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‘Un Dio violento? La Bibbia tra guerra e pace’: alla Gregoriana un corso online sulle pagine più controverse della Scrittura

Guerre combattute invocando il nome di Dio, conflitti giustificati da motivazioni religiose, fondamentalismi che trovano nei testi sacri un apparente sostegno, linguaggi politici e culturali sempre più permeati da logiche di contrapposizione e violenza. In un tempo segnato da nuove guerre e da crescenti tensioni internazionali, la domanda sul rapporto tra fede, violenza e rivelazione biblica torna ad assumere un’urgenza particolare.

Per affrontare questa sfida, il Dipartimento di Teologia Biblica della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Gregoriana propone il corso online “Un Dio violento? La Bibbia tra guerra e pace” che intende offrire chiavi di lettura pertinenti per comprendere criticamente alcuni dei testi più difficili e controversi della Scrittura.

Il corso nasce dalla consapevolezza che il tema della violenza attribuita a Dio non rappresenta soltanto una questione esegetica, ma tocca direttamente il dibattito contemporaneo sulla pace, sulla convivenza tra i popoli e sul corretto uso del linguaggio religioso nello spazio pubblico. Esso, affidato al prof. Luca Mazzinghi, docente esperto di Antico Testamento, affronterà il problema della violenza divina e della guerra alla luce dei testi biblici.

Il Dio biblico è forse un Dio violento? La Scrittura è davvero un libro di pace? Come interpretare i racconti della conquista della terra promessa, i Salmi imprecatori, i testi sulla collera divina o le immagini di giudizio presenti nelle Scritture fino all’Apocalisse? In che modo, in particolare, leggere quei passi che sembrano collegare la violenza direttamente alla volontà divina?

Attraverso un approccio insieme esegetico e teologico, il corso guiderà i partecipanti nella lettura critica di questi testi, mettendoli in dialogo con il magistero contemporaneo della Chiesa sulla pace, dalla ‘Pacem in Terris’ di Giovanni XXIII in poi, e sulla Bibbia, dalla ‘Dei Verbum’ alla ‘Verbum Domini’ per comprendere come la rivelazione biblica possa essere interpretata oggi senza cadere in letture fondamentaliste o ideologiche.

Calendario primo semestre (ore 16:00 – 17:30): 13, 20, 27 ottobre 2026; 3, 10, 17, 24 novembre 2026; 1, 15 dicembre 2026; 12, 19 gennaio 2027. In un contesto globale nel quale il riferimento a Dio continua a essere utilizzato per legittimare conflitti armati, rivendicazioni identitarie e logiche di esclusione, il corso intende offrire gli strumenti necessari per distinguere tra il messaggio autentico delle tradizioni religiose e le loro possibili strumentalizzazioni.

L’iniziativa si rivolge a insegnanti di ogni ordine e grado, operatori pastorali, religiosi/religiose e laici/laiche interessati/e ad approfondire il rapporto tra Bibbia, storia, guerra e pace attraverso un approccio scientifico, interdisciplinare e accessibile.

Le iscrizioni sono aperte fino 31 ottobre. La partecipazione è riservata agli iscritti e prevede un contributo di € 65. Informazioni e iscrizioni: www.unigre.it – corsiteonline@unigre.it.

Papa Leone XIV: san Francesco ha riparato la Chiesa

“Secondo l’immagine usata nella parabola, la vigna da coltivare con giustizia è la Chiesa, che costruiamo o danneggiamo con le nostre scelte. A questo riguardo, proprio oggi, nell’ottavo centenario della morte, desidero ricordare un operaio che ha lavorato con gran frutto nella vigna del Signore: San Francesco d’Assisi, al quale Gesù stesso chiese di riparare la sua Chiesa”: prima della recita dell’Angelus, nella festa liturgica di san Francesco d’Assisi, oggi papa Leone XIV ha riflettuto sulla parabola dei vignaioli malvagi nel ricordo del patrono d’Italia, che ‘riparò’ la Chiesa con la fede, la preghiera e l’amore fraterno.

Infatti ha sottolineato che san Francesco riparò la Chiesa attraverso la sua testimonianza: “Ispirato dal Crocifisso, Francesco edificò anzitutto la propria vita sul fondamento di Cristo, condividendone la povertà, la letizia e le sofferenze, fino al mistico segno delle stigmate. Uomo di preghiera ardente, pieno di carità verso tutti, fu esempio per i primi frati che condivisero la sua ascesi come autentica condizione per la riforma della Chiesa. San Francesco l’ha riparata in virtù della fede nel Signore Gesù, sanando le crepe della discordia con la testimonianza dell’amore fraterno”.

Infine ha pregato affinchè ci sia nel mondo uno dei suoi frutti, la pace: “Carissimi, il carisma di san Francesco porta frutto ancora oggi, dopo otto secoli: lo testimoniano non solo la grande e vivace famiglia francescana, ma i molti doni che la sua eredità spirituale diffonde nel Popolo di Dio. Mentre dunque celebriamo l’anno giubilare francescano, chiediamo con perseveranza il dono della pace e impegniamoci sinceramente a costruire la concordia fra i popoli”.

E da Assisi il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, alla celebrazione eucaristica ha invitato a non essere sedotti dalla cultura della ‘potenza’: “Laudato sì! Noi, che spesso non sappiamo ringraziare e che ci sentiamo vittime, scambiando il dono per un diritto e come avviene sempre agli egocentrici, ci uniamo alla dolce e forte voce di san Francesco e dei suoi tanti, incalcolabili, figli per dire sempre, anche nelle avversità, tanto più al termine di questo centenario:

Laudato sì, mi Signore per frate Francesco, immagine viva di Cristo, tuo Figlio, che continua a mostrarci il volto dell’eterno Padre, che ci aiuta a vedere la sua presenza e a fare la sua volontà, quella che niente della nostra povera vita vada perduto e che nessuno sia perduto, neppure il nemico, nostro fratello lupo che ha bisogno di pace e di pane. E noi possiamo darglieli e, se diamo, troviamo la pace, per lui e per noi”.

Un invito alla lode “perché frate Francesco è pieno di gioia e tutti noi la cerchiamo. L’ha trovata e ci insegna a trovarla, la rende possibile, facile per tutti. Frate Francesco continua a parlarci al cuore, non con dotta lezione o precisi e impietosi giudizi, ma con la sua vita, i suoi gesti e le sue tante parole. Laudato sì perché frate Francesco continua a donarci pace e a insegnarci a essere operatori di pace, per portarla dove c’è violenza, odio, incomprensione. Si è spogliato di tutto per essere disarmato. Non significa affatto cedevole, accomodante, irrilevante. Il contrario!”

Il card. Zuppi ha invitato alla lode per una diversa azione di pace: “Frate Francesco disarma il lupo chiamandolo frate e, essendo per lui frate, negozia con lui, per Gubbio e anche per il lupo, lo restituisce a sé stesso e alla comunità perché si prenda cura di lui. In questa stagione siamo tentati e sedotti dalla cultura della potenza, volgare e invadente, ingannevole, frutto anche di enfasi mal riposte e di sfacciati ed enormi interessi economici, di nazionalismi che rovinano le nazioni, di campagne che creano il nemico invece di cercare quello che unisce”.

