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Papa Leone XIV ai giovani africani: guardate al futuro

“Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi! Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede”: nel penultimo incontro pubblico in Africa, sotto la pioggia papa Leone XIV ha ascoltato le testimonianze dei giovani nello stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale ‘che cresce nella libertà’.

Dopo aver ascoltato le testimonianze dei giovani il papa ha ripreso il motto del viaggio apostolico nel Paese africano: “E’ un richiamo al motto di questo viaggio (‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’). Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita”.

Quindi ha invitato i giovani a non far tramontare le tradizioni, ma con uno sguardo al futuro:”Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.

Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani (un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale) che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!”

Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici… Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.

Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro”.

Infine ha invitato tutti a lasciarsi incantare dalla bellezza: “Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso”.

E  la carità trasforma il mondo, come affermava sempre papa Francesco: “La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato. Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza”.

Prima di questo incontro il papa ha visitato il carcere che ospita uomini e donne che scontano una pena o sono in stato di custodia cautelare: “Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito”.

Il discorso del papa è stato un invito alla riconciliazione: “Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. E’ un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia”.

Quindi il carcere può diventare ujn luogo di cambiamento: “Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo (come è stato detto) può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”.

Li ha incoraggiati a non disperare: “Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri”.

Infine ha ringraziato coloro che svolgono il loro lavoro nel penitenziario: “Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.

Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a promuovere una memoria ‘riconciliata’

“E’ una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale”: . nell’incontro dell’ultimo giorno in Angola papa Leone XIV ha incontrato i vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, evidenziando il coraggio della Chiesa angolana nel ‘denunciare il flagello della guerra’.

Ha ‘elogiato’ la vitalità della Chiesa angolana: “E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse!..

Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI il papa ha fatto l’invito a non avere paura: “Non abbiate paura di dire ‘sì’ a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa”.

E’ stato un invito ad essere missionari: “Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.

Riprendendo l’insegnamento di san Paolo il papa ha ricordato di essere ‘sale’: “A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.

Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità”.

Ciò si ottiene con l’unità attraverso la cura della formazione: “Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui. Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto ‘Discepoli fedeli, discepoli gioiosi’, dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace”.

Tutto ciò è un invito alla vita contemplativa: “Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione”.

Ma essa ha un ampio respiro: “Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto, ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione… Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione”.

Altro punto è la fedeltà: “La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi”.

Infine è stato un invito alla denuncia delle ingiustizie: “E’ quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità”.

Da qui l’esortazione alla testimonianza nelle difficoltà: “In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita la Chiesa a portare riconciliazione

“Cari fratelli e sorelle, la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. E’ proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca”: con queste parole omilitiche papa Leone XIV ha concluso la sua visita nella terra di Sant’Agostino con la celebrazione della Messa nella Basilica dedicata al fondatore dell’ordine agostiniano.

L’omelia papale è un invito ad ascoltare la Parola di Dio: “Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme”.

Il brano evangelico è un invito ad una nuova vita: “Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio.

Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo”.

Quindi non si deve avere paura di porre le domande essenziali: “L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione”.

Lo stile dei cristiani quindi è quello narrato nel libro degli Atti degli Apostoli: “Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo. Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace”.

Una vita nuova come invito all’unità: “Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra”.

Unità che si concretizza nella giustizia: “Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo.

Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi. Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”.

Da qui il compito per i cristiani: “Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo”.

In conclusione è un invito alla testimonianza: “In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente”.

Solo in questo modo si diffonde la misericordia: “Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo”.

(Foto: Santa Sede)

Alla Via Crucis papa Leone XIV invita a camminare sulle orme di Gesù

“San Francesco ci invita a vivere la nostra vita come un cammino di progressivo coinvolgimento nella relazione di amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo… Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo”: è  la ‘Preghiera Omnipotens’ che papa Leone XIV ha elevato nella notte del Venerdì Santo, al termine della Via Crucis presieduta al Colosseo.

Quella composta da san Francesco d’Assisi per chiudere la ‘Lettera a tutto l’Ordine’, che esorta ad imitare Cristo, con la preghiera del papa perché gli uomini conformino la propria volontà a quella di Dio imitando Cristo, per giungere, attraverso la sua grazia, all’incontro con Lui che vive e regna ‘nella Trinità perfetta e nell’Unità’.

