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Da Lampedusa papa Leone XIV invita all’accoglienza

“Il fatto che abbiate voluto intitolare il Molo Favaloro a papa Francesco è segno del legame che il mio Predecessore ha stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti: il Papa vi è stato vicino in questo tempo per voi molto impegnativo. Ed oggi sono qui per dirvi che il Papa continua ad accompagnarvi, vi sostiene e vi incoraggia. Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”: prima di iniziare la celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha spiegato bene il motivo di tale viaggio.

Un viaggio iniziato con la visita al cimitero e concluso con la celebrazione eucaristica nel campo sportivo di Lampedusa in ricordo di papa Francesco, affermando che il Vangelo si radica dove c’è vita: “Gli Apostoli, come sapete, hanno navigato nel Mediterraneo e sperimentato l’ospitalità degli abitanti delle sue isole e delle sue coste, da millenni crocevia di civiltà. Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo.

Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto. In questo senso, la parabola del buon Samaritano, appena proclamata, descrive una storia che continua e l’Enciclica ‘Fratelli tutti’ ci ha aiutato a rileggerla nelle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi. La Parola di Dio è sempre per l’oggi e ci porta in una conversazione da cui uscire trasfigurati. Come risponderemo, dunque, all’amore di chi ci ha amati per primo?”

Ed in questa strada debbono stare i cristiani: “Carissimi, oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano”.

I migranti, quindi, interpellano i cristiani: “Avvertiamo però la loro presenza, che ci interpella non meno di quanti sono sbarcati, bisognosi di attenzione e di soccorso. Prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, infatti, l’impatto con chi giace davanti a noi, spogliato di tutto, chiama alla prossimità. La Lettera agli Ebrei ci ha detto: ‘Ricordatevi… di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo’. E’ il centro della parabola evangelica: prossimi ci si fa, prossimo si diventa”. 

L’omelia del papa si è trasformata in un ringraziamento per la ‘compassione’: “E’ avvenuto ancora il miracolo della compassione (‘vide e ne ebbe compassione’): una rivoluzione interiore che fa affiorare in noi il “sentire” di Dio e allarga i pensieri, il cuore e la vita. Dico grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel ‘Forum Lampedusa Solidale’, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai Sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme”.

Un amore che invita alla solidarietà: “Sì, perché tra voi è l’amore a essersi organizzato, quell’amore di cui la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato. Saluto le persone migranti che sono qui: loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico”.

E la parabola è un forte richiamo alla solidarietà: “Entrambi vedono, ma passano oltre. Purtroppo, in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri, negando così (persino davanti alla sofferenza e alla morte) la comune origine in Dio, l’infinita dignità di ogni essere umano e la chiamata all’amore senza limiti”.

Un invito ad una fede che non discrimina: “E’ tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione, quasi che la fede abbia confini e non sia invece chiamata universale alla salvezza. Dove c’erano muri di separazione, Cristo li ha abbattuti. Non c’è amore di Dio senza amore del prossimo, e non c’è prossimo se io non mi avvicino. Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui (come ha fatto Gesù) significa entrare nel movimento dell’amore, quello in cui Dio si è rivelato”.

Tale dinamica rende cittadini capaci di costruire la‘civiltà’ dell’amore: “Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata”.

Richiamando l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ il papa ha rivolto un appello all’Europa: “Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto (come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace) l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità.

Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado (in quest’area) di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare. Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. E’ un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.

Ed ecco l’invito a pensare anche ‘diversamente’: “Per molti, infatti, vacanza è solo distrazione, leggerezza, spensieratezza. Allora sembra che si debba innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri. Abbiate l’audacia di pensare diversamente. Poco a poco, con creatività, riuscirete a far sì che chiunque trascorre un periodo, anche di riposo, su quest’isola, possa diventare più umano misurandosi con la vostra carità, con ciò che il mare vi ha insegnato, con gli incontri che vi hanno educato. C’è autentico riposo, infatti, dove il senso della vita è ritrovato; e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca”.

L’ospitalità mostra sorprese, come dice san Paolo: “Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione”.

La conclusione è affidata a sant’Agostino: “Sapete forse che Sant’Agostino amava descrivere la vita umana come navigazione nel mare in tempesta e il suo destino come un porto salvo e sicuro. Non lasciamoci vincere dalla paura, ma guardiamo alle fatiche quotidiane come a un tempo di opportunità e testimonianza. La vostra fede, carissimi, sia allora intensificata da questi anni di prova e di impegno generoso.

Torni questa venerata Immagine a parlarvi con la forza di un tempo, quando chi ve ne ha trasmessa la devozione si affidava all’intercessione della Vergine con radicale sincerità. Abbiamo tutti in Dio un porto sicuro, e ogni comunità cristiana è chiamata a esserne un riflesso sulla terra. E a voi, comunità di Lampedusa e Linosa, non manchi mai il respiro della fede, della speranza e della carità: O’scià!”.

(Foto: Santa Sede)

Da Assisi una speranza per le parrocchie

“Dalle mie parti si dice così quando è inutile sperare e perché: morto un papa ne fanno subito un altro e quindi ci sarà anche un prete nuovo; ma noi vogliamo tanto bene a papa Leone XIV, che sicuramente camperà moltissimi anni ancora. Il problema è però che da più di 10 anni stiamo vivendo una scarsità di preti mai vista in questi ultimi cent’anni e le prospettive prossime lo confermano. Unità pastorali sono due belle parole, ma fanno la fotografia che si stanno mettendo assieme molte parrocchie con un parroco solo; ha preti che lo aiutano pure, anche se molti abbiamo più di ottanta anni o lì vicino”: questo è l’inizio della lettera, che idealmente”: con la lettera alle parrocchie di mons. Domenico Sigalini si è concluso ad Assisi la 75^ Settimana nazionale di aggiornamento pastorale del Centro Orientamento Pastorale sul tema ‘Dopo la cristianità quale cristianesimo? Sulle orme di san Francesco, per un mondo di fraternità e di pace’.

Mons. Sigalini non ‘tradisce’ la realtà parrocchiale: “La cosa è ancora più triste perché l’essere cristiani interessa sempre a meno persone. Possiamo ancora suonare le campane, ma molta gente non sa più che cosa vogliono dire, i battezzati diminuiscono non solo perché nascono meno bambini e bambine, ma perché i genitori (ne basta uno) non vogliono battezzare i figli. Le parrocchie hanno anche oratori e strutture, ma non sono sempre utilizzabili. Soprattutto però cresce continuamente gente che non crede, cui non interessa niente di Dio e della chiesa, del vangelo e della vita cristiana. Un po’ di preti e di laici ci siamo trovati per tre giorni ad Assisi a caricarci di speranza”.

Però, nonostante tutto, la speranza resiste: “Sarà finita la cristianità, cioè tutte le belle abitudini e attività cristiane, c’è un  aumento di ignoranza del vangelo, della chiesa, della messa, dei sacramenti, ma non è morto il cristianesimo: il dono bello del vangelo che Dio ci dona continuamente, le capillari opere di carità che tanti cristiani fanno, l’azione preziosa che fanno tanti  parrocchiani per spegnere i conflitti, gente che usa cellulari per far compagnia e aiutare i malati nelle tante solitudini, ma soprattutto giovani disponibili a mettersi a disposizione con la loro creatività ad aiutare a superare contrapposizioni; si tratta di fidarsi di loro prima che ‘dimostrino’ qualcosa, di entrare in una relazione reale dove la fiducia precede le garanzie, luoghi in cui sia possibile abitare le grandi domande della loro vita: il senso, il futuro, la fede, la vita; dove il cambiamento non  riguarda solo chi cresce, ma anche chi li accompagna”.

