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XXVIII domenica del Tempo Ordinario: Gesù ed i dieci lebbrosi

La gratitudine è umiltà e rivela la sensibilità del cuore. La lebbra ai tempi di Gesù era considerata una malattia drammatica: il lebbroso veniva relegato ai margini della società; non poteva avvicinarsi ad alcuno né essere avvicinato. Un giorno sulla strada, che unisce Gerusalemme e Gerico, dieci lebbrosi da lontano gridano: ‘Gesù, Maestro, abbi pietà di noi’.

I dieci invocano un miracolo; Gesù legge la fede e la speranza che albergano nel loro cuore e, conforme a quanto prescriveva la legge, risponde: ‘Andate a Gerusalemme, presentatevi ai sacerdoti del Tempio’. Chiedere un miracolo significa credere in Dio; porre in Lui ogni speranza ed avere il coraggio della gratitudine e della conversione del cuore. Miracolare è atto di amore; amore con amore si paga. Gesù non guarda in faccia ad alcuno; Egli guarda il cuore. Per Gesù non esiste ebreo o pagano, amico o avversario: Egli è venuto per salvare l’uomo, tutti gli uomini.  

Il miracolo è sempre un segno eclatante che ferma le leggi della natura; la natura, creata da Dio, serve a rendere lode a Dio creatore e padre di tutti. I dieci lebbrosi ubbidiscono, si avviano verso il tempio per presentarsi ai sacerdoti quando, all’improvviso, pieni di gioia avvertono l’avvenuta guarigione. La loro fede e l’intervento divino li hanno salvati.

Alla realizzazione di un miracolo non si richiede mai qualcosa di forte o di gravoso da attuare perché Dio guarda il cuore dell’uomo e non le forze fisiche che regolano la realtà. i miracoli sono una breccia che Dio apre nel cuore o nella natura per rivelarci la sua santità e onnipotenza; costituiscono un dono di Dio; da parte dell’uomo necessita la fede e la gratitudine verso Dio grande e misericordioso. 

Per i dieci lebbrosi Gesù premia la loro fede; essi, però, eccetto il samaritano dimenticano il Donatore, il Padre  celeste che, nella persona di Gesù li aveva guariti e, lieti, se no tornarono a casa. Solo un samaritano, uno straniero sentì il bisogno e il dovere di lodare e ringraziare Gesù. Ecco l’ingratitudine: dare tutto per scontato come se tutto ci è dovuto. Da qui le parole di Gesù: ‘Non sono stati guariti tutti e dieci?; gli altri nove dove sono? Solo uno straniero  ha sentito il bisogno di dire: Grazie!’

La società va male perché c’é troppo egoismo, molto orgoglio e superbia. Dio resiste ai superbi, dà la grazia agli umili. L’umiltà è verità. Siamo deboli e limitati; quello che siamo è solo dono di Dio; da qui la necessità della riconoscenza, della gratitudine, della preghiera. Dio è essenzialmente amore, per ringraziare occorre umiltà. Il samaritano guarito loda il Signore Gesù; Naaman il Siro, guarito, volle erigere un altare al Signore in atto di ringraziamento. Io, tu, amico che leggi o ascolti, dobbiamo alzare gli occhi al cielo; come la Santissima Vergine Maria poter cantare: ‘L’anima mia magnifica il Signore… perché ha fatto cose grandi in me colui che è potente’.       

Giubileo per persone di orientamento omoaffettive: il Vangelo è liberante

“Fratelli e sorelle, l’aspersione con l’acqua battesimale, che ha segnato l’inizio della nostra Eucaristia, ha permesso ai nostri occhi di scorgere ciò che veramente ci unisce: l’amore di Cristo che regna fra noi donandoci una dignità incancellabile . ‘Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà’: queste parole del caro papa Francesco ci ricordano che ciò che Dio è capace di realizzare nelle nostre vite viene prima di qualunque proposito umano”:

con una frase dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ il vice presidente della Cei, mons. Francesco Savino, ha celebrato la messa giubilare nella chiesa del Gesù di Roma per i partecipanti al pellegrinaggio giubilare de ‘La tenda di Gionata’ ed altre associazioni sabato scorso, a cui hanno aderito cristiani con orientamento omoaffettivo e persone transgender.

Nell’omelia il vice presidente della Cei ha sottolineato che Dio ‘opera’ nella Chiesa: “Dio, Dio solo, il Dio di Gesù Cristo, opera per mezzo della sua Chiesa. E la plasma per tutti, come invito e segno radicato nella comune umanità. Noi possiamo resistere o assecondare l’opera di Dio, che in Cristo si è compiuta, ma non si è conclusa. Questo è importante: in Cristo l’opera di Dio si è compiuta, non si è conclusa. Dio opera ancora”.

Però la Sua opera continua nel tempo per il Regno: “Basta guardarvi in volto, renderci conto di dove siamo e di che cosa stiamo vivendo, per constatarlo e commuoverci. Commuoverci, cioè lasciarci muovere dall’agire di Dio, che Gesù ha chiamato ‘Il regno di Dio’. Non c’è un altro Vangelo, non c’è un Vangelo diverso da quello che Gesù ha annunciato: ‘Il regno di Dio è vicino’. Dal principio questo implica una domanda: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Ed una risposta: ‘Convertitevi!’, cioè voltatevi, guardate nella direzione opposta rispetto a quella di prima”.

