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Caritas Italiana lancia la sfida del contrasto alla povertà

In occasione della presentazione, avvenuta a Roma mercoledì 8 ottobre, del Rapporto dedicato alle politiche di contrasto alla povertà, Caritas Italiana offre un primo bilancio sull’Assegno di Inclusione (ADI), introdotto a gennaio 2024. La riforma, che ha sostituito il Reddito di Cittadinanza, ha segnato un cambio di paradigma: dal principio universalistico dell’aiuto a tutti i poveri a un approccio categoriale, riservato solo ad alcune tipologie familiari.

Infatti la povertà ha molte dimensioni (economica, lavorativa, abitativa, familiare, sanitaria e psicologica) e non ha cause né soluzioni semplici. I dati Caritas lo confermano, ma ciò non significa arrendersi né frammentare le risposte pubbliche. Occorre invece partire da alcuni punti fermi emersi dal monitoraggio Caritas: l’obiettivo è mettere le persone in grado di plasmare il proprio destino (libertà positiva) combinando sostegno economico immediato e servizi di accompagnamento in un unico percorso di inclusione.

Quindi i dati raccolti da Caritas evidenziano una contrazione della platea dei beneficiari del 40-47%, senza che questo abbia migliorato l’efficacia nel raggiungere i più fragili. Sono infatti escluse molte famiglie in età da lavoro senza figli, lavoratori poveri, stranieri e nuclei residenti nel Centro-Nord. In particolare, le famiglie straniere (pur con un allentamento del requisito di residenza) risultano ulteriormente penalizzate dalla nuova scala di equivalenza.

Perciò secondo Caritas una delle strade percorribili per ridurre gli stanziamenti sulla povertà avrebbe potuto essere quella di indirizzare maggiormente il sostegno pubblico verso i più deboli, incrementando la percentuale di poveri tra i beneficiari della misura pubblica e correggendo così i limiti del Reddito di Cittadinanza nella capacità di raggiungere gli ultimi. In altre parole, si sarebbe potuto modificare la misura con un intervento verticale, cioè concentrando le risorse verso i più poveri; al contrario, si è scelto un approccio orizzontale, che ha ristretto la platea con criteri categoriali (presenza di figli minori, di persone con disabilità e non autosufficienza, over 67 anni), indipendentemente dal livello di povertà e lasciando così nuclei fragili scoperti:

“Come effetto si è avuta la drastica riduzione della platea di beneficiari del 40-47%, che non si è tradotta in un miglior indirizzamento delle risorse economiche verso i più fragili fra i fragili. A essere maggiormente penalizzati dalla riforma sono le famiglie in età da lavoro senza figli minori, i lavoratori poveri, gli stranieri e chi vive nel Centro-Nord. Si tratta spesso di segmenti già molto deboli del tessuto sociale e, in questi casi, l’esclusione dal beneficio può tradursi in un aumento delle famiglie effettivamente in povertà che restano senza sostegno.

Al tempo stesso, i criteri categoriali adottati non sembrano ridurre in modo significativo l’accesso da parte di famiglie non povere. In altre parole, alcune famiglie vulnerabili restano escluse, mentre altre, non necessariamente povere, riescono comunque a ricevere il sussidio. L’intenzione di riservare alle famiglie con responsabilità di cura una protezione particolare, in ragione delle loro specificità, è condivisibile ma non può ledere il diritto di ognuno a ricevere un aiuto da parte dello Stato, indipendentemente da caratteristiche anagrafiche, familiari o di altro tipo”.

Per questo la Caritas conferma, come già accadeva con il Reddito di Cittadinanza, una forte discrepanza tra la distribuzione geografica dei poveri e quella dei beneficiari: nel Nord si trova oggi il 41% delle famiglie povere assolute, ma solo il 15% delle famiglie che ricevono l’assegno di inclusione: “Nel 2024, con l’attivazione dell’ADI, l’Italia è diventata l’unico Paese europeo senza una misura di reddito minimo rivolta a tutti i poveri in quanto tali e non solo ad alcune categorie, come le famiglie con figli o senza componenti occupabili. Si è passati, in sintesi, dal principio dell’universalismo (aiutare tutti i poveri) a quello della categorialità familiare (aiutare solo alcuni poveri, individuati in base alle caratteristiche della loro famiglia)”.

Il Rapporto sottolinea come, in questo scenario, Caritas sia tornata a svolgere un ruolo di ‘paracadute’ sociale, registrando un aumento delle richieste di aiuto per beni primari come cibo, affitto e utenze. Un’inversione di tendenza preoccupante che rischia di ridurre lo spazio per l’accompagnamento personalizzato verso l’autonomia: “Il problema, però, non riguarda solo la quantità dell’impegno richiesto alle Caritas, ma anche la sua natura. Se con il RDC molte famiglie riuscivano a coprire almeno le spese essenziali (affitto, bollette, alimentari) e si rivolgevano alla Caritas soprattutto per supporti integrativi o per la gestione di specifiche emergenze, ora si sta assistendo a un ritorno alle esigenze primarie”.

Le richieste ai centri Caritas sono tornate a concentrarsi su beni di prima necessità: pacchi alimentari, pagamento di utenze, contributi per l’affitto, materiale scolastico per i figli. Un simile spostamento rischia di schiacciare l’azione della Caritas verso un’assistenza prevalentemente materiale e burocratica: “Esiste il pericolo, in vari territori è già realtà, che venga messo in secondo piano un obiettivo fondamentale dell’approccio Caritas, cioè l’accompagnamento personalizzato della persona verso l’autonomia. Caritas sembra sollecitata ad assumere soprattutto un ruolo di paracadute per evitare che chi sta cadendo in povertà precipiti al suolo rispetto a un ruolo di trampolino verso una vita migliore, attraverso opportuni percorsi di accompagnamento”.

