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Papa Leone XIV ai giovani africani: guardate al futuro

“Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi! Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede”: nel penultimo incontro pubblico in Africa, sotto la pioggia papa Leone XIV ha ascoltato le testimonianze dei giovani nello stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale ‘che cresce nella libertà’.

Dopo aver ascoltato le testimonianze dei giovani il papa ha ripreso il motto del viaggio apostolico nel Paese africano: “E’ un richiamo al motto di questo viaggio (‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’). Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita”.

Quindi ha invitato i giovani a non far tramontare le tradizioni, ma con uno sguardo al futuro:”Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.

Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani (un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale) che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!”

Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici… Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.

Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro”.

Infine ha invitato tutti a lasciarsi incantare dalla bellezza: “Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso”.

E  la carità trasforma il mondo, come affermava sempre papa Francesco: “La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato. Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza”.

Prima di questo incontro il papa ha visitato il carcere che ospita uomini e donne che scontano una pena o sono in stato di custodia cautelare: “Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito”.

Il discorso del papa è stato un invito alla riconciliazione: “Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. E’ un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia”.

Quindi il carcere può diventare ujn luogo di cambiamento: “Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo (come è stato detto) può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”.

Li ha incoraggiati a non disperare: “Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri”.

Infine ha ringraziato coloro che svolgono il loro lavoro nel penitenziario: “Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.

Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a promuovere una memoria ‘riconciliata’

“E’ una grande gioia per me incontrarvi. Grazie della vostra accoglienza! E prima di tutto esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che hanno servito e servono il Vangelo in Angola: grazie per l’opera di evangelizzazione compiuta in questo Paese, per la speranza di Cristo seminata nel cuore del popolo, per la carità verso i più poveri. Grazie perché continuate con perseveranza a contribuire al progresso di questa Nazione sulle solide fondamenta della riconciliazione e della pace. Un saluto speciale ai miei fratelli Vescovi, che presiedono all’annuncio della fede e al servizio della carità. Grazie, Mons. José Manuel, Arcivescovo di Saurimo, per le parole che mi ha rivolto a nome della Conferenza Episcopale”: . nell’incontro dell’ultimo giorno in Angola papa Leone XIV ha incontrato i vescovi, clero, religiosi ed operatori pastorali, evidenziando il coraggio della Chiesa angolana nel ‘denunciare il flagello della guerra’.

Ha ‘elogiato’ la vitalità della Chiesa angolana: “E se spetta a me, a nome della Chiesa universale, riconoscere in questo momento la vitalità cristiana che pulsa nelle vostre comunità, spetta al Signore darvi la ricompensa. Egli non viene meno alle sue promesse!..

Carissimi, il Signore conosce la generosità con cui avete abbracciato la vostra vocazione e non è indifferente a tutto ciò che, per amore suo, fate per nutrire il vostro popolo con la verità del Vangelo. Vale quindi la pena aprire interamente il cuore a Cristo! Potrebbe forse sorgere la tentazione di pensare che Egli venga a togliervi qualcosa, la tentazione di esitare a lasciargli prendere le redini della vostra vita”.

Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI il papa ha fatto l’invito a non avere paura: “Non abbiate paura di dire ‘sì’ a Cristo, di modellare completamente la vostra vita sulla sua! Non abbiate paura del domani: voi appartenete totalmente al Signore. Vale la pena seguirlo nell’obbedienza, nella povertà, nella castità. Egli non toglie nulla! L’unica cosa che toglie a noi e prende su di sé è il peccato. Sì, da Lui ricevete tutto: questa terra e la famiglia in cui siete nati; il Battesimo, che vi ha inseriti nella grande famiglia della Chiesa”.

E’ stato un invito ad essere missionari: “Cari fratelli e sorelle, il Signore vi dona la gioia di essere suoi discepoli-missionari, la forza per vincere le insidie del maligno, la speranza della vita eterna. Tutto questo è vostro, tutto questo è dono. Dono che nobilita e rende grandi, che impegna e responsabilizza. E il dono più grande è lo Spirito Santo che, riversato nei vostri cuori nel Battesimo, in vista della missione vi ha conformati in modo speciale a Cristo, il quale vi ha inviati affinché, a partire dal Vangelo, edifichiate una società angolana libera, riconciliata, bella e grande. In questa missione, quanto è importante il ministero dei catechisti! Proprio in Africa è un’espressione fondamentale della vita della Chiesa, che può essere di ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”.

