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Papa Leone XIV: la Parola di Dio è pane per tutti

“Cari fratelli e sorelle, desidero anzitutto salutare con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo Pastore e, al tempo stesso, esprimere le mie sentite condoglianze a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la scomparsa, alcuni giorni fa, del suo Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia. Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi indurre a commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte”: nella messa celebrata nello stadio di Malabo, ultimo appuntamento in Guinea Equatoriale, papa Leone XIV ha ricordato mons. Nsue Esono, scomparso giorni prima, chiedendo chiarezza per la morte.

Di fronte a 30.000 persone il papa ha rivolto l’invito ad essere in grado di leggere la Bibbia: “Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza”.

Quindi nel commento della prima lettura dagli Atti degli Apostoli, che parla di un episodio avvenuto proprio in Africa, il papa offre la sua lettura: “La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina”.

Per questo il Vangelo è parola di liberazione: “Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!”

Ha messo, inoltre, in rilevanza che la lettura biblica è personale ma anche ecclesiale: “Come lui, anche noi siamo diventati cristiani mediante il Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la parola di Dio. Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita. Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi: perciò la loro lettura è un atto sempre personale e sempre ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico”.

Quindi la Bibbia è un bene comune: “Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra… Il viandante africano stava leggendo una profezia, che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia, è Gesù, colui che attraverso la sua passione, morte e risurrezione ci redime dal peccato e dalla morte. Egli è il Verbo fatto uomo, nel quale trova compimento ogni parola di Dio: ne rivela l’intenzione originaria, il senso pieno e il fine ultimo”.

La manna diventa eucarestia, che libera dalla schiavitù: “Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita. Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre..

Sotto il giogo del faraone, infatti, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio invece li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza. La manna è quindi una prova, una benedizione e una promessa, che Gesù viene a realizzare. A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro cibo. Se quanti mangiarono la manna ‘sono morti’, chi mangia questo pane vive in eterno, perché Cristo è vivo! Egli è il Risorto, e continua a donare la sua vita per noi”.

E per tale dono ha ringraziato con le parole di sant’Ambrogio: “Grazie, Signore! Noi ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto diventare per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché noi potessimo vivere per sempre… Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso…

Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!”

Ha concluso l’omelia con la citazione dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco, invitando ad aprirsi all’amore di Dio: “Davanti a tali chiusure, è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà.

Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”

(Foto: Santa Sede)

Quaresima alla luce della Parola di Dio

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.

A pochi giorni dalla Pasqua con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?

“Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”.

Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?

“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”.

Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?

“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”.

Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?

“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Quaresima: il sapore della Parola

La osservo avanzare lentamente, fare un lieve inchino, presentarsi all’ambone. ‘Lettera di san Paolo…’. Maria, emigrata calabrese, a Londra già dagli anni ’60, inizia a leggere, ma solo dopo un lunghissimo respiro. Non legge, proclama. Lentissimamente. Pronuncia una parola dopo l’altra, articolandola come se dovesse raccontare qualcosa a un bambino con un’inflessione, un respiro e un ritmo senza tempo. Sospesi nell’aria. Non c’è assolutamente fretta o voglia di concludere. Ogni parola per un bambino è come una finestra che illumina un avvenimento o un’emozione dentro. Sarà importante, allora, prendere il tempo di affacciarsi…

Per san Paolo ogni parola è un messaggio, come un frutto gonfio di vita, rivolto a una comunità riunita. Maria si ferma ogni tanto con un silenzio interminabile. Benefico. ‘Ogni parola autentica nasce dal silenzio e dal silenzio è custodita’, afferma un autore. Pare quasi di capire che ogni parola dell’Apostolo è scavata nell’abisso della sua anima, nell’esperienza di lotta di un essere itinerante, migrante come lei. Come lui. Ma c’è anche l’amore per la nostra lingua. Nel mare di un’altra che all’estero ti circonda, la lingua materna è una terra di salvezza. Un incontro con quello che eri una volta, la tua origine stessa.

Pare di ascoltare da lei la lettera di un figlio che scrive dal fronte. Ogni parola viene pesata, sollevata, guardata, riguardata, gustata fino in fondo. E’ Paolo di Tarso dal fronte delle prime comunità e dello Spirito che le anima. Comunità raccolte da lui, ma fatte di mille pezzi diversi che Paolo amava come colei che le genera, come una madre.

