Tag Archives: responsabilità
L’università è un ponte verso gli altri
All’Università Europea di Roma (UER) riprendono le attività di Responsabilità Sociale, nell’ambito delle iniziative del Centro di Formazione Integrale dello stesso ateneo. Come ogni anno, gli studenti del secondo anno di alcuni corsi di laurea prenderanno parte a progetti realizzati in collaborazione con diverse realtà che operano nel sociale sul territorio, sperimentando un coinvolgimento attivo in proposte che rispondono ai bisogni concreti e reali della società.
L’UER festeggia quest’anno il suo ventennale. Fin dalla nascita, queste attività occupano un ruolo centrale nella formazione e nella crescita personale degli studenti, sensibilizzandoli alle dinamiche sociali, all’esercizio attivo della solidarietà e al riconoscimento del valore sociale intrinseco nell’impegno professionale. Nell’anno accademico 2025/2026 saranno più di trecento gli studenti che parteciperanno a quaranta attività, progetti e laboratori:
“Ogni anno la nostra esperienza di Responsabilità Sociale accoglie nuove associazioni e collaborazioni, spiega p. Enrico Trono LC, Direttore del Centro di Formazione Integrale UER. Ricominciare è sempre bello ed entusiasmante, perché siamo all’inizio di un percorso nuovo che coinvolgerà i nostri studenti. Alla fine di ogni anno tanti giovani ci comunicano d’aver vissuto un’esperienza positiva, che ha contribuito ad accrescere la propria sensibilità e il loro sguardo verso gli altri”.
Gli studenti dell’Università Europea di Roma collaboreranno con diverse realtà che operano nel sociale (associazioni, Onlus, fondazioni, laboratori, organizzazioni di volontariato) svolgendo attività di vario genere: assistenza a minori e disabili, supporto a persone senza fissa dimora o in condizioni di disagio, tutela dell’ambiente, promozione della cultura e dell’educazione, sostegno a persone anziane o malate, raccolta di farmaci e generi alimentari.
Da Milano un invito a prendersi cura della democrazia
“Che cosa vi dice oggi Ambrogio, cosa dice a voi e a coloro che vengono a Milano da ogni parte del mondo?”: questa domanda iniziale è stata al centro del Pontificale nella solennità di Sant’Ambrogio, patrono della diocesi, celebrata oggi da mons. Mario Delpini, concelebrata insieme all’abate della chiesa, mons. Carlo Faccendini, dall’arciprete del Duomo, mons. Gianantonio Borgonovo e dai Canonici dei due Capitoli.
Il ‘cuore’ dell’omelia è la Chiesa di Milano che Ambrogio volle con quella esemplarità capace di amare i deboli e i poveri e di confrontarsi con imperatori e potenti senza paure: “Ci sono quelli che provengono da altrove, che sono fuori dal gruppo dei discepoli devoti, quelli che si trovano in una condizione spirituale diversa da quella delle pecore, conoscono me così come io conosco il Padre.
Tra quelli che provengono da altri recinti ci sono, io credo, persone ostili. Ostili sono quelli che fanno guerra al Buon Pastore, che in nome di Dio mettono a morte il figlio di Dio. Ostili sono quelli che trovano insopportabile di essere amati, di essere chiamati a formare un solo gregge con un solo pastore; quelli che trovano insopportabile dover riconoscere che vivono di una vita ricevuta”.
Proseguendo l’omelia mons. Delpini ha delineato alcune ‘categorie’, tra cui gli ‘estranei’: “Estranei sono quelli che non hanno niente a che fare con Gesù, che sono indifferenti, vivendo con i loro pensieri, i loro affari, le loro feste e le loro tragedie. Estranei sono quelli che non hanno bisogno di niente, che trovano bizzarro l’insegnamento di Gesù e improbabile la sua storia, incomprensibile la sua risurrezione”.
E gli smarriti: “Smarriti sono quelli che non sanno dove andare e si sentono perduti, quelli che hanno perso la strada e per i quali la vita è un enigma. Quelli che sono confusi tra le molte parole, notizie e proposte e non sanno più che cosa sia vero e che cosa sia falso; che hanno nostalgia di tempi migliori, quando si sentivano al sicuro dentro il gregge e si fidavano. Erano ingenui, forse, ma sereni. Adesso che sono tanto sapienti e avveduti sono persi e infelici”.
Davanti a tali ‘categorie’ l’arcivescovo ha ‘saggiato’ la reazione dei cristiani ed indicato il pensiero dei Gesù: “Saremo arrabbiati verso coloro che sono ostili senza motivo, che sono estranei senza disponibilità, che sono smarriti e chiedono quello che noi non siamo capaci di dare?.. Gesù chiama a tutti a formare un solo gregge. Gesù conosce la parola che tutti ascoltano”.
Da qui il richiamo a sant’Ambrogio, che indica la missione cristiana: “Le parole e il ministero di Ambrogio suggeriscono ai cristiani la via da percorrere: non possiamo rispondere all’ostilità con l’ostilità e la violenza, non possiamo rassegnarci a vivere da estranei. Un’immagine suggestiva della missione cristiana, nei testi di Ambrogio, è quella del profumo: come un profumo discreto e attraente, così è l’anima che accoglie Gesù e se ne lascia tutta trasformare”.
Una missione capace di espandere profumo, grazie all’apporto di ciascuno: “Anche tu, se desideri la grazia, accresci l’amore; versa sul corpo di Gesù la fede nella risurrezione, il profumo della Chiesa, l’unguento della comune carità. Un buon profumo che può attirare l’attenzione degli indifferenti, convincere gli smarriti al cammino, rasserenare gli animi ostili… Ciascuno deve realizzare la sua vocazione, ma tutti insieme abbiamo la responsabilità di una testimonianza che renda attraente seguire Gesù”.
Mentre nel discorso alla città mons. Delpini ha riflettuto sul ‘futuro’ di Milano: “L’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano. Possiamo anche oggi riconoscere segni preoccupanti e minacce di crollo e possiamo domandarci: veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato? Ci sarà una reazione, una volontà di aggiustare il mondo, un farsi avanti di uomini e donne capaci di sognare, di impegnarsi, di contribuire a una vita migliore per la casa comune?”
