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L’educazione non è copiatura
“I recenti fatti di cronaca, tra cui la grave aggressione avvenuta in una scuola italiana, dove una docente è stata accoltellata da un proprio studente, hanno scosso profondamente il mondo della scuola e l’opinione pubblica. Si tratta di episodi che generano turbamento, preoccupazione e un senso di vulnerabilità diffuso tra chi ogni giorno abita la scuola come luogo educativo. Questo turbamento è comprensibile e legittimo. Allo stesso tempo, è importante che non si trasformi in demoralizzazione o in una percezione di impotenza”: questo è l’inizio di una lettera ‘aperta’ scritta dal Centro Psico-Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, fondato dal prof. Daniele Novara, all’indomani dell’accoltellamento della prof.ssa Chiara Mocchi da parte di uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore.
La lettera è un invito a leggere attentamente la realtà in cui i ragazzi crescono senza sottovalutare le responsabilità individuali: “Sempre più frequentemente, infatti, ci si trova di fronte a ragazzi e ragazze che faticano a stare dentro le contraddizioni dell’esperienza umana: faticano a tollerare la frustrazione, a gestire il limite, a riconoscere ed attraversare il conflitto senza esserne travolti. Eppure, è proprio nella capacità di stare dentro queste tensioni, nelle inevitabili conflittualità e contraddittorietà della vita, che si costruisce una competenza fondamentale per la crescita.
In questo senso, il compito educativo della scuola si conferma oggi più che mai centrale: non solo trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti per imparare a gestire il conflitto, riconoscerlo e attraversarlo in modo costruttivo”.
Per il pedagogista Daniele Novara, docente del master in Formazione interculturale all’Università Cattolica di Milano ed autore dei libri ‘Non sarò la tua copia’ ed ‘Il papà peluche non serve a nulla’, è importante esplorare il ‘copione educativo’, consistente in un’impronta che è stata lasciata dai genitori e che segna la ‘forma’ che avremo da grandi, diventando un modo di vivere e di rapportarci alla vita..
Ma chi sono questi ‘padri peluche’?
“Siamo di fronte a una progressiva contrazione delle funzioni paterne come se questa figura non trovasse più una propria collocazione e una propria modalità. I nuovi padri, frutto dell’epoca narcisistica in cui siamo inderogabilmente immersi, sembrano dover espiare le colpe dei progenitori maschi, in una sorta di condanna senza fine che spesso li costringe in una posizione di marginalità rispetto ai figli e alle figlie. Dopo il periodo del ‘padre padrone’ ora non riescono a trovare una loro collocazione. Nel frattempo le madri non si fidano dei padri dei loro figli e quindi permangono anche nella fase dell’adolescenza quando dovrebbero essere i papà in prima linea”.
Perché si tende a ‘copiare’ nell’educazione dei figli?
“Il passaggio dall’essere figli a diventare genitori ci costringe in qualche modo a vedere la realtà da un altro punto di vista. Non siamo più quelli che ricevono l’educazione, ma coloro che la impartiscono. Un progetto non privo di insidie. Uno dei rischi principali è rappresentato dal ripetere l’educazione ricevuta oppure dal voler fare a tutti i costi l’opposto dei propri genitori.
I copioni educativi che ci vengono cuciti addosso sono rielaborati prevalentemente in tre modi: ‘passivo’, con un atteggiamento fatalistico e ripetitivo; ‘speculare’, facendo il contrario dell’educazione ricevuta; ‘consapevole’, l’educazione ricevuta viene utilizzata al meglio attuando cambiamenti dove necessario. Diventare genitori rappresenta un’occasione straordinaria per occuparsi non solo dei figli ma anche di sé stessi e attivare processi di crescita personale che altrimenti sarebbe difficile mettere in campo”.
Come è possibile superare l’educazione ricevuta?
“L’educazione ricevuta è una pelle che abitiamo, che ci capita addosso senza che ce ne accorgiamo veramente. Un tessuto senza forma che ci viene consegnato per la nostra crescita. Sta a ciascuno di noi decidere cosa fare con quel tessuto e quindi superare l’educazione ricevuta. Occorre individuare l’impalcatura della nostra crescita educativa, quali sono i ponteggi che la tengono in piedi e la rendono quella che è. Solo in questo modo si può affrancarsi dalla dipendenza infantile e smettere di esserne ostaggio”.
Nel testo scrive che ‘il riconoscimento da parte delle madri della figura del padre è una responsabilità anche delle mamme, nel non riconoscere la figura del papà’: è vero nella realtà?
“E’ giustificabile l’atteggiamento delle mamme, ma si potrebbe anche dire che i figli non possono pagare le colpe dei padri. Prendiamo gli ultimi casi di cronaca sui ragazzi con i coltelli: il padre è fondamentale in adolescenza per riuscire a gestire il senso del limite in maniera educativa. Molti di questi giovani che vanno in giro con un’arma bianca neanche lo vedono il padre: non c’è. Sono in casa con le mamme, punto e basta. Penso anche all’autolesionismo che dal punto di vista dei numeri è ben più significativo che non la violenza sugli altri”.
Per quale motivo gli adulti sono ‘influenzati’ dall’educazione ricevuta?
“L’educazione ricevuta fa parte di noi, è qualcosa con cui siamo stati cresciuti. Può essere intenzionale o esplicita, come quella scolastica o religiosa, oppure subliminale o implicita, un sistema inconscio di comunicazioni educative che agisce nelle relazioni intergenerazionali. Risulta inevitabile che influenzi la nostra vita adulta. Ricordiamo che l’educazione ricevuta avviene nel momento dell’infanzia, quel periodo in cui la dipendenza dall’adulto, in particolare dai genitori, è totale. Difficile sottrarsi”.
L’educazione dei ragazzi è tutta ‘colpa’ della famiglia?
