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Papa Leone XIV preghiera per la pace quale argine al delirio umano
“Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio. Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi”: prima di iniziare la veglia di preghiera per la pace papa Leone XIV ha salutato i fedeli riuniti in piazza san Pietro con la richiesta di pregare per la pace, in quanto essa sia esaudita da Gesù.
Però l’unico modo di essere esaudita è la recita del Rosario: “Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace. Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre”.
E dopo la recita del Rosario nella basilica petrina il papa ha sottolineato che la preghiera è espressione di una fede che muove le ‘montagne’: “La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia”.
E’ stata una sottolineatura precisa: “La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. E’ invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione”.
La preghiera è un invito a non scoraggiarsi: “Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà”.
Riprendendo gli appelli per la pace dei papi, papa Leone XIV ha sottolineato che la preghiera è azione: “La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”.
Ed il perdono è ‘argine’ al delirio di onnipotenza umana: “Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro”.
Non è tenero con coloro che sostengono l’uso della forza: “Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”.
E’ chiara la voce per dire un preciso ‘no’ alla guerra: “Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!”
La veglia di preghiera è stata un preciso atto di accusa contro i governanti, che alimentano la guerra: “Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! E’ il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole”.
Al contempo è invito ad un impegno serio per la pace: “La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!”
Quindi ecco la necessità della recita del Rosario: “Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite”.
Ed ha ripreso l’invito del messaggio per la pace con la richiesta che ogni chiesa diventi ‘casa della pace’: “Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale”.
La veglia è chiusa dalla supplica conclusiva: “Signore Gesù, tu hai vinto la morte senza armi né violenza: hai dissolto il suo potere con la forza della pace. Donaci la tua pace, come alle donne incerte nel mattino di Pasqua, come ai discepoli nascosti e spaventati. Manda il tuo Spirito, respiro che dà vita, che riconcilia, che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici. Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre, che col cuore straziato stava sotto la tua croce, salda nella fede che saresti risorto. La follia della guerra abbia termine e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora sa generare, sa custodire, sa amare la vita. Ascoltaci, Signore della vita!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a combattere la povertà
“Saluto il Presidente, i Dirigenti e tutti voi, dipendenti dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, compresi quanti sono collegati via internet dalle sedi locali. Il vostro è un ruolo sociale e istituzionale importante, che vi chiama a farvi carico dei bisogni di molte persone fragili attraverso meccanismi di equa distribuzione della ricchezza, con un’attenzione particolare alle situazioni di criticità. Ciò vi dà la possibilità di agire in modo efficace nella promozione di una responsabilità sociale che coniughi sviluppo economico e coesione comunitaria, orientando le scelte al bene comune”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto i dirigenti dell’Inps con l’invito agli enti assistenziali di ‘non dimenticare l’uomo’ e ad impegnarsi nella difesa del lavoratore e della dignità umana.
Nel discorso il papa ha evidenziato l’aumento della povertà: “Nel mondo c’è complessivamente molta ricchezza, tuttavia i poveri aumentano. Molte centinaia di milioni di persone in tutto il pianeta sono immerse nella povertà estrema e non dispongono di cibo, alloggio, assistenza medica, scuole, elettricità, acqua potabile e servizi sanitari indispensabili. Eppure ci sono ricchezze sproporzionate che rimangono nelle mani di pochi”.
Per questo il papa ha criticato questo meccanismo: “e’ uno scenario ingiusto, di fronte al quale non possiamo non interrogarci e non impegnarci a cambiare le cose. Non esiste un determinismo che ci condanni alla sperequazione. Alla base delle disparità non c’è una mancanza di risorse, ma la necessità di affrontare problemi risolvibili relativi a una loro più equa distribuzione, da realizzare con senso morale e onestà”.
Quindi ha sottolineato la funzione dell’Inps: “In questo ambito, in Italia, un ruolo di attore principale va senza dubbio riconosciuto al vostro Istituto, che orienta la sua opera in diverse direzioni, attuando politiche previdenziali generative e di effettivo sviluppo sociale, a partire dalla tutela dei più deboli e dall’investimento sui giovani. Per questo, pur di fronte alla necessità di garantire la sostenibilità del sistema, il vostro impegno deve essere sempre volto anche a salvaguardarne il tessuto solidaristico e l’equità, sia a livello pensionistico che di accompagnamento del lavoratore durante il suo percorso professionale”.
In precedenza il papa ha ricevuto i vescovi della Chiesa caldea di Baghdad con le parole di sant’Efrem: “La vostra Chiesa affonda le sue radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero romano, sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario, fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà”.
Per questo ha ricordato anche le sofferenze di questa Chiesa: “La vostra storia è gloriosa, ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova”.
Ecco il motivo della vicinanza del papa: “Alla luce degli eventi che, negli ultimi anni, hanno segnato la vostra Chiesa, avverto con particolare intensità la responsabilità del momento che state vivendo. E vorrei dirvi: sono con voi. Le prove che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel cuore e per il quale prego”.
