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Disegnare nuove mappe di speranza: l’educazione nell’era dell’Intelligenza Artificiale
Nel sessantesimo anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’, papa Leone XIV ha consegnato alla Chiesa una Lettera Apostolica che non si limita a commemorare un documento storico, ma che rilancia con forza e lucidità la missione educativa della comunità cristiana nel mondo contemporaneo. Si tratta di un testo profondo, profetico, che affronta le sfide del nostro tempo con lo sguardo della fede e la concretezza della Dottrina Sociale della Chiesa.
Tra i suoi passaggi più significativi, una sezione si impone come uno snodo cruciale, in cui il Pontefice affronta il tema dell’Intelligenza Artificiale (IA) e degli ambienti digitali con una visione etica e teologica all’altezza della complessità attuale: ‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’ (§9.3).
Queste parole, non sono solo un avvertimento, ma una chiamata alla responsabilità. Il papa non demonizza la tecnologia, né la esalta in modo acritico. Piuttosto, invita a un discernimento maturo, capace di riconoscere che ogni strumento tecnico è sempre frutto di scelte umane, e che il suo impatto dipende dall’orizzonte etico e spirituale in cui viene inserito.
Nel contesto educativo, l’IA rappresenta una sfida radicale. Essa promette efficienza, personalizzazione, accesso universale alla conoscenza. Ma al tempo stesso rischia di ridurre la relazione educativa a un’interazione algoritmica, di sostituire il dialogo con la simulazione, di confondere la libertà con la previsione statistica. Il Santo Padre ci invita a non cedere alla seduzione della neutralità tecnologica: il vero nodo non è la potenza dell’IA, ma il suo orientamento.
La Chiesa, in questo scenario, è chiamata a custodire la centralità della persona, a promuovere una cultura della dignità, a formare coscienze capaci di interrogare la tecnica. L’IA, scrive il Papa, deve essere orientata alla giustizia e al lavoro: non può diventare strumento di esclusione, né motore di precarizzazione. Deve essere governata con criteri di etica pubblica, cioè con regole condivise, trasparenti, partecipate. E deve essere accompagnata da una riflessione teologica e filosofica all’altezza, capace di interrogare il senso ultimo dell’agire umano.
Il tema dell’IA si colloca pienamente nel solco della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), che da sempre pone la persona al centro dell’economia, della politica, della cultura. I principi di dignità, giustizia, solidarietà e sussidiarietà, che costituiscono l’ossatura della DSC, trovano in questo testo una nuova declinazione digitale. L’educazione, secondo papa Leone XIV, non può essere lasciata alle logiche di mercato, né affidata esclusivamente agli algoritmi. Deve essere un atto di giustizia, un’opera di carità, un servizio al bene comune.
Uno dei rischi più insidiosi dell’IA è la sua capacità di prevedere, orientare, influenzare le scelte individuali. In ambito educativo, questo si traduce nella possibilità di personalizzare i percorsi, ma anche di condizionare le libertà. Papa Prevost ci ricorda che l’educazione è formazione della coscienza, è esercizio della libertà, è apertura alla trascendenza. Nessun algoritmo può sostituire il discernimento, nessuna macchina può educare alla responsabilità.
Per questo, siamo chiamati a formare alla libertà digitale, alla cittadinanza critica, alla capacità di interrogare le tecnologie. Si deve insegnare ad usare l’IA come strumento, non come oracolo; come supporto, non come sostituto. È necessario promuovere una cultura dell’incontro, della relazione, della comunità, anche nei contesti virtuali.
Il richiamo della Lettera Apostolica alla riflessione teologica e filosofica, è anche un appello a una nuova alleanza tra fede e cultura. L’IA non è solo una questione tecnica: è una sfida antropologica, spirituale, escatologica. Interroga il senso dell’umano, la definizione di coscienza, il rapporto tra libertà e previsione. La teologia deve tornare a interrogare la tecnica, a illuminare le scelte, a custodire la speranza. E la filosofia deve aiutare a pensare criticamente, a decostruire le narrazioni dominanti, a restituire profondità al dibattito pubblico.
‘Disegnare nuove mappe di speranza’ è un documento che parla al cuore del nostro tempo e ci ricorda – tra l’altro – che l’educazione non può essere delegata alle macchine, ma richiede volti, mani, cuori. L’IA può essere alleata, ma non guida. Solo l’uomo può educare l’uomo. Come cristiani, come educatori, come cittadini, siamo chiamati a raccogliere questo appello. A disegnare mappe di speranza che non siano solo algoritmi, ma percorsi di libertà. Perché educare, oggi più che mai, è evangelizzare. Anche nell’era IA.
Papa Leone XIV: ‘Nostra Aetate’ è una pietra miliare per il dialogo
“Per sessant’anni, uomini e donne hanno lavorato per coltivare Nostra aetate. Hanno annaffiato il seme, curato il terreno e lo hanno protetto. Alcuni hanno persino dato la loro vita, martiri del dialogo, che si sono opposti alla violenza e all’odio. Ricordiamoli oggi con gratitudine. Come cristiani, insieme ai nostri fratelli e sorelle di altre religioni, siamo ciò che siamo grazie al loro coraggio, al loro sudore e al loro sacrificio”: così papa Leone XIV ha concluso la serata dedicata al documento conciliare ‘Nostra Aetate’.
Dopo un pomeriggio di festa il papa ha ricordato l’attualità del documento conciliare: “In primo luogo, Nostra Aetate ci ricorda che l’umanità sta convergendo sempre di più, e che è compito della Chiesa promuovere l’unità e l’amore tra gli uomini e le donne, e tra le nazioni. In secondo luogo, indica ciò che tutti condividiamo.
Apparteniamo a una sola famiglia umana, una nell’origine ed una anche nel nostro fine ultimo. Inoltre, ogni persona cerca risposte ai grandi enigmi della condizione umana. In terzo luogo, le religioni di tutto il mondo cercano di rispondere all’irrequietezza del cuore umano. Ognuna, a modo proprio, offre insegnamenti, modi di vita e riti sacri che aiutano a guidare i propri fedeli verso la pace e il senso della vita”.
Poi ha sottolineato che la Chiesa è aperta e non rifiuta le verità delle altre religioni: “In quarto luogo, la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, che ‘riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini’. Le considera con sincera riverenza e invita i suoi figli e le sue figlie, attraverso il dialogo e la collaborazione, a riconoscere, preservare e promuovere ciò che è spiritualmente, moralmente e culturalmente buono in tutti i popoli”.
Quindi ha sottolineato la responsabilità delle religioni: “Come capi religiosi, guidati dalla saggezza delle nostre rispettive tradizioni, condividiamo una responsabilità sacra: aiutare il nostro popolo a liberarsi dalle catene del pregiudizio, dell’ira e dell’odio; aiutarlo a elevarsi al di sopra dell’egoismo e dell’autoreferenzialità; aiutarlo a sconfiggere l’avidità che distrugge sia l’animo umano sia la terra. In questo modo, possiamo guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle”.