Nel passaggio dal RDC all’ADI si è ammorbidito il requisito di residenza sul territorio nazionale necessario per fare domanda, da 10 anni previsti dal RDC ai 5 anni stabiliti dall’ADI. Tuttavia, la nuova scala di equivalenza dell’ADI penalizza fortemente le famiglie numerose, spesso straniere, e questo effetto ha più che compensato l’allentamento del vincolo sulla residenza: “Tra luglio 2023 (RDC) e giugno 2025 (ADI) infatti la riduzione percentuale nel numero di nuclei beneficiari è stata maggiore per gli stranieri (-40%) rispetto agli italiani (-35%), indicando una maggiore penalizzazione del primo gruppo rispetto al secondo con le nuove misure. Considerando quindi l’evoluzione delle misure nazionali, si è passati da una esclusione sistematica degli stranieri, determinata da un criterio molto severo sugli anni di residenza (10 anni) col RDC, a una esclusione che può risultare ancora più marcata coll’ADI, generata dall’inasprimento degli altri criteri di accesso (composizione familiare)”.

Infine anche il Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL) mostra alcuni limiti: bassa partecipazione, percorsi poco incisivi e scarse opportunità occupazionali stabili. Più che un trampolino verso l’inclusione, rischia di essere percepito come un sostegno temporaneo e inefficace.

Per questo Caritas Italiana richiama l’attenzione sulla necessità di politiche inclusive, coordinate e basate sui reali bisogni delle persone, per garantire a tutti, e non solo ad alcuni, il diritto a un’esistenza dignitosa.

(Foto: Caritas Italiana)

Pier Giorgio Frassati, il nuovo santo: un giovane vincenziano fino alla fine

La canonizzazione di Pier Giorgio Frassati, celebrata ieri da Papa Leone XIV in Piazza San Pietro, è motivo di gioia profonda per la Società di San Vincenzo De Paoli, che lo riconosce come figlio spirituale e compagno di missione.

Durante la celebrazione, papa Leone XIV ha ricordato l’impegno di Frassati nella scuola, nei gruppi ecclesiali – dall’Azione Cattolica alla FUCI, fino al Terz’Ordine domenicano –e la sua appartenenza alle ‘Conferenze di San Vincenzo’, dove imparò a trasformare la fede in servizio concreto.

Conosciuto dagli amici come la ‘FrassatiImpresa Trasporti’ per la sua instancabile dedizione nel portare viveri e aiuti per le strade di Torino, Pier Giorgio non confinò mai la fede alla devozione privata: spinto dal Vangelo, si impegnò nella vita sociale e politica e si spese con ardore al servizio dei poveri.

Un ritrovamento d’archivio di straordinaria importanza getta nuova luce sulla figura di san Pier Giorgio Frassati: un documento, rinvenuto nei registri storici del Consiglio Centrale di Torino della Società di San Vincenzo De Paoli, testimonia che il giovane torinese si iscrisse già nel 1918. Finora, tutte le principali biografie indicavano il 1922 come anno di adesione.

Grazie a questa scoperta possiamo affermare che la Società di San Vincenzo De Paoli fu la prima realtà associativa a cui Pier Giorgio si iscrisse, segnando l’inizio di un cammino di Carità che ne avrebbe plasmato la vita e il cuore.

Alessandro Ginotta, membro del Comitato di canonizzazione, sottolinea: “Questa retrodatazione non è solo una nota biografica, ma una chiave di lettura preziosa: dimostra come il cammino di santità di Pier Giorgio sia nato dal desiderio di farsi prossimo, in modo concreto e discreto, attraverso un’opera semplice ma rivoluzionaria. È lì, tra i vicoli di Torino e le stanze buie delle famiglie povere, che il giovane universitario, alpinista e appassionato di vita ha trovato la via alla vera grandezza: la Carità vissuta con gioia”.

Frassati trovò nella Società di San Vincenzo De Paoli un modello di servizio semplice ed evangelico: la Visita a domicilio, cuore del carisma vincenziano, che non offre solo sostegno economico ma soprattutto ascolto, amicizia e presenza. Pier Giorgio lo spiegava così:

“Io non so se voi tutti conoscete queste Conferenze di San Vincenzo… Una istituzione semplice, adatta per gli studenti perché non implica impegni, unico solo quello di trovarsi un giorno della settimana in una determinata sede e poi visitare due o tre famiglie ogni settimana. Vedrete, poco tempo, eppure quanto bene possiamo fare noi a coloro che visitiamo. E quanto bene possiamo fare a noi stessi…”.

Persino negli anni più impegnativi, quando lo studio universitario richiedeva grandi sacrifici, Frassati non venne mai meno al suo impegno vincenziano. In una lettera all’amico Eliseo Bonini (aprile 1925) scriveva: “Appena giunto a Torino sarò morto a tutti tranne alla Conferenza di San Vincenzo e studierò dal mattino fino alla sera”.

E sul letto di morte, colpito da poliomielite fulminante, affidò ancora i poveri che seguiva a un confratello: “Le iniezioni sono di Converso. La polizza è di Sappa, l’ho dimenticata, rinnovala tu per mio conto”. La grafia è distorta a causa della malattia. Anche negli ultimi istanti, il suo pensiero andava a ‘quei poveri’ affidati a lui dalla Società di San Vincenzo De Paoli.

Definito da Giovanni Paolo II ‘l’uomo delle otto beatitudini’ e conosciuto come ‘santo con gli scarponi’, Pier Giorgio Frassati resta oggi modello luminoso di Carità concreta, gioiosa e contagiosa.

La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV è stata rappresentata alla Celebrazione Eucaristica nel giorno del rito di canonizzazione dei Beati Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis da Luca Stefanini, membro della Giunta Esecutiva della Società di San Vincenzo De Paoli, che ha preso parte al servizio liturgico: segno della continuità viva tra il nuovo santo e l’opera dei vincenziani di oggi.

