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Papa Leone XIV: dalla morte nasce la vita nuova

“Oggi rinnoviamo la bella consuetudine, in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti, di celebrare l’Eucaristia in suffragio dei Cardinali e dei Vescovi che ci hanno lasciato durante l’anno appena trascorso, e con grande affetto la offriamo per l’anima eletta di papa Francesco, che è deceduto dopo aver aperto la Porta Santa ed impartito a Roma ed al mondo la Benedizione pasquale. Grazie al Giubileo tale celebrazione (per me la prima) acquista un sapore caratteristico: il sapore della speranza cristiana”: questa mattina papa Leone XIV ha presieduto la celebrazione eucaristica in suffragio dei cardinali (8) e dei vescovi ed arcivescovi (134) defunti nel corso dell’anno, anche per papa Francesco, scomparso lo scorso 21 aprile.

Nell’omelia papa Leone XIV ha commentato l’episodio evangelico dei discepoli di Emmaus: “La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci illumina. Anzitutto lo fa con una grande icona biblica che, potremmo dire, riassume il senso di tutto questo Anno Santo: il racconto lucano dei discepoli di Emmaus. In esso si trova plasticamente rappresentato il pellegrinaggio della speranza, che passa attraverso l’incontro con Cristo risorto”.

Nell’omelia il papa ha raccontato il dolore e lo scandalo davanti alla morte di ‘un fragile’: “Il punto di partenza è l’esperienza della morte, e nella sua forma peggiore: la morte violenta che uccide l’innocente e così lascia sfiduciati, scoraggiati, disperati. Quante persone (quanti ‘piccoli’!) anche ai nostri giorni subiscono il trauma di questa morte spaventosa perché sfigurata dal peccato. Per questa morte non possiamo e non dobbiamo dire ‘laudato sì’, perché Dio Padre non la vuole, ed ha mandato il proprio Figlio nel mondo per liberarcene.

E’ scritto: il Cristo doveva patire queste sofferenze per entrare nella sua gloria e donarci la vita eterna. Lui solo può portare su di sé e dentro di sé questa morte corrotta senza esserne corrotto. Lui solo ha parole di vita eterna (trepidanti lo confessiamo qui vicino al Sepolcro di San Pietro) e queste parole hanno il potere di far ardere nuovamente la fede e la speranza nei nostri cuori”.

E la morte cede la strada alla speranza: “Quando Gesù prende il pane tra le sue mani che erano state inchiodate alla croce, pronuncia la benedizione, lo spezza e lo offre, gli occhi dei discepoli si aprono, nei loro cuori sboccia la fede e, con la fede, una speranza nuova. Sì! Non è più la speranza che avevano prima e che avevano perduto. E’ una realtà nuova, un dono, una grazia del Risorto: è la speranza pasquale”.

Da questo momento nasce una vita nuova: “Come la vita di Gesù risorto non è più quella di prima, ma è assolutamente nuova, creata dal Padre con la potenza dello Spirito, così la speranza del cristiano non è la speranza umana, non è né quella dei greci né quella dei giudei, non si basa sulla sapienza dei filosofi né sulla giustizia che deriva dalla legge, ma solo e totalmente sul fatto che il Crocifisso è risorto ed è apparso a Simone, alle donne e agli altri discepoli. E’ una speranza che non guarda all’orizzonte terreno, ma oltre, guarda a Dio, a quell’altezza e profondità da dove è sorto il Sole venuto a rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte”.

Ecco, quindi, il motivo per cui si può cantare l’ultima strofa del Cantico delle Creature (‘Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale’): “L’amore di Cristo crocifisso e risorto ha trasfigurato la morte: da nemica l’ha fatta sorella, l’ha ammansita… Siamo addolorati, certo, quando una persona cara ci lascia. Siamo scandalizzati quando un essere umano, specialmente un bambino, un ‘piccolo’, un fragile viene strappato via da una malattia o, peggio, dalla violenza degli uomini”.

La speranza cristiana trasforma il corpo: “Come cristiani siamo chiamati a portare con Cristo il peso di queste croci. Ma non siamo tristi come chi è senza speranza, perché anche la morte più tragica non può impedire al nostro Signore di accogliere tra le sue braccia la nostra anima e di trasformare il nostro corpo mortale, anche il più sfigurato, ad immagine del suo corpo glorioso”.

Questo è il significato di cimitero: “Per questo, i luoghi di sepoltura, i cristiani non li chiamano ‘necropoli’, cioè ‘città dei morti’, ma ‘cimiteri’, che significa letteralmente ‘dormitori’, luoghi dove si riposa, in attesa della risurrezione…

Carissimi, l’amato Papa Francesco e i fratelli Cardinali e Vescovi per i quali oggi offriamo il Sacrificio eucaristico, questa speranza nuova, pasquale, l’hanno vissuta, testimoniata e insegnata. Il Signore li ha chiamati e li ha costituiti quali pastori nella sua Chiesa, e col loro ministero essi (per usare il linguaggio del Libro di Daniele) hanno ‘indotto molti alla giustizia’, cioè li hanno guidati sulla via del Vangelo con la saggezza che viene da Cristo, il quale è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione”.

E sempre oggi con un chirografo il papa ha stabilito che san John Henry Newman sia il Santo Patrono della Pontificia Università Urbaniana: “Considerata la richiesta del Venerato Fratello, il Signor Cardinale Luis Antonio Gokim Tagle nella sua qualità di Gran Cancelliere della Pontificia Università Urbaniana, che ha fatto sua la proposta del Delegato Pontificio Rettore Magnifico del medesimo Ateneo, dispongo che San John Henry Newman, Cardinale di Santa Romana Chiesa e Dottore della Chiesa, nato il 21 febbraio 1801 a Londra, morto l’11 agosto 1890 a Edgbaston, canonizzato il 13 ottobre 2019 in Piazza San Pietro, sia proclamato Patrono della Pontificia Università Urbaniana, affinché interceda per tale Istituzione accademica e sia, per quanti in essa si formano al servizio missionario della Chiesa, modello luminoso di fede e di ricerca sincera della verità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la carità vince la morte

“Nel giorno della morte essi ci hanno lasciato, ma li portiamo sempre con noi nella memoria del cuore. E ogni giorno, in tutto ciò che viviamo, questa memoria è viva. Spesso c’è qualcosa che ci rimanda a loro, immagini che ci riportano a quanto abbiamo vissuto con loro. Tanti luoghi, perfino i profumi delle nostre case ci parlano di coloro che abbiamo amato e non sono più tra noi, e tengono acceso il loro ricordo”: al Cimitero Monumentale di Roma nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha celebrato la Messa per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti alla presenza di circa 2.000 fedeli, deponendo un mazzo di rose bianche su una tomba.

Per il papa questo giorno non è soltanto un ricordo, ma una speranza rivolta alla vita ‘futura’: “Oggi, però, non siamo qui soltanto per commemorare quanti sono passati da questo mondo. La fede cristiana, fondata sulla Pasqua di Cristo, ci aiuta infatti a vivere la memoria, oltre che come un ricordo passato, anche e soprattutto come una speranza futura. Non è tanto un volgersi indietro, ma piuttosto un guardare avanti, verso la mèta del nostro cammino, verso il porto sicuro che Dio ci ha promesso, verso la festa senza fine che ci attende”.

Tale speranza si fonda sulla Resurrezione: Questa ‘speranza futura’ anima il nostro ricordo e la nostra preghiera in questo giorno. Non è un’illusione che serve a placare il dolore per la separazione dalle persone amate, né un semplice ottimismo umano. E’ la speranza fondata sulla risurrezione di Gesù, che ha sconfitto la morte e ha aperto anche per noi il passaggio verso la pienezza della vita”.

