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La Strenna Salesiana invita ad ‘abbandonarsi’ alla Parola di Dio
“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.
In questa Strenna, divisa in sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.
Ecco l’invito ad una particolare attenzione ai ‘segni dei tempi’: “Abbracciare il tempo e la storia come atteggiamento esistenziale implica alcune esigenze che solo alla luce della fede in Cristo possiamo cogliere e assumere. Nel campo educativo pastorale questa scelta di Maria è per noi un richiamo insieme forte e gentile a non cadere in quell’indifferenza che non solo giustifica le cose, ma anche passivamente e indirettamente le favorisce. Quante volte troviamo perfino gente cosiddetta ‘di chiesa’ che davanti al dramma dei rifugiati, dei poveri, dei vulnerabili, si ritirano nel loro ben-vivere considerandoli solo come disturbo e scarto?”
Il Rettor Maggiore riprende l’insegnamento di san Giovanni Bosco di essere nella storia, che è il ‘cortile’ di Dio: “Tutta l’esperienza di don Bosco ci comunica che ‘il cortile’, quello fisico come quello metaforico, è il luogo della rivelazione della bontà di Dio. L’amorevolezza la comunichiamo vivendola in maniera serena quando siamo presenti tra e per i giovani, che così si sentono riconosciuti, apprezzati e amati. La condivisione la si costruisce nelle relazioni con i nostri collaboratori e collaboratrici quando ci chiedono quei ‘cinque minuti’ di ascolto. La sapienza pastorale e educativa passa per la quotidianità dei gesti, vissuti con un cuore aperto, disponibile, attento e pieno di affetto”.
E’ un invito a leggere gli eventi alla luce dello sguardo di Gesù: “Ci sono diverse maniere di rispondere alle povertà. Il credente opta per questa: agire partendo dalla Parola di Gesù. Per il credente in Cristo vale ciò che tanti santi della carità hanno trasmesso con la loro vita e testimonianza. Lo stesso nostro padre don Bosco lo ha trasmesso in maniera netta: agire nel nome di Gesù. E’ di grande rilevanza per noi quanto i primi salesiani hanno conservato nel loro ricordo della figura di don Bosco, soprattutto nei suoi aspetti più profondamente spirituali e mistici”.
Per questo le ‘nozze di Cana’ è un invito a vivere la chiamata di Dio con libertà: “E’ importante e decisivo sentirsi parte della storia dell’umanità, accogliendo e ‘leggendo’ i segni dei tempi; è assolutamente necessario essere radicati nella fede in Cristo. Ma la verità di questi due atteggiamenti si evidenzia al massimo grado nel momento in cui si accoglie e si vive la Parola. Emerge allora il cammino di una fede autentica, segnato da una crescita sana e solida”.
E’ un invito ad ‘abbandonarsi’ alla Parola di Dio: “Come ci testimoniano i servi, come ci testimoniano don Bosco e tanti Salesiani conosciuti, con le loro scelte concrete, sempre precedute da una precisa e sistematica attenzione alle fonti della loro vita. Da questo spazio sacro e profondo è emanato tutto. Sono stati discepoli e servi che della loro vita per e con gli altri hanno fatto un’esperienza che prolungava la loro relazione con Gesù, vissuta con la forza della sua Parola.
Il loro non era devozionismo astratto o pietismo emozionale, ma espressione e sintesi di maturità umana e spirituale, di lungimiranza intelligente e sapiente, di empatia umana e slancio mistico. Nel loro ob-audire vissuto con una personalità forte e determinata non vediamo segni di debolezza, di rassegnazione passiva”.
In questo modo le ‘nozze’ diventano una festa grazie all’azione dei servi: “Le nozze di Cana sono state una ‘festa’ arricchita per la fiduciosa e generosa risposta dei servi all’invito di Maria di fare quello che Gesù ha detto loro di fare. Quando il servire è segnato dalla generosa dedizione di sé, una generosità radicata nella fede, i risultati sono un dono per tutti.
Lo possiamo constatare nei vari processi educativo-pastorali condotti da persone dedicate alla missione, da collaboratori e collaboratrici che si sentono parte viva del carisma e del progetto pastorale salesiano. Dedizione e appartenenza che sono vera e reale assunzione della chiamata, realizzazione di essa, non una semplice appendice”.
E’ un’audacia chiesta dalla fede: “L’audacia della fede è una conferma che vogliamo prendere sul serio la chiamata ad essere cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Questa chiamata don Bosco l’ha vissuta con una straordinaria consapevolezza e l’ha fatta diventare sistema, progetto, esperienza di famiglia… L’audacia della fede la viviamo per favorire un futuro segnato dalla speranza. L’audacia della fede che trova le sue radici nel cuore dell’educatore, del pastore, che non smette mai di amare, di sperare, di voler bene al suo gregge”.
In questo consiste la ‘visione’ di san Giovanni Bosco: “L’originale visione di don Bosco ci interpella ancora, perché ci invita a rinnovare oggi quello stesso spirito apostolico che lui sognava come base e fondamento. Per don Bosco la figura del Salesiano Cooperatore era come una figura poliedrica con un’identità e una missione ben precise.
La sua identità era quella di un salesiano nel mondo: cristiano (laico, prete, uomo o donna) che vive lo spirito salesiano nella propria condizione di vita, in famiglia e nella società. Non è un religioso, ma condivide con i religiosi salesiani lo stesso cuore e la stessa passione per la salvezza dei giovani”.
Conclude la Strenna con l’invito ad essere portatori di ‘vino nuovo’: “Il vino nuovo delle nozze di Cana, che simboleggia la novità promossa da chi crede, noi lo portiamo con gioia e speranza anche e soprattutto in mezzo a sfide e difficoltà, dubbi e incertezze. Sia nella Chiesa come nella società, i giovani che accompagniamo sono portatori di una sete di vita autentica. Cercano di incontrare credenti, che comunicano una proposta cristiana credibile e per questo sono da loro creduti”.
Beato Allegra: esempio per annunciare la Parola di Dio
In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, la Domenica della Parola ricorre domenica 25 gennaio: giorno precedente del 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:
“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.
Primogenito di 8 figli, a 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, ove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.
Dedicò gran parte della sua esistenza all’attività di diffusione dei principi cristiani nell’Estremo oriente. Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.
Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950. Qui continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Il suo amore per la Cina si espresse pure nel servizio ai lebbrosi, nella venerazione e conservazione delle reliquie dei santi martiri in Cina, come nel caso di sant’Antonino Fantosati. P. Allegra morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.
Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva.
Oggi noi abbiamo molti modi per ‘ascoltare’ la Parola (podcast biblici, app per la lettura quotidiana, intelligenza artificiale che legge e spiega le Scritture, versetti che circolano sui social). Eppure, viviamo un paradosso: l’ascolto autentico della Parola di Dio sembra sempre più raro. Il rumore digitale riempie ogni spazio, la velocità non lascia tempo alla profondità, gli algoritmi ci rinchiudono in bolle che confermano solo ciò che già pensiamo”.
Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Ma lui non si arrende”.
Ma vuole anche entrare nella mentalità cinese: “Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito: non basta conoscere la lingua. Bisogna ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni (ventisei anni!) di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.
Da questo ‘impegno’ di frà Allegra il ministro generale ha dedotto cinque ‘insegnamenti’ per ascoltare la Parola di Dio oggi: “Dalla vita di p. Allegra emergono cinque criteri per l’ascolto della Parola, ancora vivi nell’attuale mondo digitale: il beato Allegra pregava prima di tradurre. Il digitale ci bombarda di contenuti biblici da condividere, postare, diffondere. Ma: quando ascoltiamo davvero e come? L’ascolto richiede sottrazione, non aggiunta. Spegnere per ascoltare.
‘Non si può tradurre in cinese senza pensare come un cinese’, diceva. Oggi gli algoritmi ci rinchiudono in bolle dove ascoltiamo solo ciò che conferma le nostre idee. L’ascolto biblico invece ci apre all’altro, ci fa uscire da noi stessi.
Ventisei anni per una traduzione sono un richiamo serio nella cultura dell’immediatezza. Nell’era dell’instant, fra Gabriele Allegra testimonia che la Parola non si consuma rapidamente. Come una madre porta il bambino per nove mesi, così la Parola chiede tempo, ruminazione, pazienza.
Capì subito di non poter fare da solo. Creò uno ‘Studio’, un luogo fisico dove italiani e cinesi lavoravano insieme, pregavano insieme, mangiavano insieme. Il digitale ci isola davanti agli schermi. L’ascolto biblico esige comunità incarnate, corpi e volti, non solo like.
Non firmò mai con il suo nome. Quando vedeva un seminarista stanco, si metteva a lavare il pavimento con lui, cosa che fece anche durante la prigionia. Nell’epoca dei personal brand e degli influencer religiosi, il beato Allegra mostra che la Parola chiede testimoni umili che non si sovrappongono al messaggio”.
In questo senso il beato Allegra ha messo in pratica l’esempio di san Francesco di Assisi: “Il nostro ascolto della Parola si inscrive sempre nella comunità ecclesiale. Come Allegra insegnava, è la Chiesa che annuncia la salvezza mediante la predicazione del Vangelo: per questo i nostri gruppi biblici devono essere radicati nella vita liturgica e comunitaria.
Francesco d’Assisi aveva incarnato, otto secoli prima, questo stesso approccio alla Parola. Nella Regola non bollata ammoniva i frati a coltivare un cuore fertile…, ma obbediente ad essa grazie allo Spirito, che infonde vita alla Parola. Francesco meditava incessantemente la Parola ascoltata, la scolpiva indelebilmente nel cuore e la metteva in pratica con tutto il corpo, fino a farsi ‘lingua’ del Vangelo stesso. Quando, malato, non poteva partecipare alla Messa, si faceva leggere il Vangelo del giorno.Lo fece anche prima di morire, quando ascoltò la lavanda dei piedi”.
Questa ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…
Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.
(Foto: allegraroma.it)
Papa Leone XIV invita alla conoscenza della Parola di Dio
“Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi’. Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore”: partendo dal Vangelo dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV nell’udienza generale di oggi ha approfondito la Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ con l’invito ad approfondire la conoscenza della Parola di Dio.
Per commentare la frase evangelica ha fatto riferimento ad un commento di sant’Agostino: “Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio. Infatti, un antico motto recitava: ‘L’amicizia o nasce tra pari, o rende tali’. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio”.
Quindi l’alleanza con Dio avviene grazie a Gesù: “Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva, ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo”.
Quest’amicizia di Dio è sottolineata nella Costituzione ‘Dei Verbum’: “Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato (‘vi ho chiamato amici’) sono riprese proprio nella Costituzione ‘Dei Verbum’, che afferma: ‘Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”.
Per questo l’Alleanza di Dio si matura nel dialogo: “Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro; e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere”.
Quindi Dio parla con l’umanità: “La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. E’ importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui”.
E’ un dialogo che contempla anche l’ascolto: “In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi”.
Da qui scaturisce il valore della preghiera: “Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui”.
Quindi l’invito del papa è quello di alimentare la relazione con Dio: “La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza”.
(Foto: Santa Sede)
Giornata Mondiale della Pesca: gettare le reti sulla Parola
“L’Opera dell’Apostolato del mare (Opus Apostolatus Maris) provvede alla cura pastorale specifica rivolta alla ‘gente del mare’, cioè ai naviganti, ai marittimi e alle loro famiglie, nonché ad altre persone le cui vite sono esistenzialmente legate alla navigazione e alla pesca sui mari, sui fiumi e sui laghi, è da tempo oggetto di particolare sollecitudine della Chiesa”: nei giorni scorsi con un Chirografo papa Leone XIV ha istituito l’Apostolato del mare, quale organo di Coordinamento dell’Opera dell’Apostolato del mare.
Il Chirografo ha ripercorso la storia di questa Opera di apostolato: “L’Opera dell’Apostolato del mare, nata all’inizio del ventesimo secolo, ha ricevuto la prima approvazione della Sede Apostolica nel 1922. In seguito, nel 1942, papa Pio XII ha deciso che l’allora Sacra Congregazione Concistoriale avesse ‘l’alta direzione dell’Opera’ dell’Apostolato del mare. Tale disposizione è stata confermata dalla sopramenzionata Costituzione Apostolica Exsul Familia.
