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Papa Leone XIV: il Giovedì Santo è un invito al servizio

“Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo ‘avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine’: il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso”: nella Messa in Coena Domini, celebrata nella basilica di San Giovanni in Laterano, che apre il Triduo pasquale, papa Leone XIV pone al centro la lavanda dei piedi come momento per liberarlo dalle idolatrie.

In questo modo la lavanda dei piedi diventa l’azione del cristiano, che non può essere separata dall’Eucarestia: “Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. E’ un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa ‘ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi’.

Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza”.

Con questo gesto Gesù  sovverte il rapporto con il prossimo e con Dio: “Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto”.

E’ un gesto che invita ad imparare ad amare: “Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita”.

E’ un invito ad imparare da Gesù, secondo l’invito di papa Francesco: “Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: ‘Dovete lavare i piedi gli uni agli altri’… Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore”.

Solo se ci lascia servire da Gesù saremo capaci di ‘servire’ il prossimo: “Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi… Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna”.

Ed in questo giorno si manifesta la carità verso il popolo di Dio: “Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il ‘Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura’…

Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore”.

(Foto: Santa Sede)

I vescovi chiedono impegno per maggiore formazione cristiana

‘Astenersi da investimenti su imprese che trafficano armi o persone’: è stato uno dei consigli contenuti nell’aggiornamento delle ‘Linee guida’ della Cei in materia di investimenti etici e sostenibili, approvato dai vescovi italiani e di prossima pubblicazione, che ha spiegato mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, nella conferenza stampa di chiusura del Consiglio permanente.

Tra i criteri in negativo figurano la raccomandazione di non investire su ‘tutte quelle realtà che non sono particolarmente sensibili al tema della giustizia, o che trattano male gli operai’. Tra i criteri in positivo del documento figurano quelli di favorire aziende che ‘privilegiano un corretto rapporto con la natura, la giustizia lavorativa e ambientale, il rispetto della vita umana dall’embrione fino alla fine naturale, le migrazioni, il rifiuto della guerra’.

Altro testo approvato in questi giorni dai vescovi in materia economica, un documento sulla gestione dei fondi dell’8xmille, ‘che continua il lavoro intrapreso sulla trasparenza della rendicontazione e sulla serietà dell’informazione. il modo di gestire i beni temporali fa parte del discepolato, e anche il Sinodo della Chiesa universale aveva chiesto uno sforzo maggiore in questo senso’.

Inoltre ha espresso soddisfazione per l’afflusso al referendum: “La vivacità del dibattito, depurato dalle polarizzazioni eccessive, ha messo in evidenza un elemento importante… Il fatto, cioè, che su alcuni punti nodali si può accendere un dibattito vero e che la questione della giustizia è sentita con vivacità e alcuni punti di essa possono essere affrontati con un dialogo costruttivo… E’ giusto che su temi che riguardano il bene comune, rispetto ai quali ci può essere una diversità di posizioni, si possa discutere, per costruire una casa comune pur partendo da posizioni culturali diverse”.

Nel testo conclusivo i vescovi sottolineano l’urgenza di una Chiesa accogliente e missionaria: i vescovi hanno rinnovato la loro vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura. Hanno condiviso la preoccupazione per uno scenario internazionale in cui la guerra continua a presentarsi come strumento ordinario di risoluzione delle controversie, con conseguenze drammatiche per intere popolazioni e con ricadute a livello globale, tra cui la crisi energetica che rischia di pesare sulle famiglie e sulle persone più vulnerabili.

E’ stato ribadito con forza che non ci si può assuefare alla guerra né al linguaggio che la giustifica o la banalizza. E’ emersa, al contrario, la necessità di educare alla pace, di sostenere ogni sforzo diplomatico, di custodire il valore del diritto internazionale e di incentivare il ruolo dell’Europa perché faccia risuonare con maggiore decisione la propria vocazione alla pace, alla libertà, alla giustizia e alla tutela dei diritti. Nel ricordare il compito che le religioni devono avere nel promuovere la fraternità e la riconciliazione tra i popoli, i vescovi hanno rilanciato il messaggio della nota ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’, incoraggiando il dialogo oltre che una presa di coscienza sullo scandalo degli armamenti e del riarmo.

Quindi una comunità orientata alla missione: “E’ fondamentale creare comunità vere, capaci di accogliere chi cerca, accompagnare chi si riavvicina alla fede, sostenere i catecumeni, animare la celebrazione liturgica e rendere visibile una carità che non sia ridotta a semplice assistenza. A fronte di una sempre più evidente e diffusa fame di comunità, si registra tuttavia la fatica di trasformare i bisogni individuali in esperienza condivisa di fede, speranza e carità”.

Per questo hanno rilevato l’importanza di una creatività pastorale che rafforzi il tessuto comunitario, valorizzi la corresponsabilità battesimale e sostenga con maggiore cura il ministero ordinato. In tal senso hanno manifestato vicinanza e gratitudine ai sacerdoti chiamati a un carico pastorale notevole a causa delle odierne trasformazioni che coinvolgono anche il vissuto ecclesiale.

Uno sguardo particolare è stato rivolto alle giovani generazioni, spesso caratterizzate da inquietudine, precarietà e difficoltà a immaginare il futuro, ma bisognose e desiderose di parole credibili, di adulti autorevoli e di una presenza ecclesiale capace di accompagnare, orientare e offrire ragioni di speranza davanti alle prove del presente.