E’ un invito ad essere un segno di speranza: “Fratelli, siete segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi”.
Quindi di nuovo un monito contro la guerra: “Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV in Africa per essere messaggero di pace
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, e il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato il comboniano p. Elio Boscaini, collaboratore della rivista ‘Nigrizia’, missionario in Burundi (espulso nel 1977 con altri confratelli) e poi in Benin e nel Togo, che fornisce anche i numeri della presenza cattolica nel continente: “E’ questo il primo viaggio internazionale di papa Leone XIV (la visita al principato di Monaco è come una visita a una diocesi italiana; il suo viaggio a Nicea, per i 1700 anni del Credo, e Libano era una eredità di papa Francesco cui papa Leone XIV non ha inteso sottrarsi). Per noi missionari la scelta è molto significativa: l’Africa è il continente in cui la crescita cattolica nel mondo è più significativa (più di 8.000.000 di nuovi fedeli l’anno).
dLa Chiesa in Africa vive un vero boom, con tassi di espansione intorno al 3% annuo. Si calcola che a fine 2025 ci fossero in Africa oltre 230.000.000 cattolici. Cresce anche il numero dei seminaristi e delle religiose, oltre al numero di sacerdoti: in flessione importante nelle Chiese di antica tradizione, aumenta in Africa di più di 1600 nuove unità l’anno. Anche il numero dei vescovi cresce, come papa Leone XIV ben sa per aver retto il Dicastero dei vescovi, anche se per un breve periodo, come card. Prevost, prima di essere eletto papa”.
Quindi un viaggio apostolico con il filo conduttore della pace?
“Il papa va in Africa quale pellegrino di pace, perché sa che il continente è attraversato da conflitti senza fine che provocano sofferenze immani. Sono in corso oltre una dozzina di conflitti armati principali e decine di crisi minori, rendendo il continente una delle aree più instabili al mondo. Le zone più colpite includono il Sahel, il Corno d’Africa, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan (un conflitto devastante tra fazioni che dura ormai da tre anni), spesso caratterizzate da terrorismo, guerre civili e conflitti interetnici.
Tanti, troppi sono inoltre i Paesi d’Africa che vivono situazioni di crisi umanitaria grave che purtroppo in Occidente facciamo finta di ignorare o ignoriamo del tutto. Lui sa che la prima causa delle miserie dell’umanità sofferente, anche in Africa è la guerra. Non visita paesi in guerra dichiarata (ad eccezione in parte del Camerun che vive una situazione di guerra civile con le due province anglofone dell’ovest), ma in tutti e quattro i Paesi in cui si sta per recare, i diritti umani non sono certo al top degli interessi dei reciproci governi.
Importante questo viaggio perché papa Leone XIV attira l’attenzione del mondo sull’Africa e la sua gente. La gente vede nel vescovo di Roma un difensore, un vero uomo di quella ‘pace disarmata e disarmante’, come l’ha definita nel suo presentarsi al mondo sulla loggia di san Pietro la sera dell’8 maggio 2025”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“Sulle tracce di san Francesco che aveva una fede incrollabile nella necessità del dialogo interreligioso per la pace (suo viaggio a Damietta per incontrare, in piena crociata, il sultano) , anche papa Leone XIV con questo viaggio si immerge in un paese musulmano. Da 40 anni l’Algeria chiedeva una visita papale. E’ infatti ad Algeri che, da papa, Prevost incontra l’Africa per la prima volta. L’Algeria è un paese musulmano al 99%. Suo scopo primo non è il dialogo interreligioso. La piccola comunità cattolica (composta da circa 5.000 fedeli, cioè lo 0,01% della popolazione, è composta prevalentemente da studenti e intellettuali e migranti subsahariani e un esiguo numero di locali) vive già la sua vocazione all’incontro.
Papa Leone XIV vi va per incontrare Agostino d’Ippona, il grande vescovo africano, padre della Chiesa, a cui l’ordine religioso cui appartiene, gli agostiniani, si ispira. Ad Annaba (la Ippona, sede episcopale di Agostino, non lontana da Tagaste, oggi Souk Harras, dove il santo era nato nel 354), Prevost era già stato in quanto superiore degli agostiniani. L’Algeria aveva aperto uno spiraglio sul suo passato cristiano accogliendo Agostino come figlio del paese (lo aveva fatto l’allora presidente Bouteflika). Santa Monica, berbera e madre di Agostino, contribuiva con il figlio, a riabilitare i berberi come popolo originario d’Algeria…
E’ bene ricordare che papa Leone è stato eletto l’8 maggio, il giorno della festa liturgica dei 19 beati martiri d’Algeria (in quel giorno del 1994 sono stati trucidati i primi due martiri). Tra loro c’è Christian de Chergé (rapito con altri suoi 6 fratelli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e le loro teste ritrovate il 21 maggio seguente), il priore del monastero trappista di Tibhirine.