Una lode per un inno alla vita: “Laudato sì perché proprio lui, l’umile, sgonfia, sempre con tanta cortesia e senza nessuna supponenza, l’arroganza dei forti, parla con tutti perché la sua fede non è contro qualcuno ma amore per tutti, perché vede tutto con gli occhi di Dio, quelli che fanno cantare la vita. Laudato sì per la sua semplicità, che è tutt’altro che superficialità o schiavitù dell’apparenza, perché è piuttosto trovare l’essenziale, che è invisibile agli occhi ma che tutto rende visibile, vero, prezioso, luminoso, anche nella malattia e il buio sconfortante e terribile della morte. Frate Francesco è davvero poeta della vita e insegna a tutti a cantarla”.

Una lode per un approccio diverso con il povero: “Laudato sì perché frate Francesco, povero, rende ricchi gli altri, non possiede nulla perché ama tutto: non staremo mai bene se possediamo, ma solo se regaliamo perché tutto è nostro se amiamo, amare è donare e non c’è gioia senza rendere contento il prossimo, a cominciare dal povero che amiamo per com’è, non come noi pensiamo debba essere. Legarsi al povero non come oggetto di interesse, ma come nostro fratello non è un sacrificio, ma una esperienza di amore, che dona e fa trovare dolcezza e amicizia. Solo così viviamo quello che non si compra e non si vende, l’amore”.

Ed ha indicato questo approccio del Santo: “Ecco, frate Francesco ci fa scoprire e riscoprire le radici più profonde e comuni del nostro Paese, che ci rendono umani e pieni di cultura che viene da Cristo e porta a Cristo, che dobbiamo nutrire con la preghiera e il servizio, possibile a tutti. Frate Francesco, piccolo fratello universale, andava ovunque, voleva raggiungere tutti e si sentiva a casa ovunque e tutti con lui si sentivano a casa, anche gli uomini simili a fiere selvatiche, che lui ammansiva con l’amore dell’inizio, quello di Adamo che è quello di Gesù”.

Per questo ha invitato a seguire il suo ‘esempio’: “Non riduciamo San Francesco a noi, ma seguiamolo per sentire nostro il mondo e ogni popolo. A frate Francesco, al termine di questo straordinario ottavo centenario, accendiamo la lampada del nostro cuore e quella di tutto il nostro Paese con quella votiva dei Comuni d’Italia. San Francesco, insieme a Santa Caterina da Siena, è il nostro Patrono”.

Infine un appello per i comuni delle ‘aree interne’: “Permettetemi uno speciale ricordo per i comuni delle aree interne che tante radici conservano e desiderano solo che queste possano dare nuovi germogli, cioè vita e futuro. San Francesco, proprio perché aveva chiaro chi era e in che cosa credeva, non aveva paura di incontrare tutti e di essere vicino a chiunque, non con la spada, ma con il dialogo, fratello senza supponenza e distanza.

Ci aiuta in questo tempo minaccioso a capire che solo insieme troviamo la risposta e solo se la pace è con tutti è davvero pace. Chiede solo operatori umili e architetti umili di pace che, con coraggio, aiutino a vivere insieme, forti del diritto e non imponendo il diritto della forza. San Francesco non indica un amore ridotto a idea vaga, ineffabile, che non chiede nulla, falsamente rassicurante per chi cerca di salvare sé stesso, ma un amore come è l’amore vero, totale, per tutti, radicato nella vera sicurezza che è Cristo”.

Ad inizio giornata il custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, ha rivolto un saluto alle Istituzioni, ricordando la ‘Lettera ai reggitori dei popoli’: “Dite ai reggitori dei popoli che da Assisi e dal mondo sale una richiesta di pace; la vita di ogni persona vale più di una frontiera conquistata, di un interesse economico difeso o di una supremazia affermata. La forza delle armi può imporre il silenzio, ma non costruisce la pace. Nessun popolo può costruire la propria sicurezza negando la dignità e il futuro di un altro. Il dialogo e la ricerca ostinata del negoziato non significano arrendersi al male, ma credere nella ragione sorretta dall’amore e dal perdono”.

Ed ha ricordato che la pace è impegno di tutti: “I governi, le vittorie, le sconfitte e i confini passano; rimane solo ciò che avremo costruito insieme agli altri e il bene che avremo saputo compiere. La pace riguarda tutti. Per i credenti è un dono da invocare, ma è anche un compito da assumere con serietà e pazienza, a partire dal linguaggio che usiamo e dalla cura per chi è più debole. Francesco ci dimostra che è possibile credere nella fraternità, nella dignità umana e nella pace anche quando la guerra torna a essere considerata inevitabile. La sua testimonianza ci chiede di continuare a crederlo ancora”.

Mentre nell’intervento del presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ricordando che san Francesco è stato ‘precursore anche dei Santi sociali’: “Francesco chiedeva solamente di vivere, in povertà, pace e letizia, con i suoi fratelli e le sue sorelle, al seguito di Cristo e vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al ‘privilegio della povertà evangelica’, esortazione che lo rendeva distinto dai movimenti pauperistici dell’epoca. Per questa scelta, radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che, per sé e per i suoi seguaci volle la denominazione umile di ‘frati minori’, è diventato una delle figure più significative, più conosciute, più amate della storia universale. Al giovane Francesco la prospettiva di dedicarsi ai lucrosi commerci paterni andava stretta, appariva insoddisfacente”.

Per questo san Francesco ebbe qualche ‘problema’ nel professare la fede: “Non fu facile, per Francesco, professare la sua fede e i suoi ideali, così ambiziosi, così distanti dal sentire comune. Fu incompreso, spesso deriso. A volte il suo pensiero fu persino manipolato e strumentalizzato. La ricerca storica ci presenta una figura mite, ma tutt’altro che accomodante, un animo lieto, fiducioso in Dio, e insieme sofferente per via della cupidigia, della malvagità, della brama di potere, della violenza, della stoltezza nella vita praticata dagli uomini. La sua povertà, così cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa”.

Infine ha ricordato i gesti di pace di san Francesco: “In questi tempi segnati da guerre insensate e crudeli, da ‘tanta violenza, manipolazione, arroganza’, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio, indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza”.

(Foto: Quirinale)

Papa Leone XIV invita a recitare il rosario

“Ringrazio Sua Eminenza il Cardinale Koch per il suo saluto, la Fondazione ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’, per aver promosso questa iniziativa e per il grande lavoro che svolge. Ringrazio tutti i presenti per essere qui, specialmente voi, bambini, insieme ai vostri genitori e altri familiari, ai sacerdoti e a quanti vi accompagnano. Sono davvero felice di stare con voi! E voi, ragazzi, ditemi: siete contenti? Siete contenti di essere qui? [Sì!]. Mi fa piacere. Soprattutto perché questa sera ci siamo radunati per stare insieme alle due persone che ci amano più di chiunque altro. Sapete chi sono? [rispondono: Gesù] Gesù e chi altro? [Maria] E Maria. Il Signore Gesù e la sua mamma Maria, che non ci lasciano mai soli e che sono sempre vicino a noi”: oggi tra 700 e 1.000 bambini di scuole e parrocchie di Roma si sono uniti a papa Leone XIV nei Giardini Vaticani per pregare il Rosario per la pace nel mondo, dando inizio alla settimana di preghiera dell’iniziativa ‘Un milione di bambini recita il Rosario’ promossa da Aiuto alla Chiesa che Soffre.

