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Per Francesco sorella è la morte: un nuovo linguaggio per comprendere la morte

“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione.

Da questo paradosso fecondo ha preso linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, svoltosi a Santa Maria degli Angeli fino a domenica 22 marzo, promosso dalla Provincia Serafica di Umbria e Sardegna con il patrocinio del Comitato Nazionale Centenari Francescani e dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI, si è concluso con la presentazione di un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.

L’Hospice Pediatrico regionale sorgerà ad Assisi, secondo l’illustrazione fatta dalla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, dal dott. Emanuele Ciotti, direttore generale dell’USL Umbria 1 e dal dott. Gianni Mazzetti, responsabile della Rete di Cure Palliative. La struttura, che colmerà un vuoto assistenziale drammatico nel Centro Italia (attualmente privo di simili centri in Marche, Abruzzo e Molise), è stata definita con una frase emblematica: ‘Costruire una casa per chi non può stare a casa’.

L’opera è parte integrante della prima legge regionale del 2026 dedicata al Centenario Francescano e prevede un polo da 18 posti letto, inserito nella rete regionale di cure palliative pediatriche e terapia del dolore, supportato dall’Azienda Ospedaliera e dalla struttura di oncoematologia pediatrica. La sfida è creare un team multidisciplinare con psicologi e assistenti sociali, riducendo la disomogeneità territoriale e i gravosi trasferimenti fuori regione.

L’Hospice non sarà un’anticamera del lutto, ma uno spazio vitale per gestire sintomi complessi ed offrire ‘vacanze assistite’. Il design sarà d’eccellenza ed elaborerà alcune proposte progettuali. Qui le famiglie non saranno più sole nel peso della cura: potranno trovare momenti di stabilizzazione per i propri figli e, per i caregiver, il conforto di non dover fare tutto da soli in situazioni che spesso non trovano spazio adeguato nei reparti ospedalieri: “Questo è il modo più autentico per lasciarsi interrogare da san Francesco: trasformare la cura dei ‘piccoli’ in un segno che resta, un’opera che darà sollievo alle famiglie umbre per molti anni a venire, rendendo eterno il messaggio di questi Centenari”.

L’ultima giornata di questo cammino di riflessione era iniziata nella basilica di Santa Maria degli Angeli con una celebrazione eucaristica presieduta dal ministro generale dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, concelebrata anche da don Massimo Angelelli (direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI) e da fra Francesco Piloni (ministro provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna) e proseguita da una riflessione teologica con don Massimo Angelelli, Francesca Di Maolo (presidente della Fondazione Istituto Serafico di Assisi), Enrico Petrillo (marito della Serva di Dio Chiara Corbello) e fra Francesco Piloni, che ha ripreso le ultime parole del Poverello per ricordare che ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. La testimonianza di Enrico, unita all’impegno quotidiano dell’Istituto Serafico, ha ricordato che ‘siamo nati e non moriremo mai più’, trasformando il limite della morte in un orizzonte di speranza.

L’apertura ufficiale del convegno è stata affidata al Cantico delle Creature, letto da fra Gianluca Busonera, uno dei responsabili organizzatori del Convegno. A Gianni Cervellera, esperto di formazione in sanità e coordinatore del Convegno, il compito di sottolineare come san Francesco abbia trasformato la paura della morte in accoglienza, citando Chesterton: ‘Le stelle… videro un uomo felice’.

Il ministro provinciale dei frati minori, fra Francesco Piloni, aveva spiegato l’intento del convegno per riflettere seriamente sul limite e sulla fragilità della vita attraverso tre parole chiave del Cantico: infirmitate, tribolazione e morte. Riferendosi alla lettera enciclica ‘Fides et Ratio’ di papa san Giovanni Paolo II ha ricordato che fede e ragione sono come due ali di una colomba: entrambe necessarie per comprendere la verità.

Ha evidenziato come la scienza, la fede e la cura siano strumenti complementari per affrontare la sofferenza, la malattia e la morte, cercando una verità luminosa che si ispira alla vita di Francesco, capace di suscitare una nostalgia delle nostre origini e dei valori autentici. Mentre don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio pastorale della salute CEI, ha ricordato la necessità di riportare la morte al suo significato naturale: “Abbiamo smesso di pensare la morte come un evento naturale… la morte non c’è, semplicemente non c’è, c’è la vita finché c’è la vita e poi c’è il decesso”.

Inoltre don Angelelli ha sottolineato la centralità del fine vita terrena nella vita cristiana e l’importanza di un linguaggio che accompagni la vita fino alla sua conclusione. Il prof. Massimo Antonelli, anestesista e rianimatore, ha evidenziato il ruolo quotidiano della morte nella professione medica e l’importanza di un approccio empatico: “La morte per noi rianimatori è un evento quotidiano… frequentiamo la dimensione che cerca di essere empatica nei confronti di chi sopravvive a un amato o congiunto”.

Mentre sabato i lavori sono entrati nel vivo con l’apertura di fra Pietro Maranesi, che ha saputo delineare la sottile ma cruciale differenza tra la morte intesa come rovina e quella accolta come sorella. Da questa premessa, il panel sul tema della ‘Morte’ ha esplorato il mistero del morire attraverso quattro ‘sguardi’ che hanno attraversato la psicologia, i media, la scuola e la sociologia.

La psicoterapeuta Beatrice Toro ha guidato l’assemblea tra le pieghe dei diversi tipi di lutto, indicando nella saggezza della presenza e nel coraggio di ‘stare’ nel dolore la postura più efficace per non restare intrappolati nel trauma. Il giornalista Alessandro Sortino ha poi scosso la platea con una provocazione necessaria, interrogandosi sul perché la morte, pur essendo il tabù per eccellenza, diventi così facilmente una ‘notizia’ di successo mediatico; una dinamica che forse nasconde il nostro bisogno inconfessato di confrontarci con l’unico evento che riguarda davvero ognuno di noi.