Riprendendo l’insegnamento di san Paolo il papa ha ricordato di essere ‘sale’: “A cinquant’anni dall’indipendenza del vostro Paese, queste parole dell’Apostolo ci dicono che il presente e il futuro dell’Angola vi appartengono, ma voi appartenete a Cristo. Tutti gli angolani, senza eccezioni, hanno il diritto di costruire questo Paese, beneficiandone in modo equo; tuttavia, i discepoli del Signore hanno il dovere di farlo secondo la legge della carità.

Alla base del vostro agire c’è l’essere discepoli di Gesù. Spetta a tutti voi essere la sua immagine e, in questo compito, nessuno può sostituirvi. Qui risiede la vostra unicità! Voi siete sale e luce di questa terra perché siete membra del Corpo di Cristo e, per questo, i vostri gesti, le vostre parole e le vostre azioni, rispecchiando la sua carità, costruiscono le comunità dall’interno ed edificano per l’eternità”.

Ciò si ottiene con l’unità attraverso la cura della formazione: “Ciò che si chiede ai discepoli di Cristo è di rimanere strettamente uniti a Lui. Il resto verrà da sé. So che siete nel mezzo di un triennio pastorale dal motto ‘Discepoli fedeli, discepoli gioiosi’, dedicato alla preghiera e alla riflessione sul ministero ordinato e sulla vita consacrata. Quali vie il Signore apre alla Chiesa in Angola? Saranno certamente molte! Cercate di seguirle tutte! Ma la prima via è quella della fedeltà a Cristo. A tale scopo, continuate a valorizzare la formazione permanente, vigilate sulla coerenza della vita e, soprattutto in questi tempi, perseverate nell’annuncio della Buona Novella della pace”.

Tutto ciò è un invito alla vita contemplativa: “Questo ci ricorda la dimensione contemplativa della formazione permanente. Conoscere Cristo passa, senza dubbio, attraverso una buona formazione iniziale, con l’accompagnamento personale dei formatori; passa attraverso l’adesione ai programmi delle vostre diocesi, congregazioni e istituti; passa attraverso uno studio personale serio, per illuminare i fedeli che vi sono affidati salvandoli soprattutto dalla pericolosa illusione della superstizione”.

Ma essa ha un ampio respiro: “Tuttavia, la formazione è molto più ampia: riguarda l’unità della vita interiore, la cura di noi stessi e del dono di Dio che abbiamo ricevuto, ricorrendo alla letteratura, alla musica, allo sport, alle arti in generale, e soprattutto alla preghiera di adorazione e contemplazione… Senza questa dimensione contemplativa, cessiamo di essere coerenti con il Vangelo e di rispecchiare la potenza della Risurrezione”.

Altro punto è la fedeltà: “La fedeltà di Cristo, che ci ha amato sino alla fine, è il vero impulso della nostra fedeltà. Una fedeltà che è facilitata dall’unità dei presbiteri con il proprio vescovo e con i confratelli del presbiterio, dei consacrati e delle consacrate con il proprio superiore e tra di loro. Cari fratelli e sorelle, alimentate la fraternità tra di voi con franchezza e trasparenza, non cedete alla prepotenza e all’autoreferenzialità, non staccatevi dal popolo, specialmente dai poveri, rifuggite la ricerca dei privilegi”.

Infine è stato un invito alla denuncia delle ingiustizie: “E’ quindi decisivo che, interpretando la realtà con saggezza, non smettiate di denunciare le ingiustizie, offrendo proposte secondo la carità cristiana. Continuate ad essere una Chiesa generosa, che coopera allo sviluppo integrale del vostro Paese. Per questo è stato ed è determinante tutto ciò che realizzate nei campi dell’istruzione e della sanità”.

Da qui l’esortazione alla testimonianza nelle difficoltà: “In questo senso, quando sopraggiungeranno le difficoltà, ricordatevi dell’eroica testimonianza di fede degli angolani e delle angolane, missionari e missionarie nati qui o venuti dall’estero, che hanno avuto il coraggio di dare la vita per questo popolo e per il Vangelo, preferendo la morte al tradimento della giustizia, della verità, della misericordia, della carità e della pace di Cristo. Anche voi, carissimi, a partire da ogni Eucaristia, siete corpo offerto e sangue versato per la vita e la salvezza dei vostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV saluta il Camerun con l’invito a non abbandonare nessuno

“Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita. Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme. Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona”: questa mattina papa Leone XIV all’aeroporto militare di Yaoundè-Ville ha celebrato la messa, che ha concluso il viaggio apostolico in Camerun, prima della partenza per l’Angola.

Comparando il testo riportato nei tre evangelisti il papa ha sottolineato l’incredulità degli apostoli: “Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità”.