“Direi solo in parte. Il ruolo principale è certamente affidato alla famiglia, ma sono convinto della necessità di creare una ‘comunità educante’ formata da tutte le persone che vivono in un territorio e che hanno il compito di accompagnare nella crescita le generazioni più giovani. Tutti coloro che si relazionano con bambini e ragazzi, futuri protagonisti della società, ne sono potenziali attori. I soggetti della comunità educante presentano precise competenze: sapersi ascoltare reciprocamente, cogliere i bisogni di coloro che sono più deboli, imparare a sostenere percorsi per favorire la condivisione, il confronto, la progettualità, la sicurezza e la vita in comune”.
E’ possibile gestire il conflitto?
“Assolutamente, il conflitto può essere gestito bene oppure male. Anni fa condussi con i miei collaboratori una ricerca sulla carenza e competenza conflittuale. La prima rappresenta l’incapacità di stare nella tensione relazionale vissuta più come una minaccia che una risorsa nei processi di convivenza. Il ‘carente conflittuale’ non è un litigioso, ma un intollerante al litigio, totalmente incapace di gestirlo. Il ‘competente conflittuale’ possiede invece la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita”.
Per quale motivo in una coppia è pericoloso ignorare l’infanzia uno dell’altro?
“E’ un attentato alla coppia, prima ancora che all’alleanza educativa dei due genitori. Tanti genitori mi dicono ‘preferisco educarlo io mio figlio, perché lui/lei ha avuto dei genitori pessimi’. Ma ti accorgi solo adesso che lui/lei ha avuto genitori pessimi e che la sua educazione per te ora pesa al punto che non gli consenti di toccare i tuoi figli, che sono anche suoi? Questo è un problema basilare di cui non si parla mai: se si decide di mettere al mondo figli, l’alleanza la si fa nella coppia.
Purtroppo tanti genitori mantengono l’alleanza originaria coi propri genitori invece che con il proprio partner e questo crea delle discussioni enormi. Quando si diventa genitori si passa da una dimensione di cura della propria infanzia nella coppia ad una dimensione di cura dei figli che vivono l’infanzia: quando questo avviene è un processo meraviglioso ed anche creativo, perché offriamo ai figli una possibilità in parte già liberata dalle catene più o meno negative che ci portiamo dietro”.
Quale copione educativo pesa di più: quello della madre o del padre?
“Pesa maggiormente il copione della madre: in assoluto non c’è partita. Ho parlato molte volte della profonda crisi dei maschi, oggi, in educazione. I padri devono essere sostenuti e incoraggiati. E’ un compito comune quello di liberarci dal patriarcato, ma non ci si libera del patriarcato trasformando il padre dei tuoi figli in un papà peluche”.
Un’altra componente educativa è la scuola, che sta diventando sempre più competizione: però se ‘la scuola non è una gara’, cos’è?
“La scuola appare ancora oggi fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici; una scuola fatta di metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Occorre uscire dall’equivoco della scuola come una competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo e cominciare a considerarla il luogo eletto dell’apprendimento, dove gli studenti sono protagonisti e non antagonisti, dove imparano gli uni dagli altri e dove l’errore e i tentativi compiuti hanno una valenza evolutiva”.
Allora in questo processo di cambiamento la scuola può essere utile?
“Oggi non ci sono le condizioni. Gli insegnanti non vengono selezionati sulla base di una competenza professionale pedagogica. Inoltre, soprattutto all’infanzia ed alla primaria continua a prevalere la figura femminile: i bambini sono immersi in un mondo totalmente maternale con una riduzione anche della tensione a fare da soli, a vivere avventure, esperienze e quant’altro. Siamo arrivati a proporre i metal detector agli ingressi degli istituti: è il tracollo della scuola come ambiente dove anzitutto si impara a vivere”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV non è intimorito da Trump: continuo ad alzare la voce contro la guerra
“Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso.
E’ molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, dove lui era vescovo nella città di Ippona (Annaba oggi) è veramente una benedizione anche per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. Ed allora questo viaggio rappresenta davvero un’opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo fare, promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli”.
Nel viaggio aereo con queste parole papa Leone XIV ha spiegato ai giornalisti le ragioni di questo viaggio apostolico in Africa, iniziando dai luoghi in cui visse il fondatore dell’ordine agostiniano, precisando che il papa non è un politico: “Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico”.
Ed ha ribadito chiaramente il ruolo della Chiesa, che annuncia il Vangelo delle beatitudini: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.
Questa è stata la risposta razionale all’attacco irrazionale, pubblicato su Truth, del presidente statunitense Donald Trump contro il papa, che ha auspicato la pace, accusandolo di aver osato ‘criticarlo’: “Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera. Parla della ‘paura’ dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il covid quando arrestavano sacerdoti, pastori e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri”.
Ed ha fatto un paragone davvero disgustoso ed infamante nei confronti di un papa: “Mi piace molto di più suo fratello Luigi che lui, perché Luigi è tutto maga. Lui capisce, e Leone no! Non voglio un Papa che pensi che sia ok che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le proprie prigioni, liberando assassini, spacciatori e omicidi, nel nostro Paese”.
Ed ha concluso che è diventato papa perché Trump era già presidente degli USA: “E non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, ovvero portare i dati sulla criminalità ai minimi storici e creare il miglior mercato azionario della storia.
Leo dovrebbe essere grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa scioccante. Non era su nessuna lista per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che sarebbe stato il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano”.
Dopo tale dichiarazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio di solidarietà e di buon auspicio per il viaggio al papa con l’augurio che i suoi messaggi possano essere ascoltati: “Il forte richiamo alla pace, così urgente in tempi tanto tribolati, al pari dell’invito all’unità e alla fraternità, contribuirà ad alimentare la consapevolezza dell’indispensabile contributo che ogni individuo e ogni collettività sono chiamati a fornire per superare le divisioni e salvaguardare la dignità dell’uomo. Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”.
Anche i vescovi italiani hanno espresso ‘sdegno’ per le parole ‘rabbiose’ del presidente americano: “Unendosi a quanto affermato dal Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley, ricorda che il papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace.
In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.