Infatti la dottrina della Chiesa si fonda sulla resurrezione di Gesù: “Nella pagina scelta per questa Eucaristia abbiamo ascoltato l’espressione di Pietro che meglio di ogni altra esprime il rapporto fra Chiesa e Rivelazione, fra Chiesa e Risorto, fra Chiesa e dottrina”.

Ma la libertà di accogliere questa realtà dipende dal singolo: “Ciascuno di noi (di voi qui presenti, dei vostri familiari, di noi pastori e discepoli del Signore) ha avuto nella vita da accogliere o da rigettare una verità vivente. Ricordiamo quello che diceva spesso papa Francesco: ‘La realtà è superiore all’idea’. Preferendo la realtà al pregiudizio Dio può entrare. Opponendo alla realtà le idee, le idee stesse impazziscono e uccidono. È la differenza tra una verità viva e una verità morta: la verità viva fa vivere, la verità morta uccide”.

Quindi il Vangelo libera: “Insieme allora possiamo pregare: Gesù tu sei via, verità e vita. Perché tu ancora precedi la tua Chiesa, chiedendo a Pietro e al Collegio apostolico di anteporre la verità viva alle verità morte…  Liberaci (liberami) da qualsiasi tentazione polemica o ideologica, perché solo te vogliamo servire e seguire, così che venga il tuo Regno e nessuno debba più sentirsene escluso, nessuno debba più temerlo come una minaccia, per tutti, tutti, tutti, il tuo Regno sia vita della vita.

Gesù via, verità e vita, ancora rendi tua la nostra Chiesa”.

Per questo il giubileo libera e riconcilia: “Questa logica, di cui non approfittare per giustificare il male e le lentezze ingiustificabili, ci porta nel cuore del Giubileo, che è un tempo di riconciliazione e (dovremmo ormai dire) di giustizia riparativa.

Il Giubileo nella tradizione ebraica era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte, della remissione dei debiti e della liberazione degli schiavi e dei prigionieri, il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata. E’ l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata”.

Ciò non è cancellazione, ma affidamento a Dio: “Non si cancella il passato, non si strappano capitoli della nostra vita, non si nascondono le proprie stimmate: Dio però salva trasformando. Gesù, il Risorto riconoscibile dalle sue ferite, è il Nome di Dio. Siamo qui, a Roma, sulle tombe degli apostoli, per varcare quella sola porta santa che è Cristo…

Per lui si entra nella vita e concretamente (lo speriamo, lo vogliamo) nella vita della Chiesa, che per qualità umana e attenzione reciproca vuole e deve essere anticipazione della vita eterna. Così l’apostolo Pietro ci ha insegnato a ricrederci, l’apostolo Paolo a superarci”.

Al termine è stata ascoltata la testimonianza di Carola: “Devo confessare che all’inizio ero tiepida rispetto al pellegrinaggio giubilare de ‘La Tenda di Gionata’; la pigrizia mi stava tenendo a casa, poi, non fosse altro che per accompagnare il mio amico Enrico e salutare gli amici della Spagna, mi sono iscritta anch’io al pellegrinaggio. Alla veglia di preghiera nella chiesa del Gesù ho rincontrato tanti pezzettini della mia storia e della Storia del cammino lgbt credente”.

Quindi ha raccontato il cammino compiuto: “Siamo nella Chiesa del Gesù, fra le tombe di Ignazio e Francesco Saverio; penso a come il Signore mi è andato accompagnando in questi anni proprio attraverso la spiritualità ignaziana e le persone che ha messo al mio fianco nel cammino: padre Pino, don Cristobal, Maria Luisa,…

Allora, attraversando la Porta Santa, prego proprio con le parole di Ignazio: ‘Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta’.

Sulla tomba di Pietro in San Pietro abbiamo recitato il Credo. Lo vivo come un atto di fedeltà e di fiducia nella Chiesa che tanto ho criticato, e che invece ha bisogno di essere amata e ri-costruita dal di dentro. Se non fossi rimasta, il mio posto sarebbe rimasto vuoto, mi piace ricordarmelo”.

Mentre Fabiana e Luana durante la veglia di preghiera avevano sottolineato l’importanza della fede nella loro vita: “Nella nostra relazione la fede è un aspetto importante e nella quotidianità cerchiamo di conoscere e seguire la volontà di Dio sulla nostra vita, considerandoci una il dono dell’altra. Per questo motivo ci viene difficile accettare che il nostro amore possa essere visto come un peccato”.

Hanno fatto un paragone con la situazione di Bartimeo: “Chissà come si sarà sentito Bartimeo quando, nel desiderio di incontrare Gesù, veniva rimproverato perchè tacesse. Anche noi abbiamo sperimentato il giudizio e il rimprovero delle persone: non dobbiamo dare fastidio, non dobbiamo esistere, dobbiamo continuare a stare ai bordi della strada, invisibili, per non turbare nessuno, per non interrogare la coscienza di chi, dall’alto della propria integrità, onora il Signore”.