Nelle conclusioni mons. Sigalini ha sottolineato che tale Settimana ha ripreso la sollecitazione di papa Leone XIV: “La Settimana si colloca nel solco degli orientamenti del cammino sinodale delle Chiese in Italia e riprende anche le indicazioni emerse nel recente magistero ecclesiale, in particolare il discorso di papa Leone XIV rivolto ai vescovi italiani ad Assisi. ‘Dopo la cristianità’ non è una formula sociologica, ma una soglia teologica: una chiamata a interrogarsi su come il Vangelo possa abitare oggi il mondo, generando una presenza cristiana più essenziale, più fraterna, più evangelica. In questo orizzonte, la figura di san Francesco d’Assisi non è evocata come icona, ma come criterio ecclesiale. Francesco non ha ‘gestito’ la crisi della cristianità del suo tempo; ha scelto il Vangelo. Ed il Vangelo, quando viene preso sul serio, genera vita: la Parola (ricorda l’Evangelii Gaudium) ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere”.

Oggi ci si trova in un ‘cambio d’epoca’: “La fine della cristianità è emersa nel cammino sinodale delle Chiese in Italia, con differenze geografiche: più al nord che al sud. La saldatura tra i principi portati avanti dalla Chiesa e quelli della società è venuta meno. Tutti gli indicatori (ricerche sociologiche) parlano di crisi della Chiesa. La pandemia, certamente, ha accelerato processi già in atto, con evidenti cali. Ma ci sono crisi più ampie, a livello planetario: crisi economiche, ambientali, demografiche, sanitarie e geopolitiche. Esistono anche crisi alimentate da strumentalizzazioni religiose, che rafforzano ‘ragioni’. Viviamo quindi in una realtà ‘inquinata’, a cui anche noi contribuiamo”.

Importante è guardare la concretezza della realtà: “Oltre alle crisi da peccato, che vanno combattute con la conversione del cuore, occorre interrogarsi: ‘Se la Chiesa italiana non fosse in crisi, sarebbe davvero la Chiesa di Gesù?’ Probabilmente no. Perché la Chiesa di Gesù è fatta da discepoli e discepole non chiusi in una bolla, ma aperti a cammini di incontro con persone ed eventi nelle pieghe della storia, mettendo testa, cuore e piedi. E’ bene ricordare l’incipit della ‘Gaudium et Spes’: la Chiesa è la gente concreta che guarda con fede a Gesù Salvatore; è un innesto vivo dei cristiani nella società”.

Occorre mettere in campo ‘soluzioni’ per ‘uscire dalla crisi migliorati’: “E’ necessario guardare ai gesti quotidiani, spesso nascosti, che hanno a che fare con la relazione più che con l’organizzazione di eventi. Gesti di solidarietà, frutti dello Spirito: gioia, pace, pazienza, dominio di sé. E’ importante osservare ciò che è buono: questo è il criterio d’incontro con i ‘santi della porta accanto’.

Occorre andare oltre le statistiche, che descrivono bene ma non ci dicono nulla dell’opera dello Spirito; questa, infatti, va oltre le finalità descrittive. Bisogna superare il lamento, spesso amplificato da ultrà cattolici sui social: sono più rumorosi che numerosi, e spesso cercano di riportare indietro le lancette del passato. La preghiera rimane la migliore risposta e il fondamento della comunione”.

Ed ecco la ‘sfida’ di san Francesco: “Francesco rappresenta una forza umile di contraddizione alla mentalità del mondo, all’agitazione inoperosa e alla stanca inquietudine. L’inquietudine è nostalgia di Dio. Francesco propone di vivere secondo la forma del Vangelo: questa sarebbe oggi la sua sfida. Vivere il Vangelo, sine glossa.

Guardando oltre le strumentalizzazioni operate nel tempo su Francesco, egli si presenta come ‘figura di frontiera’: un ponte tra medioevo e modernità, tra Chiesa e mondo, tra istituzione e l’inedito della profezia, una cerniera (‘il conciatore’) che cuce insieme. Le figure di profezia non si lasciano mai possedere; Francesco è un grande disturbatore della quiete pubblica”.

Da qui parte il rinnovamento operato dal Concilio Vaticano II: “L’apertura richiesta è in funzione del radicamento nell’essenziale. Rinnovamento e fedeltà vanno di pari passo. Per Francesco, l’essenziale è desiderare lo Spirito Santo e la santa operazione dello Spirito: l’agire è il luogo dello Spirito; si trova facendo, non solo pensando. È la prassi che modifica pensiero e azione. Oggi siamo in un tempo di esploratori (Libro dei Numeri). Il nuovo è ancora da scoprire. Per Francesco, l’essenziale è piacere al Signore e seguire le sue orme: questo è il discepolato ordinario, non straordinario. Piacere al Signore, al di là di ogni risultato. Rendere la propria vita una dimora di Dio”.

Da qui cinque ‘sfide’ a cui è chiamata la parrocchia per essere nella quotidianità: sfida di significato; sfida d’identità; sfida di autorevolezza; sfida missionaria; sfida generativa: “L’emergenza oggi è conservare l’esistente, salvare quello che è rimasto, rifugiandosi in prassi consolidate e stili tradizionali. Il Regno è già presente, è già all’opera nelle pieghe della storia umana. Va valorizzato il bene che c’è, comunità rabdomanti, ricercatrici del bene, ponendo attenzione ai luoghi ecclesiali tradizionali, integrandoli con altri luoghi simbolici (eteropici), come ‘luogo altro’ del Regno. Le strutture ecclesiali non sono mai state pensate solamente come ‘spazi’ funzionali ma come ‘luoghi’ che ispirano, che si configurano come spazio di ospitalità evangelica per ‘chiunque’. Obiettivo: mantenere la presenza di un cattolicesimo popolare: ‘per tutti’ anche se non ‘di tutti’. Mantenere l’autorevolezza dentro la cultura italiana per contrastare l’esculturazione”.

(Foto: COP)

Il cardinale Camillo Ruini nel ricordo della Chiesa

In attesa della cerimonia funebre di domani pomeriggio nella basilica di San Pietro, presieduta da papa Leone XIV, è arrivato il telegramma del pontefice indirizzato al card. Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, per la morte del cardinale Camillo Ruini:

“La notizia della morte del cardinale Camillo Ruini, vicario generale emerito per la diocesi di Roma, suscita nel mio animo sentimenti di viva partecipazione assieme alla gratitudine al Signore per il dono di questo stimato uomo di Chiesa, che visse con generosità il suo ministero dapprima nella diocesi di Reggio-Emilia Guastalla in vari campi dell’apostolato, poi come vescovo ausiliare e per il resto della sua lunga esistenza a beneficio di questa diocesi e della Chiesa italiana”.

Per il papa è stato un ‘saggio fratello’: “Corroborato da fede profonda, acuta intelligenza e sguardo lungimirante, ha servito con discrezione e abnegazione il Vangelo e la Chiesa”. 

Il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha espresso riconoscenza “per la vita spesa al servizio del Vangelo, della Chiesa di Roma e della Conferenza Episcopale Italiana. Presidente della CEI e Vicario del Papa per la Diocesi di Roma, ha servito la Chiesa con intelligenza, passione pastorale e profondo senso ecclesiale. Ha svolto il suo ministero con la consapevolezza che la fede non è mai estranea alla storia. L’annuncio cristiano, ha sempre sostenuto, deve incontrare le domande reali dell’uomo, della società e della cultura”.

L’impegno del card. Ruini è stato sempre alla ricerca della verità: “In questo impegno ha aiutato la Chiesa in Italia a pensare, discernere, parlare e camminare nel proprio tempo, custodendo il legame vivo con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale. Il suo motto episcopale, ‘Veritas liberabit nos’, resta una consegna per tutti: cercare la verità che è Cristo, perché solo essa rende liberi e capaci di amare. Quella verità non è un’idea astratta, ma il volto del Signore che illumina la vita, sostiene la speranza, apre alla comunione e chiama a servire ogni persona, soprattutto quando la storia si fa più difficile e incerta”.

Ed anche il card. Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha voluto ricordare il card. Ruini, suo predecessore in Laterano: “”La sua guida pastorale, dal 1991 al 2008, ha lasciato un segno profondo della sua intelligenza nell’interpretare la presenza dei cristiani nella città, unendovi la responsabilità di Presidente della Conferenza episcopale della Chiesa italiana. Acuto nel discernere le svolte politiche e sociali del Paese ha considerato fondamentale guidare le transizioni culturali con la fierezza cattolica di essere depositari di un patrimonio di valori da non nascondere, ma da custodire e difendere, adempiendo il suo motto episcopale Veritas liberabit nos”.