Infine ampio spazio è stato dedicato all’esame delle Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia e ad alcune determinazioni per la ricezione del Cammino sinodale, in vista della prossima Assemblea Generale. Nel confronto è emerso l’apprezzamento per un testo che si colloca in continuità con il Documento di sintesi del Cammino sinodale, senza sostituirlo né sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, ma offrendo alcune priorità condivise per il prossimo tratto di cammino.

A fare da filo conduttore al testo sono la consapevolezza che la fede non può essere più data per scontata e la conseguente percezione che la società non fa più normalmente riferimento al Vangelo. Per rispondere a tali sfide, tra le linee di azione vengono individuate un annuncio che faciliti il rapporto personale con la fede, la riconnessione dell’impegno caritativo-sociale con la fede professata, la ricerca di modelli di presenza della Chiesa sul territorio volta a rendere le comunità cristiane sempre più luoghi di autentica esperienza ecclesiale, la formazione permanente e l’iniziazione cristiana, la revisione di alcuni aspetti strutturali in ordine a una maggiore collegialità e a una missionarietà più concreta.

Papa Leone XIV: la Chiesa si fonda sugli Apostoli

“La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra. Questo Ordine sacro è permanentemente fondato sugli Apostoli, in quanto testimoni autorevoli della risurrezione di Gesù ed inviati dal Signore stesso in missione nel mondo.

Poiché gli Apostoli sono chiamati a custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro, essi trasmettono il loro ministero a uomini che, fino al ritorno di Cristo, continuano a santificare, guidare e istruire la Chiesa”: proseguendo la catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ nell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha esaminato la Chiesa sotto la sua forma gerarchica”.

Quindi ha approfondito il valore della ‘successione apostolica’: “Il Concilio insegna che la struttura gerarchica non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale, ma una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi.

Il fatto che questa tematica sia affrontata nel III capitolo, dopo che nei primi due si è contemplata l’essenza vera e propria della Chiesa, non implica che la costituzione gerarchica sia un elemento successivo rispetto al popolo di Dio: come nota il Decreto ‘Ad gentes’, ‘gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia’, in quanto comunità dei redenti dalla Pasqua di Cristo, stabilita come mezzo di salvezza per il mondo”.

E’ stato un invito a leggere il terzo capitolo dell’enciclica: “I Padri conciliari non vollero presentare gli elementi istituzionali della Chiesa, come potrebbe far intendere il sostantivo ‘costituzione’ se intesa in senso moderno. Il Documento si concentra invece sul ‘sacerdozio ministeriale o gerarchico’, che differisce ‘essenzialmente e non solo di grado’ dal sacerdozio comune dei fedeli, ricordando che questi sono ‘ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo’. Il Concilio tratta dunque del ministero che viene trasmesso a uomini investiti di sacra potestas per il servizio nella Chiesa: si sofferma in particolare sull’episcopato, quindi sul presbiterato e sul diaconato come gradi dell’unico sacramento dell’Ordine”.

E’ questo il valore della gerarchia con un richiamo al ‘buon pastore: “Con l’aggettivo ‘gerarchica’, pertanto, il Concilio vuole indicare l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, nonché i suoi rapporti interni. I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché intendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza”.

Tale appartenenza è fondamentale per la Chiesa: “La Lumen gentium ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.

Sono rapporti, che i fedeli sono chiamate a seguire, perché la Chiesa è nata dalla ‘carità di Cristo’: “I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza’.

La ‘Lumen gentium’ ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.

In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Programma per le relazioni tra cristiani e musulmani in Africa (Procmura): “A tale riguardo, il vostro costante dialogo con il Dicastero è un segnale positivo, esortando i cristiani, guidati dall’amore di Cristo, a promuovere la comunione e ad approfondire l’impegno per la collaborazione tra cristiani e musulmani per il bene comune. Attraverso questi sforzi, la pace, la giustizia e la speranza prospereranno sempre più nelle società africane e altrove.

Parimenti, confido che questi incontri diano frutto attraverso la condivisione di iniziative di base per promuovere l’amicizia sociale, il rafforzamento delle collaborazioni e il discernimento comune di quegli ambiti che richiedono un’azione urgente. In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dal conflitto, la vostra testimonianza comune mostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia nonostante le differenze culturali e religiose”.

(Foto: Santa Sede)

San Tommaso d’Aquino: l’attualità del rapporto tra fede e ragione

“Infatti la scienza di una cosa non è compatibile con l‘opinione, poiché la scienza esige che chi conosce veda che l‘oggetto conosciuto non può essere diversamente, mentre l‘opinione implica l‘accettazione di questa possibilità. Se invece si tiene una cosa per fede si deve affermare l‘impossibilità che essa sia diversamente, data la certezza della fede; tuttavia una stessa cosa non può essere sotto lo stesso aspetto oggetto di scienza e di fede, poiché ciò che è conosciuto per scienza è visto, mentre ciò che è creduto non è visto, come si è spiegato [nel corpo]”:così scriveva san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, sottolineando che la scienza non è un’opinione.

Ed ancora in un altro passo l’Aquinate ha sottolineato lo ‘stretto’ legame tra fede e ragione: “L’intelletto, più partecipa della luce della gloria, più perfettamente vede Dio. Ma partecipa di più della luce della gloria chi ha un grado superiore di carità, poiché là vi è maggiore carità dove vi è maggiore desiderio, quel desiderio che in qualche modo rende colui che desidera adatto e pronto a ricevere la cosa desiderata. Da cui deriva che colui che avrà avuto più carità, vedrà più perfettamente Dio”.