Per questo la Chiesa propone la lettura del passo evangelico di san Matteo: “E questo approdo finale, il banchetto attorno a cui il Signore ci radunerà, sarà un incontro d’amore. Per amore Dio ci ha creati, nell’amore del Figlio suo ci salva dalla morte, nella gioia dell’amore con Lui e con i nostri cari vuole farci vivere per sempre. Proprio per questo, noi camminiamo verso la méta e la anticipiamo, in un legame invincibile con coloro che ci hanno preceduto, solo quando viviamo nell’amore e pratichiamo l’amore gli uni verso gli altri, in particolare verso i più fragili e i più poveri”.

Infatti solo la carità è capace di sconfiggere la morte: “La carità vince la morte. Nella carità Dio ci radunerà insieme ai nostri cari. E, se camminiamo nella carità, la nostra vita diventa una preghiera che si eleva e ci unisce ai defunti, ci avvicina a loro, nell’attesa di incontrarli nuovamente nella gioia dell’eternità”.

E’ stato un invito ad affidarsi alla speranza che non ‘delude’: “Cari fratelli e sorelle, mentre il dolore dell’assenza di chi non è più tra di noi rimane impresso nel nostro cuore, affidiamoci alla speranza che non delude; guardiamo al Cristo Risorto e pensiamo ai nostri cari defunti come avvolti dalla sua luce; lasciamo risuonare in noi la promessa di vita eterna che il Signore ci rivolge. Egli eliminerà la morte per sempre. Egli l’ha sconfitta per sempre aprendo un passaggio di vita eterna (cioè facendo Pasqua) nel tunnel della morte, perché, uniti a Lui, anche poi possiamo entrarvi e attraversarlo”.

Questa è la gioia: “Egli ci attende e, quando lo incontreremo, al termine di questa vita terrena, gioiremo con Lui e con i nostri cari che ci hanno preceduto. Questa promessa ci sostenga, asciughi le nostre lacrime, volga il nostro sguardo in avanti, verso quella speranza futura che non viene meno”.

Pensiero ribadito a conclusione della recita dell’Angelus: “Quella di oggi, dunque, è una giornata che sfida la memoria umana, così preziosa e così fragile. Senza memoria di Gesù (della sua vita, morte e risurrezione) l’immenso tesoro di ogni vita è esposto alla dimenticanza. Nella memoria viva di Gesù, invece, persino chi nessuno ricorda, anche chi la storia sembra avere cancellato, appare nella sua infinita dignità… Ecco l’annuncio pasquale. Per questo i cristiani ricordano da sempre i defunti in ogni Eucaristia, e fino ad oggi chiedono che i loro cari siano menzionati nella preghiera eucaristica. Da quell’annuncio sorge la speranza che nessuno andrà perduto”.

In questo contesto si apre il futuro: “La visita al cimitero, in cui il silenzio interrompe la frenesia del fare, sia dunque per tutti noi un invito alla memoria e all’attesa. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà», diciamo nel Credo. Commemoriamo, dunque, il futuro. Non siamo chiusi nel passato, nelle lacrime della nostalgia. Nemmeno siamo sigillati nel presente, come in un sepolcro. La voce familiare di Gesù ci raggiunga, e raggiunga tutti, perché è la sola che viene dal futuro. Ci chiama per nome, ci prepara un posto, ci libera dal senso di impotenza con cui rischiamo di rinunciare alla vita. Maria, donna del sabato santo, ci insegni ancora a sperare”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV spiega l’importanza del Sabato Santo

“… anche oggi ci soffermiamo sul mistero del Sabato Santo. E’il giorno del Mistero pasquale in cui tutto sembra immobile e silenzioso, mentre in realtà si compie un’invisibile azione di salvezza: Cristo scende nel regno degli inferi per portare l’annuncio della Risurrezione a tutti coloro che erano nelle tenebre e nell’ombra della morte”: nell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha continuato il ciclo di catechesi che si svolge lungo l’intero Anno Giubilare, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, incentrando la meditazione sulla ‘Pasqua di Gesù’.

Infatti l’evento pasquale è l’epilogo dell’amore di Dio per l’umanità: “Questo evento, che la liturgia e la tradizione ci hanno consegnato, rappresenta il gesto più profondo e radicale dell’amore di Dio per l’umanità. Infatti, non basta dire né credere che Gesù è morto per noi: occorre riconoscere che la fedeltà del suo amore ha voluto cercarci là dove noi stessi ci eravamo perduti, là dove si può spingere solo la forza di una luce capace di attraversare il dominio delle tenebre”.

Questo amore è tanto immenso che Gesù scende agli ‘inferi’: “Gli inferi, nella concezione biblica, sono non tanto un luogo, quanto una condizione esistenziale: quella condizione in cui la vita è depotenziata e regnano il dolore, la solitudine, la colpa e la separazione da Dio e dagli altri. Cristo ci raggiunge anche in questo abisso, varcando le porte di questo regno di tenebra. Entra, per così dire, nella casa stessa della morte, per svuotarla, per liberarne gli abitanti, prendendoli per mano ad uno ad uno. E’ l’umiltà di un Dio che non si ferma davanti al nostro peccato, che non si spaventa di fronte all’estremo rifiuto dell’essere umano”.

Riprendendo la lettera di san Pietro il papa ha evidenziato che la morte ‘non è l’ultima parola’: “L’apostolo Pietro, nel breve passo della sua prima Lettera che abbiamo ascoltato, ci dice che Gesù, reso vivo nello Spirito Santo, andò a portare l’annuncio di salvezza ‘anche alle anime prigioniere’. E’ una delle immagini più commoventi, che si trova sviluppata non nei Vangeli canonici, ma in un testo apocrifo chiamato Vangelo di Nicodemo. Secondo questa tradizione, il Figlio di Dio si è addentrato nelle tenebre più fitte per raggiungere anche l’ultimo dei suoi fratelli e sorelle, per portare anche laggiù la sua luce. In questo gesto ci sono tutta la forza e la tenerezza dell’annuncio pasquale: la morte non è mai l’ultima parola”.

Quindi dall’inferno si può risorgere: “Carissimi, questa discesa di Cristo non riguarda solo il passato, ma tocca la vita di ciascuno di noi. Gli inferi non sono solo la condizione di chi è morto, ma anche di chi vive la morte a causa del male e del peccato. E’ anche l’inferno quotidiano della solitudine, della vergogna, dell’abbandono, della fatica di vivere. Cristo entra in tutte queste realtà oscure per testimoniarci l’amore del Padre. Non per giudicare, ma per liberare. Non per colpevolizzare, ma per salvare. Lo fa senza clamore, in punta di piedi, come chi entra in una stanza d’ospedale per offrire conforto e aiuto”.

La  resurrezione è stata descritta magnificamente dai Padri della Chiesa: “I Padri della Chiesa, in pagine di straordinaria bellezza, hanno descritto questo momento come un incontro: quello tra Cristo e Adamo. Un incontro che è simbolo di tutti gli incontri possibili tra Dio e l’uomo. Il Signore scende là dove l’uomo si è nascosto per paura, e lo chiama per nome, lo prende per mano, lo rialza, lo riporta alla luce. Lo fa con piena autorità, ma anche con infinita dolcezza, come un padre con il figlio che teme di non essere più amato”.