All’inizio il papa ha salutato i bambini con un breve discorso, esortandoli ad essere buoni a casa, in famiglia, a scuola, al catechismo, durante lo sport, perché in questo modo cresce la pace: “Sì, vi vogliamo bene, Gesù e Maria, e stasera vi chiediamo un dono speciale: la pace per tutti i bambini del mondo, specialmente per quelli che vivono dove c’è la guerra, in tanti Paesi della terra”.

E’ stato un invito alla recita del rosario: “Lo facciamo con la preghiera del Santo Rosario, che è una preghiera semplice, che tutti possono recitare. Già abbiamo fatto il gesto di offrire dei fiori, segno d’amore. Tra poco accenderemo dei lumi, e penseremo a Gesù in alcuni momenti importanti della sua vita, in cui ha portato luce e pace a tante persone: quando è stato battezzato al fiume Giordano, quando ha trasformato l’acqua in vino alle nozze di Cana, quando ha annunciato il suo Regno, quando ha mostrato la sua gloria sul monte Tabor e quando, nel Cenacolo, durante l’ultima Cena, ci ha lasciato l’Eucaristia”.

Ecco il motivo per recitare il rosario: “E voglio dirvi ancora un’ultima cosa: stasera e in questi giorni non siamo soli a pregare. In tutto il mondo, un milione di bambini pregano con noi. Un milione! Pensate: cinquanta milioni di ‘Ave Maria’ che salgono in Cielo da tutte le parti e in tutte le lingue della terra chiedendo la pace, e che si uniscono come in un’unica, grandissima corona del Rosario, per abbracciare e stringere tra loro tutti i continenti, le razze, le nazioni del pianeta”.ttraverso la preghiera cresce la pace: “Ecco, cari bambini, noi oggi preghiamo con tutti questi amici. E, facendolo, ci impegniamo anche a essere buoni e a comportarci bene (a casa, a scuola, al catechismo, con i genitori, con tutti, anche quando giochiamo e quando facciamo sport), perché le preghiere devono sempre accompagnarsi con le opere buone, con i gesti d’amore. E così cresce la pace!”

Mentre nel video con le intenzioni di preghiera di ottobre, il papa ha invitato a riflettere sulla pastorale della salute mentale, chiedendo perdono per aver ‘distolto lo sguardo’, od ‘alimentato lo stigma’ e la ‘discriminazione’ verso chi affronta il calvario della malattia mentale: “Dio della vita, Tu conosci l’intimo del nostro cuore, le luci e le ombre che ci abitano, le ferite silenziose che a volte nessuno vede.

Oggi Ti presentiamo i nostri fratelli e sorelle che affrontano sfide nella loro salute mentale, che soffrono in solitudine per l’ansia, la depressione o qualsiasi altra malattia mentale. Tu li chiami per nome, con tenerezza, e in Te trovano dignità e speranza. Perdonaci per le volte in cui abbiamo distolto lo sguardo, alimentando lo stigma e la discriminazione verso le persone con malattie mentali.

Fa’ che la tua Chiesa sia una casa aperta, uno spazio sicuro dove tutti abbiano un posto, una comunità che accompagna e non esclude, che ascolta senza giudicare e si avvicina senza paura. Ti preghiamo, Signore, per coloro che si prendono cura: professionisti, familiari, volontari, uomini e donne che con pazienza e amore costruiscono ponti di comprensione e consolazione. Dona loro forza e compassione per sostenere.

Manda il tuo Spirito su di noi, perché impariamo ad accogliere e integrare la cura della salute mentale nella vita e nella missione delle nostre comunità e di tutta la Chiesa, e così diventiamo un segno vivo della tua misericordia, che non abbandona mai e sempre ristora”.

(Foto: Santa Sede)

Il Terzo Paradiso diventa umano: il 4 ottobre a Romena un’opera collettiva per gli 800 anni di san Francesco

Domenica 4 ottobre, in occasione degli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, la Biennale Europea d’Arte Fabbrile promuove la realizzazione di un Terzo Paradiso ‘umano’, a meno di un mese dall’inaugurazione di quello in ferro realizzato dai mastri fabbri durante il cinquantesimo della Biennale d’Arte Fabbrile.

Saranno questa volta le persone, unite per mano, a dare forma al simbolo dell’opera di Michelangelo Pistoletto. L’iniziativa è aperta a chiunque desideri partecipare e si terrà tra il Castello e la Pieve di S. Pietro a Romena, nel Comune di Pratovecchio Stia (Ar).

Il gesto collettivo mette in relazione il messaggio di fraternità di San Francesco e la sua attenzione al rapporto tra uomo e natura con i temi del Terzo Paradiso. L’opera di Pistoletto rappresenta la ricerca di un nuovo equilibrio tra il mondo naturale e quello creato dall’uomo. A questo percorso si lega il tema caro all’artista di ‘pace preventiva’: l’idea che la pace si costruisca ogni giorno, attraverso l’incontro, il dialogo e la responsabilità condivisa, per affrontare le tensioni prima che diventino conflitti. Il Terzo Paradiso umano darà forma visibile a questo principio grazie alla partecipazione delle persone.

Il ritrovo è alle ore 10.00 al Castello di Romena, da cui partirà un cammino collettivo per raggiungere la vicina Pieve. Alle ore 11.30 nell’Auditorium della Fraternità di Romena è prevista la presentazione del progetto con i rappresentanti di Comune di Pratovecchio Stia, Fondazione Pistoletto Cittadellarte, i curatori Hexisart e don Luigi Verdi, fondatore e responsabile della Fraternità di Romena ed a seguire alle ore 12.00, nel campo della lavanda presso la Pieve, le persone si uniranno per comporre il Terzo Paradiso umano. E’ possibile partecipare anche raggiungendo direttamente la Pieve per le ore 12.00.

Nel pomeriggio alle ore 16.00 è prevista una seconda realizzazione del Terzo Paradiso con i bambini delle scuole sul ‘cammino di San Francesco’ presso la frazione di Ama. L’iniziativa, promossa con l’Istituto Comprensivo Alto Casentino e Seeds APS, fa parte di un percorso di educazione civica con attività prima e dopo l’evento, pensate per aiutare i bambini a conoscere e praticare i valori della pace.

L’iniziativa è promossa nell’ambito delle attività della Biennale Europea d’Arte Fabbrile con il Comune di Pratovecchio Stia, Fondazione Pistoletto Cittadellarte e Hexisart. Per informazioni sulla partecipazione al Terzo Paradiso umano: ferrostia@gmail.com. Per prenotare il pranzo a Romena previsto alle 13 SMS o WhatsApp al 366 3052558.

Il viaggio in Francia nel racconto di papa Leone XIV

“Seguo con viva preoccupazione la situazione nel Tigray e nelle regioni limitrofe di Afar e Amhara, dove sono nuovamente scoppiate le ostilità. Rivolgo un accorato appello a tutte le parti affinché scelgano la via del dialogo. Il conflitto armato non risolve mai i problemi, ma li aggrava soltanto, lasciando dietro di sé una scia di morte, distruzione e risentimento. Solo un impegno sincero può gettare le basi per una pace duratura. E’ mio vivo auspicio che la comunità internazionale offra il suo contributo generoso e tempestivo, per garantire che tutti gli aiuti umanitari giungano a chi ne ha bisogno”: nei saluti conclusivi dell’udienza generale papa Leone XIV ha rivolto a tutte le parti un appello per fermare le ostilità nella regione dell’Etiopia, sottolineando che la pace si raggiunge attraverso il dialogo.