Il brano evangelico proclamato oggi è tratto dal Vangelo di san Giovanni si sofferma invece sulla parola ‘acque’: “Nella versione di san Giovanni, che oggi è stata proclamata, il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: ‘Sono io, non abbiate paura’, e l’Evangelista sottolinea che ‘era ormai buio’ Per la tradizione ebraica le ‘acque’, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte.

Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù”.

Ed anche se sembra che Gesù abbandona Lui è sempre presente: “La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. E’ ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili.

Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: ‘Io sono qui con te: non aver paura’. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre”.

E ha ribadito che Gesù non abbandona nessuno: “Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri.

Nessuno deve essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi (siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche) tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni”.

Per questo è necessario la partecipazione di tutti: “Le parole di Gesù, ‘sono io’, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo”.

E’ stato un invito all’impegno sociale e politico: “L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide (particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia) insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli”.

Ha infine ricordato che il servizio ai poveri è fondamentale nella Chiesa: “Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice.

Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di ‘buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza’, e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: il Giovedì Santo è un invito al servizio

“Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo ‘avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine’: il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso”: nella Messa in Coena Domini, celebrata nella basilica di San Giovanni in Laterano, che apre il Triduo pasquale, papa Leone XIV pone al centro la lavanda dei piedi come momento per liberarlo dalle idolatrie.

In questo modo la lavanda dei piedi diventa l’azione del cristiano, che non può essere separata dall’Eucarestia: “Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. E’ un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa ‘ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi’.

Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza”.

Con questo gesto Gesù  sovverte il rapporto con il prossimo e con Dio: “Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto”.

E’ un gesto che invita ad imparare ad amare: “Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita”.

E’ un invito ad imparare da Gesù, secondo l’invito di papa Francesco: “Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: ‘Dovete lavare i piedi gli uni agli altri’… Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore”.

Solo se ci lascia servire da Gesù saremo capaci di ‘servire’ il prossimo: “Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi… Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna”.

Ed in questo giorno si manifesta la carità verso il popolo di Dio: “Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il ‘Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura’…

Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore”.

(Foto: Santa Sede)

I vescovi chiedono impegno per maggiore formazione cristiana

‘Astenersi da investimenti su imprese che trafficano armi o persone’: è stato uno dei consigli contenuti nell’aggiornamento delle ‘Linee guida’ della Cei in materia di investimenti etici e sostenibili, approvato dai vescovi italiani e di prossima pubblicazione, che ha spiegato mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, nella conferenza stampa di chiusura del Consiglio permanente.

Tra i criteri in negativo figurano la raccomandazione di non investire su ‘tutte quelle realtà che non sono particolarmente sensibili al tema della giustizia, o che trattano male gli operai’. Tra i criteri in positivo del documento figurano quelli di favorire aziende che ‘privilegiano un corretto rapporto con la natura, la giustizia lavorativa e ambientale, il rispetto della vita umana dall’embrione fino alla fine naturale, le migrazioni, il rifiuto della guerra’.

Altro testo approvato in questi giorni dai vescovi in materia economica, un documento sulla gestione dei fondi dell’8xmille, ‘che continua il lavoro intrapreso sulla trasparenza della rendicontazione e sulla serietà dell’informazione. il modo di gestire i beni temporali fa parte del discepolato, e anche il Sinodo della Chiesa universale aveva chiesto uno sforzo maggiore in questo senso’.

Inoltre ha espresso soddisfazione per l’afflusso al referendum: “La vivacità del dibattito, depurato dalle polarizzazioni eccessive, ha messo in evidenza un elemento importante… Il fatto, cioè, che su alcuni punti nodali si può accendere un dibattito vero e che la questione della giustizia è sentita con vivacità e alcuni punti di essa possono essere affrontati con un dialogo costruttivo… E’ giusto che su temi che riguardano il bene comune, rispetto ai quali ci può essere una diversità di posizioni, si possa discutere, per costruire una casa comune pur partendo da posizioni culturali diverse”.

Nel testo conclusivo i vescovi sottolineano l’urgenza di una Chiesa accogliente e missionaria: i vescovi hanno rinnovato la loro vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura. Hanno condiviso la preoccupazione per uno scenario internazionale in cui la guerra continua a presentarsi come strumento ordinario di risoluzione delle controversie, con conseguenze drammatiche per intere popolazioni e con ricadute a livello globale, tra cui la crisi energetica che rischia di pesare sulle famiglie e sulle persone più vulnerabili.