Il ritmo della riflessione si è fatto ancora più vitale con l’intervento dello scrittore, prof. Marco Erba, che parlando con il linguaggio di chi vive ogni giorno accanto agli adolescenti ha proposto tre coppie di parole come antidoti al nichilismo contemporaneo: sostituire il giudizio tagliente con lo sguardo che accoglie, il possesso egoistico con la logica del dono e la ricerca ossessiva della perfezione con la bellezza liberante del perdono. A chiudere questo blocco il sociologo Massimiliano Padula, che ha illustrato i concetti di spettacolarizzazione e mercificazione della vita digitale, descrivendo con tratti inquietanti il fenomeno del ‘foreverismo’ e dei cimiteri virtuali, dove la tecnologia tenta di attivare una memoria affettiva che rischia però di restare prigioniera dello schermo.

Il vertice teologico è stato raggiunto con la parola di fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, che ha condotto i presenti nel cuore della Sacra Scrittura, mostrando come la Parola di Dio non ignori la drammaticità della morte, ma la attraversi e lo ha fatto partendo dal tema della nudità. Da quest’attenzione della Parola di Dio si è passati alla concretezza del quotidiano attraverso il dialogo tra un medico palliativista, dott.ssa Giulia Nazzicone, un rianimatore pediatrico, dott. Alberto Giannini, ed un cappellano d’ospedale, fra Luigi Cavagna. Da queste voci è scaturito un appello unanime alla costruzione di un’alleanza autentica con chi è nel dolore, fondata sulla cura della persona nella sua interezza.

A questo punto abbiamo chiesto al prof. Marco Erba di raccontarci come i giovani affrontano la morte: “Da un la lato dai ragazzi la morte viene rimossa, mentre dall’altro lato viene sfidata nel senso che ci sono a volte atteggiamenti estremi negli adolescenti, che però hanno una fame di vita, in quanto la sfida che lanciano è una ricerca di fame del senso di vivere.

Gli adolescenti di oggi spesso sono feriti, fragile e non hanno punti di riferimento; quindi il nostro compito non è quello di limitarci di dire ciò che debbono fare, ma provare a condividere con loro risposte di senso alte, in quanto loro hanno fame di vivere la vita come un dono, ma sono in ricerca di loro stessi: hanno desiderio di una vita piena e di relazione con gli altri. Forse la crisi degli adolescenti, di cui si parla molto spesso, in realtà è una domanda profonda di senso e di bellezza”.

In quale modo raccontare loro la vita?

“Credo che sia fondamentale, come modalità, il racconto di esperienze, in quanto si dice che le parole convincono, ma gli esempi trascinano. Penso che raccontare storie non sganciate dalla realtà, vedere testimoni credibili ed avere un’alta qualità della vita e per gli adolescenti incontrare persone che fanno della loro vita un dono, per la quale, come diceva Etty Hillesum nel campo di concentramento di Auschwitz, la vita è bella e ricca di significato: questo può toccare il loro cuore ed aprire la domanda su come anche loro possono dare un contributo al mondo che li circonda”.  

Quindi attraverso il racconto della morte i giovani pongono domande di vita?

“Assolutamente sì! La morte è parte della vita e quindi le domande di vita passano anche attraverso gli atteggiamenti che a me adulto sembrano più estremi”.

Esiste un modo per ‘dare peso’ alle domande vitali dei giovani?

“I fatti di cronaca riportano solo situazioni drammatiche, ma c’è una bellezza sommersa tra gli adolescenti: i ragazzi che fanno volontariato, l’esperienza scout, in ambito sportivo i giovani allenatori con gli atleti più piccoli. Cicerone scriveva che i suoi tempi erano i peggiori della storia, Sallustio sottolineava che il mondo era corrotto e senza via d’uscita. Eppure…. Siamo ancora qui a parlare del futuro. C’è bisogno di uno sguardo di fiducia, di tenere aperta la domanda: cosa si può fare?

E’ lo sguardo di fede che un cristiano deve avere. Io non amo i cristiani apocalittici e fustigatori dei costumi. Mi piace un cristianesimo che cammina con le persone. Ed è l’esperienza che ho fatto nell’incontro con i salesiani, a cui devo la mia formazione. Don Bosco ripeteva che la santità consiste nello stare molto allegri. La testimonianza più grande che possiamo dare è quella di essere felici ed avere una qualità di vita elevata e quindi contagiosa. Come educatori siamo chiamati a credere nella scintilla di bellezza che c’è nell’altro, anche quando sembra non vedersi”.

(Foto: OFM Assisi)

L’Italia è il Paese più vecchio in Europa

Secondo la statistica dell’Istat al 1^ gennaio la popolazione residente in Italia è pari a 58.943.000 individui, risultando in lieve decremento rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-636 unità), con un tasso di crescita vicino allo zero con un leggero miglioramento rispetto a quelli registrati nei due anni precedenti (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023), ma le dinamiche demografiche sono in stretta continuità con quanto osservato negli anni recenti: l’Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo e nel quale la popolazione continua a invecchiare.

Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille): la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) ed in Lombardia (+3,2 per mille). Le regioni in cui si riscontra il maggior calo demografico sono la Basilicata (-9,0 per mille), il Molise (-6,5 per mille) e la Sardegna (-5,1 per mille).

Nello scorso anno le nascite sono 355.000, con una diminuzione del 3,9% sul 2024, mentre i decessi sono 652.000, in calo dello 0,2%. Da qui deriva unsaldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) ampiamente negativo (circa -296.000 unità), peggiorato rispetto al 2024 quando risultò pari a -283.000; mentre le immigrazioni dall’estero, 440.000, pur diminuendo di 12.000 unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese.

Però scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero (144.000), ben 45.000 in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296.000) e tale da compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33.000 unità rispetto al 2024. Risultano, infine, in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente hanno coinvolto 1.455.000 cittadini.

Inoltre la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5.560.000 unità, in aumento di 188.000 individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero (+348.000), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36.000). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196.000.

La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3.230.000 individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%; nel Centro risiedono 1.344.000 stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno con 986.000 unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.

Nello scorso anno i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26.000 e 23.000 casi), seguiti dai cittadini rumeni (16.000) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.

Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6.000), i marocchini (-4.000), i brasiliani (-3.000), gli indiani (-3.000) ed i moldavi (-2.000). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pakistani (+2.000), filippini (+1.500) e rumeni (+1.000).

