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Papa Leone XIV: la pace è il ‘fine del nostro bene’
“L’anno che si è appena concluso è stato ricco di avvenimenti, a partire da quelli che hanno interessato direttamente la vita della Chiesa, che ha vissuto un intenso Giubileo e ha visto ritornare alla Casa del Padre il mio venerato predecessore, papa Francesco. Il mondo intero si è raccolto intorno al suo feretro nel giorno delle esequie, avvertendo il venir meno di un padre, che ha guidato il Popolo di Dio con profonda carità pastorale”: papa Leone XIV, ricevendo in udienza il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, ha iniziato il discorso nel ricordo di papa Francesco, che aveva spesso sottolineato che il mondo sta subendo una terza guerra mondiale ‘a pezzi’.
Da qui ha ricordato il ‘potente’ messaggio del Giubileo, appena concluso: “Nel corso dell’Anno Santo, milioni di pellegrini si sono riversati a Roma per compiere il pellegrinaggio giubilare. Ciascuno è venuto carico del proprio vissuto, di domande e di gioie, come pure di dolori e ferite, per varcare le Porte Sante, simbolo di Cristo stesso, nostro medico celeste, il quale venendo nella carne, ha preso su di sé la nostra umanità per renderci parte della sua vita divina, come abbiamo contemplato nel mistero del Natale da poco celebrato. Confido che in questo passaggio, molte persone abbiano potuto approfondire o riscoprire il loro rapporto con il Signore Gesù, trovando conforto e rinnovata speranza per affrontare le sfide della vita”.
Inoltre ha ricordato il suo primo viaggio apostolico: “Nel corso dell’anno, raccogliendo l’invito che era stato fatto a papa Francesco, ho avuto la gioia di poter recarmi in Türkiye e Libano. Sono grato alle Autorità di entrambi i Paesi per la loro accoglienza. A İznik in Türkiye, ho avuto modo di commemorare, insieme con il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli e i Rappresentanti di altre confessioni cristiane, i 1700 anni del Concilio di Nicea, primo Concilio Ecumenico.
E’ stata un’importante occasione per rinnovare l’impegno nel cammino verso la piena unità visibile di tutti i cristiani. In Libano, ho incontrato un popolo che, nonostante le difficoltà, è pieno di fede e di entusiasmo e ho percepito la speranza proveniente dai giovani, che aspirano a costruire una società più giusta e coesa, rafforzando l’intreccio di culture e di fedi religiose, che rende il Paese dei Cedri unico al mondo”.
Comunque il suo discorso al Corpo diplomatico ha preso spunto dal libro ‘De Civitate Dei’ di sant’Agostino: “Certamente i nostri tempi sono molto distanti da quegli avvenimenti. Non si tratta solo di una lontananza temporale, ma anche di una sensibilità culturale diversa e di uno sviluppo di categorie del pensiero. Tuttavia, non si può tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo”.
E’ stato un invito a leggere la realtà con ‘occhi’ agostiniani, senza alcuna contrapposizione: “Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali.
Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero Romano. La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondani che portano alla distruzione. Non si tratta tuttavia di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile”.
Nella visione agostiniana le due ‘anime’ cittadine possono coesistere, perché ognuno è ‘protagonista’ della storia: “Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore che una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria”.
Il cristiano vive nella storia della città terrena apportando la sua visione con alcune avvertenze contro i ‘pericoli’ di una visione distorta della realtà: “Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile. La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista”.
Ed ha ripreso il concetto di ‘multilateralismo’ diplomatico caro a papa Francesco: “Nel nostro tempo, preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. Ad una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”.
Quindi ha condannato l’uso della forza per la violazione dei confini: “E’ stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé ‘nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini’, ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile”.
Richiamandosi al pensiero agostiniano ha ribadito la necessità della cooperazione internazionale: “E’ proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite, il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato. Esse sono state volute dalla determinazione di 51 nazioni come fulcro della cooperazione multilaterale per prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile”.
Quindi ha sottolineato l’importanza “del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici. Il diritto umanitario, oltre a garantire, nelle piaghe della guerra, un minimo di umanità, è un impegno che gli Stati hanno preso. Esso deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti, al fine di mitigare gli effetti devastanti della guerra, anche in un’ottica di ricostruzione”.
Il discorso papale è stata una condanna esplicita all’uso della forza militare contro i civili e l’importanza dell’ONU: “Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale. In questa prospettiva, le Nazioni Unite hanno mediato conflitti, promosso lo sviluppo ed aiutato gli Stati nella protezione di diritti umani e libertà fondamentali”.
Ecco il motivo per cui la diplomazia ha bisogno di parole certe: “Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare”.
Da parole non certe nasce un’esclusione, definita dal papa ‘orwelliana’, che smarrisce la verità: “Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità.
Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”.
E può nascere una deriva che esclude i diritti: “Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale: che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”.
E’ un’invocazione all’obiezione di coscienza: “L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”.
Da questo assunto il papa ha chiesto che ci sia libertà religiosa: “I dati più recenti affermano che le violazioni della libertà religiosa sono in aumento e che il 64% della popolazione mondiale subisce violazioni gravi di questo diritto. Nel chiedere il pieno rispetto della libertà religiosa e di culto per i cristiani, la Santa Sede lo domanda anche per tutte le altre comunità religiose. In occasione del 60° anniversario della promulgazione della Dichiarazione ‘Nostra Aetate’, uno dei frutti del Concilio Ecumenico Vaticano II conclusosi l’8 dicembre 1965, ho avuto modo di ribadire il rigetto categorico di ogni forma di antisemitismo, che purtroppo continua a seminare odio e morte, e l’importanza di coltivare il dialogo ebraico-cristiano, approfondendo le comuni radici bibliche”.
Quindi ha richiamato l’attenzione alla persecuzione contro i cristiani: “Non si può, tuttavia, tralasciare che la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380.000.000 di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale e nel 2025 si è aggravato a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso. Tutti questi dati mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un ‘privilegio’ o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”.
Per questo ha ricordato i Paesi in cui i cristiani sono maggiormente perseguitati: “In questa sede, desidero rivolgere un pensiero particolare alle numerose vittime delle violenze connotate anche da motivazioni religiose in Bangladesh, nella regione del Sahel e in Nigeria, come pure a quelle del grave attentato terroristico del giugno scorso alla parrocchia Sant’Elia di Damasco, senza dimenticare le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico.
Non va tuttavia trascurata una sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia”.
Un’altra istituzione minacciata è la famiglia, fondamentale per la formazione civile: “Tale vocazione si manifesta in modo privilegiato e unico all’interno della famiglia. E’ in questo contesto che si apprende ad amare e si sviluppa la capacità di mettersi al servizio della vita, contribuendo così allo sviluppo della società e alla missione della Chiesa.
Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica”.
Famiglia che accoglie la vita: “La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio”.
Il discorso del papa è stato un appello a garantire la tutela della vita: “E’ alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Tra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita.
In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto ‘diritto all’aborto sicuro’ e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo primario deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita”.
Lo stesso discorso è valido per la tutela della vita degli anziani e dei giovani: “Simili considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. E’ compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia.
Analoga riflessione può essere riferita ai molti giovani costretti ad affrontare numerose difficoltà, tra le quali vi sono le tossicodipendenze. Occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga. Insieme a tale sforzo non dovranno mancare adeguate politiche di recupero dalle dipendenze e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro”.
Ricordando i troppi Paesi coinvolti nelle guerre il papa ha condannato l’industria delle armi: “In molti di questi scenari, notiamo, come rileva lo stesso Agostino, che al centro vi è sempre l’idea che la pace sia possibile solo con la forza e sotto l’effetto della deterrenza. D’altronde, la guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Tale sforzo interpella tutti, a cominciare dai Paesi che detengono arsenali nucleari.
In particolare, penso all’importante seguito da dare al Trattato New START, in scadenza il prossimo mese di febbraio. Il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale. Quest’ultima è uno strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana”.
Nonostante tutto la pace è possibile: “Essa, come ricorda Agostino, ‘è il fine del nostro bene’, poiché è il fine proprio della città di Dio, a cui aspiriamo, anche inconsapevolmente, e di cui possiamo assaporare l’anticipo nella città terrena. Nel tempo del nostro pellegrinaggio su questa terra, essa esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono. Nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto”.
Per questo ha citato alcune operazioni di pace: “Ed a ben vedere, non mancano neanche nel nostro tempo segni di coraggiosa speranza, che devono essere costantemente sostenuti. Penso ad esempio agli Accordi di Dayton, che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed Erzegovina e che, nonostante le difficoltà e le tensioni, hanno aperto la possibilità ad un futuro più prospero e armonioso.
Penso pure alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti. Per analogia penso all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese. Sono tutti germogli di pace, che necessitano di essere coltivati”.