Nel discorso papa Leone XIV ha ripercorso la genesi del documento, voluto da papa san Giovanni XXIII per descrivere ‘un nuovo rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo’ e, nella storia della Chiesa, primo ‘testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del cristianesimo in modo biblicamente fondato’:
“Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio. In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ed ha ricordato le radici ebraiche del cristianesimo: “Per la prima volta nella storia della Chiesa, abbiamo un testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del Cristianesimo in modo biblicamente fondato. Allo stesso tempo, Nostra Aetate (n. 4) prende una posizione ferma contro tutte le forme di antisemitismo. Così, nel capitolo seguente, Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio”.
Questo permette di respingere ogni forma di discriminazione: “In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ma il documento conciliare è un invito a ‘guardare oltre ciò che ci separa e a scoprire ciò che ci unisce tutti’: “Questo è il cammino che ‘Nostra Aetate’ ci invita a continuare: camminare insieme nella speranza. Quando lo intraprendiamo, accadono meraviglie: i cuori si aprono, si costruiscono ponti e vengono tracciati nuovi sentieri là dove nessuno sembrava possibile. Questo non è l’impegno di una sola religione, di una sola nazione o anche di una sola generazione. E’ un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo”.
Prima dell’arrivo del papa nell’aula Paolo VI si sono susseguiti diversi momenti di riflessione, aperti dal corteo di diversi leader dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del giainismo, del sikhismo, del buddismo, dello zoroastrismo, del confucianesimo, del taoismo, dello shintoismo, delle religioni tradizionali africane e della Chiesa cattolica, preceduto da una danza tradizionale dello Sri Lanka, la Kandyan Dance, ballata dalla Sri Ridma Dance Academy, con il saluto di benvenuto del card. George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso:
“In questi sei decenni, lo spirito della ‘Nostra Aetate’ ha ispirato uno straordinario pellegrinaggio di incontro e collaborazione… Con profonda gratitudine i pontefici (da san papa Giovanni XXIII a papa Francesco) che hanno portato avanti questa missione con saggezza e coraggio e le Chiese locali che hanno coltivato il dialogo con dedizione e fedeltà ed i tanti uomini e donne di diverse tradizioni religiose che si sono generosamente uniti alla Chiesa cattolica nel promuovere la comprensione reciproca”.
Anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, ha ribadito la consapevolezza della Chiesa cattolica di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo “con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha stretto l’Antica Alleanza. Consapevole di questa continuità, la Chiesa intende la Nuova Alleanza non come sostituzione, ma come compimento dell’Antica Alleanza”.
Infine ha sottolineato la condanna dell’antisemitismo: “Questo fondamento del nuovo rapporto della Chiesa cattolica con il popolo ebraico nella storia della salvezza va inteso anche come risposta positiva della Chiesa alla catastrofe della Shoah. Proprio come la ‘Nostra Aetate’ afferma chiaramente il patrimonio comune di ebrei e cristiani, essa rifiuta anche inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Zuppi: il cammino sinodale è rinnovamento in Cristo
“Senza alcuna presunzione e supponenza, anzi, umili ma forti di un cammino che ha coinvolto migliaia di persone e raccoglie il lavoro di tanti, oggi, a conclusione di questo tratto del Cammino sinodale, dopo quattro anni di strada insieme, finalmente ci sentiamo in diritto di ripetere quello che all’unisono i diversi componenti della Chiesa madre di Gerusalemme hanno detto duemila anni fa, mentre congedavano quel testo: ‘Questo è parso bene allo Spirito Santo e a noi’. Possiamo tornare anche noi a ripetere questa espressione perché il cammino di questi anni non è stato un mero sintonizzarsi di credenti (uomini e donne) dalle differenti opinioni. Le conclusioni non erano scritte prima di cominciare!”:
con queste parole iniziali il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi ha concluso la Terza assemblea sinodale, che ha approvato il documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, dal titolo ‘Lievito di pace e di speranza’, con 781 voti favorevoli e 28 contrari su 809 votanti; ora la Presidenza della CEI nominerà un gruppo di vescovi che, coadiuvato dagli Organi statutari, elaborerà, sulla base del Documento, priorità, delibere e note che saranno al centro dei lavori dell’Assemblea Generale del prossimo novembre.
Quindi ha ricordato il cammino percorso: “Solo la nostra fede nel Cristo Gesù, morto e risorto per noi e la missione per una messe che è abbondante, la spinta che nasce dalla commozione evangelica di Gesù per la folla stanca e sfinita, ci ha ispirato e orientato sin dai primi passi, nel 2021. Se dimentichiamo questo facilmente ci riduciamo alle polarizzazioni di sempre, a volte stupefacenti per la presunzione e la supponenza delle proprie convinzioni. Il dialogo non è stato complicare le cose semplici e l’ascolto non è stato omologarci al pensiero mondano, ma vivere quello che con tanta profondità ci ha indicato papa Leone”.
E’ stato un richiamo a vivere accanto al popolo: “Credibili e più credenti. Certo: se pensiamo che il dialogo sia cedevolezza o compromesso finiamo per essere come gli abitanti di Nazareth o come il fratello maggiore della parabola che non ha nessun interesse ad accogliere qualcuno che sente ormai come estraneo (dimenticando che è suo fratello) e che rimprovera il padre di poca responsabilità e verità. Ci siamo mossi, smettendo di ignorare i problemi e smettendo di credere possibile continuare a rimandare le scelte, seguendo solo il Signore Gesù che ci ha insegnato a non scappare e non avere paura, anzi, ad amare percorrendo le strade della sua terra, attraversando i luoghi in cui vivevano i suoi contemporanei, facendosi maestro itinerante e compagno di viaggio con i suoi discepoli”.
E’ stato un richiamo a ‘vivere’ il Concilio di Gerusalemme: “E’ proprio il cosiddetto Concilio di Gerusalemme (richiamato da padre Chialà nella sua meditazione introduttiva) l’immagine che corrisponde meglio al nostro Cammino sinodale. Allora i credenti in Cristo sono stati presto sfidati a incarnare in modo sapienziale la loro fede nel qui ed ora. Da una parte la fede nel Crocifisso Risorto e dall’altra la realtà, le domande che sorgono dalla vita. Hanno saputo tenerli insieme. E ora spetta a noi fare altrettanto. Ma come fare?”
Ed ecco l’aiuto dello Spirito Santo: “Insieme con lo Spirito abbiamo scoperto un altro soggetto del Cammino sinodale: è il ‘noi’ ecclesiale. La seconda fase, quella del discernimento, ci ha visti tutti coinvolti. Anche la Chiesa di Gerusalemme di cui parlano gli Atti ha scoperto e ha dato voce al suo interno a vari carismi e ruoli istituzionali: tutti sono stati liberi e capaci di intervenire secondo la propria sensibilità e competenza”.