Infatti oggi ci sono alcuni ‘allarmi’, che sono ignorati: “Ci sono minacce che insidiano la casa comune. Il rischio non è che ne venga un qualche danno che poi si possa riparare, ma di essere tutti travolti da un crollo rovinoso che lascia solo macerie. Il sistema nel suo complesso sembra minacciato di crollo: non intendo fare diagnosi ma, senza pretesa di completezza, solo rilevare i segnali che più mi impressionano.
Si raccolgono segnali allarmanti sul futuro di paesi e città che sembrano destinati al declino per il ridursi del numero degli abitanti e l’innalzarsi dell’età. La crisi demografica è cronica e sembra irrimediabile. In qualche caso la preoccupazione più sentita riguarda il proprio benessere: ‘Chi lavorerà per pagare la mia pensione?’ Dobbiamo forse riconoscere che non siamo stati bravi maestri.
La generazione adulta deve riconoscere che nello stile di vita e nel tono dei discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli”.
Di fronte a questi ‘allarmi’ l’arcivescovo ha richiamato alla responsabilità: “Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune, si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Si fanno avanti coloro che riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per l’impegno.
Si fanno avanti coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza. Si fanno avanti coloro che custodiscono principi di giustizia, pensieri di saggezza, consapevolezza delle proprie responsabilità, e che non sarebbero in pace con se stessi se si accomodassero nell’indifferenza. Si fanno avanti: non sono perfetti, non si ritengono superiori. Ma si fanno avanti ogni mattina. Non fanno grandi discorsi, ma io credo di poterne indovinare l’animo”.
Solo un impegno comune può essere salvezza della ‘casa comune’: “La casa non cade perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile. Il Signore Gesù ha pronunciato la parola sulla quale si può costruire la casa che non teme i venti tempestosi, neppure i venti di questo nostro tempo. Il Signore Gesù è lui stesso la pietra angolare: infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno”.
La casa non cade perché c’è responsabilità, che mantiene la democrazia: “La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri.
Nel nostro contesto culturale contemporaneo, detto post-moderno, chi assume responsabilità avverte di essere circondato da uno scetticismo che si esprime in vari modi: l’afasia sul senso della vita, la convinzione della inutilità di ogni condivisa fiducia, la professione di agnosticismo come sintomo di intelligenza. Ma la casa non cade perché ci siete voi, responsabili delle istituzioni, sindaci, forze dell’ordine, magistrati, imprenditori, medici, educatori, donne e uomini, anziani, adulti e giovani, voi tutti che vi fate avanti ogni giorno e mettete mano all’impresa di aggiustare il mondo”.
Il motivo della casa resiste consiste nelle persone: “La casa non cade perché ci siete voi, convinti che vale la pena di considerare la vita come vocazione a servire, piuttosto che come pretesa di essere serviti. Non cade perché ci siete voi, uomini e donne pensosi, appassionati al cammino dell’umanità e al destino di questa città e di questa terra, fiduciosi nelle risorse delle persone oneste.
Ci siete voi, fieri di fare il bene, che trovate insopportabile il malaffare e l’indifferenza, l’egoismo e la rassegnazione. Ci siete voi, uomini e donne di fede che sapete pregare per non cadere in tentazione. Ci siete voi, uomini e donne di ogni credo e di ogni appartenenza che sapete percorrere con tenacia e perseveranza le vie del bene. Ci siete voi, uomini e donne abitati dalla gioia di essere vivi, di essere insieme, di essere in cammino verso il desiderabile futuro”.
(Foto: Arcidiocesi di Milano)
Papa Leone XIV in Turchia richiama alla responsabilità della pace
“Grazie di cuore per la cortese accoglienza! Sono lieto di iniziare dal vostro Paese i viaggi apostolici del mio pontificato, dal momento che questa terra è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”: nel primo discorso alle autorità della Turchia papa Leone XIV ha esortato a valorizzare le diversità, sottolineando il desiderio da parte dei cristiani di contribuire all’unità del Paese.
Nel discorso alle autorità il papa ha evidenziato la responsabilità a realizzare la pace: “E’ vero, il nostro mondo ha alle spalle secoli di conflitti e attorno a noi esso è ancora destabilizzato da ambizioni e decisioni che calpestano la giustizia e la pace. Tuttavia, davanti alle sfide che ci interpellano, essere un popolo dal grande passato rappresenta un dono e una responsabilità”.
Riprendendo l’immagine del ponte sullo stretto dei Dardanelli, scelta come logo del viaggio papale, il papa ha sottolineato il ‘posto’ che ha questo Paese: “Voi avete un posto importante nel presente e nel futuro del Mediterraneo e del mondo intero, anzitutto valorizzando le vostre interne diversità. Prima di collegare Asia ed Europa, Oriente e Occidente, infatti, quel ponte lega la Türkiye a sé stessa, ne compone le parti e così ne fa, per così dire, dall’interno un crocevia di sensibilità, che omologare rappresenterebbe un impoverimento. Una società, infatti, è viva se è plurale: sono i ponti fra le sue diverse anime a renderla una società civile. Oggi le comunità umane sono sempre più polarizzate e lacerate da posizioni estreme, che le frantumano”.
Tale ponte può essere un presidio contro la ‘globalizzazione dell’indifferenza’: “L’immagine del grande ponte è di aiuto anche in questo senso. Dio, rivelandosi, ha stabilito un ponte fra cielo e terra: lo ha fatto perché il nostro cuore cambiasse, diventando simile al suo. E’ un ponte sospeso, grandioso, che quasi sfida le leggi della fisica: così è l’amore, che, oltre alla dimensione intima e privata, ha anche quella visibile e pubblica”.
Per questo è importante la religione: “Giustizia e misericordia sfidano la legge della forza e osano chiedere che la compassione e la solidarietà siano considerate criteri di sviluppo. Per questo, in una società come quella turca, dove la religione ha un ruolo visibile, è fondamentale onorare la dignità e la libertà di tutti i figli di Dio: uomini e donne, connazionali e stranieri, poveri e ricchi. Tutti siamo figli di Dio e questo ha conseguenze personali, sociali e politiche. Chi ha un cuore docile al volere di Dio promuoverà sempre il bene comune e il rispetto per tutti”.