Cordoglio anche dalla diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, sua diocesi di origine, attraverso le parole di mons. Giacomo Morandi: “La Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla è grata al Signore per la sua presenza, in particolare rivolta alla formazione culturale e spirituale dei giovani e di generazioni di preti: il cardinale ha donato alla Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla decenni di autentico apostolato e di passione per l’evangelizzazione. Dapprima Vescovo ausiliare della nostra Diocesi e poi Segretario della Conferenza episcopale italiana, Ruini ha ricoperto il ruolo di presidente della CEI per quasi un ventennio; profonde e puntuali le sue prolusioni alle assemblee dei vescovi, sempre ricche di stimoli e capaci di offrire una lettura dialogica e intelligente della storia.

Nel suo ministero il cardinale ha saputo unire l’intelligenza della fede con la cultura e l’impegno sociale, offrendo in un tempo non facile indicazioni e orientamenti per il cammino della Chiesa in Italia. ‘Don Camillo’ nel tempo ha sempre mantenuto rapporti vividi con gli amici di Reggio Emilia e relazioni autentiche dettate dall’affetto e da una sincera attenzione. Con la morte del Cardinale la Chiesa italiana piange un pastore autentico, appassionato e intelligente”.

Anche la Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha espresso cordoglio per la morte del card. Camillo Ruini: “Nel corso dei molti anni del suo lungo e intenso ministero sacerdotale ed episcopale, il card. Ruini ha sempre manifestato una vicinanza sincera all’Azione Cattolica, maturata in un rapporto non privo di asperità, ma sempre schietto e insieme profondamente paterno. Un legame nato e cresciuto negli anni del suo servizio nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, sua Chiesa di origine, a cavallo dei difficili anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, quando come assistente dell’Azione Cattolica e poi come vicario episcopale per l’apostolato dei laici accompagnò la crescita dell’associazione, promuovendo percorsi formativi e incoraggiando in particolare i giovani di Ac a vivere con responsabilità la presenza cristiana nella società, a partire dall’impegno nel mondo della scuola”.

E’ un ricordo particolare quello dell’Azione Cattolica Italiana: “Questo rapporto di stima e collaborazione proseguito nel tempo e mai interrotto trovò un ulteriore segno nella sua nomina ad Assistente ecclesiastico generale dell’associazione, incarico che ricoprì nel biennio 1989-90, continuando a sostenere la vocazione propria dell’Ac: formare laici maturi nella fede, capaci di vivere il Vangelo nella storia e nella comunità civile.

Con la scomparsa del cardinale Ruini viene a mancare un pastore di pensiero e di governo, che ha avuto un ruolo centrale durante i pontificati di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, dei quali fu stretto collaboratore e vicario generale per la diocesi di Roma dal 1991 al 2008”.

Una ricchezza di pensiero nella fedeltà del Concilio Vaticano II: “La ricchezza della sua riflessione ecclesiale è stata profondamente segnata dalla fedeltà al Concilio Vaticano II, ai suoi insegnamenti e ai suoi documenti, interpretati secondo quella prospettiva di riforma nella continuità che ha trovato una significativa formulazione nel magistero di Benedetto XVI. In questa chiave ha sempre letto il rapporto tra Chiesa e mondo, tra tradizione e rinnovamento, tra annuncio del Vangelo e responsabilità dei credenti nella storia.

Senza mai perdere la fede dei semplici quale metro di misura della sua vita, unito ad una visione pastorale che troverà la sua massima espressione nel suo ‘Progetto culturale cristianamente orientato’ e nel suo lascito. L’Azione Cattolica Italiana nella preghiera affida il cardinale Camillo Ruini all’intercessione di Maria e alla misericordia del Padre e custodisce il ricordo di un pastore che ha accompagnato la vita dell’associazione offrendo il suo contributo di intelligenza, passione ecclesiale e attenzione ai laici, chiamati a essere protagonisti della missione della Chiesa”.

Per Comunione e Liberazione il presidente della Fraternità, Davide Prosperi, esprime gratitudine per l’accompagnamento dei movimenti nella Chiesa: “Noi gli siamo ulteriormente grati per come ha saputo favorire la presenza dei movimenti ecclesiali all’interno delle diocesi italiane e per l’attenzione e l’affetto che ci ha sempre dimostrato. La sua paternità si esercitava con particolare cura nei confronti dei giovani: durante l’apertura del primo Consiglio permanente CEI nel 1993, indicò alla Chiesa italiana il compito di ‘diventare, più di quanto ora non sia, casa abitabile dai giovani’.

Quell’indicazione fu ripresa allora anche da don Giussani come «il giudizio morale più carico di vera apprensione. E il più lungimirante’. Desideriamo far nostro anche oggi quell’invito, esprimendo così la nostra gratitudine per il suo accompagnamento di tanti anni.  A Maria, Madre della Chiesa, affidiamo questo Suo devoto servitore”.

Il viaggio in Spagna nel racconto di papa Leone XIV

“Accolgo con soddisfazione il raggiungimento di un accordo tra la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America, che sarà firmato nella giornata di venerdì, quale incoraggiante risultato di un paziente lavoro di dialogo e di negoziazione. Esprimo gratitudine ai Paesi che si sono impegnati per favorire l’incontro tra le Parti e rendere possibile tale intesa. Auspico che questo accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca, la sicurezza e la stabilità nel Medio Oriente, promuovendo percorsi di dialogo e di cooperazione tra i popoli”: negli appelli conclusivi lo sguardo del papa è rivolto al possibile raggiungimento di un accordo di pace tra gli USA e l’Iran.

Invece la sua preoccupazione è indirizzata ancora alla situazione in Ucraina: “Arrivano invece notizie dolorose sulla guerra in Ucraina, che continua ad allargarsi: tante vittime innocenti, soccorritori uccisi, chiese e luoghi del patrimonio culturale devastati dalle fiamme. Sono vicino a quanti piangono i propri cari, ai feriti e a coloro che, in mezzo alla violenza, continuano a servire la vita con coraggio. Invito tutti a pregare perché questa guerra finisca. Chiediamo al Signore di aprire vie di dialogo, di spegnere l’odio e di rendere possibile una pace giusta e duratura”.

Mentre ha dedicato l’udienza generale al racconto del suo viaggio apostolico in Spagna: “Dopo il lungo viaggio in quattro Paesi africani, questa volta mi sono trovato immerso in un Paese europeo di antica e ricchissima tradizione cattolica. Ed è apparso evidente come nella Spagna di oggi, che ha conosciuto notevoli mutamenti sociali e culturali, il Papa sia stato accolto dovunque con entusiasmo e apertura all’ascolto. Di questo rendo grazie a Dio e a tutto il popolo spagnolo, al re ed alle autorità civili, ai vescovi ed alle comunità ecclesiali”.

Per questo ha ringraziato gli spagnoli per l’accoglienza: “Nel caso della Spagna, ho potuto notare con gioia quanto la gente, di ogni età e condizione, aspettasse la visita del papa: dappertutto ho trovato moltitudini ad accogliermi con grande calore. Questo fatto non era scontato, e merita una riflessione. Naturalmente tale partecipazione esprime anzitutto, come dicevo, la fede del popolo spagnolo; al tempo stesso, ritengo che manifesti il bisogno diffuso di ritrovarsi uniti su un fondamento vero e profondo, non ideologico né di interesse parziale. Quel fondamento che solo Cristo, in ultima analisi, può assicurare, e che il Vangelo, attraverso le necessarie ‘inculturazioni’, può trasmettere nella vita dei popoli. Può farlo perché il suo messaggio risponde pienamente a entrambe queste esigenze: la ricerca di verità e la sete di giustizia”.

