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Estate, disabilità e caregiver: quasi 3 famiglie su 10 a rischio povertà

In Italia. oltre 12.000.000 di persone (un quarto della popolazione adulta) prestano gratuitamente aiuto o assistenza a parenti, amici o vicini con difficoltà motorie, cognitive o di salute. 4.400.000 di questi sono caregiver familiari conviventi, soprattutto donne e spesso con un lavoro anche fuori casa.  Lo ha fatto sapere l’Istat, che il 25 luglio scorso ha diffuso i risultati della sua indagine sulle reti di solidarietà (dati 2024).

Sono numeri che arrivano nel pieno dell’estate, proprio nel momento dell’anno in cui il lavoro di cura si fa più pesante: centri diurni e servizi territoriali riducono l’attività o chiudono, il caldo aggrava le condizioni delle persone assistite, e milioni di caregiver (molti dei quali già in condizioni economiche fragili) restano soli a coprire un vuoto che nessuno sostituisce. Per chi assiste un familiare con disabilità, semplicemente, non esistono le ferie. Condizione che, per chi svolge il ruolo di caregiver familiare, rappresenta una sorta di ‘arresti domiciliari’ senza aver commesso al reato unità ad una oggettiva deprivazione di diritti ed opportunità. 

Secondo Istat, sono 12.000.000 i caregiver in Italia, di cui 4.400.000 caregiver familiari conviventi (Istat, indagine sulle reti di solidarietà, luglio 2026). Quasi 13.000.000 le persone con disabilità nel nostro Paese, di cui oltre 3.000.000 in condizioni gravi. Il rischio di povertà o esclusione sociale riguarda il 28,4% delle famiglie con almeno una persona con disabilità, contro il 23,4% della media nazionale. Il 38,4% di queste famiglie vive in condizioni di bassa intensità lavorativa, contro il 9,1% delle altre famiglie.

Un numero colpisce più degli altri chi, come Alleanza contro la povertà e le sue organizzazioni aderenti, si occupa di questi temi ogni giorno: il reddito familiare di queste persone risulta inferiore del 7,8% rispetto alla media nazionale. Ed un altro: il 28,7% delle famiglie con una persona con disabilità è in condizioni di deprivazione materiale: in altre parole, non riesce, o fatica molto, a pagare bollette, affitto o mutuo arretrati. E non ha certo la possibilità di riscaldare adeguatamente la propria casa.

Di una legge nazionale che tuteli e sostenga il lavoro di chi assiste un familiare con disabilità si parla da tempo. Ora c’è un disegno di legge quadro, approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2026 e assegnato alla Commissione Affari Sociali della Camera il 20 febbraio, che le associazioni chiedono si approvi al più presto a condizioni che venga migliorata negli aspetti che sono stati, in questi mesi oggetto di critica da più parti (per esempio: risorse economiche adeguate e trattamenti previdenziali agevolati). Infatti allo stato attuale si prevede solo un contributo economico fino a 400 euro mensili per i caregiver conviventi con ISEE basso, o meglio bassissimo. 

Le risorse stanziate per il 2026 restano quasi simboliche (1.015.000 di euro, destinati soprattutto alla piattaforma INPS che dovrà essere pronta entro il 30 settembre 2026), a fronte dei 207.000.000 annui promessi solo a partire dal 2027.  La legge, se vuole essere efficace deve prevedere supporti e sostegni concreti, ma soprattutto tutele e riconoscimento reali, altrimenti poco o nulla si modificherà nella vita materiale delle persone alle quali la stessa è destinata.  Nulla, almeno, che sia capace di spezzare quella spirale di isolamento e povertà che avvolge le famiglie in cui sia presente una disabilità, tanto più se complessa e con alta necessità di sostegni. 

Il periodo estivo è quello più faticoso per molte di queste famiglie, come ci spiega Roberto Speziale, componente del comitato esecutivo do Alleanza contro la povertà e presidente di Anffas, una delle associazioni aderenti: “Innanzitutto cresce la sensazione di isolamento, anche per la mancanza di adeguati servizi quali centri estivi realmente accessibili e inclusivi. C’è poi la difficoltà, per molti, di farsi carico dell’installazione di impianti di climatizzazione, o di pagare le sempre più esose bollette.

Anche l’assistenza domiciliare, già insufficiente durante l’anno, in estate si riduce ulteriormente o viene del tutto a mancare. Sono inoltre troppo poche le strutture turistiche accessibili e con prezzi calmierati. E questo solo per citare alcuni dei problemi che in estate emergono in tutta la loro drammaticità. E poi ci sono i picchi di calura, sempre più frequenti, ad aggravare alcuni disturbi, specie per le persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo”. 

Le proposte di Alleanza contro la povertà Di qui alcune proposte di Alleanza contro la povertà, perché disabilità non debba far rima con povertà, in nessun periodo dell’anno. 1. Approvazione entro l’anno della legge quadro sul caregiver familiare, con risorse realmente adeguate e con coperture previdenziali con entrata in vigore a regime non più tardi del 1 gennaio 2027; 2. Garanzia della presenza di una rete integrata di servizi che ne garantisca anche la continuità per l’intero arco della giornata e per tutti i periodi dell’anno;

3. Centri estivi e servizi di sollievo  davvero inclusivi, con personale formato all’accoglienza di bambini e ragazzi con disabilità gratuiti o a tariffe calmierate in base all’ISEE. 4. Sostegno al reddito rafforzato per i caregiver di persone con disabilità che già oggi non dispongono di un reddito adeguato (sotto la soglia di povertà) o vivono con un reddito più basso rispetto alla media nazionale comportante una condizione di forte deprivazione materiale con rischio di emarginazione ed esclusione sociale.

La povertà non ha ferie. Una serie estiva ‘a puntate’, per conoscerla meglio. Primo focus: anziani

L’estate non sospende la povertà né la alleggerisce: in molti casi la aggrava, mentre l’attenzione politica e mediatica si riduce. I servizi (non tutti) restano aperti, spesso in formato ridotto: l’asfalto si infuoca e le città si surriscaldano, rendendo ancora più precaria la vita di chi non può permettersi non solo una vacanza, ma neanche di rinfrescare la propria casa. E di chi una casa non ce l’ha affatto. Il caldo non è democratico: rende evidenti, aggravandole, le diseguaglianze già esistenti.

Chi vive in alloggi inadeguati, in strutture di accoglienza o in strada trova nell’estate una minaccia concreta alla propria salute e sicurezza, non un periodo di tregua. Per questo, Alleanza contro la povertà non chiude per ferie, anzi proprio in questo periodo rafforza la propria attività di sensibilizzazione e comunicazione: lo fa attraverso una ‘serie a puntate’: ogni dieci giorni circa, un focus tematico, approfondimenti e declinazioni della povertà, da mettere al servizio dei giornalisti ma anche degli operatori dei servizi e dei decisori politici. Con qualche numero, qualche pensiero e, per ogni puntata, qualche proposta da cui ripartire a settembre.

