Tag Archives: Povertà

Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle

“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’.

Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquanta anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di san Damiano in Assisi. Nei loro ricordi i compagni di san Francesco informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche ‘alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni’.

Rimasto nascosto per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle ‘parole con melodia’ nella ‘Compilatio assisiensis’ ed un testo che nel 1941 era stato edito già da p. Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie. Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.

A suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci il motivo per cui tale testo è stato ritrovato nell’archivio di un monastero veronese: “Chiara nel suo Testamento racconta che Francesco le esortò all’amore e all’osservanza della povertà con molti discorsi e con gli esempi della sua vita e anche consegnando loro molti scritti: di questi ‘pluria scripta’, di cui speriamo possano venire alla luce ed essere scoperti in archivi e biblioteche altri che per ora non conosciamo, fa parte il nostro testo, che evidentemente era circolato ed era stato copiato e tramandato.

Vivente ancora Francesco e poi nei decenni successivi alla sua pasqua, anche nel territorio dell’allora Marca Trevigiana l’ideale evangelico dei due santi assisani si era diffuso, rispondendo ai desideri di un movimento femminile con slanci penitenziali e pauperistici che quasi capillarmente si era irradiato nell’Italia centro settentrionale e nel nord Europa e che nell’esperienza damianita di Chiara e sorelle poteva trovare collocazione giuridica e approvazione ecclesiali.

Al 1226, cioè all’anno della morte di Francesco, risale il primo insediamento in Verona, intitolato a santa Maria, di sorelle che avrebbero seguito la forma di vita delle ‘povere signore della Valle di Spoleto o Tuscia’, disciplinata dalla Chiesa, che nell’esperienza di Chiara e nella fama della sua santità trovava un centro intorno a cui unificare e uniformare diverse realtà femminili. Dal 1263 la regola di papa Urbano IV sancisce la nascita dell’Ordine di santa Chiara, di cui la comunità veronese farà parte.

Attraversando le vicissitudini dei secoli, finalmente nel 1966 le sorelle si trasferirono sulle colline veronesi, a Novaglie. Qui nell’archivio del monastero è conservato il codice pergamenaceo del XIV secolo contenente insieme ad alcuni testi latini l’Audite, poverelle con due miniature, miracolosamente sfuggito alle soppressioni napoleoniche e al conseguente sequestro di codici e pergamene appartenenti originariamente alla biblioteca monastica. Solo nel 1977 dopo un oblio durato sette secoli ritornava alla luce l’esortazione di Francesco alle povere dame di San Damiano, di cui si conosceva il contenuto attraverso le biografie, ma di cui non c’erano tracce manoscritte.

Per quale motivo santa Chiara scrisse una regola?

La Regola clariana fu confermata da papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, due giorni prima del transito della santa, che desiderò ardentemente vedere approvata dalla Sede Apostolica quella che ella definì ‘Forma di vita (forma vitae) dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco’, assegnandone al beatissimo padre la paternità, almeno indiretta. Chiara e le prime compagne avevano accolto per le mani di Francesco, probabilmente intorno agli anni 1212-1213 la Forma vivendi (forma del vivere), riportata poi nel capitolo VI della ‘Forma Vitae’ insieme all’Ultima voluntas, scritta dal serafico padre poco prima della sua morte. Ma l’esperienza di san Damiano si inseriva, come già accennavamo, in un tempo di grande fermento evangelico e in un più ampio ed eterogeneo movimento femminile con aspirazioni pauperistiche, che la Sede Apostolica cercò di organizzare in un nuovo ordine, che nel corso degli anni trenta del Duecento prenderà il nome di Ordine di San Damiano nel tentativo di unificare le varie esperienze intorno alla figura di Chiara.

L’Ordine viveva secondo una ‘Forma vitae’ redatta dall’allora cardinale Ugo (nel 1227 divenne Papa col nome di Gregorio IX), che comprendeva inizialmente un capitolo circa il divieto di avere possessioni. Probabilmente prima del 1226 anche il monastero di San Damiano entrò a far parte di questa realtà pur differenziandosene proprio per il rapporto con Francesco e la sua fraternitas. Quando il capitolo in questione venne eliminato, Chiara si oppose fermamente e nel 1228 ottenne da papa Gregorio IX il ‘Privilegio di povertà’, col quale la comunità di San Damiano non poteva essere costretta a ricevere possessioni, volendo aderire in tutto alle orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita.

Tale Privilegio confluirà nella ‘Forma Vitae’ clariana al cosiddetto capitolo VI. Successivamente, nel 1247 ci fu da parte dell’allora papa Innocenzo IV il tentativo di consegnare all’Ordine una nuova Regola, che però vide il rifiuto categorico non solo di Chiara ma dell’intero Ordine. A questo punto è plausibile supporre che Chiara insieme alle sue sorelle abbia voluto redigere una sua regola, non scritta per così dire a tavolino, ma che nasceva dalla loro esperienza. Grande era il desiderio che la Chiesa Romana riconoscesse con la sua approvazione ‘la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il vostro beato padre san Francesco vi consegnò a voce e in scritto’ (Bolla di papa Innocenzo IV)”.

A distanza di 800 anni quale è l’attualità di questo testo?

“Queste ‘parole con melodia’ descrivono realisticamente la nostra vita e quella della Chiesa, che fino alla fine dei tempi saranno tessute di infermità e di povertà di varia natura, di tribolazioni, di eventi che necessitano di essere letti con discernimento, con criteri evangelici e non mondani. Ed insieme consegnano ad ogni cristiano uno sguardo illuminato dallo Spirito, richiamandoci all’orizzonte del Regno dei cieli in un tempo in cui forse rischiamo di attendere dal mondo ciò che esso non può darci e di appiattire nel qui e ora dell’esistenza terrena il desiderio di infinito che ci abita.

Ci ricordano che abbiamo un Padre, che ci ha chiamati alla vita e ci chiama alla pienezza della sua Vita divina in Cristo nella Chiesa. Ci ricordano che tutto è dono, anche la ricompensa per la ‘fatiga’ sopportata: non si tratta infatti primariamente dei nostri meriti, ma della pace che il Risorto offre, frutto della Resurrezione e del suo Spirito. Egli infatti ci coronerà di grazia e di misericordia. Ci ricordano la nostra condizione di poveri, bisognosi di una salvezza, che non possiamo darci da noi, come forse un po’ pelagianamente vorremmo.