In data 21 novembre 1957 la Congregazione Concistoriale ha emanato le Leges Operis Apostolatus Maris, disponendo le norme per la cura pastorale dei marittimi e dei naviganti, nonché attribuendo ai Cappellani dell’Apostolato del mare determinate facoltà e privilegi. Con Decreto Apostolatus Maris dell’allora Pontificia commissione per la cura spirituale dei migranti e degli itineranti, del 24 settembre 1977, le norme e le facoltà sono state revisionate alla luce del Concilio Vaticano II.
San Giovanni Paolo II con Motu Proprio Stella Maris, del 31 gennaio 1997, ha aggiornato le norme precedentemente emesse e, infine, papa Francesco ha disposto che la direzione dell’Opera dell’Apostolato del mare spetti al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale nel frattempo ha assunto le competenze relative alla pastorale dei migranti e degli itineranti (cfr. art. 166 § 1, Cost. Ap. Praedicate Evangelium)”.
Mentre domani ricorre la Giornata Mondiale della Pesca che quest’anno risponde al tema ‘non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le reti’. La Giornata è stata istituita nel 1998 con la volontà di rendere omaggio ai pescatori che, con la loro professione, offrono un servizio utile all’intera società.
Nel messaggio il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, ha sottolineato il tema della speranza: “Dal 1998, ogni 21 novembre si celebra la Giornata Mondiale della Pesca. Il suo obiettivo è richiamare l’attenzione sullo stile di vita nel settore ittico. Sostiene inoltre la pesca sostenibile, riconoscendo e rendendo omaggio alle comunità di pescatori di tutto il mondo e sottolineando l’importanza di questa attività per la vita umana e la salute degli ecosistemi. Oltre al Giubileo, quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’enciclica ‘Laudato sì’ di papa Francesco, che dedica notevole attenzione alla cura dei mari e degli oceani, considerandoli parte della ‘casa comune’ e dell’equilibrio ecologico globale”.
Quindi il mare è un prezioso ecosistema da tutelare: “Papa Francesco ha anche fatto riferimento ai metodi distruttivi di pesca con le loro conseguenze fatali e ha anche collegato la crisi degli oceani. con le ingiuste condizioni di lavoro nell’industria della pesca, la tratta di esseri umani e l’impatto sulle comunità costiere impoverite. I mari non sono solo una realtà fisica, ma anche uno spazio spirituale di interdipendenza tra l’essere umano e tutto il Creato. In modo speciale, i pescatori possono essere custodi del Creato. Purtroppo, molti pescatori affrontano tempeste ben oltre i mari: basso reddito, precarietà lavorativa, cattive condizioni di lavoro, lontananza dalle loro famiglie. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni pescato c’è una vita, una famiglia, una chiamata allo sviluppo integrale!”
Anche papa Leone XIV ha descritto nell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ le situazioni di ingiustizia sociale, che causano povertà: “Questo vale anche per il mondo della pesca, considerando che nella catena del valore della pesca manca l’assunzione attiva di responsabilità a causa della natura e dell’immensità degli oceani, ed è estremamente difficile controllare le attività umane in quei luoghi. Tuttavia, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più per risolvere le cause strutturali della povertà’, anche nel settore della pesca. Questo impegno implica la valorizzazione e la promozione della dignità umana”.
Quindi la cura del mare non può essere disgiunta dalla cura della persona: “E’ evidente che la cura del mare e della pesca è intimamente legata alla cura delle persone. Oltre ai controlli necessari per applicare le leggi e le misure relative alle condizioni di lavoro dei pescatori, in questa Giornata Mondiale della Pesca è importante sottolineare la necessità di vegliare sulla difesa della dignità dei pescatori (compresi quelli impegnati nell’acquacoltura) e delle loro famiglie, ricercandone lo sviluppo integrale.
Bisogna dare voce ai pescatori affinché le politiche e le leggi che li riguardano non siano discusse solo da coloro che ‘vivono e ragionano partendo dalla comoda posizione di un alto livello di sviluppo e di una qualità di vita ben al di là della portata della maggior parte della popolazione mondiale’. Giovanni Paolo II ci ha sempre parlato della corresponsabilità di coloro che si dedicano alla pesca sia a livello locale che locale”.
Infine ha ricordato la ‘vicinanza’ della Chiesa: “La Chiesa, attraverso l’Opera dell’Apostolato del Mare, vuole essere presente laddove pescatori e marinai soffrono di più. Nelle parrocchie costiere e nei porti, i loro cappellani e volontari accompagnano coloro che sopportano lunghe assenze dalle loro famiglie, condizioni di lavoro pericolose e giornate difficili in mare, diventando anche portavoce della loro dignità. Grazie per questo servizio!
Affidiamo tutti i marinai, i pescatori e le loro famiglie alla protezione materna di Maria, Stella Maris. Anche quando sono stanchi, in mezzo alla tempesta, privi di condizioni di vita dignitose, lontani da familiari e amici, senza aver pescato nulla, tuttavia con la fede di san Pietro, ‘al tuo comando getterò le reti’. Possa Maria guidare e proteggere coloro che solcano i mari e, con la sua materna intercessione, sostenere tutti nella speranza, nella giustizia e nell’impegno per la cura dei mari”.
Manuel Valenzisi: In carne e ossa. Le virtù teologali e i consigli evangelici vissuti da chi ha incontrato Cristo. Meditazioni
Che cosa significa incontrare davvero Cristo? Non un’idea, non un ricordo, non un concetto astratto, ma un’esperienza che tocca la vita ‘in carne e ossa’. È questa la sfida che fra Manuel Valenzisi raccoglie nelle pagine del suo nuovo libretto, nato da un corso di esercizi spirituali e ora consegnato al pubblico come invito concreto a riscoprire il Vangelo come evento vivo.
Il testo parte da una constatazione semplice ma decisiva: le virtù teologali e i consigli evangelici non sono categorie da manuale, ma vie di vita. Per mostrarlo, l’autore ci conduce accanto a personaggi del Vangelo – Maria, Giuseppe, la Cananea, la vedova povera, la peccatrice perdonata, la Samaritana – e lascia che siano loro a insegnarci cosa significa credere, sperare, amare. In loro la fede diventa obbedienza, la speranza si intreccia con la povertà, la carità si illumina nella castità. Non teorie, ma carne viva, come l’Incarnazione di cui sono trasparenza.