Ed ha sottolineato che lo sviluppo è una grande sfida: “Oggi questa è una grande sfida, che deve rimodellare le politiche locali e le relazioni internazionali, specialmente davanti a un’evoluzione tecnologica che potrebbe altrimenti accentuare le ingiustizie, invece di contribuire a dissolverle. Persino le intelligenze artificiali, infatti, riproducono le nostre preferenze e accelerano i processi che, a ben vedere, non sono le macchine, ma è l’umanità ad avere intrapreso. Lavoriamo dunque insieme, per modificare la traiettoria dello sviluppo e per riparare i danni già inferti all’unità della famiglia umana”.
Infatti contro il consumismo il papa ha ‘opposto’ la cultura dei legami: “A questo inganno delle economie consumistiche, in cui le solitudini diventano business, è bene rispondere con una cultura che apprezza gli affetti e i legami. Solo insieme diventiamo autenticamente noi stessi. Solo nell’amore diventa profonda la nostra interiorità e forte la nostra identità. Chi disprezza i legami fondamentali e non impara a sostenerne persino i limiti e le fragilità, più facilmente diventa intollerante e incapace di interagire con un mondo complesso”.
In tali legami è fondamentale il ruolo della donna: “Nella vita familiare infatti emergono in modo del tutto specifico il valore dell’amore coniugale e l’apporto femminile. Le donne, in particolare, anche attraverso lo studio e la partecipazione attiva alla vita professionale, culturale e politica, sempre più si mettono a servizio del Paese e della sua positiva influenza nel panorama internazionale. Dunque, sono molto da apprezzare le importanti iniziative in tal senso, a sostegno della famiglia e del contributo femminile alla piena fioritura della vita sociale”.
In conclusione ha ricordato l’importanza del dialogo: “Oggi più che mai c’è bisogno di personalità che favoriscano il dialogo e lo pratichino con ferma volontà e paziente tenacia. Dopo la stagione della costruzione delle grandi organizzazioni internazionali, seguita alle tragedie delle due guerre mondiali, stiamo attraversando una fase fortemente conflittuale a livello globale, in cui prevalgono strategie di potere economico e militare, alimentando quella che papa Francesco chiamava ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Non bisogna cedere in alcun modo a questa deriva!”
Ed è consapevole del rischio che si sta correndo, offrendo l’aiuto della Chiesa: “Ne va del futuro dell’umanità. Perché le energie e le risorse assorbite da questa dinamica distruttiva sono sottratte alle vere sfide che la famiglia umana oggi dovrebbe affrontare invece unita, cioè la pace, la lotta contro la fame e la miseria, per la salute e l’educazione e per la salvaguardia del creato.
La Santa Sede, con la sua sola forza, che è quella spirituale e morale, desidera cooperare con tutte le Nazioni che hanno a cuore lo sviluppo integrale di ogni uomo e di tutti gli uomini e le donne. Camminiamo insieme, allora, nella verità e nell’amicizia, confidando umilmente nell’aiuto di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Lotta al bullismo e al cyberbullismo, la proposta al Governo: nuova materia scolastica ispirata alle parole di papa Francesco
La disciplina ‘Comunicazione e Linguaggio’ trae origine dalle parole contenute nella pergamena di Benedizione Apostolica concessa da papa Francesco al libro ‘La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario’. Con queste parole il Santo Padre sottolinea l’importanza etica e pedagogica della comunicazione: ‘La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità’.
Questa esortazione evidenzia la necessità di un’educazione alla parola come fondamento della vita civile e sociale. Oggi, tuttavia, la parola rischia di trasformarsi in strumento di violenza, manipolazione e isolamento a causa dell’uso improprio dei social network e dei media, che amplificano linguaggi aggressivi e fomentano divisione, emarginazione e disinformazione.
In questo contesto, Biagio Maimone propone al Governo Italiano e al Ministero dell’Istruzione e del Merito l’istituzione della materia ‘Comunicazione e Linguaggio’ fin dalla scuola primaria, come strumento educativo per educare i giovani al rispetto, al dialogo, alla verità e alla responsabilità nell’uso della parola. La disciplina intende contrastare bullismo, cyberbullismo, istigazione all’odio e la frammentazione relazionale generata dai nuovi media, promuovendo la comunicazione etica come base della convivenza civile.
I dati recenti evidenziano la gravità della situazione: 529 suicidi tra i 15 e i 34 anni (Rapporto Giovani 2024 – Istituto Toniolo), 47% di adolescenti vittime di cyberbullismo e 32% autori di violenza online (Rapporto ESPAD Italia 2024 – CNR-Ifc), 54% dei minori vittime di bullismo e 31% di cyberbullismo (HBSC-ISS). Questi numeri rendono urgente un intervento educativo strutturato e capillare.
Papa Francesco sottolinea come “la parola è dono e responsabilità, può costruire ponti o innalzare muri”, mentre Papa Leone XIV, nella sua riflessione sulla comunicazione sociale, ricordava:
“Vorrei ripetere l’invito a raccontare storie di speranza, e a disarmare la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo. Condividiamo uno sguardo diverso sul mondo con una comunicazione disarmata e disarmante”. Ed aggiungeva: “C’è una grande responsabilità nell’usare correttamente le reti sociali e la comunicazione, perché sono strumenti che possono essere opportunità, ma anche rischio. Un uso improprio può danneggiare la comunione e la coesione sociale”.
Queste indicazioni pongono la comunicazione al centro della formazione etica dei giovani, rendendo urgente la creazione di una materia scolastica capace di sviluppare competenze linguistiche, relazionali e digitali.
Educare alla parola significa formare cittadini capaci di usare il linguaggio per costruire relazioni positive, sostenere la verità e promuovere la pace. La disciplina mira a far comprendere ai giovani che la parola non è un mero strumento comunicativo, ma un atto morale e pedagogico, capace di contrastare bullismo, cyberbullismo, odio sociale e disgregazione relazionale.