Per questo il cammino sinodale ha richiamato alla responsabilità: “Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
Corresponsabilità come comunione: “Siamo soggetti ecclesiali diversi, con compiti diversi, non impegnati a difendere le posizioni singole e di parte, ma piuttosto impegnati a dialogare, a confrontarci, a cercare una sintesi che tenga conto delle sensibilità anche altrui, soprattutto in difesa dei più piccoli. Il Cammino sinodale è stato come un grande cantiere di ‘corresponsabilità differenziata’, nel quale abbiamo investito sulla ricchezza dei carismi di ciascuno, assumendoci il compito faticoso ma necessario di armonizzarli nelle loro differenze e nella loro necessaria complementarità. Proprio questa parola (corresponsabilità) è tornata spesso nel cuore, nella mente e sulla bocca di tanti di noi: l’abbiamo considerata come una forma concreta di quella comunione, che è anzitutto trinitaria e poi sempre più cifra della Chiesa di oggi. E’ la comunione, essenza della Chiesa”.
E’ stata questa la scelta della Chiesa di Gerusalemme, al termine di una lunga discussione, optando per la realtà: “La scelta finale della Chiesa di Gerusalemme è stata una scelta che ha distinto bene le priorità dalle cose accessorie, ciò su cui convergere subito tutti da ciò su cui consentire a ciascuno di esprimere la propria creatività. La profezia non è massimalista né minimalista: è evangelicamente realista. Sa, cioè, camminare nella storia, tenendo lo sguardo alto, allargando sempre gli orizzonti, tenendo le finestre aperte e le vele spiegate”.
Nello stesso modo la Chiesa italiana ha intrapreso questo cammino sinodale sulla strada della Chiesa di Gerusalemme, anche se non tutti accettano questo cammino di comunione: “E così abbiamo trasformato una sosta inattesa nel cammino in un’opportunità per ripartire insieme con nuovo slancio… Se il Cammino sinodale oggi è terminato, ci accompagnerà lo stile sinodale che ci spinge a realizzare nel tempo (consapevoli delle urgenze) quello che abbiamo intuito, discusso, messo per iscritto e infine votato. Questo cammino inedito, nella forma, rappresenta uno sviluppo dei convegni ecclesiali che hanno caratterizzato il cammino della Chiesa in Italia fin dal post Concilio. Sempre camminando insieme alla Chiesa universale, al suo Sinodo Generale, per vivere e trasmettere la fede nella tradizione e nella comunione”.
Da Assisi una chiamata alla responsabilità per la cura del creato
Sabato 20 settembre in una tavola rotonda tenutasi ad Assisi in occasione dell’evento culturale Cortile di Francesco, è stata lanciata la ‘Chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica: Dai dibattiti ai dialoghi, dal dire al fare’, un appello firmato da 40 organizzazioni cattoliche, promosso dal Movimento ‘Laudato Sì’, insieme al Sacro Convento di San Francesco, alle famiglie francescane ed alle diocesi di Assisi e di Gubbio nel 10° anniversario dell’enciclica ‘Laudato Sì’: .
“Oggi, più che mai, siamo chiamati a passare dal dire al fare, dai dibattiti ai dialoghi, dalle dichiarazioni alle scelte quotidiane. Servono gesti concreti, comunità vive per la costruzione di un futuro giusto. Ci sarà vera transizione solo con la partecipazione” è l’appello al cuore del documento.
Nel saluto di benvenuto fra Marco Moroni, custode del Sacro Convento di Assisi, ha invitato a ‘gustare’ la natura: “Nell’800^ del Cantico delle Creature siamo chiamati a gustare la bellezza della natura e a sentirci parte di essa. Il dialogo nasce per esplorare soluzioni creative e innovative, facendo scelte miti e coraggiose. In un mondo di conflitti, essere forti nella gentilezza e capaci di ascolto è uno stile profetico che costruisce ponti e abbatte muri”.
Il termine ‘dialogo’ è stato sottolineato anche da Cecilia Dall’Oglio, responsabile Italia e Global Movement Advisor del Movimento Laudato Sì, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV alla sua prima benedizione Urbi et Orbi: “Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!
Sono grata a tutti i presenti al lancio di questa Chiamata, alle realtà della Conferenza episcopale italiana, alle migliaia di Animatori Laudato Si’ e ai Circoli attivi sul tutto il territorio nazionale. Una Chiamata frutto della volontà condivisa di dare slancio all’impegno per la transizione ecologica fuori dai combustibili fossili e verso un sistema energetico rinnovabile e decentralizzato. Dieci anni fa su questi temi non eravamo così attivi e partecipi, ora ci siamo! Laudato Sì”.
La proposta è stata ripresa dal presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, ribadendo l’impegno e la collaborazione: “Per l’Azione cattolica l’impegno e la collaborazione insieme a tante altre realtà ecclesiali e civili all’interno del Movimento Laudato Sì è una scelta assembleare e prioritaria che ci esorta ad una conversione ecologia coraggiosa e ad una nuova responsabilità sociale.
Particolarmente in questo tempo dove l’impegno per la cura del Creato si declina come impegno a costruire una pace giusta e a rigenerare la vita e le istituzioni democratiche. Ce lo chiedono i giovani e il loro desiderio di un futuro migliore, il nostro impegno diventa la forma concreta di quella Speranza che non delude mai e che il Giubileo ci sta aiutando a focalizzare e contemplare in questo passaggio drammatico e violento della storia dell’umanità”.
Anche il presidente delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha sottolineto l’invito alla giustizia sociale: “Laudato Sì’ lega indissolubilmente la custodia del creato al grido dei poveri e della Terra. Non è solo ecologia, ma giustizia sociale e fraternità globale. Le guerre nascono dall’accaparramento delle risorse e dalle diseguaglianze. Solo insieme, con un pensiero diverso, saremo capaci di costruire amicizia sociale e pace”.
Parole ripetute da Francesco Scoppola e Roberta Vincini, presidenti dell’Agesci: “La nostra Terra è casa, dono e relazione. In un tempo in cui il grido del Creato si fa sempre più forte, sentiamo il dovere di rispondere con speranza –La firma della Chiamata alla responsabilità è un gesto concreto: come guide e scout siamo da sempre parte attiva di quel cambiamento che mette al centro cura, giustizia e pace”.
Dunque, subito una risposta forte da parte del mondo associativo cattolico ma anche da parte di tante altre associazioni che hanno aderito con convinzione ad una chiamata che rilancia in maniera chiara quanto sia fondamentale per il processo di pace iniziare proprio dalla cura della Casa comune:
“Ci sarà pace con la Terra, se impariamo a camminare in pace tra noi. Siamo dentro un tempo favorevole, un kairòs. Rispondiamo insieme a questa chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica, con mitezza e determinazione, creatività e perseveranza, ispirati da san Francesco, patrono d’Italia, e dal suo Cantico delle Creature”.
Tali interventi hanno avuto un filo conduttore nel ragionamento della sociologa Marianella Sclavi: “Questa tavola rotonda e la Chiamata alla responsabilità portano l’attenzione sul ‘dialogo’, un modo di comunicare completamente diverso dal ‘dibattito’. Nel dialogo c’è spazio per l’ascolto attivo e per la soluzione creativa dei conflitti. Per passare dai dibattiti ai dialoghi, dal dire al fare, servono facilitatori capaci di ascolto, intelligenza plurale e umorismo”.