Anche le icone orientali sono potenti: “Nelle icone orientali della Risurrezione, Cristo è raffigurato mentre sfonda le porte degli inferi e, tendendo le sue braccia, afferra i polsi di Adamo ed Eva. Non salva solo sé stesso, non torna alla vita da solo, ma trascina con sé tutta l’umanità. Questa è la vera gloria del Risorto: è potenza d’amore, è solidarietà di un Dio che non vuole salvarsi senza di noi, ma solo con noi. Un Dio che non risorge se non abbracciando le nostre miserie e rialzandoci in vista di una vita nuova”.

Questa è l’importanza del Sabato Santo: “Il Sabato Santo è, allora, il giorno in cui il cielo visita la terra più in profondità. E’ il tempo in cui ogni angolo della storia umana viene toccato dalla luce della Pasqua. E se Cristo ha potuto scendere fino a lì, nulla può essere escluso dalla sua redenzione. Nemmeno le nostre notti, nemmeno le nostre colpe più antiche, nemmeno i nostri legami spezzati. Non c’è passato così rovinato, non c’è storia così compromessa che non possa essere toccata dalla misericordia”.

In questo consiste la ‘vitttoria’di Dio: “Cari fratelli e sorelle, scendere, per Dio, non è una sconfitta, ma il compimento del suo amore. Non è un fallimento, ma la via attraverso cui Egli mostra che nessun luogo è troppo lontano, nessun cuore troppo chiuso, nessuna tomba troppo sigillata per il suo amore. Questo ci consola, questo ci sostiene.

E se a volte ci sembra di toccare il fondo, ricordiamo: quello è il luogo da cui Dio è capace di cominciare una nuova creazione. Una creazione fatta di persone rialzate, di cuori perdonati, di lacrime asciugate. Il Sabato Santo è l’abbraccio silenzioso con cui Cristo presenta tutta la creazione al Padre per ricollocarla nel suo disegno di salvezza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la resurrezione è fonte di speranza davanti alla morte

Stamattina ho ricevuto la triste notizia di un tuo compagno che viaggia con te in pellegrinaggio, il tuo compagno pellegrino, tua sorella che è morta inaspettatamente ieri sera credo. E, naturalmente, la tristezza che la morte porta a tutti noi è qualcosa di molto umano e molto comprensibile, soprattutto essendo così lontani da casa e in un’occasione come questa quando ci riuniamo davvero per celebrare la nostra fede con gioia. E poi all’improvviso, ci viene ricordato in modo molto potente, che la nostra vita non è superficiale, né abbiamo il controllo sulla nostra vita, né sappiamo come dice Gesù stesso, né il giorno né l’ora in cui per qualche ragione la nostra vita terrena finisce.

Ma mentre impariamo anche nel Vangelo, ciò che Marta e Maria scoprirono quando il loro fratello Lazzaro era morto, e quando Gesù non era con loro all’inizio, ma poi venne diversi giorni dopo la sua morte, e la loro comprensione era che Gesù è la vita e la risurrezione”: con queste parole papa Leone XIV ha incontrato i pellegrini compagni di viaggio della giovane egiziana Pascale Rafic, morta la notte scorsa mentre partecipava al Giubileo dei Giovani.

Disposti in cerchio i giovani hanno ascoltato il papa che ha accanto mons. Jean-Marie Chami, titolare di Tarso e ausiliare della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Greco-Melkiti per l’Egitto, il Sudan e il Sud Sudan, che guida il loro pellegrinaggio, il significato della fede: “E così in un certo modo, mentre celebriamo questo anno giubilare di speranza, ci viene ricordato in modo molto potente quanto la nostra fede in Gesù Cristo abbia bisogno di essere parte di ciò che siamo, di come viviamo, di come ci rendiamo conto l’un l’altro, e specialmente di come continuiamo ad andare avanti nonostante tali esperienze così dolorose.

Sant’Agostino ci dice che quando qualcuno muore, naturalmente, è molto umano e molto naturale piangere, sentire quel dolore, sentire la perdita di qualcuno che ci è caro, eppure dice anche, non piangete come fanno i pagani, perché anche noi abbiamo visto Gesù Cristo morire sulla croce e risorgere dai morti”.

Per questo sant’Agostino invita ad avere speranza nella resurrezione: “Ed è la nostra speranza nella risurrezione, che è la fonte ultima della nostra speranza, e parliamo di un Anno Giubilare della Speranza, la nostra speranza è in Gesù Cristo che è risorto. E chiama tutti noi a rinnovare la nostra fede, chiama tutti noi ad essere amici, fratelli e sorelle gli uni degli altri, a sostenerci gli uni gli altri, e dice che anche voi dovete essere testimoni di quel messaggio evangelico. E per tutti voi ha toccato la vostra vita in modo molto personale e diretto oggi”.

Però la preghiera può essere un modo per rafforzare la fede: “Così, abbiamo pensato almeno, in mezzo a questo dolore, che tutti voi sperimentate per la perdita della vostra amica, che almeno per avere questa opportunità di riunirci per pregare, rinnovare la nostra fede, e di chiedere a Dio sia il riposo eterno di nostra sorella ma anche per il rafforzamento e la consolazione, il rafforzamento della nostra fede e di essere rinnovati nella speranza e come Chiesa, come fratelli e sorelle, ci siamo quindi riuniti per questo motivo”.

Ed ecco la preghiera conclusiva come richiesta per la presenza del Signore: “Perciò chiediamo al Signore di essere con noi, di essere con tutti voi, mentre vivete questi giorni del pellegrinaggio dell’Anno Giubilare della Speranza e che sarete tutti protetti anche con l’amore di Dio e la grazia di Dio. Il Signore sia con voi. Possa la benedizione di Dio onnipotente venire su tutti voi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Che Dio sia con voi e donate la pace ai vostri cuori”.

In precedenza aveva incontrato gli artisti che animeranno la serata di questa sera a Tor Vergata: “Ho voluto avere questo piccolo incontro, diciamo famigliare, con voi proprio questa mattina, sapendo della bellezza, dell’arte, della musica, di tutti i vostri talenti che offrite a questo grande pubblico che abbiamo a Roma in questi giorni. Più di mezzo milione, dicono, forse un milione di giovani che sono venuti da tanti Paesi del mondo”.

Tale incontro con i giovani è stato definito dal papa un privilegio: “Per me è un privilegio, è una benedizione poter partecipare in questa missione, in questo servizio, come Vescovo di Roma, come Santo Padre, conoscendo soprattutto la fede, l’entusiasmo e la gioia che condividiamo e che dà voce a quello che abbiamo nel nostro cuore, e che è soprattutto il desiderio di trovare la felicità, la gioia, l’amore; di sperimentare la fede anche con i doni che il Signore ci ha dato: la musica, il ballo e tante forme artistiche che voi condividerete questo pomeriggio con i giovani.

E’ veramente un dono per noi tutti e per tutta la Chiesa, e vi ringrazio sinceramente. Grazie a voi per questo momento e chiedo a Dio che vi benedica e vi aiuti ad accompagnare questi giovani che hanno anche tanto bisogno di trovare la vera gioia, la vera felicità che troviamo tutti in Gesù Cristo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad affrontare la malattia nell’attenzione di Gesù

“Domenica scorsa è stato compiuto un vile attentato terroristico contro la comunità greco-ortodossa nella chiesa di Mar Elias a Damasco. Affidiamo le vittime alla misericordia di Dio ed eleviamo le nostre preghiere per i feriti e i familiari. Ai cristiani del Medio Oriente dico: vi sono vicino! Tutta la Chiesa vi è vicina! Questo tragico avvenimento richiama la profonda fragilità che ancora segna la Siria, dopo anni di conflitti e di instabilità. E’ quindi fondamentale che la comunità internazionale non distolga lo sguardo da questo Paese, ma continui a offrirgli sostegno attraverso gesti di solidarietà e con un rinnovato impegno per la pace e la riconciliazione”.