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

Ad Ancona i ragazzi hanno vissuto una giornata da ‘poveri’

Mettersi nei panni di un senzatetto, un migrante, una donna vittima di violenza, un povero o un ex detenuto: è stato il gioco in cui nel mese di marzo si sono confrontati 16 studenti del liceo ‘Galileo Galilei’ di Ancona con l’obiettivo di sperimentare le difficoltà e il senso di colpa che provano le persone più emarginate, come ha spiegato Stefano Ancona, volontario della Caritas che ha organizzato e gestito il gioco insieme all’associazione ‘Tenda di Abramo’: “Nella scuola c’è stato un gruppo di ragazzi interessati ad approfondire i temi dell’attualità e della solidarietà”.

A ciascuno dei partecipanti è stata consegnata una busta, con la scheda del personaggio, le istruzioni e la missione da compiere, quali ottenere un permesso di protezione internazionale, cercare un posto per dormire o trovare una coperta per allestire un letto di fortuna in macchina. I ragazzi hanno girovagato nella città, passando dal centro di ascolto, dalla mensa, dai dormitori fino alla scuola di italiano. Al termine di questo ‘gioco’ i ragazzi hanno riflettuto su come hanno vissuto la giornata, ha raccontato l’organizzatore: “Nessuno aveva mai pensato a cosa passano gli ultimi ed invece dopo l’esperienza è emersa sfiducia e frustrazione verso questa condizione”.

A distanza di alcuni mesi abbiamo chiesto a Stefano Ancona di raccontarci questo ‘gioco’:

“L’esperienza vissuta dagli studenti del liceo ‘Galileo Galilei’ di Ancona è nata dalla collaborazione tra la scuola, la Caritas diocesana di Ancona-Osimo e l’associazione ‘La Tenda di Abramo’. Questo ‘gioco di ruolo immersivo’ ha avuto origine dalla volontà di sensibilizzare i giovani sul tema della povertà estrema, permettendo loro di immedesimarsi, anche solo per poche ore, nella realtà quotidiana delle persone senza dimora. L’idea ha preso forma grazie al lavoro congiunto di educatori, volontari e operatori sociali che, conoscendo da vicino le difficoltà affrontate da chi vive in strada, hanno creato delle ‘schede personaggio’ con missioni ispirate a esperienze reali”.

Quale era lo scopo prefissato?

L’obiettivo principale era quello di andare oltre la semplice conoscenza teorica del fenomeno della povertà, offrendo un’esperienza diretta che potesse lasciare un segno profondo nei partecipanti. Non si trattava solo di “mettersi nei panni” di chi non ha una casa, ma di sperimentare in prima persona le difficoltà quotidiane: il freddo, i rifiuti ricevuti, la mancanza di un posto sicuro dove dormire e la necessità di muoversi continuamente per poter accedere ai pochi servizi disponibili”,

Quale è la situazione di povertà nella diocesi?

Nella diocesi di Ancona, la povertà è una realtà che coinvolge sempre più persone. L’aumento del costo della vita, la precarietà lavorativa e la carenza di alloggi accessibili hanno spinto molte famiglie e singoli individui verso la marginalità. Il dormitorio comunale, purtroppo, dispone di soli 20 posti, un numero insufficiente rispetto al bisogno reale. Molte persone, tra cui numerosi stranieri in attesa di documenti, si trovano a vivere ai margini, senza un riparo stabile e senza accesso a servizi essenziali. La mensa diocesana Caritas ospita ogni sera oltre 120 persone.

Nel territorio sono carenti servizi importanti come docce pubbliche e i servizi di lavanderia, elementi indispensabili per chi vive in strada. Inoltre, non esistono servizi di accompagnamento stabili e duraturi che possano offrire un reale supporto per uscire dalla condizione di senza dimora. La frammentarietà degli interventi assistenziali costringe le persone a una continua ricerca di soluzioni temporanee, senza una prospettiva concreta di reinserimento”.

Come vive una persona senza fissa dimora?

“Chi vive in strada deve affrontare una serie di ostacoli costanti: la difficoltà di trovare un luogo sicuro dove riposare, l’accesso limitato ai servizi igienici, la necessità di cercare cibo ogni giorno e il peso dello stigma sociale. La giornata di una persona senza dimora è caratterizzata da un continuo spostamento tra i luoghi in cui può ricevere assistenza, intervallato da lunghe ore di attesa e solitudine. I servizi ‘a bassa soglia’ disponibili sono concentrati in alcune fasce orarie e in determinati punti della città, costringendo le persone a muoversi rapidamente per non perdere l’opportunità di mangiare, ricevere un cambio di vestiti, poter usufruire di una visita medica…

Questo porta ad una gestione della giornata estremamente frammentata: momenti di grande frenesia, in cui bisogna correre per non perdere l’apertura di una mensa o di un centro di ascolto, alternati a lunghi periodi di vuoto in cui non resta altro che aspettare, spesso da soli, senza un posto dove stare”.

Quali sono state le ‘reazioni’ dei partecipanti?

“L’iniziativa ha suscitato una forte risposta emotiva nei partecipanti. Molti studenti, pur conoscendo il tema della povertà, non si erano mai resi conto di quanto fosse difficile vivere senza una casa. Il peso dei ‘no’ ricevuti, la difficoltà di trovare un posto per riposare o semplicemente il freddo provato durante la giornata hanno reso l’esperienza estremamente toccante.

Dopo l’esperienza, i ragazzi si sono ritrovati per un momento di confronto, sorseggiando un tè caldo e condividendo le loro impressioni. Il senso di frustrazione e impotenza provato ha aperto un dibattito su cosa si potrebbe fare concretamente per aiutare chi si trova in difficoltà. Molti hanno espresso il desiderio di impegnarsi attivamente nel volontariato e nelle iniziative della Caritas.

