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FISH: per 8 marzo oltre ai fiori anche il rispetto dei diritti!

In occasione della Giornata internazionale della donna ricordiamo che la vera uguaglianza si realizza solo quando ogni donna, comprese le donne con disabilità, vede pienamente riconosciuti, rispettati e tutelati i propri diritti, la propria dignità e la propria voce.

Le donne con disabilità incontrano ancora barriere nell’occupazione, nella leadership, nell’accesso alla giustizia. Subiscono discriminazioni ed esclusioni e sono più esposte a violenza e ad ulteriori e specifiche modalità di abuso. Tra queste rientrano l’abuso farmacologico, la negazione di cure e ausili indispensabili per l’autonomia nonché lo sfruttamento economico. In molti casi, la violenza si consuma all’interno delle relazioni di prossimità: familiari, partner, assistenti o operatori sanitari.

La condizione di dipendenza legata al bisogno di supporto può trasformarsi in uno strumento di controllo, generando paura e silenzio. Il timore di perdere l’assistenza necessaria alla vita quotidiana rappresenta infatti un potente deterrente alla denuncia. Inoltre spesso le parole delle donne con disabilità non vengono considerate credibili, con il conseguente aggravarsi della condizione di vulnerabilità.

Vi sono inoltre gravi discriminazioni in ambiti particolarmente delicati come quello della salute, dei diritti sessuali e riproduttivi. Pratiche quali la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato o la gestione coatta della contraccezione costituiscono violazioni inaccettabili dell’autodeterminazione. Le donne con disabilità intellettiva o psicosociale, quelle con elevati bisogni di sostegno o che vivono in contesti istituzionalizzati risultano particolarmente esposte a tali abusi.

“In questa giornata dedicata alle donne, non possiamo ignorare la realtà di milioni di cittadine con disabilità per le quali la piena dignità resta un traguardo ancora sbarrato. La vera parità non è uno slogan, ma si realizza solo quando la voce e l’autodeterminazione di ogni donna vengono garantite senza riserve. Oggi, purtroppo, le donne con disabilità restano intrappolate in barriere sistemiche, dall’occupazione alla leadership, fino alla giustizia, subendo una discriminazione multipla che le espone a intollerabili esclusioni e violenze”, dichiara il presidente della FISH Vincenzo Falabella.

Nel nostro paese permangono criticità anche sul piano giuridico, istituti come l’interdizione e l’amministrazione di sostegno continuano ad essere applicati secondo una logica di “miglior interesse“, spesso definita da terzi, senza un effettivo ascolto della volontà e delle preferenze della persona interessata mentre il consenso è il presupposto fondamentale di ogni relazione affettiva, sanitaria e sociale che deve essere libero, informato, consapevole e sempre revocabile. Per le donne con disabilità tuttavia questo diritto viene ancora troppo spesso messo in discussione, limitato o addirittura negato.

Un approccio che si pone in contrasto con l’articolo 12 della convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità il quale riconosce la piena capacità giuridica delle persone con disabilità e promuove modelli di supporto alle decisioni fondati sul rispetto della loro autodeterminazione.

È quindi necessario garantire e rafforzare l’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze con disabilità, intervenire in modo concreto sui sistemi giuridici, sulle prassi istituzionali e sulle barriere strutturali che ancora oggi ne limitano l’effettiva partecipazione e tutela. Difendere i loro diritti significa costruire una società davvero equa, rispettosa della dignità di tutte le persone.

I vescovi italiani riflettono sugli abusi

Copertina

“La dignità è dono di Dio, che ha creato l’essere umano a propria immagine e somiglianza. Non è qualcosa che si ottiene per merito o per forza, né dipende da ciò che possediamo o realizziamo… Anche la cura e la tutela dell’uomo verso il suo prossimo sono frutto di uno sguardo che sa riconoscere, di un cuore che sa ascoltare. Nascono dal desiderio di avvicinarsi con rispetto e tenerezza, di condividere i pesi e le speranze dell’altro. E’ nel farci carico della vita del prossimo che impariamo la libertà vera, quella che non domina ma serve, non possiede ma accompagna…

Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.