Il papa, davanti a 30.000 fedeli, affiancato da due giovani portatori di torce, ha portato la croce per 14 stazioni ‘per dire che Cristo ancora soffre’ e portare le ‘sofferenze’ dell’umanità nelle sue ‘preghiere’, secondo quanto recita l’Introduzione della Via Dolorosa: “Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita”.

Le meditazioni di fra Patton traggono spunto dagli scritti di san Francesco d’Assisi: “Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla. Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni”.

Nel pomeriggio fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore, presieduta da papa Leone XIV nella basilica di san Pietro, ha evidenziato come Gesù abbia incarnato la figura del ‘Servo del Signore’ cantata dal profeta Isaia, introducendo nella storia una logica nuova:

“Viviamo in un mondo in cui la voce di Dio non orienta più, come un tempo, il cammino condiviso dell’umanità. Non perché la voce di Dio sia venuta meno, ma perché spesso è diventata una voce tra le tante, coperta da altre parole che promettono sicurezza, progresso, benessere. Sono queste, oggi, le indicazioni che guidano molte scelte e tracciano la direzione del vivere comune. Eppure, il mondo continua a essere un luogo in cui si soffre e si muore, spesso senza colpa e senza ragione. Le guerre non si fermano, le ingiustizie si moltiplicano, i più fragili ne fanno le spese”.

All’inizio dell’omelia il predicatore della Casa Pontificia ha invitato a contemplare la croce portata da Gesù in un percorso di salvezza: “In questo giorno santo la Liturgia ci fa contemplare la Passione, l’abbiamo appena ascoltata. Davanti a questo mistero è naturale per noi raccoglierci in silenzio e preghiera. La croce di Cristo però rischia di rimanere incomprensibile se la guardiamo soltanto come un fatto isolato, come un evento improvviso. In realtà è il punto più alto di un cammino, il compimento di tutta una vita in cui Gesù ha imparato ad ascoltare e ad accogliere la voce del Padre, lasciandosi guidare giorno dopo giorno fino all’amore più grande”,

Però ha sottolineato che non è facile questo percorso: “Gesù è l’uomo dei dolori che ben conosce il patire. Nessuna violenza, nessun ricorso alla forza, nessuna tentazione di distruggere tutto e ricominciare da capo”. “Sappiamo come non sia facile abbracciare una simile missione, siamo tentati di usare l’aggressività e la violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non possano risolversi mai. Ma solo la mitezza è l’unica forza per affrontare le tenebre del male”.

Ed anche se il ‘male’ continua ad esistere fra Pasolini ha invitato ad ascoltare la voce di coloro che non ‘gridano’, ma agiscono per un mondo più giusto: “La voce di Dio non orienta più, non perché sia venuta meno, ma perché è una voce tra le tante, le altre che promettono sicurezza e benessere. Ormai queste tracciano la direzione del luogo comune. Ma il mondo continua ad essere un posto dove si soffre e muore. I più fragili ne fanno le spese. Manca una parola, un canto che sappia orientare i nostri passi verso un mondo più giusto.

Ma se guardiamo con attenzione possiamo scorgere una schiera silenziosa di persone che scelgono una voce diversa: una voce che non grida, che non si impone con forza, un canto discreto e ostinato che invita ad amare e non restituire mai il male ricevuto. Non compiono gesti straordinari, ma ogni giorno provano a fare della loro vita qualcosa che non serve solo loro, ma anche agli altri. Non smettono di cercare il bene, non fanno rumore, ma tengono aperta la possibilità di un mondo diverso, grazie a loro il male non ha l’ultima parola”.

(Foto: Santa Sede)

Quarta domenica di Quaresima: Signore, fa’ che io veda

Il brano del Vangelo continua la catechesi battesimale; il Battesimo è il sacramento che ci fa ‘uomini nuovi’, veri figli di Dio. Questa domenica è detta ‘lastre’, la domenica della gioia nella quale vediamo la luce e scopriamo la nuova dignità di figli di Dio. Perché la luce di Cristo risplenda in noi è necessario l’amore di Dio e avere il coraggio e la buona volontà di immergerci nella ‘piscina di Siloe’, il sacramento della riconciliazione.