Al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, dopo l’attentato in una chiesa a Damasco, attraverso un appello alla pace per questa regione del mondo con le parole del profeta Isaia: “Continuiamo a seguire con attenzione e con speranza gli sviluppi della situazione in Iran, Israele e Palestina.

Le parole del profeta Isaia risuonano più che mai urgenti: ‘Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra’. Si ascolti questa voce, che viene dall’Altissimo! Si curino le lacerazioni provocate dalle sanguinose azioni degli ultimi giorni. Si respinga ogni logica di prepotenza e di vendetta e si scelga con determinazione la via del dialogo, della diplomazia e della pace”.

Mentre la catechesi dell’udienza generale è stata incentrata sulle guarigioni operate da Gesù: “Anche oggi meditiamo sulle guarigioni di Gesù come segno di speranza. In Lui c’è una forza che anche noi possiamo sperimentare quando entriamo in relazione con la sua Persona.

Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare. E allora ci spegniamo, ci addormentiamo, nell’illusione che al risveglio le cose saranno diverse. Ma la realtà va affrontata, e insieme con Gesù possiamo farlo bene. A volte poi ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri”.

Quindi papa Leone XIV ha meditato su due episodi presi dal vangelo di Marco: “Tra queste due figure femminili, l’Evangelista colloca il personaggio del padre della ragazza: egli non rimane in casa a lamentarsi per la malattia della figlia, ma esce e chiede aiuto. Benché sia il capo della sinagoga, non avanza pretese in ragione della sua posizione sociale. Quando c’è da attendere non perde la pazienza e aspetta. E quando vengono a dirgli che sua figlia è morta ed è inutile disturbare il Maestro, lui continua ad avere fede e a sperare”.

Insomma due storie di sofferenza che si intrecciano: “Il colloquio di questo padre con Gesù è interrotto dalla donna emorroissa, che riesce ad avvicinarsi a Gesù e a toccare il suo mantello. Questa donna con grande coraggio ha preso la decisione che cambia la sua vita: tutti continuavano a dirle di rimanere a distanza, di non farsi vedere. L’avevano condannata a rimanere nascosta e isolata. A volte anche noi possiamo essere vittime del giudizio degli altri, che pretendono di metterci addosso un abito che non è il nostro. E allora stiamo male e non riusciamo a venirne fuori”.

Pur relegata riesce a trovare il coraggio di ‘uscire allo scoperto’: “Quella donna imbocca la via della salvezza quando germoglia in lei la fede che Gesù può guarirla: allora trova la forza di uscire e di andare a cercarlo. Vuole arrivare a toccare almeno la sua veste. Intorno a Gesù c’era tanta folla, e dunque tante persone lo toccavano, eppure a loro non succede niente. Quando invece questa donna tocca Gesù, viene guarita. Dove sta la differenza?”

Ricorrendo a sant’Agostino il papa ha messo in evidenza la fede che dà coraggio: “Commentando questo punto del testo, sant’Agostino dice (a nome di Gesù): ‘La folla mi si accalca intorno, ma la fede mi tocca’. E’ così: ogni volta che facciamo un atto di fede indirizzato a Gesù, si stabilisce un contatto con Lui e immediatamente esce da Lui la sua grazia. A volte noi non ce ne accorgiamo, ma in modo segreto e reale la grazia ci raggiunge e da dentro pian piano trasforma la vita”.

Ciò accade anche oggi con l’invito a superare la paura: “Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove! Questa donna, silenziosa e anonima, vince le sue paure, toccando il cuore di Gesù con le sue mani considerate impure a causa della malattia. Ed ecco che subito si sente guarita”.

Ugualmente succede al padre, a cui è morta la figlia: “Nel frattempo, portano a quel padre la notizia che sua figlia è morta. Gesù gli dice: ‘Non temere, soltanto abbi fede!’. Poi va a casa sua e, vedendo che tutti piangono e gridano, dice: ‘La bambina non è morta, ma dorme’… Quel gesto di Gesù ci mostra che Lui non solo guarisce da ogni malattia, ma risveglia anche dalla morte. Per Dio, che è Vita eterna, la morte del corpo è come un sonno. La morte vera è quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura”.

L’ultima annotazione del papa ha evidenziato l’attenzione di Gesù al nutrimento del guarito: “Un ultimo particolare: Gesù, dopo aver risuscitato la bambina, dice ai genitori di darle da mangiare. Ecco un altro segno molto concreto della vicinanza di Gesù alla nostra umanità. Ma possiamo intenderlo anche in senso più profondo e domandarci: quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo? E come possiamo se noi stessi non ci nutriamo del Vangelo?

Cari fratelli e sorelle, nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della morte. Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere. Gesù è la nostra speranza!”

(Foto: Santa Sede)

A Gaza un bambino su due è gravemente malnutrito a causa del blocco totale degli aiuti umanitari

Alcuni giorni fa IPC (Integrated Food Security Phase Classification, in italiano si traduce Classificazione Integrata delle Fasi di Sicurezza Alimentare), la scala standardizzata che analizza la sicurezza alimentare a livello globale, ha lanciato un nuovo, gravissimo allarme: tutta la Striscia di Gaza è ora classificata al livello 4 della scala IPC su 5, indicando una situazione di emergenza alimentare diffusa, con rischio di morte per la popolazione.

Questo segna un peggioramento drammatico rispetto alle precedenti analisi, quando il 93% di Gaza era già stato classificato almeno al livello di crisi (livello 3 o superiore). Il collasso è arrivato dopo oltre due mesi di assedio totale, durante il quale nessun aiuto umanitario ha potuto entrare: niente cibo, acqua, assistenza medica o altri beni essenziali per la sopravvivenza.

La situazione è più difficile per i bambini tra i 6 mesi e i 5 anni di età: attualmente si registrano oltre 70.000 casi di malnutrizione acuta, dei quali oltre 14.000 di malnutrizione acuta grave. Inoltre, si stima che oltre 18.000 donne in stato di gravidanza e allattamento avranno bisogno di accedere a delle cure mediche entro aprile 2026 per prevenire problemi di salute irreversibili e potenzialmente letali tanto per le madri stesse quanto per i bambini.

“Oggi lavoro come consulente per l’allattamento con Azione Contro la Fame e ogni consulenza conferma le mie peggiori paure: non c’è fine a questa crisi. La situazione sta diventando sempre più catastrofica e la carenza acuta di aiuti e assistenza è sempre più allarmante. Soprattutto per le donne in stato di gravidanza e allattamento, che affrontano un doppio rischio: oltre alla stanchezza del corpo, sono chiamate ad affrontare una fame estrema, una privazione prolungata e una grave mancanza di tutti i beni essenziali per la salute e la nutrizione”, ha raccontato un membro dello staff di Azione Contro la Fame a Gaza.

Azione Contro la Fame, nel mese di aprile, ha condotto una valutazione in tre governatorati della Striscia, intervistando i tutori di oltre 1.000 bambini sotto i 5 anni. Il risultato è allarmante: tutti i bambini risultano in condizione di insicurezza alimentare, e uno su due è affetto da insicurezza alimentare moderata o grave. Sempre ad aprile, il numero di bambini ammessi ai programmi mensili di trattamento per malnutrizione acuta ha superato l’intero numero registrato nel primo trimestre 2025.

