli. Madre amorevole, Tempio di Dio, proteggici, Signora, e aiutaci a essere costruttori di pace e riconciliazione. Amen”.

(Foto: Santa Sede)

‘Siamo noi il Vangelo. Un pensiero al giorno’: il Cardinale Pietro Parolin raccontato in un libro

“Tutto quello che è stato creato, va riconosciuto, curato e tutelato, valorizzato e coltivato. Solo tramite la gratitudine per il Creato, possiamo concepirlo come dono. Solo tramite il riconoscimento del dono che ci è stato fatto, ci verrà spontaneo prendercene cura”. La frase è parte di uno dei pensieri del Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin, contenuti nel libro ‘Siamo noi il Vangelo’, edito dall’Associazione Editoriale Promozione Cattolica (AEPC) di Vigodarzere-Padova.

“Il titolo trae origine da una frase articolata del servo di Dio Elia Dalla Costa, considerato dal cardinale Parolin un modello ispiratore per il suo ministero fin dall’infanzia”, ha spiegato il titolare della casa editrice, Luciano Lincetto. La prefazione è firmata da don Sergio Mercanzin, fondatore Centro Russia Ecumenica.

L’introduzione è di Romina Gobbo, la giornalista a cui il card. Parolin concesse la prima intervista dopo la nomina a segretario di Stato Vaticano da parte di papa Francesco. Sua anche la cura dei testi più recenti. Quelli più remoti sono stati invece curati da Martina Luise.

Quattrocento pagine intrise di riflessioni tratte da omelie, interviste, scritti su molteplici argomenti. In primis, la necessità della pace. Il richiamo al mondo è a deporre le armi e a ritornare alla diplomazia, prendendo esempio dalla Santa Sede, che opera al motto di ‘Molto fare, poco dire’. Il grido dei poveri è un altro tema toccato più volte, così come il rispetto della vita. C’è la vicinanza alle donne che subiscono violenza, ‘testimoni del Vangelo della sofferenza’. 

Altri temi sociali trattati sono il carcere, l’accesso all’acqua potabile per tutti, il rapporto con le altre fedi, l’attenzione alle minoranze, l’economia più equa. A cuore del cardinale è l’educazione delle giovani generazioni. I giornalisti vengono esortati alla ricerca della verità. C’è anche l’omelia per la Messa di ordinazione episcopale di mons. Giuliano Brugnotto, vescovo di Vicenza, la diocesi di origine di Parolin. Esempi a cui guardare sono Madre Teresa, santa Bakhita, santa Maria Bertilla Boscardin, ma anche il cardinale ‘zelante’ Elia Dalla Costa. E, naturalmente, san Francesco d’Assisi, ‘il fraticello ribelle’.

Nel libro sono anche delineate le caratteristiche che devono avere sacerdoti, vescovi e nunzi apostolici. Molte le citazioni dei Papi, da papa Sarto, ‘innamorato di Dio’, a Giovanni XXIII con la sua ‘Pacem in terris’ richiamata più volte, da papa Montini a papa Luciani, di cui il card. Parolin è presidente della Fondazione Vaticana ‘Papa Giovanni Paolo I’, da papa Wojtyla a Benedetto XVI, da papa Francesco a Leone XIV, con il suo motto ‘disarmare le parole’.

Nell’ultimo pensiero, il 31 dicembre, il cardinale parla del suo incarico di segretario di Stato, che vive come una “grazia, perché è davvero un dono grande del Signore essere vicino al successore di Pietro nel compito di confermare i fratelli nella fede e tenerli uniti nella comunione della Chiesa”. A chiudere, le testimonianze di don Alvaro Grammatica della Koinonia ‘Giovanni Battista’, e di Raffaele Luise, vaticanista del Giornale Radio.

Alla giornalista Romina Gobbo, che insieme a Martina Luise, ha curato il libro e scritto l’introduzione, chiediamo di spiegarci per quale motivo ‘Siamo noi il Vangelo’?

“Il titolo “Siamo noi il Vangelo” riprende una frase del Servo di Dio Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, considerato dal Segretario di Stato Vaticano un modello spirituale”.

Quale Vangelo emerge dai suoi pensieri? 