A conti fatti la popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53.383.000 unità, in calo di 189.000 individui rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno (-3,5 per mille): tale bilancio negativo dei residenti italiani si deve principalmente ad un saldo naturale ampiamente negativo (-333.000), a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di –53.000. Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118.000 connazionali in meno (-6,3 per mille).

Riguardo alle nascite i nati residenti in Italia sono stati 355.000 nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15.000 unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48.000, in calo del 5,6% sul 2024. Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024.

Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20); mentre l’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni.

La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).

Anche i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, nel 2025 sono stati 165.000, 8.000 in meno sul 2024, con una diminuzione di quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%).

Infine l’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). La popolazione fino a 14 anni è pari a 6.852.000 individui (11,6% del totale), in calo di 168.000 unità rispetto al 2025.

La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37.270.000 (63,2% del totale), con una riduzione di 73.000 individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14.821.000 (25,1% del totale), oltre 240.000 in più rispetto all’anno precedente, con una crescita degli ultraottantacinquenni che raggiungono 2.511.000 individui (+101.000) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24.700 unità, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.

La Pasqua come grembo di pace in un mondo ferito

“L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: ‘Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato’. Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Abbiamo recuperato questo passaggio della catechesi di papa Leone XIV, pronunciato nell’udienza generale di mercoledì 10 dicembre dello scorso anno, per introdurci nella Settimana Santa, che condurrà il fedele alla Resurrezione di Pasqua, accompagnati dal teologo Giuseppe Falanga, docente di Liturgia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma, consigliere nazionale del Centro di Azione Liturgica (CAL) ed autore di pubblicazioni dogmatiche e liturgiche.

La Settimana Santa inizia il cristiano al mistero pasquale: con quale ricchezza liturgica si compie questo percorso?

“La Settimana Santa non è una semplice rievocazione storica, ma l’irruzione del ‘kairós’, il tempo di grazia, nel ‘krònos’, il tempo cronologico. La sua profondità risiede nella capacità di introdurci nel Mistero attraverso una polifonia di segni: l’agitare delle palme, il profumo del crisma, l’umiltà del catino e la nudità della croce.

Il Triduo Pasquale, in particolare, costituisce un’unica celebrazione distesa in tre giorni: dalla Cena del Signore al silenzio del Sabato, fino all’esplosione di luce della Veglia, la liturgia ci educa a non essere spettatori, ma contemporanei dell’Evento. Questa ricchezza scuote i sensi: il tocco dell’acqua, il calore del fuoco, il sapore del pane… La Chiesa non spiega il mistero, lo celebra, cioè lo rende spazio vitale dove il cristiano muore all’uomo vecchio per risorgere, con Cristo, come creatura nuova”.

Come è possibile che la croce, da strumento di morte, possa diventare il paradosso di un segno di salvezza?

La croce è il ‘luogo’ di un capovolgimento che sfida la logica della forza e della sopraffazione. Nella liturgia del Venerdì Santo, non veneriamo un patibolo, ma l’Amore che lo ha abitato rendendolo luminoso. E’ il paradosso cristiano: l’Infinito si fa carne piagata per medicare ogni nostra ferita di guerra e violenza. La morte, che oggi vediamo mietere vite innocenti, viene assunta dal Verbo e trasformata in un ponte di riconciliazione. La croce è salvezza perché è l’abbraccio di Colui che muore per cambiare il cuore dell’uomo.

Nel rito dell’Adorazione, il bacio non è per il legno, ma per la Misericordia che si è lasciata inchiodare per noi. E’ la ‘croce della Vita’: come un fiore che spacca la pietra, la salvezza fiorisce laddove l’odio aveva scavato abissi, insegnandoci che ogni venerdì di dolore è già visitato dalla luce inarrestabile della domenica”.

Allora oggi abbiamo piena coscienza che, attraverso la Pasqua, Cristo introduce il credente nel Regno di Dio?

“La consapevolezza di questa cittadinanza celeste è spesso il tassello mancante nella nostra spiritualità. Con la Pasqua il Signore opera una ‘traslocazione esistenziale’; attraverso i sacramenti dell’Iniziazione cristiana, noi siamo realmente innestati nel Regno di Dio. Qui sta la tensione del ‘già e non ancora’: la vittoria sul peccato è ‘già’ compiuta, ma i suoi frutti ‘non ancora’ si sono pienamente manifestati nella storia.

Spesso riduciamo la salvezza ad un premio futuro, dimenticando che l’eternità inizia nel presente. Essere coscienti di questa dinamica significa guardare il mondo con occhi nuovi. Non siamo più schiavi della paura, ma liberi di amare! Una certezza che, nella forza dello Spirito Santo, ci dice che l’agire del cristiano non insegue utopie, ma manifesta una realtà divina”.

Quasi 80 anni fa l’enciclica ‘Mediator Dei invitava ad orientare lo sguardo alla risurrezione: è possibile per il cristiano ‘aspirare’ al cielo?

“L’aspirazione al cielo non è un’evasione, ma l’orientamento del nostro essere ‘viatores’, pellegrini nel tempo. L’enciclica ‘Mediator Dei’, antesignana della costituzione liturgica del Concilio Vaticano II, ci ricorda che la liturgia è il punto in cui il cielo bacia la terra. Aspirare al cielo significa lasciarsi attrarre dalla forza gravitazionale della risurrezione. Non è un pio desiderio, ma un’esperienza sacramentale: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, l’invito ‘In alto i nostri cuori’ ci chiama a sollevarci sopra le contingenze per immergerci nella gloria di Dio.

La bellezza dei riti ed il canto sono riverberi di una pienezza che il Mistero ci dona. Questa tensione al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci dà il coraggio di trasformarla. Chi aspira alla patria celeste diventa più responsabile di quella terrena, sapendo che ogni frammento di bene compiuto è una pietra della nuova Gerusalemme che Dio sta edificando con noi”.

Allora con la Pasqua nasce anche una ‘Chiesa che genera’ nuovi figli?

Certamente. La Pasqua è l’evento nuziale in cui, dalle piaghe di Cristo, nasce la Chiesa come Madre dei viventi. In un tempo segnato da sterilità e conflitti, riscoprire una ‘Chiesa che genera’ è l’atto profetico più urgente. Questa maternità non è una strategia organizzativa: la Chiesa si pone come grembo che, attraverso il rito e la parola, partorisce figli capaci di trasfigurare la storia.