Questa esperienza ha dimostrato che la consapevolezza nasce dal contatto diretto con la realtà. E’ fondamentale che le istituzioni, insieme alle associazioni e ai cittadini, lavorino per garantire servizi più adeguati e percorsi di accompagnamento reali per chi si trova in difficoltà. La speranza è che, attraverso iniziative come questa, si possa costruire una società più attenta e solidale, in cui nessuno venga lasciato indietro”.

(Tratto da Aci Stampa)

La famiglia non ce la fa più!

“In occasione della Giornata internazionale della famiglia istituita dall’Onu, il Forum delle associazioni familiari rinnova l’appello a riconoscere fattivamente il valore della famiglia come nucleo fondamentale della nostra società, cardine della coesione e della solidarietà tra generazioni. La famiglia è una risorsa per tutti senza la quale non c’è futuro”: lo ha sottolineato il presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, Adriano Bordignon, in occasione della Giornata internazionale della famiglia istituita dall’Onu che ricorre oggi.

Ed ha ricordato che per l’Organizzazione mondiale delle Nazioni Unite, la famiglia è il ‘fondamentale gruppo sociale e l’ambiente naturale per lo sviluppo e il benessere di tutti i suoi membri, in particolare i bambini’: “Molti Paesi, nelle proprie leggi fondamentali, mettono al centro della società la famiglia dedicandole alcuni articoli molto importanti e densi di grandi obiettivi morali e sostanziali, tuttavia, in un gran numero di essi le famiglie si trovano spesso ad essere prive degli adeguati supporti per educare i più piccoli, sostenere i più fragili, supportare la crescita economica, culturale, sanitaria e lavorativa dei componenti.

Le sfide epocali che stanno attraversando la società e trasformando le famiglie chiedono uno sforzo supplementare fatto di investimenti di risorse, progetti e pensieri. Amareggia un mondo che, attraversato da oltre 60 conflitti, sceglie di spendere ancora per armamenti che distruggono vite, culture ed intere società, invece che investire per rilanciare la natalità e per la funzionalità delle famiglie”.

Quindi è necessario dare un adeguato supporto alle giovani coppie che vogliono ‘costruire’ una famiglia: “La spesa per la famiglia non può essere considerata un costo ma un investimento strategico per il benessere e la sostenibilità del nostro tessuto sociale. Investire sulla natalità non è solo una scelta valoriale: è una necessità economica. Senza nuove nascite, viene meno la base stessa su cui poggia il nostro sistema di welfare, si indebolisce il mercato del lavoro, crollano la competitività e la produttività e si mette a rischio la tenuta delle pensioni e dei servizi pubblici essenziali”.

Ed ecco la richiesta al governo italiano di “un potenziamento dell’Assegno unico universale, un rafforzamento dei congedi parentali e un’estensione dei servizi educativi, sanitari e di prossimità sui territori, affinché ogni famiglia possa contare su un ambiente favorevole in cui crescere figli e prendersi cura dei propri cari. Ma tutto questo non basta se non si accompagna a una vera e propria azione culturale: serve restituire alla famiglia il suo ruolo centrale nel dibattito pubblico, nei media, nella scuola, superando stereotipi e marginalizzazioni”.

Infatti secondo una ricerca dell’IREF dedicata al reddito delle famiglie italiane, sulla base di dati rigorosamente anonimi forniti dal Caf  Acli di circa 550.000 nuclei familiari riferiti a 5 anni fiscali consecutivi (2020-2024) il reddito delle famiglie si sta ‘sgretolando’ con uno scivolamento del ceto medio, ben il 10%, e quindi di coloro che hanno anche un lavoro, verso la povertà:

“La crisi non solo ha eroso i redditi, ma ha anche allargato la forbice tra le aree del Paese e tra le fasce sociali. Rischiamo che alcuni pilastri fondamentali del nostro Stato, come la salute, non siano più un diritto ma una scelta. Servono politiche strutturali che riescano ad aumentare il valore reale dei salari e poi bisogna garantire tutela dell’esercizio dei diritti fondamentali”.

Lo studio, intitolato ‘Sempre meno ceto medio’, mette in luce le crescenti disuguaglianze territoriali e la contrazione della fascia intermedia della popolazione, come ha sottolineato Lidia Borzì, delegata per la Famiglia e gli Stili di vita delle Acli: “Il Panel Redditi Acli (PRA) che abbiamo costruito in questi anni, con la pandemia ancora in corso, segue oltre 549.000 famiglie italiane, parliamo di numeri veri e non di campioni, con un raffronto reale lungo cinque anni fiscali che ci offrono davvero una delle immagini più dettagliate disponibili sullo stato dei redditi reali nel nostro Paese. Questo impoverimento del ceto medico rischia anche di influenzare i dati già drammatici, sulla denatalità.”

La ricerca ha messo in evidenza una serie di diseguaglianze e di squilibri che si sono accentuati negli ultimi anni: le famiglie residenti nelle grandi città dichiarano redditi medi superiori del 17% rispetto a quelle delle aree interne. Il gap può arrivare ad oltre € 9.000 annui tra i nuclei familiari più ricchi a seconda dell’area geografica.

Quindi, anche considerando differenti composizioni familiari, con diversi livelli di impegno nel mercato del lavoro e carichi non si appiana il gap reddituale tra città e territori marginali. L’unica comunanza che si riscontra è nei redditi molto bassi, rispetto ai quali la geografia non fa purtroppo grande differenza.

Dalla ricerca è emerso che tra il 2020 e il 2024, la percentuale di famiglie appartenenti al ceto medio è scesa dal 59,6% al 54,9%; in particolare, oltre 55.000 famiglie sono passate dal ceto medio al ceto inferiore. In sostanza il 10% delle famiglie del panel è passata dal ceto medio al ceto inferiore mentre solo lo 0,8% è riuscito a salire al ceto superiore.