Nel Vangelo il protagonista oggi è un mendicante, cieco dalla nascita; un uomo che non ha mai veduto né il sole, né la pioggia; non ha visto con i suoi occhi né il papà, né la mamma, un uomo costretto a vivere ai margini della società. Gesù lo vede, si commuove; fa un poco di fango con la saliva, spalma il fango negli occhi e lo invia alla piscina: ‘Vai, lavati ed avrai la vista’. Il cieco credette, andò, si lavò ed ebbe finalmente la vista. La salvezza operata da Gesù non è mai un atto magico, ma è sempre un atto relazionale: ognuno deve fare la sua parte: Dio opera ma l’uomo deve avere fede in Dio.

Ecco perché al cieco Gesù ordina: ‘Vai a Siloe e lavati!’, il cieco obbedì, andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Per i farisei presenti quanto è successo non è motivo di stupore, di riconoscenza a Dio, ma la convinzione che Gesù è un peccatore  per avere agito così in giorno di sabato. Al centro invece dell’agire di Cristo Gesù non c’è una norma di legge, ma c’è l’uomo e il suo bisogno. Ogni legge è scritta per servire l’uomo e riscattarlo nella sua dignità di persona umana.

Il miracolo operato da Gesù evidenzia una verità fondamentale: la preziosità della vista, non solo la vista fisica degli occhi, del corpo, ma soprattutto dell’anima, dello spirito. La vista fisica ci permette di cogliere l’apparenza delle cose: ciò che appare, che si può toccare con le mani, sentire con gli orecchi, cogliere anche nei suoi aspetti variopinti.  La vista dell’anima ci fa cogliere l’essenza delle cose, la verità che Dio ha profuso in esse; ci porta al cuor, ci porta a Dio. Chi non ha la luce della fede si ferma all’apparenza e si accontenta di essa; chi ha fede vede le cose in Dio, che ha creato tutta le realtà e l’uomo a sua immagine e somiglianza.

L’episodio del Vangelo è singolare: davanti a Gesù c’è quel povero cieco ormai guarito: una guarigione nel giorno di sabato, giorno di preghiera e del Signore; dall’altra parte ci sono i farisei, i dottori della legge. Quelli che si fermano alla lettera, all’apparenza, ed interrogano il guarito: chi sei?, come ci vedi?, chi ti ha dato la vista?, perché ti sei lavato in giorno di sabato? E’ peccato!  I farisei stimano il guarito un imbroglione ed interrogano i suoi genitori: è vostro figlio?, era cieco?, come ora ci vede? In giornata di sabato non si va in piscina a lavarsi.

Sembra un interrogatorio di quarto grado ed i genitori se ne lavano subito le mani per non essere coinvolti e rispondono: è nostro figlio, era cieco, chiedetelo a lui come ci vede; noi non lo sappiamo. Il cieco guarito ha ormai la vista degli occhi ma anche quella dell’anima e risponde da maestro: se Gesù è peccatore, io non lo so; so di certo che ero cieco ed ora ci vedo; ma, penso, può Dio operare miracoli attraverso un peccatore’ ? a meno che voi volete diventare suoi discepoli.

Ora il cieco è divenuto vero maestro destando l’ira dei farisei che dubitano della sua cecità; vorrebbero svuotare il miracolo dicendo: ‘Non è il cieco nato, ma uno che gli somiglia’; ma il cieco guarito ribatte: sono proprio io; mi ha guarito Gesù ma non so ora dove Egli sia. Nel cieco guarito i farisei vedono ora crollare tutti i loro sogni di grandezza, di un Dio tutto proprio perché si ritengono sani, saggi, pagano le tasse e sono rispettati dalla gente.

Ai farisei interessava la reputazione della gente; a Gesù interessa l’uomo, l’uomo creato ad immagine di Dio, l’uomo che deve essere salvato e riportato alla sua dignità: interessa salvare l’uomo. Sconfitti e delusi, i farisei si allontanano, mentre Gesù si avvicina al guarito; seppe che lo avevano cacciato fuori come peccatore e gli rivolge la domanda: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’ e il cieco guarito chiede: ‘Chi è Signore’? e Gesù aggiunge: ‘E’ colui che parla con te’; il guarito si prostrò e l’adorò. Il cieco guarito imbocca la strada della fede; scopre la luce vera, si prostra ed adora.