Mentre la chiusura del discorso ai diplomatici è stata riservata a san Francesco d’Assisi: “Il prossimo mese di ottobre, ricorrerà l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, un uomo di pace e di dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica. La sua vita è luminosa perché animata dal coraggio della verità e dalla consapevolezza che un mondo pacifico si edifica a partire da un cuore umile, proteso alla città celeste. Un cuore umile e costruttore di pace è quanto auguro a ciascuno di noi e ad ognuno degli abitanti dei nostri Paesi all’inizio di questo nuovo anno”.
(Foto: Sede)
Papa Leone XIV ai sindaci: dare un volto alle città
“Sono lieto di incontrare tutti voi che rappresentate l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani. Viviamo questo appuntamento nel tempo di Natale e a conclusione di un anno giubilare: la grazia di questi giorni illumina certamente anche il vostro servizio e le vostre responsabilità. L’incarnazione del Figlio di Dio ci fa incontrare un bambino, la cui mite fragilità si scontra con la prepotenza del re Erode. In particolare, l’uccisione degli innocenti da lui ordinata non significa solo perdita di futuro per la società, ma è manifestazione di un potere disumano, che non conosce la bellezza dell’amore perché ignora la dignità della vita umana”: con queste parole iniziali oggi papa Leone XIV ha accolto in udienza i sindaci italiani per discutere insieme le sfide a cui sono sottoposte le città.
Affrontando il tema dell’autorità il papa ha preso occasione dal tema del Natale: “Al contrario, la nascita del Signore rivela l’aspetto più autentico di ogni potere, che è anzitutto responsabilità e servizio. Perché qualsiasi autorità possa esprimere queste caratteristiche, occorre incarnare le virtù dell’umiltà, dell’onestà e della condivisione. Nel vostro impegno pubblico, in particolare, siete consapevoli di quanto sia importante l’ascolto, come dinamica sociale che attiva queste virtù. Si tratta, infatti, di porre attenzione alle necessità delle famiglie e delle persone, avendo cura specialmente dei più fragili, per il bene di tutti”.
Ed ecco le sfide a cui i sindaci sono chiamati a confrontarsi per dare un ‘volto’ alla propria città: “La crisi demografica e le fatiche delle famiglie e dei giovani, la solitudine degli anziani e il grido silenzioso dei poveri, l’inquinamento dell’ambiente e i conflitti sociali sono realtà che non vi lasciano indifferenti. Mentre cercate di dare risposte, voi sapete bene che le nostre città non sono luoghi anonimi, ma volti e storie da custodire come tesori preziosi. In questo lavoro, si diventa sindaci giorno dopo giorno, crescendo come amministratori giusti e affidabili”.
Il sindaco da ‘seguire’ è Giorgio La Pira: “In proposito, vi sia d’esempio il venerabile Giorgio La Pira, il quale, in un discorso ai Consiglieri comunali di Firenze, affermava: ‘Voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia!’… Sia davanti alle difficoltà sia rispetto alle occasioni di sviluppo, vi esorto a diventare maestri di dedizione al bene comune, favorendo un’alleanza sociale per la speranza”.
Un richiamo particolare è stato quello dell’attenzione al gioco d’azzardo ed ad altre forme di malattia ‘sociale’: “Le nostre città conoscono purtroppo forme di emarginazione, violenza e solitudine che chiedono di essere affrontate. Vorrei richiamare l’attenzione, in particolare, sulla piaga del gioco d’azzardo, che rovina molte famiglie. Le statistiche ne registrano in Italia un forte aumento negli ultimi anni.
Come sottolinea Caritas Italiana nel suo ultimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale, si tratta di un grave problema educativo, di salute mentale e di fiducia sociale. Non possiamo dimenticare anche altre forme di solitudine di cui soffrono molte persone: disturbi psichici, depressioni, povertà culturale e spirituale, abbandono sociale. Sono segnali che indicano quanto ci sia bisogno di speranza. Per testimoniarla efficacemente, la politica è chiamata a tessere relazioni autenticamente umane tra i cittadini promuovendo la pace sociale”.
Per questo in conclusione ha citato don Primo Mazzolari, augurando un buon anno: “L’attività amministrativa trova così la sua piena realizzazione, perché fa crescere i talenti delle persone, dando spessore culturale e spirituale alle città. Carissimi, abbiate dunque il coraggio di offrire speranza alla gente, progettando insieme il miglior futuro per le vostre terre, nella logica di un’integrale promozione umana”.
In precedenza aveva incontrato un gruppo di pellegrini della parrocchia San Tommaso da Villanova di Alcalá de Henares, in Spagna, soffermandosi su alcuni tratti del religioso agostiniano: “Nella sua vita e nei suoi scritti, egli ci rivela una ricerca incessante della preghiera continua, cioè a dire una santa inquietudine di essere alla presenza di Dio in ogni momento. Questo implica una profonda interiorità e lo svuotarsi di se stessi per ascoltare e per lasciare agire il Signore”.
Altre caratteristiche sono state la laboriosità e l’amore per i poveri: “Oltre che per la sua vita spirituale, san Tommaso da Villanova si distingue per la sua laboriosità. Questo aspetto, in un mondo che sembra offrirci tutto in modo sempre più rapido, più facile, ci interpella. La sua sobrietà e semplicità, la sua abnegazione nel lavoro (soprattutto in ambito universitario) ed il suo zelo apostolico ci portano a pensare che dobbiamo riconoscere i talenti che abbiamo ricevuto e metterli al servizio della comunità, con impegno e dedizione, affinché si moltiplichino a beneficio di tutti. Infine, vorrei sottolineare il suo amore per i poveri, che gli è valso il titolo di ‘mendicante di Dio’. Mi hanno detto che nella vostra parrocchia questo aspetto è molto presente, in gesti e opere concrete”.
(Foto: Santa Sede)
A Milano aperto al pubblico ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica di Sant’Ambrogio’
Inserendosi nel pieno rispetto della vita liturgica, Ambrosius prevede due interventi principali: il nuovo percorso museale del Tesoro, per valorizzare un patrimonio storico-religioso straordinario, articolato tra l’Aula Ambrosii – l’antica sacrestia dei monaci aperta per la prima volta al pubblico, dove trova definitiva collocazione il letto di Ambrogio – il sacello di San Vittore in Ciel d’oro e il Capitolino, ed una nuova area dedicata all’accoglienza dei visitatori e alla didattica: punto di partenza per le visite guidate, luogo di ascolto del racconto multimediale di Ambrogio, ambienti nei quali si svolgeranno i laboratori creativi ispirati ai Tesori e alle tecniche artistiche presenti in Basilica. Due piccoli orti monastici arricchiscono il percorso culturale ed educativo permettendo la conoscenza delle erbe officinali e tintorie.
Fino al 23 dicembre, mattino e pomeriggio, e il 24 dicembre, solo al mattino: apertura straordinaria gratuita per i fedeli e per la città. Da venerdì 26 dicembre il percorso museale apre ufficialmente al pubblico con orari, modalità e proposte didattiche indicate sul sito www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it.
Dopo l’inaugurazione con le autorità che ha preceduto il consueto discorso dell’Arcivescovo di Milano alla Città e i giorni dedicati al Santo Patrono, museo,la Basilica di Sant’Ambrogio offre a tutti i fedeli e i cittadini la possibilità di visitare gratuitamente in anteprima fino al 24 dicembre Ambrosius. Il Tesoro della Basilica, il nuovo percorso di valorizzazione culturale e spirituale del complesso monumentale e del suo straordinario Tesoro, materiale e immateriale.
Un progetto promosso da monsignor Carlo Faccendini, abate-parroco della Basilica di Sant’Ambrogio, con l’Ufficio Beni culturali della Diocesi di Milano e la Soprintendenza, il patrocinio del Ministero della Cultura, di Regione Lombardia e del Comune di Milano, grazie al lavoro di un illustre Comitato Scientifico e al contributo di Fondazione Cariplo.
Dopo le festività natalizie, da venerdì 26 dicembre il percorso museale sarà visitabile in maniera permanente con orari e proposte didattiche consultabili sul sito www.ambrosiusiltesorodellabasilica.it.
La Basilica rimane sempre liberamente accessibile ai fedeli quale luogo di devozione e di preghiera, nel rispetto delle celebrazioni liturgiche. Armonizzandosi con la vita liturgica della comunità parrocchiale presente in Basilica, Ambrosius introduce una modalità inedita di conoscenza e valorizzazione del complesso basilicale, riletto con sguardo contemporaneo nella sua continuità millenaria. Una visione unitaria in cui architettura, arte e fede si intrecciano intorno alla figura di Ambrogio, restituendo alla città di oggi e a quella futura un frammento essenziale della propria identità civile e spirituale.
