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Papa Leone XIV: il centro della vita parrocchiale è l’Eucarestia

“E come siamo radunati noi qui questo pomeriggio, così Gesù vuole arrivare da noi, a casa nostra, in famiglia, tra gli amici, anche quando ci troviamo insieme in parrocchia, nei gruppi, nelle diverse attività (attività di carità) e soprattutto nella preghiera. E quanto è importante che tutti impariamo a pregare. Ad ascoltare Dio, ma anche a parlare con Dio, con le preghiere che abbiamo memorizzato e che diciamo sempre, ma anche con le nostre parole: parlare con Gesù, portare a Gesù le nostre preoccupazioni, le difficoltà, i dolori che viviamo tutti i giorni. Gesù è vicino a noi. Apriamo gli occhi.

Riconosciamo che anche nella persona accanto a noi, o nella persona che soffre, la persona che non ha dove vivere, dove dormire, che si trova per strada, la persona malata”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV è arrivato nella parrocchia di ‘Santa Maria della Presentazione’ a Torrevecchia, penultima visita quaresimale nelle chiese della diocesi di Roma, e prima della celebrazione eucaristica ha incontrato bambini del catechismo e gruppi giovanili, esortandoli a rifiutare la violenza e ad accogliere Gesù, aprendosi agli altri.

Ed agli anziani ed alle anziane ha ricordato la figliolanza di Dio: “Allo stesso tempo, però, vorrei sottolineare una cosa: ognuno di voi, anche la persona più anziana, la persona più malata, la persona più debole, ognuno di voi ha tantissimo valore, perché tutti siamo creati a immagine di Dio, tutti condividiamo questa dignità di essere figli e figlie di Dio. E tante volte il mondo di oggi vorrebbe farci dimenticare questo fatto, ma non è così.

E quindi la vostra presenza anche qui, questo pomeriggio, parla tantissimo: è una testimonianza bellissima del fatto che tutti noi, uniti come in una famiglia, abbiamo un grandissimo valore, perché siamo figli di Dio, creati a Sua immagine, amati da Dio, e allora chiamati, anche noi, a condividere questo amore con gli altri. E quindi la vostra voce, la vostra presenza, le vostre preghiere, anche la vostra sofferenza: tutto questo ha un valore grandissimo nel mondo di oggi”.

Nell’omelia della celebrazione eucaristica ha ricordato l’importanza di questa domenica quaresimale: “E’ una tappa importante nella nostra sequela di Gesù, fino alla sua Pasqua di passione, morte e risurrezione. In questo itinerario si intrecciano profondamente la vicinanza di Dio e la nostra vita di fede: rinnovando in ciascuno la grazia del Battesimo, il Signore ci chiama a convertirci, proprio mentre purifica il nostro cuore col suo amore e con le opere di carità che ci propone di compiere. A questo proposito, l’incontro tra Gesù e la donna samaritana ci coinvolge con grande intensità. Il Vangelo di oggi, infatti, oltre che parlare a noi, parla di noi e ci aiuta a rivedere il nostro rapporto con Dio”.

La sete di ricerca della Samaritana è la nostra: “La sete di vita e di amore della samaritana è la nostra sete: quella della Chiesa e dell’umanità intera, ferita dal peccato ma ancor più intimamente abitata dal desiderio di Dio. Lo cerchiamo come l’acqua, anche quando non ce ne rendiamo conto, ogni volta che ci chiediamo il senso degli avvenimenti, ogni volta che avvertiamo quanto ci manca il bene che vogliamo per noi e per chi ci sta accanto”.

Nella ricerca si trova Gesù: “Egli è già lì, al pozzo, dove la samaritana lo trova solo, sotto il sole di mezzogiorno, stanco del viaggio. La donna va al pozzo a quell’ora insolita forse per evitare gli sguardi carichi di pregiudizi delle altre donne. Gesù le legge nel cuore il motivo di questa emarginazione: i suoi matrimoni falliti e l’attuale convivenza la rendono indegna di accompagnarsi alle figlie, alle mogli e alle madri del villaggio.

Eppure, Gesù siede presso il pozzo come ad aspettarla. Questo appuntamento sorprendente è uno dei modi con cui, come amava ripetere papa Francesco, Cristo rivela il Dio delle sorprese: le più belle, quelle che cambiano la vita, dovunque la incontrino e comunque essa si presenti davanti al Signore”.

Ed è Gesù che prende l’iniziativa: “Sì, proprio per te, che non lo conoscevi, che ti ritenevi lontana e condannata. Questo dono ti trasformerà: diventerai tu stessa sorgente che zampilla per la vita eterna. In cambio della sete di prima, colma di amarezza e di aridità spirituale, il Figlio di Dio offre in dono una vita rinnovata dall’acqua che sgorga dalla misericordia del Padre. Tutto si trasforma nell’incontro con il Signore: la donna assetata diventa sorgente, l’esclusa diventa confidente”.

Da questo incontro nasce la missione della samaritana: “La donna piena di vergogna ora è ricolmata di gioia; colei che stava muta nel villaggio diventa missionaria per tutti i suoi abitanti. Mai avrebbe immaginato che proprio lei, così disorientata e sconfitta dalla vita, avrebbe potuto un giorno gustare l’acqua fresca, puro dono di Dio, diventando a sua volta dono per gli altri. Come accade questo? Incontrando Gesù, dialogando con Lui, Verbo vivente di Dio fatto uomo per la nostra salvezza”.

Ed ecco il riferimento alla parrocchia: “Come al pozzo del Vangelo, in questa parrocchia arrivano uomini e donne feriti nell’animo, offesi nella dignità e assetati di speranza. A voi il compito, urgente e liberante, di mostrare la prossimità di Gesù, la sua volontà di riscattare la nostra esistenza dai mali che la minacciano con una proposta di vita giusta, vera, piena”.

Però tutte le attività parrocchiali hanno la fonte nell’Eucarestia: “Partendo dall’Eucaristia, cuore pulsante di ogni comunità cristiana, vi incoraggio a fare in modo che le attività parrocchiali siano segno di una Chiesa che – come una madre – si prende cura dei propri figli, senza condannarli, anzi accogliendoli, ascoltandoli e sostenendoli di fronte al pericolo. La parola del Vangelo, che zampilla in noi come fonte di verità, aiuti ciascuno ad aprire gli occhi, per saper valutare con saggezza ciò che è bene e ciò che è male, formando così coscienze libere e adulte”.

(Foto: Santa Sede)

Perché nel mondo i cristiani sono sempre più perseguitati?

Nella WWL 2026 (https://www.porteaperteitalia.org/) ancora una volta si registra il più alto livello di persecuzione da quando la World Watch List è pubblicata, confermando l’aumento costante degli ultimi anni. Altro segno visibile del declino della libertà religiosa dei cristiani nel mondo è il fatto che dall’edizione del 2021 si  può trovare nella mappa dei primi 50 paesi solo nazioni con un livello molto alto ed estremo di persecuzione e discriminazione, scomparendo quindi il livello alto: “Dal 2020 a oggi, non solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 47.000 chiese, ospedali e scuole cristiane attaccate o chiuse, più di 108.000 case e attività economiche saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie ed intere comunità cristiane, dando vita a esodi inumani e a una ‘Chiesa profuga’ che grida aiuto!”, ha dichiarato durante la presentazione del rapporto, Cristian Nani direttore di Porte Aperte in Italia.