Ed assomigliano tanto alla nostra comunità di oggi a Londra, fatta di calabresi e di friulani, di gente del sud e del nord messi insieme, con qualcuno del posto. Guardo con stupore questa assemblea composita di emigranti della nostra terra, che proprio qui assaporano la parola ‘unità’ e ‘comunione’ in nome di Dio.

E così penso al disagio che provo, a volte, nel rientrare al mio paese. La Parola di Dio in una celebrazione sembra qualcosa di letto velocemente, come una vecchia poesia che si impara a scuola e si ripete meccanicamente. Sembra quasi una parola che scivola via senza sapore, senza amore. Non vi avverti la fibra dell’Apostolo o il fuoco dello Spirito. Non vedi l’ansia o i mille volti di un popolo di Dio finalmente riunito. Sono i nostri, semplicemente.

Penso, allora, alla Parola di Dio vissuta qualche tempo fa in terra africana. Dopo il canto, i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghissimo grido corale si alzava al suo acme e tutto, infine, si spegneva d’incanto. Si piombava subito in un silenzio perfetto, immobile. Una miriade di volti neri ti fissava, allora, dall’assemblea con gli occhi ben aperti.

Lunghi momenti di attesa, mentre una vera emozione ti prende. Poi, la parola esce dalla bocca del lettore. Viene offerta con gesto lento come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nell’anima, in profondità.

Comprendi allora concretamente che cosa vuol dire una ‘civiltà della parola’ come questa, africana. La parola qui è sacra. E sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor più dell’amore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno dopo l’ascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. E fa  comprendere, in fondo, la dignità della loro stessa esistenza, ‘una storia sacra’ scritta ai nostri giorni. Nelle lacrime, nelle gioie o nelle conquiste di povera gente che lotta, soffre e ama. Personaggi biblici di oggi. Essi hanno incontrato Dio, senza saperlo.

Prima Domenica di Quaresima: Gesù è tentato da Satana

Inizia la prima domenica di Quaresima, un tempo forte dell’anno liturgico, un periodo, come dice il nome, di 40 giorni durante i quali la liturgia ci invita a prepararci spiritualmente alla seconda festa dell’anno liturgico: la Pasqua di risurrezione. Il numero 40 è certamente simbolico: 4×10; tutta la realtà è chiamata con l’aiuto di Dio a rinnovarsi con segni di vera conversione. Il n. 4 sta ad indicare gli elementi costitutivi del creato (aria, terra, acqua, fuoco) che lasciati in balia di se stessi generano il caos; il n. 10 simboleggia Dio e indica che solo con l’aiuto di Dio si determina il cosmo, l’ordine, l’armonia, la pace, l’amore.

La Quaresima ci invita alla conversione, cambiare radicalmente la nostra vita quotidiana e dall’egoismo innato nell’uomo, passare all’amore, proprio di Dio; Dio infatti è amore: con un atto di amore ha creato cielo, terra e l’uomo a sua immagine e somiglianza. Con un gesto di amore sublime, dopo il peccato dei nostri progenitori, il Verbo eterno si incarnò e Gesù, vero Dio e vero uomo, muore in croce per salvarci; Cristo Gesù, risorto il terzo giorno, vince la morte e apre agli uomini le porte del Regno dei cieli.

Ogni rinnovamento dello spirito è preceduto  dall’opera umana sostenuta dalla grazia del cielo: 40 dove il 4 (l’uomo sintesi mirabile di tutto il creato) è sostenuto dal n. 10, cioè da Dio. La Quaresima essenzialmente è un richiamo a riconoscerci peccatori, fragili e limitati e a rivolgerci a Dio dicendo: ‘Signore, abbiamo peccato, perdonaci!’, Kirie, eleison!, Signore, pietà. Cosa fare allora? Ce lo indica in modo mirabile il Vangelo di questa domenica. Gesù viene tentato da Satana e il Maestro divino ci insegna come superare le tentazioni, che non mancheranno mai.

La tentazione nei momenti di bisogno. Gesù ebbe fame e il tentatore: ‘Se sei figlio di Dio fa che questa pietra diventi pane’; Gesù risponde con la sacra Scrittura (Parola di Dio): ‘Non di solo pane vive l’uomo’. La tentazione della vana gloria: ‘Se sei figlio di Dio, gettati giù: gli angeli ti sosterranno perché il tuo piede non inciampi’; Gesù risponde: ‘Sta scritto, non tenterai il Signore Dio tuo’, è Parola di Dio. La terza tentazione riguarda il potere: Tutto è mio, dice il tentatore, io metto tutto nelle tue mani se ti prostri e mi adori; e Gesù al tentatore: ‘Vattene, Satana! Sta scritto: Il Signore tuo Dio adorerai; a Lui solo renderai il culto’.