Nel cammino della vita l’uomo è chiamato a scoprire l’opera divina, che si impone senza compromessi, sempre per chiarezza e splendore. Il sabato, i comandamenti di Dio, la legge del Signore non mirano a schiavizzare l’uomo ma a renderlo veramente libero per amare Dio e i fratelli. Dio guarda sempre il cuore; il cuore deve essere sempre puro e libero.

Il Battesimo ci ha fatto rinascere a vita nuova e ci insegna una cosa: Amare perché Dio è amore. Con il Battesimo abbiamo ricevuto con lo Spirito Santo i tre semi teologali: la Fede, la Speranza e la Carità; come ogni seme la Fede deve crescere per segnare  la strada e la meta da raggiungere: luce vera che guida l’uomo nella giustizia e verità di Dio. Andiamo verso la Pasqua di risurrezione; ma sarà vera Pasqua se nel cuore regna l’amore.       

Papa Leone XIV: la riconciliazione è laboratorio di unità

“Esso fu fortemente voluto da san Giovanni Paolo II, che lo sostenne con la sua passione pastorale, fu confermato da papa Benedetto XVI con la sua sapienza teologica, come pure da papa Francesco, che sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa. Anch’io vi esorto a proseguire in questo servizio, approfondendo e ampliando l’offerta formativa, affinché il quarto Sacramento sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al 37^ Corso sul foro interno della Penitenzieria Apostolica ricordando che il perdono dei peccati favorisce la pace.

Prer questo ha ricordato l’importanza di questo sacramento: “Il Sacramento della riconciliazione ha avuto nella storia un notevole sviluppo, sia nella comprensione teologica, sia nella forma celebrativa. La Chiesa, madre e maestra, ne ha progressivamente riconosciuto il senso e la funzione, dilatando la possibilità della sua celebrazione.

Eppure, alla reiterabilità del Sacramento non corrisponde sempre, da parte dei battezzati, una sollecitudine nel farvi ricorso: è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse ‘inutilizzato’, per una diffusa distrazione dei cristiani che, non di rado, rimangono per lungo tempo in stato di peccato, piuttosto che accostarsi al confessionale, con semplicità di fede e di cuore, per accogliere il dono del Signore Risorto”.

Riprendendo una frase di sant’Agostino il papa ha definito questo sacramento un ‘laboratorio di unità’ in favore della pace: “Afferma sant’Agostino: ‘Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati, e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio’. Riconoscere i nostri peccati, soprattutto in questo tempo di Quaresima, significa dunque ‘accordarci’ con Dio, unirci a Lui.

Il Sacramento della riconciliazione è allora un ‘laboratorio di unità’: esso ristabilisce l’unità con Dio, attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante. Questo genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa; perciò favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana. Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi? Ma. di nuovo ci domandiamo, può davvero l’uomo, piccola e semplice creatura, ‘rompere l’unità’ con il Creatore? Questa immagine non è forse parziale e, in definitiva, mortificante della Rivelazione che Gesù ci ha fatto di Dio?”

Domande fondamentali a cui il papa ha risposto che il peccato non ‘rompe l’unità’ con Dio: “A ben vedere, il peccato non rompe l’unità, intesa come dipendenza ontologica della creatura dal Creatore: anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore, e tale dipendenza, quando viene riconosciuta, può aprire la strada della conversione.

Il peccato rompe, piuttosto, l’unità spirituale con Dio: è un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è (e rimane) libero e quindi responsabile dei propri atti”.

E, rivolgendosi ai sacerdoti, il papa ha sottolineato che la loro vita si realizza in questo sacramento: “Carissimi giovani sacerdoti e ordinandi, abbiate sempre viva consapevolezza dell’altissimo compito che Cristo stesso, attraverso la Chiesa, vi affida: ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione. La vita intera di un sacerdote può essere pienamente realizzata, celebrando assiduamente e fedelmente questo Sacramento.

Ed infatti quanti sacerdoti sono diventati santi nel Confessionale! Pensiamo solo a san Giovanni Maria Vianney, an Leopoldo Mandić e, più recentemente, a san Pio da Pietrelcina ed al beato Michał Sopoćko”.

Per questo l’unità con Dio è unità con la Chiesa: “L’unità ristabilita con Dio è anche unità con la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo: noi siamo membra del ‘Cristo totale’. Il tema del vostro Corso di quest’anno: ‘La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia’, sarebbe incomprensibile se non si partisse dalla radice che è Gesù Cristo risorto. La Chiesa accoglie le persone, come ‘casa di Misericordia’, perché innanzitutto accoglie continuamente il suo Signore, nella Parola ascoltata e proclamata, e nella grazia dei Sacramenti”.