Inoltre ha sottolineato che è in aumento la persecuzione anticristiana (https://youtu.be/Fh0tbXmMCLU?si=T4UCl0uNa0QadCeu): “In 33 anni di ricerca, registriamo un costante aumento della persecuzione anticristiana in termini assoluti! Il 2025 è di nuovo anno record dell’intolleranza… Porte Aperte chiede al governo di promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni”.

Cosa si evidenzia da questo nuovo rapporto?

“Il nostro report World Watch List 2026 mostra il più alto livello di persecuzione anticristiana mai registrato in 33 anni di analisi: oltre 388.000.000 cristiani subiscono almeno un livello alto di persecuzione (1 su 7 nel mondo). Aumentano i cristiani uccisi (+4.849), abusati e le violenze di genere per ragioni legate alla fede. I Paesi con persecuzione ‘estrema’ salgono da 13 a 15, per capirci quelli indicati in rosso nella nostra mappa, con la Corea del Nord ancora al primo posto. L’Africa Subsahariana è l’epicentro globale della violenza anticristiana (con la Nigeria vero scenario di massacri con almeno 3.490 cristiani uccisi), mentre la Siria peggiora di molto a causa dell’impennata di attacchi e instabilità. Cresce inoltre in fenomeno della ‘Chiesa nascosta’, ossia cristiani costretti a vivere la propria fede nella clandestinità da restrizioni governative o sociali”.

Per quale motivo ogni anno aumenta la persecuzione contro i cristiani?

“Le cause ricorrenti emerse nella WWL 2026 sono una governance debole e crollo dello Stato di diritto, che crea zone senza legge dove milizie e gruppi radicali agiscono impunemente; una crescita dell’estremismo religioso, islamista in Africa e Asia, nazionalista in India, autoritario in Medio Oriente; aumento di conflitti armati e colpi di Stato, soprattutto in Africa; una maggior sorveglianza e controllo ideologico in regimi autoritari come in Cina, Iran, Corea del Nord; infine la criminalità organizzata in America Latina colpisce i leader cristiani considerati ostacoli al controllo territoriale”.

Per quale motivo nel continente africano si registra una maggior repressione?

“L’Africa subsahariana concentra i punteggi di violenza più alti al mondo. Tra le cause principali troviamo Stati fragili e falliti: 5 Paesi hanno subito colpi di Stato recenti, altri non applicano la Costituzione; insurrezioni jihadiste diffuse (Boko Haram, ISWAP, Al‑Shabaab, ISGS, JNIM); conflitti etnici e mancanza di sicurezza, con milioni di sfollati; criminalità e corruzione che favoriscono impunità. In molti Stati i cristiani si trovano tra più fronti armati. Il risultato è una ‘metastasi’ di violenza ormai strutturale, che potenziata da agende islamiste radicali, rende le comunità cristiane doppiamente vulnerabili. Chiunque neghi il ‘fattore religioso’ all’analisi sulla destabilizzazione dell’Africa subsahariana, commette un enorme errore di valutazione”.

In Africa ci sono alcuni Stati particolari (Somalia, Sudan ed Eritrea) dove è in aumento la violenza contro i cattolici: da cosa dipende?

“Ovviamente si tratta di dinamiche diverse a seconda del paese in esame. Premessa importante è che le nostre analisi tengono in considerazione tutti i cristiani, non solo cattolici. In Somalia, sottolineerei tre dinamiche principali:  la crescita dell’influenza del gruppo estremista al‑Shabaab, che considera i convertiti alla fede cristiana ‘traditori’ da eliminare; tutte le chiese registrate sono state chiuse o distrutte; la sopravvivenza è possibile solo nella clandestinità totale, a causa della pressione di una società islamica sempre più radicalizzata dalla presenza di gruppi estremisti.

In Sudan, invece è senza dubbio la Guerra civile tra esercito e RSF, il driver principale, visto che entrambi prendono di mira i cristiani. Sono centinaia le chiese distrutte, 9.600.000 gli sfollati, con una impennata della violenza anticristiana notevole.

In Eritrea, invece, siamo di fronte a un regime totalitario per il quale l’indipendenza religiosa equivale al dissenso politico. Assistiamo da tempo alla confisca di proprietà, ad arresti indiscriminati (svariati cristiani sono in carcere per il semplice fatto di essere cristiani), al divieto di esistere delle chiese non riconosciute, in una nazione che non tiene elezioni da 28 anni, ed è in stato di militarizzazione permanente”.

Anche in Medio Oriente c’è la situazione siriana, dove i cattolici si stanno estinguendo: per quale motivo?

“Abbiamo rivisto al ribasso le nostre stime sui cristiani rimasti, circa 300.000, centinaia di migliaia in meno rispetto a dieci anni fa. Oltre agli orribili anni di guerra civile, all’ISIS, al terremoto e all’emergenza umanitaria, la WWL 2026 evidenzia: dalla caduta del regime di Assad (dicembre 2024) e presa del potere da parte di HTS, vi è stato un aumento importante degli attacchi e delle minacce. Quindi è cresciuta la violenza: attentati, chiese distrutte, 27 cristiani uccisi in un anno. Da qui l’imposizione della sharia come base legislativa nella Costituzione provvisoria 2025, accompagnate da pressioni sociali e propaganda islamista, jizya, minacce, sorveglianza. Quindi i cristiani, senza protezione tribale, sono più vulnerabili allo sfollamento”.

Stiamo seguendo gli avvenimenti in Iran: quale è la situazione dei cristiani in Iran?

L’Iran da anni è tra le 10 nazioni in cui si perseguitano di più i cristiani (WWL 2026 è al 10° posto).
Secondo le nostre ricerche, i cristiani vivono una discriminazione e pressione costanti in quasi tutte le sfere della vita (la nostra ricerca analizza le 5 sfere della vita: privata, famiglia, comunità, chiesa, nazione, oltre alla violenza). Il governo considera i convertiti cristiani una ‘minaccia occidentale’, ancor di più dopo il breve conflitto Iran‑Israele dello scorso anno. La sorveglianza è in aumento, con arresti e repressione delle chiese domestiche. Le comunità storiche (armeni e assiri) sono tollerate ma trattate come cittadini di seconda classe”.

Infine per quale motivo in America Latina i cristiani sono minacciati?

“L’America Latina è composta da nazioni fortemente cristiane, eppure vi sono regioni in cui l’intolleranza anticristiana si manifesta in modo lampante. Due le matrici principali: la prima sono i regimi autoritari, come Cuba, Nicaragua, Venezuela, dove il governo reprime ogni dissenso e i leader cristiani vengono spesso perseguitati perché difendono i diritti umani fondamentali o non si allineano politicamente. L’altra causa riguarda la criminalità organizzata, come in Colombia e Messico, dove bande e gruppi armati (cartelli e narcos inclusi) controllano ampi territori e percepiscono i leader cristiani come ostacoli, perché per esempio si impegnano nel sociale sottraendo giovani alle loro file. Rapimenti, omicidi e intimidazioni sono un’arma tipica in Colombia, almeno 36 leader cristiani assassinati e 18 scomparsi nel periodo 2023‑2025”.

