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Ad Arezzo presentato il Rapporto diocesano sulle povertà: oltre 2000 le persone accolte nel 2024

Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto diocesano sulle povertà relativo al 2024, redatto dalla Caritas di Arezzo in collaborazione con l’associazione Sichem. ‘Cercando l’invisibile’ è il titolo scelto per questa edizione, che intende far emergere le situazioni di fragilità spesso celate nel territorio e restituire visibilità a chi vive condizioni di disagio.

Il Rapporto si basa sui dati provenienti dal Centro di Ascolto della diocesi di Arezzo e dalle 35 Caritas parrocchiali. Il quadro che emerge mostra l’ampliarsi della cosiddetta ‘fascia grigia’, composta da persone e famiglie che non rientravano nei circuiti di aiuto ma che, per la prima volta, hanno richiesto sostegno: 378 nuovi utenti solo nel 2024, una parte di quel sommerso che tende a non manifestarsi.

Nel complesso, nel 2024 sono state registrate 2.086 prese in carico nominali, 19 in meno rispetto all’anno precedente. Il dato conferma una situazione stabile, in cui alcuni riescono a uscire da percorsi di povertà mentre altri vi entrano improvvisamente, rendendo fondamentale un accompagnamento costante verso forme reali di autonomia.

Accanto a un nucleo stabile di circa 1.500–1.600 utenti ricorrenti, si registra una crescita delle situazioni complesse: le richieste riguardano sempre più spesso problemi intrecciati, che richiedono interventi personalizzati, ha spiegato mons. Andrea Migliavacca: “E’ importante il lavoro di questo Rapporto sulle povertà, perché ci consente di avere un quadro di riferimento e di conoscenza della situazione aiutandoci a essere operativi e quindi passare dalle parole ai fatti nel vivere la carità nella nostra diocesi. Il mio grazie va a tutti gli operatori della Caritas diocesana”.

Gli ha fatto eco don Fabrizio Vantini, direttore della Caritas diocesana: “Spesso siamo disturbati dal virus dell’indifferenza verso chi, con la sua povertà, interrompe il nostro percorso ordinario. Questo Rapporto richiama ciascuno alla responsabilità civica e umana: agire per il bene ci rende tutti più umani, oltre appartenenze e differenze. E’ anche un appello alla Politica affinché le scelte di governo mettano al centro gli ultimi. I poveri non possono essere lasciati soli fino a diventare invisibili”.

Ecco le prime cinque nazionalità di chi ha fruito dei servizi: Italia (35,2%), Marocco (12,8%), Romania (8,7%), Albania (6,6%), Nigeria (5,4%). Le donne sono leggermente prevalenti (53,4%). Il 23,8% dei richiedenti ha più di 60 anni, spesso con difficoltà economiche e problemi sanitari o di solitudine. Il 33,1% ha figli minori a carico: 1.211 minori sostenuti indirettamente, ai quali si aggiungono 608 figli maggiorenni, per un totale di 1.819.

Invece queste sono le condizioni abitative di chi si è rivolto alla Caritas: Affitto: 58,3%; Edilizia popolare: 8,3%; Abitazione propria: 8,3%; Struttura di accoglienza/CAS: 7,6%; Ospitalità presso amici/familiari: 6,4%; Senza alloggio: 4,3%; Altre situazioni (datore di lavoro, baracca, auto, camper, tenda…): 6,8%.

Invece questa è la loro condizione lavorativa: disoccupati/inoccupati: 62,3%; occupati (inclusa cassa integrazione): 20%; pensionati: 7,5%; altre condizioni (invalidità, inabilità, assenza permesso lavoro): 10,2%; mentre le problematiche segnalate sono state 2.889, pari a una media di 1,4 per persona. Problematiche così ripartite: problemi economici: 67,2%; lavoro: 8,5%; salute: 7,1%; problemi familiari: 5,4%; casa: 3,9%; migrazione: 3,1%; istruzione: 1,7%; disabilità: 1,2%; dipendenze: 1%; altro: 0,6%; detenzione/giustizia: 0,3%.

Inoltre nel Centro di Ascolto diocesano (Via Fonte Veneziana) sono state accolte 470 persone/famiglie (42,3% italiani; 57,7% stranieri) con 8173 contatti front office; nell’ambulatorio medico sono state compiute 399 visite per un totale di 121 persone seguite, di cui il 13,2% sono italiani.