Anche L’Azione Cattolica Italiana, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e il Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica hanno espresso la loro ‘vicinanza’ al papa per le triviali parole del presidente Trump: “Le parole rivolte al Santo Padre dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nelle scorse ore, appaiono infatti inadeguate, alquanto volgari e non rispettose della natura e della missione del ministero petrino. Esse rischiano di alimentare una lettura impropria del ruolo del Papa, riducendolo a interlocutore politico tra gli altri, inserito nelle dinamiche della contrapposizione e del confronto tra parti”.
Ed hanno sottolineato il prezioso ruolo del papa: “Riteniamo invece necessario ribadire con chiarezza che il Papa non è una controparte politica. Egli è il Successore di Pietro, chiamato a confermare nella fede il popolo di Dio e a servire, senza alcun interesse di parte, il Vangelo, la verità e la pace sempre, ovunque e comunque. Il suo ministero si colloca su un piano radicalmente diverso da quello della competizione politica: è un servizio universale, rivolto a tutte le donne e a tutti gli uomini, credenti e non credenti, senza distinzioni. Per questo motivo, chiediamo con rispetto ma con fermezza che venga riconosciuta e custodita la dignità della persona di papa Leone XIV e del suo ministero”.
E’ stato un ‘attacco’ in quanto oggi solo il papa difende la pace tra i popoli e la dignità della persona: “Il confronto tra istituzioni e responsabilità pubbliche, anche quando è franco e articolato, non può mai degenerare in forme che mettano in discussione il rispetto dovuto a chi, come il Pontefice, rappresenta un punto di riferimento morale e spirituale a livello globale. In un tempo attraversato da guerre, tensioni internazionali, crisi umanitarie, lutti e sofferenze diffuse, la voce del Papa continua a levarsi come un richiamo esigente alla dignità inviolabile di ogni persona, alla centralità del dialogo, alla ricerca instancabile della pace e alla responsabilità condivisa delle nazioni e dei popoli.
E’ una voce che interpella le coscienze e invita tutti, a partire da chi esercita ruoli di governo, a scelte lungimiranti e orientate al bene comune. Come associazioni laicali impegnate nella vita ecclesiale e civile del Paese, in piena sintonia con i nostri vescovi, avvertiamo il dovere di sostenere con convinzione questo magistero, che non si presta a strumentalizzazioni, ma chiede ascolto, discernimento e responsabilità”.
Sinodo: la sfida pastorale della poligamia e l’ascolto del grido dei poveri e della terra
Nei giorni scorsi la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.2 su ‘Ascoltare il grido dei poveri e della terra’ e quello della Commissione SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) su ‘La sfida pastorale della poligamia’.
Il Rapporto finale del Gruppo di Studio 2 si sviluppa in più sezioni: preceduto da una riflessione del Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Rapporto intende rispondere alle cinque domande fondamentali affidate al Gruppo sul come la Chiesa possa ascoltare meglio il grido dei poveri e della terra.
Il documento prende le mosse dalla convinzione teologica che ascoltare i poveri e la terra non sia un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano.
Come ha ricordato il card. Czerny nella sua prefazione, il termine ‘ascolto’ designa un processo integrale che comprende l’incontro, la comprensione del problema, l’azione, la valutazione e il sostegno spirituale, e che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero. La domanda guida dell’intero lavoro del Gruppo diventa pertanto: come può la Chiesa ascoltare meglio questi due gridi interconnessi, consapevole che rispondere al grido dei poveri significa anche rispondere al grido della terra, e viceversa?
Successivamente, dopo aver delineato le modalità di lavoro, i limiti riscontrati e le lezioni apprese, il Rapporto individua gli strumenti già disponibili nella Chiesa (parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche e internazionali) e ne valorizza la ricchezza, invitando al contempo a superare la tentazione di una delega illegittima verso strutture specializzate, richiamando ogni battezzato alla corresponsabilità.
Tra le proposte concrete figura la creazione di un ‘Osservatorio Ecclesiale sulla Disabilità’, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati. Sul piano teologico, il Rapporto richiama la necessità di una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali.
Forte attenzione è riservata alla formazione: i programmi formativi per laici, religiosi e seminaristi devono integrare l’incontro diretto con le periferie esistenziali, la competenza all’ascolto come disciplina spirituale (non solo come tecnica) e l’analisi sociale. Il documento si conclude con una visione di Chiesa sinodale capace di diventare essa stessa strumento di ascolto, non limitandosi ad avere strutture per ascoltare, ma trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili.
I messaggi chiave sono stati che il ministero sociale non può essere delegato — tutti i cristiani hanno la responsabilità di ascoltare e rispondere — e che la comunicazione bidirezionale tra parrocchie, ministeri, vescovi e organismi è essenziale per la missione condivisa. L’Appendice C sottolinea che rispondere ai gridi dei poveri e della terra è parte integrante della missione dell’intera comunità cristiana, e non solo di quella degli specialisti.
Le 20 raccomandazioni del Rapporto riguardanti il cruciale ambito della formazione includono: privilegiare gli incontri diretti con le persone impoverite e vulnerabili, garantendo che si ascoltino voci diverse, quali quelle di donne, bambini, comunità indigene e del creato stesso; riconoscere le persone impoverite come soggetti attivi dell’evangelizzazione, e non semplici destinatari di servizi; insegnare l’ascolto come parte integrante della Dottrina Sociale della Chiesa, dell’advocacy e del discernimento spirituale; integrare le preoccupazioni ecologiche e sociali; garantire l’accesso alla formazione per coloro che vivono ai margini, in particolare i Popoli Originari, le donne e le persone con disabilità; fornire risorse per l’ascolto, la competenza interculturale, l’analisi di genere e culturale, e la capacità di risposta al grido della terra.
Mentre il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SCEAM) ha elaborato una riflessione organica sulla sfida pastorale della poligamia, radicata nel contesto culturale, antropologico e teologico del continente africano. Il Rapporto prende avvio dal riconoscimento del valore sacro della famiglia africana, fondata sull’alleanza tra i gruppi umani, con gli antenati e con Dio, in cui il figlio è considerato benedizione divina e il desiderio di numerosa discendenza parte integrante dell’identità comunitaria.