“Il libro è un continuum di pensieri fondato sul Vangelo e sulla dottrina sociale della Chiesa. Il card. Parolin è un diplomatico, rimasto prete perché legato alla sorgente della fede, che è l’incontro con Gesù. E Gesù è la luce che fa vedere la realtà delle cose insegnandoci la civiltà dell’amore. Questi pensieri sono l’esplicitazione puntuale della rivoluzione sociale e politica che il sapere cristiano deve portare nel mondo. La stoffa degli esseri umani è l’amore e la certezza del nostro sapere viene dalla rivelazione cristiana”.

Quali sono i ‘pilastri’ del card. Parolin nella sua azione diplomatica?

“In un paio di pensieri, il cardinale Parolin evidenzia le caratteristiche dell’azione diplomatica propria e della Chiesa: dev’essere una diplomazia dell’incontro, una diplomazia che ascolta con umiltà, agisce con compassione e cerca il bene comune sopra ogni cosa. Al centro, la persona con i suoi diritti, a cui corrispondono i doveri degli altri.

Se c’è questo duplice riconoscimento, si stabilisce la pace, altrimenti nasce la guerra. Solo con il dialogo è possibile risolvere il conflitto e su questo un ruolo fondamentale è proprio quello della diplomazia vaticana, ‘che lavora al fianco dei rappresentanti delle nazioni per promuovere la dignità umana, proteggere i vulnerabili e costruire ponti dove potrebbe prevalere la diffidenza.

Auspico che la Santa Sede e i rappresentanti delle nazioni possano andare avanti insieme, ispirati dalla speranza e dalla visione di papa Leone XIV che ha espresso il suo profondo impegno a costruire ponti, sottolineando la necessità di incontrarsi, dialogare e negoziare. Che possiamo insieme, rispondere all’appello del Santo Padre e diventare chi semina la pace che durerà nella storia, non chi mieterà vittime’, come è scritto a pag. 372”.

‘Molto fare, poco dire’: dal libro quale immagine emerge del card. Parolin?

“Molto fare, poco dire è una frase di papa Alessandro VII che, per il card. Parolin, rimane di grande attualità in un momento, come quello contemporaneo, in cui non sembra esserci una via d’uscita dalla guerra, una “guerra disumana e disumanizzante”. La pace rimane frutto della giustizia, e non solo una conseguenza del buon agire”.

Per quale motivo si è ispirato al card. Elia Dalla Costa?

“L’incontro del card. Parolin con il cardi. Elia Dalla Costa risale all’infanzia, grazie ad uno zio che aveva raccolto le testimonianze dirette delle persone, che erano state parrocchiane di Dalla Costa: ‘Mi risultò subito una figura simpatica, affascinante, attraente, nonostante il tratto ascetico, solenne, ieratico: una figura a cui ispirare, per quanto possibile, la mia vita e il mio ministero. Il riferimento a Dio era l’elemento fondante della sua identità, la fonte delle sue scelte, lo spazio vitale del suo respiro e della sua azione.

Da qui la sua dedizione assoluta alle anime, non in senso solamente spirituale, ma tenendo bene in conto le necessità materiale della gente: lo provano le sue opere durante le due guerre mondiali, l’organizzazione di una rete di protezione in favore degli ebrei perseguitati, la sua carità verso i poveri, la sua sensibilità nei confronti del mondo operaio. Era un prete, un vescovo, un cardinale zelante per Dio e per il prossimo. Lo so che l’aggettivo ‘zelante’ fa arricciare un po’ il naso ai nostri giorni. Ma a me piacerebbe essere un prete, un vescovo e un cardinale zelante, e che lo fossero tutti i miei confratelli’ è scritto nelle pagine 73-74”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: annunciare il Vangelo nell’essenzialità

“E’ quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i vescovi italiano, a conclusione dell’82^ assemblea generale della Cei, con un ringraziamento per l’apprezzamento dell’enciclica.

Il discorso del papa verte intorno al ‘seminatore’ instancabile quale è Dio: “Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara. Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi”.

Riprendendo i testi di san Francesco d’Assisi, il papa ha invitato i vescovi ad annunciare il Vangelo: “Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”.

Ed ecco che l’iniziazione cristiana non è solo limitata ai sacramenti: “Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il ‘grembo’ in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale… Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”.

E’ stato un invito a ‘coltivare’ la comunità: “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”.