Inoltre sono stati erogati 263 buoni spesa (+40 per ospiti delle strutture) e 251 persone registrate nelle mense per 23.401 pasti erogati; mentre i prodotti alimentari ritirati da collette sono ammontati a 17.567 kg freschi/caldi + 9.805 kg a lunga conservazione. Infine queste sono state le accoglienze: Casa San Vincenzo: 39 persone; Casa Santa Luisa: 15 adulti e 9 minori; Dormitorio invernale: 30 persone (nov. 2024 – apr. 2025); Accoglienza profughi: 70 persone (19 nuovi ingressi).

(Foto: Diocesi di Arezzo – Cortona – SanSepolcro)

Rwanda: per Natale dona i primi 1.000 giorni di vita

Nel nord del Rwanda, nel distretto rurale di Gakenke, prende il via il progetto ‘1.000 giorni di vita’, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV – Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, in collaborazione con il Centro Sanitario di Nemba, una struttura che nonostante il personale limitato, offre cure mediche di base, servizi materno-infantili, vaccinazioni, monitoraggio della crescita e attività di prevenzione e sensibilizzazione. In un territorio con servizi sanitari carenti, rappresenta un punto di riferimento per oltre 17.000 abitanti. Solo nel solo 2024, ha assistito 481 parti.

In Rwanda la malnutrizione cronica colpisce il 38% dei bambini sotto i cinque anni, spesso a causa della povertà e della scarsa conoscenza delle corrette pratiche nutrizionali. Una condizione che può compromettere in modo irreversibile lo sviluppo fisico e cognitivo, il sistema immunitario e l’equilibrio emotivo dei più piccoli.

Il progetto ‘1.000 giorni di vita’ interviene proprio nel periodo più delicato della crescita (dal concepimento ai due anni di vita del bambino) attraverso un programma integrato che si articola in tre aree fondamentali: nutrizione con la distribuzione di kit alimentari completi per donne in gravidanza, mamme che allattano e neonati; creazione di orti familiari per garantire una fonte di cibo sostenibile e contrastare in modo duraturo la malnutrizione; formazione attraverso incontri dedicati a nutrizione materno-infantile, igiene, cura del neonato, monitoraggio della crescita e importanza del legame affettivo nei primi anni di vita; cure mediche con visite prenatali e postnatali costanti per prevenire anemia, complicazioni in gravidanza e mortalità infantile.

La popolazione dell’area vive prevalentemente di agricoltura di sussistenza e in condizioni di povertà diffusa, con un accesso limitato alle cure mediche e una situazione nutrizionale particolarmente fragile per donne incinte, mamme che allattano e bambini nei primi anni di vita.

‘1000 giorni di vita’, realizzato in collaborazione con la responsabile del Centro Sanitario, sœur Anne Marie Mujawayezu, mira a garantire alle mamme competenze, sicurezza, cure regolari e un ambiente di accoglienza e dignità per favorire uno sviluppo sano e armonioso dei bambini.

In occasione delle festività natalizie, il Settore Solidarietà e Gemellaggi ha lanciato questa speciale campagna di raccolta fondi per sostenere il progetto e permettere ogni anno a 500 donne incinte e bambini di ricevere nutrimento, cure e formazione nei primi 1.000 giorni di vita.

Ogni mamma spera il meglio per il proprio bambino ancor prima di stringerlo tra le braccia. Desidera per lui una vita dignitosa, la salute, la possibilità di crescere. Il suo sogno è proteggerlo, nutrirlo, vederlo diventare adulto.Garantire cibo, cure e sostegno nei primi 1.000 giorni significa cambiare per sempre la vita di un bambino e della sua comunità.

Per ulteriori informazioni: Rwanda, per Natale dona i primi 1.000 giorni di vita – Società di San Vincenzo De Paoli

Khulna: tra fragilità e speranza

Le Suore Blu accanto ai più vulnerabili grazie al sostegno della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Ribera. A Khulna, la terza città più popolosa del Bangladesh, centinaia di persone vulnerabili trovano ogni giorno cure, ascolto e sostegno grazie al Progetto Dispensario delle “Suore Blu”. In una realtà in cui il 40% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà, un quinto della popolazione risiede in baraccopoli prive di servizi essenziali e soggette a frequenti inondazioni, e l’82% delle famiglie più povere non ha accesso ad acqua potabile sicura, la presenza delle religiose rappresenta un presidio indispensabile.

Le fragilità sociali si intrecciano con una situazione sanitaria complessa: solo nell’ultimo anno si contano 3.850 ricoveri per dengue e 23 decessi, mentre malnutrizione, tubercolosi, malattie respiratorie e diabete continuano a colpire soprattutto chi non può permettersi cure adeguate. È in questo contesto che si inserisce il sostegno della Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Ribera, che permette alle Suore Blu, di offrire cure mediche, assistenza sociale e accompagnamento umano a bambini con disabilità, anziani soli, malati cronici e persone con disturbi psichici.