E’ in questo orizzonte che si colloca storicamente l’esistenza della poligamia, fenomeno non esclusivo dell’Africa ma ivi particolarmente radicato e pastoralmente urgente. L’’analisi biblica ne ha rivelato l’ambivalenza: tollerata nell’Antico Testamento, essa è progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù (richiamandosi al disegno originario del Creatore) afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio.
Il documento ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Sul piano pastorale, il SCEAM esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico.
Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria, Madre di Gesù, offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura. La conclusione apre verso una ‘pastorale di prossimità’ capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’Alleanza.
Entrambi i Rapporti, nelle loro diversità tematiche, testimoniano il cammino sinodale della Chiesa: una Chiesa che ascolta, che discerne, che accompagna e che, radicata nel Vangelo, non cessa di farsi prossima a ogni uomo e donna rispondendo alle sfide del nostro tempo.
Oltre l’aula, al servizio del prossimo: la Pasqua ‘sul campo’ degli studenti UER con impegno civile
Dal mercoledì Santo alla domenica di Pasqua, un gruppo di studenti dell’Università Europea di Roma (UER) parteciperà alla Missione di Settimana Santa promossa da ‘Gioventù Missionaria’, apostolato giovanile del movimento Regnum Christi.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività di Responsabilità Sociale, coordinate dal Centro di Formazione Integrale dello stesso Ateneo, con l’obiettivo di offrire agli studenti un’occasione concreta di crescita umana attraverso il servizio e l’ascolto.
Gli studenti si recheranno nelle Marche, accompagnati dai Cappellani dell’UER, padre Matthew Whalen e Padre Enrico Trono, insieme ad altri sacerdoti e seminaristi dei Legionari di Cristo e alle consacrate del Regnum Christi. Il contatto diretto con la realtà sociale locale si concretizzerà nella visita a famiglie, anziani e ammalati, supporto alle parrocchie, percorsi educativi/ricreativi per bambini e ragazzi.
La missione risponde alla chiamata di papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale: trasformare la ‘spiritualità di comunione’ in un gesto pratico. Per l’Università Europea di Roma, questa iniziativa rappresenta un’opportunità di formazione integrale: formare professionisti capaci di ascoltare la realtà in cui viviamo attraverso l’incontro con l’altro e di relazionarsi e guardare le sfide del mondo con empatia, responsabilità e spirito di servizio.
Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.
Papa Leone XIV: la riconciliazione è laboratorio di unità
“Esso fu fortemente voluto da san Giovanni Paolo II, che lo sostenne con la sua passione pastorale, fu confermato da papa Benedetto XVI con la sua sapienza teologica, come pure da papa Francesco, che sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa. Anch’io vi esorto a proseguire in questo servizio, approfondendo e ampliando l’offerta formativa, affinché il quarto Sacramento sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al 37^ Corso sul foro interno della Penitenzieria Apostolica ricordando che il perdono dei peccati favorisce la pace.
Prer questo ha ricordato l’importanza di questo sacramento: “Il Sacramento della riconciliazione ha avuto nella storia un notevole sviluppo, sia nella comprensione teologica, sia nella forma celebrativa. La Chiesa, madre e maestra, ne ha progressivamente riconosciuto il senso e la funzione, dilatando la possibilità della sua celebrazione.
Eppure, alla reiterabilità del Sacramento non corrisponde sempre, da parte dei battezzati, una sollecitudine nel farvi ricorso: è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse ‘inutilizzato’, per una diffusa distrazione dei cristiani che, non di rado, rimangono per lungo tempo in stato di peccato, piuttosto che accostarsi al confessionale, con semplicità di fede e di cuore, per accogliere il dono del Signore Risorto”.
Riprendendo una frase di sant’Agostino il papa ha definito questo sacramento un ‘laboratorio di unità’ in favore della pace: “Afferma sant’Agostino: ‘Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati, e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio’. Riconoscere i nostri peccati, soprattutto in questo tempo di Quaresima, significa dunque ‘accordarci’ con Dio, unirci a Lui.
Il Sacramento della riconciliazione è allora un ‘laboratorio di unità’: esso ristabilisce l’unità con Dio, attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante. Questo genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa; perciò favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana. Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi? Ma. di nuovo ci domandiamo, può davvero l’uomo, piccola e semplice creatura, ‘rompere l’unità’ con il Creatore? Questa immagine non è forse parziale e, in definitiva, mortificante della Rivelazione che Gesù ci ha fatto di Dio?”
Domande fondamentali a cui il papa ha risposto che il peccato non ‘rompe l’unità’ con Dio: “A ben vedere, il peccato non rompe l’unità, intesa come dipendenza ontologica della creatura dal Creatore: anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore, e tale dipendenza, quando viene riconosciuta, può aprire la strada della conversione.
Il peccato rompe, piuttosto, l’unità spirituale con Dio: è un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è (e rimane) libero e quindi responsabile dei propri atti”.
E, rivolgendosi ai sacerdoti, il papa ha sottolineato che la loro vita si realizza in questo sacramento: “Carissimi giovani sacerdoti e ordinandi, abbiate sempre viva consapevolezza dell’altissimo compito che Cristo stesso, attraverso la Chiesa, vi affida: ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione. La vita intera di un sacerdote può essere pienamente realizzata, celebrando assiduamente e fedelmente questo Sacramento.
Ed infatti quanti sacerdoti sono diventati santi nel Confessionale! Pensiamo solo a san Giovanni Maria Vianney, an Leopoldo Mandić e, più recentemente, a san Pio da Pietrelcina ed al beato Michał Sopoćko”.
Per questo l’unità con Dio è unità con la Chiesa: “L’unità ristabilita con Dio è anche unità con la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo: noi siamo membra del ‘Cristo totale’. Il tema del vostro Corso di quest’anno: ‘La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia’, sarebbe incomprensibile se non si partisse dalla radice che è Gesù Cristo risorto. La Chiesa accoglie le persone, come ‘casa di Misericordia’, perché innanzitutto accoglie continuamente il suo Signore, nella Parola ascoltata e proclamata, e nella grazia dei Sacramenti”.