Ma ha notato anche il bisogno di ascoltare il Vangelo: “Ho colto, attraverso i vari incontri, il bisogno di ascoltare nella voce del Papa il Vangelo della speranza per questa nostra umanità di oggi, duramente provata dalle conseguenze negative di un modello di sviluppo ingannevole. Questo bisogno, che ha trovato espressione nelle tante testimonianze che ho potuto ascoltare (testimonianze a volte commoventi, a volte edificanti), l’ho riconosciuto anche e soprattutto nei volti dei piccoli e dei poveri che ho incontrato: del bambino che nella parrocchia mi ha letto la sua lettera; di alcune vittime di abuso, che chiedono di essere ascoltate; dei detenuti che mi aspettavano nel carcere; dei giovani pieni di inquietudine e di progetti; dei migranti nei centri di prima accoglienza alle Canarie”.

Ed ha trovato una chiave di lettura proprio in quelle isole: “Me l’hanno offerta, da una parte, la stessa posizione geografica di quell’arcipelago; e, dall’altra, la realtà di una Chiesa locale che accoglie un gran numero di migranti forzati, provenienti soprattutto dall’Africa. Sappiamo che il fenomeno migratorio è complesso e che richiede piani di azione organici e concertati. Ma questa chiave di lettura apre una prospettiva diversa e più ampia: ci fa capire come siamo chiamati a rileggere il Vangelo nel mondo di oggi, scambiandoci i doni delle nostre rispettive culture, e in particolare i frutti prodotti in esse dalla fecondità del messaggio di Cristo”.

Da questo dialogo può nascere la ‘civiltà dell’amore’: “E uno di questi frutti è proprio il dialogo tra le persone e tra i popoli, l’incontro in spirito di fraternità, che permette di scoprire e apprezzare reciprocamente i valori di cui l’altro è portatore. Questo cammino non è facile, richiede buona volontà e l’aiuto di Dio, ma è il cammino che conduce alla civiltà dell’amore”.

Prima dell’udienza generale il papa ha ricevuto una delegazione del ‘Centro de Investigación y Formación de Protección al Menor’, che ha l’obiettivo di “lavorare affinché le comunità ecclesiali siano luoghi sicuri per tutti, in particolare per i bambini, gli adolescenti e i più vulnerabili”.

Infatti per incontrare Gesù sono necessari posti sicuri: “Questo avviene indubbiamente attraverso l’evangelizzazione, ed è qui che entra in gioco il vostro lavoro: affinché ci sia una vera esperienza d’amore con il Signore, è necessario che esistano spazi sicuri. L’incontro con Cristo ci segna positivamente e ci spinge verso una vita piena d’amore e di libertà, mentre il contrario accade nelle situazioni di abuso, che causano ferite traumatiche che condizionano e ostacolano lo sviluppo spirituale e umano della persona”.

E’ stato un invito ad ‘evitare’ gli scandali: “Durante il mio recente viaggio apostolico in Spagna, ho parlato ai vescovi della sofferenza di coloro che sono stati danneggiati da chi avrebbe dovuto prendersi cura di loro, situazioni alle quali ‘la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più forte nella prevenzione e nella cultura della cura’. Questo compito, sebbene sia principalmente responsabilità di noi chiamati al ministero pastorale, è un mandato per tutti nella Chiesa, e alcuni, come voi, lo hanno persino abbracciato nella propria vita professionale”.

(Foto: Santa Sede)

Raccontare ai bambini il Vangelo con realtà e concretezza

“Ci sono cose che non nascono a tavolino, ma vivendo. Questo libro è così. Non è un manuale, né un trattato, e nemmeno un classico libro di scuola. E’ piuttosto un piccolo diario fatto di frasi brevi, semplici, ma vere. Ogni giorno, in classe, succede qualcosa: una parola, uno sguardo, una domanda che spiazza. Ed è proprio lì che capisci che non sei solo tu a insegnare. A volte, anzi, sono loro a insegnare a te.  Così, quasi senza accorgermene, ho iniziato a scrivere. Una frase al giorno, a volte due, a volte una soltanto. Senza forzature, senza costruzioni artificiali, ma con il desiderio di non perdere ciò che accade. Questo libro nasce da lì: da cose piccole che, messe insieme, diventano qualcosa di grande”: iniziamo da questo incipit del libro ‘Oggi i bimbi mi hanno insegnato che…’ per rivolgere alcune domande all’autore Luca Rubin, insegnante di religione e ‘cercatore di Dio’, che subito ci dice: ‘Questo libro non nasce perché avevo qualcosa da insegnare. Nasce perché ho bisogno di imparare’. Infatti il libro  è l’opera con cui l’autore raccoglie pensieri, intuizioni e frammenti di vita vissuta in classe, trasformandoli in un diario essenziale e profondo.

‘Oggi i bimbi mi hanno insegnato che è un libro che si può leggere piano, anche una pagina al giorno. Non per finirlo in fretta, ma per lasciarsi toccare da ciò che contiene’. Cosa le hanno insegnato i bimbi?

“I bambini mi hanno insegnato che la vita è più semplice di come la complichiamo noi adulti. Un giorno un bambino mi ha detto: “Ma se Dio ci vuole bene, perché abbiamo paura?”. In quella domanda c’era tutto, senza sovrastrutture. I bambini non spiegano la vita: la mostrano. E spesso, senza volerlo, ti obbligano a rimettere ordine dentro, a guardare le cose con più verità e meno difese. Questo sguardo più semplice è anche quello che spesso perdiamo crescendo”.

Allora qual è la genesi del libro?

“Il libro nasce da frasi appuntate al volo, dopo la scuola. Non c’era un progetto: solo il bisogno di non perdere quelle parole che mi colpivano. Rileggendole, ho visto che avevano un filo, che raccontavano qualcosa. Non è nato da un’idea, ma da un ascolto. E’ un diario minimo, dove il quotidiano diventa significativo e, col tempo, condivisibile anche per altri”.

Perché è un libro su ciò che insegna la vita?

“Perché la vita insegna continuamente, ma noi spesso non ascoltiamo, presi da altro. I bambini, invece, parlano una lingua diretta, che non puoi aggirare. La vita parla piano: i bambini aiutano a sentirla. Il libro è un invito a fermarsi, a rallentare e ad accorgersi che ciò che cerchiamo altrove è già presente nelle piccole cose di ogni giorno. E’ un esercizio semplice, ma decisivo per non vivere in modo distratto!.

Cosa emerge da queste pagine?

“Emerge una semplicità disarmante. Non teorie, ma intuizioni che restano e che, a distanza di tempo, continuano a lavorare dentro. Chi educa scopre di essere educato. E si capisce che i bambini non sono solo destinatari, ma anche maestri, capaci di dire l’essenziale senza giri di parole e senza maschere. E proprio per questo arrivano in profondità senza fare rumore”.

Allora anche nei bambini c’è una dimensione religiosa?

“Sì, affiora in modo discreto. Nella voce dei bambini si intravede talvolta qualcosa che rimanda all’essenziale, a ciò che conta davvero. Non ho voluto dimostrare nulla, ma semplicemente non perdere queste tracce”.

Che cosa accade nel rapporto quotidiano con gli alunni?

“Nel tempo mi sono accorto che, accanto a ciò che cerco di insegnare, succede qualcosa di inatteso. Sono loro, con la loro semplicità e immediatezza, a dire parole che interrogano, spiazzano, a volte illuminano. Ho iniziato così a raccogliere queste intuizioni, senza costruirci sopra discorsi lunghi, lasciandole nella loro forma più semplice”.

In quale modo raccontare ai bambini il Vangelo?

“Con verità e concretezza. Dopo aver parlato del perdono, un bambino mi ha detto: ‘Allora devo ricominciare da capo anche oggi?’ E’ il cuore del Vangelo, detto in modo disarmante. Il Vangelo si capisce quando si vede. Non servono discorsi lunghi o complicati: serve una vita coerente, perché loro riconoscono subito ciò che è autentico”.

Lei cura anche quotidianamente ‘Un attimo di Vangelo’: perché nutrirsi ogni giorno della Parola di Dio?