Con il suo messaggio sulla ‘pace disarmata e disarmante’, ripetuto anche il 1^ gennaio di quest’anno, il papa ha ripreso il significato di una delle espressioni di frère Christian che, dopo essersi trovato di fronte a un terrorista la notte di Natale 1993, aveva detto: ‘La mia preghiera è: disarmalo. Ma poi non posso semplicemente domandare di disarmarlo senza chiedere di disarmarmi e di disarmarci’. Papa Leone XIV sa di essere il primo papa a visitare l’Algeria. Evidente che Algeri giocherà questa visita un po’ contro il Marocco (visitato da papa Francesco) per la questione del Sahara Occidentale con cui l’Algeria è schierata”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“E’ vero che i cristiani in Africa, in alcuni Paesi specialmente, affrontano molte difficoltà nell’esercizio concreto della loro fede. Che sia, l’Africa, terra di martirio, non c’è dubbio. Lo è stata nei primi secoli del cristianesimo -quei martiri rappresentano una testimonianza fondamentale della diffusione del cristianesimo nel Nord Africa romano; tra i più celebri si annoverano i Martiri scillitani (180 d.C.), Perpetua e Felicita (203 d.C.), san Cipriano (258 d.C.) e i 49 martiri di Abitene (304) ‒ e lo è nell’epoca che è la nostra (senza risalire ai martiri d’Uganda, frutto dei primi anni dell’evangelizzazione in epoca moderna delle terre nel centro geografico del continente). Nel 1996, oltre a mons. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano (Algeria) ucciso il 1 agosto (ultimo dei 19 martiri a essere ucciso), venivano uccisi altri due vescovi: Joachim Ruhuna, arcivescovo cattolico burundese di etnia tutsi ‒ noto per essere stato un coraggioso difensore dei diritti umani e un operatore di pace durante i conflitti etnici in Burundi (è considerato un ‘martire della solidarietà’ per aver pagato con la vita la sua denuncia delle violenze nel paese), ucciso il 9 settembre ‒ ed il congolese gesuita mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, arcivescovo di Bukavu (Repubblica democratica del Congo), noto come il ‘Romero del Congo’ per la sua strenua difesa dei diritti umani e dei poveri durante la prima guerra del Congo, assassinato il 29 ottobre 1996.
Perché perseguitati? Fondamentalmente perché costituiscono una spina nel fianco dei poteri. Predicano e vivono solidarietà, uguaglianza, diritti, accoglienza, stessa dignità, rispetto per tutti, libertà, pace…Ciò dà fastidio ai potenti. Soprattutto se i loro vescovi, ben preparati, e oggi quasi tutti africani, non stanno zitti e denunciano senza mezzi termini l’oppressione, i giochi di potere sulle spalle della gente e l’impoverimento del loro popolo. Un solo esempio: i vescovi della Repubblica democratica del Congo che tengono testa al presidente Félix Tshisekedi. Per loro è chiaro di chi è la colpa del marasma in cui vive il paese.
Non è necessariamente all’odium fidei che è legato il loro essere perseguitati. Ci sono anche ragioni a volte legate a sequestri per avere un riscatto (vedi Nigeria…). Ma che poi sia Trump a intervenire per proteggere i cristiani nel nord della Nigeria bombardando…non c’è nulla di più lontano dalla fede appresa dal Maestro di Nazaret che altro non ci insegna che la nonviolenza e l’amore per i nemici”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“Le speranze dei cristiani sono tante, ma una in particolare: che la visita del vescovo di Roma porti pace, rispetto e ascolto degli ultimi, dei più poveri. Le folle che accoglieranno festanti papa Leone XIV (non gli verranno risparmiati i bagni di folla, anche se Prevost li vivrà con maggiore sobrietà del suo predecessore…), non gli sembreranno molto diverse da quelle che ha amato e servito da vescovo in Perù e che in libertà ha accolto anche nel loro modo tradizionale di esprimere la fede. Sono folle di diseredati, povera gente, spesso disprezzata, dimenticata, tenuta lontano dalla condivisione delle ricchezze che comunque questi paesi hanno. Ma che anche lui, come papa Francesco, riscopre come poeti sociali.
Ad accezione dell’Algeria (dove l’esercito detiene un ruolo centrale e dominante nel sistema politico, agendo come vero ‘arbitro’ del potere. Sebbene formalmente il Paese sia una repubblica con il presidente Abdelmadjid Tebboune, rieletto nel 2024, l’alto comando militare esercita un’influenza decisiva sulle principali decisioni politiche ed economiche), il papa visita paesi sì diversi ma accomunati dal fatto di essere delle dittature. Dittature personali per il Camerun (il presidente Paul Biya è lo stesso dal 6 novembre 1982 ed oggi ha più di 90 anni!) e la Guinea Equatoriale (Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è al potere dal 3 agosto 1979, risultando il leader africano e mondiale più longevo) e dittatura in Angola del partito (il Movimento popolare di liberazione dell’Angola, Mpla, partito che governa ininterrottamente il paese fin dalla sua indipendenza dal Portogallo nel 1975).