Il primo focus (questo) è dedicato agli anziani, i più esposti non solo al caldo estivo, minaccioso per la loro salute, ma anche al rischio di isolamento in città che diventano deserti. Parleremo poi di persone con disabilità e caregiver, minori, persone senza dimora, lavoro stagionale. I numeri della povertà Intanto, ricordiamoci i numeri, quelli che dovremo sempre tenere a mente. 5.700.000 di persone in povertà assoluta (9,8% dei residenti): il livello più alto dell’ultimo decennio (Istat, dati 2024). 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta (8,4% del totale). Quasi 11.000.000 di persone (18,6%) a rischio povertà nel 2025. 1.300.000 di minori in povertà assoluta (13,8% della popolazione 0-17).

Chiusi in casa: anziani soli, caldo e povertà. La fragilità che non si vede Passiamo quindi al focus di questa prima puntata: l’estate, gli anziani e la povertà. Il caldo è un pericolo per la salute di tutti, ma per gli anziani che vivono soli e in condizioni economiche disagiate può diventare letale. Isolamento sociale e impossibilità economica di climatizzare la casa espongono gli anziani soli a un rischio che resta sommerso, ma che conosce bene chi lavora nei pronto soccorso. Secondo la Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza (SIMEU), durante i periodi di caldo intenso gli accessi ai Pronto soccorso delle grandi città aumentano in media del 1015%, soprattutto per il peggioramento di patologie croniche preesistenti più che per veri e propri colpi di calore. 

In questo contesto, la povertà energetica ha raggiunto il massimo storico: nel 2024 ha interessato 2.400.000 di famiglie, pari al 9,1% del totale. Essa colpisce soprattutto le famiglie più vulnerabili, rendendo difficile sostenere i costi per climatizzare adeguatamente l’abitazione durante le cosiddette ondate di calore.  Le buone prassi ci sono, le politiche no.

Sul territorio esistono già esperienze utili, che meriterebbero di diventare la regola invece dell’eccezione: pensiamo ai condizionatori dati in comodato d’uso alle famiglie più fragili; o ai ‘rifugi climatici’ allestiti in biblioteche, musei e altri spazi pubblici climatizzati e accessibili; o alle reti di volontari organizzate per il monitoraggio periodico degli anziani soli, con telefonate o visite durante le giornate più critiche.

Si tratta di modelli locali efficaci, ma ancora troppo frammentati e legati alla buona volontà di singole amministrazioni o realtà del terzo settore, senza un coordinamento e un finanziamento stabili su scala nazionale. A livello politico, esistono misure spot e limitate (come il decreto Bollette 21/2026) mentre mancano misure e politiche strutturali. 

Quattro proposte perché l’estate non sia nemica degli anziani. Di qui le proposte di Alleanza contro la povertà, per mettere in campo soluzioni più capaci di ridurre il rischio che l’estate e il caldo rappresentano oggi per la popolazione anziana.

● Un piano stabile e strutturale di sostegno alla climatizzazione delle abitazioni per le famiglie a basso reddito con anziani non autosufficienti, che vada oltre la buona pratica episodica e diventi un diritto esigibile su tutto il territorio nazionale. ● Il rafforzamento delle anagrafi della popolazione fragile previste dal Piano nazionale caldo, con risorse dedicate ai Comuni per renderle davvero operative e non solo previste sulla carta. ● Sostegni strutturali per gli anziani in povertà, con particolare attenzione al tema dell’alloggio, di fronte al costante innalzamento dei costi delle locazioni. ● Un’attenzione specifica al fenomeno del barbonismo domestico, che colpisce con particolare gravità gli anziani soli, aggravato dalle condizioni climatiche avverse e dalle barriere architettoniche ancora diffuse nei centri storici delle città italiane.

“La povertà è trasversale, colpisce giovani e anziani, singoli individui e famiglie, al nord come al sud come al centro Italia: d’estate, però, per gli anziani questa può diventare letale, associandosi a gravi rischi per la salute fisica, psichica e sociale, commenta Antonio Russo, portavoce di Alleanza contro la povertà. Sappiamo quanto i servizi e il terzo settore si sforzino di arginare l’emergenza, ma nell’era del riscaldamento globale, che pare inesorabile, questo non basta: la povertà è un problema strutturale e deve essere affrontata con misure strutturali, tanto più necessarie e urgenti quanto più la popolazione è fragile.

Chiediamo quindi che per le persone anziane (così come per quelle con disabilità e per i loro caregiver) che sono costrette a trascorrere l’estate in casa, siano messe in campo misure efficaci perché le mura domestiche siano una protezione e non una gabbia, come troppo spesso accade. L’estate arriva ogni anno. Ed ogni anno arriva più calda: nel 2027, non facciamoci cogliere impreparati”. 

Caritas italiana certifica che gli italiani sono sempre più poveri

“Il Report statistico di Caritas Italiana ci aiuta proprio a riconoscere quali ferite stanno diventando strutturali, quali legami si stanno assottigliando, quali domande bussano alle nostre parrocchie e ai nostri servizi chiedendo anzitutto di essere ascoltate e accompagnate. Ma ci invita anche ad avere il coraggio di pronunciare una parola pubblica sulle cause profonde che generano povertà, esclusione e disuguaglianze”: così il direttore della Caritas italiana, don Marco Pagniello, nei giorni scorsi ha presentato il Rapporto sulla situazione del Paese.

Dal Rapporto si evince che nello scorso anno sono state 282.539 le persone accompagnate, 3.520 i servizi attivi, 206 le diocesi coinvolte nella rilevazione: “Il segno di una Chiesa aperta, capace di intercettare il bisogno dentro la trama ordinaria dei territori. Anche la crescita dei presìdi parrocchiali ci dice che la povertà non è lontana, non è confinata, non è delegabile. E’ dentro i quartieri, accanto alle famiglie, nelle pieghe della nostra vita comune. Ed è proprio lì che scegliamo di incontrarla”.

Il rapporto della Caritas ha individuato tre dimensioni, di cui la più preoccupante è la durata della povertà: “L’aumento rispetto al 2024 è contenuto, pari al +1,7%, ma nell’ultimo decennio le persone accompagnate sono cresciute del 48%. Soprattutto, cresce la quota delle storie di lungo periodo: il 28,1% è seguito da almeno cinque anni e il numero medio di incontri annui per persona sale a 8,7.