“La parola crea o distrugge, afferma Maimone, e oggi viene spesso utilizzata come arma. E’ urgente insegnare ai giovani a usarla come dono, come strumento di pace e bene comune.” La materia non è tecnica, ma di coscienza: gli studenti impareranno a discernere tra comunicazione costruttiva e distruttiva, tra informazione autentica e manipolazione, e a utilizzare le nuove tecnologie in modo consapevole e responsabile, prevenendo fenomeni di esclusione e aggressione online.
La disciplina si colloca all’incrocio tra riflessione filosofica, pedagogia e comunicazione, integrando una prospettiva laica con i valori cristiani. La sua costruzione teorica si ispira a grandi pensatori del linguaggio e della comunicazione: Hans-Georg Gadamer, con la sua ermeneutica, sottolinea l’importanza dell’ascolto e del dialogo nella comprensione reciproca; Marshall McLuhan evidenzia come la forma dei media plasmi la società e le relazioni interpersonali; Jürgen Habermas dimostra come la parola possa essere strumento di consenso razionale e costruzione sociale.
Questi approcci filosofici e comunicativi si integrano con l’educazione cristiana proposta da Papa Francesco e con i principi etici delineati da Papa Leone XIV, rendendo la parola un ponte tra culture, religioni e individui, strumento di coesione sociale e antidoto ai linguaggi aggressivi e divisivi dei media e dei social.
Il ruolo di Biagio Maimone, giornalista e direttore della comunicazione dell’Associazione Bambino Gesù del Cairo, è centrale anche nella promozione del dialogo interreligioso e interculturale. Attraverso il suo lavoro giornalistico, Maimone ha contribuito a diffondere la cultura del dialogo, della tolleranza e della comprensione reciproca tra diverse fedi e comunità, dimostrando come la parola possa essere ponte e non barriera.
Nell’era di Internet e dell’intelligenza artificiale, la formazione dei giovani deve comprendere l’alfabetizzazione digitale etica, affinché essi sappiano difendersi dai linguaggi aggressivi e manipolativi, e usare le nuove tecnologie come strumenti di conoscenza, comunicazione e partecipazione responsabile. La presenza di insegnanti formati diventa essenziale per guidare gli studenti nella pratica di una comunicazione consapevole, equilibrata e rispettosa, promuovendo relazioni autentiche e prevenendo fenomeni di isolamento sociale e violenza verbale.
La scuola diventa così il luogo in cui umiltà nell’ascoltare, sincerità nel parlare e carità nel comunicare costituiscono i pilastri di una nuova pedagogia della pace. La materia “Comunicazione e Linguaggio” non solo sviluppa competenze comunicative, ma forma cittadini eticamente responsabili, capaci di usare la parola come strumento di costruzione sociale, dialogo e solidarietà.
“La scuola deve tornare a insegnare il valore della parola – conclude Maimone – come strumento di dialogo, responsabilità e amore. Solo così potremo fermare l’odio, la violenza verbale, il bullismo e il cyberbullismo, restituendo ai giovani la bellezza di un linguaggio che unisce, che rispetta e che salva”.
Dialogo, verità e bellezza: a Roma la Conferenza sulla responsabilità della comunicazione
Nella prestigiosa Sala Guglielmo Marconi si è svolta la conferenza ‘La Parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’, promossa in occasione della presentazione del volume di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, ‘La comunicazione creativa per lo sviluppo socio-umanitario’, edito da Tracceperlameta.
Un appuntamento che ha assunto il carattere di un vero e proprio laboratorio culturale e spirituale, dedicato alla riflessione sul ruolo fondativo della parola nella costruzione della pace, della giustizia e della verità, e sulla responsabilità etica che accompagna oggi ogni atto comunicativo.
Maimone ha esposto le linee portanti del proprio pensiero, profondamente radicato nella dottrina sociale della Chiesa e ispirato alla visione della ‘Chiesa del dialogo’ propugnata da papa Francesco. Il giornalista ha richiamato l’urgenza di una comunicazione che sappia farsi ponte tra i popoli e strumento di sviluppo umano integrale, specie in un’epoca segnata da conflitti, polarizzazione e crisi relazionali.
Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso e Direttore della Comunicazione dell’Associazione ‘Bambino Gesù del Cairo’, presieduta da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco, Maimone ha sottolineato l’importanza di un linguaggio capace di restituire dignità, ascolto e verità.
A introdurre i lavori è stato il conduttore televisivo Paky Arcella, che ha dato voce a una serie di interventi di alto profilo, componendo un mosaico interdisciplinare sul ruolo della comunicazione. Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, ha richiamato la centralità del giornalismo nell’epoca della transizione digitale, rimarcando la necessità di coniugare professionalità, rapidità e verificabilità dell’informazione.
Collegato in remoto, il giornalista ed editorialista dell’agenzia Italpress Claudio Brachino ha offerto una riflessione sulla categoria della bellezza come nucleo filosofico dell’agire comunicativo, citando la tradizione estetica kantiana e il suo valore civile.
Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc. ed esperto di reputazione digitale, ha analizzato l’impatto delle narrazioni online nella costruzione dell’identità pubblica e nel modellare la qualità del dibattito democratico. Héctor Villanueva, CEO dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, ha posto l’accento sul valore della cooperazione internazionale, riconoscendo nella comunicazione un vettore di coesione tra culture e comunità.
La filosofa della comunicazione Maria Maimone ha affrontato il tema della parola come strumento educativo e formativo, capace di orientare le coscienze e generare crescita personale e sociale. La giornalista Gaia Simonetti ha esplorato il rapporto tra linguaggio sportivo e cultura della gentilezza, indicando lo sport come laboratorio etico per l’inclusione e la responsabilità. Infine, Valentina Faloni, docente e ricercatrice di Comunicazione e Ricerca Sociale, ha approfondito l’arte del comunicare quale sintesi di rigore, sensibilità e consapevolezza relazionale.
Tra i momenti più intensi della giornata, la testimonianza artistica di Joseph Lu, celebrato internazionalmente come ‘il pianista dei sogni’, titolo che dà nome anche al suo volume Il pianista dei sogni. La proiezione del video musicale del brano ‘Kiev’lingu ha offerto una parentesi di autentica epifania estetica: una musica concepita come linguaggio universale, capace di generare risonanza emotiva e di valicare i limiti del linguaggio verbale.