Mentre nell’udienza generale in piazza san Pietro il papa ha raccontato il viaggio apostolico in Francia, colpito dall’entusiasmo dei giovani: “E’ stato un grande dono per me e per il popolo di Dio in quel Paese, e ne rendo grazie al Signore. Esprimo nuovamente la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno accolto, Autorità civili e Pastori della Chiesa, e a quanti, numerosissimi, hanno voluto incontrare il Papa o anche solo salutarlo per le strade, come apostolo di Cristo e messaggero di pace. Grazie a tutti!”

Ed ha raccontato i momenti più importanti: “Vorrei raccogliere i pensieri e le impressioni – ancora vivissime – di questa Visita pastorale intorno a un unico grande simbolo: la Cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Lì, nel pomeriggio della prima giornata, abbiamo celebrato i Vespri della Beata Vergine Maria, una liturgia solenne e al tempo stesso festosa, in cui la musica, il canto e la bellezza del tempio facevano vibrare i cuori uniti nella preghiera.

Ma soprattutto si è soffermato a raccontare il restauro della cattedrale Notre Dame: “Proprio Notre-Dame, con il dramma che ha vissuto, può simbolicamente illuminare tutto questo Viaggio apostolico, offrendo una chiave di lettura che riassumerei in una parola: rinascita. La Cattedrale di Parigi, che solo sette anni fa sembrava ferita a morte da un enorme incendio, è adesso ricostruita e più splendente che mai. Quel disastro ha provocato una reazione positiva a tutti i livelli, alcuni più visibili e pratici, altri più nascosti, di ordine spirituale”.

Tale restauro è stato pure un’importante collaborazione tra Stato e Chiesa: “Il suo restauro è stata una prova della possibile collaborazione tra Chiesa, Stato, istituzioni pubbliche e società civile. Questo atteggiamento ha permesso di valorizzare al meglio la generosità dei benefattori come le competenze dei professionisti e delle maestranze. La sinergia per il bene comune dovrebbe essere lo stile normale delle istituzioni, delle forze politiche e sociali, di quanti hanno responsabilità civili ed economiche.

E’ il messaggio che ho voluto consegnare alle Autorità francesi, come pure ai membri dell’UNESCO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che ha sede a Parigi, indicando qual è il criterio fondamentale su cui basare tale collaborazione: la dignità della persona umana. Ma soprattutto Notre-Dame è immagine della Chiesa di pietre vive, del popolo santo di Dio”.

Quindi è stato una vera partecipazione: “E’ interessante mettere in parallelo la celebrazione dei Vespri nella Cattedrale con la Veglia dei giovani avvenuta la sera stessa nel grande Stadio di Francia a Parigi. Due luoghi completamente diversi, eppure due eventi complementari, quasi uniti spiritualmente. Che cosa li univa? La Chiesa, che non è fatta di pietre o di cemento, ma di persone che amano Gesù Cristo perché sono state amate da Lui.

A Notre-Dame c’erano i preti e i diaconi, le persone consacrate, gli operatori pastorali; allo stadio c’era la nuova generazione francese: nuova, direi, non solo per età, ma più ancora per spirito, per libertà di cuore e di fede. Giovani che hanno cantato, gridato, ma che sono anche rimasti in silenzio, in ascolto. Volti attenti e commossi, che manifestavano cuori desiderosi di verità e d’amore”.

Insomma un ‘segno’ di speranza: “Così come lo è stato (nella piccolezza che Dio predilige) anche l’incontro nella Maison Bakhita, casa di accoglienza per diverse persone in difficoltà: uno dei tanti luoghi, frutti del Vangelo, in cui ci si impegna quotidianamente a servire con amore la dignità della persona umana.

Vi è tuttavia nella Chiesa in Francia un segno di rinascita che dura da alcuni anni, cioè il notevole e crescente numero di giovani e adulti che chiedono il Battesimo. Su questa bella ‘sorpresa’ di Dio è in corso a Parigi un’Assemblea sinodale provinciale, nella quale sono potuto intervenire, incoraggiando il cammino dei catecumeni e dei neofiti, insieme alle comunità a cui appartengono”.

Infine uno sguardo sull’Europa con un invito alla pace: “Terza e ultima tappa del Viaggio apostolico è stata la città di Metz, in una regione della Francia e dell’Europa martoriata dalla Seconda Guerra Mondiale. Lì ha operato Robert Schuman, uno dei principali ispiratori del processo di unificazione europea. L’Europa contemporanea è nata proprio come progetto di pace dopo la distruzione della guerra. Possiamo dire che ciò che è accaduto a Notre-Dame di Parigi con l’incendio, era avvenuto in Europa con la Seconda Guerra Mondiale.

E l’Europa è rinata, sulla base di quei principi di democrazia, solidarietà e fraternità tra i popoli che molto devono alle sue radici cristiane. Anche oggi è su tali fondamenta e con questa ‘linfa’ vitale che il progetto-Europa può rinnovarsi, in un mondo molto più globalizzato, dove il dialogo interreligioso riveste un ruolo di primaria importanza. Per questo, a Metz, ho incontrato i rappresentanti delle diverse tradizioni religiose, i quali hanno letto e sottoscritto in mia presenza l’Appello di Metz per il dialogo e la pace”.

Mentre prima dell’udienza generale il papa ha ricevuto la Commissione internazionale delle monache domenicane contemplative, indicando alcune direttrici da seguire durante il loro cammino: “Il principio di san Tommaso d’Aquino, per cui si trasmette agli altri il frutto della propria contemplazione, riprende l’intuizione di san Domenico, secondo cui ogni parola di annuncio, perché sia vera, deve trarre origine dal silenzio, dall’ascolto, dalla preghiera e da un profondo rapporto con Dio. E’ la contemplazione, ‘respiro della nostra relazione con Dio’, sosta silenziosa in cui accogliere la Parola e lasciarsene trasformare, che ci permette di conoscere sempre più in Lui le cose e le persone, per poi donare agli altri ciò che abbiamo vissuto e compreso”.

Infine ha sottolineato il valore del silenzio nella vita claustrale: “Fare silenzio è un atto della volontà che coinvolge tutta la persona e che aiuta a vivere relazioni solide, perché animate dalla Parola di Dio. E’ creare spazi di libertà e di verità, in cui custodire l’attenzione, facendosi sensibili alla voce di chi ‘non conta’, e maturando saggezza e generosità.

Questo è particolarmente importante in un mondo segnato dalla velocità, in cui tutto deve essere immediatamente visibile e ogni vuoto va riempito in fretta. Nel silenzio, infatti, trovano ascolto le domande che ogni persona si pone, ma a cui non è sempre facile rispondere da soli. Per questo è necessario che le vostre comunità offrano oasi di vera e profonda pace, ove taccia l’affanno caotico legato alle cose esteriori e ci si possa mettere in ascolto della voce di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Genesi dell’umano. Conflitto, giustizia, speranza

Nell’anno accademico 2026-2027 torna il corso di perfezionamento in Antropologia, Bibbia, religioni. Un approccio multidisciplinare (Abram), proposto dall’Università di Padova con la partnership scientifica della Facoltà teologica del Triveneto.