Non siamo, dunque, davanti a una povertà episodica, ma a vulnerabilità che si sedimentano e chiedono tempi più lunghi, percorsi più pazienti, risposte più profonde. Quando quasi tre persone su dieci restano dentro un disagio che dura a lungo, l’emergenza ha già cambiato nome ed è diventata condizione ordinaria”.

L’altra dimensione riguarda il lavoro: “La povertà economica coinvolge il 78,1% degli assistiti e i problemi occupazionali il 44,2%, ma il dato che più interroga è quel 24% di persone occupate tra coloro che chiedono aiuto. In dieci anni gli occupati seguiti da Caritas sono quasi raddoppiati in termini di incidenza; nello stesso tempo, le famiglie con minori restano il 52% del totale e oltre due terzi degli assistiti possiedono un titolo di studio pari o inferiore alla scuola secondaria di primo grado. Il lavoro, insomma, non coincide più automaticamente con la possibilità di una vita dignitosa”.

Di conseguenza la terza dimensione riguarda le fragilità: “La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone accompagnate; la fragilità sanitaria il 16,1%; gli over 65 sono il 15,4%; quasi un assistito su tre vive da solo. Tra le persone con fragilità sanitaria, quasi sei su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno, e quando è presente una sofferenza mentale la quota sale al 78,7%. Povertà, salute, casa, solitudine non sono capitoli separati, ma dimensioni di una stessa frattura che attraversa il Paese”.

Nello scorso anno la Caritas ha accompagnato 282.539 persone, numero che corrisponde ad altrettanti nuclei familiari poiché l’intervento mira sempre a rispondere ai bisogni dell’intero nucleo: è il livello più elevato di tutti gli anni dei report effettuati dalla Caritas, tantoché rispetto al 2024 c’è una crescita del +1,7%. Quindi in 10 anni il numero di persone accompagnate è cresciuto del +48%.

L’incremento più consistente si registra nel Nord Italia (+61,8) ed il numero medio di assistiti per centro si attesta intorno a 80 persone, in lieve calo rispetto al 2024 (83 persone), una diminuzione dovuta ad una maggiore diffusione territoriale dei punti di ascolto parrocchiali che dimostrano un progressivo rafforzamento del welfare di prossimità. Il Nord concentra la quota più elevata di persone accompagnate dalla rete Caritas e registra anche il carico medio più alto per servizio: quasi 100 assistiti per centro, con punte di 150 in Liguria e 106 in Piemonte-Valle d’Aosta.

Nel Mezzogiorno e nel Centro il numero medio di utenti per struttura risulta invece più contenuto (rispettivamente 72,8 e 65,5), pur con alcune eccezioni significative come la Calabria (116,9), la Sardegna (108,7) e la Campania (95), dove i livelli di presa in carico si attestano su valori superiori alla media delle rispettive aree. Complessivamente l’aiuto della rete Caritas ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e circa il 12% delle famiglie in povertà assoluta.

Le famiglie con figli continuano a rappresentare il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% ha figli minori, pari a circa 147mila nuclei ai quali corrisponde un numero almeno equivalente di bambini e ragazzi in ristrettezza economica supportati dalla rete Caritas. L’età media delle persone aiutate sale a 48 anni (era 46 due anni fa). Tra gli italiani raggiunge i 55 anni, mentre tra gli stranieri si ferma a 43. Particolarmente significativa la crescita degli anziani: gli over 65 rappresentano oggi il 15,4% del totale, contro il 7,7% di dieci anni fa: +191% in termini assoluti.

Diversamente dal passato, poi, il lavoro non è più un antidoto sufficiente contro la povertà: quasi la metà degli assistiti risulta disoccupata (47,3%), ma il 24% ha un lavoro, che però non garantisce risorse sufficienti per vivere dignitosamente. E’ il lavoro povero, che coinvolge soprattutto le fasce centrali dell’età lavorativa ( 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni). Dieci anni fa gli occupati rappresentavano appena il 13,3% degli assistiti.

Accanto ai problemi economici, ci sono quelli relativi alla casa, alla salute, alla solitudine: nel 2025 il 55,6% delle persone accompagnate cumula almeno due ambiti di bisogno, il 30,6% tre o più. Questo dimostra quanto  la povertà sia un fenomeno multidimensionale, come emerge anche dalla varietà di interventi della rete Caritas. Inoltre nella ‘classifica’ degli interventi, al secondo posto dopo le erogazioni di beni e servizi materiali, c’è quello dell’alloggio: nel 2025 la vulnerabilità abitativa coinvolge infatti il 34,9% delle persone seguite (era il 33% nel 2024): il 23,1% vive condizioni di grave esclusione abitativa (senza casa, senza tetto o in sistemazioni di emergenza), mentre l’11,8% fatica a sostenere i costi dell’abitazione tra affitti, utenze e spese domestiche. La grave esclusione abitativa è più alta nel Nord-Est (31,5%), mentre le difficoltà di gestione della casa risultano più diffuse nelle Isole (16,4%) e nel Nord-Ovest (14,9%).

Molto richiesto anche l’aiuto sanitario: anche curarsi per molti è difficile, se non impossibile: nello scorso anno il 16,1% degli assistiti (oltre 44.000 persone) presenta una fragilità sanitaria legata a malattie croniche, disabilità, problemi di salute mentale o condizioni di salute aggravate dalla povertà e dall’esclusione sociale. Numeri particolarmente alti in Basilicata, dove la quota raggiunge il 32,1%.

Tra le persone accompagnate da Caritas nel 2025, quasi una su tre (32,9%) vive da sola, a fronte di un’incidenza nazionale del 19,9% e con una crescita di quasi il 10% rispetto a 10 anni fa (23,8%).  La solitudine dilaga nel nostro Paese e colpisce pesantemente, accompagnandosi spesso a una crescita dei bisogni. In termini assoluti, le persone sole che si sono rivolte ai Centri di ascolto sono aumentate del 74,9%, a fronte del 48% dell’utenza complessiva.

Anche la solitudine è una fragilità multidimensionale: riguarda infatti spesso persone anziane (54,3 anni l’età media, contro i 48 anni dell’utenza complessiva), più frequentemente separate, divorziate o vedove e spesso con redditi molto bassi. Oltre un terzo (35,2%) presenta infatti un Isee inferiore ad € 3.000 e meno di un quinto (17,9%) ha un’occupazione.

Il dato più significativo riguarda l’accumulo delle difficoltà: quasi 6 persone sole su 10 (59,9%) sperimentano forme di povertà multipla, una quota più che doppia rispetto a chi vive in nuclei con due o più componenti (28%). Alle difficoltà economiche si associano infatti più frequentemente problemi sanitari, abitativi e di autonomia personale.