Ed attraverso la confessione si ‘edifica’ la Chiesa: “Per questa ragione, nella celebrazione della Confessione sacramentale, mentre i penitenti sono riconciliati con Dio e con la Chiesa, si edifica la Chiesa stessa, che viene arricchita della santità rinnovata dei suoi figli pentiti e perdonati. Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica; e così facendo diamo anche energie nuove alla società e al mondo”.
Attraverso la Chiesa si arriva all’unità con le persone: “L’unità con Dio e con la Chiesa, infine, è il presupposto dell’unità interiore delle persone, oggi così necessaria, nel tempo della frammentazione che ci è dato di vivere. Unità interiore che si riscontra come desiderio reale soprattutto nelle nuove generazioni. Le promesse non mantenute di un consumismo sfrenato e l’esperienza frustrante di una libertà svincolata dalla verità si possono trasformare, per divina misericordia, in occasioni di evangelizzazione: facendo emergere il senso di incompiutezza, permettono di destare quelle domande esistenziali alle quali solo Cristo risponde pienamente”.
Questa ‘triade’ pone le fondamenta per la pace: “Questo dinamismo di unità con Dio, con la Chiesa e in noi stessi è un presupposto della pace tra gli uomini e i popoli: solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante! Chi depone le armi dell’orgoglio e si lascia continuamente rinnovare dal perdono di Dio, diventa un operatore di riconciliazione nella vita di ogni giorno”.
Ciò si può realizzare grazie alla misericordia di Dio: “In lui o in lei si realizzano le parole attribuite a san Francesco d’Assisi: ‘Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace’. Carissimi, non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia, di cui siete divenuti (o diverrete) ministri”.
In precedenza aveva ricevuto i componenti della Fondazione Cattolica, nel ventennale della nascita, con l’incoraggiamento a sostenere le situazioni di fragilità ed emarginazione: “Tra questi pionieri ci furono anche i fondatori della Società Cattolica di Assicurazione, un gruppo di sacerdoti e laici che, nel 1896, a Verona, diedero vita a una società cooperativa, a larga partecipazione popolare, che si è poi sviluppata insieme al Paese, aiutando le comunità a superare i traumi delle due guerre mondiali.
Vent’anni fa, in un contesto molto mutato ma a partire da quelle stesse radici, è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili”.
(Foto: Santa Sede)
Guerra in Medio Oriente ma la pace è sempre possibile
“Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”: è stato l’accorato appello di papa Leone XIV dopo la recita dell’angelus di domenica scorso per la pace in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti ed Israele, in cui è stato ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e decapitato buona parte dei vertici della Repubblica islamica iraniana.
L’uccisione ha provocato l’immediata reazione di Teheran e un’estensione del confronto ben oltre i confini iraniani, coinvolgendo Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Oman, Arabia Saudita, Kuwait: nessuno finora è stato risparmiato da un coinvolgimento che si è tradotto anche nella peggiore interruzione delle comunicazioni aeree della storia. L’Europa è a un passo dal coinvolgimento nel conflitto: ai residenti di alcune aree di Cipro è stato chiesto di ‘limitare gli spostamenti non necessari’ e di ‘rimanere nelle proprie case’ dopo che alcuni droni sono stati intercettati prima di raggiungere la base militare britannica di Akrotiri.
Di fronte a questa’terza guerra mondiale a pezzi’, come aveva visto giusto papa Francesco, Marco Mascia, presidente del Centro Diritti Umani ‘Antonio Papisca’ dell’Università di Padova, e Flavio Lotti, presidente della ‘Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace’, hanno sottolineato che tale ‘operazione bellica’ non è giustificabile: “Il nuovo attacco di Israele e degli Stati Uniti contro l’Iran è completamente illegale, insensato e ingiustificabile. E’ un nuovo folle passo dentro la terza guerra mondiale che si va estendendo. Nell’impunità e nel silenzio generale. Ci duole ripeterlo ma chi non ripudia la guerra -ai sensi dell’art. 11 della nostra Costituzione e della Carta delle Nazioni Unite- è fuori-legge”.
Tale guerra è la violazione del diritto e della legalità internazionale: “Costituisce un atto di aggressione ai sensi dell’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite e viola l’art. 2 che stabilisce che gli stati ‘devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite’. Ancora una volta vengono stracciati i principi e le norme contenute nella Carta delle Nazioni Unite e nel diritto internazionale dei diritti umani”.
Per non cadere nell’equivoco la condanna del regime dittatoriale iraniano è sempre stato netto: “Il regime iraniano (come tutti i sistemi autocratici e dittatoriali) va contrastato con coerenza dall’intera comunità internazionale e dalle Nazioni Unite con i numerosi strumenti del diritto, della legalità e della giustizia penale internazionale di cui oggi disponiamo. Basta con le crociate ideologiche e guerrafondaie. Dare centralità al ruolo delle Nazioni Unite rimane un imperativo ineludibile”.
Anche le Acli hanno espresso preoccupazione per l’escalation militare nel Medio Oriente: “Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una drammatica affermazione della legge del più forte, e della guerra come unica arma di risoluzione delle controversie internazionali, con una deriva pericolosa ed inaccettabile”.
Per questo non è possibile giustificare la guerra: ”Ancora più grave e subdolo è giustificare le bombe ‘in nome della libertà’ o della sicurezza strategica. Il regime iraniano si è reso colpevole di gravi crimini verso il suo stesso popolo, ma non vorremmo che dietro la retorica della guerra di liberazione si nascondesse il semplice dato affaristico per cui si rimuovono alcune figure e poi ci si accorda per fare buoni affari con il resto del regime che rimane inalterato, come è accaduto in Venezuela dove l’unica cosa che è cambiata sono le compagnie che estraggono il petrolio”.
Per questo le Acli hanno chiesto che l’Europa una chiara posizione per la pace: “In questo scenario tragico chiediamo che l’Unione europea assuma coraggiosamente un ruolo attivo ed autorevole di mediazione politica promuovendo un immediato cessate il fuoco. L’Unione, nata dalle ceneri di due guerre mondiali, ha il dovere storico di essere costruttrice di ponti e non di muri.