Il nome Ambrosius richiama la centralità di Ambrogio, pastore e intellettuale, vescovo e uomo di governo, capace di coniugare il pensiero classico con la visione cristiana del mondo. A lui si deve una delle più profonde riflessioni sull’idea di città come spazio di dialogo tra coscienza spirituale e responsabilità civica. Ispirato alla modernità del suo pensiero, il progetto si configura come un atto di cura verso la memoria collettiva di Milano, rivolgendosi a un pubblico nazionale e internazionale.
Anche la scelta di destinare un’aula multimediale, affacciata sullo spazio pubblico adiacente la Basilica, al racconto di Ambrogio, conferma l’intento originario del progetto: rendere il messaggio ambrosiano attuale, accessibile a tutti in maniera trasversale.
Il rinnovamento promosso da Ambrosius si articola in due interventi principali, che ridefiniscono in profondità l’esperienza del complesso: il nuovo racconto museografico del Tesoro della Basilica che, grazie all’ampliamento dello spazio espositivo con l’apertura al pubblico per la prima volta dell’antica sacrestia dei Monaci, l’Aula Ambrosii, si propone di valorizzare l’eccezionale patrimonio storico-religioso legato alla figura di Ambrogio e alla storia millenaria della Basilica e il ridisegno dell’area dedicata all’accoglienza e alla trasmissione didattica, che include anche l’antico Oratorio della Passione.
Ad accompagnare questi interventi anche un nuovo programma di attività educative e visite guidate ispirate ai Tesori, alle tecniche artistiche della Basilica e alle erbe officinali e piante tintorie, presenti nei due nuovi piccoli orti monastici realizzati. Dal 2 dicembre ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ è un museo riconosciuto da Regione Lombardia.
Fondamentale in questo percorso è stato l’apporto del Comitato Scientifico, composto da autorevoli esperti e stimati professionisti con competenze specialistiche di alto livello – Silvia Bruni, Cristina Cattaneo, Mons. Marco Navoni, Marco Petoletti, Davide Porta, Marco Rossi, Sabine Schrenk, Luigi Carlo Schiavi, Silvia Lusuardi Siena, Fabrizio Slavazzi, Francesca Tasso, Don Giuliano Zanchi, Annalisa Zanni – con il coordinamento della dott.ssa Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio e della Biblioteca Capitolare della Basilica e curatore scientifico di Ambrosius.
Al centro del racconto museografico si trova la figura di Ambrogio e i manufatti tradizionalmente legati alla sua memoria (fra cui il letto di Sant’Ambrogio e la scodella attribuita al Santo, qui esposti per la prima volta, l’Urna degli Innocenti e altri preziosi oggetti di oreficeria sacra, i cinque Pleurantes, rarissimi frammenti di seta, arredi lignei), che vengono così restituiti alla comunità come patrimonio vivo e fruibile.
L’intervento si propone di dare leggibilità e profondità di significato a un patrimonio liturgico e artistico in parte inedito, intimamente legato alla figura di Ambrogio e alla millenaria devozione di Milano. La scelta del termine Tesoro (non museo) ha infatti un significato profondo e richiama la presenza fisica del corpo di Sant’Ambrogio nella cripta e delle reliquie dei santi, il vero tesoro della Basilica, cuore spirituale e fondamento della comunità ambrosiana.
Cuore del nuovo percorso, l’Aula Ambrosii custodisce un patrimonio prezioso legato alla vita e alla memoria del Santo Patrono. Elemento centrale dell’allestimento è il letto di Sant’Ambrogio, un manufatto ligneo ricomposto dai 17 frammenti originali rinvenuti nell’altare di San Vittore in Ciel d’oro dall’architetto Ferdinando Reggiori, che guidò la ricostruzione successiva ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Secondo la tradizione giaciglio funebre del vescovo, il letto rappresenta una reliquia tanto eccezionale quanto enigmatica. Oggi, dopo un lungo periodo di prestito al Museo Diocesano, si colloca stabilmente nel Tesoro di Sant’Ambrogio, dove per la prima volta è in corso una campagna di studi storico-archeologici e di indagini scientifiche.
Il progetto e la realizzazione dell’allestimento dell’area accoglienza e didattica è invece firmato da Giuseppe Amato, designer, artista ed ebanista, che ha operato in sinergia con l’architetto Giorgio Ripa, incaricato della direzione lavori per il restauro architettonico di questi ambienti.
Il rinnovato modello di fruizione del complesso santambrosiano, articolato su più livelli, presenta anche un’ampia offerta didattica promossa da Ad Artem, partner ufficiale della Basilica di Sant’Ambrogio, che comprende numerose attività pensate per rispondere ad esigenze differenti e per portare il pubblico – adulti, famiglie e bambini, con particolare attenzione alle scuole – alla scoperta della Basilica anche attraverso esperienze di apprendimento attivo. Il programma spazia dalle visite guidate tradizionali alle visite con attività laboratoriale, integrando conoscenza, partecipazione e sperimentazione e offrendo uno sguardo inedito sulla storia, sul patrimonio e sulle tecniche artistiche che caratterizzano il complesso monumentale, dai materiali ai mosaici alle creazioni orafe.
L’offerta didattica promossa da Ambrosius si arricchisce inoltre con una serie di attività legate alla realizzazione di due piccoli orti, ispirati alla tradizione medievale dei giardini monastici, un Hortus simplicium dedicato alle erbe medicinali e officinali e un Hortus holerorum con piante tintorie. Questa proposta, curata da Elisabetta Cavigioli, orticultrice e garden designer, e Angela Ronchi, biologa ed educatrice botanica, è infatti accompagnata da iniziative rivolte alle famiglie e a gruppi di adulti e da un’offerta educativa dedicata, sviluppata in collaborazione con la Rete degli Orti Botanici della Lombardia.
All’interno di Ambrosius, il linguaggio museografico e quello educativo si uniscono quindi in una visione condivisa: offrire ai visitatori di oggi un’inedita esperienza di conoscenza, inclusiva e scientificamente rigorosa della Basilica e del suo Tesoro, capace di rileggere la storia ambrosiana alla luce del presente.
A Palermo l’Ucsi incontra l’arcivescovo Lorefice: ‘La comunicazione sia spazio di dialogo e confronto’
“In un momento storico caratterizzato da conflitti e divisioni, la comunicazione deve creare spazi di dialogo e confronto facendosi strumento della verità. Facciamo nostre le parole di Papa Leone XIV lavorando per una comunicazione che sia ‘disarmata e disarmante’, capace di raccontare la realtà di oggi dando voce a chi non ne ha, nel rispetto delle regole deontologiche e dell’etica”. Lo dice il Consiglio direttivo dell’Ucsi Palermo, sezione provinciale dell’Unione cattolica stampa italiana, che ieri, dopo l’elezione avvenuta lo scorso maggio, ha incontrato l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice.
“Un’occasione per presentare il nuovo Consiglio – dice il presidente Roberto Immesi – e illustrare le iniziative che ci vedranno impegnati nei prossimi mesi. I giornalisti cattolici di Palermo possono e vogliono offrire un contributo qualificato non solo alla categoria ma a tutta la città, impegnandosi nella formazione e in attività in collaborazione con le scuole, gli uffici diocesani e le realtà cattoliche del territorio”.
A rappresentare l’associazione riconosciuta dalla Cei che dal 1959 riunisce i giornalisti e i comunicatori cattolici anche la vice presidente Adele Di Trapani, il tesoriere Michelangelo Nasca e i consiglieri Luigi Perollo, Giovanni Azzara e Riccardo Rossi.
“L’arte della comunicazione – ha detto monsignor Lorefice – presuppone formazione, rettitudine, capacità di mediazione e lettura degli eventi. Grazie all’Ucsi Palermo per le proposte e la capacità di un servizio professionale che deve essere un punto di partenza. La connotazione come ‘unione cattolica’ dice, oggi più che mai, l’impegno di uomini e donne che lavorano nella comunicazione e, nell’ambito ecclesiale, sono a servizio perché la ‘bella notizia’, il Vangelo, corra nel mondo”.
Durante l’incontro, tenutosi al Palazzo arcivescovile, il Consiglio ha donato all’Arcivescovo una targa in vetro e legno che riporta la preghiera del giornalista e chiesto la nomina di un Consulente ecclesiastico per la sezione.
“Ringraziamo l’Arcivescovo per la paterna accoglienza e la disponibilità a continuare a collaborare insieme – conclude Immesi –. La Chiesa in questi decenni ha dedicato grande attenzione alla comunicazione nella consapevolezza del ruolo cruciale che riveste anche nell’annuncio del Vangelo. Come giornalisti cattolici siamo chiamati a offrire una testimonianza autentica nella vita quotidiana e nello svolgimento di una professione che resta un baluardo della democrazia, da svolgere nel rispetto delle regole e nell’interesse primario dei lettori“.