«Ill vostro sostegno ci permette di curare tante persone che da sole non ce la farebbero. Il Signore vi ricompensi: vi assicuriamo la nostra preghiera per ciascuno di voi», afferma Suor Maria Teresa, referente del progetto.. Le consacrate, che appartengono al Movimento contemplativo missionario di Charles De Foucauld, assicurano cure continuative ai malati di tubercolosi, assistenza a bambini con disabilità o epilessia, supporto a persone con disturbi psichici, monitoraggio e terapie per pazienti affetti da diabete e malattie croniche, accompagnamento umano e materiale agli anziani soli.

Il loro servizio nasce da un autentico dono di sé e abnegazione, vissuto nel silenzio e nella fedeltà quotidiana. Le consacrate si fanno prossime agli ultimi con semplicità evangelica, assumendo le sofferenze e condividendo la vita di chi soffre. Lo testimonia anche l’esperienza personale di recente vissuta da Suor Maria Teresa: «Mi sono contagiata di Dengue… È stata dura, ma piano piano ci riprenderemo». Parole che rivelano una comunione concreta con la fragilità delle persone affidate al loro servizio.

Nel Progetto Dispensario di Khulna la cura del singolo non si limita all’aspetto medico ma diventa ascolto, vicinanza, dignità restituita. È profonda carità cristiana. «Ogni paziente ha una storia che merita cura, attenzione e rispetto», ricorda Suor Maria Teresa. Ogni incontro diventa così un impegno concreto che genera speranza, dignità e la certezza di non essere soli nei momenti più fragili.

Accanto all’assistenza medica, le consacrate coltivano quotidianamente fraternità e dialogo interreligioso, collaborando con famiglie musulmane e induiste del quartiere. Nel messaggio rivolto ai partecipanti all’incontro interreligioso in Bangladesh (6–12 settembre 2025), Papa Leone XIV ha ricordato: «Insieme, quali compagni nel dialogo interreligioso, siamo come giardinieri che si prendono cura di questo campo della fraternità, aiutando a mantenere fertile il dialogo ed eliminare le erbacce del pregiudizio».

Parole che trovano riscontro nell’operato quotidiano delle Suore Blu: una presenza silenziosa e tenace che, giorno dopo giorno, costruisce ponti, ricuce ferite sociali e trasforma la fragilità in occasione di incontro e di pace.

Da 192 anni, la Società di San Vincenzo De Paoli è accanto agli ultimi: oggi oltre 12.000 soci e volontari raggiungono più di 30.000 famiglie – più di 100.000 persone – in tutta Italia. Li incontrano nelle case, negli ospedali, nelle carceri, nelle strade, portando non solo aiuti materiali ma soprattutto ascolto, rispetto e amicizia. Nascono così legami di fiducia e di speranza.

È in questa visione che si radica l’alleanza tra la Società di San Vincenzo De Paoli e le Suore Blu: un patto di carità che diventa presenza nei luoghi dove ci si sente abbandonati per restituire futuro a chi ha più bisogno.

(Foto: Società San Vincenzo de Paoli)

Papa Leone XIV invita la Chiesa libanese ad aprire strade di rinascita

“Ringrazio il Superiore Generale per le sue parole e per l’accoglienza in questo bel Monastero di Annaya. Anche la natura che circonda questa casa di preghiera ci attrae con la sua bellezza austera. Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori (penso specialmente a san Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato) l’avrebbero tanto desiderato. Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?”: dopo i saluti istituzionali di ieri, oggi papa Leone XIV ha iniziato il viaggio apostolico in Libano visitando il monastero di san Maroun ad Annaya, dove è sepolto san Charbel Maklūf, canonizzato da papa san Paolo VI, nel 1977.

Il papa parla di questo monaco, al quale si attribuiscono oltre 29.000 miracoli di guarigione, per riflettere sui suoi insegnamenti ancora attuali: “… lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà.

Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto. In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, san Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani”.

Pregando sulla sua tomba ha sottolineato la sua continua intercessione a Dio: “San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia. Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo”.

Offrendo la lampada ha chiesto al santo libanese pace e comunione: “Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene (ed i santi ce lo ricordano) che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò san Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi”.

Per questo ha donato una lampada, affinché si possa camminare nella ‘luce del Signore’: “Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di san Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di san Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!”

Al termine della visita il papa si è recato al Santuario mariano di Harissa, dove ha incontra presuli, clero e consacrati che hanno raccontano storie di solidarietà, guerra, migrazione e di pastorale carceraria, ai quali ha ricordato il motto del viaggio: “Le testimonianze che abbiamo ascoltato (grazie a ciascuno di voi!) ci dicono che queste parole non sono state vane, anzi, che hanno trovato ascolto e risposta, perché qui si continua a costruire comunione nella carità”.