La comunità, quindi, è viva, quando c’è ascolto: “Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi”.

Ed il cammino sinodale è lo stile a cui la Chiesa è chiamata: “Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo”.

Stile sinodale come missione: “Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica”.

Per questo ha invitato i vescovi al coraggio dell’essenziale: “Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia”.

In precedenza aveva incontrato i partecipanti alla plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione, ringraziandoli per il lavoro giubilare svolto con l’invito ad annunciare il Vangelo: “L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali; solo così la fede stessa viene riscoperta sempre di nuovo nella sua bellezza ed esprime al meglio la sua credibilità. L’annuncio del Vangelo, che infonde speranza, non è una proposta utopica: è una testimonianza che attrae in quanto manifesta la chiamata all’amore e alla verità”.

Per evangelizzare, però, è necessario capire i ‘segni dei tempi’: “La trasmissione della fede, in tale contesto, passa necessariamente attraverso l’incontro con persone e comunità che esprimono la gioia della fede cristiana e la coerenza di uno stile di vita evangelico. Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio ‘la via, la verità e la vita’ che ha convertito e santificato tante persone.. La santità della vita, pertanto, rimane sempre la forma più convincente della bellezza della fede cristiana che supera i tempi e si propone ad ogni cultura”.

Il papa ha terminato l’incontro con la richiesta di una maggior ‘attenzione’ al sacramento del battesimo: “Un’attenzione peculiare è dovuta nei confronti dei catecumeni, che in numero sempre più significativo chiedono il Battesimo. Il gioioso servizio della comunità nell’accogliere e accompagnare i catecumeni non può concludersi con la celebrazione del Sacramento. Altrettanta responsabilità richiede il compito successivo, quello cioè di offrire un ambiente nel quale trovino riscontro le attese che hanno portato ad aderire a Cristo e alla sua Chiesa”.

In questo modo si garantisce la crescita spirituale: “Il dovere di mantenere viva la scelta di fede compiuta con il Battesimo comporta, in particolare per le comunità parrocchiali, l’esigenza di tendere sempre alla misura alta della vita cristiana, per assicurare ai nuovi battezzati uno spazio di crescita coerente, frutto di relazioni interpersonali vissute nell’amore e nel servizio reciproco”.

(Foto: Santa Sede)

Magnifica Humanitas: apertura di speranza per costruire la civiltà dell’amore

Copertina Magnifica humanitas

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che ‘solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”: con un richiamo alla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’ inizia la prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’.

La presentazione è avvenuta nel giorno del 135^ anniversario della promulgazione dell’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII e si divide in cinque capitoli ed una conclusione con 245 paragrafi. Il primo capitolo (‘Un pensiero dinamico fedele al Vangelo’) ripercorre la Dottrina sociale della Chiesa nel magistero recente e nel Concilio Vaticano II, mettendone in luce ‘il carattere dinamico’ per vivere nel mondo: “Guardando a questo percorso nel suo insieme, si comprende come la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice, insieme al Concilio Vaticano II, ha offerto un contributo originale alla luce delle ‘cose nuove’ del proprio tempo. Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità”.

Nel secondo capitolo papa Leone XIV enumera i fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa, di cui tra i primi, annovera la dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio: “Ogni potere è al servizio della comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio. Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi nessuno sia bisognoso e perché la loro amministrazione sostenga la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri”.

Il terzo capitolo (‘Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA) entra nel vivo del tema dell’intelligenza artificiale con la ‘messa’ in guardia dal ‘paradigma tecnocratico’, già denunciato da papa Francesco: “. Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo significa sempre, in fondo, interrogarci anche sul nostro cuore. Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, infatti, manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore… Come in tutta la storia umana, anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi”.

Nel quarto capitolo (‘Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà’) l’enciclica guarda alla verità come bene comune ed elemento essenziale della democrazia, affinché la cultura generata dal web possa diventare spazio di maturazione per la ‘libertà interiore e pensiero critico’:

“In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna”.

Nel quinto e ultimo capitolo (‘La cultura della potenza e la civiltà dell’amore’) papa Leone XIV ha invitato a costruire la civiltà dell’amore: “Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo ‘spirito di Assisi’, suscitato da san Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di papa Francesco (ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar), mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato”.