Nella foto allegata, da sinistra, Giovanni Azzara, Luigi Perollo, Roberto Immesi, mons. Corrado Lorefice, Adele Di Trapani, Michelangelo Nasca e Riccardo Rossi
Papa Leone XIV ai sacerdoti romani: siate vicino alla gente e camminate insieme
“Io voglio chiedere un forte applauso per tutti voi che siete qui e per tutti i sacerdoti ed i diaconi di Roma! Carissimi Presbiteri e Diaconi che svolgete il vostro servizio nella Diocesi di Roma, carissimi seminaristi, vi saluto tutti con affetto e amicizia! Ringrazio Sua Eminenza, il Cardinale Vicario, per le parole di saluto e per la presentazione che ha fatto, raccontando un po’ della vostra presenza in questa città. Ho desiderato incontrarvi per conoscervi da vicino e per iniziare a camminare insieme a voi. Vi ringrazio per la vostra vita donata a servizio del Regno, per le vostre fatiche quotidiane, per tanta generosità nell’esercizio del ministero, per tutto ciò che vivete nel silenzio e che, a volte, è accompagnato da sofferenza o da incomprensione. Svolgete servizi diversi ma siete tutti preziosi agli occhi di Dio e nella realizzazione del suo progetto”.
Con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il clero della diocesi di Roma con l’invito di camminare insieme per ritrovare la fiamma della vocazione in un tempo segnato dalle violenze e, nel territorio di Roma, dalla povertà e dall’emergenza abitativa, come aveva detto nel saluto iniziale il vicario, card. Baldo Reina: “Il suo presbiterio, Santo Padre, è un presbiterio generoso, con un forte senso di appartenenza e con una passione pastorale molto marcata. Di fronte alle difficoltà reagisce in maniera positiva; schietto nel riconoscere i problemi o le criticità, con uno spiccato senso dell’umorismo e sempre pronto a ripartire per il bene della chiesa e delle singole comunità. Le difficoltà non mancano”.
Quindi papa Leone XIV ha preso spunto dalle riflessioni del cardinale vicario per dimostrare il desiderio di incontrarli: “Ho desiderato incontrarvi per conoscervi da vicino e per iniziare a camminare insieme a voi. Vi ringrazio per la vostra vita donata a servizio del Regno, per le vostre fatiche quotidiane, per tanta generosità nell’esercizio del ministero, per tutto ciò che vivete nel silenzio e che, a volte, è accompagnato da sofferenza o da incomprensione. Svolgete servizi diversi ma siete tutti preziosi agli occhi di Dio e nella realizzazione del suo progetto”.
Ed ha sottolineato questa universalità peculiare: “La Diocesi di Roma presiede nella carità e nella comunione, e può compiere questa missione grazie ad ognuno di voi, nel vincolo di grazia con il Vescovo e nella feconda corresponsabilità con tutto il popolo di Dio. La nostra è una Diocesi davvero particolare, perché tanti sacerdoti arrivano da diverse parti del mondo, specialmente per motivi di studio; e questo implica che anche la vita pastorale (penso soprattutto alle parrocchie) sia segnata da questa universalità e dalla reciproca accoglienza che essa comporta”.
Ed ha proposto alcune note, di cui la prima è stata incentrata sull’unità: “Nella preghiera detta ‘sacerdotale’, come sappiamo, Gesù ha chiesto al Padre che i suoi siano una cosa sola. Il Signore sa bene che solo uniti a Lui e uniti tra di noi possiamo portare frutto e dare al mondo una testimonianza credibile. La comunione presbiterale qui a Roma è favorita dal fatto che per antica tradizione si è soliti vivere insieme, nelle canoniche come nei collegi o in altre residenze. Il presbitero è chiamato ad essere l’uomo della comunione, perché lui per primo la vive e continuamente la alimenta. Sappiamo che questa comunione oggi è ostacolata da un clima culturale che favorisce l’isolamento o l’autoreferenzialità. Nessuno di noi è esente da queste insidie che minacciano la solidità della nostra vita spirituale e la forza del nostro ministero”.
Però per preservare tale comunione è necessaria la fraternità: “Ma dobbiamo vigilare perché, oltre al contesto culturale, la comunione e la fraternità tra di noi incontrano anche alcuni ostacoli per così dire ‘interni’, che riguardano la vita ecclesiale della Diocesi, le relazioni interpersonali, e anche ciò che abita nel cuore, specialmente quel sentimento di stanchezza che sopraggiunge perché abbiamo vissuto delle fatiche particolari, perché non ci siamo sentiti compresi e ascoltati, o per altri motivi”.
Ed ha elencato alcuni ‘comportamenti che favoriscono la fraternità: “Io vorrei aiutarvi, camminare con voi, perché ciascuno riacquisti serenità nel proprio ministero; ma proprio per questo vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale, che affonda le sue radici in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola. Nutriti da questa linfa, riusciamo a vivere relazioni di amicizia, gareggiando nello stimarci a vicenda; avvertiamo il bisogno dell’altro per crescere e per alimentare la stessa tensione ecclesiale”.
Per questo è necessario un cammino unitario: “La comunione va tradotta anche nell’impegno in questa Diocesi; con carismi diversi, con percorsi di formazione differenti e anche con servizi differenti, ma unico dev’essere lo sforzo per sostenerla. A tutti chiedo di porre attenzione al cammino pastorale di questa Chiesa che è locale ma, a motivo di chi la guida, è anche universale. Camminare insieme è sempre garanzia di fedeltà al Vangelo; insieme e in armonia, cercando di arricchire la Chiesa con il proprio carisma ma avendo a cuore l’essere l’unico corpo di cui Cristo è il Capo”.
L’altra nota riguarda l’esemplarità, come aveva detto in un’omelia dello scorso mese: “Ve lo chiedo con il cuore di padre e di pastore: impegniamoci tutti ad essere sacerdoti credibili ed esemplari! Siamo consapevoli dei limiti della nostra natura e il Signore ci conosce in profondità; ma abbiamo ricevuto una grazia straordinaria, ci è stato affidato un tesoro prezioso di cui siamo ministri, servitori. E al servo è chiesta la fedeltà.
Nessuno di noi è esente dalle suggestioni del mondo e la città, con le sue mille proposte, potrebbe anche allontanarci dal desiderio di una vita santa, inducendo un livellamento verso il basso dove si perdono i valori profondi dell’essere presbiteri. Lasciatevi ancora attrarre dalla chiamata del Maestro, per sentire e vivere l’amore della prima ora, quello che vi ha spinto a fare scelte forti e rinunce coraggiose. Se insieme proveremo ad essere esemplari dentro una vita umile, allora potremo esprimere la forza rinnovatrice del Vangelo per ogni uomo e per ogni donna”.
Infine, riprendendo un discorso alla curia romana di papa Francesco sulla bellezza, papa Leone XIV ha evidenziato alcune sfide per i sacerdoti: “Un’ultima nota che desidero consegnarvi è quella dello sguardo alle sfide del nostro tempo in chiave profetica. Siamo preoccupati e addolorati per tutto quello che succede ogni giorno nel mondo: ci feriscono le violenze che generano morte, ci interpellano le disuguaglianze, le povertà, tante forme di emarginazione sociale, la sofferenza diffusa che assume i tratti di un disagio che ormai non risparmia più nessuno. E queste realtà non accadono solo altrove, lontano da noi, ma interessano anche la nostra città di Roma, segnata da molteplici forme di povertà e da gravi emergenze come quella abitativa”.
(Foto: Santa Sede)
Francesco Belletti: case e città sono a misura di famiglia?
‘Case e città a misura di famiglia’ è il punto di osservazione del ‘CISF Family Report 2024’, basato su un’indagine (realizzata in collaborazione con la società Eumetra e con il contributo di Fondazione Cariplo) su 1.600 famiglie italiane, a cui è stato sottoposto un questionario a tutto campo, per valutare aspetti strutturali, giuridici, economici e sociali legati all’abitare. Un’analisi senza precedenti per la sua complessità, che ha mantenuto lo sguardo sulla dimensione relazionale dei luoghi, con l’obiettivo di verificare se e come le relazioni familiari vengono facilitate o penalizzate dalla qualità delle abitazioni e dei quartieri in cui si vive.
Il campione dell’indagine è un campione casuale stratificato per quote, rappresentativo per genere, età, area, ampiezza del comune di residenza e tipologia di famiglia. La distribuzione finale delle interviste risulta così configurata: la presenza di famiglie con figli conviventi caratterizza il 43,0% del campione (32,0% coppie con figli, 11,0% nuclei con un solo genitore): rimane prevalente, ma inferiore alla metà del campione; segue, come numerosità, la presenza di nuclei di un solo componente, pari al 32,1% (18,3% con sessant’anni o più, 12,8% di età inferiore); le coppie senza figli sono il 20,6% (10,8% con almeno un partner di 60 anni e più, 9,8% con entrambi i partner di età inferiore); – residuali, infine, gli ‘altri nuclei’ (famiglie estese, multigenerazionali, con membri aggiunti, ecc.), pari al 4,3%, come ha spiegato il dott. Francesco Belletti, direttore del Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia):
“La casa che abitiamo è un bene ‘immobile’ che dice chi siamo. La casa è un confine aperto o chiuso, uno spazio che si trasforma nel tempo insieme alla nostra famiglia. La casa è un progetto di vita: può essere stata trasmessa dai nonni e dai genitori come bene di famiglia, oppure comprata con i risparmi faticosamente accumulati negli anni. La casa racconta dell’impegno giornaliero di ciascuno nella manutenzione degli spazi, nell’impegno di crescere i figli. La casa è un diritto riconosciuto universalmente, ma di difficile realizzazione”.