Per questo il prof. Marco Marchetti, docente di Pianificazione ecologica del territorio all’Università La Sapienza di Roma, ha invitato ad una responsabilità ‘collettiva’: “Il sistema energetico evolve troppo lentamente, mentre le emissioni continuano a salire.. E’ urgente una responsabilità collettiva per la transizione ecologica, una conversione integrale che, come dice la ‘chiamata’ metta in relazione ambiente, economia, società, politica e spiritualità. E’ necessario sostenere i tanti nuclei coraggiosi e tenaci che oggi possono avere un ruolo simile a quello dei monaci nell’Alto Medioevo”.
All’Appello ha risposto anche il mondo della scienza, come il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana: “Benché i rischi del cambiamento climatico siano noti da decenni, assistiamo a un’ondata di negazione della realtà. Comunicare la crisi climatica significa spiegare la gravità degli scenari ma anche fornire soluzioni concrete per i comportamenti individuali e collettivi. La tecnologia da sola, anche se guidata dall’etica, non sarà sufficiente a garantire una pace duratura con la natura”.
Nel documento si fa appello alla transizione ecologica, che ‘si realizza con processi comunitari, con esercizio di cittadinanza, camminando insieme nel dialogo e nella responsabilità’, con l’attuazione di processi come le Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali (CERS), “non solo come progetto tecnico, ma come comunità solidali, capaci di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e di costruire relazioni più forti, una nuova cultura della cura integrale”.
Un altro aspetto fondamentale della ‘chiamata’ è la convinzione che “La dimensione dalla quale è possibile partire per muovere gli animi di ogni donna e uomo di buona volontà è quella della spiritualità ecologica, il cuore della conversione”.
Il documento termina con queste parole: “Coltiviamo semi di speranza, nella certezza che ogni scelta conta, che ogni gesto di cura è un frammento di un mondo nuovo che nasce qui e ora. Il cambiamento comincia da noi. E non finisce con noi. Il cambiamento comincia nel mio cortile…
Oggi, più che mai, siamo chiamati a passare dal dire al fare, dai dibattiti ai dialoghi, dalle dichiarazioni alle scelte quotidiane. Servono gesti concreti, comunità vive per la costruzione di un futuro giusto. Ci sarà vera transizione solo con la partecipazione. Ci sarà pace con la Terra, se impariamo a camminare in pace tra noi. Siamo dentro un tempo favorevole, un kairòs. Rispondiamo insieme a questa chiamata alla responsabilità per la transizione ecologica, con mitezza e determinazione, creatività e perseveranza, ispirati da san Francesco, patrono d’Italia, e dal suo Cantico delle Creature”.
Società di San Vincenzo De Paoli: nasce il progetto ‘ScegliAmo Bene’ per educare i giovani alla legalità e alla responsabilità sociale
La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV lancia ‘ScegliAmo Bene’, un nuovo progetto educativo rivolto agli studenti delle scuole superiori, promosso dal Settore Carcere e Devianza. L’iniziativa mira a sensibilizzare i giovani sul valore della legalità, sulla responsabilità delle proprie scelte e sull’importanza del ruolo attivo nella comunità.
Attraverso laboratori, incontri con formatori di rilievo e attività pratiche, gli studenti avranno l’opportunità di confrontarsi con esperienze concrete e partecipative, sviluppando consapevolezza e autonomia. Il percorso prevede anche la possibilità di mettersi alla prova come volontari, contribuendo direttamente a progetti sociali sul territorio.
Antonella Caldart, Responsabile del Settore Carcere e Devianza, spiega: “Il progetto vuole essere un ponte tra esperienza educativa e impegno civile, offrendo ai giovani strumenti concreti per costruire un futuro più giusto, solidale e responsabile. Crediamo che educare alla legalità significhi anche formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla vita della comunità”.
La prima edizione del progetto prenderà avvio a Brescia e si estenderà a livello nazionale, coinvolgendo tutte le scuole superiori che hanno sede in comuni in cui la Società di San Vincenzo De Paoli abbia una propria Conferenza. Le scuole interessate e i partner locali saranno coinvolti nella realizzazione di laboratori interattivi, incontri con esperti e attività creative finalizzate alla riflessione sulla legalità e sulla responsabilità sociale.
Per informazioni e contatti si può scrivere a: carcere.devianza@sanvincenzoitalia.it oppure far riferimento alla Conferenza della Società di San Vincenzo De Paoli presente nel territorio dell’Istituto scolastico che intenderà aderire. La Società di San Vincenzo De Paoli conferma così il suo impegno nella formazione dei giovani e nella promozione della responsabilità sociale, rafforzando valori di solidarietà, legalità e cittadinanza attiva.
(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)
Card. Reina racconta il sogno di un’Europa cristiana di Alcide De Gasperi
“Si è da poco concluso l’anno degasperiano in occasione del 70° anniversario della morte di Alcide che ha avuto nella chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione uno dei momenti più alti. Questo evento si colloca significativamente all’interno del Giubileo della Speranza nel quale siamo ancora immersi e che fa da cornice a quanto oggi stiamo per vivere, invitandoci a riflettere sul pensiero e sull’opera di De Gasperi”: lo ha ricordato il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, nella messa per l’anniversario della morte di Alcide De Gasperi celebrata nella Basilica di San Lorenzo dove è sepolto.
Nell’omelia il vicario di Roma ha fatto riferimento alle letture del giorno per ricordare Alcide De Gasperi: “Questa pagina della Scrittura si rivela provvidenziale mentre ricordiamo Alcide De Gasperi. Anche lui, nella sua vita ha percorso le tappe di Gedeone. Come lui ha sperimentato più volte la forza del potere nemico, l’immane tragedia della guerra, la diffusione del regime nazista e lo sfaldamento della monarchia. Tutto attorno a lui sapeva di sconfitta e di morte. L’Italia che prende in mano subito dopo il referendum è un Paese annientato e senza alcuna credibilità internazionale”.
Anche De Gasperi ha sperimentato tutte le tappe di Gedeone: “E lui stesso aveva già pagato un prezzo altissimo per aver difeso gli ideali della libertà e della democrazia: aveva conosciuto la prigionia, la povertà, l’umiliazione, il tradimento e persino delle trame oscure che ne avevano decretato la fine. Eppure, come Gedeone, egli accoglie la missione, non confidando nella forza delle proprie risorse umane, bensì abbandonandosi alla volontà di Dio, nel silenzio della preghiera e nella luce della fede…
Sicuramente, ha sperimentato che la forza del credente e del politico non è opera umana ma viene dal Signore; non solo quindi strategie di potere e doti diplomatiche, pur indubbiamente presenti, ma una profonda spiritualità. Alcide come tutti i grandi testimoni della fede non è forte perché migliore di altri ma perché ha sperimentato che la forza viene dal Signore, dalla sua grazia, dall’incontro con Lui nella preghiera e nella meditazione personale, dall’Eucarestia”.