(Foto: Tenda di Gionata)

‘Padre Matteo La Grua. Nulla è impossibile a Dio’: il libro di Maria Lo Presti ripercorre la vita e il carisma del frate minore conventuale

E’ in uscita nelle librerie per i tipi delle Edizioni Messaggero Padova ‘Padre Matteo La Grua. Nulla è impossibile a Dio, biografia di Matteo La Grua’, frate minore conventuale, noto esorcista della Chiesa di Palermo, conosciuto anche per una molteplicità di guarigioni attribuite alla sua preghiera di intercessione. A scriverla è la biblista siciliana Maria Lo Presti, vicepostulatrice della causa di beatificazione.

La figura di Matteo La Grua (Castelbuono, 15 febbraio 1914 – Palermo, 15 gennaio 2012) è particolarmente nota non solo nella sua Sicilia, spesso riferita alla sua fama di esorcista e ai segni straordinari a lui attribuiti. Tanto che a oggi, a 13 anni dalla morte, la sua tomba è meta di tanti che lo ricordano o che cercano consolazione. Religioso di particolare rilievo per il suo Ordine e per la Chiesa di Palermo, persona colta e rigorosa, di profonda spiritualità, ha ricoperto una molteplicità di incarichi delicati.

A segnare una svolta nella sua vita fu la richiesta, nel 1975 all’età di sessant’anni, del card. Salvatore Pappalardo di prendersi cura del Rinnovamento nello Spirito già presente a Palermo. Dal giorno della preghiera di effusione, ricevuta a Roma, iniziò qualcosa di totalmente nuovo. Naturalmente schivo e riservato, il frate divenne il comunicatore potente dell’amore del Padre per i suoi figli. Subito si cominciarono a verificare segni straordinari e la sua fama si diffuse rapidamente, tanto che alla sua porta accorsero sempre molte persone e devoti.

L’autrice racconta con dovizia di particolari tanti avvenimenti di cui è stata testimone come collaboratrice di p. La Grua. Per una più completa conoscenza della spiritualità del francescano, Lo Presti rimanda più volte alla lettura dei libri scritti dallo stesso sulla preghiera di guarigione, di liberazione e di consolazione, poiché attraverso di essi è possibile cogliere più facilmente la natura dell’uomo a partire dal dato biblico. Al termine di ogni capitolo si può leggere una delle tante composizioni poetiche di p. Matteo adeguata al tema trattato, che oltre a rendere la lettura più scorrevole rivela la personalità poliedrica e, in questo caso, anche la capacità di esprimere il suo sentire in versi.

Papa Leone XIV: da una richiesta arriva la salvezza

“Dal Sudan, in particolare dal Darfur, giungono notizie drammatiche. A El Fasher, numerosi civili sono intrappolati nella città, vittime di carestia e violenze. A Tarasin, una frana devastante ha causato moltissimi morti, lasciando dietro di sé dolore e disperazione. E, come se non bastasse, la diffusione del colera minaccia centinaia di migliaia di persone già stremate. Sono più che mai vicino alla popolazione sudanese, in particolare alle famiglie, ai bambini e agli sfollati. Prego per tutte le vittime.

Rivolgo un appello accorato ai responsabili e alla comunità internazionale, affinché siano garantiti corridoi umanitari e si attui una risposta coordinata per fermare questa catastrofe umanitaria. E’ tempo di avviare un dialogo serio, sincero e inclusivo tra le parti, per porre fine al conflitto e restituire al popolo del Sudan speranza, dignità e pace”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV, ricordando le vittime di una frana avvenuta a Tarasin, ha lanciato un appello per l’apertura di corridoi umanitari ed una risposta coordinata per mettere fine alle emergenze del popolo sudanese.  

Mentre ai pellegrini polacchi ha chiesto di pregare per i bambini e per i giovani che in questo mese ritornano a scuola e per i loro insegnanti: “Settembre sia un mese di preghiera per i bambini e i giovani che tornano a scuola e per coloro che si prendono cura della loro istruzione. Chiedete per loro, per intercessione dei Beati, e presto Santi, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, il dono di una fede profonda nel loro cammino di maturazione”.

Invece nella meditazione del ciclo di catechesi sulla Pasqua il papa si è soffermato sulla parola ‘Ho sete!’, pronunciata da Gesù sulla croce: “Nel cuore del racconto della passione, nel momento più luminoso e insieme più tenebroso della vita di Gesù, il Vangelo di Giovanni ci consegna due parole che racchiudono un mistero immenso: ‘Ho sete’, e subito dopo: ‘E’ compiuto’. Parole ultime, ma cariche di una vita intera, che svelano il senso di tutta l’esistenza del Figlio di Dio. Sulla croce, Gesù non appare come un eroe vittorioso, ma come un mendicante d’amore. Non proclama, non condanna, non si difende. Chiede, umilmente, ciò che da solo non può in alcun modo darsi”.

Per il papa questa esclamazione di Gesù rappresenta un grido di amore: “La sete del Crocifisso non è soltanto il bisogno fisiologico di un corpo straziato. E’ anche, e soprattutto, espressione di un desiderio profondo: quello di amore, di relazione, di comunione. E’ il grido silenzioso di un Dio che, avendo voluto condividere tutto della nostra condizione umana, si lascia attraversare anche da questa sete. Un Dio che non si vergogna di mendicare un sorso, perché in quel gesto ci dice che l’amore, per essere vero, deve anche imparare a chiedere e non solo a dare”.

