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Al Meeting di Rimini lo spettacolo su san Francesco. Tra i detenuti
‘Il Poverello fra i più poveri – Sentieri di speranza oltre le Mura’ è una pièce teatrale nata dal Laboratorio di lettura e scrittura creativa ‘San Francesco – Sentieri di speranza oltre le Mura’, realizzato dall’associazione ‘Incontro e Presenza’ OdV in occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, andata in scena sabato 22 agosto (eppoi dal 22 settembre da Milano per la tournée nei teatri italiani) al Meeting dell’Amicizia tra i Popoli alla Fiera di Rimini, scritto e diretto da Alessandro Cozzi e Guido Mezzera con la direzione ed esecuzione musicale di Walter Muto, liberamente tratto da ‘La ferita, la letizia’ di Davide Rondoni.
Il progetto ha coinvolto un gruppo di detenuti della Seconda Casa di Reclusione di Milano – Bollate in un percorso di lettura, scrittura ed espressione creativa ispirato alla vita, alle parole e ai valori del Santo di Assisi. La rappresentazione si sviluppa attraverso una serie di quadri scenici che raccontano l’incontro immaginario tra un detenuto e san Francesco. Attraverso parole, immagini e musica, lo spettacolo propone una riflessione sulla condizione umana, sulla possibilità di riscoprire dignità e libertà interiore anche nelle situazioni più difficili, seguendo il messaggio francescano di accoglienza, fraternità e letizia.
A Guido Mezzera abbiamo chiesto di raccontarci la ‘nascita’ di questa pièce teatrale: “Come spesso accade sono diversi i fattori che concorrono nel far accadere certe cose, cose sicuramente fuori dalla normalità, anche se sono personalmente certo che tutti questi fattori hanno la stessa origine. Proviamo a descriverli. Primo fattore: innanzitutto, come bene sappiamo, ricorrono nel 2026 gli 800 anni dalla morte di san Francesco. Tantissime sono state dunque le iniziative dedicate, molte delle quali suggerite e sostenute dal Comitato Nazionale per le celebrazioni degli 800 anni dalla morte di san Francesco, comitato presieduto dal presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella.
Tra le molte immaginate, si è pensato di celebrare questa ricorrenza anche nelle carceri italiane. E per questo motivo il Comitato ha incaricato l’associazione ‘Incontro e Presenza’, che da diversi anni raccoglie un numero significativo di volontari che si recano regolarmente in diversi istituti di pena per incontrare e fare compagnia a molti detenuti. Sono uno di questi volontari. Da alcuni anni entro nel carcere di san Vittore di Milano ed, ultimamente, anche nel carcere di Bollate. Come professione faccio il consulente, ma inoltre scrivo e pubblico libri, realizzo riduzioni teatrali, mi occupo della regia di questi spettacoli e spesso sono anche sul palcoscenico come attore”.
Quindi da un incontro in carcere può nascere la letizia?
“Quando si è trattato di immaginare una rappresentazione da proporre in un carcere, con alcuni amici dell’associazione abbiamo subito pensato che non avremmo voluto fare uno spettacolo che commemorasse il Santo di Assisi avendo come spettatori i detenuti di un carcere, ma che avremmo voluto coinvolgere loro stessi nella realizzazione di questo spettacolo. Abbiamo quindi immaginato di realizzare uno spettacolo che potesse essere rappresentato nel carcere di Bollate, ma poi reso disponibile ad altri detenuti di altre case di reclusione ed ai volontari che si recano da loro, perché anche loro stessi potessero diventare protagonisti dell’iniziativa.
Dunque, il secondo fattore decisivo, oltre che rispondere alla sollecitazione del Comitato Nazionale, è stato quello di proporre questa iniziativa ai nostri amici detenuti. E lo spettacolo è nato proprio da questo incontro, a cominciare da uno di loro, detenuto nel carcere di Bollate, che fin da subito si è dedicato in particolare alla parte introduttiva degli otto ‘quadri’ che compongono il soggetto teatrale.
Il terzo fattore decisivo è stata la ‘scommessa’ che personalmente ho voluto giocare: lungi dal celebrare la vita di san Francesco, spesso raccontata in modo molto semplice, talvolta anche banale, o al contrario in modo problematico, introspettivo, difficile da comprendere, il mio desiderio (la scommessa appunto) è stato quello di rappresentare un ipotetico, ma molto concreto dialogo tra il Santo e un detenuto. Un detenuto in rappresentanza di tutti coloro che vivono nelle carceri”.
E san Francesco come si inserisce in questo percorso?
“Un dialogo che potesse ospitare i dolori, le fatiche, le ferite, le domande che un detenuto, oggi, potrebbe, vorrebbe raccontare a San Francesco. E parimenti, che cosa oggi san Francesco potrebbe, avrebbe da dire al detenuto, quale speranza vera potrebbe suscitare. Con questa domanda, con questa scomoda ma decisiva scommessa, ho scritto questo dialogo.
E la scommessa credo sia stata grandemente vinta, non certo per la mia, comunque imperfetta, capacità di scrittore, ma per quello che è accaduto durante i diversi mesi di preparazione dello spettacolo fino alla sua prima rappresentazione la sera dello scorso venerdì12 giugno, presso il carcere di Bollate. Così siamo giunti al quarto fattore: l’amicizia sempre più stretta con altri quattro detenuti, coinvolti nella recitazione, una frequentazione settimanale per le prove, durata alcuni mesi, che di fatto ha trasformato le parole che avevo scritto nella testimonianza viva e vera della loro vita.
Tantoché il dialogo stretto tra san Francesco e ciascuno di loro, di loro detenuti-amici-attori, su quel palco non è stato più la recitazione di una pièce teatrale, ma la testimonianza di questo incontro reale, doloroso e vero, tra la loro vita concreta e quest’uomo, questo Santo, scoperto o riscoperto così simile a loro stessi. Qualcuno del pubblico, non certo giovane e lontano da ambienti di Chiesa, ha persino detto di aver incontrato davvero san Francesco dentro un carcere di Milano”.
(Tratto da Aci Stampa)
Fratel Enzo Bianchi sempre fedele alla Chiesa
“Vorrei che al funerale si cantasse la Messa da requiem in latino ed in gregoriano e che nulla fosse proclamato al di fuori del Vangelo di Gesù Cristo. Non si dicano nell’omelia parole su di me e soprattutto niente applausi (mi rivolterei nella bara)”: con questo suo pensiero fratel Enzo Bianchi è stato ricordato nella funzione funebre celebrata nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, dove era nato nel 1943, alla presenza dei rappresentanti di diverse Chiese cristiane.