Ringraziando il patriarca il patriarca della Chiesa armena cattolica il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Nelle parole del Patriarca, che ringrazio di cuore, possiamo cogliere la radice di questa tenacia, simboleggiata dalla grotta silenziosa in cui san Charbel pregava davanti all’immagine della Madre di Dio, e dalla presenza di questo Santuario di Harissa, segno di unità per tutto il Popolo libanese.

E’ nello stare con Maria presso la Croce di Gesù che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida”.

Partendo dalle testimonianze il papa ha sottolineato le opere di solidarietà messe in atto da questo popolo: “Solo così non si rimane schiacciati dall’ingiustizia e dal sopruso, anche quando, come abbiamo sentito, si è traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative. Solo così si può tornare a sperare per il domani, pur nella durezza di un presente difficile da affrontare”.

Per questo ha evidenziato la responsabilità verso i giovani: “In proposito, penso alla responsabilità che tutti abbiamo, in tal senso, nei confronti dei giovani. E’ importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio. Ed è necessario, pur tra le macerie di un mondo che ha i suoi dolorosi fallimenti, offrire loro prospettive concrete e praticabili di rinascita e di crescita per il futuro”.

E’ una richiesta di ‘non abbandonare il campo’ dell’accoglienza dei profughi: “In quelle stanze, infatti, oltre a dare assistenza e aiuto materiale, si impara e si insegna a condividere ‘pane, paura e speranza’, ad amare in mezzo all’odio, a servire anche nella stanchezza e a credere in un futuro diverso al di là di ogni aspettativa.

La Chiesa in Libano ha sempre curato molto l’istruzione. Incoraggio tutti voi a continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi, a chi si trova in situazioni estreme, con scelte improntate alla carità più generosa, perché alla formazione della mente sia sempre unita l’educazione del cuore. Ricordiamoci che la nostra prima scuola è la Croce e che l’unico nostro Maestro è il Cristo”.

Ha concluso l’incontro con la consegna della ‘Rosa d’oro’, dono che tradizionalmente i pontefici in vista mariana al Santuario di Harissa portano come dono della loro devozione alla Madonna del Libano: “E’ un gesto antico, che ha tra i suoi significati quello di esortarci ad essere, con la nostra vita, profumo di Cristo. Davanti a questa immagine, mi viene da pensare al profumo che sale dalle tavole libanesi, tipiche per la varietà dei cibi che offrono e per la forte dimensione comunitaria del condividerli.

E’ un profumo fatto di mille profumi, che colpiscono nella loro diversità e talvolta nel loro insieme. E’ così il profumo di Cristo. Non è un prodotto costoso riservato a pochi che se lo possono permettere, ma l’aroma che si sprigiona da una mensa generosa su cui trovano posto tante pietanze diverse e da cui tutti possono attingere insieme. Sia questo lo spirito del rito che ci apprestiamo a compiere, e soprattutto quello con cui ogni giorno ci sforziamo di vivere uniti nell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

A Santa Maria di Leuca la IX Giornata mondiale dei poveri  

La Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca, attraverso la Caritas diocesana e il supporto del Banco delle Opere di Carità – Puglia, comunicano che domenica 16 Novembre si svolgerà la IX Giornata Mondiale dei Poveri, avente come tema: ‘Ancorati alla Speranza’. Essere ‘ancorati alla speranza’ significa restare saldi nella fiducia, ma anche liberi di solcare nuovi mari, come rondini che si alzano verso l’alto. E’ lo stile di Caritas: radicato nella Parola, intrecciato alla vita, capace di generare processi di riscatto e di pace partendo dagli ultimi.     

La IX Giornata Mondiale dei Poveri, che assume quest’anno un’importanza ancor maggiore, perché all’interno dell’anno giubilare. Una circostanza che chiama i cristiani a non abituarsi e non rassegnarsi di fronte alle vecchie e nuove forme di povertà, ma a promuovere con più incisività la carità cristiana e il bene comune.

Il tema scelto per questa edizione è ‘Sei tu, mio Signore, la mia speranza’ (Salmo 71,5). Il messaggio di Papa Leone XIV per la giornata sottolinea che aiutare i poveri è una questione di giustizia prima ancora che di carità, e incoraggia ad affrontare le disuguaglianze e i conflitti con politiche concrete.