E’ stato ribadito con forza che non ci si può assuefare alla guerra né al linguaggio che la giustifica o la banalizza. E’ emersa, al contrario, la necessità di educare alla pace, di sostenere ogni sforzo diplomatico, di custodire il valore del diritto internazionale e di incentivare il ruolo dell’Europa perché faccia risuonare con maggiore decisione la propria vocazione alla pace, alla libertà, alla giustizia e alla tutela dei diritti. Nel ricordare il compito che le religioni devono avere nel promuovere la fraternità e la riconciliazione tra i popoli, i vescovi hanno rilanciato il messaggio della nota ‘Educare a una pace disarmata e disarmante’, incoraggiando il dialogo oltre che una presa di coscienza sullo scandalo degli armamenti e del riarmo.

Quindi una comunità orientata alla missione: “E’ fondamentale creare comunità vere, capaci di accogliere chi cerca, accompagnare chi si riavvicina alla fede, sostenere i catecumeni, animare la celebrazione liturgica e rendere visibile una carità che non sia ridotta a semplice assistenza. A fronte di una sempre più evidente e diffusa fame di comunità, si registra tuttavia la fatica di trasformare i bisogni individuali in esperienza condivisa di fede, speranza e carità”.

Per questo hanno rilevato l’importanza di una creatività pastorale che rafforzi il tessuto comunitario, valorizzi la corresponsabilità battesimale e sostenga con maggiore cura il ministero ordinato. In tal senso hanno manifestato vicinanza e gratitudine ai sacerdoti chiamati a un carico pastorale notevole a causa delle odierne trasformazioni che coinvolgono anche il vissuto ecclesiale.

Uno sguardo particolare è stato rivolto alle giovani generazioni, spesso caratterizzate da inquietudine, precarietà e difficoltà a immaginare il futuro, ma bisognose e desiderose di parole credibili, di adulti autorevoli e di una presenza ecclesiale capace di accompagnare, orientare e offrire ragioni di speranza davanti alle prove del presente.

Infine ampio spazio è stato dedicato all’esame delle Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia e ad alcune determinazioni per la ricezione del Cammino sinodale, in vista della prossima Assemblea Generale. Nel confronto è emerso l’apprezzamento per un testo che si colloca in continuità con il Documento di sintesi del Cammino sinodale, senza sostituirlo né sovrapporsi al discernimento delle Chiese locali, ma offrendo alcune priorità condivise per il prossimo tratto di cammino.

A fare da filo conduttore al testo sono la consapevolezza che la fede non può essere più data per scontata e la conseguente percezione che la società non fa più normalmente riferimento al Vangelo. Per rispondere a tali sfide, tra le linee di azione vengono individuate un annuncio che faciliti il rapporto personale con la fede, la riconnessione dell’impegno caritativo-sociale con la fede professata, la ricerca di modelli di presenza della Chiesa sul territorio volta a rendere le comunità cristiane sempre più luoghi di autentica esperienza ecclesiale, la formazione permanente e l’iniziazione cristiana, la revisione di alcuni aspetti strutturali in ordine a una maggiore collegialità e a una missionarietà più concreta.

Papa Leone XIV: la Chiesa si fonda sugli Apostoli

“La Chiesa cattolica trova il suo fondamento negli Apostoli, voluti da Cristo come colonne vive del suo Corpo mistico, e possiede una dimensione gerarchica che opera a servizio dell’unità, della missione e della santificazione di tutte le membra. Questo Ordine sacro è permanentemente fondato sugli Apostoli, in quanto testimoni autorevoli della risurrezione di Gesù ed inviati dal Signore stesso in missione nel mondo.

Poiché gli Apostoli sono chiamati a custodire fedelmente l’insegnamento salvifico del Maestro, essi trasmettono il loro ministero a uomini che, fino al ritorno di Cristo, continuano a santificare, guidare e istruire la Chiesa”: proseguendo la catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ nell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha esaminato la Chiesa sotto la sua forma gerarchica”.

Quindi ha approfondito il valore della ‘successione apostolica’: “Il Concilio insegna che la struttura gerarchica non è una costruzione umana, funzionale all’organizzazione interna della Chiesa come corpo sociale, ma una divina istituzione volta a perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli fino alla fine dei tempi.

Il fatto che questa tematica sia affrontata nel III capitolo, dopo che nei primi due si è contemplata l’essenza vera e propria della Chiesa, non implica che la costituzione gerarchica sia un elemento successivo rispetto al popolo di Dio: come nota il Decreto ‘Ad gentes’, ‘gli Apostoli furono simultaneamente il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia’, in quanto comunità dei redenti dalla Pasqua di Cristo, stabilita come mezzo di salvezza per il mondo”.