Solidarietà senza confini: Caritas sant’Antonio ha investito € 3.800.000 nel mondo

In un’epoca segnata da quella che papa Leone XIV definisce nell’Esortazione Apostolica ‘Dilexit te’ come la ‘nuova tirannia’ dei mercati che generano esclusione, Caritas sant’Antonio ETS risponde con una fotografia del valore concreto: 122 progetti realizzati in 40 Paesi, con un investimento complessivo di oltre € 3.800.000.

E’ questo il Bilancio sociale dell’ente nel 2025 giunto alla sua quarta edizione: un ampio documento con cui Caritas sant’Antonio racconta l’identità e l’operato dell’organizzazione non profit, nata dall’antica tradizione francescana del ‘Pane dei Poveri’ ed oggi evolutasi in un moderno Ente del Terzo Settore. Il Bilancio sociale delinea una struttura chiara che spazia dalla storia istituzionale alle strategie d’impatto, evidenziando la transizione normativa del Terzo Settore per l’iscrizione al Registro Unico Nazionale, comportando così l’integrazione di nuove sedi operative.

Se il payoff di Caritas sant’Antonio è essere con gli ultimi, là dove non c’è speranza, la missione centrale si fonda sullo Sviluppo Umano Integrale, con l’obiettivo di trasformare i soggetti vulnerabili in protagonisti del proprio futuro attraverso interventi globali su salute, istruzione e diritti umani. In un contesto segnato da crescenti povertà multidimensionali e crisi umanitarie, il documento funge da strumento di trasparenza e rendicontazione, ribadendo l’impegno di Caritas nel contrastare l’esclusione sociale sia nelle periferie del mondo che nel territorio italiano.

Con la quarta edizione del Bilancio Sociale si consolida un percorso di trasparenza verso gli stakeholder, mentre l’integrazione operativa di Missioni Francescane Emilia Romagna di Bologna e Casa Amica Como, testimoniano un ente che cresce professionalmente per onorare il mandato secolare di ‘Vangelo e Carità’. Non si tratta di fare beneficenza, ma di compiere una scelta di campo per la dignità umana in un mondo che tende a scartare i più deboli.

La rinnovata struttura organizzativa di Caritas sant’Antonio, capace di trasformare la devozione antoniana in impatto misurabile, permette di lanciare la sfida più ambiziosa per il 2026: una clinica oculistica mobile per contrastare la cecità evitabile nel cuore della savana. Questa rete capillare, che unisce l’efficienza gestionale alla missione evangelica, è il presupposto per l’avvio del ‘Progetto 13 Giugno 2026’, volto a colmare un gap sanitario drammatico in Benin.

Il Bilancio sociale di Caritas sant’Antonio è stato presentato questa mattina da fra Valerio Folli (direttore di Caritas sant’Antonio ETS), fra Antonio Ramina (rettore della Basilica del Santo), dott.ssa Monica De Angeli (Direttrice della Comunità San Francesco di Monselice – PD) e fra Giancarlo Zamengo (direttore generale del ‘Messaggero di sant’Antonio’), nell’incontro ‘Dalla gente per la gente, Caritas sant’Antonio incontra la città’ nell’ambito del Giugno Antoniano 2026.

Nel 2025 Caritas sant’Antonio ha rafforzato la sua rete operativa e strategica. Con l’inserimento nel RUNTS delle sedi operative secondarie di Bologna, Missioni Francescane Emilia Romagna (MIFRER) e di Como, Casa Amica di Como: le attività di beneficenza e caritative dei Frati Minori Conventuali della Provincia Italiana Sant’Antonio di Padova sono state riunite sotto un unico ETS. Fondamentale resta la sinergia con il ‘Messaggero di sant’Antonio’ per promuovere la raccolta fondi a sostegno delle missioni francescane nel mondo.

Inoltre, a livello nazionale, ha visto lo scorso anno un potenziamento del Fondo ‘Pane di sant’Antonio’, con investimenti mirati verso le crescenti indigenze nel Centro-Sud Italia, con uno stanziamento totale di € 150.000 per sostenere le famiglie italiane in difficoltà (contributi fino a 700 euro al mese per affitto, utenze e spese sanitarie, spese scolastiche e borse lavoro).

Oltre alle povertà economiche, l’impegno si estende alle fragilità umane: restano centrali il sostegno ai centri per disabilità e dipendenze e la creazione di spazi di aggregazione polifunzionali per giovani e minori. Una solidarietà che, nel nome del Santo, unisce l’assistenza immediata alla promozione sociale nelle periferie geografiche ed esistenziali.

La strategia operativa di Caritas sant’Antonio nel 2025 ha privilegiato l’efficacia della prossimità: il 41% degli interventi è costituito da microprogetti, gestiti in collaborazione con partner laici e religiosi locali. Questa scelta garantisce che le risorse arrivino direttamente alle comunità senza disperdersi in costi burocratici, permettendo un monitoraggio costante e una rendicontazione puntuale.

Gli ambiti in cui ha operato Caritas sant’Antonio sono per il 41% la promozione umana (Formazione professionale, microcredito e agricoltura sociale per l’autosufficienza), per il 29% l’istruzione (contrasto alla povertà educativa, borse di studio e edilizia scolastica), per il 25% salute e igiene (infrastrutture sanitarie, dispensari e servizi igienici rurali), per il 4% contrasto alla povertà in Italia (sostegno al reddito e bisogni primari tramite il Fondo ‘Pane di sant’Antonio’).

L’attività ha raggiunto 40 Paesi, con una presenza predominante nel continente africano: Africa (20 Paesi e 66 progetti): dal Benin al Sudafrica, con focus sulla Repubblica Democratica del Congo e il Burkina Faso; America Latina (10 Paesi e 22 progetti): interventi in contesti di fragilità sociale dal Venezuela al Paraguay; Asia (6 Paesi e 17 progetti): progetti di sviluppo rurale e istruzione tra India, Filippine e Myanmar; Europa (4 Paesi e 12 progetti): Italia, Polonia, Romania e Turchia (la Tracia, detta anche Turchia Europea)

Entrando nel dettaglio dei dati, nel 2025 Caritas sant’Antonio ETS ha sostenuto 122 progetti (il 60% delle 203 richieste pervenute) in 40 Paesi del mondo. Da segnalare che nel complesso le richieste di progetto sono aumentate dell’88% rispetto al 2024). Il totale dei fondi erogati supera € 3.800.000, che hanno raggiunto 454.574 beneficiari.

Nel 2025 è stata data priorità all’Africa, che più di altri continenti soffre per il contesto internazionale tra guerre e carestie;  è qui che si è concentrato il maggior numero di interventi: 66 progetti in 20 Stati, che raggiungono l’88% dei beneficiari totali. La Repubblica Democratica del Congo è stato il Paese con più realizzazioni (22 progetti), afflitto nella sua storia da lunghissimi conflitti armati, l’ultimo dei quali si è riacceso nel 2022, causando una catastrofe umanitaria con milioni di sfollati.