Gli ultimi studi presentati da Caritas Italiana confermano come le persone in stato di fragilità che i volontari e gli operatori Caritas incontrano quotidianamente nei vari luoghi di servizio (Centri di Ascolto, servizi di prossimità, ecc.) aumentano numericamente e presentano difficoltà sempre più complesse e diversificate, specchio di una povertà multidimensionale.

Ricorda Papa Leone XIV nella recentissima Esortazione Apostolica Dilexi Te al n°110: “… i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata…”.

Sempre domenica 16 novembre, presso il Santuario di Leuca, come Diocesi sarà celebrato il Giubileo dei Poveri, che sarà anche dei volontari e degli operatori Caritas. Le quattro Foranie diocesane, rappresentative delle 43 parrocchie, parteciperanno con 25 persone ciascuna, di cui 15 che vivono in difficoltà, alle quali si aggiungeranno altre 10 persone (sacerdoti, sindaci e volontari delle Caritas parrocchiali).

L’iniziativa diocesana prenderà avvio alle ore 10.30, presso la colonna della Madonnina, sul piazzale Santuario di Leuca, quando i partecipanti entreranno nel luogo sacro attraversando la Porta Santa; si proseguirà alle ore 11.00 con la celebrazione della Santa Messa presieduta da Mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento – S.Maria di Leuca, seguirà il pranzo conviviale presso la Sala Ristorante del Santuario.

La Forania di Taurisano, comprende le parrocchie dei Comuni di Miggiano, Montesano, Ruffano, Supersano e Taurisano; quella di Tricase, comprende le parrocchie dei Comuni di Corsano, Tiggiano e Tricase; quella di Santa Maria di Leuca, comprende le parrocchie dei Comuni di Alessano, Gagliano del Capo e Castrignano del Capo; quella di Ugento, comprende le parrocchie dei Comuni di Morciano di Leuca, Presicce-Acquarica, Salve e Ugento.

Sempre nella IX Giornata Mondiale dei Poveri, nella settimana dal 9 al 16 novembre, ogni comunità parrocchiali raccoglierà prodotti per l’igiene personale: dentifrici, spazzolini, saponi, bagnoschiuma, shampoo e detersivi vari. Tali prodotti saranno donati ai fratelli detenuti dell’Istituto Penitenziario ‘Borgo San Nicola’ di Lecce, per tramite la Cappellania del carcere.

Dalla carne dei poveri: riflessioni sull’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ di papa Leone XIV

Il vissuto di chi sta ai margini delle logiche di profitto e di produzione è provocazione per i credenti a lasciarsi misurare da coloro nei quali Cristo sceglie di farsi incontrare e toccare. Da questa carne di Cristo affamata, malata, carcerata i teologi, in particolare, sono sollecitati a farsi carico di suscitare pratiche capaci di azioni trasformatrici e inclusive.

Marzia Ceschia, docente di teologia spirituale della Facoltà teologica del Triveneto, propone alcune riflessioni su ‘Dilexi te’, la prima esortazione apostolica di papa Leone XIV. Il testo è pubblicato nel sito della Facoltà teologica (https://www.fttr.it/dalla-carne-dei-poveri-qualche-riflessione-sullesortazione-apostolica-dilexi-te/) e può essere ripreso citando la fonte.

Ne riportiamo di seguito alcuni stralci.

In continuità con l’enciclica Dilexit nos scritta da papa Francesco nel 2024, l’esortazione apostolica sull’amore verso i poveri Dilexi te, la prima a firma di papa Leone XIV, riprende il progetto di papa Bergoglio di porre al centro della riflessione ecclesiale, con la parola autorevole del magistero, la questione della povertà.

Si coglie da subito come il documento non intenda ribadire una priorità sociologica ma, piuttosto, evidenziare una precedenza teologica: «Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia» (n. 5). […] I poveri sono pertanto luogo teologico per eccellenza, poiché Cristo ha assunto la povertà per essere in mezzo agli uomini […].

L’esortazione menziona molte esperienze e testimonianze di quanti, nel corso della storia della spiritualità cristiana, hanno assunto la povertà come via eminente della conformazione a Cristo, come spazio privilegiato di un agire cristiano performativo, capace di sintonizzare il vissuto del fedele con lo stile del Signore. […] La presenza sacramentale dei poveri nel vissuto ecclesiale interroga i teologi e il servizio che essi svolgono nei confronti della comunità di fede. […]

L’esperienza, il vissuto di quelli e quelle che stanno ai margini delle logiche di profitto e produzione esigono di essere messi a tema non solo come oggetto di iniziative caritative e assistenziali ma come parola che provoca i credenti a lasciarsi misurare da coloro nei quali Cristo sceglie di farsi incontrare e toccare e che orientano – a partire da una “povertà di spirito” assunta come verità del proprio essere cristiani – gli stili e i modi di presenza della Chiesa nel mondo.