Questo è l’inizio del messaggio che papa Leone XIV ha inviato ai partecipanti al workshop promosso dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sul tema ‘Costruire Comunità che tutelano la Dignità’, che si conclude domani in occasione della giornata di preghiera per le vittime ed i sopravvissuti agli abusi, che si celebra oggi: “Apprezzo, pertanto, e incoraggio il vostro proposito di condividere esperienze e percorsi di apprendimento su come prevenire ogni forma di abuso e su come rendere conto, con verità e umiltà, dei cammini di tutela intrapresi. Vi esorto a portare avanti questo impegno affinché le comunità diventino sempre più esempio di fiducia e di dialogo, dove ogni persona sia rispettata, ascoltata e valorizzata. Là dove si vive la giustizia con misericordia, la ferita si trasforma in feritoia di grazia”.

Il workshop, secondo mons. Thibault Verny, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, è ‘un passo significativo’, perché è il primo incontro internazionale che la Commissione dedica a supportare gli istituti religiosi nella preparazione del Rapporto Annuale, il terzo dopo quello presentato lo scorso 16 ottobre, che vedrà coinvolte 40 comunità religiose. Quindi il Rapporto ‘non intende aggiungere un peso’, ma vuole essere ‘un’opportunità’ per aiutare a promuovere ‘l’attenzione verso i membri più vulnerabili’ e rafforzare ‘la qualità della formazione’.

E ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’ è il tema scelto per la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa e il versetto della Scrittura che guida i testi dei materiali è tra i più noti del Vangelo, ‘Lasciate che i piccoli vengano a me’, come scrive la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e adulti vulnerabili, nell’introduzione che accompagna i materiali:

“E’ il rispetto la sostanza etica a cui ancorare le nostre relazioni ecclesiali, quelle verticali come quelle orizzontali, affinché l’altro sia riconosciuto come tale: altro da me, differente. Di fronte all’altro non solo ci è chiesto di toglierci i sandali per rispettarne la sacralità e l’originalità di cui ciascuno è portatore, ma imparare a ‘chiedere permesso’, per incontrarne la vulnerabilità come tratto dell’umano da integrare e custodire, sempre e ovunque. Ed il limite, se valicato, diventa non solo violazione, ma perdita per tutti di quella essenza che ci accomuna al di là di ogni gerarchia verticale e prossimità orizzontale: la dignità che ci appartiene come esseri umani. Quella dignità inviolabile che Gesù per primo ha riconosciuto ai bambini”.

Inoltre ai vescovi riuniti in assemblea oggi mons. Thibault Verny, ha ricordato che papa Leone XIV aveva chiesto di proseguire il lavoro fin qui compiuto: “Ci ritroviamo oggi in un momento significativo: segno il mio quarto mese come Presidente della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. E’ stato infatti nel luglio di quest’anno che Papa Leone XIV mi ha chiesto di proseguire il lavoro avviato sotto la guida del card. Sean O’Malley. Una sfida certamente impegnativa”.

Quindi ha richiamato il cammino compiuto: “Tre anni fa, la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori hanno sottoscritto un accordo, denominato Memorare Initiative, che ha segnato l’inizio di una collaborazione strutturata tra noi. Tale accordo non è rimasto lettera morta: si è trasformato in un laboratorio di dialogo, azione e corresponsabilità, con ricadute positive in Chiese di quattro continenti. Attraverso questa intesa, insieme a voi, stiamo aiutando le comunità ecclesiali a prevenire gli abusi, a proteggere chi è a rischio e a intervenire con competenza e compassione quando si verificano situazioni di abuso, ovunque esse si manifestino”.

Infine ha condiviso un’immagine: “Permettetemi di condividere un’immagine che mi ha profondamente colpito durante un recente incontro con un gruppo di vittime e sopravvissuti, tutti adulti, molti dei quali anziani, che hanno subito abusi da bambini nella Chiesa in Belgio. Ci siamo intrattenuti con loro per oltre tre ore: un incontro intenso, talvolta doloroso. Vi era una sedia vuota tra due membri del gruppo; la signora accanto spiegò che era per suo fratello, anch’egli vittima di abusi, che si era tolto la vita. Quella sedia rappresentava lui e gli innumerevoli altri che hanno compiuto lo stesso gesto a causa degli abusi subiti. La sedia vuota era presente anche nel loro incontro con papa Leone XIV”.