Partendo da tali sollecitazioni con il teologo domenicano p. Antonio Olmi riflettiamo su tale rapporto, chiedendogli di spiegare quale posto hanno fede e ragione in san Tommaso d’Aquino:

“Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la retta ragione guida alla fede, e che la fede purifica e illumina la ragione. ‘Ragione’ non intesa come ‘razionalità scientifica’, che opera solo attraverso evidenze concettuali e certezze dimostrabili, bensì come ‘ragionevolezza sapienziale’: che si fonda, al tempo stesso, sul ‘buon senso’ e sul ‘buon cuore’, facoltà comuni agli esseri umani di ogni tempo, ogni luogo e ogni cultura.

Tra tutti i pensatori cristiani, san Tommaso d’Aquino (‘il più santo tra i dotti, il più dotto dei santi’, come lo ha definito papa Pio XI nel 1923) è quello che più, e meglio, di ogni altro ha sottolineato il rapporto che lega la ragione naturale alla fede, mettendo in luce il rapporto di unità-distinzione-ordinamento tra le due: la fede e la ragione sono distinte, la fede è superiore alla ragione, ma ambedue sono unite per giungere alla conoscenza di Dio che ci è data dalla Rivelazione cristiana”.

Perché il ‘Doctor communis’ è una risorsa per la Chiesa?

“Il titolo di ‘Doctor communis’, cioè di ‘dottore universale’, è stato attribuito a san Tommaso d’Aquino nel corso dei secoli a causa dell’autorità e della diffusione del suo pensiero filosofico-teologico. ‘Universale’, proprio perché la comprensione profonda che egli ha avuto del rapporto tra ragione è fede è un contributo indispensabile per approfondire e per vivere ciò che la Chiesa cattolica (‘universale’, appunto) ci tramanda dell’insegnamento di Gesù Cristo. Tale contributo, nel mondo contemporaneo, è particolarmente significativo: in un momento in cui le istanze della ragione e della fede sembrano divergere, ai limiti dell’incompatibilità, l’insegnamento dell’Aquinate costituisce la risorsa più preziosa per un approccio al cristianesimo rispettoso delle caratteristiche e dei limiti dell’intelligenza umana”.

‘Canta, o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso che il Re delle nazioni,

frutto benedetto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo: questo è l’inizio di. ‘Pange, lingua tantum èrgo sacramentum’. Per quale motivo la lingua ‘canta un sì grande sacramento’?

“Canta, o mia lingua, un così grande sacramento (‘Pange, lingua, tantum ergo sacramentum’) è il titolo dell’inno eucaristico più noto della Chiesa cattolica. Papa Urbano IV, in occasione del miracolo di Bolsena del 1263, nel quale l’ostia aveva sanguinato al momento della consacrazione, l’anno seguente istituì la solennità del Corpus Domini, e diede a san Tommaso d’Aquino l’incarico di comporre un inno che ne esprimesse il significato.

Manifestando anche le sue doti poetiche, oltreché dottrinali, l’Aquinate in questi versi esprime il mistero eucaristico (‘Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne / e il vino nel suo sangue’), mettendolo in relazione con il piano salvifico della misericordia divina, con il mistero della nascita verginale, con la vita pubblica di Cristo, con il passaggio dall’Antica alla Nuova Legge”.

Allora, cosa significa per la Chiesa che l’Aquinate è co-patrono della missione educativa?

“Nominare san Tommaso d’Aquino co-patrono della missione educativa (insieme a san John Henry Newman) ha significato per la Chiesa cattolica riaffermare l’unione indissolubile tra fede e ragione, promuovendo un’educazione che sia intellettualmente rigorosa, profondamente umana e aperta alla verità. In questa prospettiva l’educazione diventa un atto di carità intellettuale, grazie al quale la conoscenza di Dio si riflette nell’amore per il prossimo; non solo come trasmissione di nozioni ma come un ‘compito d’amore’, che mira a far scoprire la propria vocazione alla santità, formando e sostenendo lo sviluppo dell’intera persona”.

Dopo 800 anni dalla nascita quale è la sua attualità?

“L’attualità perenne di san Tommaso d’Aquino consiste nell’aver fondato l’esercizio della ragione (inteso non solo come ricerca scientifica delle «cause seconde» delle cose ma come ricerca sapienziale delle ‘cause prime’) sulla valorizzazione e rigorizzazione di quella che san Giovanni Paolo II ha chiamato ‘filosofia implicita’: vale a dire, l’insieme di ‘certezze originarie dell’esperienza’ (le cose sono, il mondo è ordinato, l’io esiste, ed altre) e di ‘princìpi primi della conoscenza’ (causalità, finalità, identità, non contraddizione) che guidano la ragione naturale a giungere alla verità, cioè all’ ‘adeguazione dell’intelletto alla realtà’.

Solo questa adeguazione permette al pensiero di ‘funzionare’ correttamente, e quindi di esercitarsi come «retta ragione» che conduce dal mondo a Dio, e che permette di accogliere e di interpretare correttamente la Rivelazione di Dio all’uomo”.

Il papa in udienza generale ha chiesto ai giovani di seguire l’esempio di san Tommaso d’Aquino: in quale modo si possono trasmettere ai giovani i ‘frutti della contemplazione’?