Chi legge si accorge presto che qui la Parola non viene semplicemente spiegata, ma quasi “cucinata”, come nota p. Serafino Tognetti nella prefazione: strizzata, impastata, ricomposta, fino a diventare piatto nutriente e profumato. Un testo che non si consuma in fretta: chiede pause, riletture, tempo di assimilazione.
È un libro breve (99 pagine), ma denso. Lo si potrebbe divorare in una sera, eppure invita a gustarlo lentamente, a lasciarsi mettere in questione: ho davvero letto e vissuto il Vangelo? L’impressione finale è quella di trovarsi davanti a una guida discreta che non pretende di insegnare dall’alto, ma di accompagnare dentro un incontro.
‘In carne e ossa’ è, in fondo, una piccola scuola di Vangelo vissuto: non un commento esegetico, non un trattato spirituale, ma una testimonianza che mostra come la Parola, quando la si lascia entrare, diventa vita che cambia la vita.
Un libretto agile, capace di parlare a chi cerca, a chi si interroga, ma anche a chi è già in cammino e vuole riscoprire il sapore sempre nuovo delle ‘cose antiche e sempre nuove’ del Regno. Qui il video di presentazione: https://www.youtube.com/watch?v=MDqmnw2USKE
Papa Leone XIV ai ministranti ha sottolineato l’importanza dell’Eucarestia
“Sapete che questo è un anno particolare: è un ‘Anno Santo’, che ha luogo solo ogni 25 anni, nel corso del quale il Signore Gesù ci offre un’occasione eccezionale. Quando veniamo a Roma e varchiamo la Porta Santa, Egli ci aiuta a ‘convertirci’, ossia a volgerci verso di Lui, a crescere nella fede e nel suo amore, per diventare discepoli migliori, affinché la nostra vita sia bella e buona sotto il suo sguardo, in vista della vita eterna. E’ dunque un grande dono del cielo che voi siate qui quest’anno!”: nel discorso a un gruppo di giovani francesi in pellegrinaggio a Roma, papa Leone XIV ha ribadito l’importanza dell’Eucaristia come luogo di incontro con l’amore di Cristo.
Quindi alla ripresa delle udienze il papa ha invitato i giovani a prestare ascolto alla Parola di Dio: “Vi invito ad accoglierlo vivendo intensamente le attività che vi vengono proposte, ma soprattutto prendendovi il tempo di parlare a Gesù nel segreto del cuore e amarlo sempre più. Il suo unico desiderio è di far parte della vostra vita per illuminarla dall’interno, di diventare il vostro migliore amico, quello più fedele. La vita diventa bella e felice con Gesù… Essere ‘vicini’ a Gesù, Lui, il Figlio di Dio, entrare nella sua amicizia! che destino inatteso! Che felicità! Che consolazione! Che speranza per il futuro!”
Ai ministranti francesi il papa ha sottolineato l’importanza di un Anno santo: “La speranza è proprio il tema di questo Anno Santo. Forse percepite quanto abbiamo bisogno di sperare. Sentite certamente che il mondo va male, che deve affrontare sfide sempre più gravi e inquietanti. Può darsi che siate toccati, voi o chi vi sta attorno, dalla sofferenza, dalla malattia o dalla disabilità, dal fallimento, dalla perdita di una persona cara; e, di fronte alla prova, il vostro cuore prova tristezza e angoscia”.
Alla domanda di aiuto Gesù viene sempre in aiuto: “La risposta è perfettamente chiara e risuona nella Storia da 2000 anni: solo Gesù viene a salvarci, nessun altro: perché solo Lui ha il potere di farlo (Egli è Dio Onnipotente in persona) e perché ci ama… Non dimenticate mai queste parole, cari amici, imprimetele nel vostro cuore; e mettete Gesù al centro della vostra vita.
Vi auguro di ripartire da Roma più vicini a Lui, decisi più che mai ad amarlo e a seguirlo, e così meglio armati di speranza per percorrere la vita che si apre dinanzi a voi. Questa speranza sarà sempre, nei momenti difficili di dubbio, di sconforto e di tempesta, come un’ancora sicura, gettata verso il cielo, che vi permetterà di continuare il cammino”.
Solo Gesù può donare salvezza, in quanto ha donato la vita: “Infatti, non c’è amore più grande di dare la vita per chi si ama. Ecco la cosa più meravigliosa della nostra fede cattolica, una cosa che nessuno avrebbe potuto immaginare né sperare: Dio, il creatore del cielo e della terra, ha voluto soffrire e morire per noi creature. Dio ci ha amati fino a morirne! Per farlo, è disceso dal cielo, ha umiliato sé stesso e si è fatto simile agli uomini, e si è offerto in sacrificio sulla croce, l’evento più importante della storia del mondo”.
E la Chiesa custodisce questa memoria: “E la Chiesa, di generazione in generazione, custodisce con cura la memoria della morte e della resurrezione del Signore di cui è testimone, come il suo tesoro più prezioso. La custodisce e la trasmette celebrando l’Eucaristia che voi avete la gioia e l’onore di servire. L’Eucaristia è il tesoro della Chiesa, il tesoro dei tesori. Fin dal primo giorno della sua esistenza, e poi nei secoli, la Chiesa ha celebrato la Messa, di domenica in domenica, per ricordarsi che cosa il suo Signore ha fatto per lei”.
E’ stato un invito a credere nell’opera salvifica della celebrazione eucaristica: “Gesù dona ancora la sua vita sull’altare, versa ancora il suo sangue per noi oggi. Cari ministranti, la celebrazione della Messa ci salva oggi! Salva il mondo oggi! E’ l’evento più importante della vita del cristiano e della vita della Chiesa, perché è l’incontro in cui Dio si dona a noi per amore, ancora e ancora. Il cristiano non va a messa per dovere, ma perché ne ha assolutamente bisogno; il bisogno della vita di Dio che si dona senza chiedere nulla in cambio!”
Infine ha chiesto loro di essere attenti alla chiamata del Signore: “Auspico inoltre che siate attenti alla chiamata che Gesù potrebbe rivolgervi a seguirlo più da vicino nel sacerdozio. Mi rivolgo alle vostre coscienze di giovani, entusiasti e generosi, e vi dirò una cosa che dovete ascoltare, anche se può inquietarvi un po’: la mancanza di sacerdoti in Francia, nel mondo, è una grande disgrazia! Una disgrazia per la Chiesa! Che possiate, a poco a poco, di domenica in domenica, scoprire la bellezza, la felicità e la necessità di una simile vocazione. Che vita meravigliosa è quella del sacerdote che, al centro di ogni sua giornata, incontra Gesù in modo così eccezionale e lo dona al mondo!”