Gesù, nuovo Adamo, vince il tentatore sempre con la Parola di Dio, la Sapienza eterna con la quale Dio ha creato tutte le cose. Satana rimane quel tentatore che troviamo all’inizio della vita quando tentò i nostri progenitori : se mangiate il frutto della scienza del bene e del male, diventerete come Dio; potrete fare a meno di Dio perché tu, uomo, che conosci il bene e il male sei Dio. I nostri progenitori caddero nella rete diabolica; Gesù, viceversa, ci insegna come eludere e vincere le tentazioni: con la Parola di Dio che è luce; con la Parola di Dio che è Via, Verità e Vita mentre la parola del maligno è solo ingannatrice.

Le tre tipiche tentazioni che subì Gesù riassumono le tentazioni dell’uomo di ieri e di oggi. La tentazione radicale, di fondo, rimane sempre  la stessa: tu, uomo, non hai bisogno di Dio, tu sei Dio con la tua intelligenza e il tuo amore. Tentazione a cui anche oggi Satana spinge l’uomo debole e fragile  verso il materialismo ateo contro il quale l’uomo intelligente e consapevole dei propri limiti deve sempre battersi: non è questione di ‘mela’, le tentazioni di satana mirano solo ad allontanare da Dio, mettere in dubbio la sua esistenza, divinizzare l’io, il denaro, il sesso, il successo.

La tentazione dell’Eden non è cessata, tuttora è in atto nella storia. Il diavolo, come ha tentato i nostri progenitori, cercò di sedurre anche Gesù in cui vedeva solo l’uomo e non il Verbo eterno, Il Figlio incarnato. Gesù ha permesso di essere tentato per dare all’uomo un insegnamento efficace e perfetto: solo la parola di Dio salva; uniti a Cristo nello Spirito Santo si trova la forza di resistere, solo nella parola di Dio c’è salvezza.

L’uomo ieri come oggi si trova tra due poli di attrazione: o con Adamo o con Cristo Gesù; o con il peccato che ebbe inizio nell’Eden, nel giardino delle delizie e portò l’uomo a vivere tra tribolazioni e spine sino alla morte; o con Gesù Cristo, che si sacrificò per noi in croce insegnando a tutti il comandamento dell’amore, che non è il piacere o il sesso o il denaro ma è vivere vicino a Dio che è Amore, è Via, è Verità, è Vita, è salvezza eterna. Il peccato ieri come oggi dilaga attorno a noi, ti offre una porta larga da attraversare per finire con il sommergerti.

La via della Croce che Gesù, nuovo Adamo, ci offre è una porta stretta che ti immette nella gioia vera, nella coscienza serena mentre ti addita la meta gloriosa che è il Regno di Dio, la vita eterna. L’uomo, il cristiano è chiamato a fare ogni giorno la sua scelta, ‘ad astra per aspera’, se vuoi essere vero discepolo di Gesù è necessario prendere la propria croce e camminare; nel tuo cammino non sarai mai solo, Gesù assicura: siete stanchi, affaticati, afflitti, venite a me, io vi ristorerò. Da qui il suo dono: l’Eucaristia che celebriamo ed il dono di Maria, sua madre, come madre nostra. Confortati da questa presenza iniziamo il nostro cammino quaresimale.  

Papa Leone XIV ai sacerdoti romani: ravvivare la Parola di Dio nella comunione

“E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente! All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: Se tu conoscessi il dono di Dio”: con questa citazione tratta dal vangelo di san Giovanni papa Leone XIV ha incontrato i sacerdoti romani.

Guardare ai segni dei tempi, intercettando i cambiamenti, per rilanciare l’annuncio del Vangelo al di là della stanchezza della vita sacerdotale è stata la sfida del papa: “Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio.

A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’apostolo Paolo rivolge a Timoteo: ‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te’. Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”.

Perciò il papa ha spiegato cosa significa ravvivare, utilizzando un’immagine di papa Francesco: “Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale.

Ed allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo (ravvivare) evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse papa Francesco, ‘suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma’. Anche per il cammino pastorale della nostra diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo”.