La teologia è sollecitata a farsi carico del ricercare, pensare ed elaborare prospettive tali da suscitare pratiche capaci di azioni trasformatrici, inclusive […]. La teologia, infine, è provocata a entrare davvero in contatto con i misteri che enuncia e indaga: «La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata» (n. 110). È questione di vita ed è questione di fede.

Giornata Mondiale del Risparmio: per Banca Etica ‘No all’uso dei risparmi per la corsa al riarmo’

In occasione della 101ª Giornata Mondiale del Risparmio, che si celebra oggi e che l’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa (ACRI) anticipa oggi con una conferenza dedicata, Banca Etica – prima e tuttora unica banca italiana dedita esclusivamente alla finanza etica – ricorda che il risparmio non è solo cautela individuale, ma un vero e proprio motore per costituire comunità solide e puntellare il tessuto sociale grazie alla sua capacità di trasformarsi, attraverso le banche e il credito, in volano di sviluppo e benessere condivisi. Una funzione assolta pienamente se il risparmio si crea a partire da salari e remunerazioni generati e distribuiti con equità, come ricordato pochi giorni fa nelle parole incisive del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Il lancio del piano ReArm Europe, poi ribattezzato eufemisticamente Readiness 2030, sembra fagocitare la vocazione sociale del risparmio per indirizzarlo verso una corsa al riarmo europeo che sottrae risorse pubbliche e private ai capitoli di sviluppo sociale e ambientale, al risparmio degli Stati e delle persone. Banca Etica ribadisce la fondata preoccupazione che il piano dell’Unione europea, oltre a prevedere massicci investimenti pubblici nell’industria bellica, realizzi l’obiettivo dichiarato di indirizzare circa 10.000 miliardi di euro di risparmi depositati nei conti correnti delle cittadine e cittadini europei verso canali di finanziamento privilegiati per le imprese del comparto militare. Un disegno del genere non solo genera un pericoloso via libera alla finanziarizzazione della guerra ma contraddice ogni evidenza fornita dalla storia secondo cui è illusorio pensare che un’ampia disponibilità di armamenti si traduca in maggiore pace e sicurezza per la società.

La fine della finanza sostenibile spinge il risparmio verso le armi  Per raggiungere lo scopo e rendere l’investimento nel settore bellico più accettabile da parte dei risparmiatori, l’Unione Europea ha distorto la definizione di ‘finanza sostenibile’, includendo investimenti destinati al comparto bellico anche in prodotti finanziari classificati come art. 8 e art. 9 dalla tassonomia europea attraverso la semplice rimozione dei finanziamenti destinati alla filiera delle sole ‘armi controverse’ (mine antiuomo, bombe a grappolo, armi chimiche e biologiche).

L’Unione europea, del resto, ha recentemente decretato la fine della ‘sostenibilità’ come concepita finora autorizzando il primo fondo ‘sostenibile’ che investe in armi, realizzando così un disegno politico annunciato mirato ad alimentare col risparmio di cittadine e cittadini – talvolta in modo poco trasparente per gli investitori stessi – un settore nocivo, foriero di sofferenze, povertà e disuguaglianze, che non è certo a corto di risorse (la spesa militare globale ha raggiunto un nuovo record nel 2024, attestandosi a 2.718 miliardi di dollari, con un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente).

“La 101ª Giornata Mondiale del Risparmio è l’occasione per ribadire un principio fondamentale: le banche e la finanza devono assolvere principalmente un compito di servizio nei confronti delle comunità e devono perseguire tale obiettivo senza assecondare logiche belliciste e distruttive, mirate al riarmo. Solo così, e investendo invece nell’equità e nella coesione, la finanza recupera la sua funzione per contribuire alla costruzione di un futuro più stabile e inclusivo; solo così le istituzioni finanziarie mostrano di assumersi la responsabilità di trasformare il risparmio in un fattore di sviluppo dell’economia reale e di benessere sociale, garantendo strumenti finanziari accessibili e orientati all’impatto positivo a disposizione di ogni persona, e non solo per pochi privilegiati2, dichiara Aldo Soldi, presidente di Banca Etica a margine del convegno ACRI.

Sulle strade della speranza: vincere la povertà, generare pace

Società di San Vincenzo De Paoli: Dalla povertà economica alla povertà di pace, un incontro per ritrovare il senso dell’umanità: sulle strade della speranza: vincere la povertà, generare pace, sabato 25 ottobre 2025, ore 10.00 – 16.30 al Centro Incontri della Provincia – Corso Dante 41, Cuneo.