Il rito è stato, presieduto da fratel Valerio Lazzarini, della comunità di Cellole di San Gimignano: “Il dolore che sperimentiamo è attraversato dalla luce: viviamo un momento di ‘radiosa tristezza’, perché Enzo è migrato nella terra di Dio”, mentre il priore della Madia, fratel Goffredo Boselli, ha pronunciato il saluto al termine della Messa,sottolineando come fratel Bianchi fosse in pace, consapevole dell’approssimarsi dell’incontro con Gesù: “Una morte non improvvisa, perché vorrei essere vigilante e pronto. Vorrei vivere la mia morte!”
In un articolo pubblicato nel 2022 da Repubblica fratel Bianchi invita ad aprirsi alla speranza: “Da vecchio, entrato nell’80esimo anno della vita, dunque alle soglie dell’esodo da questa terra, non posso non guardare al presente e al futuro che già si affaccia. Ed è proprio in questo sguardo che sono assalito da una certa tristezza perché constato che la vita sembra diminuire ogni giorno.
Ovunque vado trovo persone vecchie… Siamo molto invecchiati senza che nella vita siano entrati i ragazzi, che risultano essere neanche la metà dei vecchi”.
La crisi è dovuta alla crisi interna all’umanità: “A me sembra che alla radice di questi processi ci sia il venir meno della fiducia: nella vita, nel futuro, negli altri, persino fiducia nell’amore come storia possibile e opera d’arte nelle relazioni tra umani. Nessuno osa confessarlo, ma si registra paura nei confronti della vicenda-storia della coppia, c’è un’incertezza circa l’opportunità di mettere al mondo dei figli, c’è una preoccupazione filautica di chi pensa a sé ed è incapace di porsi in un orizzonte sociale, l’orizzonte del ‘noi’. Prevale la dittatura dell’ ‘io’ e la necessità di allontanare ogni rinuncia dovuta alla presenza di un altro”.
E tale sfiducia è preludio alla solitudine: “In realtà si sta preparando una situazione di grande solitudine per i vecchi, un carico di lavoro di cura degli anziani da parte dei figli, de un’esistenza in cui essendo scarsa o poco presente la generazione dei bambini e dei ragazzi sarà più difficile sorridere e gioire per la vita. In queste condizioni è assurdo avere paura degli stranieri, che sono l’unica possibilità di rinnovamento della vita per le nostre popolazioni invecchiate”.
Interessante anche il commento per il 50^ anniversario della prima messa in italiano, celebrata nel 1965 da papa san Paolo VI: “Del resto, la svolta conciliare del 1965 era stata preparata anche da sempre più condivise acquisizioni storiche ed esegetiche: Gesù non solo non aveva mai parlato né in greco né in latino, ma nemmeno in ebraico, essendo la sua lingua, e quella dei suoi discepoli, l’aramaico. Era il concetto stesso di ‘lingua sacra’ a trovarsi ridimensionato: non dei suoni o delle parole arcane contengono la voce di Dio, ma il vissuto di un uomo, Gesù di Nazaret, che passava per le strade di Galilea facendo il bene e narrando il volto autentico suo Padre, Dio”.
Quindi gratitudine da fratel Bianchi, che non ha mai nascosto, anche prima della morte, una perdita della bellezza della liturgia latina: “Profonda gratitudine, allora, da parte delle comunità cattoliche verso la riforma liturgica e chi l’ha voluta e perseguita con convinzione e in obbedienza alla grande «Tradizione», senza tuttavia ignorare i problemi suscitati e quelli che permangono: la grande perdita del gregoriano, musica plurisecolare che aveva impresso alla liturgia una bellezza non ancora raggiunta dai nuovi repertori; le traduzioni dei testi latini ufficiali, tentate da un letteralismo pedissequo a volte incomprensibile ai fedeli o, in senso opposto, da un’innovazione creativa che talora stravolge la stessa teologia della liturgia; ma anche la propaganda dell’antico rito della messa che diventa addirittura concorrenza, bandiera innalzata in battaglia contro la riforma liturgica ed il rito voluti dai padri conciliari e dai papi, che hanno confermato il vecchio rito solo come ‘straordinario’. Sì, cinquant’anni fa iniziò un’avventura straordinaria che ha dato frutti abbondanti nella vita spirituale della Chiesa, ma che deve ancora attuata adeguatamente all’oggi, un oggi molto diverso e lontano da quello del Concilio. Se la Chiesa è ‘semper reformanda’, anche la liturgia deve esserlo sotto il primato del Vangelo”.
XXIII Domenica del Tempo Ordinario: pienezza della legge è la carità
Il sacramento del Battesimo inserisce l’uomo nella famiglia di Dio con la missione specifica di annunciare il Vangelo con le parole e con l’esempio della vita. Gesù dice chiaramente che il Padre vuole tutti salvi: se Dio è padre, noi siamo tutti fratelli; chi ti è accanto, chiunque esso sia, ti appartiene, è tuo fratello. Non c’è colore, cultura, religione, lingua che ci distingue perché così ci ha pensati Dio all’alba della creazione: come fratelli ci unisce l’obbligo dell’amore; Gesù dirà: ‘Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, fatelo a loro’.
Oggi siamo riuniti ad ascoltare la parola di Dio; Gesù è in mezzo a noi e ci parla di correzione fraterna, che è l’atto di amore più semplice ed efficace: “Se tuo fratello sbaglia, se commette una colpa, vai ed ammoniscilo tra te e lui solo; non chiuderti in un silenzio colmo di rancore, ma allaccia il dialogo, ammoniscilo come faceva Gesù: con il dito puntato per fare una carezza. Gesù ammonisce i peccatori mangiando con loro; ammonisce la Maddalena o l’adultera dicendo con un sorriso: Vai e non peccare mai più; Gesù ammonisce Giuda e lo chiama ‘amico’: ‘con un bacio mi tradisci?’
Chi ama, sa anche rimproverare; chi non ama sa solo ferire. Se ti ascolta, dice Gesù, hai guadagnato tuo fratello; è un guadagno, è un tesoro per te e per il mondo. Investire sui legami di fraternità e di libertà è la vera economia che produce bene comune. Queste parole che riguardano l’ambito privato si estendono naturalmente anche a quello familiare: se tuo marito sbaglia … se tua moglie sbaglia… se tuo cognato o un tuo fratello sbaglia … ammoniscilo tra te e lui solo; prendi cioè il coraggio a due mani, presentati a lui e, occhi negli occhi, ammoniscilo perché non sbagli più e poni così un rimedio: ‘Se ti ascolta, hai guadagnato tuo fratello’.