Quindi anche questo fuoco ‘acceso’ si trasforma in dono: “Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata.

Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.

Ciò vale per la vita pastorale: “Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa”.

Da qui l’invito ad annunciare il Vangelo: “Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati. Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.

Però l’annuncio deve essere fatto nella comunione: “Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza”.

Una comunione capace di superare l’autoreferenzialità: “La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.

Da qui la richiesta di essere ‘vicino’ ai giovani: “Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.  So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita”.

Anche qui in sinergia con le Istituzioni: “Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.

Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento: “Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”.

In precedenza aveva accolto i partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo: “Il carisma è un dono dello Spirito Santo. Ogni istituto e ciascuno dei suoi membri sono chiamati a incarnarlo personalmente e comunitariamente, in un continuo processo di approfondimento della propria identità, che li colloca e li definisce nella Chiesa e nella società. Questo cammino, a sua volta, costituisce un prezioso contributo alla Chiesa nel suo insieme e, in particolare, alla famiglia spirituale del Regnum Christi”.

Un invito alla custodia del carisma: “Come accennato, il carisma è un dono dello Spirito Santo; è Lui che distribuisce i suoi doni, e lo fa per il rinnovamento e l’edificazione della Chiesa. Come dice san Paolo, ‘a ciascuno viene manifestato per l’utilità comune’. Pertanto, il carisma va accolto con gratitudine e consolazione. Ricordatevi, dunque, che non siete i proprietari del carisma, ma i suoi custodi e servitori. Siete chiamati a dare la vita affinché questo dono continui a portare frutto nella Chiesa e nel mondo.. Questo Capitolo vi invita a continuare a interrogarvi su come vivere oggi, con fedeltà creativa, l’intuizione carismatica che ha dato origine alla vostra famiglia religiosa”.

Ed ecco la missione: “La vostra missione è quella di offrire questa testimonianza visibile di ascolto reciproco e di ricerca congiunta della volontà di Dio, sia per le vostre comunità sia per coloro che incontrate lungo il cammino mentre compite la vostra missione… Non si tratta di eliminare le differenze, ma di avere la capacità di armonizzare le diversità a beneficio di tutti, accogliendo le divergenze come una ricchezza e discernendo insieme i cammini che il Signore ci propone”.

Quindi è un processo sinodale: “Questo processo richiede umiltà nell’ascolto, libertà interiore per esprimersi con sincerità e apertura ad accogliere il discernimento collettivo. È un requisito intrinseco di ogni vocazione vissuta in comunità. La Chiesa oggi vive una profonda chiamata alla sinodalità, cioè a camminare, ascoltare e discernere insieme. Il Capitolo Generale è, per sua stessa natura, un esercizio sinodale in cui tutti sono chiamati a contribuire con la propria esperienza e sensibilità per costruire insieme il futuro dell’istituto”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: Quaresima tempo di conversione attraverso l’ascolto ed il digiuno

“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”: nel messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua di quest’anno, ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’, papa Leone XIV ha chiesto forme di ‘astensione concreta’ come ‘disarmare il linguaggio’ e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre .

Nel messaggio quaresimale il papa ha invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.

Una sottolineatura importante, perché l’ascolto è relazione: “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.

Per questo anche Dio si è messo in ascolto: “Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido’. L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù”.

Dio ascolta perché è coinvolgente: “E’ un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”.

Però l’ascolto ha bisogno dell’azione del digiuno: “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo ‘fame’ e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.

Quindi il digiuno è un orientamento al bene, come affermava sant’Agostino: “Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.

Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, deve essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché ‘non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio’… Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.

Ed ecco una prima indicazione concreta: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.

Mentre la seconda indicazione consiste in un cammino insieme: “Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.

Da qui deriva la conversione, che è uno stile di vita comunitario: “Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”.

Una conversione che è frutto di relazioni: “In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”.

Relazione con Dio e con gli altri per la ‘civiltà dell’amore: “Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.

Papa Leone XIV invita a vivere la Parola di Dio in pienezza

“Mi unisco spiritualmente a quanti sono riuniti oggi a Chiclayo, in Perù, per celebrare solennemente la Giornata Mondiale del Malato e affido tutti, in particolare i malati e le loro famiglie, alla materna protezione della Beata Vergine Maria. Sotto la sua protezione affido anche le vittime e quanti sono stati colpiti dalle gravi inondazioni in Colombia, ed esorto l’intera comunità a sostenere con la carità e la preghiera le famiglie colpite”: concludendo l’udienza generale papa Leone XIV ha ricordato che la giornata mondiale del malato è celebrata presso nel Santuario di Nuestra Señora de la Paz, a Chiclayo con l’inviato papale, card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale”.