“Perché senza nutrimento si va in debolezza, anche senza accorgercene. La Parola di Dio è un orientamento quotidiano, non qualcosa per momenti straordinari. La Parola di Dio non serve quando abbiamo tempo: serve per vivere il tempo. Anche pochi minuti al giorno aiutano a rimettere ordine, a ritrovare senso e a non vivere in superficie. È un nutrimento silenzioso, ma essenziale per restare in piedi nella vita”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: testimoniate la gioia del Vangelo

“Immagino che per un calciatore fare un gol in questo stadio sia qualcosa che lascia un segno nella vita. Ma, don José, oggi la Chiesa di Madrid ha segnato un supergol per sempre!”: così papa Leone XIV nello stadio Bernabeu, iniziando a braccio il suo intervento, ha risposto all’entusiasmo ‘da stadio’ del Santiago Bernabéu, la storica casa del Real Madrid, che lo ha accolto per l’’ncontro con la comunità diocesana.

A più di 80.000 fedeli, e a tutta la Chiesa della capitale spagnola, il papa ha affidato una missione: “Questa veglia è un grande inno della fede e sono lieto di unire la mia voce alle vostre, per lodare Dio e incoraggiare i legami di una così bella famiglia ecclesiale che sta imparando l’arte della polifonia, cioè della diversità nell’unità. Ringrazio il vostro arcivescovo, don José, per avere introdotto la parabola del canto, che suggerisce come non bastino i numeri, i dati, i fatti a generare comunità: il nostro cuore ha bisogno di cantare, cioè di interpretare gli avvenimenti e le situazioni celebrando con gli altri il senso che sprigionano”.

E’ stato un invito a testimoniare il Vangelo della gioia: “La vostra gioia sarà contagiosa se diverrà, da emozione di qualche momento, un modo d’essere stabile, un sentire di fondo che rinnova i singoli, i gruppi e la comunità diocesana. Non è un caso che gli Apostoli, nei loro scritti, invitino così spesso le Chiese alla gioia, raccomandandola quasi come un comandamento. E’ l’Evangelii gaudium, una corale risposta all’opera di Dio in Gesù Cristo: la sua vita, morte e risurrezione ha modificato per sempre la percezione della storia di chi lo ha incontrato e seguito, seppure in modi e su strade diverse”.

E’ stata una testimonianza che il battesimo cambia la vita: “Sì, cari fratelli e sorelle, come alcuni di voi hanno testimoniato questa sera, il Battesimo cambia davvero la vita. Le nostre sensibilità, provenienze e priorità si incontrano in Cristo e dalla sua vita ricevono linfa, come i tralci dalla vite. Concretamente, questo significa che in noi molto di ciò che già c’era si trasforma, perché si volge al servizio, cessa di essere un dono privato e si piega al bene comune.

Questo non va temuto, perché non produce mai uniformità. Al riguardo, il Nuovo Testamento testimonia, nella differenza delle sue voci, della comunione nella diversità, ovvero dell’intesa scomparsa a Babele, dove tutti, secondo il racconto biblico, costretti in un progetto totalitario e solamente umano, finirono col non capire più il proprio vicino”.

Citando l’enciclica ‘Magnifica humanitas’ il papa ha sottolineato il rapporto tra Chiesa e città: “Vi è allora un rapporto speciale fra Chiesa e città, ancora più importante nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo: un rapporto che, naturalmente, si realizza fra persone in carne e ossa, nelle relazioni di lavoro e di prossimità, ma non di meno nelle diverse comunità, associazioni, realtà di quartiere…  

La lucidità su questo punto è molto maturata nel cammino sinodale, che ha consentito di conoscerci e ascoltarci con più profondità nei contesti in cui la comunità diocesana vive e prende forma. La domanda più importante diventa: ciò che siamo e operiamo come cristiani arriva ‘là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi’, ovvero ai ‘nuclei più profondi dell’anima delle città’? Rispondere può essere difficile, certo, ma è possibile, se cerchiamo insieme la verità”.

E’ stato un invito a non chiudersi nei ‘gruppetti’: “Ecco perché è tanto importante non disperderci e non chiuderci ciascuno nel gruppo o nella realtà in cui già si sente sicuro, tra persone che cantano sempre la stessa melodia. Per arrivare al cuore della città occorre coltivare la consapevolezza che la verità è sinfonica e sempre ci supera, coltivare il desiderio di trovare il Risorto che è sempre più avanti di noi, ci precede e forse è già presente dove ancora non lo abbiamo cercato”.

Per evangelizzare è necessario cercare Gesù: “Cercarlo e seguirlo è infatti condizione per indicarlo: non c’è altrimenti evangelizzazione e oggi possiamo intendere questo meglio che in passato. Nelle grandi città, più che altrove, a volte ci pare di non avere più le mappe per muoverci con sicurezza. Allora occorre imparare nuovamente l’arte spirituale dell’attenzione, senza la quale persino l’annuncio del Vangelo rischia di diventare impersonale ripetizione e, perdendo di efficacia, lascia spazio a frustrazione e sfiducia”.

E’ stato un invito a non essere turbati ed all’ascolto: “Abbiate fiducia nel fatto, sempre più evidente, che si può tornare alla fede o conoscerla per la prima volta in età adulta. Disponetevi ad accogliere i nuovi inizi non come eccezione, ma come regola della missione. L’investimento sui consigli parrocchiali e diocesani non ha un obiettivo minore di questo: modificare la sensibilità di ciascuno grazie a un più profondo ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.

E’ un peccato ridurli ad adempimenti burocratici. Sono luoghi di reciproco ascolto per l’esercizio del discernimento, senza il quale non solo ognuno va per la sua strada, ma rischiamo di non intendere dove il Signore ci vuole, in che cosa ci attende, a quali conversioni ci chiama. Quando questo avviene, allora il culto diventa vita e fra le persone sorgono legami di fraternità e progetti di solidarietà”.

In questo consiste il ‘discernimento comunitario’: “Invito i presbiteri a riconoscere la pratica del discernimento comunitario come una delle maggiori opportunità che la sinodalità offre al loro ministero. Cari fratelli, senza distogliervi dall’essenziale, il regolare fermarvi col vostro popolo a interpretare la vita dei quartieri, i cambiamenti culturali, le tensioni sociali, le pratiche ecclesiali alla luce del Vangelo arricchirà e consolerà il vostro ministero”.

Se la vita comunitaria diventa una routine si rischia la monotonia: “Aiuterà anche ciascuno e ogni comunità a uscire dall’isolamento e a provare la gioia dello Spirito Santo. E’ lo Spirito, infatti, che ci manca quando riduciamo la vita ecclesiale a una routine in cui ciascuno resta chiuso nelle sue abitudini e nel suo ruolo. Lo Spirito suscita vocazioni e le compone in unità, provocando talvolta subbuglio, discussione, ricerca di equilibri ulteriori. Non spaventatevi di tutto questo: gustatelo!”

Prima di recarsi allo stadio il papa ha reso omaggio all’immagine della Vergine di Almudena: “Questa millenaria devozione mariana, così sentita da tutti voi, è un segno delle radici cristiane che vi caratterizzano e vi danno vita, ma anche della grande speranza che continua ad animarvi per proseguire nel cammino. Fu grazie a una muraglia distrutta che accadde il nuovo incontro della Madre con il suo popolo.

Questo fatto è provvidenziale, perché indica il percorso che Gesù, attraverso la sua Santa Madre, ci invita a percorrere. In un primo momento, un muro che cade provoca un boato, caos, disordine, ma apre anche spazi, ristabilisce possibilità e sprona a restaurare. Nelle nostre società attuali esistono ancora molti muri che non proteggono, ma dividono, allontanano e isolano. A volte, pensando che abbatterli significhi dover affrontare ciò che non ci piace, preferiamo la comodità di puntellarli appena e, più frequentemente, di ignorarli”.

E’ stato un invito ad abbattere i muri: “Tuttavia, la Nostra Signora dell’Almudena, con la sua presenza e la sua sicura protezione, ci dice un’altra cosa: per edificare qualcosa di nuovo, bello e duraturo, bisogna essere disposti ad abbattere muri, perché per ricominciare il cammino sono necessari spazi che ci permettano di intravedere l’orizzonte.