Inoltre con un telegramma a firma del card. Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, indirizzato al card. Filipe Neri António Sebastião, arcivescovo di Goa e Damao, il papa ha ricordato il 400^ anniversario dell’arrivo in India del primo lituano, p. Andrius Rudamina: “Unendosi al vostro rendimento di grazie a Dio onnipotente per la testimonianza di questo sacerdote missionario, la cui salda fede cattolica è visibile ancora oggi in Lituania, Sua Santità prega perché la celebrazione di così tanta generosità nel portare il messaggio salvifico del Vangelo a tutte le genti incoraggiando molti nel nostro tempo a rispondere con uguale pazienza e acume al compito dell’evangelizzazione.
Costruendo sulle fondamenta dello zelo missionario di padre Rudamnina e del suo straordinario lascito di dialogo e di integrazione culturale, i cristiani di questa chiesa locale siano incoraggiati, specialmente in quest’anno giubilare incentrato sulla speranza, a promuovere un dialogo sia ecumenico sia interreligioso che possa servire all’intera società come modello di armonia fraterna, riconciliazione e concordia”.
(Foto: Santa Sede)
Da Roma una Chiesa che parla al popolo del web
“E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell’esistenza e il gusto dell’interiorità, il gusto della vita spirituale.
Ed oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra; che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c’è speranza”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato i missionari digitali e gli influencer al primo giubileo svoltosi a Roma dal 28 al 29 luglio, che ha visto la partecipazione di quasi 1800 persone provenienti da 75 nazioni.
L’evento è stato aperto dal segretario di Stato, card. Pietro Parolin, con una lettura teologica e pastorale: “Cari giovani, cari comunicatori, mi pare un’esperienza molto arricchente e bella vedere voi che solitamente vi incontrate nelle reti sociali venire qui, insieme, per celebrare il Giubileo della speranza. Ciò che caratterizza l’umano è la capacità di farsi delle domande, la domanda di oggi è: come il mondo digitale, che sta trasformando rapidamente le dinamiche sociali, può comunicare la fede?”.
Lo stile cristiano della missione digitale deve partire dalla sapienza della Chiesa che “ci propone alcune strade: essere nel mondo ma non del mondo, essere nel tempo ma non essere del tempo… Più che di strategie dobbiamo parlare di una presenza intrisa di umanità, una testimonianza di vita evangelica e una disponibilità all’ascolto”.
Infine ha richiamato l’urgenza di uno sguardo personale e sacro sull’altro con una missione da compiere: “Ogni persona è un volto, non un profilo e la sua storia è sacra, non un insieme di dati… La missione digitale presuppone uno stile cristiano. Fare nuovo l’ambiente digitale è la sfida che attende tutti voi, sentitela come la vostra missione, consapevoli che ciò che viviamo non è solo un’evoluzione tecnica ma un cambiamento d’epoca, che influisce anche sulla percezione del tempo, delle relazioni”.
Mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, aveva evidenziato il legame profondo tra questo Giubileo e quello dei giovani: “Non è un caso che abbiamo scelto l’inizio del Giubileo dei giovani per dare vita al primo Giubileo degli influencer: a voi la grande responsabilità di raccontare ciò che in questi giorni avviene. Questo incontro vuole essere un impegno a coniugare i contenuti con le persone, non si può fare evangelizzazione senza gli evangelizzatori, né gli evangelizzatori possono essere tali se non sentono l’urgenza di evangelizzare e di essere evangelizzati a loro volta”.
Salutando i presenti mons. Lucio Ruiz, segretario del Dicastero della comunicazione ha offerto le giornate a Dio: “Bisogna essere coscienti che chi ci ha chiamato alla missione digitale è il Signore, fonte di tutti i doni che abbiamo…. La missione digitale è importante per la Chiesa e il fondamento della missione anche sui mezzi digitali è la testimonianza della nostra vita”.
A dare profondità spirituale alle giornate è stato il gesuita p. David McCallum, direttore esecutivo del Discerning Leadership Program, con l’intervento, dal titolo ‘Connessi alla Parola’, ha proposto una lettura spirituale della connessione digitale, riportando il focus sull’unica vera connessione che dà senso a tutte le altre: quella con il Signore.
P. Antonio Spadaro, sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha rotto ogni ansia da fenomeni del web: “Non sei un algoritmo. Sei un’anima. L’algoritmo sa tutto di te. Sa dove clicchi, quanto resti su un video, cosa ti attrae, cosa ti ferma. Ma l’algoritmo non sa chi sei, chi tu sei veramente. Non conosce la tua verità. Non sa cosa ti muove, cosa ti ferisce, cosa ti salva. Solo tu lo sai. Solo Dio lo sa. Nel back-end di ogni piattaforma ci sono dati, metriche, analytics. Ogni click è tracciabile, ogni interazione misurabile. Il sistema digitale ci vuole sempre più prevedibili, analizzabili, misurabili. Ma l’anima non si misura. L’amore non si misura. La grazia non si può calcolare…
Essere influencer oggi significa resistere alla tentazione di diventare una macchina che produce contenuti. Voi non siete una macchina. Siete vite. Siete persone. Siete presenze. Ogni volta che create, pubblicate, rispondete, non dimenticatevi che siete molto di più di quello che il feed racconta. Il vostro valore non è nel numero di like, ma nella verità che riuscite a portare”.
Durante le giornate ci sono stati vari interventi, tra cui quello di Father Sandesh Manuel, che ha cantato la sua canzone ‘Carlo Acutis pray for us’ creando un’atmosfera di festa unica; è toccato poi a Jonathan Roumie, il protagonista della serie ‘The Chosen’ ed il sacerdote influencer statunitense don Michael Schmitz, seguiti dalle testimonianze di chi ha raccontato i beati ‘influencer’: Piergiorgio Frassati, Carlo Acutis e Chiara Luce Badano.