Genesi dell’umano. Conflitto, giustizia, speranza è il titolo della seconda edizione, che intende esplorare la ricchezza culturale biblica e le tradizioni ebraica, cristiana e musulmana. Queste dimensioni saranno lette attraverso un approccio multidisciplinare che mette in dialogo diversi saperi: teologia, filosofia, sociologia, antropologia e psicologia. L’obiettivo è fornire strumenti per un giudizio critico sulle questioni culturali contemporanee, quali il rapporto tra violenza e conflitto, giustizia e perdono, speranza e futuro.

Il corso di perfezionamento. Antropologia, Bibbia, religioni. Un approccio multidisciplinare (ABRAM) ha preso il via nell’anno accademico 2025-2026, mettendo a tema ‘La pace contesa’, con la partecipazione di 17 studenti, per lo più adulti molto motivati, in ricerca di un approfondimento qualitativamente significativo circa la relazione tra la Bibbia e le sfide culturali contemporanee; provenienti da Padova e dal Veneto, hanno frequentato con costanza e passione.

La collaborazione paritetica tra Università di Padova e Facoltà teologica è stata resa possibile da un costante e continuo ascolto reciproco tra i docenti delle due realtà. «Si desidera in questo modo offrire un luogo e un tempo di dialogo e di confronto aperto tra saperi, alla ricerca di un discernimento che supera i confini dei propri sviluppi accademici» sottolinea Simone Grigoletto, docente dell’Università di Padova e direttore del corso.

“Nel procedere del corso, ci si è resi conto dei punti di contatto tra la ricerca filosofica, la sapienza biblica e le domande contemporanee. Si tratta di incroci che interpellano l’umano in quanto tale, ne rivelano il mistero e allo stesso tempo le grandi potenzialità. Si pensi ad esempio alle possibilità ancora inesplorate circa l’elaborazione di un conflitto, oltre la semplice soluzione della violenza e dello scontro”, aggiunge Rolando Covi, docente della Facoltà teologica del Triveneto.

Nel primo anno sono stati accolti punti prospettici provenienti dal pensiero islamico, ebraico e anche dai non credenti; un approccio che si confermerà anche nell’edizione 2026/2027 che approfondirà i primi undici capitoli della Genesi.

Il Corso si rivolge a una vasta gamma di professionisti che operano in contesti di educazione formale e informale, esposti quotidianamente al pluralismo culturale e religioso. L’obiettivo è fornire competenze concettuali e antropologiche derivanti dal sapere biblico, permettendo di esercitare la propria professione con maggiore pertinenza e sensibilità culturale.

Nello specifico, il corso forma e aggiorna figure professionali quali: insegnanti di scuole di ogni ordine e grado; educatori dell’infanzia e della prima infanzia; operatori sociali e socio-sanitari; mediatori familiari e interculturali; operatori museali, culturali e di pubblica amministrazione; progettisti di percorsi educativi e formativi; giornalisti e comunicatori; avvocati e operatori del diritto; guide ed operatori turistici; studenti e dottorandi in ambiti umanistici.

Le competenze acquisite sono spendibili nei contesti scolastici e formativi, nei servizi socio-educativi, culturali e ricreativi, nelle istituzioni pubbliche e private che operano a contatto con il pluralismo culturale e religioso della società contemporanea.

Le pre-iscrizioni al corso sono aperte fino al 6 ottobre 2026. Le lezioni si svolgeranno da dicembre 2026 a luglio 2027, con cadenza quindicinale, il venerdì pomeriggio e/o il sabato mattina. Informazioni alla pagina https://uel.unipd.it/master-e-corsi/abram-antropologia-bibbia-e-religioni-un-approccio-multidisciplinare/

Ulderico Lambertucci, il maratoneta dell’anima

Ha percorso steppe e deserti, ha sfidato i limiti dell’anagrafe ed ha trasformato la fatica del viaggio a piedi in una forma di preghiera itinerante: dallo scorso luglio è in libreria ‘Ulderico Lambertucci – Al passo dell’anima’, il volume scritto da Michele Marinangeli e Daniele Morini, con le illustrazioni di Raffaele Gerardi, che ripercorre le imprese dello straordinario atleta treiese, deceduto lo scorso 26 giugno a quasi 80 anni, lasciando in eredità un messaggio universale di pace e speranza.

Infatti il libro narra una parabola umana unica: quella di un artigiano marchigiano che, scoperta la corsa solo dopo l’età di 50 anni, ha ridefinito il concetto di limite. Dalle pagine emergono i ricordi della ‘leggendaria’ Macerata-Pechino del 2006 (12.000 chilometri sulle tracce di p. Matteo Ricci), oppure del pellegrinaggio di pace a Gerusalemme nel 2008 e della traversata ‘Coast to Coast’ degli Stati Uniti nel 2012 terminata a Ground Zero. Fino all’ultimo impegno: il cammino Loreto-Lourdes, affrontato nel 2024 a 78 anni per dire ‘grazie’ alla Vergine Maria, alla quale era profondamente devoto.

Il volume descrive quella ‘tigna marchigiana’ (una determinazione solida come i muri che ha costruito per 60 anni) che lo ha portato a ricevere la benedizione di tre papi ed ad essere accolto come un fratello da comunità cristiane, musulmane ed ebree in ogni angolo del globo.

Il libro è il risultato di una collaborazione che (oltre alle Edizioni San Paolo) ha coinvolto il comune di Treia, l’associazione sportiva ‘ColleMar-athon’ ed il Csi, realtà che hanno visto in Ulderico il loro testimonial più autentico e puro, come hanno sottolineato gli autori: “Ulderico non ha fatto in tempo a sfogliare queste pagine, se non nelle bozze lette e corrette insieme, ma il suo cammino continua attraverso questo libro… E’ un invito a non fermarsi mai, a riscoprire la bellezza della lentezza e la potenza del sacrificio come ponte verso l’altro”.

Durante la presentazione del libro il sindaco di Treia, Franco Capponi, ha ricordato il suo legame personale con il ‘maratoneta di Dio’: “Ulderico non correva per vincere una gara, ma per costruire ponti tra popoli, testimoniare la pace e la fede. Le sue maratone erano pellegrinaggi e ogni traguardo era un messaggio di speranza”.

Il libro si apre con questa dedica: ‘A chi cammina non per fuggire, ma per trovare. A chi consuma le scarpe per avvicinare l’altro’. A Daniele Morini abbiamo chiesto di raccontare lo ‘stimolo’ per raccontare la sua storia?

“Lo stimolo per me è nato nel 2005 seguendo il pellegrinaggio della ‘Fiaccola della Pace’. Lì ho incontrato i maratoneti del gruppo Macerata-Loreto, uomini che misuravano la fede a passi e sudore, ed ho scoperto l’incredibile sogno di Ulderico: raggiungere Pechino a piedi. Raccontare la sua storia è diventato un cammino personale, la testimonianza della vittoria della volontà sulla fragilità e della fede sul dubbio”.