L’Iniziazione cristiana, tema della prossima Settimana Liturgica Nazionale a Catania (24-27 agosto), è un’immersione nel fuoco del Risorto, un cammino dove la comunità intera si fa spalla per chi è stanco. Siamo chiamati a pensare un modello di Iniziazione adatta a questo tempo: una liturgia che torni a essere esperienza vitale, capace di guarire le ferite e di educare alla comunione.

La Chiesa genera quando crea un ambiente familiare, in cui la fede si fa adulta ed il credente impara a diventare protagonista di una civiltà dell’amore. Si tratta di una maternità sacramentale che risponde alla logica della morte con quella del dono: ogni nuovo battezzato è una sentinella di pace, la promessa che la vita fiorirà sempre nell’abbraccio del Padre”.

(Tratto da Aci Stampa)

Ad Assisi un convegno su ‘Sorella Morte’ vista da san Francesco di Assisi

“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione. Oggi, ad 800 anni dalla sua morte terrena, san Francesco ripropone tale sfida: che cosa pensiamo della morte? Come l’affrontiamo? Come ci prendiamo cura di chi sta per finire i suoi giorni? Interrogativi che trovano senso nell’ampio orizzonte con cui guardiamo alla vita.

Da questo paradosso fecondo trae linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, che si terrà a Santa Maria degli Angeli dal 19 al 22 marzo, patrocinato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI, e si intreccerà con un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.

Il percorso riflessivo si snoderà attraverso quattro panel fondamentali: morte, infirmitate, tribulatione e cura, perché ‘siamo nati e non moriremo più’ con l’obiettivo di un messaggio di speranza che sappia abitare la ‘tribulatione’ con la forza della fraternità.

Al direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della Cei, don Massimo Angelelli, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte:

“San Francesco chiama sorella la morte, perché ha stabilito un rapporto con la vita terrena, ma soprattutto con la vita eterna, cioè con la seconda parte della nostra vita. Quindi per lui la morte non è la fine di qualcosa, in quanto è un punto di passaggio verso una vita migliore, che è la vita eterna. Questo significa che la morte non fa paura ed in qualche modo mi accompagna: quella di san Francesco è una visione di forte fede”.

Ma la morte può essere considerata ‘sorella’?

“Ci facciamo questa domanda in base a come consideriamo la vita. Se per noi le scelte che facciamo in questa terra sono ‘tutto’ ed esaudiscono la nostra esistenza, allora la morte non può essere ‘sorella’, perché essa sarebbe quell’evento che conclude la nostra esistenza terrena. La morte diventa sorella nel momento in cui consideriamo la nostra vita, quella che viviamo sulla terra, come prima parte di una vita che sarà ancora più bella dopo”.

E’ possibile non ‘morire’ più?

“E’ possibile per chi crede e per coloro che non abbassano lo sguardo soltanto sulla vita terrena, ma alzano lo sguardo anche verso la vita eterna. Quando moriamo viviamo un rito di passaggio da questa vita a quella successiva. Chi rimane nella vita terrena continua a perpetuare un ricordo che tiene in vita i propri corpi; invece la persona che ha effettuato il passaggio verso la vita eterna non morirà più perché la promessa fatta da Gesù a ciascuno di noi è quella di un posto nell’altra vita”.

Oggi, allora, quale narrazione della morte è necessaria?

“Oggi viviamo una specie di schizofrenia, perché da una parte neghiamo la sofferenza e la morte, come segnala il filosofo coreano Byung-Chul Han il quale afferma che abbiamo costruito una società senza dolore: quindi ci neghiamo l’esperienza del dolore e della morte. Dall’altra parte abbiamo un’esposizione mediatica continua della violenza, che ci disorienta completamente. Invece la narrazione, di cui abbiamo veramente bisogno oggi, è una narrazione reale, che ci dica che la morte appartiene ad un percorso di vita ed essa è un rito di passaggio verso la vita eterna; infine la sofferenza e la malattia non sono una disgrazia ed una condanna, ma un’espressione della fragilità dell’uomo. Quindi, in questo senso, accogliamo la nostra vita e quello che verrà dopo”.

In quale modo è possibile accompagnare verso la morte?

“Credo che chi vive una malattia od una sofferenza e va verso la fine della vita terrena, chiede davvero una cosa: di avere a fianco qualcuno, perché la condanna peggiore di chi sta morendo è la solitudine. La risposta a tale domanda è quella prossimità, che chiede anche il passo evangelico del ‘buon Samaritano’ per non abbandonare in questo passaggio chi sta per morire attraverso una vicinanza, che racconta di relazione”.

Quindi l’eutanasia è un pretesto per negare la morte?

“L’eutanasia è una condizione, per cui voglio dominare la mia esistenza: in qualche modo voglio decidere io quale sarà il momento della mia morte. Nel rispetto di chi vive una condizione di sofferenza e di chi non considera più sostenibile la propria vita, dobbiamo considerare che non c’è una padronanza dell’uomo sulla vita. È una forma di rispetto che va mantenuta.

Nel caso in cui la mia esistenza non fosse più compatibile in questa terra «desidero morire», perché per me non è più sopportabile questa esistenza. Noi non siamo nelle condizioni di sofferenti, quindi è molto difficile esprimere quale sia il pensiero ‘giusto’, perché non sono in quella condizione. Considero per mia scelta il rispetto della vita la dimensione fondamentale della società; quindi la cultura della morte non mi appartiene”.

(Tratto da Aci Stampa)

L’anima e il corpo di san Francesco

Presso la Porziuncola frate Francesco morì nel 1226 un sabato sera, e quindi liturgicamente si era già nella domenica 4 ottobre. Con gli occhi della carne tutti poterono constatare che l’Assisiate era spirato ma mediante una visione più approfondita si riconobbe che quello fu un transito, ossia un passaggio. Infatti – come sintetizza il Catechismo della Chiesa Cattolica illustrando la resurrezione della carne proclamata nella professione di fede:

“Con la morte, separazione dell’anima e del corpo, il corpo dell’uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo glorificato. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamente la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della risurrezione di Gesù“.

