Un pontificato che guarda (anche) indietro

Papa Francesco
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[Korazym.org/Blog dell’Editore, 15.04.2024 – Andrea Gagliarducci] – Papa Francesco ha spesso messo in guardia dal indietrismo in quest’ultimo periodo del suo pontificato. Ha più volte avvertito che occuparsi della storia della Chiesa non significa guardare indietro; che la tradizione non è conservazione delle ceneri. Non ha torto su nulla di tutto ciò, ma ha usato il cliché retorico – un’omiletica efficace – per giustificare alcuni atti del governo della sua Chiesa.

Papa Francesco ha utilizzato il tipo di ragionamento apparentemente incapsulato nel termine indietrismo, per giustificare le misure restrittive da lui imposte alla celebrazione dei riti liturgici secondo i libri liturgici antichi. Lo ha utilizzato anche per spiegare o addirittura difendere la sua proposta di soluzione a situazioni pastorali al limite, come la benedizione per le cosiddette “coppie irregolari”, offerta dalla controversa dichiarazione Fiducia supplicans [QUI].

Forse, niente di tutto ciò è davvero sorprendente. Ciò che sorprende, tuttavia, è come diverse decisioni, prese da Papa Francesco nel corso dei suoi undici anni di pontificato, guardino indietro, almeno fino a prima del pontificato di Benedetto XVI. Queste decisioni suggeriscono che il pontificato di Benedetto XVI è stato sospeso e che la sua eredità è stata messa da parte.

L’ultima di queste decisioni è il reinserimento del titolo di “Patriarca di Occidente” tra gli attributi del Papa [QUI]. Benedetto XVI ha eliminato il titolo di Patriarca di Occidente [QUI]. Il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, come allora si chiamava, motivava la decisione in una lunga nota del 22 marzo 2006 [QUI], sottolineando che il titolo era stato eliminato per una questione concettuale (per Occidente non si intendeva più un territorio geografico limitato ma un’area culturale (che comprendeva anche Stati Uniti e Nuova Zelanda) e anche per migliorare i rapporti ecumenici, non mettendo di fatto il Papa in competizione con i Patriarcati presenti nella Chiesa Ortodossa.

Non è stata fornita alcuna spiegazione per la reintroduzione del titolo, Patriarca di Occidente. È difficile pensare che ciò sia stato spinto dai nuovi rapporti ecumenici che si sono sviluppati in questi undici anni di pontificato di Francesco. I rapporti si sono sviluppati molto bene, con diversi viaggi in territori ortodossi e un miglioramento dei rapporti ecumenici con tutti, almeno fino alla pubblicazione della Dichiarazione Fiducia supplicans.

È quindi degno di nota, che l’incoraggiamento del dialogo ecumenico sia tra le principali ragioni rilevati dagli osservatori lungo lo spettro di opinione nella Chiesa, per ripristinare un titolo che Benedetto XVI aveva eliminato per incoraggiare un migliore dialogo ecumenico. Che la restaurazione sia avvenuta nel primo Annuario redatto dopo la morte di Benedetto XVI, è certamente anche una questione di tempistica curiosa.

Stiamo ancora valutando se questa decisione avrà delle conseguenze o se fosse dettata dal desiderio di lasciare il titolo di Patriarca di Oriente al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, dividendo il mondo in zone di influenza religiosa.

Potrebbe essere.

Vale la pena ricordare, che gli Ortodossi non furono molto soddisfatti della decisione di Benedetto nel 2006, né lo furono alcuni Cattolici dei riti orientali, in parte perché la posizione patriarcale della sede di Roma era una delle cose su cui c’era un ampio e inequivocabile accordo.