Papa Leone XIV è anche un capo di stato benché infimo per superficie, quindi si accompagnerà obbligatoriamente a questi ‘dittatori’. Ma è anche un papa ‘religioso agostiniano’ e quindi non dimentica che il suo messaggio non è innanzitutto per i governanti (sì anche questo) ma per ‘il popolo santo e fedele di Dio’, come ci aveva abituati a chiamare la gente papa Francesco, che vive una situazione di grande povertà e incertezza per il futuro.
Quanto all’appartenenza religiosa: in Camerun, i cattolici rappresentano una parte significativa della popolazione, stimata tra il 36% e il 40% (su una popolazione di 28.000.000 abitanti); in Angola, il cattolicesimo è la religione maggioritaria, professata da circa la metà della popolazione; nella piccola Guinea Equatoriale, la Chiesa cattolica è la confessione maggioritaria in Guinea Equatoriale (abbracciando circa l’87-94% della popolazione, stimata in 1.700.000 abitanti). Nella parte subsahariana del continente, la Chiesa è cosciente che tanti suoi fedeli vivono di una doppia appartenenza: alla fede cattolica e alla tradizione cultural-religiosa ancestrale”.
Cosa significa essere missionari di speranza in Africa?
“I missionari italiani nel mondo sono una gran bella realtà che onora il nostro paese. Sono contati attorno ai 7.000 (4.000 sacerdoti, fratelli e religiose e 3.000 laici, anche professionisti medicosanitari) e la gran parte impegnata in Africa. Promuovono lo sviluppo sociale, tessono fili di dialogo interreligioso (servono le comunità locali in territori diversissimi, nei campi dell’educazione, formazione professionale e assistenza sanitaria).
Essere missionari di speranza in Africa significa solidarizzare con la fede attiva e resiliente della gente, che sa trasformare i momenti difficili, le grandi difficoltà in opportunità di testimonianza, fondandosi sulla certezza che Dio è là, presente anche nelle loro situazioni di sofferenza. Speranza che non è sempliciotto ottimismo, ma un dono di Dio che spinge al fare, al perdono e alla costruzione della pace in contesti spesso segnati da conflitti e povertà. Ogni missionario/missionaria ha mille fatti da raccontare su come la gente sa perseverare, perdonare, riconciliarsi, non abbattersi, credere che il domani sarà comunque migliore…Sì, gli africani si vogliono ‘sentinelle’ di un futuro migliore, testimoni di pace e riconciliazione.
Essere cristiani di speranza comporta il coraggio di amare e perdonare, agendo come costruttori di pace e giustizia sociale, specialmente in aree del continente colpite da crisi. Nella solidarietà comunitaria, perché l’ubuntu è quella ‘filosofia’ dell’Africa subsahariana, che dice che ‘io sono perché noi siamo’ quindi condivisione e rispetto reciproco, perché mi realizzo solo in una comunità, promuovendo empatia, compassione e armonia sociale. Ecco perché educazione, salute, aiuto ai poveri… sono segno tangibile dell’amore di Dio.
Questo è espresso nelle loro liturgie vivaci, coloratissime, festose sempre: la gioia profonda del vangelo, di quella fede che celebrando Cristo risorto tira la forza motrice per superare le avversità. Papa Benedetto XVI non ha forse descritto l’Africa come una ‘speranza per il futuro della Chiesa’? Se lo diceva lui da buon tedesco, dobbiamo credere che la vitalità della fede cristiana in Africa offre un modello di vita e di spiritualità a tutto il mondo, specialmente in Occidente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV agli atleti: siate testimoni di pace
“Vi accolgo con gioia, poco dopo la fine dei Giochi Invernali di Milano-Cortina, che hanno diffuso nel mondo, insieme a competizioni di altissimo livello, anche un nobile messaggio umano, culturale e spirituale”: incontrando i partecipanti ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina papa Leone XIV ha affermato che la filosofia del’vincere senza umiliare’ e della sconfitta ‘senza perdere sé stessi’ si applica anche alla politica e alle relazioni tra popoli.
Esprimendo gratitudine al Dicastero per la Cultura e l’Educazione che, con Athletica Vaticana, ha curato la preparazione dell’incontro con un ringraziamento al presidente Luciano Buonfiglio, del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), e il Presidente Marco Giunio De Sanctis, del Comitato Italiano Paralimpico (CIP), il papa ha sottolineato che anche lo sport è linguaggio:
“Davvero lo sport, quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di cadute e di ripartenze. Durante i Giochi abbiamo visto non solo corpi in movimento, ma storie: storie di sacrificio, di disciplina, di tenacia. In modo particolare, nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime persone”.