E’ un esclamazione di aiuto e perciò di salvezza comunitaria: “Nessuno di noi può bastare a sé stesso. Nessuno può salvarsi da solo. La vita si ‘compie’ non quando siamo forti, ma quando impariamo a ricevere. E proprio in quel momento, dopo aver ricevuto da mani estranee una spugna imbevuta di aceto, Gesù proclama: è compiuto. L’amore si è fatto bisognoso, e proprio per questo ha portato a termine la sua opera”.

Ecco il motivo per cui Dio salva attraverso l’aiuto dell’altro: “Questo è il paradosso cristiano: Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico. La salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere con umiltà il proprio bisogno e nel saperlo liberamente esprimere”.

Quindi non è un atto di ‘forza’: “Il compimento della nostra umanità nel disegno di Dio non è un atto di forza, ma un gesto di fiducia. Gesù non salva con un colpo di scena, ma chiedendo qualcosa che da solo non può darsi. E qui si apre una porta sulla vera speranza: se anche il Figlio di Dio ha scelto di non bastare a sé stesso, allora anche la nostra sete (di amore, di senso, di giustizia) non è un segno di fallimento, ma di verità”.

L’azione di Dio è un capovolgimento della nostra mentalità: “Questa verità, apparentemente così semplice, è difficile da accogliere. Viviamo in un tempo che premia l’autosufficienza, l’efficienza, la prestazione. Eppure, il Vangelo ci mostra che la misura della nostra umanità non è data da ciò che possiamo conquistare, ma dalla capacità di lasciarci amare e, quando serve, anche aiutare”.

Ecco il motivo per cui l’amore passa attraverso il perdono: “Gesù ci salva mostrandoci che chiedere non è indegno, ma liberante. E’ la via per uscire dal nascondimento del peccato, per rientrare nello spazio della comunione. Fin dall’inizio, il peccato ha generato vergogna. Ma il perdono, quello vero, nasce quando possiamo guardare in faccia il nostro bisogno e non temere più di essere rifiutati”.

Quindi la sete stimola a cercare l’acqua: “La sete di Gesù sulla croce è allora anche la nostra. E’ il grido dell’umanità ferita che cerca ancora acqua viva. E questa sete non ci allontana da Dio, piuttosto ci unisce a Lui. Se abbiamo il coraggio di riconoscerla, possiamo scoprire che anche la nostra fragilità è un ponte verso il cielo. Proprio nel chiedere (non nel possedere) si apre una via di libertà perché smettiamo di pretendere di bastare a noi stessi”.

E’ un’apertura alla fraternità: “Nella fraternità, nella vita semplice, nell’arte di domandare senza vergogna e di offrire senza calcolo, si nasconde una gioia che il mondo non conosce. Una gioia che ci restituisce alla verità originaria del nostro essere: siamo creature fatte per donare e ricevere l’amore”.

In conclusione il papa ha esortato a chiedere quando siamo nel bisogno: “Cari fratelli e sorelle, nella sete di Cristo possiamo riconoscere tutta la nostra sete. E imparare che non c’è nulla di più umano, nulla di più divino, del saper dire: ho bisogno. Non temiamo di chiedere, soprattutto quando ci sembra di non meritarlo. Non vergogniamoci di tendere la mano. E’ proprio lì, in quel gesto umile, che si nasconde la salvezza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone invita al perdono

“Venerdì prossimo, 22 agosto, celebreremo la memoria della beata Vergine Maria Regina. Maria è Madre dei credenti qui sulla terra ed è invocata anche come Regina della pace. Mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso”: al termine dell’udienza generale  papa Leone XIV ha rivolto una preghiera di intercessione della Vergine Maria per la fine dei conflitti in corso.

Mentre nella basilica san Pietro ha invitato ad imparare il perdono: “Chiediamo al Signore il suo perdono, impariamo a perdonarci gli uni gli altri. Impariamo tutti a perdonare, perché perdonarci gli uni gli altri è costruire un ponte di pace. E dobbiamo pregare per la pace che è così necessaria nel nostro mondo oggi, una pace che solo Gesù Cristo ci può donare. Grazie per essere stati qui stamattina, e grazie per la vostra pazienza. E chiediamo la benedizione del Signore su ciascuno di noi”.

Mentre nell’udienza generale il papa ha ripreso il ciclo di catechesi che si svolge lungo l’intero Anno Giubilare, dal titolo ‘Gesù Cristo nostra speranza’ con la meditazione concentrata sul tema del perdono, prendendo spunto dal Vangelo di Giovanni: ‘Li amò sino alla fine’: “San Giovanni, con la sua profonda sensibilità spirituale, ci racconta così quell’istante… Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

Gesù conosce l’ora, ma non la subisce: la sceglie. E’ Lui che riconosce il momento in cui il suo amore dovrà passare attraverso la ferita più dolorosa, quella del tradimento. E invece di ritrarsi, di accusare, di difendersi… continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge”.

Il perdono è vissuto fino alla fine con la manifestazione di non escludere nessuno dal banchetto pasquale: “Con questo gesto semplice e umile, Gesù porta avanti e a fondo il suo amore. Non perché ignori ciò che accade, ma proprio perché vede con chiarezza. Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto”.