(Tratto da Aci Stampa)

Haiti, il documentario che sostiene gli orfani della ‘Maison des Anges’

Estrema povertà, violenza criminale delle gang, calamità naturali: Haiti è questo, ma non solo, perché, sebbene non sia nelle pagine delle maggiori testate internazionali, può contare su una storia gloriosa di emancipazione dallo schiavismo già dai primi anni dell’800. Una storia che può rivivere ancora oggi a partire dal riscatto dei più piccoli, costretti spesso ad affiliarsi alle gang come unica possibilità per sopravvivere. Sono i ‘Figli di Haiti’, documentate dal regista Alessandro Galassi, che il quotidiano ‘Avvenire’ ha deciso di raccontare con un progetto multimediale.

Sono passati 200 anni dal 17 aprile 1825, quando la Francia costrinse gli ex schiavi, che avevano decimato le armate napoleoniche, ad indennizzarla con 150.000.000 franchi; sennò l’isola sarebbe stata invasa di nuovo. Si tratta di un debito che Haiti ha impiegato anni a ripagare e che ne ha minato già dal principio lo sviluppo con conseguenze che ancora scontano i suoi abitanti.

Il docufilm è stato ideato per un sostegno concreto all’orfanatrofio ‘Maison des Anges’ che, dopo aver subito violenza da parte delle gang locali, è stato costretto a fuggire nel dipartimento  lungo il fiume Artibonite per continuare a garantire un impegno di ospitalità e istruzione ai bambini orfani, come racconta il regista Alessandro Galassi: “Haiti è il simbolo della periferia del mondo, che lo scorso anno ha celebrato 200 anni dal debito che il Paese ha pagato alla Francia per avere la libertà. Oggi il Paese è completamente in mano alle gang, create dalle élite per proteggersi; è anche un hub strategico per il traffico di droga e organi dalla Colombia agli Stati Uniti”

Il regista ha percorso le strade delle periferie più pericolose nel mondo, dal Messico all’Afghanistan, prima di arrivare nell’isola caraibica: “Haiti è tra le realtà più pericolose che abbia incontrato fino ad ora perché mancano regole e anche l’ingresso per i reporter è complicato perché non ci sono limiti, le gang lasciano il paese in un totale stato di ingovernabilità. Di notte non è possibile uscire, ci sono proiettili vaganti e tutt’intorno c’è una situazione di povertà estrema, gli sfollati occupano ogni spazio possibile per sfuggire alla violenza e vivono senza nessun tipo di aiuto umanitario”.

Perchè un docufilm sui giovani di Haiti?

“Il docufilm non è esattamente un lavoro ‘sui giovani di Haiti’. E’ piuttosto un film sulla speranza. Ed i giovani, oggi, sono il territorio privilegiato in cui la speranza prova a sopravvivere. Per questo, insieme ad Avvenire, abbiamo scelto loro come chiave di racconto di un Paese complesso, ferito, ma ancora vivo. I giovani non rappresentano soltanto il futuro: sono il presente che, faticosamente, cerca uno spazio di respiro e di vita alternativo all’unico che sembra possibile, all’unica opzione che spesso viene loro proposta: entrare a far parte delle gang”.

Come è nata la sceneggiatura del docufilm?

“Non lavoro mai su una sceneggiatura rigida. Nel documentario, soprattutto in un progetto come questo, si lavora piuttosto sul contesto storico, politico e sociale. In questo caso è stato in parte più semplice, perché Avvenire, attraverso la campagna ‘Figli di Haiti’, segue e racconta da tempo la situazione del Paese. Il film nasce anche grazie alla preziosa collaborazione di Lucia Capuzzi, inviata del quotidiano, che ad Haiti è stata molte volte e che ha portato una conoscenza profonda del territorio e delle sue contraddizioni”.

Quale situazione ha trovato ad Haiti?

“Quello che ho trovato, è stato peggiore di quanto immaginassi. Una situazione segnata da un collasso quasi totale: della sicurezza interna, delle prospettive politiche, della presenza della comunità internazionale. Tutto questo ha permesso ad Haiti di diventare, consapevolmente o meno, una terra di nessuno, dove le gang comandano con la forza. Di fatto il Paese si è trasformato in un hub del contrabbando di armi, droga e organi. Ho vissuto Haiti come uno spazio di futuro distopico che ci aspetta se non saremo capaci di tornare indietro, di fare comunità: la sicurezza delegata ad agenzie private, i cittadini costretti a unirsi per difendersi da soli, a costruire cancelli, a chiudere strade, a privatizzare la paura. E’ una dinamica che racconto nella parte finale del film”.

In quale modo Haiti può essere un grande Paese?

“Eppure Haiti può essere un grande Paese. E’ il luogo in cui l’uomo ha conquistato la libertà: il primo Stato al mondo nato da una rivolta di schiavi che hanno scelto la vita. Da una terra con una storia così potente, in un contesto umano e naturale così straordinario, capace di tanta sofferenza, ci si può attendere solo una grande lezione”.

Cosa chiedono i giovani haitiani?

“I giovani che ho incontrato chiedono pochissimo. Come raccontano i ragazzi della scuola occupata, chiedono semplicemente di poter vivere la propria vita. Opportunità, dignità, speranza. Chiedono di non essere obbligati a scegliere la morte per vivere, di non dover entrare in una gang per sfamare i propri figli”.

Quale è l’opera della Chiesa a favore della gioventù haitiana?

“Non conosco nel dettaglio tutta l’opera della Chiesa nel Paese, ma so che oggi molte delle poche realtà rimaste attive sono quelle delle congregazioni religiose e della Caritas. Io ho incontrato, in uno dei quartieri più difficili di Port-au-Prince, suor Paesie, missionaria francese che attraverso un orfanotrofio e scuole prova a restituire futuro ai bambini. Conosco invece molto bene il lavoro di Avvenire: la campagna ‘Figli di Haiti’, che per tutto il 2025 ha raccontato una guerra dimenticata attraverso reportage, podcast e questo docufilm. Nella convinzione che il primo, indispensabile passo sia la conoscenza. Perché dare visibilità a ciò che viene rimosso è, oggi, un dovere giornalistico e umano necessario”.  

(Tratto da Aci Stampa)

Il disagio esplode: e noi dove siamo?

I fatti tragici di questi giorni, in cui un giovane uccide un altro giovane, ci costringono tutti a fermarci ed a riflettere. È tempo di silenzio, di rispetto, ma anche di domande profonde. È il tempo di interrogarci come adulti, come genitori, come comunità.

Oggi le fatiche che stanno vivendo i giovani ci parlano di un argine che si è rotto: il disagio, a lungo trattenuto, ora esplode in tutta la sua forza. La violenza di un ragazzo non nasce dal nulla, ma è spesso il risultato di regole ignorate, di emozioni non riconosciute e non gestite, di un rapporto fragile con l’autorità e con il senso del limite.