Quindi lo sport aiuta nella crescita personale e comunitaria: “Lo sport, infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione. Dallo sport si impara a conoscere il proprio corpo senza idolatrarlo, a governare le emozioni, a competere senza perdere il senso della fraternità, ad accogliere la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza”.
Insomma lo sport è anche un allenamento mentale: “Allenando la mente, insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall’ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco”.
Inoltre lo sport aiuta ad un dialogo di pace: “Nel tempo attuale, così segnato da polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare davvero uno spazio di incontro! Non un’esibizione di forza, ma un esercizio di relazione. Ho voluto ricordare, in occasione di questi Giochi, il valore della tregua olimpica. Voi, con la vostra presenza, avete reso visibile questa possibilità di pace come una profezia niente affatto retorica: spezzare la logica della violenza per promuovere quella dell’incontro”.
Al contempo il papa ha messo in guardia contro le’scorciatoie’: “Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l’atleta a un’immagine o a un numero. Contro queste derive, la vostra testimonianza è essenziale”.
E’ stato un invito ad offrire una testimonianza di pace nella società: “Portate l’idea che si possa gareggiare senza odiarsi. Che si possa vincere senza umiliare. Che si possa perdere senza perdere sé stessi. E questo vale anche oltre lo sport. Vale nella vita sociale, nella politica, nelle relazioni tra i popoli. Perché lo sport, se vissuto bene, diventa un laboratorio di umanità riconciliata, dove la diversità non è una minaccia, ma una ricchezza. In un’epoca di grandi sfide climatiche, questi Giochi ci ricordano anche il legame tra sport e natura e il nostro dovere di prenderci cura della casa comune”.
Infine ha invitato a guardare il Crocifisso, riprendendo una frase di papa san Giovanni Paolo II: “Oggi, in questa sala, guardiamo alla Croce degli Sportivi (la Croce olimpica e paralimpica) che dai Giochi di Londra 2012 a quelli di Milano-Cortina raccoglie preghiere, attese e speranze, paure e sofferenze delle donne e degli uomini che, a ogni età, condividono le loro esperienze sportive. Davanti a questo supremo ed essenziale Segno di dedizione, rinnoviamo il desiderio di dare il nostro meglio, insieme, in ogni attività.
Cari atleti, ringrazio tutti voi per il vostro impegno. Prego che Gesù Cristo, il ‘vero atleta di Dio’, ispiri a ciascuno sfide sempre più virtuose e doni la forza per viverle con passione. Mentre vi accompagno con la mia benedizione, vi affido una missione: continuare a far sì che la persona rimanga al centro dello sport in tutte le sue espressioni”.
(Foto: Santa Sede)
Carlo Manziana: un vescovo antifascista
Carlo Manziana (6 luglio 1902 – 2 giugno 1997) fu un vescovo italiano noto per la sua forte personalità e il suo impegno religioso. Nacque a Urago Mella, quartiere di Brescia. Durante la crescita ebbe vari problemi di salute e fu aiutato da donne della famiglia. Uno dei suoi amici fu Giovanni Battista Montini, futuro Papa Paolo VI. Studiò al collegio Arici dei Gesuiti e frequento l’Università di lettere a Roma. Lì, Carlo studiò anche musica sacra all’istituto di piazza S.Agostino.
Dopo un ritiro spirituale a Gussago, all’età di diciannove anni frequentò anche l’Università Cattolica a Milano, approfondendo la sua conoscenza in campo filosofico. Nonostante non conseguì la laurea, a causa dei problemi di salute, a ventidue anni, insieme all’amico Ottorino Marcolini, entrò a far parte dell’Oratorio San Filippo Neri di Brescia, detto della Pace.
Proprio la pace fu molto caro a Manziana, il quale aderì a svariati gruppi giovanili organizzati nell’immediato dopoguerra, quali il famoso La Fionda. In questo modo, riuscì a venire a contatto con persone illustri e preparate sul piano culturale, come il padre barnabita Giovanni Semeria. Grazie a padre Caresana e padre Bevilacqua, fu ordinato sacerdote nell’Oratorio stesso nel 1927.
Insegnò al liceo scientifico e al classico. Appoggiò indirettamente un movimento antifascista proposto dai suoi studenti e venne arrestato. In seguito fu deportato a Dachau ma sopravvisse. Più precisamente, fu catturato il 4 gennaio 1944, alle nove di sera, da alcuni militi SS della Polizia di sicurezza con sede in Verona, comandati dal maresciallo Leo Steinweinder e rinchiuso nel carcere di Brescia. Cinque giorni dopo fu trasferito al Forte San Mattia e, successiva mente, al Forte San Leonardo a Verona.