Questa sedia vuota vuole rappresentare un nuovo sguardo: “In tutto ciò che facciamo, dobbiamo guardare a quella sedia vuota: guardare al presente, attraverso cellule di ascolto, riconoscere e accompagnare le vittime e i sopravvissuti, accogliere le loro parole, per quanto difficili. Essi sono per noi come l’uomo ferito sul ciglio della strada da Gerusalemme a Gerico. E dobbiamo guardare al futuro, attraverso la prevenzione nelle istituzioni ecclesiali, nelle scuole e nelle famiglie”.

Mentre mons. Luis Manuel Alì Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato il lavoro fatto dalla Chiesa italiana: “E’ vero che per il rapporto pubblicato lo scorso ottobre sono state ricevute 81 risposte su 226 questionari inviati alle circoscrizioni ecclesiastiche che compongono questa conferenza e le sue 16 conferenze regionali.

Tuttavia, questo dato, estrapolato dal suo contesto, può essere soggetto a interpretazioni parziali. Inoltre, come abbiamo visto, tali interpretazioni omettono l’enfasi posta nel rapporto sugli otto punti di forza del sistema operativo, della formazione e della ricerca, concentrandosi invece solo sulle attività che devono essere ulteriormente implementate in alcune regioni.

Come in ogni processo scientifico, l’indagine è un punto di partenza e non un giudizio: non misura l’impegno degli individui, ma aiuta a capire dove rafforzare la rete e migliorare la comunicazione. Quando si opta per la trasparenza e la responsabilità, la Chiesa si espone anche a interpretazioni che non sempre colgono la complessità e lo sforzo del percorso. Tuttavia, è un rischio che vale la pena correre, perché solo una Chiesa che parla con sincerità può essere credibile”.

Don Franco Monterubbianesi: una vita accanto ai più fragili

Negli ultimi giorni di maggio è deceduto don Franco Monterubbianesi, che nasce a Fermo il 30 maggio 1931 e dopo l’iscrizione alla facoltà di Medicina, chiede di diventare sacerdote, studiando al Collegio Capranica a Roma, ed ordinato sacerdote il 19 agosto 1956. Frequenta il mondo della disabilità con i treni degli ammalati dell’Unitalsi.

L’arcivescovo Perini lo incoraggia a far qualcosa per i ragazzi e le ragazze spesso istituzionalizzati in Centri riabilitativi, in realtà semplici contenitori. In una celebre lettera alcuni di loro scrivono di essere stati bene nei tre giorni di pellegrinaggio, ma chiedono qualcosa di più per il futuro. Sorretto da Marisa Galli di Servigliano, donna con una grave disabilità, inizia una vera e propria avventura. Cerca una casa prima a Loreto, poi individua una villa abbandonata a Capodarco. Il primo titolo della casa è ‘Centro comunitario Gesù risorto’, in quanto il tema della risurrezione rientra spesso nei suoi progetti.

Nel Natale 1966 fonda la Comunità i cui punti salienti del programma erano: il rispetto delle persone, il lavoro, la progettualità. Lo spirito della Comunità è sorretto da molti giovani che si sono dedicati al sociale. Dal 1970 gruppi di persone fondano comunità locali in Sardegna, Fabriano, Gubbio, Perugia, Volano poi man mano, fino ad arrivare in Calabria, in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Veneto. Attualmente sono 13 Comunità in Italia e 4 all’estero (Albania, Camerun, Equador e Kosovo) con 1.226 le persone accolte per 626 addetti e 430 volontari. Più tardi si apriranno Comunità in Ecuador, Albania, Camerun e Kossovo.