Riccardo Fogli suona per la San Vincenzo De Paoli per due eventi di solidarietà

La povertà ha tanti volti e ciascuno necessita di un’opera d’amore unica e singolare che chiama a una carità capace di andare ben oltre l’intervento materiale. Si racchiude in azioni in grado di riconoscere e intervenire in luoghi aridi, deserti, solcati dalla sofferenza dove diventa arduo, a volte quasi impossibile, far rinascere la speranza e l’amore.

Con questo spirito i soci e i volontari del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto della Società di San Vincenzo De Paoli, ogni giorno portano avanti la loro missione guardando e intervenendo su ogni forma di povertà: emarginazione, privazione della libertà, reclusione morale e sociale. Nessuna esclusa.

In tempo di Quaresima, periodo che come esortato più volte da papa Francesco chiama ogni uomo a rendere più operosa la carità, l’Associazione ha organizzato due eventi musicali legati dal filo comune della solidarietà. Due gesti d’amore rivolti a un’umanità ferita: carcerati e famiglie disagiate.

I protagonisti di quest’opera benefica sono stati gli ‘Slenders’ con Riccardo Fogli, Paolo Batistini e Marino Alberti che si sono esibiti in due momenti diversi: venerdì 11 Aprile nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro, nell’Isola d’Elba, e lunedì 14 al Teatro Metropolitan di Piombino.

La visita alle persone private della libertà ha rappresentato un’occasione per portare ai detenuti sostegno morale, offrire un momento di svago, di vicinanza, di coinvolgimento sociale e non solo: “Il nostro intento è di provare ad accorciare le distanze tra il ‘dentro’ ed il ‘fuori’ e di superare i troppi pregiudizi ancora esistenti. La persona detenuta non è solo il suo reato. Resta una persona, con la sua dignità.  Merita un futuro, dentro o fuori dal carcere”, ha dichiarato la Presidente del Consiglio Centrale di Livorno e Grosseto, Cristina Guerra, presente all’incontro.

L’esibizione, nel braccio del carcere, ha visto la partecipazione attiva dei detenuti che sono intervenuti con i loro brani accompagnati dalla Band. Un modo per esprimere il loro mondo interiore segnato dalla consapevolezza dolorosa del reato compiuto e dalla speranza di cambiamento. All’iniziativa erano presenti la Direttrice della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, Martina Carducci e il Comandante Luigi Bove.

Sin dalla fine degli anni ’70 la Società di San Vincenzo De Paoli opera all’interno della Casa di Reclusione di Porto Azzurro. “Ascolto, generosità, riconciliazione, giustizia, pace, carità, sono le chiavi per incontrare un’umanità colpevole, ma sofferente e bisognosa” sottolinea la Presidente Guerra.

L’evento è in linea con il carisma dell’Associazione che presta particolare attenzione al contesto carcerario offrendo non solo aiuti materiali, distribuzione di vestiario e beni di prima necessità, ma anche la progettazione e la realizzazione di percorsi formativi orientati all’istruzione, al lavoro e alla promozione della cultura della legalità. Perché educare alla legalità significa educare alla libertà, al rispetto, alla responsabilità.

A distanza di pochi giorni, al teatro ‘Metropolitan’ di Piombino il sipario si è aperto con un concerto benefico che ha registrato il pienone. Il pubblico è rimasto rapito dai pezzi storici della musica leggera: da ‘Storie di tutti i giorni’ ad ‘I migliori anni’ a ‘Piccola Katy’ e ‘Tanta voglia di lei’.

Insieme agli ‘Slenders’ si sono esibiti altri gruppi musicali, la ‘New Generation Band’ con Gianmarco Bonnici, Samuel Buono, Benedetta Lupi e Alessio Buccella. Ospiti come Fabio Russo & Gregorio Soldi, il violinista Alessandro Golini, il chitarrista Antonio Onorato, Sara Chiarei, Irene Scrivini e Leonardo Lotti:

“Sulle note della musica abbiamo trasmesso un messaggio di speranza per la nostra città e per tutte le famiglie in difficoltà. Un grazie a tutti coloro che hanno permesso questo evento condividendo una nobile causa, quella della solidarietà”, ha affermato la Presidente Cristina Guerra che ha rivolto un particolare ringraziamento anche: “All’artista Giuliano Giuggioli per la scenografia offerta grazie alle sue splendide immagini che hanno incorniciato tutte le performances”. L’evento è stato patrocinato dal Comune di Piombino.

In linea con il carisma vincenziano, il ricavato del concerto è stato devoluto integralmente alle famiglie in difficoltà seguite dalla Società di San Vincenzo De Paoli grazie alla generosità degli artisti che si sono esibiti a titolo gratuito.

Il Consiglio Interprovinciale di Livorno e Grosseto Consigli garantisce assistenza a un migliaio di famiglie bisognose presenti in tutte le aree del disagio offrendo una gamma di servizi come le visite a domicilio, la distribuzione di beni di prima necessità e sostengo morale e spirituale, l’assistenza burocratica e amministrativa.

CEI: il lavoro è un’alleanza sociale generatrice di speranza

“La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli che ‘il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo’. La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare”: con una frase dell’enciclica ‘Laborem ezercens’ di papa san Giovanni Paolo II i vescovi italiani invitano a vivere in modo giubilare la Festa del Lavoro, in quanto è un’alleanza sociale.

Nel messaggio i vescovi esaminano rischi e vantaggi di alcune novità avvenute in questi ultimi anni: “L’esperienza della pandemia ci ha consegnato un modo di lavorare nel quale è possibile coniugare in molte circostanze lavoro in presenza e a distanza, aumentando la nostra capacità di conciliare vita di lavoro e vita di relazioni soprattutto nel cosiddetto smart-working, ma rischiando anche di impoverire i rapporti umani tra i lavoratori e le stesse relazioni familiari. Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani”.