Papa Leone XIV, nell’esortare i giovani a radicare la propria vita nel ‘cuore di Gesù’, fonte di sapienza e di santità, si è richiamato proprio all’esempio di san Tommaso. Radicarsi nell’amicizia con Gesù, pregare per e con gli altri, vivere un Vangelo concreto, ‘camminare insieme’ con il prossimo, educarsi all’amore fedele: tutti questi elementi costitutivi di un percorso di santità che inizi nell’età giovanile e prosegua con frutto nell’età matura sono possibili solo ‘obbedendo alla realtà’.

Solo insegnando ai giovani come esercitare la ‘retta ragione’, che accetta le cose per quello che sono e ne riconosce le perfezioni come partecipi della Perfezione suprema, è possibile insegnare loro a vivere un autentico atteggiamento contemplativo, in senso propriamente cristiano: che non solo è attratto dalla verità ma è mosso dalla carità della verità”.

Quindi un mistico per il tempo contemporaneo?

“Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la ‘carità della verità’ con cui egli si è santificato, ed ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, od influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: giustizia ricerca della verità nella carità

Apertura anno giudiziario

“Il vostro lavoro, discreto e silenzioso, contribuisce in modo significativo al corretto funzionamento dell’assetto istituzionale dello Stato e, più profondamente, alla credibilità dell’ordinamento giuridico che lo regge. La giustizia autentica, tuttavia, non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione”: aprendo l’Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, papa Leone XIV ha sottolineato che l’amministrazione della giustizia contribuisce anche alla tutela del valore dell’unità, ‘elemento essenziale della vita ecclesiale’.

Nel ringraziamento del lavoro svolto il papa ha sottolineato il rapporto tra giustizia ed unità: “In questo nostro primo incontro desidero pertanto condividere con voi alcune riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’amministrazione della giustizia e il valore dell’unità. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria.

A questo proposito, Sant’Agostino ricordava che l’ordine della società nasce dall’ordine dell’amore, affermando che ‘ordinata dilectio est iustitia’. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento”.

Dall’ordine dell’amore nasce la giustizia: “Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico, infatti, non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità”.

Questa prospettiva è stata approfondita da san Tommaso d’Aquino: “La riflessione teologica e giuridica della tradizione cristiana ha approfondito ulteriormente questa prospettiva. In particolare, San Tommaso, basandosi sul diritto romano, definisce la giustizia come ‘constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi’, vale a dire la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Con questa definizione il Dottore Angelico mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune”.

Infatti la giustizia è indirizzata al bene comune: “Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità. La sapienza teologica ha espresso tale relazione con l’affermazione secondo cui ‘caritas perfecta, perfecta iustitia est’. perché nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona”.

Solo se è equa la giustizia si apre alla carità: “La giustizia, così concepita, è la virtù cardinale che ci chiama ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’. In questo riconoscimento si apre la via alla carità, perché soltanto quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.

La restaurazione della giustizia diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e il principio di unità nella Chiesa. In questa prospettiva si comprende anche come l’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento”.

In questo senso la giustizia, quando pratica la carità, è segno di unità: Per questa ragione la giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata”.

In modo particolare nello Stato del Vaticano la giustizia ha un significato particolare: “L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni. L’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi non rappresentano soltanto strumenti tecnici del procedimento giudiziario. Essi costituiscono le condizioni attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquista particolare autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale”.

In questo senso la giustizia è un ministero a favore del popolo di Dio: “La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa”.

Ecco il motivo per cui la giustizia diventa un ‘fattore di stabilità’: “Quando la giustizia è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità. Continuate dunque a svolgere questo servizio con integrità, prudenza e spirito evangelico.

La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV alle Misericordie d’Italia: siate messaggeri di speranza

“Sono contento di incontrare tutti voi, così numerosi, provenienti da varie parti d’Italia. Saluto Sua Eccellenza Mons. Franco Agostinelli, Correttore generale, gli altri Vescovi presenti, il Dottor Domenico Giani, Presidente nazionale della Confederazione, i Correttori e i rappresentanti delle varie sedi in Italia e all’estero”:  con queste parole oggi papa Francesco ha accolto in udienza 200 volontari delle Misericordie d’Italia, la cui storia ‘affonda le sue radici nell’età medievale’ attraverso la spiritualità, la carità e l’attenzione ai bisogni di oggi.

Infatti per concretizzare la carità attenta ai bisogni occorre essere permeati dalla spiritualità: “Fin dai suoi primordi, la vostra realtà associativa ha attinto forza e ispirazione primariamente dalla vita di fede e dalla pratica sacramentale dei suoi membri. Così è stato quando, nella Firenze del XIII secolo, in un clima di guerre e di lotte intestine alle stesse comunità civili ed ecclesiali, grazie all’opera di figure luminose come san Pietro Martire e Piero di Luca Borsi, alcuni fedeli laici decisero di intraprendere un cammino diverso, di devozione e di servizio. Il loro esempio, forse proprio per la sua genuina semplicità, rapidamente contagiò molti, nella Penisola prima e poi anche in altri Paesi, fino a giungere in Portogallo e di là nelle Americhe”.

Ciò comporta un impegno alla formazione cristiana: “Il seme da cui è germogliato e cresciuto il grande albero di cui fate parte è dunque di natura sacramentale, si fonda sul Battesimo, e quindi morale e ascetica. Questo implica per voi il compito, affinché la pianta continui a crescere, di coltivare prima di tutto con grande impegno la formazione cristiana degli associati, attraverso la preghiera, la catechesi, la fedeltà ai Sacramenti (specialmente alla Messa domenicale, alla Confessione), la coerenza morale delle scelte e degli stili di vita, secondo i valori del Vangelo e della tradizione associativa testimoniata dai vostri Statuti”.