Proprio nella consapevolezza del valore anche di quel corpo corruttibile, il giorno successivo al decesso fu portato solennemente in Assisi e precisamente nella chiesa di San Giorgio, per poi nel 1230 essere traslato definitivamente nella Basilica a lui dedicata dove ancora esso è custodito. Quelle ossa fragili anche loro un giorno parteciperanno alla gloria di cui per la misericordia del Signore già gode l’anima di san Francesco.

Di lui scrisse il cardinale John Henry Newman, canonizzato nel 2019 e dichiarato dottore della Chiesa nel 2025, nell’opera ‘Il sogno di Geronzio’: Vi fu un mortale, che ora è lassù in alto nella gloria: al quale, quando fu presso alla morte, fu concesso di unirsi al Crocifisso – Gesù, che le ferite del Maestro furono impresse nella sua carne, e, dell’agonia che in quell’abbraccio trafisse il corpo e l’anima, impara che la fiamma dell’Amore sempiterno arde prima di trasformare”.

(Tratto da Assisiofm)

Papa Leone XIV invita a comportarsi in modo degno del Vangelo

“Prima di concludere questa settimana di esercizi spirituali e di ritiro, ho il piacere (un momento di benedizione) di poter dire grazie soprattutto al nostro predicatore che ci ha accompagnato, aiutato, durante questi giorni a vivere un’esperienza profonda, spirituale, molto importante nel nostro cammino quaresimale, cominciando domenica con ‘Le tentazioni’, e riflettendo sull’esempio, la testimonianza di san Bernardo, la vita monastica e tanti altri elementi nella vita della Chiesa”: parole conclusive di papa Leone XIV per ringraziare il predicatore di questi esercizi spirituali, mons. Erik Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim.

Ed ha condiviso alcuni momenti di questa settimana: “Per esempio, il riferimento al Dottore della Chiesa John Henry Newman e alla poesia ‘Il sogno di Geronzio’, dove Newman usa la morte e il giudizio di Geronzio come un prisma attraverso cui il lettore è condotto a contemplare la propria paura della morte e il proprio senso di indegnità davanti a Dio”.

Per concludere con l’ultima predicazione che ha concluso questa settimana con la lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi: “Ci sono altri elementi come la libertà, la verità, tanto importanti nella nostra vita. E in tutto ciò, questa sera con la riflessione sulla speranza e sulla vera fonte della speranza che è Cristo, io sono tornato a rileggere la Lettera ai Filippesi… Ecco: questo è l’invito alla fine di questi giorni di preghiera e di riflessione, che la stessa Parola di Dio rivolge verso tutti noi: Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo”.

Infine ha ringraziato tutti coloro che hanno reso possibile gli esercizi spirituali: “A nome di tutti i presenti, allora, la ringrazio, monsignor Varden, per tutto ciò che ci ha offerto in questi giorni. La saggezza, questa testimonianza sua e della vita monastica di San Bernardo, la ricchezza delle sue riflessioni, saranno ancora per molto tempo fonte di benedizione per noi, di grazia, di incontro con Gesù Cristo.

Vorrei anche, in questo momento, ringraziare i collaboratori dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche che hanno preparato tutto il materiale per la nostra preghiera, come anche il coro che credo sia ancora presente. Grazie per aiutarci con la musica, che è tanto importante anche nella nostra preghiera. La musica (credo mons. Varden lo abbia detto in qualche momento) ci aiuta in una maniera che le parole non possono fare, elevando il nostro spirito verso il Signore”.

E nell’ultima meditazione mons. Varden  ha ricordato l’apertura del Concilio Vaticano II: “Un clima di precarietà circondava il Concilio; allo stesso tempo, questo periodo era carico di fervide speranze per una nuova società fondata sui diritti umani, sul commercio equo e sul progresso della tecnica. Il Concilio desiderava parlare delle ‘ansiose questioni sull’attuale evoluzione del mondo, sul posto e sul compito dell’uomo nell’universo, sul senso dei propri sforzi individuali e collettivi, e infine sul destino ultimo delle cose e degli uomini’. Non ha solo affrontato i problemi: ha indicato la loro risoluzione, annunciando che Cristo, crocifisso e risorto, incarna il futuro dell’umanità”.

Ed anche oggi compito del cristiano è quello di comunicare il Vangelo: “Cristo ci chiama a comunicare speranza al mondo. Avere la speranza cristiana non significa necessariamente essere ottimisti: un cristiano rinuncia ai pii desideri, scegliendo con risolutezza la realtà. I demagoghi promettono che le cose andranno meglio, rivendicano il potere demiurgico di cambiare le comunità nello spazio di un mandato elettorale, distraendo le masse da delusioni patite con doni di pane, spettacoli circensi e diffamazione degli avversari”.

Le parole di Gesù sono chiare, ma non è un invito alla rassegnazione: “Nessuna rassegnazione in queste dichiarazioni: il Signore obbliga noi, suoi discepoli, a lavorare senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia. Ci chiede di ‘curare i malati, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni’. Dobbiamo mettere in atto le beatitudini, facendo risplendere la gloria nascosta in esse. Ma mentre procediamo in questa direzione, ci viene ricordato: Senza di me non potete far nulla”.

Però Gesù chiede a ciascuno di agire comunicando speranza: “Egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti. La Quaresima ci mostra che Dio, sopportando la ferita alla sua filantropia, nella sua Passione raggiunge il culmine del suo agire. La speranza che ci affida non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata: la nostra speranza è in un cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti. Il tempo in cui viviamo ha fame di ascoltare questa speranza proclamata”.

E, citando la storia della cantante Gracie Abrams, mons. Varden ha sottolineato che la Croce introduce nella realtà: “La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana;

contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di ‘salute’, usato per segnare la divisione tra vite ‘degne di essere vissute’ e vite ‘indegne’; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: Sarà sempre così”.

Attraverso la Croce Gesù comprende la nostra umanità: “La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. E’ lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla ‘produzione di conoscenza’. In questo mondo virtuale, i ‘fatti’ sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento, quindi per un ulteriore consumo. E’ difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo”.

Questo è il Vangelo: “La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo”.