Il fatto è, che le decisioni prese senza dare alcuna spiegazione si prestano a letture contrastanti. È il tema eccellente del pontificato di Papa Francesco: tutti sono costretti a rincorrere le notizie per cercare di capire il senso di alcune decisioni, e per quelle decisioni non ci sono spiegazioni. Ciò porta anche ad un’ulteriore conseguenza:

  • Tutti si sentono obbligati a proporre qualcosa.
  • Non ci sono filtri.
  • Il Papa può decidere estemporaneamente.

La reintroduzione del titolo di Patriarca di Occidente cade in una settimana che ha visto la pubblicazione della Dichiarazione Dignitas infinita, la cui presentazione si è aperta con una lunga difesa [QUI] da parte del Cardinale Víctor Manuel Fernández, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, della Dichiarazione Fiducia supplicans.

La Dignitas infinita e la difesa della Fiducia supplicans fanno capire come Papa Francesco voglia rappresentare il pontificato. Da un lato, una Dichiarazione senza nulla di troppo controverso o anche solo teologicamente interessante – Dignitas infinita – esprime il desiderio di Papa Francesco di ampliare gli orizzonti, ma presenta piccoli problemi dottrinali. Quando la Dignitas infinita viene attaccata è perché sembra in contrasto con il linguaggio – lo “stile” – di Papa Francesco. Come può il Papa del “Chi sono io per giudicare?” allora essere così duro con l’ideologia di genere? Come il Papa del “todos todos todos!” poi chiude del tutto l’esperienza della maternità surrogata?

La risposta potrebbe essere che, dopotutto, il Papa è Cattolico, ma si comprende dove le persone che pongono le domande, le trovano, e anche perché le pongono.

D’altro canto, si tratta della reintroduzione del titolo di Patriarca di Occidente, che sicuramente rappresenta un passo indietro – qualunque altra cosa esso sia – come ce ne sono stati diversi in questo pontificato.

Una di queste è la decisione di Papa Francesco di inserire in ogni Concistoro alcuni cardinali “di riparazione” (cioè di creare cardinali finiti ai margini con Benedetto XVI, come gli ex Nunzi Apostolici Rauber e Fitzgerald). Un’altra è la sua decisione di annullare la liberalizzazione dell’uso dei libri liturgici antichi voluta da Benedetto XVI. Un’altra è la serie di riforme finanziarie e giudiziarie che hanno abbandonato il corso internazionale tracciato e intrapreso da Benedetto XVI, a favore del più antico, privilegiato e complesso rapporto della Santa Sede (e dello Stato della Città del Vaticano) con l’Italia.

Nel mezzo tra lo sguardo indietro – il ripristino del titolo di Patriarca di Occidente – e lo sguardo avanti, ma con ortodossia – la dichiarazione Dignitas infiinita – c’è anche un altro carattere del pontificato di Papa Francesco.

Durante la conferenza stampa, il Cardinale Fernández ha prodotto una difesa della Fiducia supplicans, che si basa su un sondaggio d’opinione. Non solo il linguaggio pastorale del Papa non è stato capito, non solo non è stato accettato che il Papa faccia qualcosa come può fare e come hanno fatto tutti i Papi, ma alla fine – questo è il ragionamento di Fernández – un sondaggio non identificato dice che il 65% dei giovani le persone tra i 25 ei 35 anni hanno approvato Fiducia supplicans, un testo che, secondo Fernández, ha raggiunto (una cifra improbabile) 7 miliardi di visualizzazioni su Internet.

L’immagine data è quella di una Chiesa che guarda ai numeri e al consenso, che anzi costruisce le sue innovazioni sul consenso. Ci sono decisioni personali del Papa e queste decisioni si basano sul consenso.

In questo senso, non sorprende che il ripudio del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede sul no alle benedizioni delle unioni di persone dello stesso sesso [Responsum del 15 marzo 2021 [QUI]] abbia portato il Papa, all’Angelus della domenica successiva alla sua pubblicazione [QUI], a spiegare che il linguaggio di Dio è compassione e tenerezza – e che sarebbe stato pronto per la strada verso la Fiducia supplicans. E non sorprende nemmeno che Papa Francesco abbia affermato di aver accettato la rinuncia dell’Arcivescovo di Parigi Aupetit sull’“altare dell’ipocrisia” [QUI] – e sulla scia di una campagna stampa basata su affermazioni successivamente dimostrate inesatte dalle stesse indagini delle autorità francesi [QUI].