L’esecuzione ha rivelato la musica come atto comunicativo relazionale, in grado di esprimere istanze etiche e spirituali laddove la parola non riesce a giungere, proponendosi come invocazione di fraternità tra i popoli. L’intero dibattito si è sviluppato alla luce dell’ispirazione proveniente dalla Benedizione Apostolica di papa Francesco, che accompagna il volume di Maimone e ne costituisce la matrice spirituale.
Nel suo messaggio il Pontefice sottolinea: “La società, così come la Chiesa, si avvalgano di una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità”. Una indicazione che ha guidato la Conferenza nella riscoperta della parola come atto relazionale e strumento di comunione, recuperandone la dimensione morale, educativa e spirituale.
Dal confronto è emersa con forza la necessità di riumanizzare il linguaggio, sottraendolo alla retorica dell’ostilità, della superficialità e della manipolazione. Maimone ha denunciato la degenerazione verbale che caratterizza una parte significativa della comunicazione contemporanea, invocando una responsabilità condivisa nell’edificare una “comunicazione redentrice”, capace di generare vita, unione e speranza.
Il libro presentato ha raccolto particolare interesse negli ambienti accademici ed ecclesiali, grazie alla visione di una comunicazione intesa come strumento di emancipazione morale e sociale, fondata su verità, bellezza e solidarietà. Elemento centrale del pensiero dell’autore è la ‘comunicazione solidale’, indicata come via privilegiata per lo sviluppo socio-umanitario. Come afferma Maimone: “La parola è vita, perché deve generare vita nelle sue espressioni più nobili e spirituali. Umanizzare il linguaggio significa arricchire l’animo umano e contrastare ogni uso nocivo della parola”.
La Conferenza si è conclusa con un appello a credere nel potere rigeneratore della comunicazione autentica: una comunicazione che unisce, costruisce ponti e apre la strada a un nuovo umanesimo della parola, fondato sull’amore, sulla verità e sulla speranza.
Disegnare nuove mappe di speranza: l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’, papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa una Lettera Apostolica che non si limita a commemorare un documento storico, ma che rilancia con forza e lucidità la missione educativa della comunità cristiana nel mondo contemporaneo. Si tratta di un testo profondo, profetico, che affronta le sfide del nostro tempo con lo sguardo della fede e la concretezza della Dottrina Sociale della Chiesa.
Tra i suoi passaggi più significativi, una sezione si impone come uno snodo cruciale, in cui il Pontefice affronta il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) e degli ambienti digitali con una visione etica e teologica all’altezza della complessità attuale: ‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’ (§9.3).
Queste parole, non sono solo un avvertimento, ma una chiamata alla responsabilità. Il papa non demonizza la tecnologia, né la esalta in modo acritico. Piuttosto, invita a un discernimento maturo, capace di riconoscere che ogni strumento tecnico è sempre frutto di scelte umane, e che il suo impatto dipende dall’orizzonte etico e spirituale in cui viene inserito.
Nel contesto educativo, l’IA rappresenta una sfida radicale. Essa promette efficienza, personalizzazione, accesso universale alla conoscenza. Ma al tempo stesso rischia di ridurre la relazione educativa a un’interazione algoritmica, di sostituire il dialogo con la simulazione, di confondere la libertà con la previsione statistica. Il Santo Padre ci invita a non cedere alla seduzione della neutralità tecnologica: il vero nodo non è la potenza dell’IA, ma il suo orientamento.
La Chiesa, in questo scenario, è chiamata a custodire la centralità della persona, a promuovere una cultura della dignità, a formare coscienze capaci di interrogare la tecnica. L’IA, scrive il Papa, deve essere orientata alla giustizia e al lavoro: non può diventare strumento di esclusione, né motore di precarizzazione. Deve essere governata con criteri di etica pubblica, cioè con regole condivise, trasparenti, partecipate. E deve essere accompagnata da una riflessione teologica e filosofica all’altezza, capace di interrogare il senso ultimo dell’agire umano.
Il tema dell’IA si colloca pienamente nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), che da sempre pone la persona al centro dell’economia, della politica, della cultura. I principi di dignità, giustizia, solidarietà e sussidiarietà, che costituiscono l’ossatura della DSC, trovano in questo testo una nuova declinazione digitale. L’educazione, secondo papa Leone XIV, non può essere lasciata alle logiche di mercato, né affidata esclusivamente agli algoritmi. Deve essere un atto di giustizia, un’opera di carità, un servizio al bene comune.
Uno dei rischi più insidiosi dell’IA è la sua capacità di prevedere, orientare, influenzare le scelte individuali. In ambito educativo, questo si traduce nella possibilità di personalizzare i percorsi, ma anche di condizionare le libertà. Papa Prevost ci ricorda che l’educazione è formazione della coscienza, è esercizio della libertà, è apertura alla trascendenza. Nessun algoritmo può sostituire il discernimento, nessuna macchina può educare alla responsabilità.
Per questo, siamo chiamati a formare alla libertà digitale, alla cittadinanza critica, alla capacità di interrogare le tecnologie. Si deve insegnare ad usare l’IA come strumento, non come oracolo; come supporto, non come sostituto. È necessario promuovere una cultura dell’incontro, della relazione, della comunità, anche nei contesti virtuali.
Il richiamo della Lettera Apostolica alla riflessione teologica e filosofica, è anche un appello a una nuova alleanza tra fede e cultura. L’IA non è solo una questione tecnica: è una sfida antropologica, spirituale, escatologica. Interroga il senso dell’umano, la definizione di coscienza, il rapporto tra libertà e previsione. La teologia deve tornare a interrogare la tecnica, a illuminare le scelte, a custodire la speranza. E la filosofia deve aiutare a pensare criticamente, a decostruire le narrazioni dominanti, a restituire profondità al dibattito pubblico.
‘Disegnare nuove mappe di speranza’ è un documento che parla al cuore del nostro tempo e ci ricorda – tra l’altro – che l’educazione non può essere delegata alle macchine, ma richiede volti, mani, cuori. L’IA può essere alleata, ma non guida. Solo l’uomo può educare l’uomo. Come cristiani, come educatori, come cittadini, siamo chiamati a raccogliere questo appello. A disegnare mappe di speranza che non siano solo algoritmi, ma percorsi di libertà. Perché educare, oggi più che mai, è evangelizzare. Anche nell’era IA.