Siccome siamo convinti che il Signore cammina con il suo Popolo santo, ascolta le sue paure e accoglie con premura tutti i suoi sforzi di bene, vi esorto a non venir meno nella vostra testimonianza di fede, per contemplare il disegno d’amore del Padre. Vi esorto a non mancare di carità, per unirvi come un’unica famiglia di fratelli e sorelle, e a non perdere la speranza, per sostenervi l’un l’altro nella vostra azione nel mondo”.

Ed al termine ha citato alcune frasi dell’inno: “Santa Maria dell’Almudena, Vergine e Madre del Redentore, Regina del Cielo, Madre d’Amore, sotto il tuo manto, Vergine umile, cercano protezione i tuoi figli. Madre amorevole, Tempio di Dio, proteggici, Signora, e aiutaci a essere costruttori di pace e riconciliazione. Amen”.

(Foto: Santa Sede)

‘Siamo noi il Vangelo. Un pensiero al giorno’: il Cardinale Pietro Parolin raccontato in un libro

“Tutto quello che è stato creato, va riconosciuto, curato e tutelato, valorizzato e coltivato. Solo tramite la gratitudine per il Creato, possiamo concepirlo come dono. Solo tramite il riconoscimento del dono che ci è stato fatto, ci verrà spontaneo prendercene cura”. La frase è parte di uno dei pensieri del Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin, contenuti nel libro ‘Siamo noi il Vangelo’, edito dall’Associazione Editoriale Promozione Cattolica (AEPC) di Vigodarzere-Padova.

“Il titolo trae origine da una frase articolata del servo di Dio Elia Dalla Costa, considerato dal cardinale Parolin un modello ispiratore per il suo ministero fin dall’infanzia”, ha spiegato il titolare della casa editrice, Luciano Lincetto. La prefazione è firmata da don Sergio Mercanzin, fondatore Centro Russia Ecumenica.

L’introduzione è di Romina Gobbo, la giornalista a cui il card. Parolin concesse la prima intervista dopo la nomina a segretario di Stato Vaticano da parte di papa Francesco. Sua anche la cura dei testi più recenti. Quelli più remoti sono stati invece curati da Martina Luise.

Quattrocento pagine intrise di riflessioni tratte da omelie, interviste, scritti su molteplici argomenti. In primis, la necessità della pace. Il richiamo al mondo è a deporre le armi e a ritornare alla diplomazia, prendendo esempio dalla Santa Sede, che opera al motto di ‘Molto fare, poco dire’. Il grido dei poveri è un altro tema toccato più volte, così come il rispetto della vita. C’è la vicinanza alle donne che subiscono violenza, ‘testimoni del Vangelo della sofferenza’. 

Altri temi sociali trattati sono il carcere, l’accesso all’acqua potabile per tutti, il rapporto con le altre fedi, l’attenzione alle minoranze, l’economia più equa. A cuore del cardinale è l’educazione delle giovani generazioni. I giornalisti vengono esortati alla ricerca della verità. C’è anche l’omelia per la Messa di ordinazione episcopale di mons. Giuliano Brugnotto, vescovo di Vicenza, la diocesi di origine di Parolin. Esempi a cui guardare sono Madre Teresa, santa Bakhita, santa Maria Bertilla Boscardin, ma anche il cardinale ‘zelante’ Elia Dalla Costa. E, naturalmente, san Francesco d’Assisi, ‘il fraticello ribelle’.

Nel libro sono anche delineate le caratteristiche che devono avere sacerdoti, vescovi e nunzi apostolici. Molte le citazioni dei Papi, da papa Sarto, ‘innamorato di Dio’, a Giovanni XXIII con la sua ‘Pacem in terris’ richiamata più volte, da papa Montini a papa Luciani, di cui il card. Parolin è presidente della Fondazione Vaticana ‘Papa Giovanni Paolo I’, da papa Wojtyla a Benedetto XVI, da papa Francesco a Leone XIV, con il suo motto ‘disarmare le parole’.

Nell’ultimo pensiero, il 31 dicembre, il cardinale parla del suo incarico di segretario di Stato, che vive come una “grazia, perché è davvero un dono grande del Signore essere vicino al successore di Pietro nel compito di confermare i fratelli nella fede e tenerli uniti nella comunione della Chiesa”. A chiudere, le testimonianze di don Alvaro Grammatica della Koinonia ‘Giovanni Battista’, e di Raffaele Luise, vaticanista del Giornale Radio.

Alla giornalista Romina Gobbo, che insieme a Martina Luise, ha curato il libro e scritto l’introduzione, chiediamo di spiegarci per quale motivo ‘Siamo noi il Vangelo’?

“Il titolo “Siamo noi il Vangelo” riprende una frase del Servo di Dio Elia Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, considerato dal Segretario di Stato Vaticano un modello spirituale”.

Quale Vangelo emerge dai suoi pensieri? 

“Il libro è un continuum di pensieri fondato sul Vangelo e sulla dottrina sociale della Chiesa. Il card. Parolin è un diplomatico, rimasto prete perché legato alla sorgente della fede, che è l’incontro con Gesù. E Gesù è la luce che fa vedere la realtà delle cose insegnandoci la civiltà dell’amore. Questi pensieri sono l’esplicitazione puntuale della rivoluzione sociale e politica che il sapere cristiano deve portare nel mondo. La stoffa degli esseri umani è l’amore e la certezza del nostro sapere viene dalla rivelazione cristiana”.

Quali sono i ‘pilastri’ del card. Parolin nella sua azione diplomatica?

“In un paio di pensieri, il cardinale Parolin evidenzia le caratteristiche dell’azione diplomatica propria e della Chiesa: dev’essere una diplomazia dell’incontro, una diplomazia che ascolta con umiltà, agisce con compassione e cerca il bene comune sopra ogni cosa. Al centro, la persona con i suoi diritti, a cui corrispondono i doveri degli altri.

Se c’è questo duplice riconoscimento, si stabilisce la pace, altrimenti nasce la guerra. Solo con il dialogo è possibile risolvere il conflitto e su questo un ruolo fondamentale è proprio quello della diplomazia vaticana, ‘che lavora al fianco dei rappresentanti delle nazioni per promuovere la dignità umana, proteggere i vulnerabili e costruire ponti dove potrebbe prevalere la diffidenza.

Auspico che la Santa Sede e i rappresentanti delle nazioni possano andare avanti insieme, ispirati dalla speranza e dalla visione di papa Leone XIV che ha espresso il suo profondo impegno a costruire ponti, sottolineando la necessità di incontrarsi, dialogare e negoziare. Che possiamo insieme, rispondere all’appello del Santo Padre e diventare chi semina la pace che durerà nella storia, non chi mieterà vittime’, come è scritto a pag. 372”.

‘Molto fare, poco dire’: dal libro quale immagine emerge del card. Parolin?

“Molto fare, poco dire è una frase di papa Alessandro VII che, per il card. Parolin, rimane di grande attualità in un momento, come quello contemporaneo, in cui non sembra esserci una via d’uscita dalla guerra, una “guerra disumana e disumanizzante”. La pace rimane frutto della giustizia, e non solo una conseguenza del buon agire”.

Per quale motivo si è ispirato al card. Elia Dalla Costa?

“L’incontro del card. Parolin con il cardi. Elia Dalla Costa risale all’infanzia, grazie ad uno zio che aveva raccolto le testimonianze dirette delle persone, che erano state parrocchiane di Dalla Costa: ‘Mi risultò subito una figura simpatica, affascinante, attraente, nonostante il tratto ascetico, solenne, ieratico: una figura a cui ispirare, per quanto possibile, la mia vita e il mio ministero. Il riferimento a Dio era l’elemento fondante della sua identità, la fonte delle sue scelte, lo spazio vitale del suo respiro e della sua azione.