Il messaggio è una condanna allo sfruttamento dei lavoratori, specialmente immigrati: “Allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia. Inoltre, oggi, con quello che viene chiamato mismatch, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, assistiamo contemporaneamente al fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti. Resta sullo sfondo, infine, la dura ‘legge di gravità’ della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro”.

Comunque il messaggio mette in guardia anche riguardo il lavoro ‘povero’ con la richiesta di ‘invertire’ il trend: “Se il dato statistico sulla disoccupazione, in forte calo, potrebbe spingere all’ottimismo, sappiamo invece che dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero. Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità. Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo”.

Al contempo il messaggio coglie alcune occasioni di speranza in grado di promuovere un lavoro ‘degno’: “Esistono tuttavia segni di speranza da alimentare per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno ma, come sempre, essi richiedono la nostra partecipazione attiva per proseguire l’opera della Creazione. Un segno di speranza è il riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro.

E’ necessario valorizzare, inoltre, lo strumento degli stessi contratti per impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari. E’ segno di speranza la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro”.

Un’opportunità è quella sviluppata dal Progetto Policoro: “Negli ultimi anni essi hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate.

Non ultimo, appare opportuno un appello alla responsabilità di tutti noi. L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico”.

Quindi è necessaria che l’impresa sia responsabile: “La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio”.

Questo è il compito dei cattolici: “La ‘mano invisibile’ del mercato non è sufficiente a risolvere i gravi problemi oggi sul tappeto. E’ la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza”.

Un arcobaleno di solidarietà tra Italia e Africa: le storie di rinascita di Guido, Annie e João Charles

In Africa, nei luoghi dove è riemerso un conflitto lungo e sanguinoso, ci sono persone, che riescono ad avere una vita grazie a un aiuto che arriva da migliaia di chilometri di distanza. Un sostegno che a volte nasce da condizioni inaspettate. Una storia di sofferenza diventata motore di solidarietà. Guido ha deciso di fare qualcosa per gli altri in memoria del figlio scomparso: ‘Ho scoperto che tendere la mano verso chi è più fragile riempie l’anima di pace’ racconta Guido, 85 anni, di Bolzano.

Un anno fa ha scelto di superare il semplice piacere che nasce dallo scambio e ha abbracciato una verità più profonda, radicata in un passo del Nuovo Testamento: ‘C’è più gioia nel dare che nel ricevere!’ (Atti 20,34-35). Queste parole, ormai parte integrante della sua vita, lo hanno trasformato. Lo hanno aiutato a vedere l’altro con occhi di sincerità, riconoscendone i bisogni autentici: “Mi chiedevo cosa avrei potuto fare, confida Guido. Dopo la morte di mio figlio Roberto, avvenuta nel 2023, il dolore e la sofferenza mi accompagnarono per lungo tempo. Non riuscivo a trovare pace fino a quando non presi una decisione: fare una donazione”, racconta.

“Mio figlio aveva messo da parte i suoi risparmi e pensando a quanto amasse l’altro e fosse capace di farlo incondizionatamente – abbiamo vissuto insieme 56 anni, lui era affetto dalla sindrome di down – ho deciso di donare il suo gruzzoletto alla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi”.

Un gesto di gratuita carità che ha reso possibile la costruzione di un pozzo d’acqua a Gashaki, in Rwanda, un territorio nel cuore dell’Africa stretto tra Congo, Uganda e Burundi, dove ancora si muore per mancanza di acqua pulita: “Sapere di aver dato la possibilità a tante persone di dissetarsi, senza limiti di tempo, ha dato compimento al sacrificio di mio figlio che per anni ha conservato i suoi risparmi, senza mai tentennare.

Quasi come se prevedesse…”, afferma ed aggiunge: “Alla mia età posso dirle di essere soddisfatto perché quest’opera, non solo mi ha dato pace, ma elevato il senso della mia esistenza…”. Si ferma qualche minuto, come a tirare le somme della sua vita, e conclude: “Ho fatto qualcosa di buono!”. Vicino al pozzo è stata apposta una targa in memoria di Roberto Origoni. Un gesto d’amore che continuerà a dare vita.

Capita spesso che le mozioni dell’animo diventino gesti in grado di cambiare la vita di qualcuno meno fortunato. Sono moti che conducono l’uomo a cercare chi si trova nel bisogno, a fare qualcosa per lui. Caratterizzano la vita del benefattore, colui che per amore del prossimo esce dalla zona comfort del ‘proprio orticello’ e dà compimento ad azioni di solidarietà, di vicinanza, di sostengo che si possono raggiungere attraverso vie diverse.

Ognuno sceglie la sua ma un proposito le accomuna tutte: fare del bene. Come ogni azione che si svolge e strada che si persegue si avranno delle conseguenze. Dei frutti di bene, non solo per chi dà, come mostra la storia di Guido, ma anche per chi riceve.

In Repubblica Democratica del Congo e in Mozambico vivono Annie e Charles. Entrambi hanno potuto cambiare la propria vita grazie al Sostegno a Distanza promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli. Un gesto di solidarietà che permette a tanti bambini di poter accedere alla scolarizzazione, formarsi e diventare adulti in un ambiente protetto. Un aiuto che si estende nel tempo attraverso la condivisione di un cammino fatto di sforzi, gioie, sofferenze, successi. Annie è stata curata e ha potuto proseguire gli studi.

Nata il 14 ottobre 2004 è cresciuta in una baracca fatiscente a Kingasani, una zona malsana e poverissima di Kinshasa. La madre era sarta e non riusciva a sostenere economicamente i suoi figli. Le conseguenze per la salute della piccola sono state gravi: era malnutrita e spesso ammalata. La sua vita è cambiata quando ha ricevuto il sostegno medico necessario e soddisfatto il fabbisogno alimentare giornaliero. Questo grazie a chi ha deciso di prendersi cura di lei.