Per quale motivo è stato soprannominato ‘maratoneta di Dio’?

“E’ un’etichetta nata durante le sue prime imprese e consacrata nella ‘leggendaria’ Macerata-Pechino del 2006. Ulderico non cercava record per vanità, ma voleva testimoniare che ogni passo può farsi preghiera, un ‘Vangelo dei piedi’. Ogni chilometro era una decina del rosario, un dialogo nudo con Dio lungo la strada. Papa Francesco lo ha definito un atleta dello spirito”.

Invece a Michele Marinangeli chiediamo di spiegarci in quale modo è riuscito a trasformare la corsa in missione di pace: “Attraverso l’incontro e la fatica condivisa, che non hanno bisogno di traduttori. Nel pellegrinaggio di pace Roma-Gerusalemme del 2008, organizzato insieme con il Centro Sportivo Italiano, Ulderico ha unito le due capitali della cristianità. Il momento più straordinario è stato il passaggio al check-point 300 a Betlemme: per un giorno, quel muro di cemento è rimasto aperto e 500 atleti di diverse nazionalità, israeliani e palestinesi compresi, hanno corso insieme. Ulderico ha dimostrato che la pace non è un’utopia, ma un cammino concreto”.

Allora, Daniele Morini, quale fede lo muoveva?

“Una fede semplice, concreta, profondamente mariana, nutrita dalle sue radici treiesi. La Santa Casa di Loreto era il suo baricentro: la ‘Casa del Sì’ da cui partire e a cui tornare. Pregava centinaia di ‘Ave Maria’ correndo sotto la pioggia o nel deserto. Era una fede solida come i muri che ha costruito per 60 anni come muratore: non fatta di concetti astratti, ma di obbedienza ad una chiamata”.

Le ultime due domande sono per Michele Marinangeli; insomma, con la corsa superava tutti gli ostacoli?

“Sì, ma non senza sofferenza, che per lui era garanzia di verità. Nel 2000 ha stabilito il record di 46 maratone in un anno. Nella ‘Coast to Coast’ in Usa del 2012 ha corso 4.623 chilometri in 63 giorni superando un grave dolore al ginocchio e tempeste di neve. Nel 2024, a 78 anni, da Loreto a Lourdes ha coperto 1.500 chilometri superando un lancinante dolore all’anca. Pur di onorare il voto alla Madonna, lui, da sempre fedele all’omeopatia, ha fatto un atto d’umiltà accettando la medicina tradizionale. La sua ‘tigna’ treiese era una forza prima mentale che fisica”.

In queste maratone qual è stato un episodio particolare?

“Ce ne sono moltissimi. Durante la Fatima-Loreto del 2003, sul passo innevato del Cebreiro in Galizia, un cane randagio lo ha scortato silenziosamente per oltre dieci chilometri nei tratti più impervi, per poi sparire all’ingresso di un borgo. Per Ulderico fu un ‘angelo custode a quattro zampe’. O come nel deserto del Kansas nel 2012, quando ha ritrovato tra la polvere della strada una medaglietta della Madonna identica a quelle che seminava nel mondo su invito del card. Angelo Comastri, ispirato da santa Madre Teresa di Calcutta”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV saluta la Francia: trasformare il deserto in oasi

“Cari fratelli e sorelle, questa Santa Messa è l’ultimo incontro pubblico della mia visita in Francia, perciò l’ho celebrata con vivo senso di gratitudine al Signore, e desidero esprimere la mia riconoscenza anche a tutti coloro che l’hanno resa possibile con il loro impegno. Ringrazio il Signor Presidente della Repubblica e le diverse Autorità civili che hanno curato l’accoglienza a Parigi, a Lourdes e qui a Metz. Rinnovo con affetto il mio ringraziamento alla Presidenza della Conferenza episcopale e ai Vescovi più coinvolti, e con loro ai presbiteri, ai diaconi, alle persone consacrate, ai fedeli laici, a tutti i volontari che hanno collaborato. Grazie a tutti! Cari amici, continuiamo a camminare insieme, uniti nella santa madre Chiesa, per la gloria di Dio e al servizio del suo Regno di amore, di giustizia e di pace. Egli ricorre a tre immagini: il deserto, il giardino e la casa”: nell’ultimo giorno del suo viaggio apostolico in Francia nel pomeriggio papa Leone XIV ha presieduto la messa nella cattedrale di Santo Stefano a Metz.

Nell’omelia ha sottolineato il valore di queste tre parole: “Nel deserto, luogo della sobrietà e del silenzio, si instaura il diritto, cioè la legge che aiuta l’uomo a camminare sulla via del bene. Questa immagine austera ci ricorda l’importanza dell’essenzialità e della semplicità, che ci permettono di attribuire il giusto valore alle cose, formandoci al contempo alla rinuncia e al sacrificio.

La seconda immagine è quella del giardino, dove regna la giustizia. Se il deserto è il luogo dell’essenzialità, il giardino è il luogo della bellezza. Lì c’è acqua, i semi si aprono, spuntano i germogli e sbocciano i fiori, ciascuno con la propria particolare grazia. Questo è l’effetto di una vita retta, che permette alla persona di realizzarsi pienamente aderendo nella libertà ai disegni del Signore”.

L’ultima immagine è quella della casa, che richiede anche l’opera umana: “La terza immagine è quella della casa, luogo di pace. Notiamo che, se il deserto e il giardino sono contesti in cui prevale l’azione di Dio, che fa germogliare e crescere, la costruzione di una casa richiede invece un contributo più diretto e più importante da parte dell’uomo, con l’impiego di forze e competenze, attraverso uno sforzo comune, un vero e proprio ‘lavoro di cantiere’.

Così la pace, che è dono di Dio, richiede una risposta da parte degli uomini, in uno sforzo condiviso. Del resto, più che una semplice costruzione di pietre, la casa è un luogo di presenza umana e di amore. In questo senso, la Parola profetica ci ricorda come, in un mondo segnato dal limite, la concordia si costruisce solo nella carità, che sa condividere gioie e dolori, incoraggiare e perdonare, senza calcoli né limiti, come in una famiglia”.

E’ quello che chiede Gesù a ciascuno: “Mentre oggi, nel mondo, assistiamo a tanta violenza, manipolazione e arroganza, a diversi livelli, Gesù ci insegna come trasformare il deserto in un’oasi, come piantare giardini e costruire case. Ci indica la via che passa attraverso il perdono, la misericordia e la magnanimità”.

E’ una storia che è stata sperimentata anche in Francia: “Queste parole potrebbero sembrare ad alcuni un segno di debolezza, o forse una resa di fronte al male; ma non è affatto così. Guardiamoci dentro, in profondità, e guardiamoci intorno: cosa producono, nel mondo e in noi stessi, atteggiamenti come la vendetta, la rivalsa e il rifiuto? E quale futuro per l’umanità lasciano intravedere le relazioni e i sistemi permeati dalle logiche spietate che derivano da questi atteggiamenti?

Voi che siete i figli di questa terra, lacerata in passato da conflitti fratricidi, sapete bene che non è vero che chi si vendica è più forte di chi perdona. Non è vero che chi non cede è più forte di chi cerca la riconciliazione. Non è vero che chi se ne va sbattendo la porta è più forte di chi affronta lo sforzo di camminare insieme”.