Ed attraverso la confessione si ‘edifica’ la Chiesa: “Per questa ragione, nella celebrazione della Confessione sacramentale, mentre i penitenti sono riconciliati con Dio e con la Chiesa, si edifica la Chiesa stessa, che viene arricchita della santità rinnovata dei suoi figli pentiti e perdonati. Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica; e così facendo diamo anche energie nuove alla società e al mondo”.

Attraverso la Chiesa si arriva all’unità con le persone: “L’unità con Dio e con la Chiesa, infine, è il presupposto dell’unità interiore delle persone, oggi così necessaria, nel tempo della frammentazione che ci è dato di vivere. Unità interiore che si riscontra come desiderio reale soprattutto nelle nuove generazioni. Le promesse non mantenute di un consumismo sfrenato e l’esperienza frustrante di una libertà svincolata dalla verità si possono trasformare, per divina misericordia, in occasioni di evangelizzazione: facendo emergere il senso di incompiutezza, permettono di destare quelle domande esistenziali alle quali solo Cristo risponde pienamente”.

Questa ‘triade’ pone le fondamenta per la pace: “Questo dinamismo di unità con Dio, con la Chiesa e in noi stessi è un presupposto della pace tra gli uomini e i popoli: solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante! Chi depone le armi dell’orgoglio e si lascia continuamente rinnovare dal perdono di Dio, diventa un operatore di riconciliazione nella vita di ogni giorno”.

Ciò si può realizzare grazie alla misericordia di Dio: “In lui o in lei si realizzano le parole attribuite a san Francesco d’Assisi: ‘Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace’. Carissimi, non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia, di cui siete divenuti (o diverrete) ministri”.

In precedenza aveva ricevuto i componenti della Fondazione Cattolica, nel ventennale della nascita, con l’incoraggiamento a sostenere le situazioni di fragilità ed emarginazione: “Tra questi pionieri ci furono anche i fondatori della Società Cattolica di Assicurazione, un gruppo di sacerdoti e laici che, nel 1896, a Verona, diedero vita a una società cooperativa, a larga partecipazione popolare, che si è poi sviluppata insieme al Paese, aiutando le comunità a superare i traumi delle due guerre mondiali.

Vent’anni fa, in un contesto molto mutato ma a partire da quelle stesse radici, è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili”.

(Foto: Santa Sede)

Ad Assisi aperto l’anno giubilare francescano

‘Hic michi viventi lectus fuit et morienti’ (qui fu il mio letto, sia da vivo che da morente): dalle celebrazioni dell’anniversario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio nel 2023 a quelle per il dono delle Stimmate nel 2024, dagli eventi per ricordare la composizione del Cantico delle creature nel 2025, all’apertura dell’VIII centenario del transito: sabato 10 gennaio dalla  basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è aperto l’ultimo tratto del cammino giubilare francescano che culminerà il 3 ottobre (giorno della morte) e il 4 per la festa del santo. E la scritta sul libro che il Poverello tiene in mano nell’icona del 1255, san Francesco tra due angeli rappresenta uno dei simboli del Transito perché proprio quell’asse lignea dipinta dal pittore Maestro di San Francesco accolse e protesse il corpo del Poverello in vita e poi immediatamente dopo la sua morte, come lui stesso afferma.

L’avvio del Centenario in questo luogo ha segnato l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e crocifisso e dove Francesco (come ha sottolineato fra Massimo Travascio Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale) ‘ha consegnato alla Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto’, auspicando che questo Centenario non sia “memoria innocua, ma profezia viva, capace di insegnare ancora oggi a vivere e a morire secondo il Vangelo”.