E’ stato un invito a leggere il terzo capitolo dell’enciclica: “I Padri conciliari non vollero presentare gli elementi istituzionali della Chiesa, come potrebbe far intendere il sostantivo ‘costituzione’ se intesa in senso moderno. Il Documento si concentra invece sul ‘sacerdozio ministeriale o gerarchico’, che differisce ‘essenzialmente e non solo di grado’ dal sacerdozio comune dei fedeli, ricordando che questi sono ‘ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo’. Il Concilio tratta dunque del ministero che viene trasmesso a uomini investiti di sacra potestas per il servizio nella Chiesa: si sofferma in particolare sull’episcopato, quindi sul presbiterato e sul diaconato come gradi dell’unico sacramento dell’Ordine”.

E’ questo il valore della gerarchia con un richiamo al ‘buon pastore: “Con l’aggettivo ‘gerarchica’, pertanto, il Concilio vuole indicare l’origine sacra del ministero apostolico nell’azione di Gesù, Buon Pastore, nonché i suoi rapporti interni. I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché intendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza”.

Tale appartenenza è fondamentale per la Chiesa: “La Lumen gentium ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.

Sono rapporti, che i fedeli sono chiamate a seguire, perché la Chiesa è nata dalla ‘carità di Cristo’: “I Vescovi anzitutto, e attraverso di loro i presbiteri e i diaconi, hanno ricevuto compiti (in latino munera), che li portano al servizio di ‘tutti coloro che appartengono al Popolo di Dio’, affinché tendano liberamente e ordinatamente allo stesso fine e arrivino alla salvezza’.

La ‘Lumen gentium’ ricorda a più riprese e in modo efficace il carattere collegiale e comunionale di questa missione apostolica, ribadendo che l’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente ‘diakonia’, cioè ministero”.

In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Programma per le relazioni tra cristiani e musulmani in Africa (Procmura): “A tale riguardo, il vostro costante dialogo con il Dicastero è un segnale positivo, esortando i cristiani, guidati dall’amore di Cristo, a promuovere la comunione e ad approfondire l’impegno per la collaborazione tra cristiani e musulmani per il bene comune. Attraverso questi sforzi, la pace, la giustizia e la speranza prospereranno sempre più nelle società africane e altrove.

Parimenti, confido che questi incontri diano frutto attraverso la condivisione di iniziative di base per promuovere l’amicizia sociale, il rafforzamento delle collaborazioni e il discernimento comune di quegli ambiti che richiedono un’azione urgente. In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dal conflitto, la vostra testimonianza comune mostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia nonostante le differenze culturali e religiose”.

(Foto: Santa Sede)

San Tommaso d’Aquino: l’attualità del rapporto tra fede e ragione

“Infatti la scienza di una cosa non è compatibile con l‘opinione, poiché la scienza esige che chi conosce veda che l‘oggetto conosciuto non può essere diversamente, mentre l‘opinione implica l‘accettazione di questa possibilità. Se invece si tiene una cosa per fede si deve affermare l‘impossibilità che essa sia diversamente, data la certezza della fede; tuttavia una stessa cosa non può essere sotto lo stesso aspetto oggetto di scienza e di fede, poiché ciò che è conosciuto per scienza è visto, mentre ciò che è creduto non è visto, come si è spiegato [nel corpo]”:così scriveva san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, sottolineando che la scienza non è un’opinione.

Ed ancora in un altro passo l’Aquinate ha sottolineato lo ‘stretto’ legame tra fede e ragione: “L’intelletto, più partecipa della luce della gloria, più perfettamente vede Dio. Ma partecipa di più della luce della gloria chi ha un grado superiore di carità, poiché là vi è maggiore carità dove vi è maggiore desiderio, quel desiderio che in qualche modo rende colui che desidera adatto e pronto a ricevere la cosa desiderata. Da cui deriva che colui che avrà avuto più carità, vedrà più perfettamente Dio”.

Partendo da tali sollecitazioni con il teologo domenicano p. Antonio Olmi riflettiamo su tale rapporto, chiedendogli di spiegare quale posto hanno fede e ragione in san Tommaso d’Aquino:

“Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la retta ragione guida alla fede, e che la fede purifica e illumina la ragione. ‘Ragione’ non intesa come ‘razionalità scientifica’, che opera solo attraverso evidenze concettuali e certezze dimostrabili, bensì come ‘ragionevolezza sapienziale’: che si fonda, al tempo stesso, sul ‘buon senso’ e sul ‘buon cuore’, facoltà comuni agli esseri umani di ogni tempo, ogni luogo e ogni cultura.

Tra tutti i pensatori cristiani, san Tommaso d’Aquino (‘il più santo tra i dotti, il più dotto dei santi’, come lo ha definito papa Pio XI nel 1923) è quello che più, e meglio, di ogni altro ha sottolineato il rapporto che lega la ragione naturale alla fede, mettendo in luce il rapporto di unità-distinzione-ordinamento tra le due: la fede e la ragione sono distinte, la fede è superiore alla ragione, ma ambedue sono unite per giungere alla conoscenza di Dio che ci è data dalla Rivelazione cristiana”.