E finalmente ci ricordano che, secondo il principio di incarnazione, solo nel qui e ora dell’esistenza, nelle pieghe e nelle piaghe di cui è composta, possiamo incontrare il Re della gloria che tutto si dà e ci dà nella creazione e in ogni creatura, che di Lui portano ‘significazione’. La letizia e la gioia francescane nascono e si nutrono di questa Presenza, da cui nulla potrà separarci. E se di nulla possiamo gloriarci, perché tutto abbiamo ricevuto dal ‘Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita, che ci ha creati, redenti e ci salverà per sua sola misericordia’, non di meno ‘in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo’, come è scritto nelle Ammoizioni”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita a cambiare mentalità

“Cari fratelli e sorelle in Cristo, come pellegrino di pace e di unità, vengo in mezzo a voi e vi esprimo la gioia di trovarmi qui a visitare la vostra regione e soprattutto a condividere il vostro cammino, le vostre fatiche, le vostre speranze. Le manifestazioni festose che accompagnano le vostre liturgie e la gioia che sgorga dalla preghiera che elevate a Dio sono il segno del vostro abbandono fiducioso in Lui, della vostra incrollabile speranza, del vostro aggrapparvi, con tutte le forze, all’amore del Padre che si fa vicino e guarda con compassione le sofferenze dei suoi figli”: all’inizio dell’omelia della celebrazione eucaristica che ha concluso la giornata a Bamenda papa Leone XIV ha ringraziato i 20.000 fedeli che lo hanno accolto con canti e danze, musica dal ritmo travolgente, applausi fragorosi in questa zona del nord-ovest del Camerun, ferita da tensioni e violenze.

Ed il papa lo ha sottolineato: “Fratelli e sorelle, tanti sono i motivi e le situazioni che spezzano il cuore e ci gettano nell’afflizione. Le speranze in un futuro di pace e di riconciliazione, infatti, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità e a ciascuno vengono garantiti i diritti necessari, sono continuamente prosciugate dai tanti problemi che segnano questa bellissima terra:

le numerose forme di povertà, che anche di recente interessano moltissime persone con una crisi alimentare in corso; la corruzione morale, sociale e politica, legata soprattutto alla gestione della ricchezza, che impedisce lo sviluppo delle istituzioni e delle strutture; i gravi e conseguenti problemi che interessano il sistema educativo e quello sanitario, così come la grande migrazione all’estero, in particolare dei giovani”.

Oltre a ciò si aggiungono anche i problemi che provengono da fuori ad alimentare la sfiducia: “Ed alle problematiche interne, spesso alimentate dall’odio e dalla violenza, si aggiunge anche il male causato dall’esterno, da coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo.

Tutto questo rischia di farci sentire impotenti e di disseccare la nostra fiducia. Eppure, questo è il momento di cambiare, di trasformare la storia di questo Paese. Oggi e non domani, adesso e non in futuro, è giunto il momento di ricostruire, di comporre nuovamente il mosaico dell’unità mettendo insieme le diversità e le ricchezze del Paese e del Continente, di edificare una società in cui regnino la pace e la riconciliazione”.

E la rassegnazione prende il sopravvento: “E’ vero, quando una situazione si è consolidata da tempo, il rischio è quello della rassegnazione e dell’impotenza, perché non ci aspettiamo alcuna novità; eppure, la Parola del Signore apre spazi di nuovi e genera trasformazione e guarigione, perché è capace di mettere il cuore in movimento, di mettere in crisi l’andamento normale delle cose a cui facilmente rischiamo di abituarci, di renderci protagonisti attivi del cambiamento. Ricordiamoci questo: Dio è novità, Dio crea cose nuove, Dio ci rende persone coraggiose che, sfidando il male, costruiscono il bene”.

Per questo la testimonianza degli Apostoli è un sollievo: “Il coraggio degli Apostoli si fa coscienza critica, si fa profezia, si fa denuncia del male, e questo è il primo passo per cambiare le cose. Obbedire a Dio, infatti, non è un atto di sottomissione che ci opprime o annulla la nostra libertà; al contrario, l’obbedienza a Dio ci rende liberi, perché significa affidare la nostra vita a Lui e lasciare che sia la sua Parola a ispirare il nostro modo di pensare e di agire”.

E’ stato un invito a ‘nascere dall’alto’: “Chi obbedisce a Dio prima che agli uomini e al modo di pensare umano e terreno, ritrova la propria libertà interiore, riesce a scoprire il valore del bene e a non rassegnarsi al male, riscopre la via della vita, diventa costruttore di pace e di fraternità”.

E’ stato un invito all’obbedienza a Dio: “Fratelli e sorelle, la consolazione per i cuori spezzati e la speranza nel cambiamento della società sono possibili se ci affidiamo a Dio e alla sua Parola. Il richiamo dell’Apostolo Pietro, però, dobbiamo sempre conservarlo nel cuore e riportarlo alla nostra memoria: obbedire a Dio, non agli uomini. Obbedire a Lui, perché Lui solo è Dio”.

Tale obbedienza invita a non mescolare la fede cattolica con altre credenze: “E questo ci invita a promuovere l’inculturazione del Vangelo e a vigilare con attenzione, anche sulla nostra religiosità, per non cadere nell’inganno di seguire quei percorsi che mescolano la fede cattolica con altre credenze e tradizioni di tipo esoterico o gnostico, che in realtà hanno spesso delle finalità politiche ed economiche. Solo Dio libera, solo la sua Parola apre sentieri di libertà, solo il suo Spirito ci rende persone nuove che possono cambiare questo Paese”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a combattere la povertà

“Saluto il Presidente, i Dirigenti e tutti voi, dipendenti dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, compresi quanti sono collegati via internet dalle sedi locali. Il vostro è un ruolo sociale e istituzionale importante, che vi chiama a farvi carico dei bisogni di molte persone fragili attraverso meccanismi di equa distribuzione della ricchezza, con un’attenzione particolare alle situazioni di criticità. Ciò vi dà la possibilità di agire in modo efficace nella promozione di una responsabilità sociale che coniughi sviluppo economico e coesione comunitaria, orientando le scelte al bene comune”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto i dirigenti dell’Inps con l’invito agli enti assistenziali di ‘non dimenticare l’uomo’ e ad impegnarsi nella difesa del lavoratore e della dignità umana.

Nel discorso il papa ha evidenziato l’aumento della povertà: “Nel mondo c’è complessivamente molta ricchezza, tuttavia i poveri aumentano. Molte centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta sono immerse nella povertà estrema e non dispongono di cibo, alloggio, assistenza medica, scuole, elettricità, acqua potabile e servizi sanitari indispensabili. Eppure ci sono ricchezze sproporzionate che rimangono nelle mani di pochi”.

Per questo il papa ha criticato questo meccanismo: “e’ uno scenario ingiusto, di fronte al quale non possiamo non interrogarci e non impegnarci a cambiare le cose. Non esiste un determinismo che ci condanni alla sperequazione. Alla base delle disparità non c’è una mancanza di risorse, ma la necessità di affrontare problemi risolvibili relativi a una loro più equa distribuzione, da realizzare con senso morale e onestà”.

Quindi ha sottolineato la funzione dell’Inps: “In questo ambito, in Italia, un ruolo di attore principale va senza dubbio riconosciuto al vostro Istituto, che orienta la sua opera in diverse direzioni, attuando politiche previdenziali generative e di effettivo sviluppo sociale, a partire dalla tutela dei più deboli e dall’investimento sui giovani. Per questo, pur di fronte alla necessità di garantire la sostenibilità del sistema, il vostro impegno deve essere sempre volto anche a salvaguardarne il tessuto solidaristico e l’equità, sia a livello pensionistico che di accompagnamento del lavoratore durante il suo percorso professionale”.

In precedenza il papa ha ricevuto i vescovi della Chiesa caldea di Baghdad con le parole di sant’Efrem: “La vostra Chiesa affonda le sue radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero romano, sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario, fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà”.