Gesù offre sempre la redenzione, anche se non comprendiamo: “Questo passaggio ci colpisce: come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato. E proprio per questo, fratelli e sorelle, quel boccone è la nostra salvezza: perché ci dice che Dio fa di tutto (proprio tutto) per raggiungerci, anche nell’ora in cui noi lo respingiamo”.

Quindi il perdono è sempre possibile: “E’ qui che il perdono si rivela in tutta la sua potenza e manifesta il volto concreto della speranza. Non è dimenticanza, non è debolezza. E’ la capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine. L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare”.

Ecco il motivo per cui il papa ha invitato a perdonare sempre: “Quante relazioni si spezzano, quante storie si complicano, quante parole non dette restano sospese. Eppure, il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro”.

E’ un invito a chiedere il perdono: “Chiediamo oggi la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati. Perché è proprio in quelle ore che l’amore può giungere al suo vertice. Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero (anche di tradire) senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene”.

Il perdono rende liberi, ha concluso il papa: “Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Gesù, con il gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza, se scelto come spazio per un amore più grande. Non cede al male, ma lo vince con il bene, impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare”.

(Foto: Santa Sede)

XIX Domenica del Tempo Ordinario: Non temere, piccolo gregge!

Il Vangelo ci esorta: ‘Non temere, piccolo gregge!’; sei figlio di Dio e il Padre ha preparato per te un regno. L’uomo spesso si perde d’animo; è preda del timore o della paura; è la fragilità umana che spinge  l’uomo a temere. C’è il timore di Dio, c’è il timore degli uomini: l’uomo davanti a Dio sperimenta il rapporto di finito ed infinito; l’uomo è finito e limitato, Dio è infinito e santo. Ogni volta che Dio si manifesta ad Abramo, a Mosè o al popolo, l’uomo è preso da timore e Dio lo incoraggia: ‘Non temere, piccolo gregge’.

Il timore si supera solo con la Fede: vedi la fede di Abramo, la fede di Sara o di Mosè e il popolo ebreo diventa il popolo di Dio. La fede trasforma il timore in virtù teologale; ma bisogna essere sempre pronti, vigilanti: “siate pronti, dice Gesù, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese!”. La vita dell’uomo è un cammino verso il cielo: creati da Dio, dobbiamo tornare a Dio dove Cristo Gesù ci ha preparato un posto nel regno dei cieli. L’apostolo Pietro chiede a Gesù: “Queste cose, queste parabole le dici per noi o valgono per tutti’. Davanti al Signore non c’è differenza tra pastori e fedeli; siamo tutti ‘il gregge del Signore’ per il quale Gesù è morto in croce e ci ha elevato alla dignità di figli di Dio.

Noi infatti preghiamo come ci ha insegnato Gesù: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La chiave di Volta che ci aiuta a superare le paure e le tentazioni, è le fede e l’amore: la fede proietta la nostra vita nel giusto cammino; noi non attendiamo di raggiungere qualcosa ma Qualcuno; è l’incontro con il Signore: pastore e guida, Padre misericordioso ed attento. La Fede proietta la nostra esperienza nel futuro e ci dà la forza di bene operare nel presente; da qui il nostro abbandono nelle mani di Dio e la fiducia nella sua parola.

‘Non temere, piccolo gregge’: c’è una promessa di Dio; c’è la costatazione della nostra debolezza e fragilità; da qui la necessità della nostra preghiera sempre viva: Padre, ricordati di noi, fai crescere in noi lo spirito di figli adottivi. Gesù è il salvatore e noi con umiltà imploriamo: Signore, pietà, Cristo pietà!. Se hai fede, dice Gesù: non temere, piccolo gregge, perchè al Padre vostro è piaciuto darvi il Regno: la fede di Abramo, di Mosè ci sia di sprone a sperare, a credere sulla parola di Dio. Il Vangelo ci invita a tenere ben salda la cintura ai fianchi e  pregare, come l’apostolo, ‘Signore, aumenta la nostra fede’.

Ci esorta inoltre a tenere ‘le lucerne accese’: Dio di lucerne ce ne ha dato due: a) la voce della coscienza, che è la voce di Dio in noi che ci richiama se facciamo il male, ci loda se facciamo il bene, come ci insegna sant’Agostino: uomo, non uscire fuori di te, rientra in te stesso perchè nel tuo io interiore incontri Dio, che è amore: Dio ti ama, e ti invita ad amare. b) La seconda lucerna è la Fede, luce che abbiamo ricevuto con il Battesimo, dono dello Spirito Santo. La Fede è una luce superiore che, come figli di Dio, ci parla di amore: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… , amerai il prossimo tuo come te stesso’.

L’amore è qualcosa di divino, perché Dio è amore. L’aiuto divino ci fa scorgere nell’altro un fratello, una sorella da servire nel nome del Signore; amore concreto, di cui parla Gesù: qualunque cosa hai fatto ad un tuo fratello, l’hai fatto a me. La fede vera apre il cuore al prossimo, ci sprona e ci riempie di speranza concreta. Allora, amico che leggi o ascolti, sei pronto? Il viaggio intrapreso è senza ritorno ma la meta è sublime ed eterna. La parola di Dio parla sempre dentro il cuore e mantiene sempre ciò che promette. La Madonna, Madre di Gesù e nostra, che ci ha preceduti nel nostro cammino verso la meta, ci protegga, ci aiuti, ci copra con il suo manto materno. Allora non temere, piccolo gregge!