Perché il ‘Doctor communis’ è una risorsa per la Chiesa?

“Il titolo di ‘Doctor communis’, cioè di ‘dottore universale’, è stato attribuito a san Tommaso d’Aquino nel corso dei secoli a causa dell’autorità e della diffusione del suo pensiero filosofico-teologico. ‘Universale’, proprio perché la comprensione profonda che egli ha avuto del rapporto tra ragione è fede è un contributo indispensabile per approfondire e per vivere ciò che la Chiesa cattolica (‘universale’, appunto) ci tramanda dell’insegnamento di Gesù Cristo. Tale contributo, nel mondo contemporaneo, è particolarmente significativo: in un momento in cui le istanze della ragione e della fede sembrano divergere, ai limiti dell’incompatibilità, l’insegnamento dell’Aquinate costituisce la risorsa più preziosa per un approccio al cristianesimo rispettoso delle caratteristiche e dei limiti dell’intelligenza umana”.

‘Canta, o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso che il Re delle nazioni,

frutto benedetto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo: questo è l’inizio di. ‘Pange, lingua tantum èrgo sacramentum’. Per quale motivo la lingua ‘canta un sì grande sacramento’?

“Canta, o mia lingua, un così grande sacramento (‘Pange, lingua, tantum ergo sacramentum’) è il titolo dell’inno eucaristico più noto della Chiesa cattolica. Papa Urbano IV, in occasione del miracolo di Bolsena del 1263, nel quale l’ostia aveva sanguinato al momento della consacrazione, l’anno seguente istituì la solennità del Corpus Domini, e diede a san Tommaso d’Aquino l’incarico di comporre un inno che ne esprimesse il significato.

Manifestando anche le sue doti poetiche, oltreché dottrinali, l’Aquinate in questi versi esprime il mistero eucaristico (‘Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne / e il vino nel suo sangue’), mettendolo in relazione con il piano salvifico della misericordia divina, con il mistero della nascita verginale, con la vita pubblica di Cristo, con il passaggio dall’Antica alla Nuova Legge”.

Allora, cosa significa per la Chiesa che l’Aquinate è co-patrono della missione educativa?

“Nominare san Tommaso d’Aquino co-patrono della missione educativa (insieme a san John Henry Newman) ha significato per la Chiesa cattolica riaffermare l’unione indissolubile tra fede e ragione, promuovendo un’educazione che sia intellettualmente rigorosa, profondamente umana e aperta alla verità. In questa prospettiva l’educazione diventa un atto di carità intellettuale, grazie al quale la conoscenza di Dio si riflette nell’amore per il prossimo; non solo come trasmissione di nozioni ma come un ‘compito d’amore’, che mira a far scoprire la propria vocazione alla santità, formando e sostenendo lo sviluppo dell’intera persona”.

Dopo 800 anni dalla nascita quale è la sua attualità?

“L’attualità perenne di san Tommaso d’Aquino consiste nell’aver fondato l’esercizio della ragione (inteso non solo come ricerca scientifica delle «cause seconde» delle cose ma come ricerca sapienziale delle ‘cause prime’) sulla valorizzazione e rigorizzazione di quella che san Giovanni Paolo II ha chiamato ‘filosofia implicita’: vale a dire, l’insieme di ‘certezze originarie dell’esperienza’ (le cose sono, il mondo è ordinato, l’io esiste, ed altre) e di ‘princìpi primi della conoscenza’ (causalità, finalità, identità, non contraddizione) che guidano la ragione naturale a giungere alla verità, cioè all’ ‘adeguazione dell’intelletto alla realtà’.

Solo questa adeguazione permette al pensiero di ‘funzionare’ correttamente, e quindi di esercitarsi come «retta ragione» che conduce dal mondo a Dio, e che permette di accogliere e di interpretare correttamente la Rivelazione di Dio all’uomo”.

Il papa in udienza generale ha chiesto ai giovani di seguire l’esempio di san Tommaso d’Aquino: in quale modo si possono trasmettere ai giovani i ‘frutti della contemplazione’?

Papa Leone XIV, nell’esortare i giovani a radicare la propria vita nel ‘cuore di Gesù’, fonte di sapienza e di santità, si è richiamato proprio all’esempio di san Tommaso. Radicarsi nell’amicizia con Gesù, pregare per e con gli altri, vivere un Vangelo concreto, ‘camminare insieme’ con il prossimo, educarsi all’amore fedele: tutti questi elementi costitutivi di un percorso di santità che inizi nell’età giovanile e prosegua con frutto nell’età matura sono possibili solo ‘obbedendo alla realtà’.