Papa Leone XIV: ‘Nostra Aetate’ è una pietra miliare per il dialogo
“Per sessant’anni, uomini e donne hanno lavorato per coltivare Nostra aetate. Hanno annaffiato il seme, curato il terreno e lo hanno protetto. Alcuni hanno persino dato la loro vita, martiri del dialogo, che si sono opposti alla violenza e all’odio. Ricordiamoli oggi con gratitudine. Come cristiani, insieme ai nostri fratelli e sorelle di altre religioni, siamo ciò che siamo grazie al loro coraggio, al loro sudore e al loro sacrificio”: così papa Leone XIV ha concluso la serata dedicata al documento conciliare ‘Nostra Aetate’.
Dopo un pomeriggio di festa il papa ha ricordato l’attualità del documento conciliare: “In primo luogo, Nostra Aetate ci ricorda che l’umanità sta convergendo sempre di più, e che è compito della Chiesa promuovere l’unità e l’amore tra gli uomini e le donne, e tra le nazioni. In secondo luogo, indica ciò che tutti condividiamo.
Apparteniamo a una sola famiglia umana, una nell’origine ed una anche nel nostro fine ultimo. Inoltre, ogni persona cerca risposte ai grandi enigmi della condizione umana. In terzo luogo, le religioni di tutto il mondo cercano di rispondere all’irrequietezza del cuore umano. Ognuna, a modo proprio, offre insegnamenti, modi di vita e riti sacri che aiutano a guidare i propri fedeli verso la pace e il senso della vita”.
Poi ha sottolineato che la Chiesa è aperta e non rifiuta le verità delle altre religioni: “In quarto luogo, la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, che ‘riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini’. Le considera con sincera riverenza e invita i suoi figli e le sue figlie, attraverso il dialogo e la collaborazione, a riconoscere, preservare e promuovere ciò che è spiritualmente, moralmente e culturalmente buono in tutti i popoli”.
Quindi ha sottolineato la responsabilità delle religioni: “Come capi religiosi, guidati dalla saggezza delle nostre rispettive tradizioni, condividiamo una responsabilità sacra: aiutare il nostro popolo a liberarsi dalle catene del pregiudizio, dell’ira e dell’odio; aiutarlo a elevarsi al di sopra dell’egoismo e dell’autoreferenzialità; aiutarlo a sconfiggere l’avidità che distrugge sia l’animo umano sia la terra. In questo modo, possiamo guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle”.
Nel discorso papa Leone XIV ha ripercorso la genesi del documento, voluto da papa san Giovanni XXIII per descrivere ‘un nuovo rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo’ e, nella storia della Chiesa, primo ‘testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del cristianesimo in modo biblicamente fondato’:
“Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio. In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ed ha ricordato le radici ebraiche del cristianesimo: “Per la prima volta nella storia della Chiesa, abbiamo un testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del Cristianesimo in modo biblicamente fondato. Allo stesso tempo, Nostra Aetate (n. 4) prende una posizione ferma contro tutte le forme di antisemitismo. Così, nel capitolo seguente, Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio”.
Questo permette di respingere ogni forma di discriminazione: “In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ma il documento conciliare è un invito a ‘guardare oltre ciò che ci separa e a scoprire ciò che ci unisce tutti’: “Questo è il cammino che ‘Nostra Aetate’ ci invita a continuare: camminare insieme nella speranza. Quando lo intraprendiamo, accadono meraviglie: i cuori si aprono, si costruiscono ponti e vengono tracciati nuovi sentieri là dove nessuno sembrava possibile. Questo non è l’impegno di una sola religione, di una sola nazione o anche di una sola generazione. E’ un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo”.
Prima dell’arrivo del papa nell’aula Paolo VI si sono susseguiti diversi momenti di riflessione, aperti dal corteo di diversi leader dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del giainismo, del sikhismo, del buddismo, dello zoroastrismo, del confucianesimo, del taoismo, dello shintoismo, delle religioni tradizionali africane e della Chiesa cattolica, preceduto da una danza tradizionale dello Sri Lanka, la Kandyan Dance, ballata dalla Sri Ridma Dance Academy, con il saluto di benvenuto del card. George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso:
“In questi sei decenni, lo spirito della ‘Nostra Aetate’ ha ispirato uno straordinario pellegrinaggio di incontro e collaborazione… Con profonda gratitudine i pontefici (da san papa Giovanni XXIII a papa Francesco) che hanno portato avanti questa missione con saggezza e coraggio e le Chiese locali che hanno coltivato il dialogo con dedizione e fedeltà ed i tanti uomini e donne di diverse tradizioni religiose che si sono generosamente uniti alla Chiesa cattolica nel promuovere la comprensione reciproca”.
Anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, ha ribadito la consapevolezza della Chiesa cattolica di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo “con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha stretto l’Antica Alleanza. Consapevole di questa continuità, la Chiesa intende la Nuova Alleanza non come sostituzione, ma come compimento dell’Antica Alleanza”.
Infine ha sottolineato la condanna dell’antisemitismo: “Questo fondamento del nuovo rapporto della Chiesa cattolica con il popolo ebraico nella storia della salvezza va inteso anche come risposta positiva della Chiesa alla catastrofe della Shoah. Proprio come la ‘Nostra Aetate’ afferma chiaramente il patrimonio comune di ebrei e cristiani, essa rifiuta anche inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Zuppi: il cammino sinodale è rinnovamento in Cristo
“Senza alcuna presunzione e supponenza, anzi, umili ma forti di un cammino che ha coinvolto migliaia di persone e raccoglie il lavoro di tanti, oggi, a conclusione di questo tratto del Cammino sinodale, dopo quattro anni di strada insieme, finalmente ci sentiamo in diritto di ripetere quello che all’unisono i diversi componenti della Chiesa madre di Gerusalemme hanno detto duemila anni fa, mentre congedavano quel testo: ‘Questo è parso bene allo Spirito Santo e a noi’. Possiamo tornare anche noi a ripetere questa espressione perché il cammino di questi anni non è stato un mero sintonizzarsi di credenti (uomini e donne) dalle differenti opinioni. Le conclusioni non erano scritte prima di cominciare!”:
con queste parole iniziali il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha concluso la Terza assemblea sinodale, che ha approvato il documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, dal titolo ‘Lievito di pace e di speranza’, con 781 voti favorevoli e 28 contrari su 809 votanti; ora la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli Organi statutari, elaborerà, sulla base del Documento, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale del prossimo novembre.