Allo stesso modo chiediamo al governo italiano, ricco di anni di storia e dialogo con il popolo Iraniano, di farsi promotore e sostenitore di un’iniziativa politica concreta finalizzata alla cessazione del diritto, alla denuncia dell’ennesima violazione del diritto internazionale da parte di Israele e Stati uniti. Di ritornare alla mediazione omanita con il coinvolgimento dell’AIEA per garantire trasparenza nel programma nucleare iraniano”.
Inoltre dal ‘Chiostro’, blog dell’Azione Cattolica Italiana, Antonio Martino ha scritto che non esiste una vera giustificazione per iniziare il conflitto: “Colpisce, in questa nuova fase, l’assenza quasi totale di una giustificazione. Si parla di ‘attacco preventivo’, ma senza spiegare rispetto a quale pericolo imminente. Nei mesi scorsi, pur tra molte controversie, il tema era stato il nucleare. Oggi nemmeno questo.
Anzi, solo poche ore prima dell’inizio dei raid, il mediatore tra le parti in campo, il ministro degli Esteri omanita aveva rivelato che Teheran era pronta a rinunciare all’uranio arricchito e ad accettare ispezioni complete: un passo che neppure l’accordo del 2015, voluto da Barack Obama, era riuscito a ottenere.
Quell’offerta è stata ignorata. O stracciata. E questo sposta il baricentro della vicenda: se il nucleare non è più il vero nodo, allora l’obiettivo è un altro. Forse i missili iraniani, forse la volontà di non dover più negoziare, forse (più semplicemente) la decisione di non nascondere la realtà: abbattere la Repubblica islamica”.
Ed ha posto un ‘ragionamento’ che tale attacco pone fine ai negoziati di pace futuri: “Ventitré anni dopo l’Iraq, l’America torna a tentare il cambio di regime, dall’aria, contro un Paese più grande e più complesso. Forse il sistema iraniano, logorato dalla repressione e dal malcontento, vacillerà. Forse no. Ma ciò che accadrà dopo non riguarda solo Teheran.
Perché quando la forza sostituisce apertamente il negoziato proprio nel momento in cui sembrava possibile, quando il cambio di regime diventa un obiettivo dichiarato, quando la guerra non viene più spiegata, ma solo esercitata, allora non siamo davanti a un episodio in più. Siamo davanti a una soglia superata. Ed a una responsabilità che pesa su tutti”.
(Foto: Acli)
Esercizi spirituali: attenzione all’orgoglio
“Le cadute possono renderci umili quando siamo gonfi d’orgoglio. Possono mostrare il potere salvifico di Dio. Possono diventare pietre miliari di un personale cammino di salvezza, da ricordare con gratitudine”: con queste parole nella sesta meditazione di Quaresima, questa mattina, mons. Erik Varden si è soffermato sulle cadute che possono diventare necessarie nel ‘cammino di salvezza’ o trascinare in una scia di distruzione e rovina.
Riprendendo l’inizio del salmo 90 (‘Mille cadranno al tuo fianco, diecimila alla tua destra’) il vescovo di Trondheim ha evidenziato anche che le cadute possono avere conseguenze pesanti: “Eppure non possiamo essere ingenui. Non tutte le cadute finiscono in esultanza. Ci sono cadute che odorano di inferno, e trascinano il colpevole in una scia di distruzione e rovina. Questa scia è spesso ampia e lunga, e travolge molti innocenti”.
Per questo ha sottolineato che le ferite più dolorose sono quelle nate all’interno della Chiesa: “Nulla ha danneggiato più tragicamente la Chiesa, nulla ha compromesso di più la nostra testimonianza che la corruzione cresciuta all’interno della nostra stessa casa. La crisi più terribile della Chiesa è stata provocata non dall’opposizione del mondo, ma dalla corruzione ecclesiastica. Le ferite inflitte richiederanno tempo per guarire. Chiedono giustizia e lacrime”.
Però è difficile trovare gli errori: “Di fronte alla corruzione, soprattutto quando si tratta di abusi, si è tentati di cercare una radice malata. Ci aspettiamo di trovare campanelli d’allarme precoci che sono stati ignorati: qualche errore di discernimento, un modello originario di devianza. Talvolta queste tracce esistono e abbiamo ragione di rimproverarci per non averle riconosciute in tempo. Non sempre però le troviamo”.
Insomma il bene si confonde spesso con il male: “Possiamo riconoscere il bene grande e gioioso che spesso si manifestava agli inizi di comunità oggi associate allo scandalo. Non possiamo presumere che ci sia stata fin dall’inizio un’ipocrisia strutturale, e che i fondatori si siano presentati cinicamente come sepolcri imbiancati. A volte troviamo segni di vera ispirazione, persino tracce di santità. Come possiamo spiegare la compresenza di sviluppi buoni e sviluppi deformati? Una mentalità secolare per lo più si arrenderà: di fronte a una calamità, designa mostri e vittime”.
Per questo il predicatore ha riconosciuto che ci sono strumenti efficaci, ritornando al verso del Salmo 90: “Fortunatamente la Chiesa possiede, quando si ricorda di usarli, strumenti più raffinati e più efficaci. Dove gli uomini perseguono sforzi nobili, ci ricorda Bernardo, gli attacchi nemici saranno feroci. Osserva: ‘i membri spirituali della stessa Chiesa sono attaccati con molto maggiore asprezza rispetto a quelli carnali’.
Pensa che sia proprio questo che il Salmo ‘Qui habitat’ intende con il suo linguaggio di ‘sinistra’ e ‘destra’: la sinistra sta per la nostra natura carnale, la destra per la nostra natura spirituale. Le vittime sono più numerose a destra perché è lì che, sul campo di battaglia spirituale, vengono usate le armi più letali”.
Però la responsabilità è anche di uomini e donne: “Pur prendendo sul serio il regno demoniaco, Bernardo non attribuisce tutte le malattie spirituali a dei cattivi con corna e forconi. Ritiene gli uomini e le donne responsabili dell’uso che fanno della loro libertà sovrana. Il suo punto è che la natura umana è una sola. Se iniziamo ad andare in profondità nella nostra natura spirituale, anche altre profondità sono messe a nudo. Dovremo affrontare la fame esistenziale, la vulnerabilità, il desiderio di conforto: esperienze che possono assumere la forma di un assalto”.