Nel saluto di benvenuto Rosy Russo, coordinatrice del Gruppo italiano di ‘La Chiesa ti ascolta’, ha sottolineato il valore della ‘rete’: “Noi missionari digitali siamo quindi una rete nella Rete. La Rete, da luogo potenzialmente fertile di dialogo, si è spesso trasformata in un’arena dove le parole feriscono, escludono, gridano. Per questo servono persone che abitino i social con uno spirito diverso. Sono, siamo, donne e uomini, laici e suore, preti, frati, che ogni giorno scelgono di stare online con lo stile evangelico dell’ascolto, del rispetto, della cura delle parole, per costruire una esperienza concreta di comunicazione attenta, responsabile, vera. Senza urlare, senza dividere, scegliendo il silenzio prima di rispondere con rabbia, cercando le parole giuste prima di postare. Vuol dire guardare anche nel commento più aggressivo una domanda inascoltata”.
A conclusione di queste giornate abbiamo chiesto a mons. Lucio Ruiz di tracciare un resoconto: “Innanzitutto una grandissima gioia di vedere nei partecipanti un amore per Gesù e per la Chiesa pazzesco con un’interiorità molto profonda. Abbiamo dedicato tempo alla preghiera ed alla riflessione: è stato molto importante: questo mi ha colpito moltissimo. I momenti di silenzio e di confronto sono stati molto importanti: questo indica quale è la missione degli influencer ‘cattolici’, che non è semplicemente postare in internet, ma trasmettere la fede vissuta oggi”.
‘Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore… Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità’. Papa Leone XIV ha chiesto di abitare la rete: in quale modo?
“Siete voi che ci avete insegnato in quale modo si abita la rete attraverso la presenza e la testimonianza cristiana, aiutando a chi è nel bisogno. Avete uno stile importante e questo non è banale. Dobbiamo certamente imparare ad usare meglio la rete attraverso una migliore formazione; però non è un cammino che non inizia certamente da zero”.
‘La fede, in quanto relazione viva, non si lascia ridurre a un sistema di indicatori di performance. Il contenuto realmente evangelico non nasce da un calendario editoriale, ma da un’esperienza di senso che brucia dentro e non può essere taciuta. E’ il fuoco, non la visibilità, il vero criterio. Un post, un video, un gesto comunicativo diventano significativi non perché virali, ma perché abitati da una verità che interroga”. Con queste parole p. Antonio Spadaro ha fornito alcune tracce direzionali: quale cammino si prospetta?
“P. Spadaro è stato brillante con una conferenza magistrale interessante. C’è molto materiale per studiare come proseguire questo cammino da un punto di partenza diverso per ciascuno, ma che conduce sempre verso Gesù”.
Inoltre abbiamo raccolto la testimonianza di don Alberto Ravagnani, founder di ‘Fraternità’ e di ‘Laboratorium’ che ci ha spiegato quanto sono influencer i cattolici: “Sono influencer nel momento in cui riescono ad ‘influenzare’ la vita delle persone accanto a loro. Quindi essere un influencer cattolico non vuol dire essere famoso, ma essere capaci di ‘influenzare’ gli altri’ con il Vangelo. In ogni modo tutti possono essere ‘influenti’, come ha detto il card. Tagle nella celebrazione eucaristica, se lasciano un seme nel mondo”.
Il papa ha ribadito la necessità di essere rete: è possibile?
“Come Chiesa siamo chiamati ad essere una ‘rete’ di reti. La Chiesa è una comunione di molteplici individualità e può vivere nel mondo come un ‘intreccio’ di relazioni: la Chiesa è relazione. Quindi nella misura in cui le nostre relazioni riescono ad accogliere ed a coinvolgere altre persone la rete si amplia e la Chiesa compie la Parola di Dio: essere pescatori di uomini, come Gesù ha detto a Pietro. Essere rete tra persone di tutti i tempi in ogni luogo”.
Molti giovani di tutti i continenti: la Chiesa come risponde alle esigenze dei giovani?
“Oggi il mondo giovanile va ascoltato, perché i ragazzi e le ragazze sono diversi rispetto agli adulti. Hanno cervello diverso da quello degli adulti per porre domande; quindi se non c’è un ascolto profondo ed una considerazione reale di quello che vivono è difficile dare loro ciò che hanno bisogno per crescere bene e per approfondire la fede. Questo raduno di giovani a Roma non debba essere la possibilità per la Chiesa di parlare a tanti, ma soprattutto la possibilità di ascoltare fino in fondo le loro esigenze. Questa è la conversione a cui siamo chiamati: passare da una Chiesa che parla ai giovani, ad una Chiesa che li lascia parlare ”.
In conclusione la testimonianza di Nicola Camporiondo, 160.000 persone che lo seguono, giovane studente in teologia, fornisce la qualità dei partecipanti: “Parlare di fede sui social è abbastanza impegnativo. Nella rete c’è molta curiosità, perché un conto è sentire parlare di fede un sacerdote, altro conto un giovane laico. I ragazzi percepiscono la Chiesa come un linguaggio non loro. Quindi come Gesù che parlava un linguaggio accessibile a tutti, così per parlare ai giovani oggi sono necessari ‘piccoli’ linguaggi capaci di far capire l’universalità e l’importanza del messaggio evangelico”.
Quindi in quale modo parlare di fede ai giovani?
“E’ bene calare il Vangelo nella quotidianità giornaliera, che per un ragazzo non è per niente scontato. Tanti ragazzi, che mi seguono nella rete, mi ringraziano in quanto si sentono meno soli. Questo avrei voluto provare anche io, quando anni fa nella mia parrocchia ero solo in mezzo a persone di età ‘elevata’. Quindi se riesco regolarmente a far sentire meno solo un ragazzo od una ragazza che vive nella sua parrocchia è un obiettivo raggiunto”.
La preghiera nella Divina Volontà
Da quando l’uomo ha cercato Dio abbiamo tanti brani di grande comunione, ad esempio: I Salmi, i Profeti che ci danno l’insegnamento della Parola, questo nel vecchio testamento. Poi con la venuta di Gesù Cristo sulla terra abbiamo avuto una sola preghiera, il Padre Nostro che comprende ogni nostro bene, compresa la promessa certa del Regno di Dio, anche in terra.
Per farci meglio comprendere Gesù nel Vangelo ci ha detto In Matteo 6,31-33 “Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.
Sempre nel Vangelo ci dice Giovanni 15,5: ‘Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fa nulla’. Quindi senza Gesù non otteniamo nulla e non possiamo fare niente, neanche respirare!