Ci stupiamo, e ce lo chiediamo con sgomento: come è possibile che crescano in famiglie che li amano e li proteggono e che, una volta fuori, diventino quasi irriconoscibili, mossi da rabbia o sfida?  Oggi qualcosa si è rotto… e dobbiamo avere il coraggio di chiederci: dove siamo noi adulti in tutto questo?

Qual è l’antidoto a questa deriva? Davvero pensiamo che bastino regole più rigide, divieti o punizioni? Forse l’unica strada possibile è camminare accanto a loro, passo dopo passo, offrendo rispetto, ascolto, confronto e fiducia. Oggi facciamo fatica a stare con i giovani: a reggere le loro domande, la loro irrequietezza, i momenti di ribellione, gli scatti d’ira, il disordine, la mancanza di responsabilità dentro le mura di casa. E troppo spesso il problema diventa ‘loro’.

Non è facile ammetterlo, ma serve un sincero mea culpa: quando li abbiamo davvero accompagnati dentro le esperienze della vita? Quanto spesso li lasciamo soli? Quanto ci manca il coraggio di restare, di affrontare conversazioni scomode, di mostrare con l’esempio cosa significa vivere secondo principi solidi e credibili?

Più sto con i giovani, più mi accorgo di quanto abbiano bisogno di noi. Hanno bisogno di adulti capaci di trasmettere il bello della vita anche attraverso le fatiche. Hanno bisogno di vedere anche le nostre fragilità, i nostri limiti, il nostro tentativo sincero di andare oltre. Di adulti che sappiano mostrare il valore dell’impegno, la soddisfazione di raggiungere un obiettivo, il rispetto delle regole e dell’autorità non come imposizione, ma come occasione di crescita per tutti.

I loro occhi si illuminano quando qualcuno li ascolta davvero, quando sentono che le loro paure, i loro desideri, le loro fragilità contano. Hanno bisogno di spazi dove potersi sperimentare, mettersi alla prova, sbagliare senza essere etichettati, e dove ogni piccolo successo diventa un mattone della loro autostima.

Non possiamo più delegare l’educazione dei figli alla strada, alla rete, alle amicizie costruite qua e là, al vicinato o a figure adulte occasionali. Oggi quella comunità, purtroppo, manca. E allora viene spontaneo chiederci: chi accompagna i nostri ragazzi quando noi siamo presi dal lavoro, dagli impegni, dallo smartphone? Chi insegna loro a provare, a cadere, a rialzarsi?

Il tempo è il dono più prezioso che possiamo offrire, insieme alla nostra coerenza di adulti. Crescere significa sbagliare, cadere, sbucciarsi le ginocchia, affrontare frustrazioni e imparare a portare i propri pesi. Non possiamo crescere figli a brioche e iPhone e poi stupirci se faticano a stare nella vita.

Forse il disagio dei giovani non è solo un problema loro. Forse è una domanda rivolta a noi. E allora la vera questione non è cosa fare dei ragazzi, ma che adulti scegliamo di essere. Perché l’educazione non si delega. Si vive. Ogni giorno.

Simona Saladini descrive le attività dell’Acisjf per sostenere le donne povere e sole

Alcune settimane fa a Roma è stato presentato il volume ‘Maria che scende dal treno’ della giornalista ed autrice teatrale Anna Mirella Taranto, con la prefazione del card. Baldassare Reina, vicario generale della diocesi di Roma, che ha affermato: “Sapere che c’è una realtà che si occupa delle donne che hanno bisogno di assistenza è un segno di speranza per tutta la Chiesa… Queste 12 storie raccontate nel libro ci interpellano tutti, laddove il nostro compito di cristiani è stare accanto alle persone che soffrono”.

Da parte sua, Simona Saladini, presidente nazionale di Acisjf, ha riconosciuto la capacità dell’associazione di “cambiare, riconoscendo i bisogni e i segni dei tempi, contribuendo così come movimento cattolico all’emancipazione delle donne, a fronte dei tanti modi in cui la povertà si manifesta: non solo quella dei migranti ma anche di tante italiane”, accolte oggi grazie all’opera di 16 comitati e 13 case che in Italia offrono 530 posti letto.

Quindi il volume è composto da dodici storie,  che raccontano, in forma di brevi monologhi ed interviste, questa storia di accoglienza e di fede, intrecciando memorie di oltre un secolo di cammino dell’associazione. Infatti più di 100 anni fa le volontarie intervenivano nelle stazioni, lungo i binari, per aiutare donne senza tetto e madri sole; oggi continuano ad accogliere nelle periferie delle città e del mondo donne vittime di violenza, povertà e disagio.

E proprio un excursus storico è quello che ha compiuto nel suo intervento la prof.ssa Marialuisa Sergio, docente di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, passando attraverso ‘guerre, migrazioni e crisi economiche’, e ponendo in luce quanto, per oltre un secolo, Acisjf abbia agito “all’insegna delle ‘3 A’ ossia accoglienza, ascolto e accompagnamento, sul solco tracciato dall’enciclica  ‘Rerum novarum’ di papa Leone XIII, non solo facendo assistenzialismo ma ricercando il bene contro ogni individualismo. Si tratta non solo di un accompagnamento delle fragilità della persona ma anche di renderle protagoniste del proprio destino, mediante la relazione e l’alleanza”.

Sono state affidate a mons. Andrea Manto, assistente ecclesiastico nazionale Acisjf, le conclusioni della giornata: “Questo libro e la sua lettura ci insegnano che ognuno di noi può donare una goccia di speranza: così si formano quel fiume e quel mare che portano a tutti fiducia, speranza e voglia di rinascere”. Al termine dell’incontro sono state consegnate dai presidenti delle sedi dell’associazione in Italia, le ‘valigie della speranza’, nate in collaborazione con la Caritas, ossia un contributo destinato al sostegno di una specifica situazione di necessità

Con la presidente dell’Acisijf, Simona Saladini riprendiamo l’omelia della celebrazione eucaristica per il giubileo dei poveri di papa Leone XIV dello scorso 16 novembre (‘La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto perciò i Capi degli Stati e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non ci potrà essere pace senza giustizia e i poveri ce lo ricordano in tanti modi, con il loro migrare come pure con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e anzi dimentica molte creature lasciandole al loro destino’): in quale modo?

Chi ha responsabilità è chiamato ad ascoltare il ‘grido dei più poveri’, a denunciare le ingiustizie e ad agire per eliminarle in modo strutturale. Un invito forte ad intendere la propria responsabilità come servizio per il bene comune, per la verità e la giustizia, in particolare per i più deboli ed emarginati”.

Per quale motivo il povero può diventare segno di speranza?

Come ci ha ricordato papa Leone XIV, chi vive in una condizione di povertà, non avendo beni materiali, sa di non poter contare sulle sicurezze del potere e dell’avere.  Pertanto la sua condizione lo porta a riconoscere prima degli altri che solo in Dio c’è la vera salvezza, e per questo diventa testimone di una speranza profonda che si basa sulla fede”.