Mikuma Annie oggi frequenta il corso triennale in Scienze Biologiche a Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo. Ha scelto questa facoltà perché dice che un giorno vuole fare qualcosa per i bambini del suo paese che rischiano di non avere un futuro, come rischiava di non averlo lei – a causa della malattia non riusciva a frequentare tutte le lezioni scolastiche.

La forza d’animo non l’ha mai abbandonata, né il sogno di diventare medico che, finalmente potrà diventare realtà. Intanto il desiderio di sua madre si è già concretizzato: grazie al dono di una macchina da cucire ha potuto avviare una piccola attività di sartoria. Più a Sud, nel cuore del Mozambico, a Mafambisse, vive un bambino di sei anni, Fernando João Charles. Joao Charles ha perso la madre poco dopo la sua nascita. Rimasto orfano, nonno Anselmo si è occupato di lui, nonostante le grandi difficoltà economiche.

L’unica fonte di sostentamento era un piccolo orto e quel che fruttava doveva bastare a sfamarli. La vita di João Charles è cambiata grazie all’incontro con Don Piergiorgio Paoletto, parroco di Mfambisse. Attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi della Società di San Vincenzo De Paoli arriva anche per lui il sostegno a distanza che oggi gli permette di andare a scuola e di imparare a leggere e a scrivere.

Oltre all’attività didattica frequenta il doposcuola voluto e organizzato da don Piergiorgio Paoletto. Qui, ogni giorno, coltiva il suo talento: disegnare. Don Paoletto l’ha scoperto e lo guida e incoraggia offrendogli tutto l’occorrente per mettere a frutto il suo dono. E così insieme, grazie all’impegno e alla generosità di molti, la vita di Joao Charles si arricchisce di svariati colori e degli strumenti necessari per la costruzione di un domani migliore.

Oggi sono ancora milioni i bambini e le bambine che continuano a vivere in estrema povertà. Non riescono a raggiungere un grado di istruzione adeguato e sono costretti a lavorare. Subiscono abusi e violenze. Vivono in condizioni igieniche e sanitarie pessime e non hanno accesso a strutture mediche dove essere curati.

Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo è la struttura della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV che si occupa non solo di adozioni e sostegno a distanza (più di 2.500 in 40 Paesi) ma anche di sviluppare progetti con partner locali come costruzione di pozzi, aule scolastiche e ospedali, nonché di intervenire nei luoghi colpiti da calamità naturali o guerre e di promuovere la creazione di gemellaggi tra le Conferenze italiane e altre all’estero. Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo opera al servizio dei Vincenziani e di chi, nel mondo, ha bisogno, offrendo la propria struttura, le proprie competenze, la capacità di costruire quella rete di carità con la quale il Beato Federico Ozanam desiderava ricoprire il mondo.

(Foto: San Vincenzo de’ Paoli)

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Progetto Compiti@casa: gli studenti universitari diventano tutor online per i ragazzi delle medie

Stanno per partire i tutorati online attivati all’interno di Compiti@casa, un progetto selezionato da ‘Con i Bambini’ nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, per sostenere nello studio, nell’arco di tre anni, circa 1.600 allievi delle scuole secondarie di primo grado, compresi alunni con backgroud migratorio.

A fare loro da tutor saranno 840 studenti delle università coinvolte nel progetto che, selezionati tramite un apposito bando, opportunamente formati e remunerati, aiuteranno i ragazzi e le ragazze più giovani nelle materie scientifiche e umanistiche. Un’opportunità preziosa per chi è in situazione di difficoltà di apprendimento, disagio educativo, scarso rendimento scolastico, bassa partecipazione alla vita scolastica.

‘Compiti@casa’ è un progetto triennale che ha l’obiettivo di innovare lo studio a distanza e sviluppare metodologie didattiche capaci di motivare e sostenere gli alunni e le alunne in difficoltà. Ideato nel 2020 dalla Fondazione De Agostini e dall’Università di Torino, per questa edizione è finanziato da Fondazione De Agostini, Fondazione Con i Bambini, Fondazione Alberto e Franca Riva, UniCredit Foundation, Fondazione Comunità Novarese.

La partnership è costituita da Parsec cooperativa sociale (capofila, Roma), cooperativa sociale Raggio Verde (Novara), Traparentesi aps (Napoli), associazione I Tetti Colorati (Ragusa), Università di Torino (responsabile scientifico), Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Napoli Federico II, Università di Messina e 16 scuole che operano in contesti complessi delle quattro regioni coinvolte: Piemonte, Lazio, Campania e Sicilia. E’ prevista una valutazione di impatto sociale affidata alla Fondazione Bruno Kessler.

Il progetto offre un sostegno all’apprendimento, realizzato a distanza utilizzando un ambiente digitale progettato e sviluppato dall’Università di Torino. I tutor sono selezionati tramite un bando e opportunamente preparati attraverso un percorso di formazione a cura dell’ateneo torinese. Per ognuno dei tre anni del progetto, le università coinvolte selezionano ognuna 70 tutor tra gli studenti dei propri corsi, 35 per l’area umanistica e 35 per l’area scientifica.

Il tutorato ha una durata complessiva di 15 settimane e si attiva nel secondo quadrimestre. In ogni appuntamento un tutor incontra due alunni che frequentano la stessa classe. Sono previsti due appuntamenti settimanali della durata di due ore ciascuno (un’ora per le materia umanistiche, un’ora per quelle scientifiche) per un totale complessivo di 60 ore per ogni alunno seguito.