Per questo lo sviluppo fisico deve essere accompagnato dallo sviluppo spirituale: “Il progresso nella vita spirituale richiede una configurazione del nostro ‘io’ fisico ed affettivo in sintonia con la maturazione contemplativa, altrimenti c’è il rischio che l’esposizione spirituale cerchi degli sfoghi fisici o affettivi; e che tali sfoghi siano razionalizzati come se fossero, in qualche modo, essi stessi ‘spirituali’, di un ordine superiore rispetto ai misfatti dei comuni mortali”.
Quindi un maestro spirituale dovrà essere riconosciuto in tutti gli aspetti di vita: “L’integrità di un maestro spirituale si manifesterà nella sua conversazione e nel suo insegnamento, ma non solo; sarà evidenziata anche nelle sue abitudini online, nel suo comportamento a tavola e al bar, nella sua libertà dall’adulazione altrui”.
Ecco il motivo per cui la vita spirituale completa l’esistenza: “La vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza. E’ la sua anima. Dobbiamo guardarci da ogni dualismo, ricordando sempre che il Verbo si è fatto carne affinché la nostra carne fosse intrisa di Logos. Occorre vigilare tanto sulla sinistra quanto sulla destra, e fare attenzione (insiste Bernardo su questo punto) a non confondere l’una con l’altra. Dobbiamo imparare a essere ugualmente a nostro agio nella nostra natura carnale e spirituale, in modo che Cristo, il nostro Maestro, possa regnare pacificamente in entrambe”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese aveva sottolineato il bisogno dell’equilibrio: “Dobbiamo coltivare il giusto equilibrio tra la fiducia nell’aiuto di Dio e la diffidenza verso la nostra fragilità, temendo le tentazioni e accettandone l’inevitabilità, ricordando che Dio ci sottopone ad esse perché sono utili”.
Sono utili in quanto permettono un impegno nella testimonianza della verità: “Resistendo alle frecce scagliate dal Padre della Menzogna, il nostro impegno verso la verità si rafforzerà, così come la nostra fiducia in essa. Allontanati dalla falsità che ci indebolisce, saremo in grado di convertirci per confermare i nostri fratelli”.
In questo senso l’ambizione è in contrasto con la verità: “Bernardo vede l’ambizione come negazione della verità. L’ambizione è una forma non molto sottile di cupidigia. Nel descrivere questo vizio, Bernardo, sempre eloquente, supera sé stesso… L’ambizione, dice, nasce da una ‘alienazione della mente’. E’ una follia che si manifesta quando si dimentica la verità. Il fatto che l’ambizione sia una forma di squilibrio mentale la rende ridicola in qualsiasi sua manifestazione, ma soprattutto quando si evidenzia in persone dedite per vocazione al servizio per gli altri”.
Società di San Vincenzo De Paoli vicina ai giovani: ScegliAmo Bene cresce e arriva in nuove scuole italiane
Il progetto ScegliAmo Bene, promosso dal Settore Carcere e Devianza della Federaziona Nazionale Italiana Società di San Vincenzo de Paoli ODV, amplia il proprio raggio d’azione: dopo i primi laboratori di successo, coinvolgerà nuove realtà come Bologna, Oderzo, Cagliari, con la prossima tappa prevista a marzo a Comacchio. L’iniziativa punta a promuovere la cultura della legalità tra studenti e società civile, trasformando il concetto di responsabilità personale in esperienza concreta.
A commentare la crescita del progetto è Antonella Caldart, responsabile del Settore Carcere e Devianza della Società di San Vincenzo De Paoli: “L’Associazione è oggi in un momento di grande trasformazione. Con la fiducia e l’impegno di tutti, può affermarsi come modello innovativo nel panorama del Terzo Settore contribuendo a costruire comunità più responsabili, consapevoli e inclusive”.
Partire dai giovani diventa fondamentale per accompagnarli a riconoscere che la libertà non è assenza di vincoli, ma assunzione di responsabilità. Che il futuro prende forma attraverso decisioni consapevoli e che ogni scelta merita di essere custodita, pensata ed educata perché incide sulla propria vita e su quella degli altri.
“Molti giovani vivono immersi in un panorama dominato da rumore e solitudine, informazioni contraddittorie e modelli effimeri che offrono gratificazioni rapide ma vuote. In questo contesto, trovare valori concreti su cui costruire le proprie scelte diventa difficile. ScegliAmo Bene trasforma il vuoto in possibilità, proponendo esperienze concrete di responsabilità e impegno sociale” – afferma la Caldart.
Gli incontri sono basati sull’interazione tra educatori e studenti e sul coinvolgimento attivo di mente e corpo e puntano a generare partecipazione, energia e riflessioni profonde sulla responsabilità personale. “Gli elaborati e i pensieri prodotti sinora sono stati riconosciuti come particolarmente significativi anche dai docenti presenti” – spiega Caldart.
Di recente, ScegliAmo Bene è approdato a Vittorio Veneto, coinvolgendo quattro istituti della Scuola Secondaria di II grado. Per l’occasione gli studenti hanno incontrato Raffaele Mantegazza, Professore di Scienze Pedagogiche all’Università Milano-Bicocca, che ha evidenziato i risultati più significativi:
“Grazie ai lavori svolti sono emersi temi importanti come la necessità di non giudicare, di comprendere le conseguenze delle proprie scelte e di riuscire a entrare in sintonia con l’altro. I ragazzi hanno mostrato apertura e capacità di mettersi in gioco, lavorando con entusiasmo e curiosità. È stato evidente come, anche attraverso attività pratiche e creative, possano interiorizzare concetti complessi come responsabilità e cooperazione”.
I percorsi hanno dimostrato come sia possibile imparare al di là di schemi tradizionali, combinando creatività, partecipazione attiva e momenti di confronto diretto. Gli studenti non solo acquisiscono conoscenze, ma sperimentano concretamente come le proprie scelte possano avere un impatto sugli altri, trasformando la teoria della responsabilità in esperienza vissuta.