Il rito è stato presieduto dal Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, fra Francesco Piloni, mentre mons. Domenico Sorrentino, ed il sindaco di Assisi, Valter Stoppini, hanno varcato insieme la soglia della Basilica portando un cero, successivamente acceso nella Cappella del Transito, come ha sottolineato mons. Sorrentino: “Quando quattro anni fa iniziammo proprio qui in Assisi a pensare al 2026, insieme poi ai vescovi e francescani degli altri luoghi dei Centenari, Greccio e La Verna, sapevamo che avremmo vissuto anni di grazia e così è stato. Per arrivare oggi a un’esplosione di gioia vera, quella che viene dal cuore e dall’impegno di ciascuno a recuperare Francesco in tutte le sue dimensioni… L’augurio che faccio a tutti e alla Chiesa intera è di riscoprire questo nostro Santo per riscoprire Gesù, unica fonte di gioia e pace”.

Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa celebrazione una voce sola e un passo comune. Fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di tutto il mondo francescano. Un momento di rara forza ecclesiale, rimando all’unità di una famiglia che riconosce in Francesco una sorgente comune e ancora feconda.

Il rito si è articolato in sei momenti (Misericordia, Preghiera, Fraternità, Lavoro, Pace e Benedizione) che hanno ripercorso i passaggi essenziali del Testamento di san Francesco, accompagnati da meditazioni, testimonianze e interventi dei Ministri Generali. Al centro, l’invocazione corale della pace, affidata alla responsabilità dei credenti in un tempo segnato da conflitti, divisioni e fragilità globali. Il cammino si è concluso alla Porziuncola, segno del ‘sepolcro vuoto’ e della Pasqua vissuta da Francesco, a indicare che il Transito non è una fine, ma l’inizio di una vita pienamente consegnata a Dio e agli uomini.

Al termine della celebrazione per questo Anno Santo francescano è stata letta la ‘Lettera’che papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco, segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si apre per l’intera comunità ecclesiale.

Per tale motivo la Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, da potersi ottenere per tutto il corso dell’anniversario nelle chiese francescane di tutto il mondo, come reso pubblico dal Decreto promulgato nel Bollettino della Santa Sede del 10 gennaio 2026, come ha sottolineato il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni: “Ricordare la morte di Francesco significa per noi celebrare il miracolo della sua vita e la sua presenza viva in mezzo a noi: una benedizione che da oltre ottocento anni accompagna la Chiesa e l’intera umanità. La vita e il carisma francescani trovano la loro radice più autentica nello stesso Francesco, che continua a portare frutto nella storia, seminando misericordia, fraternità e pace”.

Anche fra Francesco Piloni OFM ha voluto commentare questa importante giornata: “Qui oggi la Chiesa riceve nuovamente un Testamento, che è un dono per tutti. Aprendo questo Centenario nel luogo del suo Transito, riconosciamo che la vita del Poverello continua a parlare a tutti noi, alla Chiesa intera, chiamandola alla conversione e alla fraternità, perché ciò che nacque qui, sulla nuda terra, è destinato ancora a fecondare il mondo”.

La cerimonia è stata aperta dal saluto di fra Massimo Travascio, custode della basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, e proseguita con la processione guidata dal presidente del rito, fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei Frati minori di Umbria e Sardegna, assieme ai sei ministri generali ovvero fra Massimo Fusarelli (Frati minori), fra Carlos Alberto Trovarelli (Frati minori conventuali), fra Roberto Genuin (Frati minori cappuccini), Tibor Kauser (Ordine francescano secolare), fra Amando Trujillo Cano (Terzo ordine regolare) e suor Daisy Kalamparamban, presidente della Conferenza francescana internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’ordine regolare.

Per l’occasione la Penitenzieria apostolica ha concesso l’indulgenza plenaria, papa Leone XIV ha salutato l’evento con un messaggio ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, in cui scrive: “La pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane” ed ha assicurato di unirsi a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative e poi ha consegnato una preghiera dedicata al Poverello.

E’ stato quindi il momento delle riflessioni con i ministri generali che hanno raggiunto le sei stazioni laterali della basilica, ripercorrendo idealmente i passaggi cruciali del Testamento che san Francesco lasciò ai suoi frati prima di morire, la sua eredità spirituale: misericordia, preghiera, fraternità, lavoro, pace e benedizione sono stati i temi delle meditazioni, accompagnate da un testo delle Fonti francescane o del Vangelo e dall’ascolto di una testimonianza.

Al termine del rito è stato letto il messaggio inviato da papa Leone XIV e mons. Sorrentino ha annunciato il suo successore alla guida della diocesi, mons. Felice Accrocca, comunicando la promulgazione del decreto con il quale il papa istituisce uno speciale Anno giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace:

“La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole ‘fratello’ e la luna ‘sorella’, che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale”.