Ed ha ripreso un discorso di papa san Giovanni Paolo II, fatto alla loro confederazione nel 1986, sulla misericordia di Dio: “In quest’ottica è significativa l’introduzione tra voi della figura dei Custodi di Misericordia, laici che animano i laici; come pure il nome di ‘correttori’, con cui designate gli Assistenti spirituali, visti non come guide esterne alla comunità, ma come ‘con-rettori’, aiutanti, facilitatori e compagni di viaggio, il cui ministero è esercitato e accolto in un clima di corresponsabilità, di appartenenza affettiva, di comunione, nel quale tutti sono protagonisti di un comune sforzo di crescita nella perfezione cristiana”.

Quindi essere ‘correttori’ significa esercitare la carità: “La vostra storia testimonia che un’autentica vita di fede non può ridursi a uno spiritualismo disincarnato, ma sfocia necessariamente nella sensibilità ai bisogni degli altri e nel servizio generoso, senza risparmio. Penso a tanti vostri confratelli e consorelle, che hanno pagato di persona, anche a caro prezzo, la fedeltà al compito loro assegnato: ad essi vanno il nostro grande grazie e la nostra preghiera”.

La carità è un esercizio di un cammino insieme a qualcuno che non si conclude con una semplice azione; “Dove c’è bisogno, le Misericordie sono presenti, nelle situazioni straordinarie di emergenza, nei territori di guerra, come nei mille servizi nascosti di solidarietà quotidiana, ‘a testimoniare (lo disse papa Francesco) il Vangelo della carità tra i malati, gli anziani, i disabili, i minori, gli immigrati e i poveri’”.

E lo attuano in molti modi: “Attraverso le Case del Noi, gli Empori solidali, i Banchi alimentari, l’assistenza domiciliare, i servizi di ascolto e accompagnamento, voi stabilite con le persone relazioni di fiducia e percorsi di reintegrazione sociale, che si collocano ben oltre la semplice erogazione di servizi, pur qualificati. Non vi limitate a ‘fare per’, ma vi impegnate a ‘camminare con’, riconoscendo negli altri dei fratelli e delle sorelle, ciascuno con la sua dignità e la sua storia, da incontrare nella gratitudine per il dono reciproco e con cui andare insieme sulla via della santità”.

Tali caratteristiche si concretizzano nell’attenzione ai bisogni quotidiani delle persone: “Infatti, grazie a una solida base spirituale e comunitaria e allo zelo per il bene del prossimo, le Misericordie sono da secoli testimoni di capacità di adattamento e di aggiornamento, mostrando che fare ‘insieme’ e fare ‘per amore’ aiuta anche ad agire in modo libero e creativo.

Ne sono segno le tante e diversificate attività da voi abbracciate in centinaia di anni, a seconda dei bisogni del prossimo; come pure la presenza, in questa sala, oltre ai confratelli e alle consorelle, anche dei fratres, nati in tempi recenti per promuovere la cultura del dono attraverso la donazione del sangue, degli organi e dei tessuti; e anche della ‘Piccola misericordia’, in cui si impara a vivere la carità subito, da bambini”.

Congedandoli un ringraziamento ed un incoraggiamento ad essere messaggeri di speranza: “Carissimi, carissime, vi incoraggio a continuare nel vostro impegno, come comunità nella quale si vive intensamente la fede e si pratica la carità. Mirate a crescere nello spirito e a servire con gioia e semplicità, estranei ad ogni logica di potere, votati alla lode di Dio e al bene di quanti il Signore pone sul vostro cammino. Siate sempre messaggeri di speranza, di carità e di pace, come simboleggia l’Icona Giubilare che, con un lungo cammino, ha visitato tante comunità e che ora è consegnata ai fratelli e alle sorelle dell’Ucraina”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: tenere lo sguardo sui beni futuri

“Cari fratelli e sorelle, oggi, Festa della Presentazione del Signore, il Vangelo ci parla di Gesù che, nel Tempio, è riconosciuto e annunciato come il Messia da Simeone e Anna. Ci presenta l’incontro tra due movimenti d’amore: quello di Dio che viene a salvare l’uomo e quello dell’uomo che attende con fede vigile la sua venuta”: nella Messa per la XXX Giornata della vita consacrata celebrata, nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha spiegato che la vita religiosa invita a seguire l’esempio di fondatori e fondatrici di congregazioni e famiglie religiose che hanno testimoniato Cristo anche fra ‘degrado’ ed ‘abbandono’.

Dopo aver benedetto le candele il papa ha sottolineato l’azione di Dio: “Da parte di Dio, l’essere Gesù presentato come figlio di una famiglia di poveri nel grande scenario gerosolimitano, ci mostra come Egli si offra a noi nel pieno rispetto della nostra libertà e nella piena condivisione della nostra povertà. Nel suo agire non c’è infatti nulla di costringente, ma solo la potenza disarmante della sua disarmata gratuità”.

Dio che si manifesta nell’attesa: “Da parte dell’uomo, di contro, nei due vegliardi, Simeone e Anna, l’attesa del popolo d’Israele è rappresentata al suo zenit, come apice di una lunga storia di salvezza, che si snoda dal giardino dell’Eden ai cortili del Tempio; una storia segnata da luci e ombre, cadute e riprese, ma sempre percorsa da un unico vitale desiderio: ristabilire la piena comunione della creatura con il suo Creatore. Così, a pochi passi dal ‘Santo dei Santi’, la Fonte della luce si offre come lampada al mondo e l’Infinito si dona al finito, in un modo così umile da passare quasi inosservato”.