La sperimentazione del ‘deserto’ gli giovò per avere una visione dell’Italia lungimirante: “Il vero segreto di Alcide non è stato soltanto la sua abilità politica per districarsi nello scacchiere internazionale, ma la sua visione di Paese e di mondo, di civiltà e di ricostruzione. La preghiera personale e lo studio della spiritualità cristiana lo hanno portato a maturare l’idea che si poteva costruire e ri-costruire una nazione a partire dal Vangelo e con la forza del Vangelo”.
Una visione scaturita dalla fede per costruire la rinascita dell’Italia: “Non per imporre a tutti la fede cristiana, ma perché attraverso di essa si possano irradiare su tutti gli uomini gli effetti della salvezza e della redenzione operata da Cristo sulla croce. Questa sua relazione intima con Dio lo ha portato alla convinzione che era possibile organizzare una democrazia (dopo gli anni bui del fascismo e mentre la monarchia mostrava tutta la sua debolezza) animata dalla fede cristiana e orientata al bene comune, alla giustizia sociale e alla libertà”.
E contemporaneamente il ‘sogno’ dell’Europa: “Il sogno di De Gasperi, così come quello di Schumann, Adenauer e tanti altri, era quello di un’Europa che si strutturava attorno alla fede nel Dio di Gesù Cristo. E mi sembra che proprio questa sia oggi la questione cruciale. L’Europa non può inseguire solo mere strategie di commercio delle potenze economiche, ma è chiamata a riscoprire sé stessa, le sue profonde radici, la forza della cultura ellenistica, la potenza della fede cristiana, la solidità dell’umanesimo liberale.
Sono queste le solide fondamenta che in passato l’hanno resa grande e che oggi potrebbero farle conoscere una nuova stagione (certamente difficile, ma carica di possibilità) di progresso umano e valoriale. La vita e l’impegno di De Gasperi ci dimostrano che queste cose non solo sono auspicabili, ma sono anche realizzabili nella misura in cui si permette che Dio operi con sapienza dentro una vita umile e generosa”.
Ciò è stato possibile perché ha creduto: “Per chi crede tutto è possibile. E De Gasperi è stato innanzitutto un credente. Ha creduto che la salvezza operata da Cristo possa diventare opportunità di vita piena per gli uomini e le donne di buona volontà, può diventare buon governo nella ricerca e la promozione del bene comune, può diventare democrazia che dà spazio alla dignità umana e al progresso”.
In conclusione ha ricordato il suo discorso alla conferenza di pace a Parigi nel 1946: “E qui sovviene il pensiero dello statista laddove, nel suo Discorso alla Conferenza di pace di Parigi, 10 agosto 1946, prendendo la parola, disse tra l’altro ai signori delegati che gravava su di loro ‘la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi’. Ed aggiunse: ‘Guardate a quella meta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla’.
Questi motivi, fratelli e sorelle, ci portano a invocare il Signore affinché conceda al nostro tempo uomini e donne come Alcide De Gasperi, desiderosi di affrontare con coraggio le difficoltà e le sfide del contesto storico nel quale siamo immersi, per gettare ancora il seme del Regno nell’attesa di frutti copiosi”.
Il prof. Savagnone racconta lo stupore dell’essere di Tommaso d’Aquino
“Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino (‘Genus humanum arte et ratione vivit’), nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l’uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana. Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, L’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere”.
Iniziamo con questo discorso pronunciato da papa san Giovanni Paolo II alla sede Unesco di Parigi lunedì 2 giugno 1980 per presentare il libro di Giuseppe Savagnone (‘Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino’), con cui invita il lettore a percorrere un cammino simile al suo, quando incontrò il pensiero dell’Aquinate in gioventù, trovandovi ‘una chiave di lettura della realtà alternativa alle mode culturali che oggi dominano la scena’, e un vivaio inesauribile di itinerari.
Il libro si compone di dodici conversazioni che concernono le questioni massime di una filosofia che si volge a tutta la realtà, senza operare esclusioni preliminari, tra cui frequente quella relativa alla trascendenza: un rapporto positivo tra ragione e fede, la scoperta dell’essere e delle sue leggi, l’esistenza di Dio, la creazione, l’identità della persona umana, il fascino del bene e le domande sull’amore. Nel percorso dell’autore si avvertono la meraviglia, la gratitudine, la responsabilità dinanzi all’essere e alla vita di cui fu testimone l’Aquinate.
Al prof. Giuseppe Savagnone chiediamo di spiegarci il titolo del libro, ‘lo stupore dell’essere’: “In questo tempo in cui la fretta e il consumismo rendono sempre più difficile fermarsi e ‘vedere’ davvero ciò che sta ogni giorno sotto il nostro sguardo distratto, il pensiero di Tommaso d’Aquino è un forte richiamo a riscoprire la meraviglia di fronte al miracolo e al mistero che ogni più piccola realtà costituisce. E lo stupore è anche all’origine della ricerca. Questo vale già per i singoli aspetti della realtà che, se li guadiamo con occhi nuovi (come Adamo all’alba della creazione) non appaiono affatto scontati.
Si racconta che Newton arrivò a scoprire la legge di gravitazione universale colpito dalla vista di una mela che cadeva dal ramo. Tommaso è rimasto stupito non dal modo in cui una cosa o l’altra sono, ma dal loro stesso essere. La domanda che egli si è posto, perciò, non è rivolta a spiegare i singoli fenomeni, ma il fatto stesso che ci sia qualcosa e non il nulla. Tutta la sua filosofia è una celebrazione dell’emergere dell’essere dal non essere, non una volta per tutte, in un lontanissimo inizio del cosmo, ma in ogni momento. E’ questo il prodigio a cui egli rinvia la nostra attenzione”.
Quale è stato il suo messaggio ‘alternativo’?
“Nella società della tecnica, dove gli strumenti sono ormai i veri protagonisti, siamo abituati a considerare tutto sotto il profilo dell’utile. Perfino le persone che incontriamo spesso sono importanti per noi nella misura in cui possiamo trarne dei vantaggi o del piacere. Mezzi, non fini. In realtà ciò che è utile non è, per definizione, importante, proprio perché finalizzato a qualcos’altro e non valido di per sé. La Gioconda, come ogni grande opera d’arte, non serve a niente. Ma anche un essere umano non può essere ridotto solo ai servizi che possiamo ricavarne.
Ciò ha una ricaduta esistenziale molto forte. Se cerchiamo qualcosa perché utile a qualcos’altro, e questo qualcos’altro in funzione di altro ancora, e così via, senza che ci sia nulla che vale di per sé, che senso avrebbe tutto questo?