“L’unica cosa che al momento impedisce una carestia tra i Palestinesi è l’assistenza umanitaria” ha spiegato Natalia Anguera, Responsabile delle Operazioni per il Medio Oriente di Azione Contro la Fame. “I nostri team a Gaza hanno distribuito gli ultimi pacchi alimentari secchi rimasti, con scorte sufficienti solo per una cucina comunitaria. Molte altre organizzazioni hanno esaurito le proprie risorse già da settimane”.

Le scorte alimentari stanno terminando: dall’inizio dell’assedio, oltre 177 cucine comunitarie e panifici sono stati costretti a chiudere. Nel frattempo, il costo della farina di grano è aumentato di oltre il 3.000% da febbraio 2025, arrivando a costare tra i 235 e i 520 dollari statunitensi per 25 chilogrammi in tutta Gaza. Secondo le proiezioni IPC, 250.000 persone si trovano già in condizioni di fame estrema, e questo numero è destinato a raddoppiare se non si permette l’ingresso degli aiuti umanitari.

Azione Contro la Fame ribadisce le sue richieste a tutte le parti coinvolte nel conflitto: riaprire immediatamente e incondizionatamente tutti i valichi di frontiera, garantire un cessate il fuoco immediato e permanente, il rilascio di tutti gli ostaggi e la protezione dei civili e delle infrastrutture civili. Bloccare l’ingresso del cibo porterà alla carestia. La soluzione appare inequivocabile: occorre agire presto e permettere l’accesso agli alimenti.

Donazioni per individui e famiglie: Bonifico bancario Codice fiscale 97690300153

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Intestato a: Azione Contro la Fame                                                               

Donazione per aziende: per definire possibili forme di collaborazione è possibile contattare Licia Casamassima all’indirizzo di posta elettronica lcasamassima@azionecontrolafame.it.

Agevolazioni fiscali: tutte le donazioni effettuate ad Azione contro la Fame godono dei benefici fiscali previsti per le erogazioni liberali in favore delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS), delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni di promozione sociale. Nel mese di marzo ti invieremo il riepilogo delle donazioni da te effettuate nell’anno fiscale precedente.

Nel mondo aumenta la pena di morte

Il numero di esecuzioni a livello globale ha raggiunto nel 2024 il livello più alto dal 2015, con oltre 1500 persone messe a morte in 15 stati: è, in sintesi, il dato del rapporto annuale sulla pena di morte di Amnesty International, intitolato ‘Condanne a morte ed esecuzioni’.

Secondo il rapporto, nello scorso anno sono state registrate almeno 1518 esecuzioni, il dato più alto dal 2015, quando se ne contarono almeno 1634. La maggior parte delle esecuzioni è avvenuta in Medio Oriente. Tuttavia, per il secondo anno consecutivo, il numero degli stati che hanno eseguito condanne a morte è rimasto il più basso mai registrato.

Però i dati non includono le migliaia di persone che si crede siano state messe a morte in Cina, che continua a essere lo stato con il più alto numero di esecuzioni al mondo, così come nella Corea del Nord e in Vietnam, dove si ritiene che la pena di morte venga ancora ampiamente applicata. Le crisi in corso in Palestina e in Siria non hanno permesso ad Amnesty International di confermare numeri precisi, mentre Iran, Iraq e Arabia Saudita sono stati responsabili dell’aumento complessivo delle esecuzioni note.

Nell’insieme, questi tre stati hanno registrato l’impressionante totale di 1380 esecuzioni. L’Iraq ha quasi quadruplicato il numero delle esecuzioni (da almeno 16 ad almeno 63), l’Arabia Saudita ha raddoppiato il suo totale annuo (da 172 ad almeno 345), mentre l’Iran ha messo a morte 119 persone in più rispetto al 2023 (da almeno 853 ad almeno 972), totalizzando il 64% delle esecuzioni note, come ha sottolineato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International:

“La pena di morte è una pratica aberrante che non ha posto nel mondo di oggi. Sebbene in alcuni stati la segretezza continui a ostacolare il monitoraggio internazionale, rendendo difficile valutare l’effettiva entità delle esecuzioni, è evidente che quelli che mantengono la pena di morte costituiscono una minoranza sempre più isolata. Con soli 15 stati ad aver eseguito condanne a morte nel 2024, il numero più basso mai registrato per il secondo anno consecutivo, si conferma la tendenza all’abbandono di questa punizione crudele, inumana e degradante. Iran, Iraq e Arabia Saudita sono stati responsabili dell’aumento vertiginoso delle esecuzioni, portando a termine oltre il 91% di quelle documentate, violando i diritti umani e togliendo la vita per accuse legate alla droga e di terrorismo”.

Inoltre nello scorso anno Amnesty International ha osservato come leader politici abbiano strumentalizzato la pena di morte con il falso pretesto di migliorare la sicurezza pubblica o per seminare paura tra la popolazione. Negli Stati Uniti, dove le esecuzioni sono in costante aumento dalla fine della pandemia da Covid-19, sono state messe a morte 25 persone, contro le 24 del 2023. Il neoeletto presidente Donald Trump ha più volte invocato la pena di morte nei confronti di ‘stupratori violenti, assassini e mostri’. Le sue dichiarazioni disumanizzanti hanno alimentato la falsa convinzione che la pena capitale abbia un effetto deterrente unico contro la criminalità.

In alcuni stati del Medio Oriente la pena di morte è stata usata per mettere a tacere difensori dei diritti umani, dissidenti, manifestanti, oppositori politici e minoranze etniche: “Coloro che hanno osato sfidare le autorità hanno subito la punizione più crudele, in particolare in Iran e in Arabia Saudita, dove la pena di morte è stata impiegata per ridurre al silenzio chi ha avuto il coraggio di esprimersi.

Nel 2024 l’Iran ha continuato a usare la pena di morte contro coloro che avevano messo in discussione l’autorità della Repubblica islamica durante le manifestazioni del movimento ‘Donna Vita Libertà’. Lo scorso anno due di queste persone, tra cui un giovane con disabilità mentale, sono state messe a morte in relazione alle proteste, a seguito di processi iniqui e di ‘confessioni’ estorte con la tortura, dimostrando fino a che punto le autorità siano state disposte a spingersi per rafforzare la loro presa sul potere”.

Le autorità saudite hanno continuato a utilizzare la pena di morte per reprimere il dissenso politico e punire appartenenti alla minoranza sciita che avevano partecipato a proteste ‘contro il governo’ tra il 2011 e il 2013. Ad agosto le autorità hanno messo a morte Abdulmajeed al-Nimr per reati legati al terrorismo e alla sua presunta adesione ad al-Qaeda, nonostante i primi atti giudiziari avessero fatto riferimento esclusivamente alla sua partecipazione alle proteste. Nella Repubblica Democratica del Congo il governo ha annunciato l’intenzione di riprendere le esecuzioni, mentre le autorità militari del Burkina Faso hanno dichiarato di voler reintrodurre la pena di morte per i reati comuni.

Oltre il 40% delle esecuzioni ha riguardato, illegalmente, reati legati alla droga. Secondo il diritto internazionale dei diritti umani e gli standard internazionali, la pena di morte deve essere limitata ai ‘reati più gravi’ e le condanne a morte per reati legati alla droga non raggiungono questa soglia:

“Le esecuzioni per reati legati alla droga sono state frequenti in Cina, Iran, Arabia Saudita e Singapore e, sebbene non sia stato possibile confermarlo, probabilmente anche in Vietnam. In molti contesti, condannare a morte persone per reati legati alla droga ha un impatto sproporzionato su persone provenienti da contesti svantaggiati, senza alcuna prova che ciò contribuisca a ridurre il traffico di stupefacenti”.