Nel correggere il fratello non bisogna mai essere moralisti o legalisti: il moralismo (come tutte le parole in ismo) è sempre negativo; la moralità invece sa comprendere le debolezze altrui e le relative mancanze. Nel rapporto con i figli oggi si dice che i genitori sono chiamati ad essere ‘amici dei figli’; un genitore troppo amico, finisce con il non essere più genitore; il genitore è chiamato ad essere ‘genitore’, vero educatore con le parole e con l’esempio della vita.
I genitori debbono sempre non solo capire, comprendere e perdonare, se è necessario; ma la missione genitoriale è quella di indirizzare, correggere e, se è necessario, anche punire con i modi dovuti come il contadino fa con le pianticelle perché non crescano storte. Correggere il fratello che sbaglia è scomodo; è più facile giudicare, mormorare, parlare alle spalle (o sparlare), ma se tu vuoi veramente il suo bene, lo correggi faccia a faccia. E’ la cosa più difficile ma è la cosa più onesta. Prendere da parte il fratello per avvertirlo è assumersi il compito che aveva il profeta: essere sentinella, vegliare per il suo bene. Sapersi correggere a vicenda è la prova che si è fratelli.
Puoi avvertire un fratello che sbaglia solo se per te è un fratello d’amare: diventiamo veri fratelli quando troviamo il coraggio di venire corretti e di correggere. La Chiesa, costituita da Gesù, è una famiglia, una comunità di peccatori capaci di aiutarsi a vicenda nel cammino della vita. Come nel corpo umano se un membro soffre, tutto l’organismo ne risente; se si crea una ferita in un membro, tutto l’organismo si mobilita, interviene per arginare il male, così è la Chiesa santa di Dio.
Questo significa essere sentinella nel mondo, come diceva il profeta Ezechiele: ‘Se la sentinella vede giungere la spada ( un avversario) e non suona la tromba e il popolo non è avvertito, della sua morte domanderò conto alla sentinella’. La Chiesa non può tacere davanti al disordine, al peccato sia nella vita sociale che personale, fa parte dei suoi compiti costituzionali. Una sentinella muta non serve né a Dio né agli uomini. Da qui le parole dell’apostolo Paolo: ‘Non abbiate nessun debito se non quello dell’amore, perché chi ama il suo prossimo ha adempiuto alla legge’.
L’amore accende la fede, illumina la speranza; l’amore è la rinascita del cuore. Sant’Agostino applica queste parole alla correzione fraterna: ‘Ama e fai ciò che vuoi; sia che tu taci, taci per amore; se parli, parla solo per amore, se perdoni, pedona solo per amare. Nel tuo agire è necessario che ci sia sempre la radice dell’amore poiché da questa radice non può procedere che solo il bene’. Ti senti debole per amare? Ecco due mezzi : L’Eucaristia, sacramento dell’amore di Dio, e l’intercessione della Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra.
Papa Leone XIV invita alla santità le Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento
“Sono lieto di incontrarvi in questi giorni in cui state compiendo un pellegrinaggio in Italia, seguendo le orme della Beata Maria Maddalena dell’Incarnazione, nel cinquantesimo della fondazione della Federazione dello Spirito Santo. La vostra presenza è una luminosa testimonianza della gratuità di Dio, che semina nel cuore umano l’inquietudine di cercare e di contemplare il suo volto”: papa Leone XIV ha ricevuto in udienza le Suore Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento della Federazione dello Spirito Santo nel 50^ anniversario della fondazione della Federazione dello Spirito Santo durante il loro pellegrinaggio a Roma.
Nell’incontro il papa ha evidenziato l’importanza della ricerca di Dio: “Questa ricerca costante del volto di Dio, che caratterizza in modo particolare la vita monastica, assume nella vocazione che avete ricevuto una sfumatura speciale: si traduce in una vita dedicata completamente all’adorazione continua e silenziosa di un Dio che si è fatto pane, e che invita a unirsi a Lui nel sacrificio dell’altare, per formare un solo corpo”.
Per questo ha sollecitato una ‘spiritualità eucaristica’: “Care sorelle, manifestando nella Chiesa il carisma specifico che avete ricevuto dalla vostra fondatrice, siete chiamate a essere tessitrici di comunione con i fili della preghiera e del lavoro, dell’adorazione eucaristica e della condivisione fraterna nel monastero. Che questo tempo di grazia, che state vivendo come pellegrine nella Città eterna e nei luoghi dove è nato l’Ordine, vi rinnovi e vi rafforzi affinché possiate continuare a irradiare nel mondo la bellezza del volto di Cristo Sacramentato”.
Ed infine le ha invitate a vivere la santità: “Che la testimonianza della beata Maria Maddalena dell’Incarnazione vi spinga a continuare a vivere la vostra consacrazione con rinnovata speranza e desiderio di santità, ricordando che la fedeltà all’antica e sempre nuova sapienza del Vangelo è il cammino migliore per quante, guidate dallo Spirito Santo, si dedicano ad amare Dio e il prossimo”.
(Foto: Santa Sede)
Fabio Geda racconta la ‘casa dell’attesa’ del CUAMM
“A Chiulo vedrai, a Chiulo non c’è niente. Niente in che senso? Niente, hanno detto. Ma fai attenzione perché potresti comunque trovare tutto. Tutto cosa? Ciò che stai cercando. E cosa sto cercando? Hanno sorriso. Se ancora non lo sai, lo scoprirai arrivato a Chiulo”: con un avvertimento all’autore del libro da parte di una dottoressa inizia ‘La casa dell’attesa’, scritto da Fabio Geda (autore anche del libro ‘Nel mare ci sono i coccodrilli’, ma anche di ‘Anime scalze’, ‘Una domenica’ e ‘La scomparsa delle farfalle’) con l’immagine, appunto, della casa dell’attesa, quella accanto all’ospedale rurale di Chiulo, in Angola, sugli altopiani al confine con la Namibia, luogo in cui le donne della provincia vanno a vivere in comunità prima del parto per proteggere sé stesse e i loro figli dagli imprevisti dell’ultimo mese di gravidanza.