La filosofia di Tommaso mette in primo piano, insieme all’essere, la verità, il bene ed il bello. Ciò che è importante e per cui vale la pena di vivere. Ma, se si adottasse questa prospettiva, tutte le logiche oggi dominanti nella nostra società sarebbero sovvertite. Il primato del profitto, il consumismo selvaggio, la riduzione delle persone ad ingranaggi della macchina sociale, si rivelerebbero per quello che sono: perversioni che, invece di renderci felici, sottopongono la nostra esistenza al continuo stress di una corsa senza meta”.
Ricerca intellettuale e ricerca spirituale: quale nesso esiste?
“Tommaso ha innanzi tutto testimoniato nella sua persona che un’autentica vita intellettuale deve radicarsi in una profonda esperienza spirituale di amore per il vero, per il bene, per il bello. Altrimenti c’è il rischio del narcisismo e della rincorsa al consenso, a cui tanti intellettuali del nostro tempo sono purtroppo esposti”.
Quindi lo stupore apre alla verità?
“Nella cultura contemporanea è frequente sentir ripetere che la verità non esiste, perché ognuno ha la sua. E si pretende di fondare su questo la reciproca tolleranza e il dialogo. Ma se davvero fosse così, non avrebbero più senso la ricerca (per definizione rivolta a cercare ciò che non si ha) ed il confronto con gli altri, perché ognuno dovrebbe già essere pago della verità che possiede e che nessuno, in nome della propria, avrebbe il diritto di criticare.
Lo stupore dell’essere implica la consapevolezza che la verità supera le nostre soggettive opinioni e che queste vanno sempre rimesse in discussione. Dove per verità non si intende altro che l’adeguazione alla realtà, che, nella sua inafferrabile ricchezza, costituisce la misura con cui incessantemente bisogna confrontarsi”.
Allora, in quale modo l’aquinate riesce a ‘tenere insieme’ fede e ragione?
“Spesso si sente affermare che chi ha fede non è più libero di fare una ricerca razionale obiettiva. Se per ‘obiettivo’ si intende privo di condizionamenti, ciò sarebbe assolutamente vero. Solo che allora nessuno potrebbe essere ‘obiettivo’, perché non esiste essere umano che possa guardare alla realtà senza risentire del contesto esistenziale, spirituale, culturale in cui si trova. L’ermeneutica oggi ha evidenziato che non esiste ‘uno sguardo da nessun luogo’. C’è di più.
Le grandi filosofi e scienziati hanno svolto le loro ricerche in base a un’intuizione, anteriore a tutte le possibili dimostrazioni, che li ha spinti a cercarne la verifica con argomentazioni razionali. Per Tommaso la fede è il ‘luogo’ da cui parte per guardare i diversi aspetti della realtà, ma elaborando, a partire da essa, un discorso razionale dunque obiettivo, e di valere, perciò, anche per il non credente”.
Perché ancora oggi si studia il suo pensiero?
“Può sembrare strano che un autore di ottocento anni fa abbia ancora oggi qualcosa di interessante da dirci e valga perciò la pena di scrivere o leggere un libro sul suo pensiero. Ma, alla luce di quanto abbiamo detto, dovrebbe essere chiaro che alcune scoperte del passato possono essere attualissime, proprio nella loro apparente inattualità, perché ci rimettono in discussione e possono essere il punto di partenza per progettare alternative agli schemi mentali oggi dominanti. Il pensiero di Tommaso che fu un rivoluzionario, rispetto alle certezze consolidate del suo tempo, può oggi insegnarci ad esserlo anche noi nel nostro”.
(Foto: Marcianumpress)
A Palermo mons. Lorefice invita alla legalità nel ricordo di Paolo Borsellino
“Sono passati trentatré lunghi anni (gli stessi del Giusto eliminato appeso sulla croce del Golgota) e ci ritroviamo ancora a fare memoria di un evento che segna uno dei momenti più tristi della storia della nostra Isola e dell’Italia. E’ un dovere personale ed un atto di corresponsabilità sociale fare memoria di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina. Nessuno di noi può prendere parte a questo atto di memoria per puro formalismo o per dovere di circostanza, ma solo per consapevolezza sostanziale”: nel 32^ anniversario della strage di via D’Amelio, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, è intervenuto in un incontro dedicato al ricordo e all’esempio del magistrato e degli agenti della scorta.
Durante l’incontro ha richiamato alla responsabilità: “Siamo qui per assumerci in prima persona una responsabilità di fronte ai fatti, che, purtroppo, ancora devono essere ricostruiti e, soprattutto, riscattati da insabbiamenti, depistamenti, indolenze e connivenze. Altrimenti sarebbe una reiterata condanna di morte di questi meravigliosi amanti della nostra vita e della vita delle generazioni future che abiteranno le case, le piazze e le strade delle nostre città e della nostra Isola.
Siamo qui per attingere ancora una volta alle nobili e alte motivazioni del loro animo, a quelle ‘forze morali, intellettuali e professionali’ (P. Borsellino) che hanno sostenuto e guidato le loro idee e i loro passi, fino alla tragica e gloriosa fine, e per essere partecipi della loro sorte. Per amore, per gratitudine, per dovere di coscienza, per obbligo di giustizia. Con sincero pentimento”.
E’ stato un ricordo dell’amico di Giovanni Falcone: “L’animo più intimo di Paolo Borsellino emerge, come cartina al tornasole, in quell’intervento alla Veglia organizzata dall’AGESCI Regionale nella sua Palermo, a S. Domenico, il 20 giugno 1992, dove coglie e tratteggia lo spirito di Giovanni Falcone. Esordisce così, proprio 29 giorni prima della strage di Via D’Amelio: ‘Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso’.
Evidenziava così la lucida consapevolezza di Falcone del ‘compiersi dei giorni’. La stessa che ritroviamo in lui. ‘Ora tocca a me’, dirà a don Cesare Rattoballi dopo la morte di Falcone… Non voglio assolutamente imporre un’etichetta religiosa a Paolo Borsellino, ma non si può parlare di lui senza tenere conto della sua formazione religiosa”.
Senza etichettarlo l’arcivescovo ha delineato la sua fede: “Il suo profilo umano e di magistrato emerge ancor più nitido se mettiamo in risalto l’intenzionalità cristiana (l’intenzionalità ‘cristica’) che lo guidava nell’esercizio della sua professione, spinto fino alla consapevole e libera determinazione del sacrificio della vita. E’ cristiano chi ha la mens e la forma Christi (la logica e la forma di Cristo). Chi gli assomiglia. Chi lo segue usque ad finem, ‘fino alla fine’. Paolo Borsellino era un uomo di fede. Ciò che lo ha spinto a continuare fino alla fine, a dare la sua vita, anche sacrificando il suo amore per la vita dei suoi cari, della sua famiglia”.
Per questo ha ricordato un suo discorso all’Agesci nel 1992: “Una sottolineatura fatta in riferimento al fatto che Falcone ‘è morto nella carne ma è vivo nello spirito’. Borsellino non rimanda alla citazione del testo neotestamentario ma, è evidente, che sono parole che riprendono alla lettera: ‘Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito’. Lo conferma anche l’altro passaggio dove il magistrato palermitano mette in rilievo il sacrificio ‘pro-esistenziale’ di Falcone, della Morvillo e della scorta: ‘Occorre dare un senso alla morte di Giovanni, della dolcissima Francesca, dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti’. Quest’ultima frase (‘per gli ingiusti’) è chiaramente ripresa ancora dal testo della Prima Lettera di Pietro”.