Non è facile trovare una direzione comune in queste scelte.

Forse il punto è che non c’è realmente una direzione comune. Da un lato, c’è la Curia, il lavoro che fa sui documenti, la ricerca di equilibrio con l’innovazione richiesta dal Papa (nel caso della Dignitas infinita, l’inclusione delle questioni sociali), e, allo stesso tempo, almeno la patina di continuità con il precedente insegnamento magisteriale. Dall’altro lato, c’è Papa Francesco con le sue decisioni estemporanee, che possono anche essere frutto della pratica pastorale, ma che alla fine si rivelano schizofreniche.

Poi ci sono i “guardiani della rivoluzione”, che difendono ogni scelta di Papa Francesco, ritenendola assolutamente inattaccabile da qualsiasi tipo di critica. Considerare, per non parlare di esprimere un’opinione critica nei confronti della decisione di Papa Francesco – qualunque essa sia – significa mettersi contro il Papa direttamente, e quindi contro la Chiesa.

Tempi divertenti per il consenso basato sul dialogo.

Il vero problema sembra essere anche la scarsa comprensione del linguaggio della Chiesa. Il Cardinal Fernández ha detto che Papa Francesco non avrebbe mai parlato ex cathedra, quasi come se parlare ex cathedra fosse una cosa negativa. Forse Fernández intendeva soprattutto che il Papa non si sarebbe avvalso dell’infallibilità perché – ha aggiunto – non avrebbe mai cambiato la dottrina.

Fernández non ha tutti i torti nel pensare che il Papa in qualche modo insegni personalmente o attraverso la sua Curia ogni volta che fa un’omelia o producono un documento, ma è comunque ragionevole chiedersi quando il Papa o i suoi luogotenenti insegnano maggiormente e quando per lo più stanno solo parlando, e l’atteggiamento assunto e sostenuto da Fernández suggerisce fortemente, che né lui né il suo principale credono che ci sia molta differenza.

Alla fine, però, l’insegnamento papale e il governo papale si intrecciano, ed entrambi diventano altamente politicizzati e spinte sociologicamente. È un linguaggio che divide e polarizza, un linguaggio che divide la Chiesa in chi è d’accordo con il Papa e chi no, in cui un sondaggio divide tra favorevoli e tra quelli che sono considerati contrari, tra indietristi e progressisti.

La realtà è più sfumata.

In questo senso, il Papa appare contraddittorio perché c’è differenza tra ciò che approva e ciò che dice. Il rischio ultimo del pontificato è, che deluderà tutti. I progressisti sentiranno di aver ottenuto meno di quanto avrebbero potuto o dovuto ottenere, e i conservatori si sentiranno emarginati e attaccati, perché lo sono stati.

Le persone di buon senso vorrebbero sentire parlare anche dell’Eucaristia, della fede e del senso della vita e non essere colpite da vari argomenti parapolitici. Hanno anche meno interesse, direi, per i pettegolezzi sull’elezione papale o per le ricostruzioni papali di situazioni complesse che mirano a definire la narrazione finale del pontificato, ma riescono soprattutto a renderlo un pontificato umano, troppo umano.

Alla fine, il senso del divino manca.

Il titolo di Patriarca di Occidente allora potrà ritornare perché, in fondo, riportarlo risponde a una logica molto pratica e concreta. Altrimenti, sarebbe rimasto in disuso, come era dal 2006.

Questo articolo nella nostra traduzione italiana è stato pubblicato dall’autore in inglese sul suo blog Monday Vatican [QUI].