Quindi con questo libro Fabio Geda racconta il lavoro di un gruppo di medici italiani e le storie di donne e uomini angolani il cui destino è stato trasformato dall’incontro con quei medici e con l’organizzazione cui appartengono, Medici con l’Africa Cuamm. Ma non c’è solo la casa dell’attesa: ci sono le strade di Luanda, la capitale, abitata da oltre dieci milioni di persone, strade piene di giovani che attendono di rendere qualsiasi cosa. C’è la bellezza di un ambiente naturale, abitato da popolazioni che lottano con la siccità e la malnutrizione, causate anche da 27 anni di guerra civile.
Come nasce ‘La casa dell’attesa’?
“Nasce da un proposta dell’editore Laterza che aveva già collaborato con Medici con l’Africa – Cuamm per altri due libri. Giuseppe Laterza conosce la mia passione per tutto ciò che è al margine del campo visivo, che è lontano dall’attenzione della comunicazione mainstream e quindi della maggioranza delle persone. Purtroppo i Paesi dell’Africa subsahariana fanno parte di questa categoria. Così siamo andati insieme, Giuseppe Laterza ed io, ad incontrare don Dante Carraro, il direttore del Cuamm. Lui mi ha raccontato ciò che il Cuamm fa nei 9 Paesi in cui opera. Io ero alla ricerca di una suggestione e quella suggestione è arrivata quando mi ha parlato dell’Angola e della ‘Casa de espera’, ossia la Casa dell’attesa”.
Quindi lei è andato in Angola?
“Sono stato con il Cuamm in Angola due volte, entrambe nel 2024: la prima per un sopralluogo, la seconda per un mese e mezzo. Ho raccolto decine e decine di storie; per il libro ho approfondito quelle che diventavano fili di una tessitura che potesse raccontare la complessità di quei luoghi. Il ragazzo che fa l’autista di taxi ma sogna di aprire una fabbrica di yogurt, ad esempio, ha rappresentato per me la bellezza dell’Africa che vuole diventare altro da sé, l’Africa giovane, piena di inventiva e di sogni imprenditoriali. Ed all’ospedale rurale di Chiulo, l’infermiera Felismina, la Mary Poppins del Cunene, alta con la borsa piena di cose; vive dentro l’ospedale ed ospita a casa sua i parenti dei pazienti.
Eppoi la doppia faccia del rapporto madre-figlio: da una parte la dolce attesa delle partorienti nella ‘Casa de espera’, e più in là, separate solo da un muro, nell’ospedale, l’attesa angosciosa delle mamme: sopravvivrà il loro bambino alla malnutrizione? A distanza di venti metri, la vita e la morte. Mi ha colpito che le mamme aspettino anche due o tre mesi prima di dare un nome al figlio per essere sicure che sopravviva. Ecco ancora il concetto di attesa”.
Cosa significa fare un reportage ‘narrativo’?
“Significa, io credo, soprattutto mettersi in ascolto. Un ascolto profondo e rispettoso. Significa studiare, leggere, guardare. Significa prendere il tuo corpo e portarlo in un contesto nuovo, a temperature nuove, a contatto con una terra che non conoscevi. Significa mettere in relazione la tua vita con molte altre vite molto diverse dalla tua. Significa lasciarsi interrogare, oltre che avere il coraggio di fare domande.
E tutto ciò viene poi filtrato, quando ti metti a scrivere, dal modo in cui racconterai ciò che è emerso da quella esperienza. La lingua, le parole, la dimensione estetica del racconto, sono fondanti. Il mio modo di intendere il reportage narrativo nasce dalla giustapposizione di scrittura giornalistica, che non può essere ambigua, e scrittura letteraria, che invece si fonda sull’ambiguità. La verità giornalistica è quella dei fatti. La verità letteraria è la verità del desiderio: non è logica e non è ideologica, e soprattutto chiama in causa chi legge”.
Quale significato assume oggi il racconto di una storia collettiva?
“Quello di riconnetterci con la complessità, credo. Il mondo è un luogo complesso, le società sono complesse, e anche la vita di una ong come il Cuamm lo è, così come lo sono le relazione intessute con le popolazioni con cui lavorano. A volte capita che si fatichi a stare dentro la complessità, che si preferiscano risposte semplici, slogan, frasette e concetti buoni per le reti sociali. Ecco, credo che un racconto come quello de La casa dell’attesa sia un invito al ragionamento. O almeno lo spero”.
Quando è dura l’attesa?
“Dipende. L’attesa è declinabile in molti modi diversi: ci sono attese piacevoli e fertili e altre dolorose e sterili. Il tempo non è unico e universale, ma piuttosto un’esperienza soggettiva, una dimensione che varia in base alle condizioni in cui ci si trova. I nove mesi di attesa in vista del parto, ad esempio, possono essere un’esperienza meravigliosa per certe donne in certi luoghi della Terra oppure carica di angoscia per altre in altri luoghi. Nel libro ci sono molte forme di attesa: chi aspetta la pioggia, chi aspetta di vendere i suoi prodotti lungo le strade, e c’è anche l’attesa dei cooperanti, la caparbietà con cui presidiano territori fragili”.
Però in qualche modo attesa rimanda alla speranza: quanta speranza ha trovato in questa casa?
“La ‘Casa de espera’, che è la traduzione portoghese di Casa dell’attesa, contiene già in sé, per lo meno alle nostre orecchie italiane, un’idea di speranza. Come potrebbe, una vita che nasce, non trasmettere speranza? Ma la speranza deve essere costruita e abitata, deve essere guidata. Saranno quindi le scelte degli uomini e delle donne di questo pianeta e di ogni comunità a costruirla e a farla fiorire. Saranno le scelte di ciascuno di noi. Il Cuamm lo sa. E lo fa: sceglie”.
(Tratto da Aci Stampa)
Padre Elie Rahme Custode dei Frati Minori Cappuccini in Medio Oriente, racconta la vita dei cristiani in Libano
“Per intercessione del nuovo beato il Patriarca Elias Boutros Hoyek, chiediamo al Signore di realizzare i Suoi auspici per il bene del Libano, per la sua stabilità, la sua crescita economica e finanziaria, la sua ricostruzione e per l’attuazione dell’Accordo Quadro tra il Libano e Israele, affinché siano garantite la piena sovranità del Libano su tutto il suo territorio, la sua completa indipendenza, la sua piena liberazione e una pace duratura, giusta e globale”: a fine luglio nel giorno della beatificazione del patriarca maronita Elias Boutros Hoyek, celebrata nella sede patriarcale di Dimane insieme al card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi ed inviato di papa Leone XIV, alla presenza del presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun, e delle massime autorità del Paese, il patriarca di Antiochia dei Maroniti, card. Bechara Boutros Raï, ha delineato il profilo spirituale e civile del nuovo beato, presentandolo come una delle figure più luminose della storia del Libano.