In generale gli interventi di Caritas sant’Antonio nel mondo si sono concentrati su sanità, igiene e nutrizione (30 progetti), scuola (29 progetti) e promozione umana (24 progetti), ovvero progetti comunitari di varia natura, dalla formazione ai diritti e al lavoro, al superamento di alcuni fattori che causano povertà.

Tra i beneficiari in particolare sono stati sostenuti bambini e adolescenti (34% dei progetti) e donne (24% dei progetti), così distribuiti: 399.882 in Africa, 39.411 in America Latina, 12.399 in Asia e 2.882 in Europa. Sono state sostenute in particolare le popolazioni e le comunità delle aree rurali 94,8% (es. villaggi e parrocchie che non hanno accesso ai servizi minimi, come sanità, educazione e formazione lavorativa).

Complessivamente, nel 2025 gli ambiti in cui l’ETS francescana è intervenuta prevalentemente sono stati: sanità, igiene e nutrizione (30 progetti), scuola (29 progetti) e promozione umana (24 progetti), ovvero progetti comunitari di varia natura, dalla formazione ai diritti e al lavoro, al superamento di alcuni fattori che causano povertà.

In Italia, la povertà non è più un dato congiunturale ma strutturale, colpendo il 9,8% della popolazione (5.700.000 persone). Secondo gli ultimi dati Istat (pubblicati il 14 ottobre 2025) il 9,8% della popolazione italiana vive in povertà assoluta: oltre 5.700.000 persone e di 2.200.000 famiglie (l’8,4% dei nuclei familiari), con un incremento drammatico del 43,3% negli ultimi dieci anni. Ad essere più a rischio sono minori per un 13,8%, anziani (over 65), nuove vulnerabilità come i cosiddetti working poor (lavoratori con salari insufficienti), le famiglie numerose e i nuclei in cui le tutele sociali ed economiche sono venute a mancare.

Caritas sant’Antonio ha risposto potenziando il Fondo di solidarietà ‘Pane di sant’Antonio’, destinando nel 2025 risorse crescenti soprattutto alle comunità francescane del Centro-Sud della Penisola per contrastare gli effetti della crisi economica e sociale. L’intervento non si limita alla distribuzione di cibo, ma affronta la crisi degli working poor, coprendo spese per affitti, bollette e materiale scolastico. Lontano dalle logiche del semplice assistenzialismo una tantum, il progetto è orientato alla tutela dei nuclei familiari in precario equilibrio economico, con una priorità per quelli in cui sono presenti figli minori.

Tel. 049 8603310, da lunedì a venerdì dalle 9.00 alle 13.00 – segreteria.caritas@santantonio.org- www.caritasantoniana.org.

Sul sito è possibile consultare la mappa degli interventi, le schede dei singoli progetti, sostenerli e seguirne l’evoluzione. La realizzazione dei progetti è stata possibile grazie all’aiuto concreto dei molti devoti di sant’Antonio sparsi in tutto il mondo e agli abbonati delle varie edizioni del «Messaggero di sant’Antonio», nazionali ed estere. A loro va il ringraziamento di tutti coloro che operano a vario titolo in Caritas sant’Antonio.

Periferie: nelle grandi città un/a minore su dieci vive nelle aree più fragili

Nelle grandi città, nascere e crescere in un quartiere piuttosto che in un altro fa la differenza.  Bambini, bambine e adolescenti che vivono nelle aree vulnerabili sono più esposti al rischio di povertà e di dispersione scolastica e hanno minori opportunità di accesso a spazi verdi e servizi      ricreativi, con conseguenze sulle possibilità di futuro di ciascuno/a di loro: è quanto è emerso dalla ricerca ‘I luoghi che contano’ pubblicata da Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.

Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un/a minore su dieci (il 10,3%, pari a circa 142.000 minorenni) vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (ADU). In queste aree (158 in totale individuate da ISTAT) il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa. Il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado (più di uno/a su sette) ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media del 7,6% dei comuni delle città metropolitane; il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio dispersione implicita (10 punti percentuali in più della media dei comuni dell’11%); più di un 15-29enne su 3 (35,6%) non studia e non lavora, rispetto al 22,9% della media dei comuni (+12,7 punti percentuali).

Condizioni di fragilità evidenziate dall’analisi dei dati ufficiali, ma confermate anche da un’indagine campionaria inedita dell’Organizzazione, secondo la quale al 16,7% di studentesse e studenti dell’ultimo anno delle scuole secondarie di primo grado all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili nelle grandi città è capitato di non disporre del materiale scolastico necessario a inizio anno (rispetto al 10,5% degli alunni delle scuole delle altre aree) e al 17,3% di non partecipare a una gita scolastica per motivi economici (contro il 7,6%). Inoltre, solo il 36,5% pensa che si iscriverà al liceo, 30 punti percentuali in meno rispetto al 66,9% di studentesse e studenti degli altri quartieri, a testimonianza del peso delle disuguaglianze sulle loro scelte.

A pesare è anche lo stigma che avvertono: quasi la metà degli studenti delle periferie vulnerabili (49,1%) ritiene che il proprio quartiere sia giudicato negativamente dagli altri, contro il 29,5% dei ragazzi delle altre aree. Chi vive ai margini sperimenta anche una maggiore percezione di pericolo: solo una ragazza su due (51,9%) si sente al sicuro, contro il 75% delle studentesse di aree meno marginali.

I ragazzi che frequentano scuole in zone fragili dichiarano di sentirsi felici (78,4%) e liberi (75,3%) e mostrano un senso di appartenenza forte nei confronti del proprio quartiere, facendo anche proposte chiare per migliorarlo: servizi di pulizia e raccolta rifiuti migliori (54,2%), più spazi di aggregazione per ragazze e ragazzi (32,6%), campetti e/o palestre (26%) e parchi più curati (27,9%).

Nei 14 comuni capoluogo delle città metropolitane italiane un/a bambino/a su dieci (10,3%) vive nelle 158 Aree di disagio socioeconomico urbano (ADU) mappate da ISTAT. In totale sono circa 142mila. Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo ospitano quasi il 73,5% dei minori che vivono nelle ADU. La sola città di Roma poco più di un quinto, più di 30.000 0-17enni.

Le aree vulnerabili si confermano le vere ‘periferie dei bambini’: qui infatti c’è una maggiore concentrazione di 0-17enni rispetto alla media dei comuni delle città metropolitane (16,7% contro 14,8%). E ci sono anche più neonati: i bimbi e le bimbe con meno di un anno sul totale della popolazione sono pari allo 0,71% nelle ADU rispetto a una media cittadina dello 0,64%.