Da qui la sua dedizione assoluta alle anime, non in senso solamente spirituale, ma tenendo bene in conto le necessità materiale della gente: lo provano le sue opere durante le due guerre mondiali, l’organizzazione di una rete di protezione in favore degli ebrei perseguitati, la sua carità verso i poveri, la sua sensibilità nei confronti del mondo operaio. Era un prete, un vescovo, un cardinale zelante per Dio e per il prossimo. Lo so che l’aggettivo ‘zelante’ fa arricciare un po’ il naso ai nostri giorni. Ma a me piacerebbe essere un prete, un vescovo e un cardinale zelante, e che lo fossero tutti i miei confratelli’ è scritto nelle pagine 73-74”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: annunciare il Vangelo nell’essenzialità

“E’ quanto abbiamo la grazia di constatare in diversi modi, anche in un tempo come il nostro, segnato dalla complessità. L’ho sperimentato direttamente nelle mie recenti visite a Pompei, a Napoli e ad Acerra. Molti segni ci parlano di stanchezza, di frammentazione, di solitudine. Nelle nostre comunità possiamo talvolta avvertire la fatica di trasmettere la fede, la difficoltà di coinvolgere le nuove generazioni. Ma il Vangelo ci riscuote”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto i vescovi italiano, a conclusione dell’82^ assemblea generale della Cei, con un ringraziamento per l’apprezzamento dell’enciclica.

Il discorso del papa verte intorno al ‘seminatore’ instancabile quale è Dio: “Seminatore instancabile, Dio esce ogni giorno nel mondo e sparge con generosità nei cuori il desiderio dell’infinito, di una vita piena, di una salvezza che libera. Sì, grazie a Dio, la messe è molta. Il nostro primo compito è questo: fare nostro lo sguardo del Signore. Non lamentarci soltanto dei terreni induriti né soffermarci semplicemente ai dati statistici, ma saper vedere, con gli occhi del Risorto, il raccolto che Dio stesso ci prepara. Fratelli carissimi, lo Spirito Santo ci doni cuori ardenti dello slancio di Cristo e susciti numerosi e santi operai per lavorare con noi”.

Riprendendo i testi di san Francesco d’Assisi, il papa ha invitato i vescovi ad annunciare il Vangelo: “Perché è dal Vangelo che nasce la fede, come incontro vivo con Cristo, morto e risorto, presente nella sua Chiesa. Oggi, nel contesto in cui siamo chiamati a operare, confrontandoci con altre prospettive di vita e con sfide antropologiche inedite, riportare al centro il Vangelo è il dono che dà entusiasmo alla nostra vita di Vescovi e l’urgenza che ci spinge”.

Ed ecco che l’iniziazione cristiana non è solo limitata ai sacramenti: “Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il ‘grembo’ in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale… Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”.

E’ stato un invito a ‘coltivare’ la comunità: “La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servizio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”.

La comunità, quindi, è viva, quando c’è ascolto: “Proprio per questo, noi Vescovi siamo chiamati a un ascolto profondo: ascoltare la Parola di Dio, ascoltare il Popolo di Dio, e quindi ascoltare i segni dei tempi, ascoltare anche ciò che mette in discussione le nostre abitudini pastorali. Dove l’ascolto è vero, la comunità non si chiude in sé stessa, ma diventa luogo di discernimento e di missione e, a tal fine, sa rinnovarsi”.

Ed il cammino sinodale è lo stile a cui la Chiesa è chiamata: “Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo”.

Stile sinodale come missione: “Non si tratta di imitare schemi organizzativi esterni, né di ridurre tutto a efficienza amministrativa, ma di domandarsi quale fisionomia aiuti oggi i Pastori e le Chiese locali ad annunciare meglio il Vangelo, a camminare insieme, a rendere possibile una partecipazione effettiva, ordinata e feconda. Quando è vissuta nello Spirito, questa verifica non indebolisce la comunione ma la purifica”.

Per questo ha invitato i vescovi al coraggio dell’essenziale: “Abbiamo il coraggio dell’essenziale! Il coraggio di comunità meno preoccupate di conservare tutto e più libere di annunciare Cristo. Il coraggio di una catechesi che sia cammino di iniziazione e formazione permanente alla vita cristiana. Il coraggio di parrocchie accoglienti e missionarie, in cui le famiglie si ritrovano e si rinnovano con la linfa del Vangelo. Il coraggio di organismi di partecipazione vivi. Il coraggio di ascoltare i giovani senza addomesticarne le domande. Il coraggio di lasciarci evangelizzare dai poveri. Il coraggio di una struttura nazionale sempre più al servizio della comunione missionaria delle Chiese in Italia”.

In precedenza aveva incontrato i partecipanti alla plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione, ringraziandoli per il lavoro giubilare svolto con l’invito ad annunciare il Vangelo: “L’evangelizzazione chiede di continuare a essere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa universale e delle comunità locali; solo così la fede stessa viene riscoperta sempre di nuovo nella sua bellezza ed esprime al meglio la sua credibilità. L’annuncio del Vangelo, che infonde speranza, non è una proposta utopica: è una testimonianza che attrae in quanto manifesta la chiamata all’amore e alla verità”.

Per evangelizzare, però, è necessario capire i ‘segni dei tempi’: “La trasmissione della fede, in tale contesto, passa necessariamente attraverso l’incontro con persone e comunità che esprimono la gioia della fede cristiana e la coerenza di uno stile di vita evangelico. Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo, ma testimoniando con umiltà e coraggio ‘la via, la verità e la vita’ che ha convertito e santificato tante persone.. La santità della vita, pertanto, rimane sempre la forma più convincente della bellezza della fede cristiana che supera i tempi e si propone ad ogni cultura”.

Il papa ha terminato l’incontro con la richiesta di una maggior ‘attenzione’ al sacramento del battesimo: “Un’attenzione peculiare è dovuta nei confronti dei catecumeni, che in numero sempre più significativo chiedono il Battesimo. Il gioioso servizio della comunità nell’accogliere e accompagnare i catecumeni non può concludersi con la celebrazione del Sacramento. Altrettanta responsabilità richiede il compito successivo, quello cioè di offrire un ambiente nel quale trovino riscontro le attese che hanno portato ad aderire a Cristo e alla sua Chiesa”.

In questo modo si garantisce la crescita spirituale: “Il dovere di mantenere viva la scelta di fede compiuta con il Battesimo comporta, in particolare per le comunità parrocchiali, l’esigenza di tendere sempre alla misura alta della vita cristiana, per assicurare ai nuovi battezzati uno spazio di crescita coerente, frutto di relazioni interpersonali vissute nell’amore e nel servizio reciproco”.

(Foto: Santa Sede)

Magnifica Humanitas: apertura di speranza per costruire la civiltà dell’amore

Copertina Magnifica humanitas

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che ‘solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’. Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza”: con un richiamo alla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’ inizia la prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’.

La presentazione è avvenuta nel giorno del 135^ anniversario della promulgazione dell’enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII e si divide in cinque capitoli ed una conclusione con 245 paragrafi. Il primo capitolo (‘Un pensiero dinamico fedele al Vangelo’) ripercorre la Dottrina sociale della Chiesa nel magistero recente e nel Concilio Vaticano II, mettendone in luce ‘il carattere dinamico’ per vivere nel mondo: “Guardando a questo percorso nel suo insieme, si comprende come la Dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice, insieme al Concilio Vaticano II, ha offerto un contributo originale alla luce delle ‘cose nuove’ del proprio tempo. Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità”.

Nel secondo capitolo papa Leone XIV enumera i fondamenti e principi della Dottrina sociale della Chiesa, di cui tra i primi, annovera la dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio: “Ogni potere è al servizio della comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio. Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi nessuno sia bisognoso e perché la loro amministrazione sostenga la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri”.

Il terzo capitolo (‘Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA) entra nel vivo del tema dell’intelligenza artificiale con la ‘messa’ in guardia dal ‘paradigma tecnocratico’, già denunciato da papa Francesco: “. Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo significa sempre, in fondo, interrogarci anche sul nostro cuore. Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, infatti, manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore… Come in tutta la storia umana, anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi”.