Nonostante l’aumento delle esecuzioni, solo 15 stati hanno portato a termine condanne a morte, il numero più basso mai registrato per il secondo anno consecutivo. Ad oggi, 113 stati hanno abolito completamente la pena di morte e in totale 145 l’hanno eliminata dalle leggi o dalla prassi.

Nel 2024 lo Zimbabwe ha promulgato una legge che ha abolito la pena di morte per i reati comuni. Per la prima volta, più di due terzi di tutti gli stati membri delle Nazioni Unite hanno votato a favore della decima risoluzione dell’Assemblea generale per una moratoria sull’uso della pena di morte. Le riforme in materia di pena di morte adottate in Malesia hanno inoltre portato a una riduzione di oltre 1000 persone della popolazione dei bracci della morte.

Il 2024 ha anche mostrato la forza della mobilitazione. A settembre è stato assolto Hakamada Iwao, che aveva trascorso quasi cinque decenni nel braccio della morte in Giappone. La tendenza sta proseguendo nel 2025: a marzo Rocky Myers, un nero condannato a morte in Alabama, nonostante gravi irregolarità verificatesi nel processo, ha ottenuto la commutazione della condanna a morte in ergastolo grazie alle richieste della sua famiglia e del suo team legale, al sostegno di un ex giurato, di attivisti locali e della comunità internazionale.

Giornata mondiale dell’acqua: l’intervento di ‘Azione contro la fame’ per garantire acqua potabile

L’acqua è vita, ma per milioni di persone nel mondo resta un lusso inaccessibile. Oggi, una persona su 4 non ha accesso all’acqua potabile. In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, ‘Azione Contro la Fame’ riporta storie di chi ogni giorno affronta questa emergenza nel mondo: senza acqua non c’è futuro.

I raccolti appassiscono, il bestiame muore, il cibo diventa un lusso. Queste alcune delle disastrose conseguenze della mancanza di acqua, l’ingrediente invisibile di ogni pasto che nutre il suolo, regola il clima e mantiene in vita gli ecosistemi. Quando il cibo scarseggia, i prezzi salgono, lasciando milioni di persone, soprattutto bambini, senza un pasto garantito.

Tra le cause principali di questa situazione ci sono i cambiamenti climatici, che alterano i modelli di precipitazioni e accrescono la frequenza di siccità e alluvioni. Inoltre, la scarsità d’acqua potabile è aggravata dai conflitti armati, che distruggono le infrastrutture idriche, e dall’inquinamento ambientale.

Il 27% dei decessi di bambini di età inferiore ai cinque anni è direttamente collegato a gravi malattie prevenibili trasmesse dall’acqua contaminata. In zone di conflitto, i bambini hanno una probabilità 20 volte maggiore di morire a causa di malattie legate all’acqua non sicura rispetto alle violenze dirette della guerra. Colera, dissenteria e infezioni intestinali non solo mettono in pericolo la vita, ma impediscono al corpo di assorbire i nutrienti, portando a uno stato di malnutrizione acuta.

L’impatto delle carenze idriche non si limita alla salute. In molte regioni del mondo, sono le donne e le bambine a farsi carico della raccolta dell’acqua, percorrendo chilometri ogni giorno per raggiungere fonti spesso contaminate. Questo significa meno tempo per studiare, meno opportunità di lavorare, più fatica fisica e più rischi. Inoltre, la mancanza di bagni adeguati e acqua nelle scuole costringe molte ragazze a interrompere la frequenza scolastica dopo l’arrivo del ciclo mestruale. Un ostacolo in più, ancora del tutto reale, in molti paesi del mondo.

‘Azione Contro la Fame’ è attiva in situazioni di emergenza, come conflitti e disastri naturali, dove interviene rapidamente per alleviare le sofferenze, fornendo nutrizione, acqua potabile e assistenza sanitaria. Parallelamente, l’organizzazione implementa progetti di sviluppo che puntano a rafforzare le capacità locali e a garantire la sostenibilità, contribuendo alla ricostruzione e al miglioramento delle condizioni di vita a lungo termine delle comunità.

Per quanto riguarda l’acqua, le principali attività includono: riabilitazione e manutenzione delle fonti d’acqua: decontaminazione delle fonti non sicure e installazione di infrastrutture per garantire l’accesso all’acqua potabile; promozione dell’igiene: distribuzione di kit igienici e costruzione di latrine e stazioni per il lavaggio delle mani in comunità, scuole e centri sanitari; educazione sanitaria: formazione sull’igiene, fornendo informazioni ai genitori per prevenire le recidive della malnutrizione; coinvolgimento comunitario: organizzazione di team sanitari locali e comitati per l’acqua, composti da membri eletti della comunità, per promuovere la collaborazione locale.

Inoltre ‘Azione Contro la Fame’ ha fornito aiuto ad oltre 1.000.000 di persone a Gaza ed in Cisgiordania attraverso interventi emergenziali, distribuendo pasti e acqua potabile, sostenendo agricoltori e piccole imprese, incentivando la produzione locale di cibo e verdure fresche e garantendo la rimozione dei rifiuti solidi. Tuttavia, l’accesso all’acqua potabile rimane critico: il 62% della popolazione di Gaza, pari a 1.400.000 persone, dispone di meno di 6 litri d’acqua al giorno per persona, una quantità drammaticamente inferiore rispetto ai 75-90 litri utilizzati in una doccia di cinque minuti.

Oltre alla grave malnutrizione, la popolazione da più di un anno non ha accesso a cibo fresco e ad altri beni essenziali. La crisi idrica è aggravata dalla distruzione o dal danneggiamento del 67% delle strutture idriche e igienico-sanitarie. La maggior parte dei palestinesi consuma acqua inquinata e non sicura, mettendo a rischio la propria salute.

Nel Corno d’Africa si sta manifestando la peggiore siccità degli ultimi 70 anni. In Kenya più di 5 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e oltre 1 milione di bambini soffre di malnutrizione acuta. Habiba, madre di tre figli, ogni giorno era costretta a svegliarsi molto presto e a camminare per chilometri per raggiungere la fonte più vicina. A causa della difficoltà di accedere a cibo e ad acqua pulita, i suoi tre bambini si trovavano sull’orlo della malnutrizione.

E la situazione si ripete in tutto il Kenya. La vita di Habiba è cambiata da quando, nei pressi della sua abitazione, ‘Azione Contro la Fame’ ha installato un distributore automatico di acqua che funziona ad energia solare: lo Smart Water Tap. Il sistema sfrutta l’energia solare per purificare l’acqua, incanalarla dal sottosuolo e immagazzinarla in un serbatoio. La gestione è data interamente alla comunità, in modo da promuoverne l’autonomia.

Ernest Bikorimana Desire, 29 anni, è fuggito dal Burundi in seguito ai disordini civili e ha attraversato il confine con la Tanzania a piedi insieme ai suoi due figli, Mukunzi di quattro anni e Asiimwe di due. Arrivato in Uganda, si è stabilito nell’insediamento di rifugiati di Nakivale e ha iniziato a lavorare la terra per sopravvivere. Inizialmente, coltivava solo quanto bastava per sfamare la sua famiglia e arrotondava con lavori occasionali per la comunità ospitante, ma non era sufficiente: ‘Spesso ho lottato con la fame. Mi ero sposato da poco e guadagnavo a malapena per sfamare la mia famiglia’, racconta Ernest.