Papa Leone XIV invita alla rivoluzione dell’amore

“Il Vangelo di oggi inizia con una bellissima domanda posta a Gesù: ‘Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?’ Queste parole esprimono un desiderio costante nella nostra vita: il desiderio di salvezza, cioè di un’esistenza libera dal fallimento, dal male e dalla morte. Ciò che il cuore dell’uomo spera viene descritto come un bene da ‘ereditare’: non si tratta di conquistarlo con la forza, né di implorarlo come servi, né di ottenerlo per contratto. La vita eterna, che Dio solo può dare, viene trasmessa in eredità all’uomo come dal padre al figlio”: prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato l’importanza della vita eterna.

Però per avere la vita eterna occorre guardare a Gesù: “Fratelli e sorelle, guardiamo a Lui! Gesù è la rivelazione del vero amore verso Dio e verso l’uomo: amore che si dona e non possiede, amore che perdona e non pretende, amore che soccorre e non abbandona mai. In Cristo, Dio si è fatto prossimo di ogni uomo e di ogni donna: perciò ciascuno di noi può e deve diventare prossimo di chi incontra lungo il cammino.

Sull’esempio di Gesù, Salvatore del mondo, anche noi siamo chiamati a portare consolazione e speranza, specialmente a chi è scoraggiato e deluso. Per vivere in eterno, dunque, non occorre ingannare la morte, ma servire la vita, cioè prendersi cura dell’esistenza degli altri nel tempo che condividiamo. Questa è la legge suprema, che viene prima di ogni regola sociale e le dà senso”.

Mentre nella parrocchia di San Tommaso da Villanova papa Leone XIV ha riflettuto sulla parabola del buon Samaritano: “Questo racconto continua a sfidarci anche oggi, interpella la nostra vita, scuote la tranquillità delle nostre coscienze addormentate o distratte, e ci provoca contro il rischio di una fede accomodante, sistemata nell’osservanza esteriore della legge ma incapace di sentire e di agire con le stesse viscere compassionevoli di Dio. La compassione, infatti, è al centro della parabola. E se è vero che nel racconto evangelico essa viene descritta dalle azioni del samaritano, la prima cosa che il brano sottolinea è lo sguardo”.

Poi il papa ha invitato a porre attenzione sullo sguardo dei protagonisti: “Cari fratelli e sorelle, lo sguardo fa la differenza, perché esprime ciò che abbiamo nel cuore: si può vedere e passare oltre oppure vedere e sentire compassione. C’è un vedere esteriore, distratto e frettoloso, un guardare facendo finta di non vedere, cioè senza lasciarci toccare e senza farci interpellare dalla situazione; e c’è un vedere, invece, con gli occhi del cuore, con uno sguardo più profondo, con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro, ci fa partecipare interiormente, ci tocca, ci scuote, interroga la nostra vita e la nostra responsabilità”.

E’ stato un invito a guardare con gli occhi della misericordia: “Il primo sguardo di cui la parabola vuole parlarci è quello che Dio ha avuto verso di noi, perché anche noi impariamo ad avere i suoi stessi occhi, colmi di amore e compassione, gli uni verso gli altri. Il buon samaritano, infatti, è anzitutto immagine di Gesù, il Figlio eterno che il Padre ha inviato nella storia proprio perché ha guardato all’umanità senza passare oltre, con occhi, con cuore, con viscere di commozione e compassione.

Come il tale del Vangelo che scendeva da Gerusalemme a Gerico, l’umanità discendeva negli abissi della morte e, ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte; Dio, però, ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia”.

E sono ritornate le parole di papa Francesco: “Comprendiamo, allora, perché la parabola sfida anche ciascuno di noi: poiché Cristo è manifestazione di un Dio compassionevole, credere in Lui e seguirlo come suoi discepoli significa lasciarsi trasformare perché anche noi possiamo avere i suoi stessi sentimenti: un cuore che si commuove, uno sguardo che vede e non passa oltre, due mani che soccorrono e leniscono ferite, le spalle forti che si prendono il carico di chi è nel bisogno”.

Questa è la ‘rivoluzione dell’amore’ che Gesù chiede: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore. Oggi, quella strada che da Gerusalemme discende verso Gerico, una città che si trova sotto il livello del mare, è la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà; è la strada di tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita; è la strada di tutti coloro che ‘scendono in basso’ fino a perdersi e toccare il fondo; ed è la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”.

L’esempio del buon samaritano è una parabola anche per noi: “Vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano? A volte ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione; ma Gesù capovolge la prospettiva presentandoci un samaritano, uno straniero ed eretico che si fa prossimo di quell’uomo ferito. E ci chiede di fare lo stesso”.

Infine con una citazione di papa Benedetto XVI, papa Leone XIV ha invitato ad imitare il buon Samaritano: “Vedere senza passare oltre, fermare le nostre corse indaffarate, lasciare che la vita dell’altro, chiunque egli sia, con i suoi bisogni e le sofferenze, mi spezzino il cuore. Questo ci rende prossimi gli uni degli altri, genera una vera fraternità, fa cadere muri e steccati. E finalmente l’amore si fa spazio, diventando più forte del male e della morte”.