Nei quartieri fragili il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa (con un reddito disponibile equivalente inferiore al 60% della mediana nazionale), oltre 17 punti percentuali in più rispetto al 25% della media dei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane. Le disuguaglianze più marcate si registrano nel Sud e nelle Isole: a Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle ADU contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%.

Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali). Più contenuto lo scarto a Firenze, il28,1% a fronte di una media cittadina del 17,4% (+10,7 punti percentuali), mentre a Roma è del 37,2% nelle ADU contro il 20,9%.

E’ sul piano educativo che si registrano le maggiori disuguaglianze tra ragazze e ragazzi tra i vari quartieri della stessa città, dove si arrivano a registrare divari pari a quelli tra Nord e Sud del Paese. Secondo un’elaborazione ISTAT per Save the Children, nelle aree svantaggiate il 15,4% degli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o ripetuto l’anno scolastico, una percentuale doppia rispetto alla media complessiva dei comuni capoluogo (7,6%).

Il divario più ampio (13,8 punti percentuali) si registra nella città di Venezia, dove gli studenti che hanno abbandonato gli studi o hanno ripetuto l’anno nelle ADU raggiunge il 21,7%, mentre la media cittadina si ferma al 7,9%. Differenze significative anche a Napoli (18,1% nelle ADU contro 9,8% della media cittadina) e a Cagliari (18,9% contro 9,7%). Distanze più contenute a Roma (10,8% contro 5,3%), mentre a Milano l’incidenza passa dal 14,3% al 7,6%.

Un’elaborazione dei dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito realizzata dall’Organizzazione evidenzia inoltre che tra gli studenti della secondaria di I grado che frequentano scuole all’interno o in prossimità delle aree fragili, il 3,8% ha ripetuto l’anno scolastico, contro l’1,6% nel resto del comune; alla scuola secondaria di II grado si tratta del 6,2%, rispetto al 4,7% nel resto della città.

Pur non potendo assumere un carattere predittivo, è interessante notare come sia quasi doppio anche il rischio di dispersione implicita in terza media, al 20,8% nelle scuole nelle ADU o in prossimità rispetto alla media delle città metropolitane dell’11%. Disuguaglianze molto ampie a Bologna, dove il rischio di dispersione implicita alla fine delle scuole medie per chi frequenta una scuola nelle ADU o in prossimità raggiunge il 23,1%, rispetto a una media cittadina di appena il 6%, a Milano (21,1% contro 6%) e Firenze (22,2% contro 9%). Divari molto marcati anche a Reggio Calabria (21,9% contro 9,3%), Torino (20,9% contro 9,1%), Cagliari (21,9% contro 10,1%) e Venezia (16,7% contro 6,6%).

I luoghi di incontro degli studenti cambiano in base al contesto territoriale: nelle aree meno fragili per 2 su 3 (64,3%) la casa è il luogo d’incontro primario, seguita da piazze (56,7%) e aree verdi (50,7%); nelle aree periferiche, invece, i principali spazi di socialità sono piazze (56,8%) e spazi verdi (46,3%) mentre la casa ha un ruolo più marginale (41,4%).

La maggior parte degli studenti apprezza il proprio quartiere, anche se risulta meno soddisfatto chi vive nelle aree fragili (76,2% contro l’87,2%), dove i ragazzi inoltre riscontrano più spesso minore presenza di spazi verdi (78,1% contro l’89,3%), maggiore diffusione di rifiuti e sporcizia (67,4% contro il 63,8%) e più segnali di degrado, come edifici danneggiati (59% contro il 52,1%) o luoghi abbandonati (42,3% contro il 37,3%).

Gli studenti e le studentesse delle aree fragili sanno di essere giudicati per il luogo in cui vivono: quasi la metà di loro infatti ritiene che il proprio quartiere sia visto e giudicato negativamente dagli altri (49,1% contro 29,5%). Inoltre – a prescindere dal contesto di appartenenza – circa un alunno su tre (31,8%) ha assistito a prese in giro a danno di coetanei per il quartiere di provenienza (35,1% tra chi vive in aree periferiche, 30,5% tra gli altri).

Analizzando tali dati Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children, ha affermato: “152.000 bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città, dove spesso sono costretti a confrontarsi con gravi disuguaglianze socioeconomiche e territoriali. Per questo abbiamo voluto dedicare ‘Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza’ al tema delle periferie. E’ proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro. Non sono più rinviabili interventi strutturali capaci di rimuovere gli ostacoli che limitano ingiustamente le opportunità dei minori e di contrastare la povertà educativa.

Serve una strategia nazionale di rigenerazione urbana, dotata di risorse certe, che guardi ai territori con una ‘lente generazionale’, mettendo in rete realtà diverse e interventi complementari e valorizzi il potenziale dei giovani e delle comunità locali. E, come ci chiedono per primi i ragazzi, sono necessari più spazi pubblici dedicati a loro. In quest’ottica è fondamentale istituire presìdi socio-educativi nei territori più fragili: luoghi accessibili, sicuri e accoglienti, attivi durante tutto l’anno, dove ragazze e ragazzi possano partecipare, contribuendo anche alla programmazione, ad attività culturali, sportive, artistiche e ricreative, e ricevere supporto educativo, psicologico e sociale. Luoghi che offrano possibilità di crescita e di futuro”.

Primo maggio, il lavoro chiama la pace

“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.

Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.

Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.

Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.

Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.

Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?

“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.

Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.

Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni,  istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.

(Tratto da Aci Stampa)

Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle

“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’.

Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquanta anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di san Damiano in Assisi. Nei loro ricordi i compagni di san Francesco informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche ‘alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni’.

Rimasto nascosto per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle ‘parole con melodia’ nella ‘Compilatio assisiensis’ ed un testo che nel 1941 era stato edito già da p. Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie. Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.

A suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci il motivo per cui tale testo è stato ritrovato nell’archivio di un monastero veronese: “Chiara nel suo Testamento racconta che Francesco le esortò all’amore e all’osservanza della povertà con molti discorsi e con gli esempi della sua vita e anche consegnando loro molti scritti: di questi ‘pluria scripta’, di cui speriamo possano venire alla luce ed essere scoperti in archivi e biblioteche altri che per ora non conosciamo, fa parte il nostro testo, che evidentemente era circolato ed era stato copiato e tramandato.

Vivente ancora Francesco e poi nei decenni successivi alla sua pasqua, anche nel territorio dell’allora Marca Trevigiana l’ideale evangelico dei due santi assisani si era diffuso, rispondendo ai desideri di un movimento femminile con slanci penitenziali e pauperistici che quasi capillarmente si era irradiato nell’Italia centro settentrionale e nel nord Europa e che nell’esperienza damianita di Chiara e sorelle poteva trovare collocazione giuridica e approvazione ecclesiali.