‘Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità’: in quale modo dare seguito a queste parole?

“Innanzitutto promuovendo politiche sociali come quelle relative al lavoro, all’istruzione, alla casa e alla salute; ma anche trovando modalità per incidere a livello culturale, per smascherare ‘l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata’, perché questo spinge molte persone a cercare la ricchezza e il successo sociale a tutti i costi, anche a scapito del bene comune”.

Per quale motivo per papa Leone XIV la città di Dio impegna anche per le città degli uomini?

“La riflessione parte dall’insegnamento di sant’Agostino secondo il quale nella storia umana si intrecciano due ‘città’: la città dell’uomo e la città di Dio. La prima guidata dall’amore di sé, dalla ricerca di potere e dai beni materiali; la seconda formata da coloro che amano Dio e vivono secondo carità e giustizia. Ebbene, papa Leone XIV, attraverso queste sue parole, ci dà un suggerimento pratico su come l’umanità possa fare per vivere in pace, libertà e pienezza. Ovvero, bisogna volgere lo sguardo e il cuore a Dio per realizzare anche sulla terra una prosperità umana autentica, un mondo fondato sulla giustizia sociale in cui ogni persona abbia riconosciuta la sua dignità”.

Cosa trova Maria scendendo dal treno?

“Innanzitutto, ‘Maria che scende dal treno’ è il titolo del libro (Edizioni Universitarie Romane) della giornalista Anna Mirella Taranto, che abbiamo presentato in occasione del Giubileo dei Poveri in Vicariato e racconta 123 anni di storia dell’ACISJF, l’Associazione Cattolica Internazionale al Servizio della Giovane, di cui sono presidente nazionale dal 2018. Maria nel 1902 scende dal treno, come simbolo delle numerose donne che si dirigevano verso le città industriali del Nord Italia e dell’Europa in cerca di lavoro e di una vita migliore.

Oggi, invece, Maria arriva soprattutto nei porti da deserti che attraversa a piedi nudi, da storie di violenza, di fame, di miseria. Ma nella Chiesa Maria è il femminile che accoglie senza chiedere, che custodisce. Ecco allora che scendendo dal treno, Maria trova le volontarie dell’ACISJF con la mano tesa verso di lei. Un incontro di umanità solidale tra donne che tendono una mano e quelle a cui viene tesa, fatto di accoglienza che si traduce in presa in carico per restituire dignità e libertà”.

Ed in cosa consiste questa ‘valigia della speranza’?

“In un mondo segnato da povertà, guerra e degrado, le donne pagano prezzi altissimi perché quando soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, spesso si trovano anche con minori possibilità di difendere i loro diritti. A partire da questa consapevolezza, sette anni fa, per celebrare la Giornata Mondiale dei Poveri è nata la ‘Valigia della Speranza’.

Poiché a livello nazionale siamo articolati in 16 comitati locali che operano in altrettante città, dal nord al sud Italia, ogni anno ciascun comitato sceglie di donare ad una donna particolarmente bisognosa e meritevole, una valigia di cartone simbolo di speranza per rimettersi in cammino. Dentro, il necessario a sostenere il sogno della donna alla quale è destinata: una borsa di studio per l’università, un corso di formazione professionale, un letto o una cucina per rendere abitabile una nuova casa, perché i volti della povertà sono tanti e diversi tra loro”.

Insomma. cosa è Acisjf?

“Sono donne al servizio di altre donne che da oltre un secolo accompagnano con intelligenza ricca di fede la trasformazione della condizione femminile. I servizi oggi attivi vanno dal collegio universitario agli uffici nelle stazioni ferroviarie fino alle iniziative contro l’emergenza freddo, dalla formazione professionale agli affidi diurni, al sostegno scolastico; dall’accoglienza delle giovani che dal sud Italia si spostano al nord per un lavoro precario alla presa in carico delle donne migranti, all’accompagnamento delle gestanti e delle madri con bambino. Lavorando in rete tra di noi e con le istituzioni civili e religiose in questi anni abbiamo aiutato oltre 17.000 donne ed abbiamo seguito circa 6.000 giovani nelle stazioni. Abbiamo servito più di 40.000 pasti e diamo ospitalità nelle nostre 13 case di accoglienza con 530 posti letto disponibili”.

(Tratto da Aci Stampa)

Oltre la violenza economica: 11 progetti per l’indipendenza delle donne con Banca Etica

L’indipendenza economica è lo strumento chiave per contrastare la violenza di genere. Per questo motivo, Banca Etica ed Etica Sgr ha lanciato, martedì 25 novembre, la raccolta fondi per gli 11 progetti selezionati dal Bando Impatto+ 2025, intitolato ‘Oltre la violenza di genere, l’indipendenza economica’. Le campagne di crowdfunding si svolgeranno su Produzioni dal Basso e sono mirate a sostenere percorsi di educazione finanziaria, formazione lavorativa e accesso al credito per donne che subiscono violenza economica. Grazie al Fondo per la Microfinanza e il Crowdfunding di Etica Sgr, i progetti che raggiungeranno il 70% dell’obiettivo riceveranno un contributo a fondo perduto potenziato al 30% (dal 25% delle edizioni precedenti).

Il bando è specificamente rivolto al supporto di iniziative che offrano alle donne percorsi concreti per uscire dalla violenza economica. Il sostegno di Etica Sgr al crowdfunding avviene tramite il suo Fondo per la Microfinanza e il Crowdfunding (alimentato dai sottoscrittori dei fondi di investimento etici che scelgono di devolvere 1 euro ogni 1.000 investiti).

I progetti che raggiungeranno almeno il 70% del budget riceveranno un contributo del 30% a fondo perduto da Etica Sgr. I progetti che supereranno il 100% del budget preventivato riceveranno un premio unico del 5% sull’obiettivo iniziale. Il Bando Impatto+ è parte di un ecosistema più ampio di iniziative promosse dal Gruppo Banca Etica per l’autonomia femminile, in sinergia con centri antiviolenza, imprese e istituzioni.

Il progetto ‘Monetine’ rappresenta un insieme di azioni concrete che intervengono direttamente dove la violenza economica si manifesta: nella gestione del denaro, nell’accesso ai servizi e nel rapporto con gli istituti finanziari. Banca Etica è stata la prima in Italia a sviluppare un percorso di formazione interna del personale bancario per riconoscere i segnali di violenza economica e intervenire, intercettando e supportando donne in difficoltà. In continuità con il percorso avviato con Monetine, Fondazione Finanza Etica insieme a Fondazione NOI di Legacoop Toscana sta realizzando percorsi di formazione per le persone responsabili del personale delle cooperative dedicati al tema della violenza economica e alla costruzione di sinergie tra centri antiviolenza, imprese e istituzioni regionali.

L’attenzione al credito per le donne è un focus costante per Banca Etica: nel 2024, Banca Etica ha finanziato 324 imprese femminili (il 26,8% delle organizzazioni finanziate), superando la media nazionale (22,2%). I nuovi impieghi ammontano ad € 70.000.000. Per quanto riguarda il credito alle persone, il 46,8% dei nuovi impieghi è stato concesso a donne.