La conclusione riprende l’invito di san Paolo a ‘costruire’ bene nella contemplazione di Gesù: “Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità…

Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. E’ il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra. In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre”.

Ed ecco l’esplosione conclusiva dell’enciclica nel ‘Magnificat’: “D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo”.

L’atteggiamento della Madre di Dio è un modello per i cristiani: “La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo ‘sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati’, educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco’…

Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione”.

Il Cardinale Augusto Paolo Lojudice racconta Pietro da Siena

“…Et udito Cadì questo, mandò incontenente degli offiziali per loro; gli quali furono così raccolti dinanzi da lui; cioè, fue Frate Thomaso da Tolentino de la Marcha, Frate Iacopo da Padova, Frate Demedre (dalla Georgia), el quale era laico et sapea quelle lingue, et Frate Pietro da Siena. Et rimase Frate Pietro da Siena a casa per guardare le cose, et gli altri a quello Cadì andorono. Et essendo dinanzi da Cadì, quegli con loro cominciò di disputare de la fé nostra: et disputando così quegli non fedeli con gli nostri fedeli, dicevano che Cristo era solamente uomo et non Dio”: il martirio dei quattro francescani, raccontato dal beato Odorico da Pordenone, è riportato nel libro ‘Tommaso da Tolentino’, scritto da Paolo Cicconofri, Carlo Vurachi e Franco Casadidio, che narra la storia di questi missionari francescani, che volevano raggiungere la Cina, ma furono uccisi a Thane, in India, il 9 aprile 1321.

Nelle scorse settimane a Tolentino abbiamo incontrato il card. Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino e vescovo di Montepulciano – Chiusi – Pienza, per farci raccontare il servo di Dio Pietro da Siena: “Pietro da Siena era un grande ricercatore di Dio con tutte le caratteristiche degli uomini di quel periodo, che cercavano di mettere in pratica quell’impegno evangelico di Gesù che diceva di portare il Vangelo fino ai confini della terra. Ci hanno provato, con i limiti del loro tempo, facendo grandi cose. Poi non si è realizzato l’obiettivo, perché non sono arrivati in Cina, ma quello che conta è che abbiano fatto tutto il possibile per mettere in atto questo ‘dovere’ che ci compete e dobbiamo portare avanti: raccontare il Vangelo con le parole, ma soprattutto con la vita, fino ai confini della terra, dovunque viviamo”.

Perché intraprese, insieme agli altri tre compagni, il viaggio verso la Cina?

“La Cina era nell’immaginario occidentale irraggiungibile ed al tempo stesso un Paese ‘misterioso’. In lui c’è stata una passione che ha spinto come coloro che andavano alla ricerca di continenti nuovi. La Cina era un mondo particolare e molto lontano. Poi c’è la presenza del Signore per cui molti cristiani devono vivere la loro fede in modo sotterraneo e sono per questo i testimoni ed i martiri del nostro tempo”.

Ed allora per quale motivo è importante ricordare il loro martirio?

“Purtroppo questi quattro francescani hanno fatto quella ‘fine’, ma per fortuna sono testimoni luminosi di questo andare incontro a Gesù. Anche oggi molti cristiani sono perseguitati per la fede; anche se se ne parla poco la cristiano fobia è un male molto diffuso, per cui il martirio, non ricercato, è il più grande segno di testimonianza; per questo è accolto, come altri momenti critici dell vita, che diventa il segno visibile della testimonianza nei confronti dell’amore di Gesù”.

L’accordo sino vaticano potrebbe aprire nuove porte al Vangelo?

“Ce lo auguriamo tutti! Papa Francesco h tentato in tutti i modi, anche se ha dovuto cedere su qualcosa. E’ chiaro che l’operato della Chiesa punta al primato assoluto della comunione. Bisogna essere in comunione altrimenti non si va da nessuna parte. Certo non si può dimenticare la Chiesa ‘clandestina’, composta da uomini e donne, che sono contrari all’accordo. Credo che la via del dialogo sia quella migliore; bisogna comunque provarci, poi magari non ci si arriva ed il governo cinese resterà fermo nelle proprie posizioni e la Chiesa non potrà farci nulla, perché un accordo si fa nel dialogo. Mi auguro che tutto proceda per il meglio e si vada verso un’unità completa per tutti i cristiani che vivono in Cina nascosti nella Chiesa clandestina”.