“Dio ha voluto infatti far sorgere da questa terra un uomo che visse secondo un unico motto: ‘Mio Dio, il tuo compiacimento’. E Dio fece del suo totale abbandono alla Divina Volontà una gloria per la Chiesa, una benedizione per il Libano e una speranza per le generazioni future. Nella storia della Chiesa vi sono stati molti grandi uomini; nella storia del Libano molti illustri protagonisti. Il Patriarca Elias Boutros Hoyek, tuttavia, riunì nella sua persona la vigilanza del pastore, la sapienza del leader, il cuore del padre e la fede del santo”: prendendo spunto dall’omelia del patriarca Raï, abbiamo chiesto a p. Elie Rahme, custode dei Frati Minori Cappuccini in Medio Oriente, di raccontarci quale è il messaggio di speranza per il Libano e per la Chiesa della beatificazione del Patriarca Elia Hoyek:
“La beatificazione del Patriarca Elias Hoyek rappresenta un momento di grande grazia non solo per la Chiesa maronita, ma per tutto il popolo libanese. La sua figura emerge come quella di un pastore che ha saputo unire profondamente la fede, l’amore per la Chiesa, il servizio al prossimo e l’impegno per il proprio Paese”.
Innanzitutto chiediamo di raccontarci la situazione del Libano oggi: “Il Libano attraversa oggi una fase molto difficile, segnata da una profonda crisi economica, sociale e politica. La svalutazione della moneta, le difficoltà quotidiane, l’aumento della povertà, l’emigrazione di numerosi giovani e l’instabilità hanno lasciato ferite profonde nella società. Molte famiglie vivono nell’incertezza e nella sofferenza, ma il popolo libanese continua a manifestare una grande capacità di resilienza, fondata sulla fede, sulla solidarietà familiare e sulla speranza.
Nonostante le prove, il Libano conserva una ricchezza spirituale e umana che continua a essere una fonte di vita e di speranza. In questo contesto, la beatificazione del Patriarca Hoyek assume un significato particolarmente profondo: essa ricorda ai libanesi che la speranza non nasce soltanto dalle condizioni esterne, ma dalla fedeltà a Dio, dal servizio agli altri e dalla capacità di costruire il bene comune anche nei momenti più difficili”.
Come vivono i cristiani in Libano?
“I cristiani in Libano vivono anch’essi le difficoltà dell’intero Paese. La crisi economica, l’emigrazione e le incertezze sul futuro rappresentano grandi sfide. Tuttavia, essi continuano a custodire una presenza significativa attraverso la vita ecclesiale, l’educazione, le opere sociali, la cultura e il servizio alla società. La loro vocazione oggi non è soltanto quella di preservare una presenza storica, ma di essere testimoni di speranza, di dialogo e di fraternità. La presenza cristiana in Libano è chiamata a essere una presenza aperta, capace di servire tutti e di costruire ponti tra le diverse componenti della società”.
“Così fu il Patriarca Hoyek: un pastore che pregava, un padre che amava, un costruttore sapiente e un leader capace di guardare oltre il proprio tempo. Per questo è divenuto una scuola di fede, una pagina luminosa della storia della Chiesa e una coscienza viva nella storia del Libano”: queste sono le parole conclusive dell’omelia del Patriarca Bechara Boutros Raï. Quale significato assume la beatificazione del Patriarca Elias Hoyek per il popolo libanese?
“Il Patriarca Elias Hoyek è stato un vero uomo di Dio perché ha vissuto tutta la sua vita alla luce del Vangelo. La sua autorità non nasceva soltanto dal suo ruolo ecclesiale, ma dalla sua profonda vita spirituale, dalla preghiera, dall’umiltà e dal desiderio sincero di servire Dio e il suo popolo.
Dietro il grande pastore e l’uomo pubblico vi era un uomo profondamente spirituale. La preghiera era la sorgente delle sue decisioni e del suo servizio.
Egli cercava prima di tutto la volontà di Dio e trovava nella relazione con il Signore la forza per affrontare le difficoltà e accompagnare il suo popolo. Per questo la sua beatificazione è un invito a riscoprire che la santità non consiste soltanto nel compiere grandi opere, ma nel vivere ogni responsabilità con un cuore unito a Dio”.
“Egli fu inoltre l’uomo della visione e della Nazione. Considerava il Libano una missione prima ancora che uno Stato e riteneva che la persona umana fosse la sua ricchezza più preziosa”. Prendendo spunto ancora dall’omelia del Patriarca di Antiochia dei Maroniti ci può raccontare la visione che il nuovo beato aveva del Libano:
“La visione del Patriarca Hoyek sul Libano era profondamente profetica. Egli non vedeva il Libano soltanto come un territorio geografico, ma come una missione e una vocazione.
Fu una delle figure principali che contribuirono alla nascita del Grande Libano proclamato nel 1920. Egli desiderava un Paese dove cristiani e musulmani potessero vivere insieme, collaborando nella costruzione di una patria comune fondata sulla dignità della persona, sulla libertà, sulla giustizia e sulla convivenza.
Per il Patriarca Hoyek, il Libano non doveva appartenere a una sola comunità, ma essere una casa comune per tutti i suoi figli. La presenza cristiana non doveva essere una presenza di paura o di chiusura, ma una presenza di servizio, di dialogo e di testimonianza del Vangelo. Durante la Prima Guerra Mondiale, quando la popolazione soffriva la fame e la povertà, egli mostrò concretamente il suo cuore di padre.
Mise a disposizione le terre della Chiesa e aprì le porte dei monasteri per aiutare la gente. Il suo aiuto era rivolto a tutti, cristiani e musulmani, senza distinzione. Questo gesto manifesta il vero volto di un pastore: un uomo capace di unire la fede alla carità concreta, la preghiera al servizio e l’amore per Dio all’amore per ogni essere umano”.
Lo scorso 10 febbraio i Frati Minori Cappuccini in Libano, della Custodia del Vicino Oriente, hanno dato inizio all’Anno Giubilare per celebrare i 400 anni della loro presenza: dopo 400 anni quale è la presenza dei Frati Minori Cappuccini nel Medio Oriente?
“In questo cammino storico della Chiesa in Libano si inserisce anche la presenza dei Frati Minori Cappuccini, che celebrano quest’anno 400 anni di presenza nel Libano e nel Medio Oriente.