Per questo ha ricordato anche le sofferenze di questa Chiesa: “La vostra storia è gloriosa, ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova”.

Ecco il motivo della vicinanza del papa: “Alla luce degli eventi che, negli ultimi anni, hanno segnato la vostra Chiesa, avverto con particolare intensità la responsabilità del momento che state vivendo. E vorrei dirvi: sono con voi. Le prove che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel cuore e per il quale prego”.

E’ un invito ad essere un segno di speranza: “Fratelli, siete segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi”.

Quindi di nuovo un monito contro la guerra: “Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli”.

(Foto: Santa Sede)

“I volti della povertà in carcere”: a Fabriano la mostra fotografica che racconta una realtà invisibile

Si è svolta nei giorni scorsi la conferenza stampa di presentazione della mostra ‘I volti della povertà in carcere’, che sarà ospitata sino a domenica 12 aprile all’Oratorio del Gonfalone di Fabriano. L’esposizione è tratta dall’omonimo volume con fotografie di Matteo Pernaselci e testi di Rossana Ruggiero, pubblicato da EDB – Edizioni Dehoniane Bologna.

L’evento è stato promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV. La mostra offrirà ai visitatori uno sguardo profondo e lontano dagli stereotipi sulla realtà carceraria: volti, storie e frammenti di vita restituiti attraverso immagini capaci di cogliere silenzi, solitudine, ma anche momenti di umanità e condivisione. Un racconto visivo che mette in luce un’umanità sospesa tra il peso del passato e la speranza di un futuro diverso.

Durante la conferenza stampa sono intervenuti Maurizio Serafini, Assessore alla Comunità e alla Solidarietà del Comune di Fabriano, Gianluigi Farneti, Direttore Caritas diocesana, Massimo Stopponi del Consiglio Centrale della Società di San Vincenzo De Paoli di Fabriano, Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza e Gabriele Cinti, Referente del progetto ‘Confini umani’.

L’assessore alla comunità e alla solidarietà sociale del Comune di Fabriano, Maurizio Serafini, ha evidenziato che l’amministrazione comunale è particolarmente attenta alle persone che escono dal carcere. Ha inoltre ringraziato la Società di San Vincenzo De Paoli per la struttura di prima accoglienza via Mamiani che ospita persone senza fissa dimora, di cui circa il 20% sono ex detenuti.

Infine, ha rilevato le difficoltà che molte associazioni di volontariato incontrano nel reperire persone disponibili a dedicare una parte del proprio tempo agli altri, evidenziando la necessità di promuovere una maggiore sensibilizzazione e partecipazione della comunità.

Il direttore della Caritas diocesana, Gianluigi Farneti, ha sottolineato come l’iniziativa rappresenti un’occasione preziosa per coinvolgere l’intera comunità — anziani, adulti e giovani — avvicinandola a una realtà spesso poco conosciuta e restituendo attenzione e visibilità a un’umanità troppo frequentemente dimenticata. Ha evidenziato inoltre che il progetto si inserisce in un impegno più ampio volto a costruire un legame vivo tra carcere e comunità, favorendo il dialogo, l’inclusione e la diffusione di una cultura della dignità, promossa quotidianamente anche dalla Caritas su tutto il territorio nazionale.

A seguire, Massimo Stopponi ha richiamato il significato dell’iniziativa, inserendola nella tradizione di impegno della Società di San Vincenzo De Paoli verso il mondo carcerario, ispirata a San Vincenzo De Paoli e al beato Federico Ozanam, che già dalle origini includeva tra le opere di carità il sostegno ai detenuti e alle loro famiglie.

Questo impegno continua attraverso azioni concrete rivolte a detenuti ed ex detenuti con percorsi educativi, iniziative culturali e progetti di reinserimento sociale, accompagnati da una costante attività di formazione dei volontari.

Proprio nelle Marche, dall’11 ottobre al 6 dicembre 2025, si è svolto il percorso di formazione ‘Essere presenza nel mondo del carcere’. Il corso si è concluso il 14 febbraio ad Ancona e ha coinvolto 112 iscritti provenienti da 11 regioni italiane, di cui due terzi dalle Marche. Tra i partecipanti si contano 15 giovani sotto i 30 anni e circa 20 volontari della Società di San Vincenzo De Paoli. Il percorso ha avuto anche una significativa estensione online, con oltre 1.200 visualizzazioni dei contenuti formativi. I volontari formati saranno progressivamente inseriti nelle strutture penitenziarie del territorio.

L’attenzione verso le persone più fragili prosegue anche nella Casa di prima accoglienza di via Mamiani dove vengono accolti stabilmente anche ex detenuti che incontrano difficoltà nel reinserimento sociale. Pur in assenza di dati precisi, si stima che rappresentino circa il 20% degli ospiti.

Nel suo intervento, Antonella Caldart ha sottolineato come la mostra nasca dall’esperienza diretta nei luoghi della detenzione, restituendo attraverso immagini e racconti un’umanità fatta di volti, gesti e frammenti di vita. Ha evidenziato che il carcere non è solo spazio di pena ma luogo in cui convivono sofferenza, relazioni e possibilità di cambiamento, che coinvolgono non solo i detenuti ma anche gli operatori.

Caldart ha richiamato con forza il tema della dignità della persona, ribadendo che la pena non deve trasformarsi in una “pena dell’anima”, ma mantenere una prospettiva educativa e di reinserimento, in linea con i principi costituzionali. Ha inoltre ricordato come, in assenza di reali percorsi di recupero, il rischio di recidiva resti elevato, sottolineando l’importanza di investire su accompagnamento e inclusione.

Un passaggio centrale del suo intervento ha riguardato il valore del volontariato, descritto come presenza concreta e relazione autentica: un impegno che si realizza nell’ascolto, nelle attività in carcere e nel sostegno alle persone anche fuori, insieme alle loro famiglie. In questo senso, la mostra è stata indicata come uno strumento capace di favorire conoscenza e incontro, superando pregiudizi e stigmatizzazioni.

Durante il periodo di esposizione della mostra sono state invitate le scuole secondarie di secondo grado di Fabriano, con percorsi guidati di circa 75 minuti. Le visite prevedono un’introduzione, attività di gruppo sulle fotografie, momenti di restituzione e dialogo finale, con l’obiettivo di superare stereotipi e promuovere una comprensione più consapevole e responsabile della realtà carceraria.

Gabriele Cinti, referente del progetto “Confini umani: carcere, fragilità e comunità educante”, ha evidenziato come la mostra I volti della povertà in carcere offra uno sguardo sulla realtà carceraria, mettendo in luce il legame tra povertà e marginalità sociale.

La mostra nei prossimi mesi sarà allestita in altre città italiane, tra cui Bologna e Cagliari. Ogni tappa porterà con sé il proposito di diffondere il valore dell’accoglienza e della dignità umana, soprattutto nelle situazioni di maggiore fragilità.

Il Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è da anni impegnato in percorsi di formazione, sensibilizzazione e progettazione educativa per rafforzare il dialogo tra carcere e società.