Allora, per quale ragione la pubblicazione di questo report?
L’abitazione è ovviamente un bene irrinunciabile per ogni essere umano, una sorta di diritto inviolabile; esiste una strettissima correlazione tra benessere delle persone, progetti di vita delle famiglie e spazi abitativi in cui si svolge la vita quotidiana. Questa consapevolezza ha avuto un momento di accelerazione potente ed imprevisto durante la pandemia, quando il prolungato lockdown ha agito da catalizzatore, rendendo tutti molto più coscienti di quanto gli spazi abitativi siano importanti nel determinare il benessere dei singoli e delle relazioni familiari. Per questi motivi era tempo di dedicare un Rapporto Cisf al tema casa; e lo abbiamo fatto con un gruppo di esperti di diverse competenze, ascoltando 1.600 famiglie, che abbiamo intervistato ad aprile dello scorso anno”.
Cosa rappresenta la casa per una famiglia?
“Dalle interviste si conferma la centralità della casa per l’identità stessa della famiglia. In fondo ‘fare famiglia’ e ‘mettere su casa’ sono sostanzialmente sinonimi, e infatti alla domanda: ‘Ma in sintesi, cosa significa per te la parola casa?’, la risposta più frequente è stata proprio ‘famiglia’’ (28,6%), ma anche ‘sicurezza’ (15,8%), ‘rifugio’ (15,3%) e ‘comfort’ (14,9%). C’è anche una piccola percentuale che esprime concetti negativi: ‘prigione’ (0,7%) o ‘costo’ (0,4%) associato al mantenimento della casa. Non basta cioè ‘avere casa’ per essere famiglia”.
In quale modo la famiglia abita la casa?
“Ogni casa (e ogni città, in fondo) si costruisce con un limite, con un perimetro che delimita il dentro e il fuori. Sarebbe illusorio immaginare una casa (o una famiglia) senza confini. Tuttavia questi confini possono essere aperti o chiusi, permeabili o impermeabili, possono avere varchi, porte e finestre più o meno aperti. La questione ‘casa’ può essere lo spazio privilegiato di una nuova definizione dei confini tra pubblico e privato, in un rinnovato intreccio tra relazioni micro-sociali e dinamiche macroeconomiche globali: luogo e spazio di affetti e di intimità, ma anche bene economico di investimento dei propri risparmi, con ricadute e implicazioni decisive sia sull’agire economico profit, sia sulle politiche pubbliche e sul bilancio dello Stato”.
Allora case e città sono a misura di famiglia?
“La strada è ancora lunga per poter dire che le nostre case e le nostre città sono a misura di famiglia. Ma ci pare fondamentale il tema del confine, soprattutto in una società così fluida. Le persone (e tutte le società, il mondo intero) sono oggi sfidate a rivedere i propri confini, per far sì che questi possano e sappiano essere sia un ‘limes’ (confine)definito, non incerto né ambiguo, sia un ‘limen’ (porta), una soglia che si può attraversare, attraverso cui ci si incontra. Come tante città italiane, circondate da mura spesso molto alte e divisive, ma sempre interrotte da porte, attraverso cui poter entrare. Così anche le mura domestiche (e i confini familiari) non devono essere un rifugio in un mondo senza cuore, ma spazio di relazione, con porte e finestre aperte agli altri”.
Il disagio abitativo è in crescita?
“Dai dati Caritas (che ha realizzato un capitolo su questo tema) emerge che circa il 20,5% delle persone che si sono rivolte ai centri di ascolto della rete nazionale Caritas (260.000) segnalava anche un disagio abitativo. E questa quota, non marginale, è confermata anche dai dati dell’indagine Cisf, dove per esempio oltre un quarto delle famiglie negli ultimi tre anni ha avuto problemi almeno una volta o due a coprire i costi ordinari della casa, e un ulteriore 4,4% li ha avuti con molta maggiore frequenza. La scarsa disponibilità di abitazioni di edilizia pubblica e la scarsità di alloggi in affitto aggiunge ovviamente ulteriore criticità. Quindi sicuramente servirebbe un intervento organico da parte di Governo, Regioni e Comuni, con un ‘piano casa’ che però oltre ad aumentare l’offerta per le fasce più deboli sappia essere anche a misura di famiglia”.
Da Parma un invito ad un cammino di speranza con i giovani
“C’è speranza per i giovani, a Parma? Il marziano che arriva o la persona che ha passato il mare, a Parma, vede speranza o rassegnazione? Siamo Capitale europea dei giovani. L’Europa è giovane e dà speranza? Queste domande me le faccio da cittadino e da Vescovo, preoccupato e voglioso di guardare avanti con una coscienza che si interroga, osservando prima di tutto la nostra Chiesa le cui membra sono la gente di Parma che crede, partecipa, vive, come ognuno può, la fede cattolica. Ho goduto della Giornata mondiale della gioventù e di altre manifestazioni con i giovani e soffro se la Chiesa non ascolta e non propone e quando vedo non accolte o sciupate le potenzialità ed energie dei giovani. Intuisco la loro voglia di autenticità, di crescita e di testimoni”.
Con queste domande inizia la lettera inviata da mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma, alla città, che sarà capitale europea dei giovani nel 2024, in occasione della solennità del patrono sant’Ilario di Poitiers, coniugando la speranza, tema dell’Anno Santo, ed i giovani, simbolo di speranza nel presente e nel futuro, ma anche espressione spesso di sogni traditi: “Ognuno ha una responsabilità verso i giovani, gli adulti, la famiglia, la Chiesa e la società civile, le aggregazioni e la scuola. Pensare ai giovani, dobbiamo esserne coscienti, è inquadrare una galassia diversificata, per età, per provenienza, per possibilità, per inclusione. Un elenco lungo, troppo per essere raccolto qui. Parma è una città ricca. Dove si vive bene. Anche se questo non è per tutti”.
Consapevole di ciò ha indicato alcune speranze che i giovani, intervistati, nutrono: “Il desiderio che muove la speranza è, per molti, la felicità e per tanti la fede che prospettano uno sguardo verso il futuro. La speranza viene percepita come una molla… La speranza è colta come la possibilità e l’auspicio di un cambio di passo, nella consapevolezza che si può ‘avere una seconda possibilità’, e che ‘non è ancora detta l’ultima parola sulla realtà e che c’è ancora qualcosa di nuovo…’. Una speranza che viene alimentata, per alcuni dalla fede, per molti dalla testimonianza degli altri: ‘Giovani che fanno scelte in conformità al Vangelo’, ‘persone che, intorno a me, continuano a progettare e a vivere e non a sopravvivere’; per altri dalla gratitudine: ‘Spero di poter restituire al mondo parte di quello che ho ricevuto’, come gli stessi giovani intervistati hanno dichiarato. Messaggio che contiene domande, riflessioni e provocazioni, rivolte a tutta la comunità, sia cristiana che civile, perché solo camminando insieme si dà forma e volto alla speranza”.
Inoltre i giovani hanno sottolineato gli ostacoli alla speranza: “Ma i giovani hanno anche evidenziato ciò che spegne, ostacola, la speranza. Tra questi, la paura: ‘La paura di non riuscire ad arrivare al traguardo che mi sono posta, l’insicurezza nelle mie capacità’… Paura, incertezza, instabilità, vissute e colte anche nell’attuale contesto sociale e politico”.
Quindi parlare di speranza implica alcuni interrogativi sugli stili di vita di una comunità: “Parlare di speranza, come ci hanno detto e ci chiedono i giovani, porta ad interrogarci sullo stile di vita della nostra comunità, sulle attese che genera, sui modelli che propone, su quanto si ritiene essenziale, condiviso e non rinunciabile. Così pure se trae dal suo tesoro, dalla sua anima, un messaggio armonico che rende ragione delle dimensioni proprie della persona, non soltanto di carattere immediato e immanente, ma con piste di risposte a interrogativi profondi che non possono essere elusi e a domande di senso tanto radicali, quanto appaiono sovente lontani i punti luce che le possono rischiarare, come donne e uomini significativi, capaci di educare, ascoltare e attrarre”.