Il 29 febbraio, con altri nove bresciani e ad altri venti prigionieri padovani, come il sacerdote Giovanni Fortin fu internato nel campo di concentramento di Dachau. Manziana, matricola 64762, riuscì a sopravvivere venne liberato il 29 aprile del 1945 dalle truppe americane. In Italia rientrò solo il 13 luglio seguente. Nel 1963, Paolo VI lo nominato vescovo di Crema.
Qui condusse il rinnovamento della comunità diocesana secondo quanto detto nel Concilio Vaticano II. Sempre a Crema, istituì la parrocchia di San Carlo. Nel 1981, si ritirò dall’amministrazione della diocesi. Morì a Brescia e fu sepolto nella cattedrale di Crema. Nel 2000, venne istituita la Fondazione Carlo Manziana che gestisce le scuole cattoliche nella diocesi di Crema.
Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi
“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.
Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.
Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.
Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.
E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.
Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.
Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.
Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.
E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.
Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…
Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.
La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.
La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.
Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova
“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.
Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”
Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.
Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.
Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.
E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”
Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.
Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”
Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.
Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.
La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.
Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.
Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.
(Foto: Santa Sede)
Terra Santa: la Colletta per la Custodia e i cristiani
“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: con queste parole pronunciate prima della recita dell’Angelus della Domenica delle Palme papa Leone XIV aveva ricordato la grave situazione dei cattolici in Medio Oriente.
Infatti a causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.
E dopo un giorno di tensione, dovuto al respingimento all’ingresso della basilica del Santo Sepolcro del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, e del Custode di Terra Santa fra Francesco Ielpo, risuona come nota positiva: “Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni riguardanti la Settimana Santa e le celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti.
In accordo con la polizia israeliana, l’accesso per i rappresentanti delle Chiese è stato assicurato al fine di condurre le liturgie e le cerimonie e di preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro. Naturalmente, e alla luce dello stato attuale della guerra, le restrizioni esistenti sulle riunioni pubbliche rimangono in vigore per il momento. Di conseguenza, le Chiese faranno in modo che le liturgie e le preghiere siano trasmesse in diretta ai fedeli in Terra Santa e nel mondo”.
Ma nella Settimana Santa i cristiani di tutto il mondo sono invitati a sostenere quelli della Terra Santa con la Colletta del Venerdì santo, come ha sottolineato con una lettera il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, card. Claudio Gugerotti, con una lettera per la raccolta di offerte destinate ai luoghi ‘del Redentore’ nel Venerdì Santo: “Quanto abbiamo sperato che la pace finalmente potesse riportare vita e speranza in Terra Santa!
I cosiddetti dialoghi e gli accordi si sono moltiplicati, ma contemporaneamente le armi non tacevano. Si è detto di aver raggiunto la pace ma, pur parlandone i media molto meno di prima, le armi continuano a sparare, la gente a morire, le terre a essere contese, i cristiani a emigrare per salvarsi la vita. Perfino le scuole non ricevono spesso gli insegnanti perché non vengono fatti transitare”.
Per questo tale Colletta è importante: “Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa che da tanto tempo veglia sui luoghi che hanno segnato la vita del Signore Gesù. Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco”.
Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a fra Matteo Brena, presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, di raccontarci innanzitutto come i cristiani vivono oggi in Terra Santa: “Le comunità cristiane in Terra Santa stanno sicuramente soffrendo molto la crisi umanitaria, sociale ed economica che sta colpendo il Medio Oriente in questi mesi. Al di là di un conflitto che le coinvolge da vicino, uno dei problemi principali è la mancanza di pellegrini, che rappresentavano per queste comunità un sostentamento finanziario molto importante. Sia il Patriarcato Latino sia la Custodia di Terra Santa lavorano incessantemente per salvaguardare le comunità locali, ma la situazione non è rosea, soprattutto perché la crisi dura ormai da diversi mesi”.
Nella lettera il card. Gugerotti invita a non disperare: “Ma noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Quel Crocifisso appeso nelle nostre stanze, come nei nostri luoghi sacri, è il segno di una vita più forte della morte ma passata attraverso la morte”.E’ possibile donare pace e seminare speranza?
“E’ necessario. Al di là di ciò che possiamo fare concretamente per le persone che vivono in una situazione di conflitto, attraverso donazioni e piccoli gesti di carità, è importante conoscere quei luoghi ed educare anche le comunità delle nostre regioni alla realtà della Terra Santa, anche a distanza.
Come ha detto di recente il Patriarca di Gerusalemme, card. Pizzaballa, la Terra Santa non è solo un luogo geografico, ma il cuore pulsante della nostra fede. Vivere la fede in quei luoghi significa accettare la contraddizione che essa incarna. Gerusalemme, ad esempio, è il luogo della risurrezione, ma anche quello del Calvario. Il luogo dell’abbraccio di Dio è ancora segnato da troppo odio.