Haiti, il documentario che sostiene gli orfani della ‘Maison des Anges’

Estrema povertà, violenza criminale delle gang, calamità naturali: Haiti è questo, ma non solo, perché, sebbene non sia nelle pagine delle maggiori testate internazionali, può contare su una storia gloriosa di emancipazione dallo schiavismo già dai primi anni dell’800. Una storia che può rivivere ancora oggi a partire dal riscatto dei più piccoli, costretti spesso ad affiliarsi alle gang come unica possibilità per sopravvivere. Sono i ‘Figli di Haiti’, documentate dal regista Alessandro Galassi, che il quotidiano ‘Avvenire’ ha deciso di raccontare con un progetto multimediale.

Sono passati 200 anni dal 17 aprile 1825, quando la Francia costrinse gli ex schiavi, che avevano decimato le armate napoleoniche, ad indennizzarla con 150.000.000 franchi; sennò l’isola sarebbe stata invasa di nuovo. Si tratta di un debito che Haiti ha impiegato anni a ripagare e che ne ha minato già dal principio lo sviluppo con conseguenze che ancora scontano i suoi abitanti.

Il docufilm è stato ideato per un sostegno concreto all’orfanatrofio ‘Maison des Anges’ che, dopo aver subito violenza da parte delle gang locali, è stato costretto a fuggire nel dipartimento  lungo il fiume Artibonite per continuare a garantire un impegno di ospitalità e istruzione ai bambini orfani, come racconta il regista Alessandro Galassi: “Haiti è il simbolo della periferia del mondo, che lo scorso anno ha celebrato 200 anni dal debito che il Paese ha pagato alla Francia per avere la libertà. Oggi il Paese è completamente in mano alle gang, create dalle élite per proteggersi; è anche un hub strategico per il traffico di droga e organi dalla Colombia agli Stati Uniti”

Il regista ha percorso le strade delle periferie più pericolose nel mondo, dal Messico all’Afghanistan, prima di arrivare nell’isola caraibica: “Haiti è tra le realtà più pericolose che abbia incontrato fino ad ora perché mancano regole e anche l’ingresso per i reporter è complicato perché non ci sono limiti, le gang lasciano il paese in un totale stato di ingovernabilità. Di notte non è possibile uscire, ci sono proiettili vaganti e tutt’intorno c’è una situazione di povertà estrema, gli sfollati occupano ogni spazio possibile per sfuggire alla violenza e vivono senza nessun tipo di aiuto umanitario”.

Perchè un docufilm sui giovani di Haiti?

“Il docufilm non è esattamente un lavoro ‘sui giovani di Haiti’. E’ piuttosto un film sulla speranza. Ed i giovani, oggi, sono il territorio privilegiato in cui la speranza prova a sopravvivere. Per questo, insieme ad Avvenire, abbiamo scelto loro come chiave di racconto di un Paese complesso, ferito, ma ancora vivo. I giovani non rappresentano soltanto il futuro: sono il presente che, faticosamente, cerca uno spazio di respiro e di vita alternativo all’unico che sembra possibile, all’unica opzione che spesso viene loro proposta: entrare a far parte delle gang”.

Come è nata la sceneggiatura del docufilm?

“Non lavoro mai su una sceneggiatura rigida. Nel documentario, soprattutto in un progetto come questo, si lavora piuttosto sul contesto storico, politico e sociale. In questo caso è stato in parte più semplice, perché Avvenire, attraverso la campagna ‘Figli di Haiti’, segue e racconta da tempo la situazione del Paese. Il film nasce anche grazie alla preziosa collaborazione di Lucia Capuzzi, inviata del quotidiano, che ad Haiti è stata molte volte e che ha portato una conoscenza profonda del territorio e delle sue contraddizioni”.

Quale situazione ha trovato ad Haiti?

“Quello che ho trovato, è stato peggiore di quanto immaginassi. Una situazione segnata da un collasso quasi totale: della sicurezza interna, delle prospettive politiche, della presenza della comunità internazionale. Tutto questo ha permesso ad Haiti di diventare, consapevolmente o meno, una terra di nessuno, dove le gang comandano con la forza. Di fatto il Paese si è trasformato in un hub del contrabbando di armi, droga e organi. Ho vissuto Haiti come uno spazio di futuro distopico che ci aspetta se non saremo capaci di tornare indietro, di fare comunità: la sicurezza delegata ad agenzie private, i cittadini costretti a unirsi per difendersi da soli, a costruire cancelli, a chiudere strade, a privatizzare la paura. E’ una dinamica che racconto nella parte finale del film”.

In quale modo Haiti può essere un grande Paese?

“Eppure Haiti può essere un grande Paese. E’ il luogo in cui l’uomo ha conquistato la libertà: il primo Stato al mondo nato da una rivolta di schiavi che hanno scelto la vita. Da una terra con una storia così potente, in un contesto umano e naturale così straordinario, capace di tanta sofferenza, ci si può attendere solo una grande lezione”.

Cosa chiedono i giovani haitiani?

“I giovani che ho incontrato chiedono pochissimo. Come raccontano i ragazzi della scuola occupata, chiedono semplicemente di poter vivere la propria vita. Opportunità, dignità, speranza. Chiedono di non essere obbligati a scegliere la morte per vivere, di non dover entrare in una gang per sfamare i propri figli”.

Quale è l’opera della Chiesa a favore della gioventù haitiana?

“Non conosco nel dettaglio tutta l’opera della Chiesa nel Paese, ma so che oggi molte delle poche realtà rimaste attive sono quelle delle congregazioni religiose e della Caritas. Io ho incontrato, in uno dei quartieri più difficili di Port-au-Prince, suor Paesie, missionaria francese che attraverso un orfanotrofio e scuole prova a restituire futuro ai bambini. Conosco invece molto bene il lavoro di Avvenire: la campagna ‘Figli di Haiti’, che per tutto il 2025 ha raccontato una guerra dimenticata attraverso reportage, podcast e questo docufilm. Nella convinzione che il primo, indispensabile passo sia la conoscenza. Perché dare visibilità a ciò che viene rimosso è, oggi, un dovere giornalistico e umano necessario”.  

(Tratto da Aci Stampa)

Don Pagniello: la Caritas al festival di Sanremo per #farfiorireitalenti

Caritas Italiana sarà presente per la prima volta a Sanremo nella settimana del Festival della Canzone Italiana fino al 28 febbraio, all’interno del palinsesto di ‘Casa Sanremo’, intervenendo nella trasmissione ‘L’Italia in Vetrina’ per il lancio e la promozione della campagna #faifiorireitalenti, a sostegno del ‘Fondo Nazionale Talenti’, rivolto a ragazzi e ragazze tra 14 e 20 anni, che desiderano intraprendere o proseguire un percorso artistico e formativo, come ha dichiarato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana:

“Tra le forme più profonde di povertà che incrociamo ogni giorno c’è la povertà educativa, che determina la progressiva sottrazione di sogni, di possibilità, del diritto stesso ad aspirare. Nei nostri Centri di ascolto incontriamo soprattutto famiglie che, pur riconoscendo il talento e le aspirazioni dei propri figli, non hanno le risorse economiche, culturali o relazionali per sostenerne i percorsi. E’ lì che i sogni rischiano di interrompersi, non certo per mancanza di capacità, ma per assenza di opportunità”.