Nel corso dei secoli sono nate tante preghiere per chiedere ora questo, ora quello. Mi vengono in mente le Orazioni di Santa Brigida, La Corona della Lacrime di Maria, il Santo Rosario, la Coroncina della Divina Misericordia, tutte molto belle e con tanti frutti, ma abbiamo un po’ dimenticato a chiedere l’Avvento del Regno di Dio, foriero di tutti i beni.
Ora con queste nuove rivelazioni d’amore di Gesù dei volumi del ‘Libro di Cielo’ abbiamo capito che solo fusi in Gesù e Maria possiamo vivere pienamente e ottenere tutto, chiedendo con forza L’Avvento del Regno di Dio per mettere ordine in un mondo di caos, guerre, disastri ambientali.
In una delle bellissime giaculatorie, del Libro ‘La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà’ si chiede: ‘Mamma santa vieni nell’anima mia, e fammi il miracolo di farmi possedere dalla Divina Volontà’.
Per entrare nella Divina Volontà occorre l’atto di fusione: ‘Gesù, fònditi in me e mi fondo in te, Gesù facciamo tutto insieme…’; “Perciò voglio tutto te stesso quest’oggi, sempre insieme con me nella preghiera, nel lavoro, nei piaceri e nei dispiaceri, nel cibo, nei passi, nel sonno, in tutto; e sono certa che non potendo nulla da me ottenere con te otterrò tutto” (Libro di Cielo – Volume 11 cap. 2). Ma che meraviglia essere sempre uniti come eravamo in principio quando fummo creati e avevamo la pienezza della Vita.
Nel Catechismo della Chiesa Cattolica Capitolo primo, ai numeri 374-376 si legge di come l’uomo era completamente nella grazia di Dio, in una grande intimità con il Signore, tanto da essere esente dalla morte e dal dolore…
Per recuperare completamente questa intimità dobbiamo, come prima cosa leggere e conoscere; dice Gesù: “Figlia mia, i mezzi principali per far regnare sulla terra il mio Fiat Divino sono le conoscenze di Esso. Le conoscenze formeranno le vie, disporranno la terra per essere Regno suo, formeranno le città, faranno da telegrafi, da telefono, da poste, da trombettieri, per comunicare tra città e città, tra creature e creature, tra nazioni e nazioni, le notizie, le conoscenze importanti sulla mia Divina Volontà; e le conoscenze di Essa getteranno nei cuori la speranza, il desiderio di ricevere un tanto bene.
Da qui non si può sfuggire: un bene non si può volere né ricevere se non si conosce e, se si riceve senza conoscerlo, è come se non si ricevesse”. (Libro di Cielo – Volume 26, 7 agosto 1929).Quindi tutto molto chiaro leggiamo e meditiamo: “Le 24 Ore della Passione di nostro Signore Gesù Cristo”, “La Vergine Maria nel Regno della Divina Volontà” e i trentasei volumi del “Libro di Cielo”, tutti vergati da Luisa Piccarreta che ha messo nero su bianco le volontà di Gesù e della nostra Mamma Celeste. E chiamiamo in noi, in ogni atto, Gesù e Maria per fare tutto insieme e vivere con una sola volontà.
Ma facciamo parlare Gesù: “Figli miei, figli miei, dove siete? Perché non venite al Padre vostro? Perché andate lontani da Me, raminghi, poveri, pieni di tutte le miserie? I vostri mali sono ferite al mio Cuore; sono già stanco di aspettarvi, e giacché non venite, non potendo più contenere il mio amore che Mi brucia, vengo Io a cercarvi e vi porto il gran dono della mia Volontà.
Deh, vi prego, vi supplico, vi scongiuro ascoltatemi, movetemi a compassione delle mie lacrime, dei miei sospiri ardenti. (APPELLO DEL RE DIVINO NEL REGNO DELLA SUA VOLONTA’, Volume 1, Libro di Cielo, Gamba edizione). Dopo queste toccanti parole del Re Divino impegniamoci seriamente per affrettare il Regno di Dio sulla terra, e tornare nell’intimità divina che avevano agli inizi della creazione come Adamo ed Eva.
(Tratto da Adveniat Regnum Tuum)
Card. Repole: la preghiera è respiro per la vita
“La preghiera con cui Gesù si è rivolto personalmente a Dio ci ha permesso di scoprire chi siamo, quale sia la nostra identità più vera e profonda. Io non sono il frutto del caso. Sono una creatura di Dio, sono voluto e fato da Lui, sono costantemente mantenuto in vita da Lui. Una preghiera antica, pensando a tutti gli esseri viventi ed in particolare all’uomo, si rivolge a Dio con delle parole toccanti: ‘Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra’. E’ un modo poetico per dire che non siamo solo stati creati in un momento del passato, ma che in ogni istante, anche adesso, sono l’alito e il respiro di Dio che ci permettono di essere vivi e di respirare”.
Con queste parole è iniziato il dialogo dell’arcivescovo di Torino, card. Roberto Repole con i giovani sull’approfondimento della Parola di Dio, in quanto Egli ha creato l’uomo nella prospettiva di Gesù: “E tuttavia io sono, tra tutti gli esseri viventi, una creatura davvero speciale. Dio mi ha creato pensando a Gesù, in attesa di Lui, ad immagine Sua. Ascoltando la sua preghiera, sentendo che Lui si rivolge a Dio chiamandolo Padre, percependo che Egli ha un rapporto intorno con Lui ed è totalmente abbandonato nelle sue mani, scopriamo allora che anche noi uomini siamo, in Lui e attraverso di Lui, figli di Dio.
Anche noi abbiamo accesso ad un rapporto intimo con Dio; anche noi siamo tanto più noi stessi quanto più ci sentiamo sostenuti ed abbracciati da Dio Padre e siamo abbandonati a Lui; anche noi ci sentiamo tanto più realizzati quanto più attraversiamo la vita sapendoci accompagnati da Gesù e fidandoci, con Lui e come Lui, di Dio che è nostro Padre”.
La paternità di Dio si manifesta nella preghiera: “Attraverso di esse, infatti, ci rivolgiamo a Dio non come ad un Essere superiore, ad una entità astratta. Ci rivolgiamo a Lui chiamandolo e riconoscendolo come Padre e Padre nostro. Pregando così, diciamo di percepirci, con Gesù e per mezzo di Lui, figli di Dio , di ricevere costantemente la sua vita di Padre e di avere con Lui un rapporto personale.