Nella lettera dell’apostolo Pietro si chiarisce il significato: “In questo testo neotestamentario Cristo è il giusto che muore per gli ingiusti. Ma attenzione non solo a causa degli ingiusti ma anche in favore degli ingiusti, dei malvagi, anche di chi lo uccide. Perché quella di Cristo è una redenzione totale, universale. Per tutti… E’ proverbiale il rispetto che Borsellino aveva anche per gli imputati e per i condannati!”
Da qui deriva il dono della vita di Paolo Borsellino: “La forza del dono totale di sé da parte di chi ‘conosce’ l’amore di Cristo (conoscenza in senso biblico: di chi ha una relazione con Cristo) diventa contemporaneamente un atto di adorazione del Signore e una testimonianza di speranza per tutti”.
Da qui l’impegno: “Una fonte di impegno perché si possa contribuire a quel ‘movimento culturale e morale, anche religioso’ che in quel discorso Borsellino auspicava. La lotta alla mafia deve continuare da parte di tutti, a maggior ragione da parte di chi attinge il nome di Dio dalle Sacre Scritture, dalla Bibbia, di chi partecipa anche della fede di Paolo Borsellino: ‘Quale Dio è come te, che toglie l’iniquità?’ Chi ha fede, insieme ad ogni uomo e ad ogni donna di buona volontà capaci di indignazione, si impegna a togliere l’iniquità che opprime la convivenza della città umana”.
Ed ha messo in luce la fede di Borsellino: “Vogliamo mettere in risalto il chiaro orizzonte di fede che ha guidato Paolo Borsellino nel suo alto magistero di magistrato che ha raggiunto il massimo della carriera a cui può e deve aspirare chi esercita questa delicata e ardua professione con spirito di autentico servizio e totale indipendenza: il martirio, l’effusione del sangue. Per amore. L’unica carriera a cui aspira ogni vero discepolo del Crocifisso risorto”.
Una fede incarnata nel suo lavoro: “La sua professione di magistrato porta dentro questa intenzionalità cristica. Autonomia teonoma: magistrato autonomo, indipendente. Uomo integro, cristiano per scelta, ‘testimone’ credibile. Un autentico cristifidelis, un vero laico cristiano. Un uomo, un magistrato, un cristiano che ha speso la sua vita per ‘una lotta d’amore’. Mi permettete, non un cattolico come tanti per etichetta, bensì mosso da una fede operante, che alimenta il principio responsabilità”.
E questa è stata la sua conclusione: “Chiunque assimila e pratica l’animo e la volontà di Paolo e di Giovanni. Solamente questi è loro fratello e amico. Ed oggi (in un tempo di ostentata antimafia) ce n’è un disperato bisogno!”
Anche nel discorso alla città in occasione della 401^ festa di santa Rosalia l’arcivescovo di Palermo aveva fatto un appello contro la ‘peste dell’indifferenza e della rassegnazione’: “Noi li conosciamo: Ninni, Giovanni, Francesca, Paolo, Pino, Biagio…. Sono i testimoni della giustizia, della legalità, della fede e della carità che hanno versato il sangue per Palermo e per la Sicilia e quanti – tanti – che in questa città, senza clamore, sono capaci di fare la loro parte nella feriale coerenza e nella sobria bellezza.
Stasera, miei Cari e mie Care, siamo di fronte a un’alternativa di vita o di morte. Rosalia ci mette davanti a questo bivio. O ritroviamo la vitalità dentro di noi (che significa gioia di essere accanto agli altri, gioia di costruire assieme, gioia di accogliere e di lasciarsi accogliere), ascoltando l’appello del nostro cuore, ovvero siamo destinati a un’esistenza cupa, infelice, sempre bisognosa di possesso, di controllo, di ossequio e riconoscimento forzato da parte di chi ci sta attorno. Rosalia ci grida: ‘Svegliatevi! Non restate passivi spettatori di un disastro. Non arrendetevi alla disperazione. Il bene è possibile, la vita buona è possibile’.
La Santuzza ci addita stasera l’esempio meraviglioso di papa Francesco. E’ lui l’uomo che ha scelto la parte del cuore. Colui che ha scelto la verità dell’ascolto profondo di sé e degli altri. E ha fatto risplendere nel mondo una luce diversa. Un fiume di persone, di poveri, di sconsolati sono andati a ringraziarlo il giorno dell’Eucaristia di suffragio… che meraviglia! Il bene, quello vero, ritorna! Nemmeno i potenti della terra hanno potuto sottrarsi a rendere omaggio all’autorevolezza di papa Francesco. E papa Leone si è immesso sulla stessa strada, sullo stesso cammino, con la forza delle parole evangeliche: pace, amore, unità, umiltà, povertà”.
Il suo discorso è stato un invito a svegliarsi: “Svegliatevi, miei carissimi giovani! Svegliamoci, fratelli e sorelle di Palermo! La vita è dura, a volte impietosa. La fatica è tanta, a volte insostenibile. Ma abbiamo la vitalità per farci carico della nostra esistenza. E per farlo assieme. Per sognare assieme. Sognare, con il pastore Martin Luther King, un mondo senza guerra e senza sopraffazione; un mondo senza armi e dove non valga la legge del più forte; un mondo in cui i poveri siano innalzati e i potenti, i narcisi, vengano buttati giù dai loro troni; un mondo dove i popoli del Sud povero trovino pace e benessere; un mondo dove il colore della pelle sia come un arcobaleno e i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli; un mondo in cui le nostre Città, la nostra Città sia seme di bellezza; una Palermo dove la mafia non ci sia più, annientata non dalla forza militare ma bensì dalla scoperta della sua inconsistenza, della sua nullità, della sua infelicità. Ecco, una Palermo, nella quale il fuoco e la luce della speranza si accenda e contagi”.
Cei: costruire un’architettura di pace
“Cari Confratelli, ci ritroviamo per questa sessione straordinaria del Consiglio Permanente in un momento di grande cambiamento nel mondo e nella Chiesa. Abbiamo salutato l’amato Papa Francesco che, fino all’ultimo, ha speso la sua vita per il gregge che gli era stato affidato. La sua morte ha addolorato tutti, grandi e piccoli, i potenti e gli ultimi della terra, credenti e non credenti. Tanti leader cristiani e di altre religioni; un popolo numeroso che, senza organizzazione, ma con intuito spirituale, ha reso omaggio a Francesco. In tanti hanno espresso, nei giorni passati, il senso di mancanza perché lui non era più con noi”: con queste parole sono stati aperti dal presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, i lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.