Quindi la riconciliazione è possibile: “Metz e la Mosella testimoniano al mondo intero che la riconciliazione è possibile solo quando si ha il coraggio di spezzare la catena del risentimento. Ci vogliono forza e grande equilibrio per non lasciarsi sopraffare dal male, soprattutto quando le ferite subite sono profonde. Ma di fronte all’ingiustizia, l’unica via di salvezza per l’uomo è l’amore che si prende cura dell’altro e che cerca di dare fiducia a prescindere dalle circostanze, anche di fronte ai comportamenti più difficili da accettare”.

Ed anche sant’Agostino definisce la pace come comunione: “Così, legge, giustizia e pace sono tappe di un cammino di conversione che, da personale, diventa sempre più comunitario, per una civiltà rispettosa dell’uomo e del suo Creatore. Non è un caso che sant’Agostino definisca la pace della città celeste come una comunione armoniosa, in cui gli uomini godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. Egli parla anche della pace tra gli uomini come del frutto di una ‘tranquillitas ordinis’, in cui ciascuno riconosce e rispetta nell’altro una dignità e un ruolo unici e sacri”.

Quindi, come ricordava papa san Giovanni Paolo II, la pace è anche frutto di uomini: “Qui a Metz, è bene ricordare che sono proprio questi i valori su cui si è costruita, nel corso dei secoli, l’Europa che conosciamo, con il suo patrimonio spirituale e morale, ancor prima che economico e politico. Come san Giovanni Paolo II amava ricordare con commozione, essa affonda le sue radici nella vita e nell’opera di uomini e donne che hanno vissuto, predicato e condiviso gli insegnamenti del Vangelo”.

Per questo ha ricordato il contributo del monachesimo e della Regola dei Canonici di san Crodegango: “Ne sono testimonianza il grande contributo spirituale, culturale, e persino agricolo e artigianale che il monachesimo ha apportato alla storia del Continente, nonché l’opera di santi come il grande Crodegango, instancabile Pastore di questa comunità, che proprio qui, nella Regola dei canonici, ha dato una forma visibile alla comunione ecclesiale”.

Questo contributo si è basato su alcuni fondamentali principi: “Da lì ci sono stati trasmessi i fondamenti morali del mondo in cui viviamo: principi quali il primato della persona ed il carattere sacro e inviolabile della vita umana, in tutte le sue fasi e in ogni circostanza; la tutela della libertà degli individui; l’importanza primaria della famiglia come fondamento della società; l’attenzione verso i poveri e i più bisognosi; l’accoglienza dello straniero, il rispetto degli anziani”.

E’ un invito diretto alla Chiesa ad essere ‘laboratorio’: “La vostra Chiesa locale, che conserva l’eredità unica di un dialogo fecondo tra società civile e fede, in virtù del suo status particolare, ha la responsabilità di essere un laboratorio vivente di questa fedeltà. Rimanere fedeli a questi pilastri non è stato facile, nemmeno per coloro che ci hanno preceduto. Eppure, con coerenza e perseveranza, i nostri antenati ce li hanno lasciati in eredità come tesori, da trasmettere a nostra volta alle generazioni future, arricchiti della nostra esperienza, del valore dei nostri sforzi e delle nostre storie”.

Testimonianza di questo ‘laboratorio’ è la cattedrale: “La magnifica Cattedrale di questa città, in cui ci troviamo, illustra molto bene tutto ciò: è detta Lanterne du Bon Dieu per via dei suoi 6.500 metri quadrati di vetrate istoriate. Sembra che i costruttori abbiano voluto ridurre al minimo le pareti, che pur rimangono solide, affinché la luce potesse giungere in abbondanza ai fedeli. Chi vi entra si ritrova così immerso in una ricchissima ‘biblia pauperum’, fonte di preghiera e meditazione, attraverso i riflessi di mille colori. Ed in codesto luogo di luce, lo splendore delle vetrate storiche si è recentemente arricchito del genio di Marc Chagall.

Le opere di questo grande pittore ebreo, incastonate nelle pareti della Cattedrale, trasformano la ‘Lanterna del Buon Dio’ in uno straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso. Questa Cattedrale ci dice che la luce del Signore non cancella le specificità, ma unisce storie e culture diverse in un unico e meraviglioso mosaico di pace, necessario alla nostra epoca, lacerata da nuove divisioni e da nuovi conflitti. Contemplando queste vetrate, impariamo che il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce”.

Questa è l’identità della Chiesa per ‘portare’ il Vangelo: “In questo c’è un simbolo della nostra identità di Chiesa. Anche noi utilizziamo strutture, che hanno senso solo nella misura in cui ci aiutano a portare al mondo la luce del Vangelo. Senza queste vetrate, le finestre della cattedrale di Saint-Étienne non sarebbero altro che spazi inondati da una luce accecante. Con le vetrate, diventano libri che ci riuniscono per ricordare storie meravigliose, piene di eroismo, di bontà, di misericordia, di amore e di bellezza morale, di cui a nostra volta dobbiamo essere testimoni generosi e coraggiosi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a prendere esempio da Robert Schuman

Ultimo giorno della visita papale in Francia a Metz, dove è nato uno dei fondatori dell’Europa, Robert Schuman, con un incontro per ritrovare le radici dell’Europa: “Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. E’ da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita”.

E’ stato un invito a riscoprire le sue ‘radici’ culturali e storiche: “L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del ‘Vecchio Continente’ nel ‘Nuovo Mondo’, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano”.

Da qui l’invito a riscoprire san Benedetto di Norcia: “Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo ‘messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà’. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci!

Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. E’ da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente”.

E richiamando Alcide De Gasperi il papa ha precisato che il cristianesimo ha sottolineato che il ‘trascendente’ è costitutivo dell’umano: “Anziché essere un criterio confessionale esclusivo, il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.

A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia ‘un dialogo aperto, trasparente e regolare’ con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare ‘lo status del quale godono’ negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto”.

Ed ecco il richiamo all’integrazione ed all’accoglienza: “L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria…

Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro”.

Questo principio aveva ispirato Scuman: “L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.

E’ proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere”.

Ecco l’invito del papa per adoperarsi per la pace: “Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo… Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo ‘sforzi creativi’ per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di ‘arginare l’emorragia della guerra’ e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire. L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi…

L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore”.

Quindi ha concluso il discorso con un invito ai giovani: “Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di ‘avere tutto, subito’ non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. E’ con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato…

Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa. Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione. Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!

Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro. Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico. Siate costruttori di comunità! E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero. Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!”

Ma prima il papa aveva incontrato i leader religiosi proponendo l’invito a seguire l’esempio di Robert Schuman, co-fondatore dell’Unione europea, promuovendo unità e pace. “E’ con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità. Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace”.

Infatti il dialogo interreligioso non mina la propria identità, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II e di papa Francesco: “Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro… Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.

Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina. Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole. Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni”.

Per questo la ‘fecondità’ della fede si vede dalla difesa della vita: “La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro. La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili. Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine. A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV a Lourdes per pregare per una società fraterna

“Nostra Signora di Lourdes, l’Immacolata Concezione, in questo luogo benedetto dove hai parlato, con tanta dolcezza e tenerezza, a santa Bernadette, umile figlia del popolo di Francia, per trasmettere al mondo un luminoso messaggio di preghiera, di conversione e di speranza, noi accorriamo a te con fiducia; perché tu sei la Madre che Gesù ci ha donato e sei attenta a tutti i nostri bisogni”: la seconda giornata del viaggio apostolico del papa in Francia si è conclusa con una preghiera per la pace davanti la grotta delle apparizioni mariane a Lourdes.