Riprendendo la sollecitudine di papa Francesco a ‘svegliare il mondo’ il papa ha sollecitato ad essere profeti: “Carissimi, carissime, la Chiesa vi chiede di essere profeti: messaggeri e messaggere che annunciano la presenza del Signore e ne preparano la via. Per usare le espressioni di Malachia, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, essa vi invita a farvi, nel vostro generoso ‘svuotarvi’ per il Signore, bracieri per il fuoco del Fonditore e vasi per la lisciva del Lavandaio, affinché Cristo, unico ed eterno Angelo dell’Alleanza, presente anche oggi tra gli uomini, possa fonderne e purificarne i cuori con il suo amore, con la sua grazia e con la sua misericordia. E questo siete chiamati a fare prima di tutto attraverso il sacrificio della vostra esistenza, radicati nella preghiera e pronti a consumarvi nella carità”.

Ed ecco l’esempio dei fondatori: “I vostri fondatori e le vostre fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato modelli meravigliosi di come vivere fattivamente questo mandato. In continua tensione fra terra e Cielo, essi con fede e coraggio si sono lasciati trasportare, partendo dalla Mensa Eucaristica, chi al silenzio dei chiostri, chi alle sfide dell’apostolato, chi all’insegnamento nelle scuole, chi alla miseria delle strade, chi alle fatiche della missione”.

Tale missione si realizza davanti al Tabernacolo: “E con la stessa fede sono tornati, ogni volta, umilmente e sapientemente, ai piedi della Croce e davanti al Tabernacolo, per offrire tutto e ritrovare in Dio la sorgente e la meta di ogni loro azione. Con la forza della grazia si sono lanciati anche in imprese rischiose, facendosi presenza orante in ambienti ostili e indifferenti, mano generosa e spalla amica in contesti di degrado e di abbandono, testimonianza di pace e di riconciliazione in mezzo a scenari di guerra e di odio, pronti anche a subire le conseguenze di un agire controcorrente che li ha resi in Cristo ‘segno di contraddizione’, a volte fino al martirio”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI papa Leone XIV sollecita alla carità: ““Anche oggi, infatti, con la professione dei consigli evangelici e con i molteplici servizi di carità che offrite, voi siete chiamati a testimoniare, in una società dove fede e vita sembrano sempre più allontanarsi l’una dall’altra, in nome di una concezione falsa e riduttiva della persona, che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli. A testimoniare che il giovane, l’anziano, il povero, il malato, il carcerato, hanno prima di tutto il loro posto sacro sul suo Altare e nel suo Cuore, e che al tempo stesso ciascuno di loro è un santuario inviolabile della sua presenza, davanti al quale piegare le ginocchia per incontrarlo, adorarlo e glorificarlo”.

Infine riprendendo il Cantico di Simeone il papa ha sottolineato che la vita religiosa non è aliena dalla realtà: “La vita religiosa, infatti, col suo distacco sereno da tutto ciò che passa, insegna l’inseparabilità tra la cura più autentica per le realtà terrene e la speranza amorosa in quelle eterne, scelte già in questa vita come fine ultimo ed esclusivo, capace di illuminare tutto il resto. Simeone ha visto in Gesù la salvezza ed è libero davanti alla vita e alla morte. ‘Uomo giusto e pio’, assieme ad Anna, che ‘non si allontanava mai dal Tempio’, tiene fisso lo sguardo sui beni futuri”.

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Papa Leone XIV alla Rota Romana: nei giudizi cercare equilibrio tra verità e carità

“In questo nostro primo incontro vorrei anzitutto esprimere il mio apprezzamento per il vostro lavoro, che è un servizio prezioso alla funzione giudiziaria universale che compete al Papa e di cui il Signore vi ha chiamato ad essere partecipi. ‘Veritatem facientes in caritate’: ecco un’espressione che può essere applicata alla vostra missione quotidiana nell’amministrazione della giustizia”: con questa citazione papa Leone XIV ha ricevuto i prelati del Tribunale della Rota Romana per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, chiedendo di orientare l’attività giudiziale secondo i criteri di verità e carità.

Perciò ha ripreso questo importante punto già affrontato dai papi precedente, che riguarda l’esercizio della giustizia secondo la verità: “Si tratta del rapporto della vostra attività con la verità che è insita nella giustizia. In questa occasione intendo proporvi alcune riflessioni sullo stretto nesso che intercorre tra la verità della giustizia e la virtù della carità. Non si tratta di due principi contrapposti, né di valori da bilanciare secondo criteri puramente pragmatici, ma di due dimensioni intrinsecamente unite, che trovano la loro armonia più profonda nel mistero stesso di Dio, che è Amore e Verità”.

Per questo il papa ha evidenziato il rischio di relativizzazione: “Tale correlazione postula una costante e accurata esegesi critica, poiché, nell’esercizio dell’attività giurisdizionale, emerge non di rado una tensione dialettica tra le istanze della verità oggettiva e le premure della carità. Si ravvisa, talvolta, il rischio che un’eccessiva immedesimazione nelle vicissitudini, spesso travagliate, dei fedeli possa condurre a una pericolosa relativizzazione della verità.