La campagna sosterrà il ‘Fondo Nazionale Talenti’ in grado di rafforzare una cultura  della corresponsabilità, in cui imprese, comunità e cittadini possano contribuire a far fiorire i talenti ed i sogni di adolescenti e giovani. Nella settimana del Festival, inoltre, alcuni giovani di ‘YOUng Caritas’ saranno presenti a Sanremo per incontrare persone, raccontare storie e raccogliere testimonianze, portando uno sguardo giovane sui temi del talento, dei sogni e delle opportunità negate, come racconta il direttore nazionale di Caritas:

“Il ‘Fondo Nazionale Talenti’ offre la possibilità di coltivare i propri talenti non è garantita a tutti ed il bene comune passa anche dal contrasto a queste disuguaglianze, riconoscendo ciò che cresce ai margini e creando le condizioni perché possa sbocciare. La campagna #faifiorireitalenti contribuisce a trasformare i sogni in opportunità concrete, creando un ponte tra il mondo dello spettacolo, le comunità e quei ragazzi che troppo spesso restano invisibili”.

Quindi al Festival di Sanremo quale Italia ‘canta’ la Caritas?

“A Sanremo vogliamo portare l’Italia che è capace di costruire legami. L’Italia delle comunità che accolgono, l’Italia dei giovani che cercano spazio, l’Italia delle famiglie che resistono, l’Italia dei volontari che ogni giorno trasformano la prossimità in impegno concreto. Nei percorsi di accompagnamento, nelle relazioni che si intrecciano giorno dopo giorno attraverso i servizi della rete delle Caritas in Italia, incontriamo le fatiche concrete delle persone.

E sempre più spesso ascoltiamo genitori che esprimono la dolorosa preoccupazione di non riuscire ad offrire opportunità reali ai propri figli; giovani ai quali manca il sostegno adeguato a sviluppare competenze e conoscenze all’altezza delle proprie aspirazioni, perché anche coltivare un talento, sostenere un’inclinazione, permettere a un giovane di esprimere ciò che è, rischia di diventare un privilegio”.

Allora in quale modo è possibile far fiorire i talenti?

“In occasione del Festival di Sanremo, Caritas Italiana lancia la campagna #faifiorireitalenti, che è un invito a credere nei giovani ed a costruire un Fondo Nazionale capace di sostenere percorsi educativi, formativi e culturali. Ci orienta il principio che nessun talento dovrebbe andare perduto per mancanza di opportunità e che ‘fiorire’, in fondo, non è mai un gesto individuale, ma un atto profondamente comunitario. E’ la responsabilità condivisa di creare spazi, opportunità e fiducia, perché quando un giovane può sognare, tutta la comunità respira un po’ di futuro in più”.

Alcune settimane fa è stata presentata la ricerca ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, che nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale sono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo.

L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel periodo settembre 2024 – giugno 2025, che mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali. In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione.

Per quale motivo la povertà è in ‘taglio basso’?
“La povertà è spesso in ‘taglio basso’ perché non intercetta le logiche della spettacolarizzazione. Non fa audience stabile, non genera polarizzazione immediata, non produce conflitto narrativo facile. Eppure, riguarda milioni di persone. Il nostro Rapporto mostra che nei media italiani la povertà compare soprattutto in forma episodica, marginale, talvolta emergenziale. Raramente è raccontata come fenomeno strutturale, con cause e responsabilità collettive. Metterla in ‘taglio basso’ significa ridurla a fatto secondario, quando invece è una questione che tocca la qualità democratica del Paese”.

Allora, quando la povertà fa notizia?
“Fa notizia quando esplode. Penso,, solo per fare qualche esempio, ad uno sfratto drammatico, una tragedia familiare, un fatto di cronaca che coinvolge persone vulnerabili. Oppure quando diventa terreno di dibattito politico. Più raramente fa notizia nella sua quotidianità silenziosa: il lavoro povero, la precarietà abitativa, la rinuncia alle cure, la solitudine degli anziani, la fatica delle famiglie. Nei Centri di Ascolto della rete Caritas incontriamo questa dimensione ordinaria della povertà ed è qui che si gioca la sfida vera che ci chiede di passare da un approccio emergenza alla comprensione profonda del fenomeno”.

In quale modo può essere raccontata la povertà?
“Anzitutto con rispetto. Servono numeri, analisi, politiche pubbliche, ma serve anche uno sguardo capace di riconoscere la forza, i talenti, le risorse che ogni persona porta con sé. Dunque, una buona informazione non alimenta certo il pietismo, né favorisce la stigmatizzazione, ma è orientata a generare consapevolezza e corresponsabilità. Per questo, è importante che la povertà sia raccontata dal basso, a partire dall’ascolto, dall’incontro con le persone e con uno sguardo che non chiuda il futuro”.

Per quale motivo un’informazione carente sulla povertà è un fattore di impoverimento sociale?
“Perché ciò che non si vede non entra nell’agenda sociale e politica. Se la povertà resta ai margini del racconto collettivo, diventa marginale anche nelle priorità politiche e sociali. Una narrazione parziale produce stereotipi, alimenta paure, semplifica problemi complessi. L’impoverimento, invece, non è solo economico, ma è relazionale, culturale, legato alla partecipazione democratica. Una società che non sa raccontare le proprie fragilità rischia di perdere in coesione e sviluppo”.

‘Taglio Basso’: i media italiani trascurano i poveri

La povertà resta ai margini dell’informazione italiana e quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata: ciò è emerso dal rapporto ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, presentato nei giorni scorsi nella sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di Roma.

La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel perodo settembre 2024 – giugno 2025.

I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali.

In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione, come ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana: “La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere…

Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce”.

Il campione selezionato ha permesso di incrociare dati relativi al racconto televisivo e al dibattito sui social media, coprendo tre generi informativi, quali 7 telegiornali a diffusione nazionale trasmessi in fascia prime time (OdP): Tg1 20:00, Tg2 20:30, Tg3 19:00, Tg4 18:55, Tg5 20:00, Studio Aperto 18:30 e Tg La7 20:00, che nel complesso raggiungono un pubblico di oltre 10.000.00 di spettatori. Complessivamente sono state analizzate 1.912 edizioni (755 nel 2024 e 1.157 nel 2025).

Per quanto riguarda i talk show televisivi il monitoraggio ha incluso 18 programmi, per un totale di 1.218 puntate corrispondenti a 1.822 ore e 39 minuti di programmazione trasmessi in prima e seconda serata da Rai, Mediaset, La7 e Nove. Infine per gli influencer su facebook il campione h riguardato 12 account facebook, 10 giornalisti e 2 giornaliste, con un numero di follower compreso fra gli 80.000 ed i 2.500.000 circa, che hanno complessivamente pubblicato 18.904 post.

Dal rapporto risulta che la povertà è un tema trascurato nei TG: compare in 708 notizie, pari al 2% dei servizi. Si tratta di una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi (53,5%), seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat).