Questo impegno si estende grazie all’accordo firmato nel 2024 con la BEI (Banca Europea per gli Investimenti) per un finanziamento di € 30.000.000 di cui almeno il 30% destinato a progetti per la parità di genere e l’inclusione lavorativa. Nel primo anno sono stati erogati € 815.000 per cinque operazioni riconducibili a questo obiettivo. Per maggiori informazioni sul bando di crowdfunding ‘Oltre la violenza di genere, l’indipendenza economica’: https://www.produzionidalbasso.com/network/di/banca-etica%23 progetti-banca-etica#progetti-banca-etica.  

Ecco i progetti selezionati, che si possono sostenere su Produzioni dal Basso:

Progetto LISA – Libere e Indipendenti Senza violenzA (Associazione NINA APS, Belluno) –  Il progetto propone un percorso innovativo per rompere il ciclo della violenza economica, sostenendo le donne nel recupero di fiducia, consapevolezza e capacità di scelta. L’iniziativa offre a 10 donne vittime di violenza un accompagnamento personalizzato basato su orientamento al lavoro, supporto alla ricostruzione dell’autostima e strumenti concreti per riattivare l’indipendenza economica dopo anni di isolamento e fragilità socio-lavorativa. L’obiettivo è permettere alle partecipanti di costruire basi solide per il proprio futuro, attraverso percorsi di empowerment e reinserimento professionale.

Un taglio…con il passato (Agorà Cooperativa Sociale, Genova) – Il progetto nasce dalla storia di Anna (nome di fantasia), vittima per anni di violenza fisica ed economica. La cooperativa mira a raccogliere 10.000 euro per sostenere il suo percorso di autonomia: il finanziamento permetterà ad Anna di frequentare un corso professionale di estetica e parrucchieria, avverando un sogno che ha sempre dovuto rimandare a causa delle violenze subite. Il progetto intende restituirle stabilità emotiva ed economica, offrendole la possibilità di costruire una vita indipendente e sicura per sé e per sua figlia.

Ci troviamo in cucina! (Lavoratorio in Cucina APS, Reggio Emilia) – Il progetto vuole creare una cucina professionale attrezzata e conforme alle normative, mettendola a disposizione di donne provenienti da diversi Paesi e contesti culturali. Lo spazio diventerà un luogo di lavoro, formazione e incontro, dove le partecipanti potranno avviare microattività imprenditoriali nel settore food, sviluppare competenze professionali e integrarsi nella comunità locale. L’obiettivo è facilitare percorsi di autonomia lavorativa e promuovere l’inclusione sociale attraverso il cibo.

RISE UP – Rinascere, Imparare, Scegliere: percorsi per donne libere (Casa di Pollicino, Marsciano – Perugia) – Il progetto nasce dall’esperienza maturata all’interno della comunità, punto di riferimento per donne che hanno vissuto situazioni di violenza. RISE UP offre un percorso integrato composto da sostegno psicologico, educazione finanziaria e formazione professionale, rivolto a donne accolte nelle comunità umbre. L’obiettivo è accompagnarle verso la ricostruzione della propria autonomia, rafforzando competenze personali e strumenti decisionali per intraprendere un nuovo cammino libero dalla violenza.

Libera la vita (Fondazione Giulia e Umberto Chiappini ETS, Piacenza) – Il progetto nasce all’interno di Casa Alba, una comunità dedicata all’accoglienza di donne vittime di violenza. ‘Libera la vita’ offre un percorso completo di empowerment che comprende accoglienza, protezione, educazione finanziaria, formazione professionale e supporto all’avvio di attività lavorative, sia artigianali sia digitali. L’iniziativa intende accompagnare le donne verso una rinascita personale, sostenendo l’autodeterminazione e la costruzione di una nuova vita autonoma.

Solida (Kermasofia, Torino) – Il progetto mira a rafforzare l’autonomia economica delle donne ospiti dei centri di accoglienza attraverso un percorso formativo articolato in 9 incontri. Le attività comprendono laboratori interattivi, momenti di riflessione e proiezioni cinematografiche in collaborazione con l’Associazione Museo Nazionale del Cinema. L’obiettivo è lavorare sulla consapevolezza di genere, sull’educazione finanziaria e sull’acquisizione di competenze utili a prendere decisioni economiche informate, favorendo empowerment e capacità di progettare il proprio futuro.

Soluzioni abitative per l’inclusione e l’innovazione sociale in provincia di Bolzano (Impresa Sociale Cooperativa Sole di Gatteo – Forlì Cesena) – Il progetto si rivolge a donne che desiderano scrivere un nuovo inizio dopo esperienze di fragilità o violenza. Attraverso percorsi di empowerment personale, competenze digitali, educazione finanziaria e attività di benessere, l’iniziativa mira a rafforzare autonomia, autostima e capacità di gestione economica. Le partecipanti saranno accompagnate in un percorso che le metta nelle condizioni di immaginare e realizzare una vita indipendente e dignitosa.

Vie d’Uscita – Women have the power (C.S.C. Credito Senza Confini, Perugia) – Il progetto intende contrastare le discriminazioni di genere e supportare donne sopravvissute alla violenza verso la costruzione di autonomia economica. Attraverso percorsi di co-progettazione individuale, tutoraggio tra pari e accesso al microcredito, le partecipanti vengono accompagnate nell’avvio di attività economiche sostenibili e percorsi professionali. L’obiettivo è favorire la libertà economica come base per una reale uscita dalla violenza.

Violenza economica: percorsi di autonomia delle donne (Cooperativa sociale Cerchi d’Acqua – Onlus, Milano)- Cerchi d’Acqua, centro antiviolenza nato nel 2000 a Milano e socia fondatrice della Rete Nazionale D.i.Re, propone il progetto ‘Violenza economica: percorsi di autonomia delle donne’. Ideato in collaborazione con la cooperativa di finanza etica MAG2 Finance, ha due obiettivi, sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza economica e promuovere l’empowerment professionale e l’autonomia economica per donne in situazioni di violenza.

CONTO SU DI ME (Fratelli è Possibile, Santarcangelo di Romagna, Rimini) – Dal progetto innovativo di coabitazione protetta Borgo Maestro nasce “CONTO SU DI ME”, che si rivolge a donne sole e madri con figli minori in situazioni di vulnerabilità o in uscita da percorsi di violenza. L’iniziativa prevede educazione finanziaria, supporto psicologico, formazione al lavoro e attività educative per madri e bambini. L’obiettivo è contrastare la violenza economica e favorire l’empowerment femminile attraverso percorsi personalizzati di autonomia.

TRAME DI VITA, VERSO L’AUTONOMIA (Cooperprint, Pregnana Milanese, Milano) – Dall’esperienza della cooperativa nel settore grafico e artigianale nasce TRAME DI VITA, evoluzione del progetto storico ‘StileSolidale’. Il progetto si rivolge a Laura, donna colombiana rifugiata e vittima di violenza, attualmente accolta dalla Fondazione Somaschi, e ad altre donne con esperienze simili. L’iniziativa offre un percorso concreto di emancipazione attraverso formazione professionale, accompagnamento al lavoro e creazione di opportunità occupazionali all’interno di una realtà produttiva inclusiva.