I Cappuccini arrivarono in Libano nel 1626, sostenuti e accolti dal Patriarca maronita, con il desiderio di collaborare alla missione della Chiesa e di servire il popolo libanese. Fin dall’inizio si è sviluppato un rapporto profondo di fraternità e collaborazione con la Chiesa maronita, un legame che continua ancora oggi con grande stima, fiducia e comunione ecclesiale.
Durante questi quattro secoli, i Cappuccini hanno cercato di vivere il Vangelo attraverso una presenza semplice e vicina alla gente: la fraternità, la missione, l’educazione, le parrocchie, la formazione, le opere sociali e il servizio ai più poveri. La loro presenza si è sempre inserita nella vita della Chiesa locale, collaborando con i vescovi e le comunità cristiane per il bene del popolo.
Dopo quattro secoli, il loro desiderio rimane quello di essere fratelli tra i fratelli, annunciando il Vangelo attraverso la fraternità, la minorità e la carità concreta. La loro missione non consiste soltanto nel mantenere delle opere, ma soprattutto nel testimoniare il volto misericordioso di Cristo vicino alle persone, in particolare a coloro che soffrono e che hanno bisogno di speranza.
Oggi, il rapporto tra i Frati Minori Cappuccini e la Chiesa maronita continua ad essere caratterizzato da una profonda collaborazione e da un sincero spirito di comunione, nella comune missione di servire la Chiesa, il Libano e tutti i suoi figli”.
Quale messaggio per il futuro del popolo libanese possono dare questi due avvenimenti?
“La beatificazione del Patriarca Elias Hoyek ed il giubileo dei 400 anni della presenza cappuccina sono due eventi che si incontrano nello stesso messaggio: il Libano ha bisogno di uomini e donne radicati in Dio, capaci di servire, di costruire ponti e di testimoniare che la fraternità è possibile.
Il Patriarca Hoyek ci insegna che la grandezza di una persona non si misura dal potere che possiede, ma dal bene che riesce a donare. La sua vita continua a ricordare al Libano e al mondo che una fede vissuta nella carità può trasformare la storia. La sua beatificazione è dunque un invito a non perdere la speranza: Dio continua ad agire nella storia attraverso uomini e donne che si donano con amore al servizio della Chiesa e dell’umanità”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita a ‘smascherare’ le ambiguità
“Con l’incontro odierno iniziamo a riflettere sulla Costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’, con cui il Concilio Vaticano II ha inteso approfondire un tema fondamentale, ossia il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo. San Giovanni XXIII, già nel Discorso inaugurale dell’11 ottobre 1962, aveva inteso dissentire dai ‘profeti di sventura’ che, ‘sebbene accesi di zelo per la religione… vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia’. Da qui il compito affidato ai Padri conciliari”: all’udienza generale, ritornata in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha inaugurato un ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale ‘Gaudium et spes’, esortando la comunità ecclesiale a non cedere alle sirene dei ‘profeti di sventura’ ed a farsi carico delle storture contemporanee.
Nella catechesi il papa ha ricordato il discorso inaugurale del Concilio Vaticano II, da cui è maturata la Costituzione sulla speranza: “Tre anni dopo, la promulgazione di ‘Gaudium et spes’ riconosceva in tale discernimento un elemento essenziale della natura della Chiesa, descrivendo come costitutiva la sua indole pastorale: da qui la definizione di ‘Costituzione pastorale’. Non si tratta di ingenuo ottimismo, ma di una rinnovata fedeltà al Mistero di Cristo che, incarnandosi, sceglie di condividere la nostra vita: Egli si è reso ‘in tutto simile ai fratelli’ e si è caricato delle conseguenze del peccato, morendo ‘in riscatto per tutti’.
Tale condivisione con l’umanità è la via che il Cristo chiede alla Chiesa; perciò, la Costituzione conciliare ‘Gaudium et spes’ si apre dichiarando che la Chiesa sente come proprie ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono’”.
Da ciò nasce una condivisione per quello che succede nel mondo: “E’ una condivisione che ci chiama a uscire da ogni passività e indifferenza dinanzi agli avvenimenti che accadono, alla storia e alla vita delle persone, soprattutto dinanzi al cambiamento rapido e profondo che oggi sperimentiamo. Non è possibile restare spettatori disinteressati, occorre invece ascoltare con il cuore, lasciarsi interpellare, farsi coinvolgere. Con Cristo e sorretti dalla forza del suo Spirito, i credenti sono chiamati a farsi carico delle difficoltà dei fratelli, soprattutto di coloro che sono schiacciati dall’ingiustizia, dalla discriminazione, dalla violenza”.
Con tale ‘prossimità’ è possibile dare una lettura diversa agli avvenimenti: “In tal senso, la prossimità verso l’umanità apre a una lettura più profonda degli avvenimenti e della stessa Rivelazione e, nella medesima prospettiva, ‘Gaudium et spes’ richiama il ‘dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo’. Questa Costituzione conciliare ha dunque richiamato la Chiesa a un permanente impegno di conversione, per testimoniare che essa non è mossa da ‘nessuna ambizione terrena’, ma ‘mira a questo solo: continuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito’”.
Ed ha sottolineato che su tale insegnamento papa Francesco, nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium, ha ricordato che per la Chiesa è necessaria l’opzione per i poveri: “Non si tratta, in effetti, di una disposizione semplicemente morale. Papa Francesco ci ha ricordato che per la Chiesa ‘l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica… Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro’”.
Compito del cristiano consiste nel ‘mascherare le contraddizioni’: “La condivisione cristiana impegna a farsi carico della realtà e anche a smascherare le contraddizioni che caratterizzano la vita personale e sociale del mondo contemporaneo: ad esempio, un progresso scientifico e tecnologico, che offre sempre nuove possibilità, ma solo ad alcuni e che non sempre l’essere umano riesce a porre ‘a suo servizio’; o una conoscenza più chiara delle ‘leggi della vita sociale’, accompagnata però da incertezze ‘sulla direzione da imprimervi»; o ancora, una maggiore disponibilità di «ricchezze, possibilità e potenza economica’, che purtroppo però, oggi come al tempo del Concilio, lascia ‘una grande parte degli abitanti del globo… ancora tormentata dalla fame e dalla miseria’; oppure, una consapevolezza condivisa che è in gioco il futuro del pianeta e nel contempo l’incapacità a rinunciare al consumo egoistico e all’illusione che la guerra sia una via efficace per costruire la pace”.
Questo è il compito della Chiesa: “In un tempo segnato da profondi mutamenti, da cui derivano preoccupanti squilibri, la Chiesa è chiamata a servire l’essere umano, ascoltando e accogliendo gli interrogativi più profondi del suo cuore e gli aneliti che lo abitano, indicando nel Cristo ‘la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana’.