Nel 73% dei casi la povertà resta un tema accessorio: tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale (74%). Il 62% delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà ‘in generale’, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale, alimentare ricevono attenzione più limitata. Il focus è soprattutto sulla povertà italiana (47%). Alcuni Paesi molto poveri non ricevono attenzione: Asia (4%), Africa (2%); inoltre l’Italia delle periferie e delle zone rurali restano poco rappresentate, con percentuali di copertura rispettivamente del 3% e dello 0,1%. Solo l’8% dei servizi sulla povertà si avvale di dati quantitativi o studi di istituti di ricerca, associazioni e organismi internazionali (tra cui Caritas). Nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. Le principali associazioni negative riguardano l’accostamento con illegalità e criminalità (13,6%), con il background migratorio (10,5%), le dipendenze (3,7%) e i disturbi mentali (2,7%).

Nel 76% del tempo si parla di povertà materiale, ma prevale un approccio multidimensionale (59%) che integra riferimenti a salute, istruzione, relazioni e partecipazione, anche se il 41% del dibattito resta confinato a una lettura economica. Le forme più trattate sono la povertà lavorativa e quella abitativa, mentre è minoritaria l’attenzione a donne, giovani, famiglie, povertà educativa o sanitaria. Il frame dominante è quello politico-economico (52%), seguito da quello misto politico-solidaristico.

Rimane marginale l’approccio esclusivamente caritatevole. Dei 520 minuti di parola affidati agli ospiti, un terzo (32%) è stato occupato da giornaliste/i e opinioniste/i, seguiti da rappresentanti del mondo politico e delle istituzioni (24%), e gente comune (13%). Quasi del tutto assenti gli ospiti della società civile, delle associazioni, delle Chiese locali.

Anche l’attenzione verso la povertà dei 12 influencer più attivi su Facebook è estremamente bassa: solo lo 0,8% dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con picchi in occasioni legate ad eventi di spettacolo o alla morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili. Nel 79% dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. Prevale la povertà assoluta (57%), seguita da quella relativa; marginale la povertà estrema. Il 71% dei post si concentra sulla dimensione materiale, mentre la natura multidimensionale della povertà appare raramente.

Le categorie più frequenti sono ‘povertà in generale’ ed ‘emarginazione’, mentre tra le forme specifiche domina la povertà abitativa. Il 97% dei post manca di qualsiasi dato statistico ed un terzo dei post contiene almeno uno stereotipo, ovvero la correlazione della povertà con qualche condizione altra/diversa dalla povertà ma pregiudizievolmente associata alla povertà, in modi talvolta colpevolizzanti. L’associazione più ricorrente è quella della povertà con l’incapacità o difetto (16%), in post strumentali al dibattito social-politico.

(Foto: Caritas Italiana)

Caritas di Fabriano e Matelica: in aumento le povertà nel territorio

Un +4% di residenti di Fabriano si sono rivolti ai centri di ascolto della Caritas diocesana in crescita: i giovani tra i 18 ed i 24 anni saliti del 28% in un anno; mentre l’età media è di 50 anni e sono in aumento anche gli stranieri con +12%. Sono 908 le famiglie (1.033 le persone) accolte nei centri di ascolto di Genga, Sassoferrato, Fabriano, Cerreto D’Esi e Matelica.

Nel 2024 si è registrato un boom di richieste di lavoro (più 34.5%) e sono stati erogati € 46.000 in contributi al lavoro (più 39%) rispetto al 2023, più l’attivazione di tirocini e contratti a termine. Le richieste in ambito sanitario sono state 529 e 145 quelle in ambito educativo. Sono stati erogati € 11.000 in contributi alla sanità +41% rispetto al 2023 ed € 22.000 per scuola e oratori; complessivamente le erogazioni nel 2024 ammontano al 20% in più rispetto all’anno precedente.

Complessivamente sono oltre 2.600 le persone toccate dalla rete Caritas nello scorso anno, di cui il 55% sono donne ed il 45% sono uomini, come spiega il rapporto della Caritas diocesana: “Il rapporto nasce dall’impegno quotidiano della Caritas Diocesana di Fabriano – Matelica nel farsi prossima alle persone in difficoltà. Attraverso il servizio dei Centri di Ascolto, l’azione delle parrocchie e il lavoro in rete con tante realtà del territorio, abbiamo raccolto dati, storie e testimonianze che offrono una fotografia delle povertà vecchie e nuove che attraversano la nostra comunità.

Non si tratta solo di numeri, ma di volti, famiglie, relazioni spezzate, vite che chiedono ascolto, accompagnamento e risposte concrete. Uno strumento di conoscenza e di stimolo all’azione, rivolto a tutta la comunità civile ed ecclesiale, affinché nessuno si senta escluso o dimenticato. Il nostro compito, come Chiesa, non è solo quello di aiutare i poveri, ma di camminare con loro, riconoscendoli come fratelli e sorelle, custodi di un’umanità che ci interroga e ci arricchisce. Perché solo insieme possiamo costruire una comunità più giusta, accogliente e solidale”.

Inoltre il vescovo di Fabriano – Matelica ed arcivescovo di Camerino – San Severino Marche, mons. Francesco Massara ha spiegato la ‘novità’ della rete dell’ambulatorio sociale: “Un altro tassello si aggiunge alla rete dell’ambulatorio sociale. Dal mese di novembre anche l’oculistica è entrato tra i servizi gratuiti offerti a chi vive situazioni di fragilità economica. Un risultato possibile grazie alla collaborazione tra Caritas, Croce Rossa, Ambito 10 e tanti medici volontari. Perché la salute è un diritto di tutti non un privilegio”.

Il direttore della Caritas diocesana di Fabriano-Matelica, Gian Luigi Farneti, ci racconta cosa emerge da questo rapporto sulla povertà: “Il rapporto Caritas evidenzia un aumento significativo delle persone in difficoltà economica, sociale e relazionale. La povertà non è più un fenomeno circoscritto a determinate fasce di popolazione, ma colpisce sempre di più i giovani e cresce la componente straniera. La dimensione della povertà è ampia e diffusa e il 2024 registra un vero e proprio boom delle richieste di lavoro, segnale che il problema non riguarda solo il reddito insufficiente, ma anche la precarietà o l’assenza di occupazione stabile. Parallelamente, cresce la difficoltà delle famiglie ad affrontare spese essenziali come quelle sanitarie o scolastiche, a testimonianza di una fragilità crescente.

L’impegno complessivo della Caritas aumenta, indicando che i bisogni delle persone assistite sono più numerosi, complessi e costosi. Il rapporto non si limita ai dati statistici, ma racconta storie di persone e famiglie che vivono rotture, solitudini, mancanza di reti di sostegno e fragilità psicologiche e sociali. La povertà, dunque, non è solo economica, ma anche relazionale, educativa, lavorativa e sanitaria. La Caritas ribadisce che la risposta alla povertà non può essere delegata a pochi: serve una comunità capace di riconoscere la fragilità, non lasciare indietro nessuno e camminare accanto ai più vulnerabili, costruendo una società più giusta, accogliente e solidale”.

Chi si rivolge alla Caritas e cosa chiede?