Violenza di genere: per le donne con cittadinanza non italiana il rischio è maggiore

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Fondazione ISMU ETS evidenzia come la violenza di genere, che nel nostro Paese continua a essere una grave emergenza sociale, abbia un impatto ancora più marcato sulle donne con cittadinanza non italiana (CNI). Dall’analisi dei dati ISTAT relativi al numero antiviolenza e stalking 1522 emerge che, tra il 2023 e il primo semestre del 2025, hanno contattato il servizio 30.615 donne italiane e 4.148 donne con cittadinanza non italiana. Rapportando questi dati alla popolazione residente, si rileva un’incidenza dello 0,10% per le italiane e dello 0,16% per le donne con CNI, con una probabilità superiore del 60% per queste ultime di rivolgersi al servizio (senza considerare tutte coloro che non vi accedono per ragioni diverse), a conferma di una maggiore vulnerabilità legata a condizioni di precarietà sociale, economica e giuridica.

Anche l’analisi delle violenze subite nel corso della vita evidenzia un quadro complesso. I dati Istat più recenti (2025) indicano che il 31,9% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale, una percentuale sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti. Le rilevazioni disaggregate per cittadinanza rivelano però che, pur essendo simile la percentuale complessiva tra donne italiane e donne con CNI, la violenza fisica risulta più frequente tra le seconde (19,6% contro 25,7%), così come le forme più gravi: stupri e tentati stupri riguardano il 7,7% delle donne con cittadinanza non italiana, rispetto al 5,1% delle italiane. Le donne provenienti da Moldavia, Romania e Ucraina risultano tra i gruppi più esposti.

Il fenomeno trova conferma anche nei dati sui femminicidi. Fondazione ISMU ETS evidenzia come dai dati dell’Osservatorio nazionale di Non Una di Meno emerge come, dal 2020 a oggi, il 23% delle 691 donne uccise aveva cittadinanza non italiana. In entrambi i gruppi, oltre il 60% dei femminicidi è commesso dal partner o dall’ex partner (nel 62% dei casi per le italiane e nel 69% per le donne con CNI), mentre sono una percentuale molto bassa i casi in cui il femminicida è il padre o un familiare, in modo equivalente per le donne italiane e con altra cittadinanza.

Quanto, invece, alla cittadinanza degli autori dei femminicidi, l’87% di chi ha ucciso una donna italiana era anch’esso italiano, mentre per le donne con altre cittadinanze il 57% non era italiano (tra questi, il 42% aveva la stessa cittadinanza della vittima) e il 32% era italiano.

Fondazione ISMU ETS richiama, inoltre, l’attenzione sulla condizione delle donne migranti e rifugiate: il Rapporto EIGE 2025 mostra che sono esposte a violenze, sfruttamento e abusi lungo tutto il percorso migratorio dai Paesi di origine ai centri di accoglienza europei, dove spesso non ricevono adeguata protezione. Anche una volta arrivate in Europa, inclusa l’Italia, il rischio di subire violenze rimane elevato.

Questa vulnerabilità è aggravata dall’intreccio tra discriminazioni di genere e status migratorio, che favorisce l’isolamento e difficoltà di accesso ai servizi. Per affrontare il fenomeno è indispensabile adottare una prospettiva intersezionale, che consideri come le discriminazioni non agiscano in modo isolato, ma si intreccino generando forme di oppressione multiple. Analizzare le interazioni tra genere, etnia, classe e status giuridico è fondamentale per cogliere la complessità delle disuguaglianze e per evitare l’uso strumentale della violenza di genere, che talvolta viene impiegato per giustificare politiche migratorie restrittive. Solo così si possono contrastare narrazioni semplificate che alimentano stereotipi e ostacolano soluzioni efficaci.

Quindi l’esposizione alla violenza di genere per le donne con cittadinanza non italiana resta estremamente elevata e si somma a una vulnerabilità già presente nei Paesi di origine e lungo le rotte migratorie, che colpisce in particolare le donne migranti e rifugiate. Il Rapporto EIGE 2025 (Addressing gender-based violence in migration) evidenzia, infatti, che le donne migranti e rifugiate sono particolarmente esposte a violenza, sfruttamento e abusi sessuali lungo tutto il percorso migratorio, dai paesi di origine ai luoghi di transito e destinazione. Non si tratta solo di violenze perpetrate da trafficanti o intermediari durante il viaggio.

A livello europeo, il rapporto segnala episodi di violenza anche nei centri di accoglienza, dove le donne non ricevono sempre adeguata protezione. Una volta giunte in Europa (ed in Italia) la situazione non migliora: il rischio di subire violenze, sia nelle relazioni intime che in contesti esterni, rimane elevato. Questa condizione è aggravata dalla sovrapposizione tra discriminazioni di genere e status migratorio, che crea un terreno fertile per sfruttamento e isolamento, ostacolando l’accesso ai servizi di protezione e giustizia:

“Per affrontare il fenomeno è indispensabile adottare una prospettiva intersezionale, che consideri come le discriminazioni non agiscano in modo isolato, ma si intreccino generando forme di oppressione multiple. Analizzare le interazioni tra genere, etnia, classe e status giuridico è fondamentale per cogliere la complessità delle disuguaglianze e per evitare l’uso strumentale della violenza di genere, che talvolta viene impiegato per giustificare politiche migratorie restrittive. Solo così si possono contrastare narrazioni semplificate che alimentano stereotipi e ostacolano soluzioni efficaci”.

25 novembre: la disabilità amplifica il rischio di violenza

Circa 6.400.000 donne italiane tra i 16 e i 75 anni (31,9% del totale) hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale. Le aggressioni fisiche colpiscono il 18,8% delle donne, quelle sessuali il 23,4%. Il 5,7% ha subito stupri o tentati stupri. Il 26,5% delle violenze è perpetrato da persone vicine o conoscenti (parenti, amici, colleghi). Il 12,6% delle donne è stato vittima di violenza fisica o sessuale da parte di un partner o ex. A queste si aggiungono la violenza psicologica (17,9%) e la violenza economica (6,6%).

Le giovani donne risultano essere particolarmente colpite, spesso da partner o ex partner, in relazioni dove proliferano dinamiche di controllo e manipolazione emotiva. Stereotipi e dipendenze relazionali contribuiscono a normalizzare comportamenti abusivi. Inoltre, la violenza si manifesta sempre più attraverso i canali digitali (molestie online, diffusione non consensuale di immagini, minacce), rendendo urgente l’aggiornamento degli strumenti di prevenzione e tutela contro queste nuove forme di abuso online.

L’indagine ha il merito di gettare luce sulla maggiore vulnerabilità delle donne con problemi di salute, disabilità o condizioni croniche. Queste donne, circa 6.400.000, subiscono violenze fisiche o sessuali in misura superiore alla media (36,1% contro il 31,9%). Il rischio aumenta drammaticamente per chi dichiara di sentirsi male o molto male (38,8%) o per chi ha limitazioni gravi (39,4%).