Ed ecco la conclusione con il salmo 90: “A Clairvaux nel 1139, Bernardo predicò il suo ultimo sermone sul Salmo 90 alla vigilia di Pasqua. Vi si respira la gioia di un atleta che ha terminato la gara. La vita di un monaco, dice san Benedetto, dovrebbe essere una Quaresima continua, sempre incentrata sulla vittoria di Cristo: il tempo liturgico rivela il senso dell’esistenza in quanto tale. Bernardo esplicita il legame. Le prove della vita sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi”.

Ed ecco l’apertura sulla Pasqua: “La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo avrà aperto il suo Graduale per cantare l’introito di Pasqua: l’incantevole Resurrexi nella sesta modalità, ‘modus gravis’, un’espressione musicale di quella gravità che tende verso l’alto. E’ una composizione liturgica che proclama la risurrezione con silenziosa meraviglia. Eleva la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto.

E’ un invito ad avere gli occhi su Gesù risorto: “Per ora, ancora, conosciamo e vediamo in parte, mentre restiamo, grati, vigilanti nella notte: lavoriamo, serviamo, insegniamo, combattiamo quando serve. Ci sforziamo di amarci e onorarci a vicenda, con gli occhi fissi su Gesù, ‘autore e perfezionatore della nostra fede’. Lui, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, anche quando è nascosta, è piena di letizia”.

Il ‘ni’ della Commissione all’aborto transfrontaliero

Neonato in mani

L’Europa non si piega totalmente alla cultura della morte. Nonostante le forti pressioni esercitate per spingere la Commissione Europea verso l’approvazione del cosiddetto ‘turismo dell’aborto’ a spese dell’Unione, è arrivato un sostanziale rigetto del progetto che mirava a strutturare e sostenere l’aborto transfrontaliero. Si tratta di un esito che segna un passaggio rilevante, poiché il progetto di My Voice My Choice, presentato con grandi aspettative, non produce, allo stato attuale, nuove norme vincolanti a livello europeo.

Tuttavia, il ‘no’ appare accompagnato da un compromesso: pur non prevedendo nuove linee di finanziamento dedicate all’aborto, la Commissione ha ritenuto possibile l’utilizzo di risorse già esistenti del Fondo Sociale Europeo da parte di Stati membri con legislazioni più permissive, per ospitare donne provenienti da Paesi con normative più restrittive. Una scelta che solleva profonde perplessità.

Il Fondo Sociale Europeo nasce per promuovere occupazione, inclusione sociale e sostegno alle fasce più fragili della popolazione: destinarne anche solo una parte a percorsi che conducono all’interruzione volontaria di gravidanza rappresenta un’interpretazione non condivisibile: “I tempi richiedono di investire risorse ed energie nella tutela della maternità, nel sostegno concreto alle donne in difficoltà e nella difesa della vita nascente, non di sviluppare forme, dirette o indirette, di finanziamento di pratiche abortive”, dichiara Marina Casini, Presidente del Movimento per la Vita Italiano.

“Ogni bambino concepito è uno di noi e merita accoglienza; ogni madre deve poter trovare nella società e nelle istituzioni un aiuto reale per non sentirsi sola davanti a una gravidanza difficile o inattesa”.

Il Movimento per la Vita Italiano ribadisce che le risorse europee dovrebbero essere orientate a politiche di sostegno alla natalità, di accompagnamento alla maternità fragile, di promozione della cultura della vita. Resta il dato politico di una proposta che, pur non essendo stato approvata nella sua forma più ambiziosa, è sfociata in una decisione comunque non condivisibile.

La vera priorità, oggi più che mai, è costruire un’Europa che scelga di stare dalla parte delle madri, dei padri, dei bambini nati e non ancora nati, promuovendo una solidarietà autentica e una concreta tutela della maternità. Dietro ogni numero, dietro ogni decisione tecnica, ci sono volti. Ci sono bambini che vivono e crescono silenziosamente nel grembo delle loro madri.

Ci sono donne che portano nel cuore paure, pressioni, fragilità. La risposta dell’Europa non può essere un biglietto di sola andata verso l’interruzione di quella vita. Deve essere, invece, una rete che sostiene, accompagna, abbraccia.

Papa Leone XIV ai familiari delle vittime di Crans-Montana: la speranza non è vana

Papa Leone XIV Crans-Montana

“Dico molto sinceramente che sono molto commosso nell’incontrarvi. Quando ho saputo che da parte vostra qualcuno aveva chiesto questa udienza, subito ho detto: ‘Sì, troveremo il tempo’. Volevo almeno avere l’opportunità di condividere un momento che per voi, in mezzo a tanto dolore e sofferenza, è veramente una prova della nostra fede, è una prova di ciò che crediamo. Uno si domanda tante volte: ‘Perché, Signore?’ Qualcuno mi ha fatto ricordare un momento simile, proprio nella Messa del funerale dove, invece di fare una predica, il sacerdote parlava come di un dialogo fra la persona e Dio stesso, con quella domanda che sempre ci accompagna, a dire: Perché, Signore, perché?”: con voce incrinata dal dolore papa Leone XIV ha incontrato oggi alcuni familiari dei ragazzi morti o feriti nella strage del locale a Crans-Montana nella notte di Capodanno, abbracciandoli.

Davanti a questo immenso dolore il problema è quello di trovare parole ‘adeguate’: “Questi sono momenti di grande dolore e sofferenza. Una delle persone a voi più care, più amate, ha perso la vita in una catastrofe di estrema violenza, oppure si trova ricoverata in ospedale per un lungo periodo, con il corpo sfigurato dalle conseguenze di un terribile incendio che ha colpito l’immaginario di tutto il mondo. E questo nel momento più inaspettato, in un giorno in cui tutti gioivano e festeggiavano per scambiarsi auguri di gioia e felicità”.

Quindi di fronte a tali avvenimenti quale conforto trovare? Il papa propone le parole di Gesù: “Forse c’è solo una parola che sia adeguata: quella del Figlio di Dio sulla croce (a cui siete così vicini oggi), che dal profondo del suo abbandono e del suo dolore gridò al Padre: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ La risposta del Padre alla supplica del Figlio si fa attendere tre giorni, nel silenzio. Ma poi, che risposta! Gesù risorge glorioso, vivendo per sempre nella gioia e nella luce eterna della Pasqua”.