La vicinanza generazionale dei tutor agli studenti delle scuole secondarie di primo grado facilita la comunicazione, sono giovani figure di riferimento che, in un’ottica di peer education, non solo portano novità in termini di metodologie e contenuti, ma sono capaci di accorciare le distanze comunicative e di amplificare gli effetti del supporto a distanza, facendo leva sulla costruzione di un rapporto di fiducia e reciprocità.

Le ragazze e i ragazzi che usufruiscono dei tutorati sono individuati dalle scuole secondarie di primo grado coinvolte, che scelgono 28 allievi per ogni anno di progetto, abbinati in coppie della stessa classe. Il progetto offre alle scuole coinvolte anche un’attività di segretariato socio-educativo: un servizio presente nell’istituto una volta a settimana, per tutto l’anno scolastico, gestito da un operatore e dal coordinatore del progetto, rivolto al corpo docente e al personale amministrativo ma anche alle famiglie, per aiutare nel disbrigo delle pratiche burocratiche correlate alla vita scolastica, facilitare le relazioni con gli altri servizi del territorio, sostenere le attività di orientamento scolastico.

“Di fronte a una generazione scarsa numericamente e afflitta, come da più parti sottolineato, da stati di ansia che ne compromettono un sano ingresso nella vita adulta”, dichiara Barbara Guadagni, responsabile del progetto, “risulta inaccettabile che molti studenti delle scuole medie vivano uno stato di frustrazione legato a uno scarso rendimento scolastico spesso motivato dalla povertà materiale e dalla povertà educativa delle loro famiglie. Il servizio che offriamo è teso a contrastare queste difficoltà, offrendo un supporto didattico e motivazionale facilmente fruibile nella versione online. Tutto ciò è reso possibile grazie alle risorse messe a disposizione a livello nazionale da una rete di fondazioni da tempo impegnate sul tema della povertà educativa”.

Il progetto è stato selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD. www.conibambini.org”.

Inaugurata a Ruffano la mensa comunitaria per un pasto caldo

Si è svolta lo scorso 12 febbraio presso la Masseria Mariglia, l’inaugurazione della mensa comunitaria ‘Città della Domenica’ a Ruffano, realizzata dalla locale Parrocchia ‘Natività Beata Maria Vergine’, con l’ausilio del GAL Capo di Leuca e della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca attraverso la Caritas Diocesana.

L’evento ha avuto inizio con un incontro pubblico introdotto e moderato da Luana Prontera, che ha visto gli interventi di Antonio Ciriolo, Presidente del GAL Capo di Leuca, del parroco don Nino Santoro e di don Lucio Ciardo, direttore della Caritas diocesana.

A seguire, è stata presentata l’opera ‘Vi voglio bene’, dedicata alla figura del vescovo Tonino Bello, illustrato dal vescovo di Ugento – S. Maria di Leuca, Mons. Vito Angiuli, in dialogo con Paolo Vincenti della ‘Società Storia Patria per la Puglia’: “Servono luoghi di incontro. Luoghi in cui stare insieme e condividere non solo i pasti ma anche le esperienze” ha precisato l’alto prelato.

Antonio Ciriolo ha evidenziato: “L’iniziativa si inserisce in un più ampio progetto promosso dal GAL Capo di Leuca, che mira a coinvolgere le aziende agricole locali, che si trovano in difficoltà nel vendere l’intera produzione e sono costrette a smaltire le eccedenze con costi elevati e impatti ambientali negativi. Grazie al progetto, le aziende potranno destinare il surplus alimentare alle mense comunitarie di Tricase, Ugento e Ruffano, contribuendo così a ridurre gli sprechi e a offrire pasti a basso costo basati su prodotti locali”.

“Tutto funziona se c’è l’idea di collaborare, attraverso il volontariato e l’impegno collettivo” ha precisato don Lucio Ciardo. “Questo posto è strettamente legato alla figura del venerabile don Tonino, che si riposava sotto l’albero delle giuggiole all’ingresso di questo luogo”ha sottolineato don Nino Santoro che ha fortemente voluto la realizzazione della mensa proprio in quel luogo simbolo.

Il problema del cibo è uno dei più drammatici problemi della povertà, nelle grandi città è sempre più facile vedere persone che frugano nei cassonetti dell’immondizia per cercare cibo. Lo scandalo dell’affamato resta un luogo decisivo per la coscienza cristiana a partire dalla parabola evangelica del ricco Epulone che banchettava lautamente mentre il povero Lazzaro giaceva alla sua porta. Anche nelle piccole realtà locali del Capo di Leuca, dar da mangiare è un valore molto antico, diffuso in tutte le culture, perché ha un richiamo diretto al valore della vita.

L’attrezzatura necessaria per completare la cucina della mensa è stata acquistata grazie a un contributo a fondo perduto del GAL Capo di Leuca, nell’ambito del PSR Puglia 2014/2020 – Misura 19 – Sottomisura 19.2 – Azione 3. Servizi per la popolazione rurale nel Capo di Leuca – Bando Intervento 3.2. ‘Mense Collettive’ – Piano di Azione Locale ‘il Capo di Leuca e le Serre Salentine’.

 Tra i nuovi strumenti installati figurano una cappa a parete con motore incorporato, un lavello, un armadio con quattro ripiani, un tavolo, un’affettatrice, un armadio refrigeratore, un armadio congelatore, un cuoci pasta e una friggitrice a gas. Questo ammodernamento permetterà alla mensa di operare in maniera efficiente e di offrire pasti a chi ne ha bisogno.

La collaborazione tra enti religiosi, istituzioni e realtà del territorio rappresenta un modello virtuoso di solidarietà e sostenibilità, capace di rispondere concretamente ai bisogni della comunità, infatti, alla realizzazione della mensa hanno contribuito, oltre alla Parrocchia ‘Natività Beata Maria Vergine’, anche l’Associazione di Promozione Sociale – ETS ‘Made in Soap’ di Ruffano e l’Azienda Agricola ‘Borrello Claudia’ di Salve.

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