Nel 1973 don Franco si ostina a voler aprire una Comunità a Roma. E’ un gran fiorire di corsi professionali, di cooperative, di gruppi, di famiglie sparse nella città. Tra queste la cooperativa Agricoltura Capodarco. La grande idealità che ha sempre contraddistinto l’agire di Don Franco si è scontrata con la dura realtà economica fino ad essere costretti ad affidarla ad altri. Egli è molto attento ai giovani: accoglie i primi obiettori di coscienza, è favorevole al servizio civile.

Il messaggio lasciato da don Franco Monterubbianesi si basa sull’accoglienza e sull’attenzione: accogliere le persone con limiti fisici e piscologici, madri e minori bisognosi di aiuto, ragazzi tossicodipendenti, rispettando storie e sogni; alimentare sempre l’attenzione a quanto il territorio richiede; creare comunità come strumento indispensabile per dare sostegno. Da qui nasce lo spirito evangelico che unisce anima e corpo, singoli e gruppi. Una teologia capace di esprimere la completezza evangelica rispettando i tempi dello Spirito.

Così don Vinicio Albanesi, che con don Monterubbianesi ha aperto nel 1971 la Comunità di Capodarco a Roma: “Rompe il tabù del pietismo che, in molte circostanze, diventa esclusione. Ogni persona ha una sua dignità: affettiva, lavorativa, relazionale e sociale. Occorre valorizzare le risorse. Senza distinzioni e senza selezione. Negli anni questo approccio cambierà il modo di vedere la disabilità e ogni forma di discriminazione: la legge nazionale 118 del 1971 dette l’impulso al superamento degli ostacoli: barriere architettoniche, possibilità di viaggiare, di andare al cinema, di frequentare il mare. Si aggiungerà, nel tempo, la legge dell’inserimento lavorativo”.

Grazie a lui il mondo della disabilità diventa ‘visibile’: “Anche le case popolari saranno loro concesse, a cui seguirà il sostegno nelle scuole, con la Legge 104 del 92. I disabili non rimarranno più nascosti nelle case o ingessati in grandi contenitori disumani. Anche nelle amministrazioni locali si sente l’aria nuova di vicinanza e di aiuto: Sindaci, assessorati e servizi sociali sono attivi: eravamo partiti dall’elenco dei poveri”.

Quindi grazie all’impegno di don Franco Monterubbianesi l’accoglienza ai disabili cambia, anche se oggi c’è la tendenza di azzerare i diritti di una cittadinanza acquisita: “Il sorgere delle comunità locali di Capodarco in Italia dimostra che è possibile un’accoglienza rispettosa e umana, attenta alle necessità dei disabili e delle loro famiglie. Un’attenzione fin dalla più tenera età per attenuare i Disturbi Specifici dell’apprendimento.

Purtroppo sta tornando indietro la visione aperta all’accoglienza: per motivi economici, per l’applicazione errata dello schema ospedaliero, per l’introduzione del ‘minutaggio’ nella cura alla persona”.

Dalla Comunità di Sestu, in provincia di Cagliari, arriva il ricordo che Dionisio Pinna ha dedicato a don Franco Monterubbianesi, uno dei primi volontari, che a soli 24 anni cambia la sua vita per seguire il fondatore della Comunità di Capodarco: “Perché a 24 anni, terzo anno di Università, madre vedova di guerra con un altro figlio lontano da casa, ho lasciato tutto e sono andato a vivere stabilmente a Capodarco di Fermo nella nata due anni prima (Natale 1966) Comunità Casa Papa Giovanni? Sono stato il primo volontario (allora si usava questo termine) ad affiancarsi a don Franco per condividere quel progetto ‘rivoluzionario’ che restituiva dignità e futuro a tante persone in precedenza assimilabili ai paria indiani. A Roma, da buon cattolico impegnato in parrocchia, frequentavo di domenica gli istituti di ricovero per mettermi a posto la coscienza; ma seguivo anche i fermenti di una minoranza cattolica che intendeva coniugare impegno politico e militanza religiosa. Andavo persino all’Acquedotto Felice dove don Sardelli viveva con i baraccati del tempo. Non ero soddisfatto della vita che conducevo e ben presto iniziai ad interessarmi dei mali di Roma e delle lotte operaie che rivendicavano diritti e dignità per il mondo del lavoro.