Ma la speranza è bloccata anche dalla precarietà: “La speranza fatica a crescere nella precarietà, nell’incertezza, nella povertà. Non possiamo negare che anche a Parma la forbice si sta allargando tra giovani che hanno tante possibilità di formazione e di un significativo o alto tenore di vita e chi ne ha molto meno, fino a non averne. Qui si mina la speranza. Può essere forte come la gramigna che fora l’asfalto, ma, più spesso, vi muore sotto. Pensiamo ai giovani migranti che cercano una sistemazione, un permesso di soggiorno, un lavoro, una possibilità di studio. In chiaro scuro la speranza e la sua negazione possono portare a delinquere e a oltrepassare le porte del Carcere. Via Burla non è una burla. E’ luogo di detenzione anche di giovani”.
Per questo il vescovo ha invitato i giovani ad essere testimoni di speranza: “I giovani sono testimoni di speranza. La nutrono e la diffondono. Sanno, come diceva don Pino Puglisi, ‘rispondere alle attese vere dell’umanità intera e del singolo… sperimentano che vivere è sperare’ fino al martirio, cioè fino a pagare di persona”.
Un giovane di speranza è stato Sammy Basso: “Una lezione non voluta, dalla cattedra della sua vita di giovane ventottenne, affetto da progeria. Tanti giovani hanno la domanda sulla vita e su cosa c’è oltre. Negarla è mettere la polvere sotto il tappeto. La speranza della vita piena che non finisce, non distoglie dall’oggi, anzi è la molla per il cambiamento. Nei testimoni di speranza possiamo mettere ‘i patrioti’ ricordati dal presidente Mattarella.
pI loro sono volti comuni, in professioni necessarie e spesso a rischio… Fa ben sperare vedere giovani che si offrono per i più poveri, anche loro coetanei, che servono in servizi essenziali, da volontari, come alla mensa della Caritas. Lo fanno in silenzio, non fanno polemiche sterili, non puntano il dito senza conoscere, si tirano su le maniche, si sporcano le mani”.
Perciò il messaggio del vescovo è un invito agli adulti di ascoltare i giovani: “Testimoni di speranza sono anche quei giovani (ce lo hanno detto nelle interviste) che sperano di fare famiglia, di generare figli. Preoccupa che questo desiderio resti, per loro, in bilico tra la speranza e la paura di non farcela. Due giovani che si sposano si aprono al futuro; il figlio è ‘la’ speranza della città e del mondo. Oltre che loro. Se intendiamo per ‘patriottismo’ l’agire con coraggio per il bene comune, sono veri patrioti”.
Ecco l’invito ad essere ‘pellegrini nella speranza’: “Il pellegrinaggio, tipico del Giubileo, è una pratica e un simbolo universale e può rappresentare la sinergia tra la speranza giovane e la nostra città. Richiede una partenza, un itinerario, una meta, e camminare con entusiasmo insieme. Si vince così più facilmente la fatica, e si supera, una volta partiti, la noia e l’apatia. Mette alla prova, purifica le speranze. C’è l’obbligo che nessuno resti indietro. Ci piace pensare che possa essere intrapreso da una comunità che, unendo tutti, trae dalla sua storia anche recente la motivazione per farlo (vi ricordate della pandemia e di quanto ci dicevamo?) avendo i giovani come apripista. Si cammina sulla terra, l’ambiente che ci è dato”.
Il messaggio si conclude con l’invito ad iniziare un pellegrinaggio di speranza: “Nel pellegrinaggio si può toccare l’essenziale che ci abita, attivare risorse sopite, aprirsi alla speranza. Dal di dentro si irradia la luce e la forza per il poliedro della speranza. Non ha luce propria, la riceve e l’espande al punto che diventa storia, cambiamento. L’augurio è che questa luce si riaccenda nel cuore di tutti i giovani e che si si espanda ovunque, partendo dalla nostra città, dal suo territorio, perché non ci può essere futuro se non lo speriamo insieme”.
(Foto: Diocesi di Parma)
Papa Francesco: santa Lucia educhi alla tenerezza
“Ho appreso con gioia che la Chiesa siracusana celebra l’Anno Luciano, dedicato alla Vergine e Martire Lucia, vostra concittadina. L’affetto che vi lega a Santa Lucia vi ha ricondotti, così, a una delle più antiche consapevolezze cristiane: ‘Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna»’… Nel giorno della festa della vostra Patrona scrivo a te, caro Fratello, e all’intera comunità arcidiocesana, perché queste parole di salvezza orientino anche oggi il vostro cammino e rinnovino nello spirito del Vangelo i legami familiari, ecclesiali e sociali di cui è intessuta la vostra bella città”: con queste parole papa Francesco inizia la lettera indirizzata a mons. Francesco Lomanto, arcivescovo di Siracusa, in occasione della Traslazione temporanea del corpo di santa Lucia.
Ed il pensiero va all’imminente avvio del giubileo con l’apertura della Porta Santa: “Il mese di dicembre culminerà quest’anno nell’avvio del Giubileo che ci vuole ‘Pellegrini di speranza’, ma è segnato per voi da un altro pellegrinaggio, quello di Santa Lucia da Venezia a Siracusa, cioè dalla città che da otto secoli custodisce il suo corpo a quella in cui la sua testimonianza è inizialmente brillata, diffondendo luce in tutto il mondo”.
La traslazione del suo corpo è un avvenimento particolare che unisce Siracusa e Venezia: “Santa Lucia viene da voi, perché voi stessi siate uomini e donne del primo passo, figlie e figli di un Dio che si fa incontro. La comunione fra due Chiese particolari, che ha reso possibile questa traslazione temporanea, indica a sua volta un modo di abitare il mondo che può vincere le tenebre che ci circondano: c’è luce dove ci si scambiano doni, dove il tesoro di uno è ricchezza per l’altro. La menzogna che distrugge la fraternità e devasta il creato suggerisce, invece, il contrario: che l’altro sia un antagonista e la sua fortuna una minaccia. Troppo spesso gli esseri umani si vedono così”.
E’ stato un invito a guardare ‘lontano’ con lo sguardo femminile: “Il simulacro della vostra Patrona, se lo osservate bene, esprime vigorosamente la dignità e la capacità di guardare lontano, che le donne cristiane portano anche oggi al centro della vita sociale, non lasciando che alcun potere mondano rinchiuda la loro testimonianza nell’invisibilità e nel silenzio.
Abbiamo bisogno del lavoro e della parola femminile in una Chiesa in uscita, che sia lievito e luce nella cultura e nella convivenza. E questo ancora di più nel cuore del Mediterraneo, culla di civiltà e di umanesimo, tragicamente al centro di ingiustizie e squilibri che sin dal mio primo viaggio apostolico, a Lampedusa, ho suggerito di trasformare da cultura dello scarto in cultura dell’incontro”.
Ecco le virtù a cui il papa esorta: “Il martirio di Santa Lucia ci educhi al pianto, alla compassione e alla tenerezza: sono virtù confermate dalle Lacrime della Madonna a Siracusa. Sono virtù non solo cristiane, ma anche politiche. Rappresentano la vera forza che edifica la città. Ci ridanno occhi per vedere, quella vista che l’insensibilità ci fa perdere drammaticamente. E come è importante pregare perché guariscano i nostri occhi!”
Quindi ha invitato a non essere ‘tranquilli’: “Stringersi attorno a una Santa (e penso all’immensa folla che a Siracusa circonda Santa Lucia) significa avere visto la vita manifestarsi e scegliere ormai la parte della luce. Essere persone limpide, trasparenti, sincere; comunicare con gli altri in modo aperto, chiaro, rispettoso; uscire dalle ambiguità di vita e dalle connivenze criminali; non temere le difficoltà. Mai stanchiamoci di educare bambine e bambini, adolescenti e adulti (a cominciare da noi stessi) ad ascoltare il cuore, a riconoscere i testimoni, a coltivare il senso critico, a obbedire alla coscienza”.
E nella lettera di Avvento mons. Lomanto ha invitato i fedeli a prepararsi ad accogliere Gesù: “Iniziamo il tempo forte dell’Avvento per prepararci ad accogliere Gesù che porta al mondo la luce di Dio e disponiamoci a vivere contestualmente, con intensa spiritualità, i giorni della presenza del Corpo di Santa Lucia a Siracusa che segnerà la conclusione dell’Anno luciano e il passaggio al tempo di grazia del Giubileo Santo dell’Anno 2025“.
L’arcivescovo di Siracusa evidenzia che “la presenza del Corpo di Santa Lucia, che porta nel suo nome il segno della luce di Gesù, sostiene il nostro cammino di fede, consolida l’impegno della santità e della carità, facendoci testimoni veraci della morte e della risurrezione del Signore“.
E quindi “come Santa Lucia aneliamo alla santità per essere, innanzitutto, discepoli del Signore, trasparenza viva della sua presenza. Inseriamoci pienamente in Cristo per crescere nella santità di vita e per illuminare la vita degli altri con la luce divina che dà senso e valore, che indica la giusta direzione del cammino, che ravviva la speranza nel cuore dei credenti”.