Nel quarto capitolo (‘Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà’) l’enciclica guarda alla verità come bene comune ed elemento essenziale della democrazia, affinché la cultura generata dal web possa diventare spazio di maturazione per la ‘libertà interiore e pensiero critico’:

“In tale prospettiva, la Dottrina sociale della Chiesa propone una responsabilità condivisa. Chiede che questi processi siano governati con lungimiranza: da istituzioni capaci di regolare senza soffocare e di proteggere senza sostituirsi; da imprese che riconoscano nel lavoro e nella dignità un criterio di successo; da corpi intermedi e comunità educative che ricostruiscano fiducia e legami; da cittadini che coltivino responsabilità, sobrietà, discernimento e senso del vero. Solo così l’innovazione potrà diventare realmente sviluppo umano integrale e non fattore di esclusione e dominio; e solo così la promessa del progresso potrà essere riconosciuta come vera, perché misurata sulla dignità inviolabile di ogni uomo e di ogni donna”.

Nel quinto e ultimo capitolo (‘La cultura della potenza e la civiltà dell’amore’) papa Leone XIV ha invitato a costruire la civiltà dell’amore: “Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace. Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Lo ‘spirito di Assisi’, suscitato da san Giovanni Paolo II e proseguito nell’impegno di papa Francesco (ad esempio nel dialogo con il Grande Imam di al-Azhar), mostra che i credenti possono attingere nuovamente alle sorgenti più autentiche delle proprie tradizioni spirituali, dove non c’è spazio per l’odio sacralizzato”.

La conclusione riprende l’invito di san Paolo a ‘costruire’ bene nella contemplazione di Gesù: “Per questo, come credente tra i credenti, invito a contemplare nel volto del Figlio una magnifica umanità che illumina anche il tempo dell’IA. In Cristo comprendiamo che l’uomo è chiamato a essere collaboratore nell’opera della creazione, anziché spettatore rassegnato di processi tecnologici che ne limitano la libertà e la responsabilità…

Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia. E’ il mistero della ricapitolazione, la certezza che il Padre ha stabilito di ricondurre a Cristo, unico Capo, tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra. In questo disegno, nulla di ciò che è autenticamente umano andrà perduto, ma tutto verrà purificato e riunito in Colui che raccoglie ogni frammento di vita, ogni lacrima e ogni autentica conquista umana per sottrarle al nulla e consegnarle, redente, al Padre”.

Ed ecco l’esplosione conclusiva dell’enciclica nel ‘Magnificat’: “D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. Egli ha già soccorso Israele, suo servo”.

L’atteggiamento della Madre di Dio è un modello per i cristiani: “La Vergine Maria non solo ci insegna a vedere l’invisibile opera di Dio, ma indirizza anche il nostro sguardo ‘sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati’, educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco’…

Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno. Nella fedeltà umile di ogni giorno, anche il tempo dell’IA può diventare un passaggio in cui lo Spirito fa maturare la civiltà dell’amore nella nostra vita: il Signore continua a fare nuove tutte le cose e mantiene aperta per ogni epoca la possibilità di diventare storia di salvezza alla luce dell’Incarnazione”.

Il Cardinale Augusto Paolo Lojudice racconta Pietro da Siena

“…Et udito Cadì questo, mandò incontenente degli offiziali per loro; gli quali furono così raccolti dinanzi da lui; cioè, fue Frate Thomaso da Tolentino de la Marcha, Frate Iacopo da Padova, Frate Demedre (dalla Georgia), el quale era laico et sapea quelle lingue, et Frate Pietro da Siena. Et rimase Frate Pietro da Siena a casa per guardare le cose, et gli altri a quello Cadì andorono. Et essendo dinanzi da Cadì, quegli con loro cominciò di disputare de la fé nostra: et disputando così quegli non fedeli con gli nostri fedeli, dicevano che Cristo era solamente uomo et non Dio”: il martirio dei quattro francescani, raccontato dal beato Odorico da Pordenone, è riportato nel libro ‘Tommaso da Tolentino’, scritto da Paolo Cicconofri, Carlo Vurachi e Franco Casadidio, che narra la storia di questi missionari francescani, che volevano raggiungere la Cina, ma furono uccisi a Thane, in India, il 9 aprile 1321.

Nelle scorse settimane a Tolentino abbiamo incontrato il card. Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino e vescovo di Montepulciano – Chiusi – Pienza, per farci raccontare il servo di Dio Pietro da Siena: “Pietro da Siena era un grande ricercatore di Dio con tutte le caratteristiche degli uomini di quel periodo, che cercavano di mettere in pratica quell’impegno evangelico di Gesù che diceva di portare il Vangelo fino ai confini della terra. Ci hanno provato, con i limiti del loro tempo, facendo grandi cose. Poi non si è realizzato l’obiettivo, perché non sono arrivati in Cina, ma quello che conta è che abbiano fatto tutto il possibile per mettere in atto questo ‘dovere’ che ci compete e dobbiamo portare avanti: raccontare il Vangelo con le parole, ma soprattutto con la vita, fino ai confini della terra, dovunque viviamo”.

Perché intraprese, insieme agli altri tre compagni, il viaggio verso la Cina?

“La Cina era nell’immaginario occidentale irraggiungibile ed al tempo stesso un Paese ‘misterioso’. In lui c’è stata una passione che ha spinto come coloro che andavano alla ricerca di continenti nuovi. La Cina era un mondo particolare e molto lontano. Poi c’è la presenza del Signore per cui molti cristiani devono vivere la loro fede in modo sotterraneo e sono per questo i testimoni ed i martiri del nostro tempo”.

Ed allora per quale motivo è importante ricordare il loro martirio?

“Purtroppo questi quattro francescani hanno fatto quella ‘fine’, ma per fortuna sono testimoni luminosi di questo andare incontro a Gesù. Anche oggi molti cristiani sono perseguitati per la fede; anche se se ne parla poco la cristiano fobia è un male molto diffuso, per cui il martirio, non ricercato, è il più grande segno di testimonianza; per questo è accolto, come altri momenti critici dell vita, che diventa il segno visibile della testimonianza nei confronti dell’amore di Gesù”.

L’accordo sino vaticano potrebbe aprire nuove porte al Vangelo?

“Ce lo auguriamo tutti! Papa Francesco h tentato in tutti i modi, anche se ha dovuto cedere su qualcosa. E’ chiaro che l’operato della Chiesa punta al primato assoluto della comunione. Bisogna essere in comunione altrimenti non si va da nessuna parte. Certo non si può dimenticare la Chiesa ‘clandestina’, composta da uomini e donne, che sono contrari all’accordo. Credo che la via del dialogo sia quella migliore; bisogna comunque provarci, poi magari non ci si arriva ed il governo cinese resterà fermo nelle proprie posizioni e la Chiesa non potrà farci nulla, perché un accordo si fa nel dialogo. Mi auguro che tutto proceda per il meglio e si vada verso un’unità completa per tutti i cristiani che vivono in Cina nascosti nella Chiesa clandestina”.

Inoltre san Francesco è stato a Siena: per quale motivo?

“La tradizione narra che san Francesco è stato a Siena  almeno tre volte. Quella meglio attestata è quella avvenuta tra aprile e maggio 1226, pochi mesi prima di morire. Arrivò a Siena, perché era stato spinto a curarsi e, fin da allora,la città aveva un’oftalmologia molto rinomata. Giunge a Siena ed una ‘leggenda’ fondata racconta che andò in un posto, dove tuttora c’è una chiesa chiamata dell’alberino, dove la notte, prima di addormentarsi, san Francesco piantò il suo bastone e la mattina dopo miracolosamente spuntò un leccio. Però Siena è ricordata soprattutto per il piccolo testamento, che consiste in tre frasi, in quando i frati pensavano che san Francesco non riuscisse a ‘passare la notte’ e gli chiesero in tre pensieri il testamento. Poi pochi giorni di morire, a settembre 1226, fece il testamento più noto. Però questo testamento di Siena, ricordato con una riproduzione, nella chiesa dell’alberino, insieme ad una statua di legno, fatta alcuni secoli dopo dal ceppo di questo leccio, sintetizza l’operato di san Francesco: comunione tra i frati, obbedienza e povertà. Tre capitoli fondamentali della sua esistenza e della sua testimonianza”.

(Tratto da Aci Stampa)

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