Al 1226, cioè all’anno della morte di Francesco, risale il primo insediamento in Verona, intitolato a santa Maria, di sorelle che avrebbero seguito la forma di vita delle ‘povere signore della Valle di Spoleto o Tuscia’, disciplinata dalla Chiesa, che nell’esperienza di Chiara e nella fama della sua santità trovava un centro intorno a cui unificare e uniformare diverse realtà femminili. Dal 1263 la regola di papa Urbano IV sancisce la nascita dell’Ordine di santa Chiara, di cui la comunità veronese farà parte.

Attraversando le vicissitudini dei secoli, finalmente nel 1966 le sorelle si trasferirono sulle colline veronesi, a Novaglie. Qui nell’archivio del monastero è conservato il codice pergamenaceo del XIV secolo contenente insieme ad alcuni testi latini l’Audite, poverelle con due miniature, miracolosamente sfuggito alle soppressioni napoleoniche e al conseguente sequestro di codici e pergamene appartenenti originariamente alla biblioteca monastica. Solo nel 1977 dopo un oblio durato sette secoli ritornava alla luce l’esortazione di Francesco alle povere dame di San Damiano, di cui si conosceva il contenuto attraverso le biografie, ma di cui non c’erano tracce manoscritte.

Per quale motivo santa Chiara scrisse una regola?

La Regola clariana fu confermata da papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, due giorni prima del transito della santa, che desiderò ardentemente vedere approvata dalla Sede Apostolica quella che ella definì ‘Forma di vita (forma vitae) dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco’, assegnandone al beatissimo padre la paternità, almeno indiretta. Chiara e le prime compagne avevano accolto per le mani di Francesco, probabilmente intorno agli anni 1212-1213 la Forma vivendi (forma del vivere), riportata poi nel capitolo VI della ‘Forma Vitae’ insieme all’Ultima voluntas, scritta dal serafico padre poco prima della sua morte. Ma l’esperienza di san Damiano si inseriva, come già accennavamo, in un tempo di grande fermento evangelico e in un più ampio ed eterogeneo movimento femminile con aspirazioni pauperistiche, che la Sede Apostolica cercò di organizzare in un nuovo ordine, che nel corso degli anni trenta del Duecento prenderà il nome di Ordine di San Damiano nel tentativo di unificare le varie esperienze intorno alla figura di Chiara.

L’Ordine viveva secondo una ‘Forma vitae’ redatta dall’allora cardinale Ugo (nel 1227 divenne Papa col nome di Gregorio IX), che comprendeva inizialmente un capitolo circa il divieto di avere possessioni. Probabilmente prima del 1226 anche il monastero di San Damiano entrò a far parte di questa realtà pur differenziandosene proprio per il rapporto con Francesco e la sua fraternitas. Quando il capitolo in questione venne eliminato, Chiara si oppose fermamente e nel 1228 ottenne da papa Gregorio IX il ‘Privilegio di povertà’, col quale la comunità di San Damiano non poteva essere costretta a ricevere possessioni, volendo aderire in tutto alle orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita.

Tale Privilegio confluirà nella ‘Forma Vitae’ clariana al cosiddetto capitolo VI. Successivamente, nel 1247 ci fu da parte dell’allora papa Innocenzo IV il tentativo di consegnare all’Ordine una nuova Regola, che però vide il rifiuto categorico non solo di Chiara ma dell’intero Ordine. A questo punto è plausibile supporre che Chiara insieme alle sue sorelle abbia voluto redigere una sua regola, non scritta per così dire a tavolino, ma che nasceva dalla loro esperienza. Grande era il desiderio che la Chiesa Romana riconoscesse con la sua approvazione ‘la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il vostro beato padre san Francesco vi consegnò a voce e in scritto’ (Bolla di papa Innocenzo IV)”.

A distanza di 800 anni quale è l’attualità di questo testo?

“Queste ‘parole con melodia’ descrivono realisticamente la nostra vita e quella della Chiesa, che fino alla fine dei tempi saranno tessute di infermità e di povertà di varia natura, di tribolazioni, di eventi che necessitano di essere letti con discernimento, con criteri evangelici e non mondani. Ed insieme consegnano ad ogni cristiano uno sguardo illuminato dallo Spirito, richiamandoci all’orizzonte del Regno dei cieli in un tempo in cui forse rischiamo di attendere dal mondo ciò che esso non può darci e di appiattire nel qui e ora dell’esistenza terrena il desiderio di infinito che ci abita.

Ci ricordano che abbiamo un Padre, che ci ha chiamati alla vita e ci chiama alla pienezza della sua Vita divina in Cristo nella Chiesa. Ci ricordano che tutto è dono, anche la ricompensa per la ‘fatiga’ sopportata: non si tratta infatti primariamente dei nostri meriti, ma della pace che il Risorto offre, frutto della Resurrezione e del suo Spirito. Egli infatti ci coronerà di grazia e di misericordia. Ci ricordano la nostra condizione di poveri, bisognosi di una salvezza, che non possiamo darci da noi, come forse un po’ pelagianamente vorremmo.

E finalmente ci ricordano che, secondo il principio di incarnazione, solo nel qui e ora dell’esistenza, nelle pieghe e nelle piaghe di cui è composta, possiamo incontrare il Re della gloria che tutto si dà e ci dà nella creazione e in ogni creatura, che di Lui portano ‘significazione’. La letizia e la gioia francescane nascono e si nutrono di questa Presenza, da cui nulla potrà separarci. E se di nulla possiamo gloriarci, perché tutto abbiamo ricevuto dal ‘Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita, che ci ha creati, redenti e ci salverà per sua sola misericordia’, non di meno ‘in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo’, come è scritto nelle Ammoizioni”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità

“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.

Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:

le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.

Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.

Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.

E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.

Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.

E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.

E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.

Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a combattere la povertà

“Saluto il Presidente, i Dirigenti e tutti voi, dipendenti dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, compresi quanti sono collegati via internet dalle sedi locali. Il vostro è un ruolo sociale e istituzionale importante, che vi chiama a farvi carico dei bisogni di molte persone fragili attraverso meccanismi di equa distribuzione della ricchezza, con un’attenzione particolare alle situazioni di criticità. Ciò vi dà la possibilità di agire in modo efficace nella promozione di una responsabilità sociale che coniughi sviluppo economico e coesione comunitaria, orientando le scelte al bene comune”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto i dirigenti dell’Inps con l’invito agli enti assistenziali di ‘non dimenticare l’uomo’ e ad impegnarsi nella difesa del lavoratore e della dignità umana.