Tra le povertà che combattiamo da sempre, ne stiamo conoscendo una nuova: la povertà di pace: “La guerra diventa sempre più lo strumento con cui si afferma il potere del più forte. Sta venendo meno il dialogo costruttivo tra le potenze, sostituito da una negoziazione che ha il sapore dell’economia più che della giustizia, dell’utile più che del bene comune.

Stiamo perdendo l’umanità. La capacità di guardare l’altro come un fratello. Viviamo in una società che si chiude, che difende i propri confini, i propri investimenti, la propria produttività, dimenticando l’equità, la solidarietà, l’ascolto, la comprensione. E tra le povertà che emergono nel nostro tempo, stiamo riscontrando una tendenza crescente a rifugiarsi nell’isolamento sociale volontario, una condizione che coinvolge (a vari livelli e con diversa intensità) molti giovani delle nuove generazioni.

Un giovane che si allontana dallo studio e dal lavoro oggi è un potenziale povero di domani. Ecco perché, tra le tante forme di lotta alla povertà, desideriamo approfondire questo fenomeno, capirlo e cercare insieme di superarlo. Per questo lavoriamo per costruire una cultura della pace, per cercare soluzioni che superino le povertà antiche e nuove, per restituire speranza a chi l’ha perduta.

Questo incontro vuole essere un momento di confronto e dialogo tra persone, istituzioni e associazioni di buona volontà: donne e uomini che non hanno smesso di credere nel bene e nella possibilità di realizzarlo.

Serve la tua presenza. Serve il tuo contributo di idee e di domande. Serve il tuo aiuto per costruire insieme un domani migliore. Le povertà possono essere superate. I conflitti possono essere superati. La pace può tornare ad essere il tessuto vivo su cui intrecciare relazioni, ascolto reciproco, rispetto, fedeltà, speranza”.

Un’intera giornata di dialogo e confronto aperta alla cittadinanza, con relatori d’eccezione e la possibilità di intervenire dal pubblico. Interverranno, tra gli altri:  Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV; Luca Rolandi, giornalista e biografo di Pier Giorgio Frassati; Chiara Bugnone, Presidente di Hikikomori Italia Genitori – Piemonte; padre Giovanni Burdese, riflessioni sull’Esortazione Apostolica di Papa Leone XIII. Testimonianze dirette e la voce del Sermig – Arsenale della Pace: disarmare la guerra, costruire la pace.

Temi al centro dell’incontro: le nuove forme di povertà economica, sociale e relazionale; la sussidiarietà del volontariato come forza trasformativa; giovani e isolamento sociale: comprendere e affrontare il fenomeno Hikikomori; La pace come costruzione quotidiana”. Un momento per ascoltare, capire e agire, insieme. Perché solo unendo le nostre voci possiamo costruire un futuro più giusto per tutti.

Ingresso libero – Cittadinanza invitata a partecipare.

E’possibile riservare un posto prenotando gratuitamente su Eventbrite:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-sulle-strade-della-speranza-vincere-la-poverta-generare-pace-1831466789469?aff=oddtdtcreator.

Diego Mecenero racconta san Francesco nella ‘Terra dei Fioretti’

‘Francesco il cantastorie’ è una narrazione con Diego Mecenero, che cura anche la regia, accompagnato dal complesso di musica medioevale ‘Verba et soni’, composto da Stefano Savi e Roberto Gatta, e dall’attrice Corinna Barboni, offrendo uno sguardo inedito sul santo assisiate, raccontato da otto brevi scene teatrali e musica dal vivo.

Si tratta di un viaggio teatrale e musicale che restituisce al pubblico il ‘san Francesco che non ti aspetti’: poetico, ironico, radicale e profondamente umano. In scena otto quadri narrativi con musiche medievali eseguite dal vivo, per raccontare con intensità e originalità episodi poco noti della vita del Santo, legati anche al territorio marchigiano, la ‘Terra dei Fioretti’.

Il testo si basa fedelmente sulle Fonti Francescane, ma riesce ad attualizzare la figura del patrono d’Italia attraverso episodi di grande portata, ma poco conosciuti, ironici, intensi e umanissimi. Il pubblico scopre così un santo che si rifiuta di scrivere una Regola, che prima di morire compie un gesto insolito, che reagisce alle maldicenze in modo spiazzante, che si innamora di Madonna Povertà e la ‘sposa’, che va in Terra Santa per un preciso motivo che pochi ancora sanno. Lo spettacolo racconta anche il volto di santa Chiara, giovane coraggiosa ed appassionata, la bellezza delle cose che rallegravano Francesco, il suo sguardo poetico sul mondo e sul dolore, il suo linguaggio rivoluzionario fatto di gesti e simboli.