(Foto: San Francesco d’Assisi)

Papa Leone XIV in Libano per essere operatori di pace

“E’ una grande gioia incontrarvi e visitare questa terra in cui ‘pace’ è molto più di una parola: qui la pace è un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto. Voi siete investiti di autorità in questo Paese, ciascuno nei propri ambiti e con ruoli specifici. E’ alla luce di questa autorità che desidero rivolgervi la parola di Gesù, scelta come ispirazione fondamentale di questo mio viaggio: ‘Beati gli operatori di pace!’ Certo, vi sono milioni di Libanesi, qui e nel mondo intero, che servono la pace silenziosamente, giorno dopo giorno”: papa Leone XIV ha salutato le autorità libanesi, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II.

Un messaggio chiaro capace di consentire un futuro alla popolazione: “A voi, però, che avete compiti istituzionali importanti all’interno di questo popolo, è destinata una speciale beatitudine se a tutto potrete dire di avere anteposto l’obiettivo della pace. Desidero, in questo nostro incontro, riflettere un po’ con voi su che cosa significhi essere operatori di pace entro circostanze molto complesse, conflittuali e incerte”.

Ed ha ‘esaltato’ la resilienza del popolo libanese: “La vostra resilienza è caratteristica imprescindibile degli autentici operatori di pace: l’opera della pace, infatti, è un continuo ricominciare. L’impegno e l’amore per la pace non conosce paura di fronte alle sconfitte apparenti, non si lascia piegare dalle delusioni, ma sa guardare lontano, accogliendo e abbracciando con speranza tutte le realtà. Ci vuole tenacia per costruire la pace; ci vuole perseveranza per custodire e far crescere la vita”.

E’ stato un invito ad ‘interrogare’ la storia del Paese: “Chiedetevi da dove viene la formidabile energia che non ha mai lasciato il vostro popolo a terra, privo di fiducia nel domani. Siete un Paese variegato, una comunità di comunità, ma unita da una lingua comune. Non mi riferisco soltanto all’arabo levantino che parlate, attraverso il quale il vostro grande passato ha disseminato perle di inestimabile valore, mi riferisco soprattutto alla lingua della speranza, quella che vi ha sempre permesso di ricominciare”.

Però di fronte ad un’economia che ‘uccide’ il papa ha elogiato il Libano per la società civile: “Il Libano può vantare una società civile vivace, ben formata, ricca di giovani capaci di plasmare i sogni e le aspirazioni di un intero Paese. Vi incoraggio pertanto a non separarvi mai dalla vostra gente e a porvi al servizio del vostro popolo (così ricco nella sua varietà) con impegno e dedizione. Possiate tutti far risuonare una sola lingua: la lingua della speranza che fa convergere tutti nel coraggio di ricominciare sempre di nuovo.

Il desiderio di vivere e di crescere insieme, come popolo, faccia di ogni gruppo la voce di una polifonia. Vi aiuti anche il profondo legame di affetto che lega al proprio Paese tanti Libanesi dispersi nel mondo. Essi amano la propria origine, pregano per il popolo di cui si sentono parte e lo sostengono con le molteplici esperienze e competenze che li rendono così apprezzati in ogni luogo”.

La seconda caratteristica degli operatori di pace è quella percorrere ogni via per la riconciliazione: “Vi sono infatti ferite personali e collettive che chiedono lunghi anni, a volte intere generazioni per potersi rimarginare. Se non vengono curate, se non si lavora, ad esempio, a una guarigione della memoria, a un avvicinamento tra chi ha subito torti e ingiustizie, difficilmente si va verso la pace. Si resta fermi, prigionieri ognuno del suo dolore e delle sue ragioni. Tuttavia, verità e riconciliazione crescono sempre insieme: sia in una famiglia, sia tra le diverse comunità e le varie anime di un Paese, sia tra le Nazioni”.

Però la riconciliazione ha bisogno di un’autorità che riconosca il bene comune: “Una cultura della riconciliazione, perciò, non nasce solo dal basso, dalla disponibilità e dal coraggio di alcuni, ma ha bisogno di autorità e istituzioni che riconoscano il bene comune superiore a quello di parte. Il bene comune è più della somma di tanti interessi: avvicina il più possibile gli obiettivi di ciascuno e li muove in una direzione in cui tutti avranno di più che andando avanti da soli. La pace è infatti molto più di un equilibrio, sempre precario, tra chi vive separato sotto lo stesso tetto”.