Una preghiera, innanzitutto, per la concordia in terra francese: “Ti preghiamo, Madre nostra, per la Francia, di cui sei la Patrona e che per tanti secoli hai circondato con la tua protezione. Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna. Possa costruire una società armoniosa, che bandisca ogni violenza e ogni odio, che consenta a ciascuno di lavorare, di fondare una famiglia e di vivere appieno la propria vita nella tranquillità e nella serenità. Che i più sfortunati e i più poveri siano sempre sostenuti.

Ottieni per la Francia governanti saggi e generosi, pronti al sacrificio di sé, capaci di affrontare le sfide e desiderosi di servire il bene comune. Che la mantengano in pace nel concerto delle nazioni. Che facciano sentire la sua voce per promuovere la difesa dei diritti umani fondamentali e la pace nel mondo, respingendo per sempre le logiche di guerra”.

Poi per la loro fede con l’invito a costruire una società fraterna: “Santa Vergine Maria, ti presentiamo il Popolo di Dio che cammina in questo Paese che tu hai tanto segnato con la tua vicinanza. Rinnova la fede e il fervore delle famiglie cristiane, così care al tuo cuore, affinché vivano giorno per giorno della presenza di Gesù, della sua grazia e del suo sostegno nelle difficoltà che attraversano.

Che siano generosamente aperte alla vita e che Dio susciti in esse vocazioni, in particolare sacerdotali e religiose. Concedi alla tua Chiesa in Francia di indicare, specialmente ai più giovani, la via luminosa del Vangelo per costruire una società giusta e fraterna a cui essi aspirano”.

Infine per la guarigione degli ammalati: “Infine, Madre piena d’amore, ti affidiamo le nostre intenzioni personali più pressanti, in particolare quelle delle persone malate e sofferenti, come pure di tutti coloro che le accompagnano, venuti insieme ad attingere forza e guarigione alla fonte di Massabielle. Ti affidiamo i nostri cari e i nostri defunti. Rimuovi, ti preghiamo, tutti gli ostacoli che ancora ci separano dal tuo amato Figlio e fa’ che Egli regni in tutti i cuori”.

Prima di partire per Lourdes il papa aveva celebrato messa in place de la Concordie con la richiesta di trasmettere vita: “Il desiderio di Dio abita nel più profondo del nostro cuore, e noi gridiamo con il Salmista:’La mia anima ha sete di Dio, del Dio vivente’. E’ il grido di un uomo, umile e appassionato, la cui sete più interiore ed esistenziale non smette di crescere. Ora, è Gesù Cristo, attraverso la sua incarnazione, che va incontro ad ogni uomo nella sua storia e si rivela a lui come la vera fonte d’acqua viva in grado di placare la sua sete.

Non si tratta tanto di una sete materiale, quanto piuttosto di una sete di senso, di verità e di compimento che abita nel cuore di ciascuno. Gesù risponde a questo profondo desiderio di relazione, di comunione con Dio, in cui risiede la pienezza della vita per sempre”.

L’omelia papale è stato un invito a dissetarsi: “Tutti possono allora dissetarsi a questa fonte per rinascere e ricevere il dono dello Spirito, per diventare figli di Dio, creature nuove. Fratelli e sorelle, bisogna riconoscere che quaggiù nulla riesce mai a appagarci pienamente. Quando riteniamo finalmente concluso il nostro impegno e ricompensati i nostri sforzi, molto spesso il vuoto interiore riemerge, ancora più profondo. Allora, per colmarlo, può capitare che cerchiamo nuovi piaceri, che vogliamo possedere nuove cose, che facciamo di tutto per ‘divertirci’ pur di non provare quel malessere interiore!”

Per le domande fondamentali è necessario abbeverarsi alla fonte: “L’essere umano è fondamentalmente un essere ‘desiderante’ e solo Dio può colmare questo vuoto interiore. Sì, fratelli e sorelle, Gesù Cristo, il Buon Pastore, ci guida, come il pastore guida le sue pecore, verso la fonte della felicità e della pace. Conosce ciascuno e ciascuna di noi per nome. Nulla gli sfugge dei nostri segreti, delle nostre intenzioni, delle nostre debolezze”.

Questo bere è necessario per scoprire l’amore di Dio: “Scruta le profondità del nostro cuore. Egli ha dato la sua vita per noi e continua a darla attraverso i Sacramenti. Porta sulle spalle le pecore stanche o ferite, e riporta con delicatezza quelle che si sono smarrite. Gesù rivela l’amore incondizionato di Dio per noi. Ai suoi occhi, nessuno di noi è un numero su una carta d’identità, né un codice identificativo, ma una persona, una persona unica e insostituibile”.

E l’acqua è abbondante: “Cari fratelli e sorelle, l’acqua viva dello Spirito Santo si è riversata in abbondanza e continua a portare i suoi frutti nella Chiesa attraverso i missionari e i testimoni in tutte le culture e in tutti i popoli. Essa feconda tutto ciò che si lascia toccare e trasformare da essa per produrre il suo frutto, cioè la santità di coloro che adorano il vero Dio e servono i fratelli e le sorelle con carità generosa”.

Specialmente in Francia l’acqua ha ‘prodotto’ molti santi: “In questo splendido Paese che è la Francia, molti si sono dissetati a quest’acqua viva nel corso dei secoli e hanno consacrato totalmente la propria vita al bene: i primi martiri come Blandina, Potino, Ireneo; i santi fondatori e le sante fondatrici di Ordini religiosi, i santi vescovi come Martino e Francesco di Sales; gli uomini e le donne dal cuore sensibile ai bisogni del prossimo come Vincenzo de’ Paoli, Federico Ozanam, Giovanna Jugan e tanti altri. Ancora oggi sono numerosissimi nella nostra società, nelle nostre parrocchie, nelle nostre diverse attività, coloro che continuano a impegnarsi a favore della vita, della famiglia, della verità, della pace, della fraternità, della giustizia”.

Infine ha pregato per incoraggiare i giovani e le famiglie affinchè non perdano fervore nell’annuncio: “Da questa bella città di Parigi, prego con fervore affinché l’acqua viva dello Spirito Santo si diffonda su tutta la Francia. Penso a voi, care famiglie, che nonostante le molteplici difficoltà che affrontate quotidianamente, perseverate coraggiosamente nella vostra missione. Vi ringrazio di tutto cuore per tutto il bene che si realizza attraverso di voi; e che la presenza concreta di Gesù non si esaurisca mai in voi!

Penso a voi, cari giovani: voi siete la Chiesa di oggi! Com’è bello vedere il vostro entusiasmo, il vostro dinamismo, il vostro impegno e la gioia all’interno delle comunità cristiane. Penso anche a voi, cari catecumeni e neofiti, che intraprendete il cammino della fede, della conversione e dell’iniziazione cristiana. Il dono dello Spirito Santo faccia di voi dei testimoni, pronti a diffondere intorno a voi la civiltà dell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

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