Tra gli istituti superiori di Vittorio Veneto c’è stato grande coinvolgimento: “Attraverso il teatro ci siamo soffermati sull’importanza delle scelte e delle conseguenze sperimentando situazioni reali che hanno mostrato come anche piccoli gesti hanno un peso e possono influenzare gli altri” – afferma Lorenzo, 16 anni.
Nei primi laboratori sono stati proprio gli studenti considerati ‘più difficili’ a mostrare i cambiamenti più evidenti: barriere difensive cadute, aggressività ridimensionata, dinamiche di bullismo rilette alla luce delle conseguenze delle proprie azioni: “Guardando al futuro, che tipo di impatto sociale vi augurate che ‘ScegliAmo Bene’ possa avere non solo sugli studenti coinvolti, ma anche sulle comunità locali e sul lavoro della Società di San Vincenzo De Paoli nei territori?”
“Non sarà ScegliAmo Bene a stravolgere intere comunità, ma il progetto può seminare piccoli semi che, se coltivati con cura, daranno frutti positivi. Entrare in contatto con i giovani significa creare relazioni durature: chi sperimenta personalmente il valore delle proprie scelte è in grado di trasmetterlo e coinvolgere altri ragazzi, generando un effetto a catena.
Perché questo avvenga, è fondamentale avere operatori e volontari preparati, capaci di dialogare con i giovani senza rifugiarsi nei modelli educativi del passato. E’ necessario essere disponibili ad apprendere, adattare e sperimentare nuovi modelli comunicativi ed educativi, in linea con i tempi e con le esigenze dei ragazzi”, conclude Antonella Caldart.
Con il progetto ScegliAmo Bene, la Società di San Vincenzo De Paoli conferma il suo impegno e la sua attenzione verso la società civile mostrando la vicinanza alle giovani generazioni offrendo occasioni per crescere, riflettere e prepararsi a diventare cittadini consapevoli e attivi. Con l’espansione in nuove città italiane, il progetto si afferma come un modello replicabile e innovativo di educazione civica e partecipazione sociale.
È possibile visualizzare il video documentario realizzato negli Istituti della Scuola Secondaria di II Grado di Vittorio Veneto al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=PNnE-R-oR5U&feature=youtu.be
Papa Leone XIV ai sacerdoti romani: ravvivare la Parola di Dio nella comunione
“E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente! All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: Se tu conoscessi il dono di Dio”: con questa citazione tratta dal vangelo di san Giovanni papa Leone XIV ha incontrato i sacerdoti romani.
Guardare ai segni dei tempi, intercettando i cambiamenti, per rilanciare l’annuncio del Vangelo al di là della stanchezza della vita sacerdotale è stata la sfida del papa: “Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio.
A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’apostolo Paolo rivolge a Timoteo: ‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te’. Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”.
Perciò il papa ha spiegato cosa significa ravvivare, utilizzando un’immagine di papa Francesco: “Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale.
Ed allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo (ravvivare) evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse papa Francesco, ‘suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma’. Anche per il cammino pastorale della nostra diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo”.
Quindi anche questo fuoco ‘acceso’ si trasforma in dono: “Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata.
Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.
Ciò vale per la vita pastorale: “Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa”.
Da qui l’invito ad annunciare il Vangelo: “Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati. Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.
Però l’annuncio deve essere fatto nella comunione: “Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza”.
Una comunione capace di superare l’autoreferenzialità: “La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.
Da qui la richiesta di essere ‘vicino’ ai giovani: “Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza. So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita”.
Anche qui in sinergia con le Istituzioni: “Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.
Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento: “Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”.
In precedenza aveva accolto i partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo: “Il carisma è un dono dello Spirito Santo. Ogni istituto e ciascuno dei suoi membri sono chiamati a incarnarlo personalmente e comunitariamente, in un continuo processo di approfondimento della propria identità, che li colloca e li definisce nella Chiesa e nella società. Questo cammino, a sua volta, costituisce un prezioso contributo alla Chiesa nel suo insieme e, in particolare, alla famiglia spirituale del Regnum Christi”.
Un invito alla custodia del carisma: “Come accennato, il carisma è un dono dello Spirito Santo; è Lui che distribuisce i suoi doni, e lo fa per il rinnovamento e l’edificazione della Chiesa. Come dice san Paolo, ‘a ciascuno viene manifestato per l’utilità comune’. Pertanto, il carisma va accolto con gratitudine e consolazione. Ricordatevi, dunque, che non siete i proprietari del carisma, ma i suoi custodi e servitori. Siete chiamati a dare la vita affinché questo dono continui a portare frutto nella Chiesa e nel mondo.. Questo Capitolo vi invita a continuare a interrogarvi su come vivere oggi, con fedeltà creativa, l’intuizione carismatica che ha dato origine alla vostra famiglia religiosa”.
Ed ecco la missione: “La vostra missione è quella di offrire questa testimonianza visibile di ascolto reciproco e di ricerca congiunta della volontà di Dio, sia per le vostre comunità sia per coloro che incontrate lungo il cammino mentre compite la vostra missione… Non si tratta di eliminare le differenze, ma di avere la capacità di armonizzare le diversità a beneficio di tutti, accogliendo le divergenze come una ricchezza e discernendo insieme i cammini che il Signore ci propone”.
Quindi è un processo sinodale: “Questo processo richiede umiltà nell’ascolto, libertà interiore per esprimersi con sincerità e apertura ad accogliere il discernimento collettivo. È un requisito intrinseco di ogni vocazione vissuta in comunità. La Chiesa oggi vive una profonda chiamata alla sinodalità, cioè a camminare, ascoltare e discernere insieme. Il Capitolo Generale è, per sua stessa natura, un esercizio sinodale in cui tutti sono chiamati a contribuire con la propria esperienza e sensibilità per costruire insieme il futuro dell’istituto”.
(Foto: Santa Sede)




