Quindi ha ricordato il cammino percorso: “Solo la nostra fede nel Cristo Gesù, morto e risorto per noi e la missione per una messe che è abbondante, la spinta che nasce dalla commozione evangelica di Gesù per la folla stanca e sfinita, ci ha ispirato e orientato sin dai primi passi, nel 2021. Se dimentichiamo questo facilmente ci riduciamo alle polarizzazioni di sempre, a volte stupefacenti per la presunzione e la supponenza delle proprie convinzioni. Il dialogo non è stato complicare le cose semplici e l’ascolto non è stato omologarci al pensiero mondano, ma vivere quello che con tanta profondità ci ha indicato papa Leone”.
E’ stato un richiamo a vivere accanto al popolo: “Credibili e più credenti. Certo: se pensiamo che il dialogo sia cedevolezza o compromesso finiamo per essere come gli abitanti di Nazareth o come il fratello maggiore della parabola che non ha nessun interesse ad accogliere qualcuno che sente ormai come estraneo (dimenticando che è suo fratello) e che rimprovera il padre di poca responsabilità e verità. Ci siamo mossi, smettendo di ignorare i problemi e smettendo di credere possibile continuare a rimandare le scelte, seguendo solo il Signore Gesù che ci ha insegnato a non scappare e non avere paura, anzi, ad amare percorrendo le strade della sua terra, attraversando i luoghi in cui vivevano i suoi contemporanei, facendosi maestro itinerante e compagno di viaggio con i suoi discepoli”.
E’ stato un richiamo a ‘vivere’ il Concilio di Gerusalemme: “E’ proprio il cosiddetto Concilio di Gerusalemme (richiamato da padre Chialà nella sua meditazione introduttiva) l’immagine che corrisponde meglio al nostro Cammino sinodale. Allora i credenti in Cristo sono stati presto sfidati a incarnare in modo sapienziale la loro fede nel qui ed ora. Da una parte la fede nel Crocifisso Risorto e dall’altra la realtà, le domande che sorgono dalla vita. Hanno saputo tenerli insieme. E ora spetta a noi fare altrettanto. Ma come fare?”
Ed ecco l’aiuto dello Spirito Santo: “Insieme con lo Spirito abbiamo scoperto un altro soggetto del Cammino sinodale: è il ‘noi’ ecclesiale. La seconda fase, quella del discernimento, ci ha visti tutti coinvolti. Anche la Chiesa di Gerusalemme di cui parlano gli Atti ha scoperto e ha dato voce al suo interno a vari carismi e ruoli istituzionali: tutti sono stati liberi e capaci di intervenire secondo la propria sensibilità e competenza”.
Per questo il cammino sinodale ha richiamato alla responsabilità: “Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
Corresponsabilità come comunione: “Siamo soggetti ecclesiali diversi, con compiti diversi, non impegnati a difendere le posizioni singole e di parte, ma piuttosto impegnati a dialogare, a confrontarci, a cercare una sintesi che tenga conto delle sensibilità anche altrui, soprattutto in difesa dei più piccoli. Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
E’ stata questa la scelta della Chiesa di Gerusalemme, al termine di una lunga discussione, optando per la realtà: “La scelta finale della Chiesa di Gerusalemme è stata una scelta che ha distinto bene le priorità dalle cose accessorie, ciò su cui convergere subito tutti da ciò su cui consentire a ciascuno di esprimere la propria creatività. La profezia non è massimalista né minimalista: è evangelicamente realista. Sa, cioè, camminare nella storia, tenendo lo sguardo alto, allargando sempre gli orizzonti, tenendo le finestre aperte e le vele spiegate”.
Nello stesso modo la Chiesa italiana ha intrapreso questo cammino sinodale sulla strada della Chiesa di Gerusalemme, anche se non tutti accettano questo cammino di comunione: “E così abbiamo trasformato una sosta inattesa nel cammino in un’opportunità per ripartire insieme con nuovo slancio… Se il Cammino sinodale oggi è terminato, ci accompagnerà lo stile sinodale che ci spinge a realizzare nel tempo (consapevoli delle urgenze) quello che abbiamo intuito, discusso, messo per iscritto e infine votato. Questo cammino inedito, nella forma, rappresenta uno sviluppo dei convegni ecclesiali che hanno caratterizzato il cammino della Chiesa in Italia fin dal post Concilio. Sempre camminando insieme alla Chiesa universale, al suo Sinodo Generale, per vivere e trasmettere la fede nella tradizione e nella comunione”.
Da Assisi una chiamata alla responsabilità per la cura del creato
Sabato 20 settembre in una tavola rotonda tenutasi ad Assisi in occasione dell’evento culturale Cortile di Francesco, è stata lanciata la ‘Chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica: Dai dibattiti ai dialoghi, dal dire al fare’, un appello firmato da 40 organizzazioni cattoliche, promosso dal Movimento ‘Laudato Sì’, insieme al Sacro Convento di San Francesco, alle famiglie francescane ed alle diocesi di Assisi e di Gubbio nel 10° anniversario dell’enciclica ‘Laudato Sì’: .
“Oggi, più che mai, siamo chiamati a passare dal dire al fare, dai dibattiti ai dialoghi, dalle dichiarazioni alle scelte quotidiane. Servono gesti concreti, comunità vive per la costruzione di un futuro giusto. Ci sarà vera transizione solo con la partecipazione” è l’appello al cuore del documento.
Nel saluto di benvenuto fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento di Assisi, ha invitato a ‘gustare’ la natura: “Nell’800^ del Cantico delle Creature siamo chiamati a gustare la bellezza della natura e a sentirci parte di essa. Il dialogo nasce per esplorare soluzioni creative e innovative, facendo scelte miti e coraggiose. In un mondo di conflitti, essere forti nella gentilezza e capaci di ascolto è uno stile profetico che costruisce ponti e abbatte muri”.