Solo insegnando ai giovani come esercitare la ‘retta ragione’, che accetta le cose per quello che sono e ne riconosce le perfezioni come partecipi della Perfezione suprema, è possibile insegnare loro a vivere un autentico atteggiamento contemplativo, in senso propriamente cristiano: che non solo è attratto dalla verità ma è mosso dalla carità della verità”.

Quindi un mistico per il tempo contemporaneo?

“Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la ‘carità della verità’ con cui egli si è santificato, ed ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, od influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV: giustizia ricerca della verità nella carità

Apertura anno giudiziario

“Il vostro lavoro, discreto e silenzioso, contribuisce in modo significativo al corretto funzionamento dell’assetto istituzionale dello Stato e, più profondamente, alla credibilità dell’ordinamento giuridico che lo regge. La giustizia autentica, tuttavia, non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione”: aprendo l’Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, papa Leone XIV ha sottolineato che l’amministrazione della giustizia contribuisce anche alla tutela del valore dell’unità, ‘elemento essenziale della vita ecclesiale’.

Nel ringraziamento del lavoro svolto il papa ha sottolineato il rapporto tra giustizia ed unità: “In questo nostro primo incontro desidero pertanto condividere con voi alcune riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’amministrazione della giustizia e il valore dell’unità. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria.

A questo proposito, Sant’Agostino ricordava che l’ordine della società nasce dall’ordine dell’amore, affermando che ‘ordinata dilectio est iustitia’. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento”.

Dall’ordine dell’amore nasce la giustizia: “Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico, infatti, non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità”.

Questa prospettiva è stata approfondita da san Tommaso d’Aquino: “La riflessione teologica e giuridica della tradizione cristiana ha approfondito ulteriormente questa prospettiva. In particolare, San Tommaso, basandosi sul diritto romano, definisce la giustizia come ‘constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi’, vale a dire la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Con questa definizione il Dottore Angelico mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune”.

Infatti la giustizia è indirizzata al bene comune: “Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità. La sapienza teologica ha espresso tale relazione con l’affermazione secondo cui ‘caritas perfecta, perfecta iustitia est’. perché nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona”.

Solo se è equa la giustizia si apre alla carità: “La giustizia, così concepita, è la virtù cardinale che ci chiama ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’. In questo riconoscimento si apre la via alla carità, perché soltanto quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.

La restaurazione della giustizia diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e il principio di unità nella Chiesa. In questa prospettiva si comprende anche come l’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento”.

In questo senso la giustizia, quando pratica la carità, è segno di unità: Per questa ragione la giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata”.

In modo particolare nello Stato del Vaticano la giustizia ha un significato particolare: “L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni. L’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi non rappresentano soltanto strumenti tecnici del procedimento giudiziario. Essi costituiscono le condizioni attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquista particolare autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale”.

In questo senso la giustizia è un ministero a favore del popolo di Dio: “La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa”.

Ecco il motivo per cui la giustizia diventa un ‘fattore di stabilità’: “Quando la giustizia è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità. Continuate dunque a svolgere questo servizio con integrità, prudenza e spirito evangelico.

La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV alle Misericordie d’Italia: siate messaggeri di speranza

“Sono contento di incontrare tutti voi, così numerosi, provenienti da varie parti d’Italia. Saluto Sua Eccellenza Mons. Franco Agostinelli, Correttore generale, gli altri Vescovi presenti, il Dottor Domenico Giani, Presidente nazionale della Confederazione, i Correttori e i rappresentanti delle varie sedi in Italia e all’estero”:  con queste parole oggi papa Francesco ha accolto in udienza 200 volontari delle Misericordie d’Italia, la cui storia ‘affonda le sue radici nell’età medievale’ attraverso la spiritualità, la carità e l’attenzione ai bisogni di oggi.

Infatti per concretizzare la carità attenta ai bisogni occorre essere permeati dalla spiritualità: “Fin dai suoi primordi, la vostra realtà associativa ha attinto forza e ispirazione primariamente dalla vita di fede e dalla pratica sacramentale dei suoi membri. Così è stato quando, nella Firenze del XIII secolo, in un clima di guerre e di lotte intestine alle stesse comunità civili ed ecclesiali, grazie all’opera di figure luminose come san Pietro Martire e Piero di Luca Borsi, alcuni fedeli laici decisero di intraprendere un cammino diverso, di devozione e di servizio. Il loro esempio, forse proprio per la sua genuina semplicità, rapidamente contagiò molti, nella Penisola prima e poi anche in altri Paesi, fino a giungere in Portogallo e di là nelle Americhe”.