Inoltre san Francesco è stato a Siena: per quale motivo?

“La tradizione narra che san Francesco è stato a Siena  almeno tre volte. Quella meglio attestata è quella avvenuta tra aprile e maggio 1226, pochi mesi prima di morire. Arrivò a Siena, perché era stato spinto a curarsi e, fin da allora,la città aveva un’oftalmologia molto rinomata. Giunge a Siena ed una ‘leggenda’ fondata racconta che andò in un posto, dove tuttora c’è una chiesa chiamata dell’alberino, dove la notte, prima di addormentarsi, san Francesco piantò il suo bastone e la mattina dopo miracolosamente spuntò un leccio. Però Siena è ricordata soprattutto per il piccolo testamento, che consiste in tre frasi, in quando i frati pensavano che san Francesco non riuscisse a ‘passare la notte’ e gli chiesero in tre pensieri il testamento. Poi pochi giorni di morire, a settembre 1226, fece il testamento più noto. Però questo testamento di Siena, ricordato con una riproduzione, nella chiesa dell’alberino, insieme ad una statua di legno, fatta alcuni secoli dopo dal ceppo di questo leccio, sintetizza l’operato di san Francesco: comunione tra i frati, obbedienza e povertà. Tre capitoli fondamentali della sua esistenza e della sua testimonianza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai membri di Catholic Charities americane: soluzioni a situazioni disumane

“Sono lieto di darvi il benvenuto, membri del Consiglio di Amministrazione di Catholic Charities USA, durante la vostra visita a Roma e in Vaticano. Prego affinché il tempo che trascorrerete qui, nel cuore della Chiesa universale, non solo rafforzi il vostro legame con il Successore di Pietro, ma vi aiuti anche ad avvicinarvi al cuore di Cristo, nel cui amore siamo tutti invitati a partecipare”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i responsabili delle 170 agenzie di Catholic Charities negli Stati Uniti d’America esprimendo gratitudine per ‘la disponibilità a proseguire il ministero di compassione verso i più piccoli’.

Riprendendo i brani evangelici del tempo pasquale il papa ha sottolineato anche la difficoltà da parte degli Apostoli di curare i bisognosi: “Come accadde per gli Apostoli e per la Chiesa primitiva, l’annuncio del Vangelo attraverso la cura dei poveri e dei più bisognosi presenta sempre delle difficoltà, sia a livello personale che istituzionale. Tra queste, la ricerca di risorse sufficienti, la dimostrazione agli altri che questo tipo di servizio è parte integrante di un’autentica vita cristiana e il non cedere allo scoraggiamento, soprattutto quando incontriamo persone che non possiamo aiutare come vorremmo”.

Questo accade ancora oggi senza la presenza di Gesù: “Sono pienamente consapevole che le agenzie di Catholic Charities negli Stati Uniti d’America non sono affatto immuni da queste sfide, che continuano a manifestarsi anche ai giorni nostri. Eppure è proprio quando ci troviamo di fronte a tali ostacoli che dobbiamo imparare ad ascoltare la voce di Gesù che ci dice ancora una volta: Io sono con voi sempre!’ Anche oggi Cristo si avvicina per accompagnare i suoi discepoli, specialmente nei momenti di frustrazione e dubbio, come fece con san Tommaso apostolo, con i discepoli sulla via di Emmaus”.

Ed ecco l’incoraggiamento per soluzioni per chi è in difficoltà con carità cristiana: “Per questo vi incoraggio ed esprimo la mia gratitudine per la vostra disponibilità a portare avanti il ​​ministero di compassione del Signore, specialmente verso i più piccoli. Così facendo, cercate di trovare soluzioni a situazioni disumane, di alleviare le sofferenze di individui e famiglie e di dare sollievo a coloro che sono oppressi dalle difficoltà e dalle avversità.

In tutte queste circostanze, deve essere la carità di Cristo a guidarvi nel vostro lavoro quotidiano. Ovvero, il desiderio di portare agli altri un aiuto materiale con l’amore del cuore di Gesù, perché è in questo amore che troveranno un vero riposo e la loro dignità sarà rispettata”.