Nel discorso il papa ha evidenziato l’aumento della povertà: “Nel mondo c’è complessivamente molta ricchezza, tuttavia i poveri aumentano. Molte centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta sono immerse nella povertà estrema e non dispongono di cibo, alloggio, assistenza medica, scuole, elettricità, acqua potabile e servizi sanitari indispensabili. Eppure ci sono ricchezze sproporzionate che rimangono nelle mani di pochi”.

Per questo il papa ha criticato questo meccanismo: “e’ uno scenario ingiusto, di fronte al quale non possiamo non interrogarci e non impegnarci a cambiare le cose. Non esiste un determinismo che ci condanni alla sperequazione. Alla base delle disparità non c’è una mancanza di risorse, ma la necessità di affrontare problemi risolvibili relativi a una loro più equa distribuzione, da realizzare con senso morale e onestà”.

Quindi ha sottolineato la funzione dell’Inps: “In questo ambito, in Italia, un ruolo di attore principale va senza dubbio riconosciuto al vostro Istituto, che orienta la sua opera in diverse direzioni, attuando politiche previdenziali generative e di effettivo sviluppo sociale, a partire dalla tutela dei più deboli e dall’investimento sui giovani. Per questo, pur di fronte alla necessità di garantire la sostenibilità del sistema, il vostro impegno deve essere sempre volto anche a salvaguardarne il tessuto solidaristico e l’equità, sia a livello pensionistico che di accompagnamento del lavoratore durante il suo percorso professionale”.

In precedenza il papa ha ricevuto i vescovi della Chiesa caldea di Baghdad con le parole di sant’Efrem: “La vostra Chiesa affonda le sue radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero romano, sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario, fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà”.

Per questo ha ricordato anche le sofferenze di questa Chiesa: “La vostra storia è gloriosa, ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova”.

Ecco il motivo della vicinanza del papa: “Alla luce degli eventi che, negli ultimi anni, hanno segnato la vostra Chiesa, avverto con particolare intensità la responsabilità del momento che state vivendo. E vorrei dirvi: sono con voi. Le prove che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel cuore e per il quale prego”.

E’ un invito ad essere un segno di speranza: “Fratelli, siete segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi”.

Quindi di nuovo un monito contro la guerra: “Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli”.

(Foto: Santa Sede)

“I volti della povertà in carcere”: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile

Si è svolta nei giorni scorsi la conferenza stampa di presentazione della mostra ‘I volti della povertà in carcere’, che sarà ospitata sino a domenica 12 aprile all’Oratorio del Gonfalone di Fabriano. L’esposizione è tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.

L’evento è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. La mostra offrirà ai visitatori uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.

Durante la conferenza stampa sono intervenuti Maurizio Serafini, Assessore alla Comunità e alla Solidarietà del Comune di Fabriano, Gianluigi Farneti, Direttore Caritas diocesana, Massimo Stopponi del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Fabriano, Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza e Gabriele Cinti, Referente del progetto ‘Confini umani’.

L’assessore alla comunità e alla solidarietà sociale del Comune di Fabriano, Maurizio Serafini, ha evidenziato che l’amministrazione comunale è particolarmente attenta alle persone che escono dal carcere. Ha inoltre ringraziato la Società di San Vincenzo De Paoli per la struttura di prima accoglienza via Mamiani che ospita persone senza fissa dimora, di cui circa il 20% sono ex detenuti.

Infine, ha rilevato le difficoltà che molte associazioni di volontariato incontrano nel reperire persone disponibili a dedicare una parte del proprio tempo agli altri, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore sensibilizzazione e partecipazione della comunità.

Il direttore della Caritas diocesana, Gianluigi Farneti, ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti un’occasione preziosa per coinvolgere l’intera comunità — anziani, adulti e giovani — avvicinandola a una realtà spesso poco conosciuta e restituendo attenzione e visibilità a un’umanità troppo frequentemente dimenticata. Ha evidenziato inoltre che il progetto si inserisce in un impegno più ampio volto a costruire un legame vivo tra carcere e comunità, favorendo il dialogo, l’inclusione e la diffusione di una cultura della dignità, promossa quotidianamente anche dalla Caritas su tutto il territorio nazionale.

A seguire, Massimo Stopponi ha richiamato il significato dell’iniziativa, inserendola nella tradizione di impegno della Società di San Vincenzo De Paoli verso il mondo carcerario, ispirata a San Vincenzo De Paoli e al beato Federico Ozanam, che già dalle origini includeva tra le opere di carità il sostegno ai detenuti e alle loro famiglie.

Questo impegno continua attraverso azioni concrete rivolte a detenuti ed ex detenuti con percorsi educativi, iniziative culturali e progetti di reinserimento sociale, accompagnati da una costante attività di formazione dei volontari.

Proprio nelle Marche, dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, si è svolto il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’. Il corso si è concluso il 14 febbraio ad Ancona e ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane, di cui due terzi dalle Marche. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni e circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli. Il percorso ha avuto anche una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei contenuti formativi. I volontari formati saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio.

L’attenzione verso le persone più fragili prosegue anche nella Casa di prima accoglienza di via Mamiani dove vengono accolti stabilmente anche ex detenuti che incontrano difficoltà nel reinserimento sociale. Pur in assenza di dati precisi, si stima che rappresentino circa il 20% degli ospiti.

Nel suo intervento, Antonella Caldart ha sottolineato come la mostra nasca dall’esperienza diretta nei luoghi della detenzione, restituendo attraverso immagini e racconti un’umanità fatta di volti, gesti e frammenti di vita. Ha evidenziato che il carcere non è solo spazio di pena ma luogo in cui convivono sofferenza, relazioni e possibilità di cambiamento, che coinvolgono non solo i detenuti ma anche gli operatori.

Caldart ha richiamato con forza il tema della dignità della persona, ribadendo che la pena non deve trasformarsi in una “pena dell’anima”, ma mantenere una prospettiva educativa e di reinserimento, in linea con i principi costituzionali. Ha inoltre ricordato come, in assenza di reali percorsi di recupero, il rischio di recidiva resti elevato, sottolineando l’importanza di investire su accompagnamento e inclusione.

Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il valore del volontariato, descritto come presenza concreta e relazione autentica: un impegno che si realizza nell’ascolto, nelle attività in carcere e nel sostegno alle persone anche fuori, insieme alle loro famiglie. In questo senso, la mostra è stata indicata come uno strumento capace di favorire conoscenza e incontro, superando pregiudizi e stigmatizzazioni.

Durante il periodo di esposizione della mostra sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.

Gabriele Cinti, referente del progetto “Confini umani: carcere, fragilità e comunità educante”, ha evidenziato come la mostra I volti della povertà in carcere offra uno sguardo sulla realtà carceraria, mettendo in luce il legame tra povertà e marginalità sociale.

La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.

Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.

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