Nell’introdurre i lavori dei vescovi il card. Zuppi ieri ha reso omaggio a papa Francesco: “La sua non è stata una popolarità effimera; Francesco ha veramente avvicinato la Chiesa alla gente. Sono cadute parecchie preclusioni, anche consolidate, verso la Chiesa e il Papa, grazie a Francesco. La Chiesa in Italia, nella larga prospettiva della storia, ha un forte debito verso di lui. Abbiamo, vorrei sottolinearlo, la responsabilità di cogliere le strade che ha aperto, le domande esplicite e implicite che oggi si manifestano”.
Il papa defunto ha sempre ricordato che bisogna annunciare Cristo: “Ha chiesto a tutti di parlare di Cristo, ha parlato di Cristo con commovente insistenza e tanta sapienza umana, riproponendo l’essenzialità del kerygma, da cuore a cuore, mostrando l’umanità del Vangelo perché incontri oggi la ricerca di speranza, di senso, di futuro delle persone. Ci ha chiesto di farlo senza paura e senza supponenza, forti della santità, sempre con quella simpatia che attrae, comunica, crea relazioni con tutti, senza paura di farsi contaminare perché con identità chiara e con purezza di cuore, mettendo in circolo la fede nelle vene dell’umanità”.
Ma l’annuncio cristiano continua con papa Leone XIV: “Il passaggio di un Vescovo, soprattutto nella Chiesa di Roma che presiede nella carità, è un’esperienza di fede e non può essere ridotto alle sole interpretazioni umane, spesso distorcenti, esteriori, interessate, polarizzate. L’elezione del successore di Pietro (e quindi anche di papa Francesco) è un vero atto di tradizione, gesto con cui la Chiesa trasmette ‘tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede’. E’ stata una vera e propria epifania della Chiesa, manifestazione evidente della sua universalità”.
E’ stato un richiamo all’unità, ricordando il prossimo incontro con papa Leone XIV: “Al di là delle letture troppo politologiche della Chiesa, tutto si ricompone nell’unità, per opera dello Spirito e per la disponibilità dei cristiani alla sua azione… Sin d’ora, mi sia permesso di confermare a Papa Leone la nostra gratitudine per il dono dell’udienza che ha concesso alla Conferenza Episcopale Italiana per il prossimo 17 giugno: sarà un’occasione preziosa per pregare insieme, rinnovare la nostra professione di fede e ascoltare la sua parola alle Chiese in Italia”.
Richiamando l’appello di papa Leone XIV è stato rivolto un richiamo alla pace: “Chiediamo il rispetto del diritto internazionale umanitario, l’ingresso di aiuti senza restrizioni, l’apertura di corridoi umanitari e, soprattutto, la promozione di un dialogo che possa realizzare la soluzione ‘due popoli, due Stati’. Il nostro sguardo si rivolge anche all’Ucraina nell’auspicio che i fili del dialogo, già così difficili, siano rafforzati, trovino le garanzie necessarie inserite in un quadro che permetta una pace giusta e sicura. Non possiamo però dimenticare i tantissimi conflitti che insanguinano il pianeta. Abbiamo a cuore i popoli di Asia, Africa, America Latina piegati dalla tragedia delle armi, che portano morte e sofferenze, generando odio e ulteriori ingiustizie”.
Il cristiano è artigiano di pace: “Il cristiano è un artigiano di pace, che dal suo cuore trae la forza di una pace disarmata e disarmante. Ci aiutano due intense memorie storiche, tra loro correlate: l’80° della fine della Seconda guerra mondiale e il 75° della Dichiarazione Schuman (9 maggio 1950), con la quale i ‘padri fondatori’ dell’Europa avviarono il processo di pacificazione post-bellica e di integrazione comunitaria con l’obiettivo, esplicito, di riportare la pace nel continente e nel mondo intero.
Perché la pace non sia una tregua occorre imparare a pensarci non solo vicini ma insieme, a difendere la soluzione pacifica dei conflitti e rafforzare le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Per questo occorre costruire un’architettura di pace, frutto di quei valori e della dolorosa consapevolezza che sono a fondamento dell’Europa, che non può essere ridotta a diritti individuali o burocrazia, perché fondata sulla difesa della persona nel suo valore indiscutibile e nella sua relazione con la comunità”.
Per questo la Chiesa opererà sempre per la pace: “Ecco perché la Chiesa in Italia continuerà a impegnarsi per tessere relazioni, per alimentare il dialogo, per iniziare percorsi di riconciliazione e di sviluppo, anche attraverso le attività e i progetti che i fondi dell’8xmille destinati alla Chiesa cattolica rendono possibili. Vogliamo contribuire a realizzare un mondo unito e in pace, dove non si senta più il rumore delle armi e dove tutti possono dirsi fratelli. La lotta alla povertà, l’educazione che la stessa presenza della Chiesa anima con le sue diverse realtà, l’impegno per lo sviluppo e gli aiuti al mondo, sono una parte del nostro sforzo”.
Quindi opere di pace sono realizzate grazie anche all’ottoxmille: “Per questo, esprimiamo gratitudine a quanti scelgono di destinare l’8xmille alla Chiesa cattolica: ciò consente di realizzare migliaia di progetti in Italia e nel mondo. Siamo poi fiduciosi che si agisca a correzione, secondo gli impegni assunti, sugli interventi apportati unilateralmente dal Governo, come anche da diversi altri precedenti, sul sistema dell’8xmille, ripristinandolo così come originariamente stabilito, nel rispetto della realtà pattizia dell’Accordo. Su questo tema torneremo in futuro”.
Quindi ha spiegato anche il motivo del rinvio delle votazioni sinodali: “Il cammino della Chiesa in Italia merita certamente una riflessione attenta, esaminando le reazioni che con accentuazioni differenti hanno fatto seguito alla Seconda Assemblea Sinodale… Tutti coloro che hanno partecipato ai lavori assembleari hanno visto nel rinvio ad ottobre per l’approvazione delle Proposizioni uno snodo che ha permesso allo Spirito di parlare ancora. Sin dall’inizio del percorso, abbiamo chiesto partecipazione e l’abbiamo avuta. E’ il segno, concreto, che nulla era stato prestabilito, confezionato, imposto dall’alto, ma frutto del discernimento delle Chiese che si sono messe in ascolto e hanno attivato processi inediti e forse, addirittura, inattesi”.
Infine ha sottolineato la dignità della vita di ogni persona: “In questa prospettiva, esprimiamo il pressante auspicio che le recenti sentenze con le quali la Corte costituzionale è nuovamente intervenuta sulla vita umana al suo sorgere e nella fase conclusiva non conducano a soluzioni legislative che finiscono col ridimensionare l’infinita dignità della persona dal concepimento alla morte naturale. Uno sguardo non parziale sui diritti della persona umana in ogni fase della sua vita, e in particolare nei momenti di massima vulnerabilità, ci induce poi a ribadire in materia di fine vita quanto già espresso nella nota della Presidenza CEI il 19 febbraio, con una duplice sottolineatura”.




