L’anno luciano, appena concluso, ed il giubileo, di prossima apertura, sono segni evidenti per accrescere la fede: “Questi eventi che segnano il cammino della Chiesa ci vedano impegnati, prima di tutto e al di sopra di tutto, a crescere nella luce della fede e nelle altre virtù della nostra Santa Patrona, per realizzare la conformità a Cristo nella quotidianità, l’ascolto e la messa in pratica della Parola di Dio, la testimonianza nella carità fraterna, il carisma dell’amore perfetto, e così crescere nella santità di vita ed essere profeti di speranza e costruttori della civiltà dell’amore“.
Mons. Anselmi: amare per essere felici
“In questi mesi ho appreso che durante la Seconda Guerra Mondiale anche Rimini e i territori circostanti sono stati teatro di guerra; i nostri nonni e bisnonni, ottant’anni fa hanno vissuto scene di morte e distruzione; nella storia rimangono i quasi quattrocento bombardamenti, l’80 % della città distrutta, i morti della battaglia di Rimini, circa 20.000 tedeschi e 15.00 alleati, i campi di prigionia per più di 150.00 persone allestiti sul litorale.
Una tragedia testimoniata da rovine ancora presenti in città, dai cimiteri di guerra di Rimini e Coriano, dal ricordo vivo dei tre giovani martiri impiccati in piazza, dai resti della chiesa della Pace di Trarivi e soprattutto dal ricordo di tanti testimoni oculari. Grazie alla Repubblica di san Marino che ha accolto decine di migliaia di profughi sfollati. Signore, dona la pace al mondo e aiutaci ad essere operatori di pace”: dopo l’invocazione allo Spirito Santo, così inizia la lettera pastorale del vescovo della diocesi di Rimini, mons. Nicolò Anselmi, intitolata ‘Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene, ora e nei secoli eterni’.
Nella lettera pastorale il vescovo ha spiegato il titolo della lettera: “Ho scelto questo titolo per sottolineare il fatto che la felicità è lo scopo della vita, è il grande desiderio di Dio e che l’amore è la strada per essere felici. Penso che tutti possiamo essere concordi nel riconoscere l’importanza
dell’amore come strada verso la felicità, a prescindere da ogni religione e cultura; qualcuno può essere indifferente al fatto religioso ma tutti siamo interessati all’amore. Non ho mai ascoltato persone teorizzare l’odio verso gli altri esseri umani; tutti siamo in fondo convinti che l’amore sia la strada maestra verso una vita bella e gioiosa. Chi è credente sa che il vero modo di amare Dio, di renderlo felice, è quello di amarci fra noi; la gioia di Dio è quella di vederci uniti come fratelli e sorelle. In questa situazione di unità l’amore per Dio e l’amore per il prossimo coincidono”.
Inoltre il vescovo ha sottolineato che la religione cristiana discende da un fatto storico: “La religione cristiana è prima di tutto figlia di un fatto storico: la Resurrezione di Gesù il giorno di Pasqua; Gesù è vivo, è risorto, è Dio. Gli apostoli e molti discepoli sono i testimoni oculari di Gesù risorto e lo hanno comunicato ai loro successori, oralmente e scrivendo testi chiamati vangeli; dai cosiddetti Padri Apostolici, coloro che hanno conosciuto personalmente gli apostoli ma non hanno incontrato direttamente Gesù, attraverso una lunga catena di fedeltà, pagata fino al sangue del martirio, questa certezza di Fede è arrivata fino a noi. E i vescovi sono i successori dei dodici apostoli. Ogni settimana, la domenica, celebriamo la Pasqua basandoci su questa catena di testimonianza comunitaria che collega gli apostoli e la comunità primitiva con i vescovi e la comunità cristiana di oggi: la chiesa è il popolo che da duemila anni trasmette la verità della resurrezione di Gesù e quindi la sua divinità”.
La lettera è un invito ad ‘essere costruttori del Regno di Dio: “Essere costruttori del Regno di Dio, il regno dell’amore, della pace, della gioia è la vocazione più bella che abbiamo ricevuto, è il senso della vita; tutti siamo invitati a fare la nostra parte, a lavorare nella vigna del Signore, sani e malati, ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e adulti, bambini e anziani, sacerdoti e laici, di qualunque nazione e cultura.
Un modo per essere costruttori del regno, messaggeri di amore, missionari di pace è raccontare la presenza trasformante di Dio nelle nostre giornate, nelle grandi svolte della nostra esistenza, le luci quotidiane, la gioia dei piccoli gesti d’amore, l’essere guidati, aiutati, consolati dallo Spirito Santo; è importante raccontare con umiltà, con le parole e le opere, la gioia che abbiamo provato nel compiere gesti di carità, di bontà, di perdono, di servizio verso gli ultimi, verso chi soffre, sostenuti dallo Spirito Santo”.
Al contempo mons. Anselmi ha evidenziato la necessità di pregare: “Pregare è un atteggiamento del cuore sempre presente durante la giornata. Pregare è un modo di vivere; pregando ogni ghiaccio si scioglie, ogni durezza si ammorbidisce, ogni paura svanisce, le parole incomprensibili diventano chiare, la stanchezza diventa vigore, le lacrime puliscono gli occhi e ci aiutano a vedere meglio. Lo Spirito Santo di Gesù prega in noi. La preghiera personale ci è necessaria per assaporare il senso della vita”.
Ed ecco la necessità del discernimento per porsi in ascolto dello Spirito Santo: “Se lo Spirito Santo è presente in ogni essere umano, per scoprire ed ascoltare la voce dello Spirito, è necessario che le persone siano capaci di ascoltare gli altri, nel silenzio, nella profondità, nella verità e nella libertà. Lo stare insieme fra persone dovrebbe sempre avere le caratteristiche dell’ascolto e della scoperta di ciò che è più luminoso, brillante, profumato. Sarebbe bello che, quando ci si ritrova, tutti avessero la possibilità di parlare e di essere ascoltati.
Chi è più espansivo, esperto, preparato deve saper dare spazio agli altri, a tutti, ai più giovani; tutti devono potersi esprimere. La conversazione spirituale in cui tutti parlano e sono ascoltati è una scuola per non giudicare rapidamente, per non voler imporre a tutti i costi la propria idea. Ogni conversazione dovrebbe iniziare con l’invocazione dello Spirito, proseguire con l’ascolto della Parola di Dio, essere pacata, leggera, mite, buona, sottolineare ciò che hanno detto gli altri e concludersi con un rendimento di grazie a Dio. La conversazione spirituale può aiutare a scegliere attraverso il discernimento personale e comunitario”.
Non poteva mancare un capitolo dedicato a don Oreste Benzi: “Lo Spirito Santo attraverso don Oreste ha donato al mondo l’intuizione pastorale che la famiglia è il grembo originario in cui il Vangelo si incarna e può essere vissuto. Le Case-Famiglia da lui volute sono luci che brillano, illuminano la Chiesa e la società, suscitano il desiderio in altre famiglie di essere aperte, accoglienti, vere chiese domestiche, sacramenti dell’amore di Dio, scaldate dalla presenza eucaristica.
Don Oreste, e tante persone con lui, hanno risposto a una molteplicità infinita di domande di amore; i preti e i giovani sono stati le sue grandi passioni testimoniate dalla vita comune da lui vissuta con alcuni fratelli sacerdoti e dall’impegno costante con e verso i giovani, nei campi estivi ed in mille esperienze. Con i giovani e per i giovani si è speso in tutte le situazioni invitandoli ad essere santi e ad affidarsi a Gesù.
Ha seminato il Vangelo in tutti i terreni possibili: la dipendenza dalle droghe, la sofferenza del carcere, la schiavitù della prostituzione, la cura della disabilità, l’accoglienza dello straniero, l’amicizia con le persone nomadi e Rom, l’amore per la vita nascente, l’impegno per evitare ogni interruzione di gravidanza e la disponibilità ad aiutare le famiglie e ad accogliere i neonati, la gratitudine verso gli anziani, l’operatività a favore della pace, l’animazione missionaria.
La molteplicità di queste risposte e l’opera dello Spirito Santo ha fatto nascere un’associazione di laici e consacrati, ispirata alla bontà di San Giovanni XXIII che chiedeva ai giovani porte, finestre, chiese e case aperte”.
Un capitolo è dedicato alla famiglia, che Dio chiama attraverso il matrimonio: “Il matrimonio è una chiamata di Dio, nasce nella comunità cristiana. Tutti devono pregare perché i ragazzi scoprano questa vocazione. Le persone si innamorano se sentono che qualcuno le ama, si prende cura di loro.