Andai a Capodarco perché una giovane emiplegica ricoverata al don Guanella di via della Nocetta non voleva stare in quel posto come un vegetale e cercava un’alternativa. Una damina di carità unitalsiana mi parlò di un prete fermano che aveva aperto una comunità provvisoria per disabili e che intendeva realizzare un villaggio dalle parti di Loreto. Una domenica, in autostop, vi andai. Fu un colpo di fulmine. Capii subito che in quella villa adagiata sopra una collina fermana ero atteso e che don Franco mi offriva l’occasione della mia vita.

Un prete anomalo, entusiasta, circondato da una sorta di corte dei miracoli, forte di una spiritualità non clericale che metteva al centro la persona con tutte le sue problematicità. E con un progetto straordinario: restituire dignità e speranza a chiunque la cui vita non era stata benigna. Era sempre pronto a sostenere, assistere, incoraggiare, dare risposte a chiunque gli chiedesse sostegno. Mai stanco, infaticabile, tollerante, disponibile all’ascolto. E c’era tanto da fare, in quella casa dove sembrava che non ci fossero limiti alle accoglienze. Quel prete aveva una visione, un sogno, un’idea di mondo che sapeva sorreggere l’ultimo dei derelitti e nel contempo guardare alle grandi questioni del tempo.

Da lui ho imparato ad avere coraggio, a non fermarmi mai difronte ai problemi del quotidiano. Ed ho anche avuto la fortuna di accogliere il suo affettuoso suggerimento: riprendere gli studi non in campo aziendale ma nelle discipline socio-umanistiche che lui riteneva per me più congeniali. Non ho conosciuto mio padre morto prima che nascessi. Chissà se don Franco, in qualche modo, lo ha sostituito. E chissà se, inconsciamente l’ho trovato perché mi mancava”.

(Foto: Comunità di Capodarco)

La legge che ci salva dai nostri egoismi: quella dell’amore

A volte si invoca l’esistenza di una legge come garanzia di un bene pressoché assoluto. ‘C’è una legge che tutela questa azione, quindi è giusta’: a molti basta per acquietare la coscienza su tematiche che restano controverse. Eppure, se non abbiamo una ‘stella polare’, ovvero la ‘legge dell’amore’, che indichi il bene e ci metta in guardia dal male, senza compromessi, le legislazioni umane possono, talvolta, essere realizzate ad immagine e somiglianza della nostra ‘durezza di cuore’.

Pensiamo alle leggi raziali. Erano, a tutti gli effetti, delle norme, che rendevano legale l’esclusione sociale e persino la persecuzione (fino all’uccisione)- di determinate categorie di persone: chissà che, al tempo, molti, non abbiano visto legittimato il proprio odio verso gli ebrei proprio in virtù di queste leggi. Pensiamo alla legge mosaica. Ha preceduto l’insegnamento di Gesù e rendeva ‘legale’ lapidare una donna se colta in adulterio; lo stesso, però, non valeva per l’uomo.

C’era una legge. Quindi era giusto? Pensiamo alla legge islamica. Oggi (per fare un esempio tristemente attuale) ha fatto sì che la nostra connazionale e giornalista, Cecilia Sala, fosse detenuta in un carcere iraniano senza che (dal suo e nostro punto di vista) avesse alcuna colpa!

Le leggi non sono buone automaticamente, ‘ipso facto’. Piuttosto, dal momento che le stabiliamo noi, altro non sono che lo specchio del nostro grado di civiltà, come popoli e come nazioni. E le leggi di noi occidentali, europei, italiani del 2025… salvaguardano e rispettano la vita di tutte e di tutti?

Non intendo qui dare una risposta, mi interessa di più lasciarvi la domanda, ricordando che per noi cristiani, la legge umana deve essere conforme alla legge dell’amore. Gesù ci insegna che una legge è eticamente buona se non cade nel tranello del compromesso utilitaristico. In Lui comprendiamo che una legge è veramente equa e sana se rispetta ogni vita, se nessuno è sacrificato sull’altare del presunto ‘male minore’, se al più forte non è permesso di schiacciare il più debole.