(Foto: Santa Sede)

XV Domenica  del Tempo Ordinario: chi è il prossimo d’amare?

Gesù annuncia la grande notizia: l’uomo è creato per la vita eterna. Un dottore della Legge chiede a Gesù: ‘Cosa fare per ereditare la vita eterna?’; qual’é il fine ultimo e la strada per realizzarlo? Gesù invita il dottore della legge a riflettere: tu hai la ragione e la coscienza; conosci la Sacra Scrittura, che è parola di Dio. Nella vita bisogna riflettere da uomo; il cristianesimo non si oppone alla coscienza ma la perfeziona e la completa perché la verità é una ed è sempre la stessa sia che la scopri con l‘intelligenza sia che la cogli con la rivelazione, che è parola di Dio.

Al dottore della Legge Gesù risponde con la Bibbia: “Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore; amerai il prossimo tuo come te stesso”. Amare Dio è chiaro e semplice; chi è il prossimo che bisogna anche amare? Per l’ebreo il prossimo era l’altro ebreo; da escludere certamente il samaritano, considerato come un falso ebreo, e un pagano, un adoratore degli dei falsi e bugiardi. Nella parabola Gesù evidenzia che il ‘prossimo’ è l’uomo che ha bisogno, prossimo non è tanto il parente o il connazionale ma ogni uomo che è nel bisogno.

Con la parabola del ‘buon samaritano’ Gesù scardina la vecchia mentalità ed evidenzia la vera logica della carità, che non è un concetto astratto ma un impegno concreto. Prossimo è chiunque si trova nel bisogno; Gesù risponde allora con un breve racconto dove protagonista è un ‘samaritano’. I Giudei disprezzavano i samaritani considerandoli estranei al popolo di Dio anche se abitavano nella Palestina. Nella parabola un uomo va da Gerusalemme a Gerico, s’imbatte in ladri che lo derubano, lo feriscono e lo lasciano sanguinante a terra.

Sulla stessa strada passano un sacerdote e un levita, che passano, guardano e vanno subito via: i due religiosi della parabola giustificano la loro indifferenza davanti a chi soffre con la ubbidienza alla legge: il Religioso sempre a contatto con il sacro non può permettersi di imbrattarsi le mani di sangue. Passa invece  un Samaritano: si fa avanti, si fa carico dello sconosciuto, lava le ferite, lo trasporta in ospedale e si fa carico anche delle spese. Gesù propone come modello il samaritano, colui che ufficialmente era ritenuto dagli ebrei ‘uomo senza fede’.

Gesù chiede al dottore della legge: ‘Chi è stato prossimo a quel povero uomo?’; certamente non i due religiosi ma chi ha avuto compassione, cioè il samaritano.  Gesù passa così dalla legge antica al Vangelo; la parabola mira a trasformare così la vecchia mentalità nella logica di Cristo Gesù: la logica dell’amore. Rendere il vero culto a Dio significa servire i fratelli con amore sincero e profondo. Amare è dare e non ricevere: essere disposti anche a spendere il proprio  io e a ‘spandersi’ per gli altri in nome di Dio.

II buon samaritano è immagine di Dio che nella persona del suo Figlio Gesù si piega sulla natura umana stanca e ferita dal peccato e ci insegna: ‘Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? non fanno così anche i pagani?’; se siete veri figli di Dio, imitate Dio che fa sorgere il sole per i buoni e i cattivi; imitate Gesù che muore in croce per tutti. Bisogna farsi vicino al prossimo ‘a fatti’ e non ‘a parole’.

La carità è vera quando è concreta; si concretizza con rapporti cordiali di concretezza e solidarietà. L’amore vero supera l’io , il soggetto , e si apre nell’interesse e alle necessità dell’altro. Andare verso il prossimo significa promuovere una carità di condivisione ed equa spartizione dei beni. La Madonna, madre misericordiosa, ci aiuti a riscoprirci veri fratelli e amici di Cristo Gesù con una carità viva, incisiva e concreta.

Papa Leone XIV invita i giovani ad aprirsi all’amore di Dio

“E’ per me un piacere salutare tutti voi riuniti al White Sox Park per questa grande celebrazione come comunità di fede dell’arcidiocesi di Chicago. Un saluto speciale al cardinale Cupich, ai vescovi ausiliari, a tutti i miei amici che si sono riuniti oggi in occasione della solennità della Santissima Trinità”: in un videomessaggio per la celebrazione organizzata dall’arcidiocesi di Chicago nello stadio di baseball dei White Sox in suo onore, papa Leone XIV ha invitato a rivolgersi all’amore di Dio.

Nel videomessaggio il papa ha invitato i giovani a prendere come ‘modello’ la Trinità: “Ed inizio da qui perché la Trinità è il modello dell’amore di Dio per noi. Dio: Padre, Figlio e Spirito. Tre persone in un solo Dio vivono unite nella profondità dell’amore, in comunità, condividendo quella comunione con tutti noi. Perciò, mentre oggi vi siete riuniti per questa grande celebrazione, desidero esprimervi la mia gratitudine e al tempo stesso incoraggiarvi a continuare a costruire comunità, amicizia, come fratelli e sorelle nella vostra vita quotidiana, nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nell’arcidiocesi e in tutto il mondo”.

