Si badi bene, o’ pernacchio non è una pernacchia

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Il Padrino-Padrone-Puparo è molto, ma molto triste. Le cose suoi non li vanno bene per niente. Troppi dei Quaquaraquà-Sudditi-Pupe, che non sono neanche Pigliainculo e in realtà sono nuddo mescato cu’ nente, che non sanno contare e camminare insieme, si atteggiano a Uomini d’onore, rilasciano interviste, avvertimenti e spargono veline (che non sono neanche quelli di Striscia la notizia…). A richiesta gentile rispondo con cortesia e ripropongo quanto segue, storie prese dalla Storia duosiciliana: da «‘a schifezza ra schifezza ra schiefezza ra schifezza ‘e l’uommene» a «o’ pernacchio».

Il mio Seville, che è gatto signore – e badi bene, di razza siciliana – a modo e intelligente, ha velocemente capito che cosa sono i cosiddetti Quaquaraquà e consultandosi con la sua cugina, la signorina Chanel e la compagna Frida, di razza scozzese, ha dichiarato: “Sono la feccia degli Homo sapiens sapiens in quanto m*nch**n* senza p*n*. Chistu, essendo dei babbei, che parlano ma in realtà non quagliano mai nulla. Chistu che ti parlano davanti ma che in realtà ti fregano alle spalle. Chistu che si vantano da soli ma che in realtà sono nuddo mescato cu’ nente, che non sanno contare e camminare insieme”. Infatti. “Devi sapere che la faccia di una persona è come un paesaggio. Una faccia può essere un giardino oppure un bosco oppure una terra desolata, dove non cresce niente” (Stefano Venuti, pittore).

Da tempo sono arrivato alla conclusione – e ogni tanto un amico mi invita a ripeterlo per l’edificazione degli attenti lettori – che alla magistrale divisione dell’umanità in cinque categorie, fatta da Leonardo Sciascia in “Il giorno della civetta”, ne va aggiunta una sesta. E mi spiego:

1. Gli uomini (che sono pochissimi).

2. I mezz’uomini (che sono pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… e invece no, scende ancora più in giù).

3. Gli ominicchi (che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi, e ancora di più quello che seguono più in giù ancora).

4. I (con rispetto parlando) pigliainculo (che vanno diventando un esercito), per parlare chiaro, uomini sprecati.

5. I quaquaraquà (che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre).

A questa lista di Leonardo Sciascia va aggiunta la categoria dei pezzettini di mezza cacca, nella definizione di Edoardo De Filippo:

6. ‘A schifezza ra schifezza ra schiefezza ra schifezza ‘e l’uommene (per cui non perdere tempo con delle parole ma con il classico suono fragoroso napoletanissimo del pernacchio, nobile strumento di offesa, derisorio e di dileggio, quindi non una pernacchia che è volgare, per non scendere al loro stesso livello di infima bassezza; qui le regole della #disputagentile non valgono perché non c’è disputa che tenga #sapevatelo).

Si badi bene, o’ pernacchio non è una pernacchia.

“Figlio mio, c’è pernacchio e pernacchio… Anzi, vi posso dire che il vero pernacchio non esiste più. Quello attuale, corrente… quello si chiama pernacchia. Sì, ma è una cosa volgare… brutta! Il pernacchio classico è un’arte. […] Il pernacchio può essere di due specie: di testa e di petto. Nel caso nostro, li dobbiamo fondere: deve essere di testa e di petto, cioè di cervello e passione. Insomma, ‘o pernacchio che facciamo a questo signore deve significare: tu sì ‘a schifezza ra schifezza ra schiefezza ra schifezza ‘e l’uommene! Mi spiego?” (Eduardo De Filippo nei panni di Don Ersilio Miccio nel film “L’oro di Napoli”, il film del 1954 diretto da Vittorio De Sica, in cinque episodi (originalmente sei) che rievocano il pittoresco mondo dei “bassi” napoletani.

Don Ersilio Miccio vende saggezza. Per pochi spiccioli dà consigli risolutivi a fidanzati gelosi, militari innamorati e parrocchiani in cerca di una frase a effetto. Tra i tanti casi che gli vengono posti, uno è particolarmente rilevante, in quanto riguarda una problematica comune a tutti gli abitanti dei bassi della zona: un ricco e spocchioso nobile del luogo, il Duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari, pretende di passare con la sua automobile di rappresentanza (forse non ha tutti i torti…) per i vicoli del quartiere occupati dalle masserizie, dalle sedie, dalle poltrone, dai fornelli degli abitanti dei bassi. Lo fa in malo modo, non tenendo in alcun conto che per gli abitanti dei bassi l’utilizzo del suolo pubblico è una necessità. Urge intervenire e Don Miccio propone la soluzione: bisogna colpirlo con qualcosa che è peggiore della morte: il pernacchio. Fa qui un distinguo tra pernacchia e pernacchio: il vero strumento di offesa è il secondo, il pernacchio; la prima, la pernacchia, è una forma decadente e di scarsa qualità, un parente povero del grande pernacchio.

Un suono fragoroso napoletanissimo, derisorio e di dileggio, ironico e volgare, che si esegue emettendo un forte soffio d’aria tra le labbra serrate, talvolta con la lingua protratta all’infuori tra le labbra serrate, più spesso premendo con il dorso della mano sulla bocca. Il suono che ne viene fuori è simile a quello di una flatulenza., chiamato “pernacchia” (derisorio volgare) e “pernacchio” (derisorio ironico), termini che vengono spesso confusi. “La pernacchia involgarisce chi la fa, e non chi la riceve” (Alberto Sordi nel ruolo di Otello Celletti, nel film “Il vigile” del 1960 con regia di Luigi Zampa), mentre ‘o pernacchio classico è un’arte.

Il suono – un trillo linguolabiale – non è dotato di significato proprio al fine della comunicazione verbale, ma è molto diffuso tra le culture umane così come tra gli altri primati. Ha origini molto antiche. Sembra risalire alle Guerre Sannitiche, quando i sanniti sconfissero i romani presso le Forche Caudine, costringendoli poi a passare sotto il giogo delle lance. La leggenda narra che in questa occasione i sanniti inventarono il pernacchio, coprendo la bocca con le due mani posizionate a forma d’imbuto e usando il suono contro gli sconsolati vinti. Altri invece lo fanno risalire al periodo del dominio spagnolo, quando i popolani lo usavano per “salutare” l’arrivo degli esattori delle tasse.

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