Lo spettacolo ha anche un forte legame con le Marche, in quanto questa regione è la ‘Terra dei Fioretti di san Francesco’, ovvero il territorio in cui sono ambientati molti degli episodi narrati nel libro francescano più letto al mondo, scritto da un frate marchigiano, Ugolino di Montegiorgio: la pecorella di Osimo, il fraticino di Sarnano, i bagolari di Sirolo, il contadino di Camporege, la fonte miracolosa di Staffolo, i miracoli di Apiro, la porta di Forano, i muratori di Pontelatrave, il cavaliere di San Ginesio, le ciaule di Roccabruna, il re dei versi di Lisciano, il mostro di Fratte Rosa.

Al termine di una di queste rappresentazioni dello spettacolo abbiamo chiesto a Diego Mecenero di raccontarci la nascita dello spettacolo: “Lo spettacolo nasce innanzitutto dalla mia grande passione per questo santo, che lo sento molto vicino, perché ho studiato teologia con i francescani con tesi sulla simpatia che i giovani hanno per san Francesco. Inoltre, quando dal Veneto sono arrivato nelle Marche, sapevo che questi luoghi erano stati importantissimi nella vita di san Francesco, ma mi pareva che nessuno li conoscesse. Quindi questa narrazione vuole esprimere qualcosa di profondo, ma che possa anche portare a conoscenza luoghi dove il Santo assisate è passato, perché siano valorizzati come in altre zone d’Italia. Nelle Marche abbiamo la ‘Terra dei Fioretti’ e non la conosciamo”.

Forse per il motivo per cui san Francesco annunciava la povertà?

“E’ vero! Non era certo uno che annunciava se stesso con il suono delle trombe, perché era molto umile, anche se aveva a volte un certo ‘caratterino’. Però già quando era in vita il popolo lo proclamava santo; infatti in poco tempo è stato portato agli onori degli altari; infatti, vivente, molti giovani entravano nell’Ordine da tutta Italia e anche oltre, senza i mezzi di comunicazione di adesso.

Si era definito ‘disutile vermine’, ma noi che lo conosciamo abbiamo il dovere di ricordare il suo messaggio, che è estremamente attuale in un mondo in cui chi è ricco è sempre più ricco e chi è povero è sempre più povero; in un mondo in cui non si dialoga tra religioni e culture diverse. Uno che è in armonia con se stesso, con gli altri e con la natura e fa fare la pace tra i cittadini di Gubbio ed il lupo ha molto da dire a noi oggi”.

A proposito del lupo di Gubbio ha sviluppato anche un progetto?

“Sì, esiste un progetto che lega le Marche all’Umbria e si chiama ‘Lupo bullo’, con il coinvolgimento delle scuole di Gubbio e con il supporto della diocesi, del comune eugubino e delle forze dell’ordine, perché san Francesco è stato a Gubbio due volte: la prima volta ha subìto ‘bullismo’ (per così dire), in quanto è stato percosso dai briganti che l’hanno anche preso in giro e lui ha reagito in modo ‘francescano’. Quindi c’è un modo ‘francescano’ di reagire, quando sei vittima di bullismo,

E poi c’è anche un modo ‘francescano’ di risolvere il bullismo, perché quel famoso lupo è praticamente un ‘bullo’, che tiene sotto scacco la città, perché tutti ne hanno paura. Partendo da questo episodio c’è un progetto che pensa di fare di Gubbio la ‘capitale nazionale francescana del contrasto al bullismo’. Nella grande battaglia contro il bullismo vorremmo portare una voce nuova ed uno stile nuovo nel combattere il bullismo in chiave francescana, perché san Francesco ha reagito al bullismo e dinanzi al bullo in un modo tutto suo che è carico di un’inedita sapienza e pedagogia francescana”.

Come sono stati scelti questi otto episodi, narrati nello spettacolo?

“Questi episodi sono stati scelti, partendo dalla nascita fino alla morte in ordine cronologico della vita di Francesco con i momenti più importanti: la conversione, la fondazione dell’Ordine, la regola di santa Chiara /lui ha fondato anche un ordine femminile), fino alla morte. Il terzo di questi otto momenti è sempre interscambiabile e racconta la presenza francescana nel luogo in cui si allestisce lo spettacolo. Questo è lo stile dello spettacolo che narra un ‘Francesco che non ti aspetti’ ma – badate bene – non perché si scelgono episodi sconosciuti e nascosti della sua vita, ma al contrario fatti centrali della sua esperienza. Centrali, importanti, eppure non li conosciamo”.

(Tratto da Aci Stampa)

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