Quindi la pace ha bisogno di riconciliazione: “La pace è saper abitare insieme, in comunione, da persone riconciliate. Una riconciliazione che oltre a farci convivere, ci insegnerà a lavorare insieme, fianco a fianco per un futuro condiviso. Ed allora, la pace diventa quell’abbondanza che ci sorprende quando il nostro orizzonte si allarga oltre ogni recinto e barriera.

A volte si pensa che, prima di compiere qualsiasi passo, occorra chiarire tutto, risolvere tutto, invece è il confronto reciproco, anche nelle incomprensioni, la strada che porta verso la riconciliazione. La verità più grande di tutte è che ci troviamo insieme inseriti in un disegno che Dio ha predisposto perché tutti possiamo raggiungere una pienezza di vita nella relazione tra di noi e con Lui”.

La terza caratteristica è quella di non fuggire: “Essi osano rimanere, anche quando costa sacrificio. Vengono momenti in cui è più facile fuggire, o, semplicemente, risulta più conveniente andare altrove. Ci vuole davvero coraggio e lungimiranza restare o tornare nel proprio Paese, stimando degne d’amore e di dedizione anche condizioni piuttosto difficili.

Sappiamo che l’incertezza, la violenza, la povertà e molte altre minacce producono qui, come in altri luoghi del mondo, un’emorragia di giovani e di famiglie che cercano futuro altrove, pur con grande dolore nel lasciare la propria patria.

Occorre certamente riconoscere che molto di positivo arriva a tutti voi dai Libanesi sparsi nel mondo. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che restare preso i suoi e collaborare giorno per giorno allo sviluppo della civiltà dell’amore e della pace, rimane qualcosa di molto apprezzabile”.

Ed ha affrontato anche la spinosa questione della mobilità: “La Chiesa, infatti, non è soltanto preoccupata della dignità di coloro che si muovono verso Paesi diversi dal proprio, ma vuole che nessuno sia costretto a partire e che chiunque lo desideri possa in sicurezza ritornare.

La mobilità umana, infatti, rappresenta un’immensa opportunità di incontro e di reciproco arricchimento, ma non cancella lo speciale legame che unisce ciascuno a determinati luoghi, a cui deve la propria identità in modo del tutto peculiare. E la pace cresce sempre in un contesto vitale concreto, fatto di legami geografici, storici e spirituali. Occorre incoraggiare coloro che li favoriscono e se ne nutrono, e non cedono a localismi e nazionalismi”.

In questa complessa situazione è importante anche il ruolo delle donne: “In questo contesto, mi preme sottolineare il ruolo imprescindibile delle donne nel faticoso e paziente impegno per custodire e costruire la pace. Non dimentichiamo che le donne hanno una specifica capacità di operare la pace, perché sanno custodire e sviluppare legami profondi con la vita e con le persone.

La loro partecipazione alla vita sociale e politica, così come a quella delle proprie comunità religiose, similmente all’energia che viene dai giovani, rappresenta in tutto il mondo un fattore di vero rinnovamento. Beate, dunque, le operatrici di pace e beati i giovani che restano o che ritornano, perché il Libano sia ancora una terra piena di vita”.

Ed ha concluso l’intervento con uno spunto musicale: “Questo tratto della vostra cultura ci aiuta a comprendere che la pace non è soltanto il risultato di un impegno umano, per quanto necessario: la pace è un dono che viene da Dio e che, innanzitutto, abita il nostro cuore. E’come un movimento interiore che si riversa verso l’esterno, abilitandoci a lasciarci guidare da una melodia più grande di noi stessi, quella dell’amore divino. Chi danza avanza leggero, senza calpestare la terra, armonizzando i propri passi con quelli degli altri.

Così è la pace: un cammino mosso dallo Spirito, che mette il cuore in ascolto e lo rende più attento e rispettoso verso l’altro. Possa crescere fra voi questo desiderio di pace che nasce da Dio e può trasformare già oggi il modo di guardare gli altri e di abitare insieme questa Terra che Egli ama profondamente e continua a benedire”.

(Foto: Santa Sede)

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