Tutte le risposte diventano vane se non si ripone speranza in Gesù, come invitava san Paolo ai Corinti: “L’affetto e le parole umane di compassione che vi rivolgo oggi sembrano molto limitate e impotenti. D’altra parte, il Successore di Pietro che siete venuti a incontrare oggi ve lo afferma con forza e convinzione: la vostra speranza, la vostra speranza non è vana, perché Cristo è veramente risorto!

La Santa Chiesa ne è testimone e lo annuncia con certezza. San Paolo, che lo aveva visto vivo, diceva ai cristiani di Corinto: Se abbiamo riposto la nostra speranza in Cristo solo per questa vita, siamo gli uomini più da compatire. Ma no! Cristo è risorto dai morti, lui, primo risorto tra coloro che si sono addormentati”.

Ecco l’invito a non separarsi dall’amore di Gesù: “Cari fratelli e sorelle, nulla potrà mai separarvi dall’amore di Cristo, così come i vostri cari che soffrono o che avete perso. La fede che abita in noi illumina i momenti più bui e più dolorosi della nostra vita con una luce insostituibile, che ci aiuta a continuare coraggiosamente il cammino verso la meta.

Gesù ci precede su questo cammino di morte e risurrezione che richiede pazienza e perseveranza. Siate certi della sua vicinanza e della sua tenerezza: Egli non è lontano da ciò che state vivendo, al contrario, lo condivide e lo porta con voi. Allo stesso modo, tutta la Chiesa lo porta con voi. Siate certi della preghiera di tutta la Chiesa (e della mia preghiera personale) per il riposo dei vostri defunti, per il sollievo di coloro che amate e che soffrono, e per voi stessi che li accompagnate con la vostra tenerezza e il vostro amore”.

Infine ha ‘assicurato’ la sua preghiera e quella della Chiesa: “Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce, Maria, alla Croce, che vedeva il suo Figlio. Maria Addolorata vi è vicina in questi giorni, ed è a lei che vi affido. Rivolgete a lei senza riserve le vostre lacrime e cercate in lei il conforto materno che forse solo Maria saprà dare e certamente potrà darvi. Come Maria, saprete attendere con pazienza, nella notte della sofferenza ma con la certezza della fede, che un giorno, un nuovo giorno sorga; e ritroverete la gioia”.

Mentre ieri il papa aveva inviato un messaggio alla redazione ed ai giornalisti de ‘La Repubblica’ per i 50 anni di vita: “II vostro è un giornale radicato in tante città, ma che ha in Roma, la Diocesi del Papa, un punto di osservazione privilegiato sulle vicende dell’Italia e del mondo, la sua sede principale. Con libertà avete letto le pagine di questi cinquanta anni. E raccontato la storia della Chiesa… Ed offrire quella possibilità di confronto che quando non è ostile contribuisce al bene comune e all’unità del genere umano. Il dialogo supera cosi il conflitto e costruisce la pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad essere consapevoli della vita mortale

“Sono profondamente rattristato dalla notizia del riacceso conflitto lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, ci sono state vittime anche tra i civili e migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a queste care popolazioni e chiedo alle parti di cessare immediatamente il fuoco e di riprendere il dialogo”: al termine dell’udienza generale di oggi papa Leone XIV ha espresso il proprio dolore per le vittime del conflitto, che ha provocato vittime anche civili e causato lo sfollamento di oltre 500.000 civili.

Mentre nella catechesi generale papa Leone XIV ha meditato sul mistero della morte in rapporto con la Resurrezione di Gesù: “Il mistero della morte ha sempre suscitato nell’essere umano profondi interrogativi. Essa infatti appare come l’evento più naturale e allo stesso tempo più innaturale che esista. E’ naturale, perché ogni essere vivente, sulla terra, muore. E’ innaturale, perché il desiderio di vita e di eternità che noi sentiamo per noi stessi e per le persone che amiamo ci fa vedere la morte come una condanna, come un ‘contro-senso’. Molti popoli antichi hanno sviluppato riti e usanze legate al culto dei morti, per accompagnare e ricordare chi si incamminava verso il mistero supremo”.

Invece oggi la morte è qualcosa di cui non parlare: “Oggi, invece, si registra una tendenza diversa. La morte appare una specie di tabù, un evento da tenere lontano; qualcosa di cui parlare sottovoce, per evitare di turbare la nostra sensibilità e tranquillità. Spesso per questo si evita anche di visitare i cimiteri, dove chi ci ha preceduto riposa in attesa della risurrezione”.

Ed il papa ha risposto alla domanda fondamentale su cosa è la morte: “E’ davvero l’ultima parola sulla nostra vita? Solo l’essere umano si pone questa domanda, perché lui solo sa di dover morire. Ma l’esserne consapevole non lo salva dalla morte, anzi, in un certo senso lo ‘appesantisce’ rispetto a tutte le altre creature viventi. Gli animali soffrono, certamente, e si rendono conto che la morte è prossima, ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita”.

Forse questa consapevolezza della morte fa sì che ci accorgiamo infelici: “Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando. Ci scopriamo consapevoli e allo stesso tempo impotenti. Probabilmente da qui provengono le frequenti rimozioni, le fughe esistenziali davanti alla questione della morte”.

Di fronte a tale disagio il papa ha citato sant’Alfonso De’ Liguori, che ha scritto un saggio sulla morte: “Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nel suo celebre scritto intitolato ‘Apparecchio alla morte’, riflette sul valore pedagogico della morte, evidenziando come essa sia una grande maestra di vita. Sapere che esiste e soprattutto meditare su di essa ci insegna a scegliere cosa davvero fare della nostra esistenza. Pregare, per comprendere ciò che giova in vista del regno dei cieli, e lasciare andare il superfluo che invece ci lega alle cose effimere, è il segreto per vivere in modo autentico, nella consapevolezza che il passaggio sulla terra ci prepara all’eternità”.

Però davanti alla tecnologia, che garantisce ‘certi’ prodigi, solo la resurrezione è capace di dare vita: “Eppure molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. E’ lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo…

L’evento della Risurrezione di Cristo ci rivela che la morte non si oppone alla vita, ma ne è parte costitutiva come passaggio alla vita eterna. La Pasqua di Gesù ci fa pre-gustare, in questo tempo colmo ancora di sofferenze e di prove, la pienezza di ciò che accadrà dopo la morte”.