Tuttavia, la guerra in corso non cancellerà la risurrezione, così come il dolore non spegnerà la speranza di pace. Dobbiamo farci portatori di questo messaggio anche qui in Italia, affinché si possa comprendere meglio ciò che stanno vivendo i nostri fratelli in Terra Santa e contribuire alla costruzione di un futuro migliore”.
‘Oggi più che mai è urgente ricostruire, non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e speranza. Questo cammino passa necessariamente dall’educazione: dalle scuole, dai giovani, dalle famiglie, dai luoghi in cui può germogliare una cultura dell’incontro, del dialogo e della pace’. Nella lettera, il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, ha scritto che la pace passa dall’educazione: in quale modo la Chiesa educa alla pace in una terra in guerra?
“Come dicevo, l’educazione è una forma di prevenzione. E’ fondamentale partire dalle scuole e dalle nuove generazioni per costruire un futuro di pace e speranza. Negli anni, la Custodia di Terra Santa ha aperto diverse scuole che accolgono insieme studenti cristiani e musulmani, rispettandone le differenze culturali e religiose, ma facendoli crescere fianco a fianco, condividendo gli stessi banchi. Ne sono esempi la ‘Terra Santa School’ di Betlemme ed il ‘Terra Sancta College’ di Gerusalemme.
Si tratta di progetti importanti che, oltre a garantire un’educazione di base, promuovono la fratellanza e lo spirito di comunione nella diversità della fede. Lo stesso vale per il Magnificat, la scuola di musica della Custodia di Terra Santa nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Esistono dunque iniziative che uniscono al di là delle differenze culturali, anche in una terra profondamente segnata dai conflitti: segni di speranza che superano i limiti e lavorano per educare alla pace attraverso la convivenza”.
Quali sono le possibili azioni che i cristiani possono compiere per non dimenticare la Terra Santa?
Innanzitutto, conoscere e scoprire, anche a distanza, le realtà di quei luoghi e i progetti della Custodia di Terra Santa. I commissariati, come il nostro, lavorano ogni giorno per raccontare i Luoghi Santi alle comunità locali. In momenti come questo, anche il sostegno concreto è fondamentale per i frati francescani impegnati nei numerosi progetti di carità a favore di famiglie, anziani e giovani. In questo senso, la Colletta del Venerdì Santo rappresenta un punto cardine: l’invito è quindi a donare, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Infine, appena sarà possibile, è importante tornare a viaggiare verso la Terra Santa senza paura. I pellegrinaggi nei luoghi di Gesù sono momenti di crescita personale e spirituale, ma anche gesti concreti di pace e di sostegno per le comunità cristiane locali. La Terra Santa non è terra di paura, ma terra di Gesù”.
Infine ci può illustrare cosa sostiene questa Colletta?
“La Colletta sostiene sia la Chiesa locale sia i Luoghi Santi, contribuendo alla loro custodia e al loro mantenimento. Concretamente, i progetti sono molti e diversificati: dal sostegno alle parrocchie e alle scuole, alla formazione nei seminari locali, fino a iniziative di solidarietà e sviluppo che rispondono anche a emergenze in ambito medico e sociale. Questi progetti sono sparsi nei diversi luoghi di cui si prende cura la Custodia di Terra Santa: a Gaza, in Palestina, in Siria e in Libano”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita a rinnovare la missione di Cristo che porta pace
“Di nuovo il Signore ci porterà al vertice della sua missione, perché la sua passione, morte e risurrezione divengano il cuore della nostra missione. Quanto stiamo per rivivere, infatti, ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita”: presiedendo questa mattina la messa crismale papa Leone XIV ha riflettuto sul significato della missione cristiana. In ambito pastorale, sociale e politico nel ricordo di san Romero arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare nel 1980.
La riflessione omiletica del papa si è concentrata sulla missione sacerdotale: “Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come vescovo di Roma, desidero riflettere con voi sulla missione a cui Dio ci consacra come suo popolo. E’ la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità”.
Infatti la missione significa che qualcuno è stato inviato: “Quanto Gesù vive nei momenti culminanti della sua missione è anticipato dall’oracolo di Isaia, da Lui indicato nella sinagoga di Nazaret come Parola che ‘oggi’ si avvera. Nell’ora della Pasqua, infatti, diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. ‘Mi ha mandato’, dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo ‘apostolica’ una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature”.
Inoltre la missione comporta l’abbandono di certezze: “Sappiamo che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo. E’ interessante che ‘con la potenza dello Spirito’, disceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, Gesù ritorni in Galilea e venga ‘a Nazaret, dove era cresciuto’. E’ il luogo che ora deve lasciare. Si muove ‘secondo il suo solito’, ma per inaugurare un tempo nuovo.
Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”.
Quindi la missione comporta anche una rinascita: “La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione.
Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. E’ un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio”.