Eppure, non ci è chiesto di fare sommosse, Gesù non l’ha fatto. Possiamo, però, anzi dobbiamo dare testimonianza della speranza che è in noi, cercando il bene autentico nella nostra quotidianità e rinunciando ad essere automi; i quali, di solito, sono ingranaggi perfetti dei sistemi di morte.

Dalle Olimpiadi parigine per un segnale inclusivo

“In occasione dei Giochi di Parigi, il progetto Holy Games ha mobilitato per quasi tre anni un gran numero di cattolici per condividere il fervore sportivo e popolare che circonda i Giochi di Parigi, questo magnifico evento organizzato dal nostro Paese. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di organizzare la messa di apertura della Tregua Olimpica, alla presenza di numerose personalità religiose, politiche e sportive”.

Così inizia il comunicato dei vescovi francesi dopo l’inaugurazione a Parigi delle Olimpiadi con l’affermazione che lo sport contribuisce ad accrescere la fraternità: “Crediamo che i valori e i principi espressi e diffusi dallo sport e dall’olimpismo contribuiscano al bisogno di unità e fratellanza di cui il nostro mondo ha disperatamente bisogno, nel rispetto delle convinzioni di tutti, intorno allo sport che ci unisce e promuove la pace tra le nazioni e i cuori”.

Ed allora i vescovi chiedono le motivazioni per cui durante la manifestazione inaugurale si è manifestata l’intenzione di denigrare attraverso lo scherno la fede cattolica: “La cerimonia di apertura di ieri sera, organizzata dalla COJOP2024, ha offerto al mondo intero alcuni meravigliosi momenti di bellezza e gioia, ricchi di emozioni e universalmente acclamati. Purtroppo, la cerimonia ha incluso scene di scherno e derisione del cristianesimo, che deploriamo profondamente”.

Infatti i vescovi francesi hanno condannato irrevocabilmente la parodia del quadro dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci: “La cerimonia di apertura proposta dal Comitato organizzativo dei Giochi olimpici purtroppo prevedeva scene di derisione e di scherno del cristianesimo, che deploriamo profondamente. Pensiamo a tutti i cristiani di tutti i Continenti che sono rimasti feriti dall’eccesso e dalla provocazione di certe scene. Vogliamo che capiscano che la celebrazione olimpica va ben oltre i pregiudizi ideologici di alcuni artisti”.

Questo scherno è stato rilevato con condanna anche da membri di altre confessioni religiose, che hanno manifestato il disagio dinnanzi a tale manifestazione di apertura davanti a tanti capi di Stato, che è stata ‘ideologica’: “Ringraziamo i membri di altre confessioni religiose che ci hanno espresso la loro solidarietà. Questa mattina pensiamo a tutti i cristiani di ogni continente che sono stati feriti dall’oltraggio e dalla provocazione di certe scene.

Vogliamo che capiscano che la celebrazione olimpica va ben oltre i pregiudizi ideologici di alcuni artisti. Lo sport è una meravigliosa attività umana che delizia profondamente i cuori degli atleti e degli spettatori. L’olimpismo è un movimento al servizio di questa realtà di unità e fraternità umana. E’ ora di scendere in campo, che questo possa portare verità, consolazione e gioia a tutti!”

Ed a due giorni dalla performance inaugurale è intervenuto l’account ufficiale dei Giochi Olimpici di Parigi, che, scusandosi per l’equivoco, ha chiarito  il significato della scena: “L’interpretazione del dio greco Dioniso ci fa capire l’assurdità della violenza tra esseri umani…

L’idea era quella di creare un grande banchetto pagano legato agli dei dell’Olimpo. Non troverete mai in me o nel mio lavoro il desiderio di deridere o denigrare qualcuno. Volevamo fare una cerimonia che riparasse e riconciliasse”.