Nonostante queste informazioni, l’indagine ISTAT presenta un limite significativo: la mancanza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità. Questa lacuna è ben più di un problema tecnico; è un nodo politico e sociale. Impedisce di comprendere la discriminazione multipla che colpisce le donne con disabilità, le quali sono esposte al rischio di violenza non solo dal partner ma anche in altri contesti di maggiore dipendenza. Fattori come la ridotta autonomia, le barriere sociali e la minore accessibilità ai servizi aumentano i fattori di rischio e rendono più difficile denunciare.

Senza una raccolta strutturata che incroci in modo completo genere e disabilità, queste vittime rischiano di rimanere statisticamente invisibili. Questo ostacola l’elaborazione di politiche pubbliche realmente inclusive, capaci di modellare interventi sui loro specifici bisogni.

Per contrastare efficacemente la violenza di genere, non è sufficiente agire dopo che il danno è stato compiuto. La prevenzione è il vero fulcro di una strategia duratura, che deve agire sulle radici culturali, sociali e strutturali del fenomeno.

Questo richiede un impegno su più fronti: educazione al rispetto e al consenso fin dall’infanzia e in tutti i cicli scolastici; formazione continua per tutti gli operatori sociali, sanitari, educativi e delle forze dell’ordine; campagne di sensibilizzazione che smantellino stereotipi sessisti e rappresentazioni che normalizzano l’abuso; maggiore accessibilità ai servizi per le donne con disabilità o problemi di salute; prevenzione digitale per affrontare le nuove minacce online.

Nella ricorrenza del 25 novembre, l’indagine ISTAT resta uno strumento essenziale. Tuttavia, l’assenza di dati pienamente disaggregati per genere e disabilità è un ostacolo alla costruzione di analisi accurate e politiche efficaci. E’ necessario che la statistica pubblica sia in grado di raccontare tutte le donne, affiancando a un sistema statistico più inclusivo una politica di prevenzione forte e capillare. Solo così sarà possibile garantire che nessuna donna venga lasciata sola o invisibile in questa lotta.

Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne: per Gessica Notaro occorre dire no

La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza, in  quanto in quel giorno del 1960nella Repubblica Dominicana furono uccise tre attiviste politiche, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa), successivamente chiamate anche Las Mariposas, per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo.

Quel giorno le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.

In Italia ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2.800.000), in particolare il 5,2% (855.000) da partner attuale e il 18,9% (2.044.000) dall’ex partner. La maggior parte delle donne che avevano un partner violento in passato lo hanno lasciato proprio a causa delle violenza subita (68,6%). In particolare, per il 41,7% è stata la causa principale per interrompere la relazione, per il 26,8% è stato un elemento importante della decisione.

Il 24,7% delle donne ha subìto almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro. Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,5%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,3%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono fare male (6,1%). Tra le donne che hanno subìto violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%).

E per parlare dell’importanza di questa giornata abbiamo incontrato a Tolentino Gessica Notaro, divenuta testimone pubblico in seguito allo sfregio al volto con l’acido compiuto dall’ex fidanzato nel 2017, nella campagna di sensibilizzazione e di contrasto alle violenze di genere: “Occorre porre attenzione alle persone che chiedono aiuto e quando non c’è una sufficiente preparazione per poter dare una mano con il buon senso e non solo con quello che sarebbe giusto fare tecnicamente  con il protocollo. E’ un insieme di cose da fare ma nel tempo siamo migliorati. C’è ancora molta strada da fare, ma abbiamo fatto molti miglioramenti”.

Quindi è possibile dire no ai soprusi, agli abusi ed alla violenza nata all’interno di una relazione?

“Certo. E’ possibile dire no, perché l’amore non ha niente a che vedere con le relazioni tossiche, all’interno delle quali la donna resta legata all’uomo che la maltratta, un uomo che all’inizio si camuffa molto bene. Eppure si percepisce sin dall’inizio se una relazione è davvero sana oppure no. La donna lo sente nello stomaco. Se ci disperiamo e passiamo più tempo a piangere che ad essere felici, dovremmo porci subito delle domande”.

Allora per quale motivo è diventata una testimonial?

“Mi è successo un episodio molto spiacevole, in quanto 8 anni il mio ex fidanzato mi ha tirato in viso l’acido; però da quella volta non mi sono arresa ed ho reagito, cercando di trovare una ragione a quella che poteva essere una sfortuna ed ho provato a rendermi utile”.

Qual è la forma più subdola di manipolazione, campanello di allarme?

“Consiste in un agire che fa sentire la vittima sempre sbagliata e inadeguata, in continuo senso di colpa. L’uomo trasforma la donna nella causa di tutti i probabili fallimenti del quotidiano e schiaccia la sua personalità per un insano desiderio di emergere. Il manipolatore aumenta il proprio ego, nutrendosi dell’energia altrui”.

E le donne, ingabbiate in una relazione tossica, quale tipo di fragilità manifestano?

“Le donne potrebbero commettere l’errore di non aprirsi e di non parlare del loro dolore per un senso di vergogna, quando invece è fondamentale chiedere aiuto subito. Subito! E poi c’è una costante nelle relazioni non sane: la tendenza da parte delle vittime a giustificare i partner violenti e a trattarli come se fossero un po’ i loro figli. Noi donne, purtroppo, in alcuni casi vestiamo l’abito della ‘crocerossina’ e questo è un gravissimo sbaglio. Gli uomini vanno trattati da compagni, non da figli”.

Comunque esiste ancora ‘omertà’ da parte delle famiglie di fronte a tali violenze contro le figlie?

“Un po’ sì, perché chiaramente le persone si vergognano di chiedere aiuto in quanto ti senti in colpa quando succede l’aggressione, ma in realtà è qualcun altro che deve provare vergogna”.

A proposito di colpa in quale modo è possibile dire alla donna che subisce di superare questo momento?

“Smettendo di vergognarsi, perché non dobbiamo vergognarci noi, ma qualcun altro; poi cercare di cambiare subito il proprio atteggiamento cercando di non comportarsi da vittima, ma di reagire e di aprire le spalle al mondo alzando la testa e porsi in maniera diversa, chiedendo aiuto, in quanto se ti metti il mantello di agnello il lupo ti mangia”.

In quale modo ci si può accorgere che il fidanzato od il marito stia diventando aggressivo?

“Dipende dalle situazioni. Di sicuro l’amore è qualcosa che dovrebbe renderci sereni. Se non siamo sereni ed avvertiamo ansia, con il trascorrere del tempo potremmo porci una domanda su cosa non funziona nel rapporto”.

Un consiglio a chi si trova in questa situazione?

“Quando avvertiamo stati di ansia o qualche dubbio è necessario un confronto con altre persone con un’amica, sorella, collega… Od anche un amico. Insomma persone di fiducia che possano condividere questo ‘peso’. Basta rompere il ‘ghiaccio’ e la situazione può essere gestita al meglio. Importante è parlare e condividere senza lasciarla nel nostro intimo”.

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