La svolta è arrivata quando si è unito a un’iniziativa agricola di ‘Azione Contro la Fame’ basata sul modello di utilizzo ottimizzato del terreno (Optimized Land Use Model – OLUM), che promuove l’uso efficiente delle risorse idriche per adattarsi ai cambiamenti climatici e migliorare la qualità delle coltivazioni. Grazie a un migliore sistema di irrigazione e alla raccolta dell’acqua piovana, Ernest ha iniziato a coltivare pomodori e cipolle. Alla fine dell’anno, il raccolto è stato abbondante: circa 3 tonnellate di cipolle per un guadagno di $ 1.350 e 1,1 tonnellate di pomodori, che gli hanno fruttato oltre 3.250 dollari.

Grazie a questi profitti, ha potuto acquistare una moto-taxi per spostarsi più velocemente e guadagnare qualcosa in più trasportando persone, mentre sua moglie ha aperto un piccolo negozio. Il suo prossimo obiettivo è comprare un tuk-tuk per facilitare la vendita dei prodotti agricoli. L’iniziativa di ‘Azione Contro la Fame’ ha trasformato la sua vita: oltre a garantirgli un reddito stabile, gli ha restituito speranza per il futuro.

La Giordania è il secondo paese al mondo per stress idrico. Il rapido aumento della popolazione e l’afflusso di rifugiati siriani hanno aggravato la crisi, facendo sì che la domanda di acqua superasse di gran lunga l’offerta. Azione Contro la Fame lavora per migliorare le condizioni di vita dei rifugiati e delle comunità ospitanti, promuovendo pratiche di conservazione dell’acqua e garantendo l’accesso ai servizi igienico-sanitari.

Nel campo profughi di Azraq, che ospita oltre 41.500 rifugiati siriani, la mancanza di acqua potabile è un’emergenza quotidiana, soprattutto nei mesi estivi, quando le temperature diventano insostenibili. Ikram, rifugiata siriana e volontaria comunitaria per ‘Azione Contro la Fame’, sensibilizza le donne del campo sull’importanza della conservazione dell’acqua e delle pratiche igieniche.

‘Azione Contro la Fame’ è un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame. Specialisti da 46 anni, prevediamo fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne preveniamo le cause. Siamo in prima linea in 56 paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione. Guidiamo con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno aiutiamo 21 milioni di persone.

Azione contro la Fame | www.azionecontrolafame.it

Papa Francesco: la quaresima apre alla speranza pasquale

“Le sacre ceneri, questa sera, verranno sparse sul nostro capo. Esse ravvivano in noi la memoria di ciò che siamo, ma anche la speranza di ciò che saremo. Ci ricordano che siamo polvere, ma ci incamminano verso la speranza a cui siamo chiamati, perché Gesù è disceso nella polvere della terra e, con la sua Risurrezione, ci trascina con sé nel cuore del Padre. Così si snoda il cammino della Quaresima verso la Pasqua, tra la memoria della nostra fragilità e la speranza che, alla fine della strada, ad attenderci ci sarà il Risorto”.

Con queste parole di papa Francesco, lette dal card. Angelo De Donatis, penitenziere maggiore, che ha condotto anche la processione penitenziale dalla chiesa romana di Sant’Anselmo all’Aventino alla Basilica di Santa Sabina, è iniziato il cammino quaresimale, che conduce alla Pasqua, con l’invito a fare memoria:

“Riceviamo le ceneri chinando il capo verso il basso, come per guardare a noi stessi, per guardarci dentro. Le ceneri, infatti, ci aiutano a fare memoria della fragilità e della pochezza della nostra vita: siamo polvere, dalla polvere siamo stati creati e in polvere ritorneremo. E sono tanti i momenti in cui, guardando la nostra vita personale o la realtà che ci circonda”.

L’imposizione delle ceneri è un fare memoria della propria fragilità: “Ce lo insegna soprattutto l’esperienza della fragilità, che sperimentiamo nelle nostre stanchezze, nelle debolezze con cui dobbiamo fare i conti, nelle paure che ci abitano, nei fallimenti che ci bruciano dentro, nella caducità dei nostri sogni, nel constatare come siano effimere le cose che possediamo”.

E le fragilità sono tante: “Fatti di cenere e di terra, tocchiamo con mano la fragilità nell’esperienza della malattia, nella povertà, nella sofferenza che a volte piomba improvvisa su di noi e sulle nostre famiglie. E, ancora, ci accorgiamo di essere fragili quando ci scopriamo esposti, nella vita sociale e politica del nostro tempo, alle ‘polveri sottili’ che inquinano il mondo: la contrapposizione ideologica, la logica della prevaricazione, il ritorno di vecchie ideologie identitarie che teorizzano l’esclusione degli altri, lo sfruttamento delle risorse della terra, la violenza in tutte le sue forme e la guerra tra i popoli”.

Inoltre la fragilità ricorda la morte: “Da ultimo, questa condizione di fragilità ci richiama il dramma della morte, che nelle nostre società dell’apparenza proviamo a esorcizzare in molti modi e a emarginare perfino dai nostri linguaggi, ma che si impone come una realtà con la quale dobbiamo fare i conti, segno della precarietà e fugacità della nostra vita”.

Però la Quaresima è un richiamo alla speranza: “La Quaresima, però, è anche un invito a ravvivare in noi la speranza. Se riceviamo le ceneri col capo chino per ritornare alla memoria di ciò che siamo, il tempo quaresimale non vuole lasciarci a testa bassa ma, anzi, ci esorta a sollevare il capo verso Colui che dagli abissi della morte risorge, trascinando anche noi dalla cenere del peccato e della morte alla gloria della vita eterna. Le ceneri ci ricordano allora la speranza a cui siamo chiamati perché Gesù, il Figlio di Dio, si è impastato con la polvere della terra, sollevandola fino al cielo”.

Infatti il cammino quaresimale apre alla speranza pasquale: “Convertiamoci a Dio, ritorniamo a Lui con tutto il cuore, rimettiamo Lui al centro della nostra vita, perché la memoria di ciò che siamo (fragili e mortali come cenere sparsa nel vento) sia finalmente illuminata dalla speranza del Risorto”.

L’omelia papale è stata un richiamo ad orientare la vita a Dio, con un richiamo a fare ‘deserto’ nella città, come esortava Carlo Carretto: “E orientiamo verso di Lui la nostra vita, diventando segno di speranza per il mondo: impariamo dall’elemosina a uscire da noi stessi per condividere i bisogni gli uni degli altri e nutrire la speranza di un mondo più giusto; impariamo dalla preghiera a scoprirci bisognosi di Dio o, come diceva Jacques Maritain ‘mendicanti del cielo’, per nutrire la speranza che dentro le nostre fragilità e alla fine del nostro pellegrinaggio terreno ci aspetta un Padre con le braccia aperte; impariamo dal digiuno che non viviamo soltanto per soddisfare i nostri bisogni, ma che abbiamo fame di amore e di verità, e solo l’amore di Dio e tra di noi riesce davvero a saziarci e a farci sperare in un futuro migliore”.

Parole che risuonano anche nel messaggio papale per la quaresima di fraternità della Chiesa brasiliana: “Il tema della Campagna di fraternità di quest’anno esprime anche la disponibilità della Chiesa in Brasile a dare un contributo affinché, durante la COP30 del prossimo mese di novembre, che si terrà a Belém do Pará, nel cuore dell’amata Amazzonia, le nazioni e gli organismi internazionali possano impegnarsi effettivamente in pratiche che aiutino a superare la crisi climatica e a preservare l’opera meravigliosa del Creato, che Dio ci ha affidato e che abbiamo la responsabilità di trasmettere alle future generazioni”.