Però l’amore al prossimo implica un amore verso Dio: “Tuttavia, amare autenticamente il prossimo significa anche offrirgli la possibilità di un vero incontro con Dio. Il vostro lavoro con i meno fortunati continua ad offrirvi un’opportunità privilegiata per condividere la gioia della Risurrezione, e vi ringrazio per questa sincera testimonianza di fede”.

Questa è la sperimentazione dell’Amore di Dio: “L’aiuto concreto che voi e le vostre organizzazioni partner offrite ai bisognosi permette loro di sperimentare l’amore di Dio attraverso di voi e apre loro la strada per entrare in una relazione duratura con Lui. Allo stesso tempo, vi permette di entrare in contatto con la carne di Cristo, cercando di vederlo e servirlo nei nostri fratelli e sorelle. In questo modo, le vostre opere di carità diventano un incontro reciproco con il Signore che è presente in mezzo a noi”.

(Foto: Santa Sede)

Mons. Moraglia: rinnovare l’inculturazione della fede

“Oggi, in Italia, si commemora la Festa della Liberazione. Siamo, così, invitati a ricordare con rispetto e gratitudine quanti si sono battuti e hanno sacrificato la vita per conquistare libertà e democrazia. Il Vangelo di Marco raccoglie la predicazione e la testimonianza dell’apostolo Pietro che, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, lo chiama ‘figlio mio’. Per la sua antichità, questo Vangelo va considerato come una delle prime forme d’inculturazione del cristianesimo; la fede, infatti, genera cultura ed esprime cultura, pur rimanendo innanzitutto annuncio di fede”:

ricordando la liberazione dell’Italia il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha celebrato il patrono della città lagunare, che si appresta a celebrare l’Anno speciale, indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città, che avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di san Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane).

Nell’omelia ha ricordato l’episodio del centurione romano: “Momento fondamentale del Vangelo è l’episodio del centurione (un romano, un pagano) che riconosce in Gesù il mistero della salvezza di Dio… L’uomo non prevenuto, anche se lontano, dinanzi alla morte di Gesù ne riconosce il mistero, anzi, la divinità. Va oltre quelle letture del Vangelo che proiettano il proprio io e così ne manipolano il messaggio”.

Quindi è un invito a comprendere oggi i contenuti evangelici per poter annunciare la resurrezione di Cristo: “Il Vangelo di Marco (il più breve dei quattro) esprime come la fede cristiana nasca dalla fede apostolica e non dalle precomprensioni umane. Anche noi, oggi, siamo invitati a guardare al Vangelo di Marco per comprenderne i contenuti e lo stile e così rinnovare l’ ‘inculturazione’ della buona notizia di Gesù, il Crocifisso Risorto, nella società piena di contraddizioni del nostro tempo”.

Questa è la sfida culturale a cui il cristiano è chiamato: “La nostra epoca non è dissimile, in molti aspetti, a quella in cui visse Marco: la ‘sfida culturale’ richiama anche oggi la necessità di un’evangelizzazione in contesti non cristiani, rimanendo fedeli a Cristo… Il Vangelo marciano può così essere considerato l’ ‘espressione di fede della Chiesa’ nell’importante opera iniziale di inculturazione dell’evento cristiano…

Ed una vera inculturazione mai compromette la fedeltà all’evento Cristo che si è inserito nella storia e cultura ebraica e, poi, in quella di Roma e in quella greca. Il Vangelo annuncia e trasmette la fede apostolica e porta a riconoscere in Gesù, il Crocifisso risuscitato, il Figlio del Padre fatto carne, rivelatosi nella nostra umanità”.

Il patriarca ha insistito sull’annuncio del Vangelo a tutti, riprendendo la sua lettera pastorale: “E’ il Vangelo di Gesù che va annunciato a tutti e non le nostre opinioni personali. Non vi è altro nome all’infuori di Gesù che può salvare l’uomo e Pietro lo attesta nella sua prima predicazione rispondendo alle esigenze di verità, di giustizia, di gioia…

Innanzitutto la famiglia (realtà antropologica fondamentale) e luogo di trasmissione della fede alle nuove generazioni. Il vescovo de Laval cura poi molto l’educazione (fonda scuole e il Seminario), s’impegna a favore della giustizia sociale ed è chiamato il ‘vescovo di tutti’ per la sua attenzione ai più piccoli, ai malati, ai bisognosi”.

