Catania chiede a sant’Agata di essere uomini e donne di speranza

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“Permettete, all’inizio di questo messaggio, di volgere il nostro pensiero ai Paesi che sono in guerra, a coloro che in Ucraina, a Gaza e in molte parti del mondo stanno vivendo conflitti che si stanno rivelando vicoli ciechi. Nei giorni in cui godiamo della gioia della festa e della concordia, non possiamo non desiderare lo stesso clima di fraternità per tutti i popoli della Terra. Stiamo continuando a sperare e pregare affinché nasca nei cuori di tutti il desiderio di percorrere vie di riconciliazione, e che Dio susciti operatori di pace”.

In occasione della festa di sant’Agata il vescovo di Catania, mons. Luigi Renna, ha scritto una lettera alla città, pregando che anche in altre parti del mondo si possa vivere nella pace; ma non poteva fare a meno di riferirsi anche all’ultimo episodio di violenza successo in città, che ha coinvolto i minori, condannando l’episodio di violenza:

“Un riferimento alla cronaca della nostra città risulta necessario: la vicinanza alla giovane fatta oggetto di violenza la sera di martedì scorso da un gruppo di suoi coetanei nella villa Bellini. Ti siamo vicini, cara nostra concittadina, e ti invitiamo a non perdere la fiducia nella vita e negli altri. A quei giovani, sette ragazzi di nazionalità egiziana, sento di dire che la donna va amata e rispettata, e non trattata come un oggetto così come una cultura erotizzata di dimensione mondiale insegna.

All’opinione pubblica dico che il delitto commesso da questi giovani immigrati non ci deve portare a generalizzazioni, perché lo sappiamo che non tutti gli immigrati sono violenti, come non lo sono anche tutti i giovani italiani. La violenza va sempre condannata; la persona che ha sbagliato va messa nelle condizioni di non sbagliare più”.

Poi ha raccontato come sant’Agata ha abitato nella città: “Possiamo dire che sant’Agata viveva accanto alla gente di ogni condizione ed incarnava quella fraternità che nasce nel cuore di chi considera Dio come suo Padre e il prossimo come fratello. Un’altra sua caratteristica è che non fugge dalla sua città, pur sapendo di andare incontro al pericolo di perdere la vita.

Come si vive oggi in una città? Si può vivere ricercando ciò che è esclusivo, creandosi dei luoghi belli e inaccessibili dove solo alcuni possono godere di una certa qualità di vita, o si può vivere in condizioni degradanti, nelle quali è appena sicurato l’essenziale”.

Riprendendo un pensiero del beato Puglisi il vescovo Renna ha invitato a vivere nella città la fraternità: “Il ‘Padre Nostro’ ci insegna a chiedere che sia glorificato il nome di Dio e non il nostro; che venga il suo regno di pace; che si realizzi la sua volontà di salvezza per tutto l’uomo e per tutti gli uomini. La preghiera di Gesù ci aiuta a vedere ai bisogni della città in maniera fraterna.

In ogni comunità umana c’è bisogno di pane, ossia di risorse per la sussistenza e per il benessere: il pane quotidiano che chiediamo nella preghiera è quello che non viene accumulato nelle mani di pochi, ma viene condiviso attraverso un giusto salario, attraverso contratti equi con i lavoratori, mediante politiche sociali che promuovano opportunità lavorative. Il ‘Padre Nostro’ ci insegna a chiedere perdono a Dio e a donare perdono ai fratelli: la riconciliazione è il banco di prova più esigente della fraternità, che non consente di avere dei nemici, e se ci dovesse capitare di averli, ci chiede di amarli e pregare per loro”.

E’ stato un invito ad abitare la città con responsabilità: “Perciò riscopriamoci popolo che costruisce la sua città attraverso un ‘noi’ comunitario; partecipiamo alla cura delle nuove generazioni, dei vostri figli. Che frequentino la scuola, ve lo ripeto ancora! Che frequentino scuole che assicurino loro lavoro, in una città nella quale si sta investendo sulle nuove tecnologie. Partecipiamo a renderla

bella e dignitosa, perché Catania è città da abitare, nella quale accogliere pellegrini e turisti, nella quale integrare immigrati. Abitiamola tenendola pulita, rendendola più bella a partire dal nostro quartiere, e sentiamo che alcune zone a lungo tralasciate sono parte della nostra città e non vanno cancellate, ma rigenerate”.

E’ stato un invito a vivere la città in modo creativo: “La carità non è solo un atto di elemosina, ma si esprime in un’amicizia e una solidarietà da vivere nella nostra città. Si tratta di cambiare passo, di uscire da diffidenze e forse anche da tanti modi di fare, nascosti e ‘sottobanco’… Sant’Agata è vissuta da sorella dei poveri a Catania, non è fuggita dal pericolo in quel febbraio del 251, e da allora ha scritto il primo rigo della poesia vera di questa città”.

Mentre nell’omelia nella cattedrale della città il card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, ha sottolineato la ‘pazienza’ della santa: “Sant’Agata con vittoriosa pazienza, non spaventata dalle minacce né sconfitta dalle torture e dalla diabolica crudeltà resta salda nella fede. La vittoriosa pazienza di Agata è la capacità di non lasciarsi sopraffare dalle prove: questa è la pazienza, non sopportare ma non lasciarsi sopraffare dalle prove che poi è la caratteristica cristiana richiesta da san Paolo”.

Ed ha ricordato i due beati siciliani, p. Puglisi ed il giudice Livatino: “Sono un tratto di congiunzione con le antiche storie di martirio. Un’importante teologo della chiesa di oggi parlava di due tipi di santità. La prima la chiamava abituale: sono come dei fiori che nascono nel giardino della Chiesa, dove fioriscono fiori di tutte le specie per indicare tutte le vocazioni santità che fioriscono nella chiesa. Poi c’è un’altra forma di santità quella che chiama rappresentativa, la santità che piomba sulla Chiesa come un fulmine”.

Ed ha concluso l’omelia, ribadendo che i santi sono dati per vincere l’indifferenza: “Questa è una delle più gravi sfide per la Chiesa: l’indifferenza religiosa è ormai sentimento diffuso. Dovremmo capire che la questione vera non è inventare strategie per una riconquista cristiana, il vero problema è come noi come Chiesa oggi possiamo essere segno dell’amore Dio per tutti.

La via della Chiesa di oggi è quella di evangelizzare, ossia testimoniare quanto Dio abbia amato, quanto Dio ami il mondo, il che vuol dire quanto ami ciascuno di noi, quanto ci ami a prescindere dalla nostra condizione, dalla nostra situazione, dai nostri errori, dai nostri fallimenti… Dobbiamo essere donne e uomini di speranza e per il prossimo Giubileo il papa ci chiede di essere pellegrini di speranza”.

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