Mentre a conclusione dell’udienza generale ha pregato davanti alla grotta di Lourdes nel Giardini vaticani: “Al termine dell’Udienza mi recherò alla grotta di Lourdes nei Giardini vaticani e accenderò un cero, segno della mia preghiera per tutti gli ammalati, che oggi, Giornata Mondiale del Malato, ricordiamo con particolare affetto. A tutti la mia benedizione!”.

Ritornando all’udienza generale il papa ha continuato la catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’: “Nella catechesi odierna ci soffermeremo sul legame profondo e vitale che esiste tra la Parola di Dio e la Chiesa, legame espresso dalla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’, al capitolo sesto. La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura. Sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la Bibbia è nata dal popolo di Dio e al popolo di Dio è destinata. Nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat: nella vita e nella fede della Chiesa trova infatti lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza”.

Riprendendo il magistero conciliare il papa ha sottolineato la necessità di riflettere sulla Sacra Scrittura: “La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture. Dopo il Concilio, un momento molto importante al riguardo è stata l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema ‘La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa’, nell’ottobre 2008… Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova dunque l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio”.

Infatti san Girolamo affermava che ‘l’ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo’: “Questa celebre espressione di san Girolamo ci ricorda lo scopo ultimo della lettura e della meditazione della Scrittura: conoscere Cristo e, attraverso di Lui, entrare in rapporto con Dio, rapporto che può essere inteso come una conversazione, un dialogo. E la Costituzione ‘Dei Verbum’ ci ha presentato la Rivelazione proprio come un dialogo, nel quale Dio parla agli uomini come ad amici. Questo avviene quando leggiamo la Bibbia in atteggiamento interiore di preghiera: allora Dio ci viene incontro ed entra in conversazione con noi”.

Ed ha evidenziato l’importanza della Scrittura nella Chiesa: “La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: infatti, con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana. Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. L’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima”.

Questa Parola di Dio apre alla missione: “Ciò che la Chiesa ardentemente desidera è che la Parola di Dio possa raggiungere ogni suo membro e nutrirne il cammino di fede. Ma la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di sé stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti. Infatti, viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote! A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. Essa è l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze.

E’ stato un invito a ‘vivere’ questa Parola in pienezza: “Carissimi, vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è totalmente relativa a Gesù Cristo, e si sperimenta che questa è la ragione profonda del suo valore e della sua potenza. Cristo è la Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva, per ognuno di noi e per l’intera umanità. Apriamo dunque il cuore e la mente ad accogliere questo dono, alla scuola di Maria, Madre della Chiesa”.

Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese

In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:

“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.

Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.

Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.

Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.

Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.

Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.

Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…

Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.

Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa  Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.

Perché tradusse la Bibbia in cinese?

“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.

Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?

“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.

Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?

“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.

Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.

Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.

Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?

“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.

A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?

“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.

(Tratto da Aci Stampa)

Terza  Domenica Tempo Ordinario: della Parola di Dio  

Papa Francesco con la lettera apostolica ‘Aperuit illis’ del 30 settembre 2019 ha voluto questa domenica come ‘momento opportuno per un riavvicinamento alla parola di Dio, alla sacra Scrittura, per far crescere nel popolo di Dio la familiarità con la Sacra Bibbia, passaggio necessario per una fede cristiana adulta, vissuta come ispiratrice della missione che ogni cristiano è chiamato a svolgere nel mondo’.

L’arresto di Giovanni Battista cede il posto alla missione del Figlio di Dio. Gesù infatti, appresa la notizia dell’arresto di Giovanni,  vede in essa un segno manifesto del cielo che invita ad iniziare la sua opera. Abbandona, perciò, la serenità della vita di Nazareth, si trasferisce a Cafarnao da dove inizia la sua opera di evangelizzazione. Giovanni Battista è in prigione in Giudea dove poi finirà decollato, e Gesù inizia la sua predicazione dalla Galilea. Egli ha una missione da compiere affidata dal Padre, la conosce bene e si organizza per realizzarla.