La resurrezione illumina la morte: “Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice”.

Grazie a questo avvenimento san Francesco d’Assisi chiama ‘sorella’ la morte: “Il Risorto ci ha preceduto nella grande prova della morte, uscendone vittorioso grazie alla potenza dell’Amore divino. Così ci ha preparato il luogo del ristoro eterno, la casa in cui siamo attesi; ci ha donato la pienezza della vita in cui non vi sono più ombre e contraddizioni.

Grazie a Lui, morto e risorto per amore, con san Francesco possiamo chiamare la morte “sorella”. Attenderla con la speranza certa della Risurrezione ci preserva dalla paura di scomparire per sempre e ci prepara alla gioia della vita senza fine”.

In precedenza il papa aveva ricevuto una delegazione del Gruppo European Conservatories and Reformists del Parlamento Europeo, chiedendo di proteggere l’eredità religiosa del continente: “In effetti, uno degli scopi essenziali di un parlamento è quello di consentire che tali opinioni siano espresse e discusse.

Tuttavia, il segno distintivo di ogni società civile è che le differenze siano dibattute con cortesia e rispetto, poiché la capacità di dissentire, di ascoltare attentamente e persino di dialogare con coloro che potremmo considerare avversari, testimonia la nostra riverenza per la dignità donata da Dio a tutti gli uomini e le donne.

Vi invito, quindi, a guardare a san Tommaso Moro, patrono dei politici, la cui saggezza, il cui coraggio e la cui difesa della coscienza sono un’ispirazione senza tempo per coloro che cercano di promuovere il benessere della società”.

Ed ha richiamato le radici giudaico cristiane alla base dell’Europa: “Lo scopo di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, tuttavia, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta principalmente di preservare particolari costumi o tradizioni sociali, che in ogni caso variano da luogo a luogo e nel corso della storia. Si tratta soprattutto di un riconoscimento di un fatto”.

La difesa di tali radici è opportuna per garantire lo sviluppo della civiltà: “Inoltre, tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea. Basti ricordare alcuni degli importanti sviluppi della civiltà occidentale, in particolare i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, la sublime arte e musica, e i progressi della scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università. Questi sviluppi creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che dovrebbe essere custodita e celebrata”.

Quindi ‘difendere’ le radici cristiane significa garantire dignità a tutti: “In modo particolare, penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana. Questi sono essenziali per salvaguardare i diritti divinamente conferiti e il valore intrinseco di ogni persona umana, dal concepimento alla morte naturale.

Sono altresì fondamentali per rispondere alle sfide poste dalla povertà, dall’esclusione sociale, dalla deprivazione economica, nonché dall’attuale crisi climatica, dalla violenza e dalla guerra. Garantire che la voce della Chiesa, anche attraverso la sua dottrina sociale, continui a essere ascoltata, non significa restaurare un’epoca passata, ma garantire che risorse chiave per la cooperazione e l’integrazione future non vadano perse”.

(Foto: Santa Sede)

A Trieste mons. Trevisi invita alla veglia di preghiera per la morte dei migranti

Accogliendo la proposta della Comunità di Sant’Egidio, il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, e la Caritas diocesana invitano la comunità credente e la cittadinanza alla veglia di preghiera che si terrà oggi alle ore 20.00 a Trieste, nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, per ricordare il giovane di origine algerina rinvenuto senza vita in Porto Vecchio ed i tre giovani migranti recentemente trovati morti sul territorio regionale.

Quindi è stata ‘una morte annunciata’ quella di Hichem Billal Magoura, il cittadino algerino che ha perso la vita mercoledì 3 dicembre’ in un magazzino di Porto vecchio: “La quarta, dopo due a Udine ed una a Pordenone, a coinvolgere un giovane straniero in Friuli Venezia Giulia”, come scrive il Consorzio italiano di solidarietà, che lo chiama “non un fatto tragico e inevitabile, bensì il risultato della radicale assenza dell’intervento pubblico dovuto a tutte le persone che si trovano in situazioni di estrema emergenza”.

L’uomo non avrebbe chiesto aiuto a Ics, sostiene un comunicato: non risultava, infatti, tra coloro che si sono rivolti al centro diurno di via Udine: “Necessitava di un intervento di ‘bassa soglia’, che avrebbe potuto evitare la morte che lo ha prematuramente stroncato.

I servizi di bassa soglia esistono proprio per questo: devono essere attivati da ogni ente locale per garantire un riparo salvavita a chiunque si trovi in difficoltà, senza filtri di accesso né discriminazioni sulle cause della condizione di fragilità”; servizi che a Trieste, però, pur “aperti anche a chi non è residente e destinati a offrire protezione dal freddo, contano appena venti posti”. Altre morti analoghe, conclude il sodalizio, “potranno seguire in qualunque momento, perché a Trieste sono centinaia le persone lasciate senza alcun sostegno”.

Ed in questo tempo di avvento il vescovo di Trieste ha scritto una lettera per invitare alla fraternità: “In questo Avvento vogliamo aprirci alla fraternità riconoscendo che anche tra noi, nella diocesi di Trieste, ci sono situazioni difficili che necessitano l’impegno solidale di tutti. Ci sono piccole parrocchie o enti diocesani che negli anni sono stati gravati da mutui che ora faticano a saldare”.

Quindi la fraternità apre alla generosità: “La fraternità esige di incarnarsi in generosità che allevia le preoccupazioni e il gravame di passività, obblighi e interventi urgenti a cui si è vincolati. Ecco l’iniziativa straordinaria di una raccolta intitolata ‘Donare è ricevere’ che implica che il dono alle comunità in difficoltà di fatto è un allargare la fraternità, un dilatare la nostra famiglia cristiana, un diventare maggiormente corresponsabili.

Non lasciamo soli chi si trova in difficoltà, e non per colpa propria. Fin da adesso grazie a coloro che vorranno aiutarci a far crescere questo clima generoso che è pure un segno di speranza. Grazie alle famiglie, grazie alle imprese, grazie ai singoli che sapranno aprirsi a questo appello. Ogni contributo è prezioso”.

(Foto: Trieste Prima)

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