Infatti, una malintesa compassione, pur apparentemente mossa da zelo pastorale, rischia di offuscare la necessaria dimensione di accertamento della verità propria dell’ufficio giudiziale. Ciò può accadere, oltre che nell’ambito delle cause di nullità matrimoniale, ove potrebbe indurre a deliberazioni di sapore pastorale prive di un solido fondamento oggettivo, anche in qualunque tipo di procedimento, inficiandone il rigore e l’equità”.

Di contro può accadere che si eserciti anche una giustizia troppo rigida: “D’altro lato, può a volte darsi un’affermazione fredda e distaccata della verità che non tiene conto di tutto ciò che esige l’amore alle persone, omettendo quelle sollecitudini dettate dal rispetto e dalla misericordia, che devono essere presenti in tutte le fasi di un processo”.

Quindi nell’orientarsi occorre tener conto delle parole dell’apostolo Paolo per un’azione secondo verità: “Veritatem facientes in caritate: non si tratta solo di adeguarsi a una verità speculativa ma di ‘fare la verità’, cioè una verità che deve illuminare tutto l’agire. E ciò deve essere compiuto ‘nella carità’, che è il grande motore che porta a fare giustizia vera…

Il vostro agire, pertanto, sia mosso sempre da quel vero amore al prossimo che cerca al di sopra di tutto la sua salvezza eterna in Cristo e nella Chiesa, che comporta l’adesione alla verità del Vangelo. Troviamo dunque l’orizzonte in cui va collocata tutta l’attività giuridica ecclesiale: la salus animarum quale suprema legge nella Chiesa. In questo modo, il vostro servizio alla verità della giustizia è un contributo d’amore alla salvezza delle anime”.

Alla luce di ciò l’azione deve essere impostata per adempiere ad una giusta sentenza: “Anzitutto, l’agire dei vari protagonisti del processo deve essere interamente improntato dal desiderio fattivo di contribuire a far luce sulla sentenza giusta cui pervenire, con una rigorosa onestà intellettuale, una competenza tecnica e una coscienza retta…

Lo scopo che accomuna tutti gli operatori nei processi, ciascuno nella fedeltà al proprio ruolo, è la ricerca della verità, che non si riduce all’adempimento professionale, ma è da intendersi come espressione diretta della responsabilità morale. A ciò muove in primo luogo la carità, sapendo però andare oltre le esigenze della sola giustizia, per servire nella misura del possibile il bene integrale delle persone, senza stravolgere la propria funzione ma esercitandola con pieno senso ecclesiale”.

Ecco lo scopo per cui è necessario trovare la verità nella carità: “Il servizio alla verità nella carità deve risplendere in tutto l’operato dei tribunali ecclesiastici. Ciò deve poter essere apprezzato da tutta la comunità ecclesiale e specialmente dai fedeli coinvolti: da coloro che chiedono il giudizio sulla loro unione matrimoniale, da chi è accusato di aver commesso un delitto canonico, da chi si considera vittima di una grave ingiustizia, da chi rivendica un diritto. I processi canonici devono ispirare quella fiducia che proviene dalla serietà professionale, dal lavoro intenso e premuroso, dalla dedizione convinta a ciò che può e deve essere percepito come una vera vocazione professionale”.

Per questo è necessaria la tempestività nei processi: “I fedeli e l’intera comunità ecclesiale hanno diritto a un retto e tempestivo esercizio delle funzioni processuali, perché è un cammino che incide sulle coscienze e sulle vite… In questo senso, uno stile ispirato alla deontologia deve permeare anche il lavoro degli avvocati quando essi assistono i fedeli nella difesa dei loro diritti, tutelando gli interessi di parte senza mai oltrepassare quanto in coscienza si ritiene giusto e conforme alla legge.

I promotori di giustizia e i difensori del vincolo sono cardini nell’amministrazione della giustizia, chiamati per la loro missione a tutelare il bene pubblico. Un approccio meramente burocratico in un ruolo di tale importanza recherebbe un pregiudizio evidente alla ricerca della verità”.

Per il papa il processo è un discernimento: “Il processo non è di per sé una tensione tra interessi contrastanti, come a volte viene frainteso, ma è lo strumento indispensabile per discernere la verità e la giustizia nel caso. Il contradittorio nel processo giudiziale, di conseguenza, è un metodo dialogico per l’accertamento del vero. La concretezza del caso, infatti, richiede sempre che siano appurati i fatti e confrontate le ragioni e le prove a favore delle varie posizioni, sulla base delle presunzioni di validità del matrimonio e di innocenza dell’indagato, fino a prova contraria.

L’esperienza giuridica maturata testimonia il ruolo imprescindibile del contraddittorio e l’importanza decisiva della fase istruttoria. Il giudice, mantenendo l’indipendenza e l’imparzialità, dovrà dirimere la controversia secondo gli elementi e gli argomenti emersi nel processo”.

E’ un invito a non abbandonare lo studio per una missione esigente: “Si rivela quindi fondamentale che si continui a studiare e applicare il diritto matrimoniale canonico con serietà scientifica e fedeltà al Magistero. Questa scienza è indispensabile per risolvere le cause seguendo i criteri stabiliti dalla legge e dalla giurisprudenza della Rota Romana, i quali, nella maggioranza dei casi, non fanno altro che dichiarare le esigenze del diritto naturale.

Cari amici, la vostra missione è alta ed esigente. Siete chiamati a custodire la verità con rigore ma senza rigidità e a esercitare la carità senza omissione. In questo equilibrio, che è in realtà una profonda unità, si deve manifestare la vera sapienza giuridica cristiana”.