Pregando così, diciamo di percepirci come unici, ma non soli: Dio è il Padre nostro, e dunque tra di noi siamo fratelli, tra noi circola la stessa vita di Dio. Io posso contare su di te e tu puoi contare su di me, io mi sento responsabile di te e so di essere custodito e amato da te”.
Gesù insegna una preghiera diversa: “E’ molto istruttivo il fatto che Gesù dica di non pregare come fanno gli ipocriti, che pregano con l’intenzione di farsi vedere, ed inviti a non sprecare le parole come fanno i pagani. Come a dire che con le parole del ‘Padre nostro’ ci viene consegnato il modo proprio di pregare dei cristiani, il prototipo ed il significato di ogni loro preghiera”.
Perciò è stato un invito ad ‘impararle’ per capire il senso: “Certo, noi dobbiamo imparare queste parole a memoria e siamo chiamati a recitarle almeno alcune volte al giorno, specie al mattino quando ci svegliamo e alla sera prima di addormentarci. Ma ascoltando e recitando proprio queste parole impariamo poco per volta quale sia il senso della preghiera, quale significato abbia per noi esseri umani la preghiera, che cosa vi si esprime, come si debba pregare”.
Con la preghiera del ‘Padre Nostro’ Gesù sconfigge la nostra solitudine: “Nel consegnarci questa preghiera Gesù ci permette di prendere in mano quello che è, probabilmente, il nostro amore più grande e il nostro desiderio più intenso. Posso temere di essere solo, di essere abbandonato in balia di me stesso, di avere in mano la vita senza sapere che cosa farne. Ed, all’inverso, ciò che più desidero è entrare in relazione con qualcuno, essere visto, rompere la solitudine e l’isolamento. Le parole che Gesù ci consegna ci permettono di entrare in un dialogo con il Padre”.
Quindi la preghiera non invita all’isolamento: “Nella preghiera scopro che Dio mi parla, che parla proprio a me, che mi dice che Lui non mi dimentica, mi ha in mente, mi accompagna, che Lui mi ha a cuore, che è Lui che rompe il mio isolamento. La preghiera è un dialogo all’interno di una relazione che nasce prima di tutto dall’ascolto di un Dio che desidera parlarmi, stare con me.
All’interno di questa relazione anche io posso affidare a Dio ciò che vivo, ciò che più mi sta a cuore. Entro in relazione con Dio che si prende a cuore la mia vita, a cui posso affidare la mia esistenza. La preghiera è fondamentalmente un dialogo in cui Dio mi parla e mi ascolta”.
Inoltre nella preghiera si chiede la venuta del Regno di Dio: “Riconosciamo con queste parole che non è poi così vero che per essere veramente realizzato, come donne e come uomini, dobbiamo fare sempre quello che vogliamo e, soprattutto, dobbiamo avere sempre tutto sotto il nostro controllo. Quando viviamo con questo atteggiamento in realtà siamo spesso in preda all’ansia, ci troviamo a spendere mille energie per trovare un attimo di pace, rischiamo di sentirci frustrati e persino falliti quando le cose non vanno come le abbiamo programmate.
In ogni caso, siamo sempre in balia degli eventi perché, per quanto controlliamo e decidiamo, molto di quello che accade non dipende da noi ed è fuori dal nostro controllo. Le parole della preghiera ci dicono che il segreto della nostra umanità è altrove: sta nel percepire che la storia è nelle mani di Dio, che non è poi così decisivo il fato che controlliamo tutto, che ciò che conta davvero è la sua volontà, che è una volontà di bene e di vita per tutti e per ognuno”.
In questo consiste la bellezza della preghiera: “Il segreto della vita è dire: io mi affido a te o Padre; so che, qualunque cosa accada, tu vuoi il mio bene e desideri la mia gioia; percepisco che voglio
davvero il mio bene quando cerco e desidero quello che cerchi e desideri tu. Diciamo anche non abbandonarci alla tentazione, ammettendo che siamo fragili ma che possiamo contare sulla presenza e la vicinanza di Dio. Non siamo perfetti, possiamo inciampare e cadere, possiamo talvolta
sbagliare il bersaglio e cercare la vita là dove invece incontriamo solo la morte. Ma abbiamo la possibilità di riconoscerlo senza timori; e soprattutto possiamo vedere che anche quando ci distacchiamo da Dio, Lui non si distacca da noi, ci è vicino, ci accompagna: se cadiamo, ci rialza; se ci allontaniamo, continua a tenderci la mano”.
In questo senso la preghiera illumina la vita: “Se Gesù ci consegna la preghiera del «Padre nostro» e se è necessario ogni tanto trovare degli spazi di isolamento, di solitudine e di silenzio per entrare in relazione con Dio, per dare respiro all’anima e ritrovare il segreto del nostro essere donne e uomini, non è perché il resto della vita sia meno importante o sia privo di interesse.
Al contrario, il momento della solitudine e della preghiera serve ad illuminare ogni altro attimo
della nostra vita. Preghiamo per trovare il senso profondo di tutto il tempo in cui non preghiamo, per vivere in pienezza ogni istante della nostra esistenza e ogni attività in cui siamo immersi ed impegnati. Ci potremmo anche esprimere in questo modo: di tanto in tanto, nella nostra settimana e nelle nostre giornate, ci ritiriamo in preghiera perché tuta la nostra vita sia animata dallo Spirito di Gesù che ci permette di pregare”.
In questo modo la preghiera si fonde con la vita: “Preghiamo perché tutta la nostra vita, in tutte le sue fibre e in tutti i suoi attimi, sia in definitiva la preghiera più bella rivolta a Dio. Possiamo infatti essere intelligenti o meno, capaci o meno capaci, più leader o più gregari, di successo o no… ma ciò che davvero conta di noi è quanto la nostra vita è vissuta in intimità con Dio e con i fratelli. Se c’è questo, c’è tutto. Quando c’è questo, sperimentiamo tuta la felicità di cui disponiamo in questo nostro mondo”.
(Foto: diocesi di Torino)





