Il termine ‘dialogo’ è stato sottolineato anche da Cecilia Dall’Oglio, responsabile Italia e Global Movement Advisor del Movimento Laudato Sì, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV alla sua prima benedizione Urbi et Orbi: “Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!
Sono grata a tutti i presenti al lancio di questa Chiamata, alle realtà della Conferenza episcopale italiana, alle migliaia di Animatori Laudato Si’ e ai Circoli attivi sul tutto il territorio nazionale. Una Chiamata frutto della volontà condivisa di dare slancio all’impegno per la transizione ecologica fuori dai combustibili fossili e verso un sistema energetico rinnovabile e decentralizzato. Dieci anni fa su questi temi non eravamo così attivi e partecipi, ora ci siamo! Laudato Sì”.
La proposta è stata ripresa dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, ribadendo l’impegno e la collaborazione: “Per l’Azione cattolica l’impegno e la collaborazione insieme a tante altre realtà ecclesiali e civili all’interno del Movimento Laudato Sì è una scelta assembleare e prioritaria che ci esorta ad una conversione ecologia coraggiosa e ad una nuova responsabilità sociale.
Particolarmente in questo tempo dove l’impegno per la cura del Creato si declina come impegno a costruire una pace giusta e a rigenerare la vita e le istituzioni democratiche. Ce lo chiedono i giovani e il loro desiderio di un futuro migliore, il nostro impegno diventa la forma concreta di quella Speranza che non delude mai e che il Giubileo ci sta aiutando a focalizzare e contemplare in questo passaggio drammatico e violento della storia dell’umanità”.
Anche il presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha sottolineto l’invito alla giustizia sociale: “Laudato Sì’ lega indissolubilmente la custodia del creato al grido dei poveri e della Terra. Non è solo ecologia, ma giustizia sociale e fraternità globale. Le guerre nascono dall’accaparramento delle risorse e dalle diseguaglianze. Solo insieme, con un pensiero diverso, saremo capaci di costruire amicizia sociale e pace”.
Parole ripetute da Francesco Scoppola e Roberta Vincini, presidenti dell’Agesci: “La nostra Terra è casa, dono e relazione. In un tempo in cui il grido del Creato si fa sempre più forte, sentiamo il dovere di rispondere con speranza –La firma della Chiamata alla responsabilità è un gesto concreto: come guide e scout siamo da sempre parte attiva di quel cambiamento che mette al centro cura, giustizia e pace”.
Dunque, subito una risposta forte da parte del mondo associativo cattolico ma anche da parte di tante altre associazioni che hanno aderito con convinzione ad una chiamata che rilancia in maniera chiara quanto sia fondamentale per il processo di pace iniziare proprio dalla cura della Casa comune:
“Ci sarà pace con la Terra, se impariamo a camminare in pace tra noi. Siamo dentro un tempo favorevole, un kairòs. Rispondiamo insieme a questa chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica, con mitezza e determinazione, creatività e perseveranza, ispirati da san Francesco, patrono d’Italia, e dal suo Cantico delle Creature”.
Tali interventi hanno avuto un filo conduttore nel ragionamento della sociologa Marianella Sclavi: “Questa tavola rotonda e la Chiamata alla responsabilità portano l’attenzione sul ‘dialogo’, un modo di comunicare completamente diverso dal ‘dibattito’. Nel dialogo c’è spazio per l’ascolto attivo e per la soluzione creativa dei conflitti. Per passare dai dibattiti ai dialoghi, dal dire al fare, servono facilitatori capaci di ascolto, intelligenza plurale e umorismo”.
Per questo il prof. Marco Marchetti, docente di Pianificazione ecologica del territorio all’Università La Sapienza di Roma, ha invitato ad una responsabilità ‘collettiva’: “Il sistema energetico evolve troppo lentamente, mentre le emissioni continuano a salire.. E’ urgente una responsabilità collettiva per la transizione ecologica, una conversione integrale che, come dice la ‘chiamata’ metta in relazione ambiente, economia, società, politica e spiritualità. E’ necessario sostenere i tanti nuclei coraggiosi e tenaci che oggi possono avere un ruolo simile a quello dei monaci nell’Alto Medioevo”.
All’Appello ha risposto anche il mondo della scienza, come il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana: “Benché i rischi del cambiamento climatico siano noti da decenni, assistiamo a un’ondata di negazione della realtà. Comunicare la crisi climatica significa spiegare la gravità degli scenari ma anche fornire soluzioni concrete per i comportamenti individuali e collettivi. La tecnologia da sola, anche se guidata dall’etica, non sarà sufficiente a garantire una pace duratura con la natura”.
Nel documento si fa appello alla transizione ecologica, che ‘si realizza con processi comunitari, con esercizio di cittadinanza, camminando insieme nel dialogo e nella responsabilità’, con l’attuazione di processi come le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS), “non solo come progetto tecnico, ma come comunità solidali, capaci di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e di costruire relazioni più forti, una nuova cultura della cura integrale”.
Un altro aspetto fondamentale della ‘chiamata’ è la convinzione che “La dimensione dalla quale è possibile partire per muovere gli animi di ogni donna e uomo di buona volontà è quella della spiritualità ecologica, il cuore della conversione”.
Il documento termina con queste parole: “Coltiviamo semi di speranza, nella certezza che ogni scelta conta, che ogni gesto di cura è un frammento di un mondo nuovo che nasce qui e ora. Il cambiamento comincia da noi. E non finisce con noi. Il cambiamento comincia nel mio cortile…
Oggi, più che mai, siamo chiamati a passare dal dire al fare, dai dibattiti ai dialoghi, dalle dichiarazioni alle scelte quotidiane. Servono gesti concreti, comunità vive per la costruzione di un futuro giusto. Ci sarà vera transizione solo con la partecipazione. Ci sarà pace con la Terra, se impariamo a camminare in pace tra noi. Siamo dentro un tempo favorevole, un kairòs. Rispondiamo insieme a questa chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica, con mitezza e determinazione, creatività e perseveranza, ispirati da san Francesco, patrono d’Italia, e dal suo Cantico delle Creature”.




