Il sacramento del matrimonio è la presenza di Dio nella vita dei due coniugi; c’è chi dice che l’amore può spegnersi e finire, ma la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti dell’Eucarestia e della Confessione sono Amerai, sarai felice e godrai di ogni bene ora e nei secoli eterni sostegni sicuri perché il fuoco dell’amore e dell’unità continuino ad ardere incessantemente”.
Un pensiero anche per le famiglie separate e divorziate: “Un caro abbraccio alle coppie separate, divorziate, risposate civilmente e ai vostri figli; la Chiesa di cui fate parte vi è vicina, prega per voi e con voi desidera cercare nuove strade di presenza nella comunità cristiana perché possiate far fruttificare il dono che ogni essere umano porta con sé; cercate un accompagnatore spirituale e cominciate a camminare secondo lo Spirito di Gesù.
In alcuni casi, dopo un percorso sempre doloroso, gli sposi hanno scoperto che alla base della loro separazione c’era una scelta non pienamente consapevole; in queste situazioni si può arrivare a una dichiarazione di nullità del matrimonio che non consiste nella cancellazione del sacramento bensì nell’affermazione che il sacramento, per vari motivi, non c’è mai stato. Oggi il percorso per la dichiarazione di nullità è più semplice di un tempo”.
Inoltre il vescovo ha sollecitato ad una presenza in politica: “L’impegno in politica è una vera e propria vocazione; gli amministratori locali hanno la possibilità di ben operare per la vita delle persone; invito giovani e adulti a rendersi disponibili ad assumere ruoli di responsabilità e coordinamento nell’associazionismo, nel volontariato, nelle organizzazioni di categoria, negli organismi di partecipazione a scuola e nelle università; servire il bene comune può essere faticoso ma dona gioia.
Anche studiare, leggere, informarsi, partecipare, andare a votare nei vari turni elettorali, cercando di sostenere le realtà e le persone che portano idee in armonia con il vangelo, sono gesti di amore per il bene comune”.
La lettera si chiude con una visione giubilare: “E’ bello che tutte le persone sappiano ascoltare le richieste di aiuto che silenziosamente ci raggiungono, che tutti sappiano dare speranza, senza giudicare, perché la persona è più grande anche delle proprie fragilità. La storia della nostra salvezza è piena di peccatori convertiti, perdonati: Mosè, il grande re Davide, San Paolo persecutore della Chiesa.
Una persona mi ha confidato che vorrebbe vivere un giubileo cantato, un inno di lode alla presenza di Dio. Le chiese aperte, abitate dal canto e dalla preghiera, anche in pausa pranzo o di sera, sarebbero un segno bello del Giubileo. Il Giubileo ha bisogno di tutti, ed in particolare, di volontari, disponibili ad accompagnare i pellegrini nella visita ai luoghi giubilari ed a proporre un cammino spirituale”.
(Foto: Diocesi di Rimini)
Mons. Trevisi: san Giusto un innamorato della sua città
Ieri Trieste ha festeggiato il patrono san Giusto, martirizzato il 2 novembre 303 durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano per le sue opere ed elemosine, fu denunciato di empietà (sacrilegium) da alcuni suoi concittadini. Secondo la legge romana il giudice doveva verificare di persona l’accusa. Perciò Giusto fu convocato nello studio privato (consistorium) del magistrato ed invitato a sacrificare agli dèi romani, a cui oppose un fermo rifiuto. Nella scrupolosa osservanza delle procedure, il magistrato Manazio mandò Giusto in carcere per una pausa di riflessione. Il giorno seguente Giusto, nuovamente esortato a sacrificare, rifiutò; venne quindi fustigato e, poiché persisteva nel suo rifiuto, condannato alla morte per annegamento.
Nell’omelia per il pontificale della festa patronale mons. Enrico Trevisi, vescovo di Trieste, ha rappresentato il patrono come cittadino: “Mi piace pensare a san Giusto come a un cittadino che non ha fatto mancare il suo apporto per costruire la città. La tradizione ce lo presenta come un uomo conosciuto per le sue opere e le sue elemosine. La fede non si riduce a un sentimento ma è vita che si esprime in tutte le dimensioni, e dunque anche nelle opere e pure nella carità verso i poveri. Nella settimana sociale siamo stati sollecitati a prenderci cura della città, a partecipare attivamente e nelle forme più svariate e in tutte le direzioni. Il papa ha parlato della crisi della democrazia come di un cuore ferito, infartuato”.
Ed ha sottolineato l’importanza data da san Giusto per le opere di carità: “Mi piace pensare a San Giusto come a un cittadino che si è dato da fare con le opere e con la carità. Non viene ricordato come uno che si distingueva per le polemiche ma come uno che viveva facendo del bene, prendendosi cura dei poveri”.
Quindi ha invitato la comunità ad imparare dal patrono: “Talvolta, è così in tutto il mondo e anche a Trieste, si rischia di scivolare in riletture dove tutto è polemica e scontro. Dove fatichiamo a convertirci ad uno stile di confronto sereno e aperto, a un dialogo delle buone pratiche che non devono essere interpretate contro qualcuno, ma a favore del Bene comune, a favore di chi rischia di essere scartato… A me piace una comunità cristiana che sull’esempio di San Giusto è parte viva della città e si spende coraggiosamente per le persone vulnerabili. Non con lo spirito partitico, di una parte contro l’altra, ma nella ricerca delle tracce del Dio incarnato nella storia di tanti crocifissi che ci abitano a fianco, che ci camminano a fianco”.
San Giusto ha compiuto le opere di carità in quanto la fede rende liberi: “La fede in Gesù mi rende libero dalla preoccupazione del mio successo individuale, e dunque libero di prendermi cura dei fratelli. Libero di rischiare la vita nell’amore, come Gesù. Liberi anche di andare oltre i pregiudizi del tempo, per osare con Gesù lo scandalo dell’amore evangelico. Fino a dare totalmente noi stessi: nell’essere appassionati per la vita, per il bene comune, per la pace e la giustizia, per dare compagnia ai malati, nel rilanciare attenzione alle famiglie, nell’affrontare l’inverno demografico, nello sfidare l’emergenza freddo”.
Per questo mons. Trevisi ha chiesto ai fedeli di imparare a credere in Gesù, che rende liberi, dall’esempio di san Giusto: “Da san Giusto (il chicco di grano, caduto in terra e che dà molto frutto) impariamo a credere in Gesù smisuratamente: Gesù ci rivela il volto del Padre e dunque il volto del vero Dio: il Dio che ci ama e vuole la nostra vita, la nostra pienezza di vita; ed è Lui che ci rivela come guardare ai fratelli e uscire dallo stereotipo dello scontro, dell’essere gli uni contro gli altri. Credere in Gesù ci fa liberi dalle ideologie, liberi dal consenso a tutti i costi (anche a prezzo delle menzogne), liberi di spenderci nell’amore, fino a dare la vita”.
E per questa fede liberante è stato martirizzato: “Di fronte alle prepotenze del suo tempo san Giusto non è indietreggiato. Ha continuato a professare la sua fede in Gesù Cristo e a vivere spargendo buone opere e carità. Non possiamo continuare a ripetere che i nostri sono tempi difficili, quasi a giustificarci di una fede vissuta con mediocrità, anteponendo ad essa lo spirito del mondo. San Giusto vive la sua appartenenza a Gesù fino a morire martire, cioè a morire amando Dio ed il prossimo. Oggi assistiamo a tante persone che muoiono uccidendo sia nelle guerre come nella criminalità organizzata ma anche in relazioni malate che ci sono talvolta tra uomini e donne. E altre persone che muoiono mentre il mondo resta indifferente e distratto!”
San Giusto invita ad una fede coraggiosa: “Niente di meno di questo: dare la vita con Gesù, nel nome di Gesù. San Giusto questo insegna anche oggi a tutta Trieste. Non una fede mediocre, non una fede tiepida e accomodante. Invece una fede viva, appassionata, radicale, coraggiosa, entusiasta, contagiosa… Come ci insegnano anche tanti cristiani del nostro tempo, martiri in tante parti del mondo anche in questo nostro tempo”.
Mentre nella veglia di preghiera mons. Trevisi aveva invitato i cittadini alla carità: “Troverete così il vostro modo personale di vivere la carità, senza ipocrisia, detestando il male, con affetto fraterno, gareggiando nella stima reciproca. Abbiamo bisogno di giovani che non sono pigri nel fare il bene. Che non sono lieti nella speranza… premurosi nell’ospitalità. A questo riguardo invito a divenire volontari nel dormitorio di via Sant’Anastasio. Trovate l’emozione del fare un puzzle con dei bambini che hanno bisogno di recuperare la loro infanzia perduta. Oppure sogno di poter rilanciare volontariato giovanile con i bambini al Burlo. E vi educheranno a quello che dice san Paolo: a rallegrarvi con chi è nella gioia e a piangere con quelli che sono nel pianto!”



