Per questo il papa ha auspicato che tale campagna sia aiuto per chi è nel bisogno: “Auspico che tale percorso quaresimale rechi molti frutti e ci colmi tutti di speranza, della quale siamo pellegrini in questo Giubileo. Formulo voti affinché la Campagna di fraternità sia nuovamente un potente aiuto per le persone e le comunità di questo amato Paese nel suo processo di conversione al Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo e di impegno concreto con l’ecologia integrale”.

(Foto: Santa Sede)

La sofferenza, il dolore, la morte come affrontarle da cristiani

I temi del dolore, della malattia e della morte sono racchiusi in un libro di don Francesco Scanziani, docente di antropologia teologia ed escatologia alla Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e della psicologa Cecilia Pirrone, docente di psicologia dello sviluppo alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, dal titolo ‘Vorrei starti vicino’, presentato al monastero ‘Santa Teresa’ delle Carmelitane Scalze di Tolentino nell’incontro ‘Accompagnare bambini ed adolescenti di fronte a sofferenza, malattia e morte’.

I relatori si sono interrogati su ‘cosa genera la sofferenza in un bambino, in un ragazzo o in un adolescente? Come stare loro accanto nella dura stagione della malattia? E’ possibile affrontare la morte, con parole di speranza?’ Domande essenziali per gli adulti, che diventano fondamentali nella vita di un bambino e bambina ed essenziali per ragazze e ragazzi,per cui i relatori hanno messo in evidenza che a nessuno ‘piace’ soffrire: “Nemmeno a Dio piace la sofferenza. Gesù sapeva piangere e arrabbiarsi, si prendeva cura dei malati e ha resuscitato Lazzaro. Egli stesso è passato attraverso la sofferenza e al morte, vincendola con la Resurrezione”.

Al termine dell’incontro abbiamo incontrato don Francesco Scanziani partendo dal  messaggio della XXXIII Giornata mondiale del Malato: “Il messaggio di questa Giornata mondiale del Malato si colloca all’interno dell’anno giubilare, che ha come motto: ‘Pellegrini di speranza’. La stretta relazione tra malattia e speranza viene evocata nella riflessione dell’Apostolo ai Romani, rileggendo la condizione umana alla luce dell’evento pasquale di Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso e risorto. Il tema di questa Giornata ripropone a tutti i credenti la forza della speranza nel mistero pasquale di Gesù Cristo. In esso si coglie la pienezza dell’annuncio cristiano. Il tempo presente è caratterizzato dalle prove e dalle tribolazioni che segnano l’esistenza dei singoli e delle comunità. Il rischio più grande è rappresentato dalla mistificazione operata dei ‘falsi profeti’ e dalle loro illusorie speranze”.

Cosa significa ‘avere il limite’ come orizzonte cristiano?

“Innanzitutto significa riconoscere anzitutto quello che noi siamo: la nostra identità e la nostra natura. Ma non guardarle con uno sguardo pessimistico. Abbiamo voluto osservarla con quella provocazione di Baricco in ‘Oceano’, in cui dice che la natura ha le sue perfezioni proprio perché è limitata e fa il paragone di dove finiscono i giorni e le notti: lì esplode lo spettacolo, l’alba ed il tramonto. Allora, conoscere i limiti vuol dire scoprire qualcosa di profondo di noi stessi. Nella visione cristiana la notizia più sconvolgente è quella di Dio che è infinito si è incarnato, cioè si è fatto limitato. Il finito è un luogo dove Dio si è rivelato”.

Perché la società contemporanea evita temi come la sofferenza e il dolore?

“Rimuove il confronto con questi argomenti perché li ostenta; in questo modo la nostra cultura, che si vanta di aver superato tabù ancestrali, ne ha creato uno insuperabile. La paura della morte. Succede sempre di più anche in famiglia, certamente nel sincero desiderio di proteggere i figli. Il rischio, però, è che i figli si troveranno soli e impreparati, quando sofferenza e morte busseranno inevitabilmente alla loro porta”.

Che consigli offrite a tal proposito ai genitori, che debbono affrontare tali temi con i figli?

“La sofferenza fa parte della vita, la morte è l’altra faccia della vita. La nostra cultura esorcizza e allontana questi temi, poiché sembrano il fallimento della medicina o della tecnologia. E’ importante educare al tema del limite. E’ un discorso realista, non pessimista. Occorre avvicinarsi a chi soffre entrando in colloquio diretto con lui, oppure accompagnando chi è più piccolo per avvicinarlo gradualmente alla malattia con verità rassicuranti”.

Per quale motivo la Chiesa dedica una giornata al malato?

“La Chiesa mette al centro la persona. La malattia è un tratto della vita ed è l’occasione  per dire che ognuno è persona anche nella malattia. Per valorizzare l’atteggiamento di Gesù, che ha dedicato tantissima parte della sua vita a stare accanto, ad ascoltare, ad entrare in contatto con il malato ed addirittura nel capitolo 25 dell’evangelista Matteo si è addirittura identificato con coloro che avevano fame e sete, con gli ammalati ed i carcerati. Più vicino di così si muore, verrebbe da dire. Gesù ha fatto anche quello: è morto per noi”.

Come si pone la fede di fronte alle pagine dolorose della vita?

“Il cristiano non ha soluzioni da offrire; tanto meno parole consolanti che pretendono di rispondere ai ‘perché’ drammatici della vita. Ha solo una storia da narrare quella di Gesù. Come scriveva lo scrittore francese Paul Claudel: Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”.

Esiste un nesso tra il significato della morte ed il significato della vita?

“La prima cosa è domandarsi se hanno un senso il male, la sofferenza o la morte. Forse dovremmo accettare la durezza di esperienze che non hanno un senso. La Pasqua ci aiuta a capire che il male è il nemico dell’uomo e di Dio. Gesù è venuto nel mondo per combattere questo male, riempiendolo del Suo senso, cioè l’Amore. Nella Pasqua scopriamo la rivelazione di Dio ed il senso della vita”. 

Quindi è più ‘facile’ rimettere i peccati o dire ‘alzati e cammina’?

“Solo Gesù può fare questo e soprattutto ci ha mostrato che Lui non ‘lega’ la malattia al peccato, ma mostra che sono tutte e due ‘nemici’ dell’uomo e di Dio. Quello che ci consola è che Dio è sempre in lotta contro il male in ogni sua forma: il peccato, la sofferenza e la morte”.

Quale è la ‘genesi di questo libro?

“Questo libro è nato dalla conoscenza e dalla stima reciproca maturata nell’esperienza parrocchiale e affinata dal lavoro comune nell’equipe dei coniugi Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, pedagogisti lecchesi, noti per un approccio sistematico, ma anche dalla ricchezza di uno sguardo che unisse il taglia femminile a quello maschile, lo sguardo di una donna, moglie e madre confrontato con quello di un prete, la competenza psicologica e quella teologica. E’ uno stile che aiuta entrambi a crescere, arricchente per le proprie ricerche, ma anche uno stimolante stile di chiesa. Questo libro è nata dalle domande, spesso tacitate delle persone che incontriamo di fronte al dolore della morte e al dramma della sofferenza, accentuate in modo unico con l’esplosione della pandemia. Il desiderio non è dare soluzioni, ma accompagnare con rispetto le persone”.

(Tratto da Aci Stampa)

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