“Persone e famiglie in difficoltà economica e relazionale, giovani, stranieri, adulti in età lavorativa e un numero crescente di donne. Le richieste principali riguardano il lavoro, supporto sanitario ed educativo, aiuti economici per beni e spese essenziali, oltre a ascolto, vicinanza ed accompagnamento. In particolare, l’aumento dei giovani che si rivolgono alla Caritas è legato a una combinazione di precarietà economica, mancanza di lavoro, costi elevati della vita, fragilità familiari e relazionali, e scarse opportunità locali. La Caritas diventa per loro un luogo di ascolto, orientamento e ripartenza”.

Quante ‘povertà’ esistono nel territorio diocesano?

“Nel territorio diocesano si riconoscono almeno sette forme di povertà in crescita: economica, lavorativa, sanitaria, educativa, relazionale, abitativa e alimentare/materiale. Non si tratta solo di numeri, ma di volti e storie concrete di famiglie, giovani e adulti che chiedono ascolto, accompagnamento e risposte concrete”.

Altro aspetto riguarda il lavoro: come è la situazione?

“La situazione lavorativa è critica, con un aumento delle richieste di aiuto soprattutto tra i giovani. La Caritas interviene con tirocini, contratti a termine, contributi e orientamento, cercando di trasformare l’assistenza in opportunità di inclusione e autonomia”.

Quali progetti la Caritas sta mettendo in atto per arginare le povertà?

“Per arginare le diverse povertà, la Caritas ha avviato numerosi progetti: l’Emporio della Carità, centri di ascolto e sostegno economico mirato, tirocini e progetti lavorativi, interventi sanitari attraverso l’Ambulatorio Sociale, l’Emporio della Salute ed il progetto ‘Ben-essere  senior’, sostegno educativo e per l’infanzia, promozione di attività sportive, percorsi di accompagnamento relazionale e lavoro di rete con enti e comunità. Tutte queste iniziative hanno l’obiettivo comune di non limitarsi all’assistenza, ma promuovere autonomia, dignità e partecipazione, costruendo una comunità inclusiva in cui nessuno resti indietro”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai sindaci: dare un volto alle città

“Sono lieto di incontrare tutti voi che rappresentate l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Viviamo questo appuntamento nel tempo di Natale e a conclusione di un anno giubilare: la grazia di questi giorni illumina certamente anche il vostro servizio e le vostre responsabilità. L’incarnazione del Figlio di Dio ci fa incontrare un bambino, la cui mite fragilità si scontra con la prepotenza del re Erode. In particolare, l’uccisione degli innocenti da lui ordinata non significa solo perdita di futuro per la società, ma è manifestazione di un potere disumano, che non conosce la bellezza dell’amore perché ignora la dignità della vita umana”: con queste parole iniziali oggi papa Leone XIV ha accolto in udienza i sindaci italiani per discutere insieme le sfide a cui sono sottoposte le città.

Affrontando il tema dell’autorità il papa ha preso occasione dal tema del Natale: “Al contrario, la nascita del Signore rivela l’aspetto più autentico di ogni potere, che è anzitutto responsabilità e servizio. Perché qualsiasi autorità possa esprimere queste caratteristiche, occorre incarnare le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione. Nel vostro impegno pubblico, in particolare, siete consapevoli di quanto sia importante l’ascolto, come dinamica sociale che attiva queste virtù. Si tratta, infatti, di porre attenzione alle necessità delle famiglie e delle persone, avendo cura specialmente dei più fragili, per il bene di tutti”.

Ed ecco le sfide a cui i sindaci sono chiamati a confrontarsi per dare un ‘volto’ alla propria città: “La crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non vi lasciano indifferenti. Mentre cercate di dare risposte, voi sapete bene che le nostre città non sono luoghi anonimi, ma volti e storie da custodire come tesori preziosi. In questo lavoro, si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili”.

Il sindaco da ‘seguire’ è Giorgio La Pira: “In proposito, vi sia d’esempio il venerabile Giorgio La Pira, il quale, in un discorso ai Consiglieri comunali di Firenze, affermava: ‘Voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia!’… Sia davanti alle difficoltà sia rispetto alle occasioni di sviluppo, vi esorto a diventare maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza sociale per la speranza”.

Un richiamo particolare è stato quello dell’attenzione al gioco d’azzardo ed ad altre forme di malattia ‘sociale’: “Le nostre città conoscono purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere affrontate. Vorrei richiamare l’attenzione, in particolare, sulla piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie. Le statistiche ne registrano in Italia un forte aumento negli ultimi anni.

Come sottolinea Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema educativo, di salute mentale e di fiducia sociale. Non possiamo dimenticare anche altre forme di solitudine di cui soffrono molte persone: disturbi psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale. Sono segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza. Per testimoniarla efficacemente, la politica è chiamata a tessere relazioni autenticamente umane tra i cittadini promuovendo la pace sociale”.

Per questo in conclusione ha citato don Primo Mazzolari, augurando un buon anno: “L’attività amministrativa trova così la sua piena realizzazione, perché fa crescere i talenti delle persone, dando spessore culturale e spirituale alle città. Carissimi, abbiate dunque il coraggio di offrire speranza alla gente, progettando insieme il miglior futuro per le vostre terre, nella logica di un’integrale promozione umana”.

In precedenza aveva incontrato un gruppo di pellegrini della parrocchia San Tommaso da Villanova di Alcalá de Henares, in Spagna, soffermandosi su alcuni tratti del religioso agostiniano: “Nella sua vita e nei suoi scritti, egli ci rivela una ricerca incessante della preghiera continua, cioè a dire una santa inquietudine di essere alla presenza di Dio in ogni momento. Questo implica una profonda interiorità e lo svuotarsi di se stessi per ascoltare e per lasciare agire il Signore”.

Altre caratteristiche sono state la laboriosità e l’amore per i poveri: “Oltre che per la sua vita spirituale, san Tommaso da Villanova si distingue per la sua laboriosità. Questo aspetto, in un mondo che sembra offrirci tutto in modo sempre più rapido, più facile, ci interpella. La sua sobrietà e semplicità, la sua abnegazione nel lavoro (soprattutto in ambito universitario) ed il suo zelo apostolico ci portano a pensare che dobbiamo riconoscere i talenti che abbiamo ricevuto e metterli al servizio della comunità, con impegno e dedizione, affinché si moltiplichino a beneficio di tutti. Infine, vorrei sottolineare il suo amore per i poveri, che gli è valso il titolo di ‘mendicante di Dio’. Mi hanno detto che nella vostra parrocchia questo aspetto è molto presente, in gesti e opere concrete”.

(Foto: Santa Sede)

Simona Saladini descrive le attività dell’Acisjf per sostenere le donne povere e sole

Alcune settimane fa a Roma è stato presentato il volume ‘Maria che scende dal treno’ della giornalista ed autrice teatrale Anna Mirella Taranto, con la prefazione del card. Baldassare Reina, vicario generale della diocesi di Roma, che ha affermato: “Sapere che c’è una realtà che si occupa delle donne che hanno bisogno di assistenza è un segno di speranza per tutta la Chiesa… Queste 12 storie raccontate nel libro ci interpellano tutti, laddove il nostro compito di cristiani è stare accanto alle persone che soffrono”.