Non resta solo; si sceglie subito dei collaboratori: è gente semplice perché ad operare la costituzione del Regno sarà Dio stesso; scegli così inizialmente due coppie di fratelli: Simone, a cui cambia subito il nome in Pietro, e Andrea, poi i figli di Zebedeo Giovanni e Giacomo. Entrambi le coppie erano onesti lavoratori del mare, che Gesù responsabilizza nel loro nuovo lavoro: ‘Vi farò pescatori di uomini’. Gesù stesso si fa maestro e modello dell’apostolo: ‘percorreva la Galilea insegnando, predicando e curando gli infermi’. Gesù prospetta subito la realizzazione del ‘Regno’ nella sua prima omelia: ‘Convertitevi perché il Regno di Dio è vicino’.

Convertirsi significa cambiare radicalmente la mentalità; abbandonare la via del peccato per seguire la via di Dio perché il peccato rende schiavi e fa abitare nelle tenebre e nell’ombra di morte. Gesù annuncia il regno dei cieli che è vita e gioia. Evidenzia subito la grande novità. Dio è sempre in mezzo agli uomini e si manifesta nella persona di Cristo Gesù. Dio non è una realtà astratta che vive tra le nuvole ma regna tra gli uomini, nel cuore degli uomini è il suo regno di amore e di misericordia.

E’ necessaria però la conversione; cambiare rotta nel modo di pensare ed agire, valutare le cose   non secondo l’ottica meramente umana dove prevale l’interesse, l’egoismo, l’arrivismo ma secondo l’ottica divina dove prevale l’amore, perché Dio è amore; il Cristo per amore ha assunto la natura umana, per amore si offrirà al Padre come vittima sulla croce per salvare l’umanità ma il terzo giorno risusciterà perché Figlio di Dio.  L’apostolo, il sacerdote, il discepolo deve comprendere sempre più la necessità dell’annuncio, della evangelizzazione; l’apostolo Paolo dirà: ‘Dio mi ha mandato non a battezzare ma a predicare’.

L’annuncio della Parola di Dio, della buona novella, del Vangelo è per gli uomini, come dice il profeta Isaia, ‘fascio di luce, gioia vera, liberazione dal giogo di satana’.  Gesù è,  infatti, la grande luce per l’umanità che viveva nelle tenebre del peccato e nella schiavitù di satana. Una luce che segna a chiare tinte la via da seguire e la verità, che ci libera dalla schiavitù di satana e dall’ignoranza. Egli è la via che ci porta al Padre per cui dirà Gesù: ‘Nessuno può venire al Padre se non per mezzo mio’.

Gesù prospetta subito ai suoi discepoli il progetto da compiere e realizzare: costituire il Regno di Dio percorrendo la Galilea, insegnando, predicando e curando i malati. Inizia la sua predicazione proprio da Cafarnao, il luogo da dove nell’antichità gli ebrei avevano preso la via dell’esilio. La grande notizia consiste nella certezza che Gesù è l’Emanuele, il Dio con noi, e non abbandona mai la sua Chiesa: ‘Le porte degli inferi non prevarranno’ però è sempre necessario amare perché Dio è amore; sostituire l’orgoglio, l’individualismo,  l’arrivismo con l’amore che comporta apertura, comunione, condivisione.

Un amore senza divisione, un annuncio di luce, di pace e di gioia vera: quella gioia che non conosce tramonto, non teme intrighi, non corre rischi perché prodotta da Dio, dalla sua presenza divina. Se tu vuoi, Egli è sempre con te: né malattia, né vecchiaia, né dolore, né disavventura può mai strappare dal tuo cuore la luce e la pace. Santi ne incontrerai tanti nel cielo ma tutti lieti e sereni perché vivono la gioia del possesso di Dio. Gesù è la gioia: quella gioia vera annunciata dagli Angeli a Betlemme: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’.

Una gioia che fa sperimentare la nuova realtà di figli di Dio: amore senza divisione; da qui l’apostolo Paolo esorta: non ci siano divisione tra voi dicendo: io sono di Paolo, io sono di Pietro, io sono di Apollo; siamo tutti di Cristo perché Cristo si è sacrificato per tutti e in Cristo siamo diventati la sua famiglia, il suo popolo, la sua Chiesa. Allora, cari amici, avviciniamoci alla Sacra Scrittura, alla Parola di Dio: sia questa luce ai nostri passi, vita alla nostra vita.  La parola di Dio accolta e testimoniata ci fa salvi.      

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