Ciò comporta un impegno alla formazione cristiana: “Il seme da cui è germogliato e cresciuto il grande albero di cui fate parte è dunque di natura sacramentale, si fonda sul Battesimo, e quindi morale e ascetica. Questo implica per voi il compito, affinché la pianta continui a crescere, di coltivare prima di tutto con grande impegno la formazione cristiana degli associati, attraverso la preghiera, la catechesi, la fedeltà ai Sacramenti (specialmente alla Messa domenicale, alla Confessione), la coerenza morale delle scelte e degli stili di vita, secondo i valori del Vangelo e della tradizione associativa testimoniata dai vostri Statuti”.

Ed ha ripreso un discorso di papa san Giovanni Paolo II, fatto alla loro confederazione nel 1986, sulla misericordia di Dio: “In quest’ottica è significativa l’introduzione tra voi della figura dei Custodi di Misericordia, laici che animano i laici; come pure il nome di ‘correttori’, con cui designate gli Assistenti spirituali, visti non come guide esterne alla comunità, ma come ‘con-rettori’, aiutanti, facilitatori e compagni di viaggio, il cui ministero è esercitato e accolto in un clima di corresponsabilità, di appartenenza affettiva, di comunione, nel quale tutti sono protagonisti di un comune sforzo di crescita nella perfezione cristiana”.

Quindi essere ‘correttori’ significa esercitare la carità: “La vostra storia testimonia che un’autentica vita di fede non può ridursi a uno spiritualismo disincarnato, ma sfocia necessariamente nella sensibilità ai bisogni degli altri e nel servizio generoso, senza risparmio. Penso a tanti vostri confratelli e consorelle, che hanno pagato di persona, anche a caro prezzo, la fedeltà al compito loro assegnato: ad essi vanno il nostro grande grazie e la nostra preghiera”.

La carità è un esercizio di un cammino insieme a qualcuno che non si conclude con una semplice azione; “Dove c’è bisogno, le Misericordie sono presenti, nelle situazioni straordinarie di emergenza, nei territori di guerra, come nei mille servizi nascosti di solidarietà quotidiana, ‘a testimoniare (lo disse papa Francesco) il Vangelo della carità tra i malati, gli anziani, i disabili, i minori, gli immigrati e i poveri’”.

E lo attuano in molti modi: “Attraverso le Case del Noi, gli Empori solidali, i Banchi alimentari, l’assistenza domiciliare, i servizi di ascolto e accompagnamento, voi stabilite con le persone relazioni di fiducia e percorsi di reintegrazione sociale, che si collocano ben oltre la semplice erogazione di servizi, pur qualificati. Non vi limitate a ‘fare per’, ma vi impegnate a ‘camminare con’, riconoscendo negli altri dei fratelli e delle sorelle, ciascuno con la sua dignità e la sua storia, da incontrare nella gratitudine per il dono reciproco e con cui andare insieme sulla via della santità”.

Tali caratteristiche si concretizzano nell’attenzione ai bisogni quotidiani delle persone: “Infatti, grazie a una solida base spirituale e comunitaria e allo zelo per il bene del prossimo, le Misericordie sono da secoli testimoni di capacità di adattamento e di aggiornamento, mostrando che fare ‘insieme’ e fare ‘per amore’ aiuta anche ad agire in modo libero e creativo.

Ne sono segno le tante e diversificate attività da voi abbracciate in centinaia di anni, a seconda dei bisogni del prossimo; come pure la presenza, in questa sala, oltre ai confratelli e alle consorelle, anche dei fratres, nati in tempi recenti per promuovere la cultura del dono attraverso la donazione del sangue, degli organi e dei tessuti; e anche della ‘Piccola misericordia’, in cui si impara a vivere la carità subito, da bambini”.

Congedandoli un ringraziamento ed un incoraggiamento ad essere messaggeri di speranza: “Carissimi, carissime, vi incoraggio a continuare nel vostro impegno, come comunità nella quale si vive intensamente la fede e si pratica la carità. Mirate a crescere nello spirito e a servire con gioia e semplicità, estranei ad ogni logica di potere, votati alla lode di Dio e al bene di quanti il Signore pone sul vostro cammino. Siate sempre messaggeri di speranza, di carità e di pace, come simboleggia l’Icona Giubilare che, con un lungo cammino, ha visitato tante comunità e che ora è consegnata ai fratelli e alle sorelle dell’Ucraina”.

(Foto: Santa Sede)

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