La preghiera che il patriarca ha rivolto al patrono della città è stata quella di percorrere strade di ‘giustizia e di speranza’: “San Marco ci insegni a percorrere le vie di giustizia e di speranza di cui oggi la nostra Chiesa e il nostro mondo hanno bisogno, non dimenticando che ‘ogni vera riforma della Chiesa nasce non dalle strutture, non dai piani pastorali, non dai convegni o da progetti fatti a tavolino, ma dalle persone e, più esattamente, dai santi’…

A tal proposito annuncio ufficialmente che l’Anno marciano (indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città) avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di San Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane)”.

Un anno non solo celebrativo, ma anche culturale: “Per questi motivi, il cammino verso l’Anno marciano (e l’Anno stesso) non sarà costituito solo da momenti celebrativi di carattere liturgico e sacramentale (che pur ne rimangono il cuore pulsante) ma proporrà anche iniziative di carattere pastorale e culturale: pellegrinaggi, indicazione di itinerari artistici, eventi ecumenici ed interreligiosi, progetti ‘aperti’ a varie e diverse realtà del territorio, concorsi e mostre in ambito storico-artistico, concerti, convegni e giornate di studio, strumenti e pubblicazioni di supporto”.

Concludendo l’omelia ha invitato a pregare per la pace: “Purtroppo, anche quest’anno la festa del patrono san Marco si celebra in un tempo di guerra, segnato da distruzioni e, soprattutto, morte. Operiamo allora per quanto è in nostro potere e preghiamo in sintonia con papa Leone XIV che interviene con continui (ed inascoltati) appelli. Ringraziamo il Santo Padre per la sua ferma e chiara condanna della guerra. E chiediamo che si fermi ogni violenza e sopraffazione in particolare nei confronti dei civili, soprattutto bambini, anziani e donne. Giunga, per tutti, finalmente, l’atteso tempo di pace”. (Foto: Patriarcato

Papa Leone XIV non è a favore della guerra

Papa Leone XIV è ritornato a Roma a conclusione del viaggio apostolico in Africa e nel colloquio con i giornalisti ha ribadito che la sua prima missione è l’annuncio del Vangelo, e con una battuta ‘scherzosa’ li ha invitati ad essere preparati per un prossimo viaggio: “Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!”.

Però prima di rispondere alle domande dei giornalisti ha chiarito che il suo punto di vista è quello da papa, che annuncia il Vangelo: “Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come papa, vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’.

E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita”.

Inoltre ha sottolineato il suo ‘dovere’ di parlare con tutti: “E’ importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo.

Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l’altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede”.

La prima domanda al papa è stata rivolta dal vaticanista del Tg1 sulla pace in un mondo in guerra: “Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti.

Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti”.

Ha ribadito la complessità della guerra in Medio Oriente: “La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l’economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra.

Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale”.

Ritornando con il pensiero al viaggio in Libano il papa ha sottolineato l’importanza di ‘proteggere’ gli innocenti, incoraggiando i governanti alla pace: “E’ molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo ‘Benvenuto Papa Leone’, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso.

Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa,(lo dico di nuovo) come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione”.

In vista del prossimo viaggio apostolico in Spagna ancora una domanda sull’immigrazione: “Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il ‘trafficking’, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere”.

Anche se è consapevole che anche nel flusso migratorio c’è bisogno di ‘ordine’ il papa ha chiamato i Paesi più ricchi alla responsabilità: “Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio?”

Ed uno dei modi per diminuire l’emigrazione è garantire i diritti: “L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna…

E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità”.

Infine l’ultima domanda è ritornata sul regime iraniano: “Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone (dal concepimento alla morte naturale) debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato”.

(Foto: Vatican Media)

Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità

“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.

Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:

le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.

Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.

Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.

E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.

Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.

E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.

E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.

Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV non è intimorito da Trump: continuo ad alzare la voce contro la guerra

Papa Leone XIV

“Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso.

E’ molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, dove lui era vescovo nella città di Ippona (Annaba oggi) è veramente una benedizione anche per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. Ed allora questo viaggio rappresenta davvero un’opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo fare, promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli”.

Nel viaggio aereo con queste parole papa Leone XIV ha spiegato ai giornalisti le ragioni di questo viaggio apostolico in Africa, iniziando dai luoghi in cui visse il fondatore dell’ordine agostiniano, precisando che il papa non è un politico: “Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico”.