Perciò, nella Chiesa, ad ogni livello, in ogni epoca ha da realizzarsi la kenosi misericordiosa del Cristo che ‘non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce’. Cari fratelli e sorelle, la gioia e la speranza (gaudium et spes) siano i tratti distintivi di una Chiesa che annuncia e testimonia il Vangelo, facendosi prossima alle donne e agli uomini del nostro tempo”.
(Foto: Santa Sede)
FIAGOP: torna il ‘settembre d’oro’ per sensibilizzare sul cancro pediatrico
Torna il Settembre d’Oro, la campagna internazionale di sensibilizzazione contro il cancro pediatrico e a supporto dei bambini e degli adolescenti affetti da tumore e delle loro famiglie. Questa iniziativa, promossa dalla rete mondiale Childhood Cancer International (CCI), anche quest’anno sarà svolta in Italia dalla Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica (FIAGOP), che ha scelto come tema ‘Accendi d’Oro, Accendi la Speranza 2026’. Secondo gli ultimi dati, ogni anno in Italia sono circa 2.500 i nuovi casi di tumori che colpiscono bambini e adolescenti, di cui circa l’80% può guarire grazie ai progressi della ricerca medica e alla qualità delle cure, mentre purtroppo per un 20% dei piccoli malati, cioè circa 500 bambini e adolescenti all’anno, ancora non esistono cure risolutive.
“Per questo motivo, la nostra Federazione è quotidianamente impegnata affinché questo tema assuma un ruolo prioritario nell’agenda politica e istituzionale”, afferma Sergio Aglietti, presidente di FIAGOP. “Attraverso il dialogo con Parlamento, Governo e tutti gli attori coinvolti, promuoviamo iniziative e proposte volte a rafforzare il sostegno alla ricerca pediatrica, nella convinzione che solo un investimento costante e strutturale possa garantire un futuro migliore ai bambini e agli adolescenti colpiti da tumore. Con il Settembre d’Oro vogliamo quindi accendere i riflettori su questa sfida, affinché la ricerca diventi una priorità condivisa e nessun bambino sia lasciato senza una concreta speranza di cura”.
La campagna ‘Accendi d’Oro, Accendi la Speranza 2026’ vedrà FIAGOP e le 33 associazioni aderenti in tutta Italia impegnate in particolare dal 21 al 28 settembre. Innanzitutto, in grandi città e anche in piccoli centri saranno illuminati di notte con luce dorata importanti monumenti, palazzi storici e luoghi simbolici, allo scopo di “accendere” l’attenzione del grande pubblico e degli stakeholder sui temi dell’oncoematologia pediatrica.
Tra i tanti luoghi che saranno illuminati quest’anno, sono già confermati a Roma il Colosseo, a Firenze la copia del David di Michelangelo in piazzale Michelangelo, a Genova la Fontana di piazza De Ferrari e a Bologna il Palazzo del Podestà. Sarà anche diffusa la traduzione in italiano degli “European Standards of Care for Children and Adolescents with Cancer”, gli standard europei di cura per i pazienti pediatrici oncologici stilati dalla Childhood Cancer International – Europe (CCI Europe) e dalla European Society for Paediatric Oncology (SIOP Europe).
Durante la campagna per il Settembre d’Oro, i volontari delle associazioni FIAGOP distribuiranno inoltre al pubblico il “Gold Ribbon”, il famoso nastrino dorato simbolo della lotta al cancro pediatrico. Inoltre, sarà lanciato il progetto ‘Ti voglio una sacca di bene’ per promuovere la donazione di sangue a favore dei giovani malati oncologici, in collaborazione con i principali centri trasfusionali pediatrici sul territorio italiano. Ulteriori informazioni sono disponibili su www.accendidoro.it e www.fiagop.it.
Papa Leone XIV ad Albano: l’odio porta alla morte
Ieri pomeriggio ad Albano, a conclusione della celebrazione eucaristica, papa Leone XIV ha presieduto la processione dell’immagine della Madonna del Lago, iniziata con una preghiera: “Ci facciamo pellegrini con Maria per portare con sollecitudine a tutti Cristo nostra unica speranza di salvezza. Come gli apostoli che hanno attraversato il lago insieme a Gesù, così attraversiamo il mare della nostra vita, con la certezza che il Signore sarà sempre con noi”.
Dopo aver percorso poche centinaia di metri il papa ha raggiunto la riva del lago di Albano e si è imbarcato dopo l’immagine della Vergine ed ha pregato la Madonna per la pace: “Alla tua materna intercessione affidiamo la Chiesa perché sia sempre fedele al Vangelo, coraggiosa nell’annuncio come nel servizio e perseverante nella carità.
Alla tua amorevole protezione affidiamo tutti i popoli della terra e incoraggia in tutti il desiderio della pace. Dove cresce l’odio insegnaci il perdono, dove prevale la paura ridona la speranza. Sostieni coloro che hanno responsabilità nella vita pubblica perché promuovono sempre la giustizia, la libertà, la dignità di ogni persona e il bene comune”.
Precedentemente nella celebrazione eucaristica ha sottolineato che le letture liturgiche ben si ‘armonizzano’ con questa festa: “Dio gli ha rivelato di averlo conosciuto e scelto fin dal seno materno, e di amare il suo popolo di amore eterno; gli ha parlato del suo piano di salvezza, e lui non può più tacere. Sente un impulso incontenibile di portare a tutti il suo messaggio… Ma l’amore lo spinge ad agire per il bene del suo popolo, senza compromessi, fino alla fine”.
Ciò è narrato anche nel Vangelo: “E’ ciò che ci insegna anche Gesù nel Vangelo. Da poco ha sfamato cinquemila uomini con cinque pani e due pesci, e poi altri quattromila, con sette pani e pochi pesciolini. Ora, al di là del successo riscosso con quei gesti, spiega ai discepoli il senso messianico di ciò che ha compiuto… Gesù spiega come, dopo i tanti miracoli compiuti, manifesterà definitivamente la sua gloria: sacrificando liberamente la sua vita ed offrendo sé stesso sulla croce come pane spezzato. E precisa che lo stesso dovrà fare chiunque voglia continuare la sua missione”.
In questo modo “Gesù rivela, così, che solo l’amore salva. L’amore che Dio ci ha mostrato facendosi uomo, morendo e risorgendo per noi e, in risposta, quello con cui anche noi ci offriamo umilmente a Lui e ai fratelli: nella costanza fedele della carità di ogni giorno come nei gesti più straordinari, fino al martirio, a volte, come accade purtroppo anche oggi a molti cristiani, in varie parti del mondo”.