Mentre Anne Descamps, direttrice esecutiva delle comunicazioni di Parigi 2024, ha detto che “non c’è mai stata l’intenzione di mostrare mancanza di rispetto verso alcun gruppo religioso e se le persone si sono offese in qualche modo, siamo, ovviamente, davvero, molto dispiaciuti.

Se non bastasse la presenza del dio del vino Bacco (per i greci appunto Dionisio), a richiamare il soggetto mitologico e pagano secondo la tradizione rinascimentale e barocca, non proprio (o non solo quantomeno) l’iconografia cattolica dell’Ultima Cena di Gesù con gli apostoli, bisogna notare almeno un altro dettaglio: nell’Ultima Cena gli apostoli sono ovviamente 12, mentre qui le figure che compongono la scena sono 16”.

Infatti la sequenza potrebbe essere stata ispirata dal dipinto ‘Le Festin des dieux’, di Jan Harmensz van Bijlert, artista del Seicento, che raffigura un banchetto degli dei sull’Olimpo, in occasione del matrimonio di Teti e Peleo, come ha  spiegato Thomas Jolly, ideatore della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Parigi: “Non volevo essere sovversivo, né choccare nessuno. Semplicemente, in Francia abbiamo il diritto di amarci, come vogliamo e con chi vogliamo…

Abbiamo il diritto di credere o di non credere. Abbiamo messo in scena semplicemente le idee repubblicane, di benevolenza e di inclusione… Non era l’Ultima Cena la mia ispirazione. Credo fosse abbastanza chiaro che si trattava di Dioniso che arriva a tavola, è il dio della Festa, del vino e padre di Sequana, la dea legata al fiume”.

Di fronte a tali equivoci non resta che chiudere con le parole del messaggio di papa Francesco all’arcivescovo di Parigi, mons. Laurent Ulrich: “Auspico dunque che le Olimpiadi di Parigi siano per tutti coloro che verranno da tutti i Paesi del mondo un’occasione da non perdere per scoprirsi e apprezzarsi, per abbattere i pregiudizi, per far nascere la stima là dove ci sono il disprezzo e la diffidenza, l’amicizia là dove c’è l’odio. I Giochi Olimpici sono, per natura, portatori di pace e non di guerra”.

Catania chiede a sant’Agata di essere uomini e donne di speranza

“Permettete, all’inizio di questo messaggio, di volgere il nostro pensiero ai Paesi che sono in guerra, a coloro che in Ucraina, a Gaza e in molte parti del mondo stanno vivendo conflitti che si stanno rivelando vicoli ciechi. Nei giorni in cui godiamo della gioia della festa e della concordia, non possiamo non desiderare lo stesso clima di fraternità per tutti i popoli della Terra. Stiamo continuando a sperare e pregare affinché nasca nei cuori di tutti il desiderio di percorrere vie di riconciliazione, e che Dio susciti operatori di pace”.

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: in aumento i femminicidi

“E vediamo dalle tristissime cronache di questi giorni, dalle terribili notizie di violenza contro le donne, quanto sia urgente educare al rispetto e alla cura: formare uomini capaci di relazioni sane. Comunicare è formare l’uomo. Comunicare è formare la società. Non abbandonate il sentiero della formazione: sarà esso a portarvi lontano!”: lo ha ricordato papa Francesco durante l’udienza alle delegazioni della Federazione Italiana Settimanali Cattolici (FISC), dell’Unione Stampa Periodica Italiana (USPI), dell’Associazione ‘Corallo’ e dell’Associazione ‘Aiart – Cittadini mediali’.

Ad Assisi un seminario alla ricerca dell’autorità

“L’autorità ci affascina e al contempo ci spaventa. Continuamente la ricerchiamo, deplorandone una crisi che sembra ormai definitiva, e continuamente la rifuggiamo. E tuttavia possiamo fare a meno dell’autorità? Ci interrogheremo su una delle questioni più affascinanti e più urgenti del nostro tempo”: questo è l’invito di un seminario alla Cittadella di Assisi, organizzato dalla rivista ‘Munera’, fino al 30 luglio sul tema ‘In cerca di autorità: famiglia, scuola, democrazia’.

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