Ed ha ribadito chiaramente il ruolo della Chiesa, che annuncia il Vangelo delle beatitudini: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.

Questa è stata la risposta razionale all’attacco irrazionale, pubblicato su Truth, del presidente statunitense Donald Trump contro il papa, che ha auspicato la pace, accusandolo di aver osato ‘criticarlo’: “Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera. Parla della ‘paura’ dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il covid quando arrestavano sacerdoti, pastori e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri”.

Ed ha fatto un paragone davvero disgustoso ed infamante nei confronti di un papa: “Mi piace molto di più suo fratello Luigi che lui, perché Luigi è tutto maga. Lui capisce, e Leone no! Non voglio un Papa che pensi che sia ok che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le proprie prigioni, liberando assassini, spacciatori e omicidi, nel nostro Paese”.

Ed ha concluso che è diventato papa perché Trump era già presidente degli USA: “E non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, ovvero portare i dati sulla criminalità ai minimi storici e creare il miglior mercato azionario della storia.

Leo dovrebbe essere grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa scioccante. Non era su nessuna lista per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che sarebbe stato il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano”.

 Dopo tale dichiarazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio di solidarietà e di buon auspicio per il viaggio al papa con l’augurio che i suoi messaggi possano essere ascoltati: “Il forte richiamo alla pace, così urgente in tempi tanto tribolati, al pari dell’invito all’unità e alla fraternità, contribuirà ad alimentare la consapevolezza dell’indispensabile contributo che ogni individuo e ogni collettività sono chiamati a fornire per superare le divisioni e salvaguardare la dignità dell’uomo. Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”.

Anche i vescovi italiani hanno espresso ‘sdegno’ per le parole ‘rabbiose’ del presidente americano: “Unendosi a quanto affermato dal Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley, ricorda che il papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace.

In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.

Anche L’Azione Cattolica Italiana, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e il Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica hanno espresso la loro ‘vicinanza’ al papa per le triviali parole del presidente Trump: “Le parole rivolte al Santo Padre dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nelle scorse ore, appaiono infatti inadeguate, alquanto volgari e non rispettose della natura e della missione del ministero petrino. Esse rischiano di alimentare una lettura impropria del ruolo del Papa, riducendolo a interlocutore politico tra gli altri, inserito nelle dinamiche della contrapposizione e del confronto tra parti”.

Ed hanno sottolineato il prezioso ruolo del papa: “Riteniamo invece necessario ribadire con chiarezza che il Papa non è una controparte politica. Egli è il Successore di Pietro, chiamato a confermare nella fede il popolo di Dio e a servire, senza alcun interesse di parte, il Vangelo, la verità e la pace sempre, ovunque e comunque. Il suo ministero si colloca su un piano radicalmente diverso da quello della competizione politica: è un servizio universale, rivolto a tutte le donne e a tutti gli uomini, credenti e non credenti, senza distinzioni. Per questo motivo, chiediamo con rispetto ma con fermezza che venga riconosciuta e custodita la dignità della persona di papa Leone XIV e del suo ministero”.

E’ stato un ‘attacco’ in quanto oggi solo il papa difende la pace tra i popoli e la dignità della persona: “Il confronto tra istituzioni e responsabilità pubbliche, anche quando è franco e articolato, non può mai degenerare in forme che mettano in discussione il rispetto dovuto a chi, come il Pontefice, rappresenta un punto di riferimento morale e spirituale a livello globale. In un tempo attraversato da guerre, tensioni internazionali, crisi umanitarie, lutti e sofferenze diffuse, la voce del Papa continua a levarsi come un richiamo esigente alla dignità inviolabile di ogni persona, alla centralità del dialogo, alla ricerca instancabile della pace e alla responsabilità condivisa delle nazioni e dei popoli.

E’ una voce che interpella le coscienze e invita tutti, a partire da chi esercita ruoli di governo, a scelte lungimiranti e orientate al bene comune. Come associazioni laicali impegnate nella vita ecclesiale e civile del Paese, in piena sintonia con i nostri vescovi, avvertiamo il dovere di sostenere con convinzione questo magistero, che non si presta a strumentalizzazioni, ma chiede ascolto, discernimento e responsabilità”.

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