Purtroppo non tutti riescono a comprendere questa rivelazione: “Purtroppo non tutti comprendono la bellezza, la bontà e la concretezza di questo sogno del Creatore, anzi molti pensano che sia un’utopia. Porgere l’altra guancia, dicono, è da perdenti, donare di fronte al rifiuto è da ingenui, perdonare senza limiti è da deboli. Non c’è da stupirsi. Perfino per Pietro è stato difficile accettare questo modo nuovo e diverso di ragionare. Ma Gesù rimane categorico: solo la via dell’amore è la via della vita”.
Ecco il motivo per cui il papa insiste sulla necessità di annullare la violenza: “Non illudiamoci. L’odio e la violenza non portano nulla di buono, ma solo distruzione e morte, sempre, anche quando sono risposta a ingiustizie subite. Lo vediamo ogni giorno, dal piccolo del nostro vissuto domestico alla grande scena del mondo”.
E chiede un cambiamento di mentalità: “Cari fratelli e sorelle, abbiamo tanto bisogno di vita, di speranza, di serenità, di pace, in noi stessi, nelle nostre città, tra i popoli e le nazioni. Per questo, qualunque sia la ferita, qualunque l’offesa, non permettiamo al male di sfigurare la nostra umanità e di corromperci nel cuore! Non conformiamoci alla mentalità del mondo. Continuiamo ad amare, a donare, a perdonare, offrendoci ‘come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio’, per preservare e far crescere, in noi e negli altri, la dignità infinita dell’immagine divina che portiamo nell’anima. E non scoraggiamoci se è difficile: la nostra forza è nel Signore, e con il suo aiuto tutto è possibile”.
E’ un invito a lasciarsi ‘trasformare’ da Dio: “Con questa fede, stasera, partecipiamo all’Eucaristia. Sull’Altare doniamo noi stessi, assieme al pane e al vino. E il Signore unisce le nostre offerte alla sua, le consacra e ce le ridona, trasformate nel suo Corpo e nel suo Sangue, perché le condividiamo, come nutrimento per il cammino…
Sono gesti semplici, con cui rinnoviamo la nostra fiducia in Dio e la nostra devozione filiale alla sua Santissima Madre. E sono tanto più evocativi in quanto resi possibili dalla premura con cui la piccola comunità che vive qui, custodisce per tutto l’anno questo luogo di pace, perché nei momenti solenni vi si possa riunire tutto il popolo di Dio, proprio come Maria, che ha accolto nel suo grembo e nella casa di Nazareth il Figlio di Dio fatto uomo, perché a tutti potesse giungere la sua salvezza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ‘sogna’ una Chiesa che diventa casa
“Il tema che ci riunisce è la riflessione, a partire della fede, sul problema delle droghe e sull’impatto che hanno sui nostri giovani. Le dipendenze sono un fenomeno complesso che mette in evidenza il fallimento di un mondo disumanizzato. La sofferenza dei giovani ci chiede risposte integrali: prevenzione comunitaria, assistenza scientifica, giustizia dal volto umano e accompagnamento pastorale prossimo. Il nostro contributo deve essere orientato alla cura, alla presenza e alla ricostruzione del tessuto comunitario”: nel discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Pontificia Commissione per l’America Latina sulle situazioni di dipendenza nel continente, papa Leone XIV ha richiamato la necessità di fornire risposte integrali al problema, quali una giustizia ‘dal volto umano’ ed un accompagnamento pastorale senza la pretesa di competere con neuroscienze, psichiatria o sanità pubblica.
Per questo ha chiesto di costruire quattro ‘ponti’: “Il primo ponte è tra la Chiesa e gli organismi internazionali, poiché nessuno può affrontare da solo il problema delle droghe. Pertanto, merita una menzione particolare la collaborazione in atto tra l’Organizzazione degli Stati Americani e il Consiglio Episcopale latinoamericano e dei Caraibi che coordinano attività di formazione per organizzazioni comunitarie d’ispirazione religiosa e creano reti di accompagnamento, e che hanno persino permesso al CELAM di presentare il Manuale della Pastorale Latinoamericana di Accompagnamento e Prevenzione delle Dipendenze”.
Un altro ‘ponte’ riguarda la scienza: “Il secondo ponte è tra la scienza e la fede. La Chiesa non interviene nella problematica delle droghe con la pretesa di competere con le neuroscienze, la psichiatria o la sanità pubblica, o di occuparne il posto; ma cerca di illuminarla, a partire dal Vangelo, con una comprensione integrale della persona umana”.
Ma occorre costruire anche ponti all’interno della Chiesa: “Il terzo ponte è all’interno della Chiesa che peregrina nei diversi continenti. In questi giorni sono giunte fin qui persone provenienti dall’America, dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa per condividere le loro sofferenze, le loro speranze e il loro entusiasmo pastorale”.
L’ultimo è quello ecumenico: “Il quarto ponte è ecumenico. La Chiesa cattolica e le altre comunità ecclesiali, nella pratica dell’amore concreto per quanti soffrono, trovano, a partire dalla fede, un linguaggio comune molto eloquente per accompagnare e integrare i giovani nei loro bisogni e nei loro sogni”.
Infine un pensiero sulla famiglia, definita dal Concilio Vaticano II come ‘chiesa domestica’: “Attualmente, siamo testimoni del dolore di molte famiglie distrutte, a causa del consumo di droghe, della violenza, del reclutamento criminale di un figlio, della povertà o della mancanza di opportunità che spingono ai margini del cammino. San Giovanni Paolo II ci ha chiesto di fare della Chiesa ‘la casa e la scuola della comunione’.
E papa Francesco ci ha ricordato che Gesù vuole che ‘tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri’. Qui è espresso il nucleo della missione che voi portate avanti: che la Chiesa sia una famiglia, includendo soprattutto le persone che soffrono”.
Ed ha concluso con un proprio desiderio, che consiste nella costruzione di una Chiesa che cura: “Infine, vorrei esprimere un desiderio: che la Chiesa sia la famiglia di tutte le persone che sono rimaste ai margini del cammino. Come il samaritano, che si fece prossimo dell’uomo caduto, non passiamo oltre; costruiamo una Chiesa che si ferma, si avvicina, si commuove, unge le ferite, nutre e diventa casa”.





