E per incontrare l’altro occorre uno svuotamento: “Il cammino di Gesù ci rivela che la disponibilità a perdere, a svuotarsi, non è fine a sé stessa, ma condizione di incontro e di intimità. L’amore è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è ‘lieto annuncio ai poveri’ se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso”.
Per il papa l’incontro missionario non avviene con la violenza, in quanto la salvezza si manifesta attraverso la ‘lingua materna’: “Di conseguenza, è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. E’ la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna”.
La missione non è impositiva, ma accetta l’ospitalità: “Per stabilire questa sintonia con l’invisibile, occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista… Questo avviene solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra”.
In questo senso la ‘croce’ è parte della missione: “Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto… La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”.
Ma dopo la ‘crocefissione’ c’è la ‘resurrezione’, come aveva scritto san Oscar Romero: “Quante risurrezioni anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. E’ vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”.
L’omelia è terminata con il messaggio dell’Apocalisse (‘Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra’): “Questo saluto fa sintesi del cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano. Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV sollecita testimonianza dei laici a favore della pace e della giustizia
“Continuiamo il nostro cammino di riflessione sulla Chiesa come ci viene presentata nella Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’. Francesco amava ripetere: ‘I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati’. Questa sezione del Documento si preoccupa di spiegare in positivo la natura e la missione dei laici, dopo secoli in cui questi erano stati definiti semplicemente come coloro che non fanno parte dei chierici o dei consacrati”: con una frase dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco papa Leone XIV ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’, soffermandosi sulla natura del ‘popolo messianico’, che non è una ‘massa informe’, ma una comunità ‘organicamente strutturata’, che vive della relazione tra sacerdoti e laici.
Per questo motivo il Concilio Vaticano II ha sancito l’uguaglianza dei battezzati: “Prima di qualsiasi differenza di ministero o di stato di vita, il Concilio afferma l’uguaglianza di tutti i battezzati. La Costituzione non vuole che si dimentichi quanto aveva già affermato nel capitolo sul popolo di Dio, cioè che la condizione del popolo messianico è la dignità e la libertà dei figli di Dio”.
Uguaglianza che apre alla missione dei laici: “Naturalmente, più grande è il dono, più grande è anche l’impegno. Per questo il Concilio, insieme alla dignità, sottolinea anche la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo… Il popolo santo di Dio, dunque, non è mai una massa informe, ma il corpo di Cristo o, come diceva sant’Agostino, il Christus totus: è la comunità organicamente strutturata, in forza della relazione feconda tra le due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo: sacerdozio comune dei fedeli e sacerdozio ministeriale. In virtù del Battesimo, i fedeli laici partecipano allo stesso sacerdozio di Cristo”.
Inoltre ha ricordato anche l’esortazione apostolica ‘Christifideles Laici’, scritta da papa san Giovanni Paolo II nel 1988: “In essa egli sottolineava che ‘il Concilio, con il suo ricchissimo patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale, ha riservato pagine quanto mai splendide sulla natura, dignità, spiritualità, missione e responsabilità dei fedeli laici. Ed i Padri conciliari, riecheggiando l’appello di Cristo, hanno chiamato tutti i fedeli laici, uomini e donne, a lavorare nella sua vigna’. In questo modo, il mio venerato Predecessore rilanciava l’apostolato dei laici, a cui il Concilio aveva dedicato uno specifico Documento, di cui parleremo più in là”.
E’ un auspicio per aprirsi al mondo: “Il vasto campo dell’apostolato laicale non si restringe allo spazio della Chiesa, ma si allarga al mondo. La Chiesa, infatti, è presente dovunque i suoi figli professano e testimoniano il Vangelo: negli ambienti di lavoro, nella società civile e in tutte le relazioni umane, là dove essi, con le loro scelte, mostrano la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno piene nel Regno di Dio… E questo è possibile soltanto con il contributo, il servizio e la testimonianza dei laici!”
Tale responsabilità prefigura una Chiesa ‘in uscita’: “E’ l’invito ad essere quella Chiesa ‘in uscita’ di cui ci ha parlato papa Francesco: una Chiesa incarnata nella storia, sempre aperta alla missione, in cui tutti siamo chiamati a essere discepoli-missionari, apostoli del Vangelo, testimoni del Regno di Dio, portatori della gioia del Cristo che abbiamo incontrato!”
Inoltre ieri da Castel Gandolfo il papa ha rilanciato l’appello per la pace mondiale, auspicando una tregua per la Pasqua, definito ‘il tempo più santo’: “Mi è stato riferito che il presidente Trump ha recentemente affermato di voler porre fine alla guerra. Speriamo che stia cercando una via d’uscita, speriamo che stia cercando un modo per ridurre la violenza, i bombardamenti, sarebbe un significativo contributo significativo per eliminare l’odio che si sta creando, che sta crescendo costantemente in Medio Oriente e altrove”.
(Foto: Santa Sede)





