Prima dell’incontro con il papa mons. Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, nell’omelia della messa per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana aveva invitato i prelati uditori, gli officiali e i collaboratori del Tribunale a non far mancare mai ‘carità e prudenza’ nel loro servizio, che li porta spesso ad esprimersi ‘su situazioni personali, matrimoniali e canoniche anche molto dolorose’.

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Seconda domenica del Tempo Ordinario: Gesù ‘luce delle Nazioni’

Siamo nel tempo ‘Ordinario’ dell’anno liturgico: sono 43 settimane durante le quali la Liturgia catechizza il popolo di Dio per prepararlo ad incontrare il Signore, il Salvatore che si presenta come ‘luce delle nazioni’. Nel Vangelo Giovanni nell’incontrarsi con Gesù lo addita: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo’. Giovanni chiama Gesù ‘l’Agnello che toglie i peccati’ e chiarisce al popolo che Egli (Giovanni) non conosceva Gesù, ma in una ispirazione divina aveva saputo che l’uomo, che egli aveva battezzato e sul quale si era posato lo Spirito Santo, quello era il Messia atteso.

Giovanni testimonia apertamente di avere visto lo Spirito Santo scendere sotto forma di colomba e posarsi su di Lui. Giovanni chiama Gesù: ‘l’Agnello’; il popolo ebreo conosceva due tipi di agnelli: a) quello che il popolo ebreo aveva immolato quando si trovò schiavo in Egitto e Dio liberò il suo popolo per mezzo di Mosè che ordinò di uccidere un agnello, segnare con il sangue gli stipiti delle loro porte perché l’angelo della morte colpisse solo le case degli egiziani; b)l’agnello metaforico di cui aveva parlato il profeta Isaia: l’agnello che toglie i peccati con la sua morte, l’agnello che rappresenta Cristo Gesù che muore per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte. 

Giovanni non solo riconosce Gesù, che egli aveva battezzato nel fiume Giordano, ma vede in Gesù proprio l’agnello di cui aveva parlato il profeta: Gesù non è solo Gesù di Nazareth che si confonde tra la folla per essere battezzato, ma è il vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed evoca quanto avverrà nel sacrificio pasquale. Dio ama il suo popolo e non dimentica l’uomo creato a sua immagine e somiglianza; se Giovanni Battista non lo avesse indicato presente ed additato, nessuno si sarebbe accorto di Lui.

Il dramma dell’uomo di oggi, in questo momento storico, è il non riconoscere il passaggio dell’Agnello. Gesù salva veramente i peccatori ma bisogna riconoscersi tale, sentirsi peccatori per fruire della sua misericordia; egli infatti non è venuto per i giusti o per coloro che pretendono di essere giusti ma per coloro che prendono coscienza dei loro peccati e vogliono ravvedersi, convertirsi. E’ necessario avere il coraggio e l’umiltà del figlio prodigo e dire: mi alzerò e tornerò da mio padre: ‘Ho peccato contro il cielo e contro di te’; per costoro Gesù è l’Agnello che toglie i peccati.

Non è certamente da imitare Caino che uccide il fratello Abele e fugge mentre Dio lo incalza: Caino, dov’è tuo fratello Abele? né Adamo che fugge davanti a Dio che lo chiama: Adamo, dove sei?  La vera schiavitù per l’uomo è il peccato, che ci tiene legati al male e ci fa vedere Dio come un rivale che castiga; Dio è amore ed ha mandato il suo Figlio, nato dalla Vergine, per salvare l’uomo nel rispetto della libertà di ciascuno. Va all’ inferno solo chi vuole andare; da parte di Dio non manca mai il suo abbraccio paterno. Vedi il buon ladrone sulla croce che per un atto di amore ascolta le parole di Gesù: oggi sarai con me in paradiso.

Nel Vangelo Giovanni, l’ultimo ed il più grande dei profeti, presenta Gesù al mondo: ‘Ecco l’agnello che toglie i peccati del mondo’ e su Gesù scende e si posa lo Spirito Santo mentre il Padre lo addita: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo’! Il peccato più grave oggi è rifiutare l’uomo, Gesù di Nazareth, come il Messia, vero uomo e vero Dio, il vero ed unico salvatore. Egli è colui che battezza con lo spirito santo, lo Spirito che porta nel mondo l’amore di dio e fa degli uomini dei veri figli di Dio; santi per vocazione, grazie a Cristo Gesù, l’Agnello che toglie i peccati del mondo.

Da qui la missione di Cristo è la vocazione di ogni cristiano, è la vocazione della Chiesa inviata da Cristo: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: fate del mondo la grande famiglia di Dio’. Tutti i fedeli, di qualsiasi parte del mondo sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità. Tale santità non è un fatto meramente intimo e personale ma deve riflettersi nella vita sociale. Compito primario del popolo di Dio è collaborare con l’opera di Cristo per eliminare il peccato dal mondo. Questa è una missione religiosa e non politica, sociale o economica.

Da questa missione scaturisce la morale cristiana e il compito della Chiesa ad essere ‘Luce del mondo e sale della terra’. Non si accende una luce per nasconderla sotto il tavolo ma deve illuminare l’ambiente e riscaldare i cuori. Da qui la necessità per il cristiano di mettersi alla sequela di Cristo e chiedersi: sono vera luce?, sono capace di illuminare quanti avvicino? Invochiamo la Santissima Vergine, Madre di Cristo e della Chiesa perché ci aiuti, ci sostenga, non venga mai meno   il suo aiuto materno per essere testimoni credibili del Vangelo di Cristo Gesù.             

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