Da parte sua, Simona Saladini, presidente nazionale di Acisjf, ha riconosciuto la capacità dell’associazione di “cambiare, riconoscendo i bisogni e i segni dei tempi, contribuendo così come movimento cattolico all’emancipazione delle donne, a fronte dei tanti modi in cui la povertà si manifesta: non solo quella dei migranti ma anche di tante italiane”, accolte oggi grazie all’opera di 16 comitati e 13 case che in Italia offrono 530 posti letto.

Quindi il volume è composto da dodici storie,  che raccontano, in forma di brevi monologhi ed interviste, questa storia di accoglienza e di fede, intrecciando memorie di oltre un secolo di cammino dell’associazione. Infatti più di 100 anni fa le volontarie intervenivano nelle stazioni, lungo i binari, per aiutare donne senza tetto e madri sole; oggi continuano ad accogliere nelle periferie delle città e del mondo donne vittime di violenza, povertà e disagio.

E proprio un excursus storico è quello che ha compiuto nel suo intervento la prof.ssa Marialuisa Sergio, docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, passando attraverso ‘guerre, migrazioni e crisi economiche’, e ponendo in luce quanto, per oltre un secolo, Acisjf abbia agito “all’insegna delle ‘3 A’ ossia accoglienza, ascolto e accompagnamento, sul solco tracciato dall’enciclica  ‘Rerum novarum’ di papa Leone XIII, non solo facendo assistenzialismo ma ricercando il bene contro ogni individualismo. Si tratta non solo di un accompagnamento delle fragilità della persona ma anche di renderle protagoniste del proprio destino, mediante la relazione e l’alleanza”.

Sono state affidate a mons. Andrea Manto, assistente ecclesiastico nazionale Acisjf, le conclusioni della giornata: “Questo libro e la sua lettura ci insegnano che ognuno di noi può donare una goccia di speranza: così si formano quel fiume e quel mare che portano a tutti fiducia, speranza e voglia di rinascere”. Al termine dell’incontro sono state consegnate dai presidenti delle sedi dell’associazione in Italia, le ‘valigie della speranza’, nate in collaborazione con la Caritas, ossia un contributo destinato al sostegno di una specifica situazione di necessità

Con la presidente dell’Acisijf, Simona Saladini riprendiamo l’omelia della celebrazione eucaristica per il giubileo dei poveri di papa Leone XIV dello scorso 16 novembre (‘La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino’): in quale modo?

Chi ha responsabilità è chiamato ad ascoltare il ‘grido dei più poveri’, a denunciare le ingiustizie e ad agire per eliminarle in modo strutturale. Un invito forte ad intendere la propria responsabilità come servizio per il bene comune, per la verità e la giustizia, in particolare per i più deboli ed emarginati”.

Per quale motivo il povero può diventare segno di speranza?

Come ci ha ricordato papa Leone XIV, chi vive in una condizione di povertà, non avendo beni materiali, sa di non poter contare sulle sicurezze del potere e dell’avere.  Pertanto la sua condizione lo porta a riconoscere prima degli altri che solo in Dio c’è la vera salvezza, e per questo diventa testimone di una speranza profonda che si basa sulla fede”.

‘Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità’: in quale modo dare seguito a queste parole?

“Innanzitutto promuovendo politiche sociali come quelle relative al lavoro, all’istruzione, alla casa e alla salute; ma anche trovando modalità per incidere a livello culturale, per smascherare ‘l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata’, perché questo spinge molte persone a cercare la ricchezza e il successo sociale a tutti i costi, anche a scapito del bene comune”.

Per quale motivo per papa Leone XIV la città di Dio impegna anche per le città degli uomini?

“La riflessione parte dall’insegnamento di sant’Agostino secondo il quale nella storia umana si intrecciano due ‘città’: la città dell’uomo e la città di Dio. La prima guidata dall’amore di sé, dalla ricerca di potere e dai beni materiali; la seconda formata da coloro che amano Dio e vivono secondo carità e giustizia. Ebbene, papa Leone XIV, attraverso queste sue parole, ci dà un suggerimento pratico su come l’umanità possa fare per vivere in pace, libertà e pienezza. Ovvero, bisogna volgere lo sguardo e il cuore a Dio per realizzare anche sulla terra una prosperità umana autentica, un mondo fondato sulla giustizia sociale in cui ogni persona abbia riconosciuta la sua dignità”.

Cosa trova Maria scendendo dal treno?

“Innanzitutto, ‘Maria che scende dal treno’ è il titolo del libro (Edizioni Universitarie Romane) della giornalista Anna Mirella Taranto, che abbiamo presentato in occasione del Giubileo dei Poveri in Vicariato e racconta 123 anni di storia dell’ACISJF, l’Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane, di cui sono presidente nazionale dal 2018. Maria nel 1902 scende dal treno, come simbolo delle numerose donne che si dirigevano verso le città industriali del Nord Italia e dell’Europa in cerca di lavoro e di una vita migliore.

Oggi, invece, Maria arriva soprattutto nei porti da deserti che attraversa a piedi nudi, da storie di violenza, di fame, di miseria. Ma nella Chiesa Maria è il femminile che accoglie senza chiedere, che custodisce. Ecco allora che scendendo dal treno, Maria trova le volontarie dell’ACISJF con la mano tesa verso di lei. Un incontro di umanità solidale tra donne che tendono una mano e quelle a cui viene tesa, fatto di accoglienza che si traduce in presa in carico per restituire dignità e libertà”.

Ed in cosa consiste questa ‘valigia della speranza’?

“In un mondo segnato da povertà, guerra e degrado, le donne pagano prezzi altissimi perché quando soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, spesso si trovano anche con minori possibilità di difendere i loro diritti. A partire da questa consapevolezza, sette anni fa, per celebrare la Giornata Mondiale dei Poveri è nata la ‘Valigia della Speranza’.

Poiché a livello nazionale siamo articolati in 16 comitati locali che operano in altrettante città, dal nord al sud Italia, ogni anno ciascun comitato sceglie di donare ad una donna particolarmente bisognosa e meritevole, una valigia di cartone simbolo di speranza per rimettersi in cammino. Dentro, il necessario a sostenere il sogno della donna alla quale è destinata: una borsa di studio per l’università, un corso di formazione professionale, un letto o una cucina per rendere abitabile una nuova casa, perché i volti della povertà sono tanti e diversi tra loro”.

Insomma. cosa è Acisjf?

“Sono donne al servizio di altre donne che da oltre un secolo accompagnano con intelligenza ricca di fede la trasformazione della condizione femminile. I servizi oggi attivi vanno dal collegio universitario agli uffici nelle stazioni ferroviarie fino alle iniziative contro l’emergenza freddo, dalla formazione professionale agli affidi diurni, al sostegno scolastico; dall’accoglienza delle giovani che dal sud Italia si spostano al nord per un lavoro precario alla presa in carico delle donne migranti, all’accompagnamento delle gestanti e delle madri con bambino. Lavorando in rete tra di noi e con le istituzioni civili e religiose in questi anni abbiamo aiutato oltre 17.000 donne ed abbiamo seguito circa 6.000 giovani nelle stazioni. Abbiamo servito più di 40.000 pasti e diamo ospitalità nelle nostre 13 case di accoglienza con 530 posti letto disponibili”.

(Tratto da Aci Stampa)

151.11.48.50