Anche se le circostanze non sono molto favorevoli il papa ha invitato i giovani a vivere l’opportunità della fede: “A volte può essere che le circostanze della vostra vita non vi hanno dato l’opportunità di vivere la fede, di vivere come membri di una comunità di fede, e io vorrei cogliere questa occasione per invitare ognuno di voi a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi, Dio vi sta cercando, vi sta chiamando, vi sta invitando a conoscere suo Figlio Gesù Cristo, attraverso le Scritture, forse attraverso un amico o un parente…, un nonno o una nonna, che potrebbe essere una persona di fede.

A scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri”.

Quindi attraverso l’amicizia si può scoprire l’amore di Dio: “E in quel servizio agli altri possiamo scoprire che, unendoci in amicizia, costruendo comunità, anche noi possiamo trovare il vero significato della nostra vita. Momenti di ansia, di solitudine….

Tante persone che soffrono a causa di diverse esperienze di depressione o tristezza, possono scoprire che l’amore di Dio è veramente capace di guarire, che porta speranza, e che in realtà, ritrovarsi come amici, come fratelli e sorelle, in una comunità, in una parrocchia, in un’esperienza di vita vissuta insieme nella fede, possiamo scoprire che la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita”.

Ecco che la condivisione della fede è un segno di speranza: “Condividere questo messaggio di speranza gli uni con gli altri (sensibilizzando, servendo, cercando modi per rendere il nostro mondo un posto migliore) dà la vera vita a tutti noi ed è un segno di speranza per il mondo intero”.

Ed i giovani possono essere promessa, come afferma sant’Agostino: “Ai giovani qui riuniti desidero dire, ancora una volta, che siete la promessa di speranza per molti di noi. Il mondo guarda a voi mentre voi vi guardate attorno e dite: abbiamo bisogno di voi, vi vogliamo con noi per condividere con voi questa missione (come Chiesa e nella società) di annunciare un messaggio di vera speranza e di promuovere pace, di promuovere l’armonia tra tutti i popoli”.

Ma la promessa si realizza superando gli egoismi: “Dobbiamo guardare al di là dei nostri (se così possiamo definirli) modi egoistici. Dobbiamo cercare modi per unirci e promuovere un messaggio di speranza. Sant’Agostino ci dice che se vogliamo che il mondo sia un posto migliore, dobbiamo iniziare da noi stessi, dobbiamo iniziare dalla nostra vita, dal nostro cuore”.

Quindi possono diventare ‘fari di speranza’, come ha affermato sant’Agostino: “Quella luce, che forse all’orizzonte non è facile scorgere; eppure, man mano che cresciamo nella nostra unità, ma mano che ci riuniamo in comunione, scopriamo che quella luce diventa sempre più luminosa. Quella luce che, in realtà, è la nostra fede in Gesù Cristo. E noi possiamo diventare quel messaggio di speranza, per promuovere pace e unità nel mondo intero.

Tutti viviamo con tante domande nel nostro cuore. Sant’Agostino parla così spesso del nostro cuore ‘che non ha posa’ e dice: ‘il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te Signore’. Questa inquietudine non è una cosa negativa, e noi non dovremmo cercare modi per estinguere il fuoco, per eliminare o addirittura anestetizzarci alle tensioni che sentiamo, alle difficoltà che sperimentiamo. Dovremmo piuttosto entrare in contatto con il nostro cuore e riconoscere che Dio può operare nella nostra vita, mediante la nostra vita e, attraverso di noi, raggiungere altre persone”.

Il videomessaggio si conclude con l’invito ad aprirsi all’amore di Dio: “Vorrei quindi invitarvi tutti a prendervi un momento, ad aprire il vostro cuore a Dio, all’amore di Dio, a quella pace che solo il Signore può donarci. A sentire quanto è profondamente bello, quanto è forte, quanto è significativo l’amore di Dio nella nostra vita. E a riconoscere che, sebbene non facciamo nulla per meritarci l’amore di Dio, Dio, nella sua generosità, continua a riversare il suo amore su di noi.

E mentre ci dona il suo amore, ci chiede soltanto di essere generosi e di condividere con gli altri ciò che ci ha donato. Che possiate essere davvero benedetti mentre vi riunite per questa celebrazione. Che l’amore e la pace del Signore scendano su ognuno di voi, sulle vostre famiglie, e che Dio vi benedica tutti, affinché possiate essere sempre fari di speranza, un segno di speranza e di pace nel mondo intero”.

Riccardo Rossi invita a donare il sangue

“Andiamo a donare sangue perché nel periodo estivo in varie parti d’Italia vi è una cronica carenza, in particolare a Catania, Messina, Palermo, Napoli, in Sardegna, Barletta, Foggia, Corato e già da adesso in tutta Italia vi è una grande mancanza di plasma, da cui si ottengono immunoglobuline come terapia salvavita per malattie come Miastenia Gravis, sindrome di Guillan Barrè, Steff Pearson che hanno deficit immunitari e sono anche degenerative”.

A lanciare l’appello ad Adnkronos è Riccardo Rossi, per tanti anni braccio destro di fratel Biagio Conte: “Gli ammalati bisognosi di sangue e dei suoi derivati nel periodo estivo soffrono di più per il caldo e perché i tempi di attesa per ricevere una trasfusione diventano più lunghi. In Italia manca il 30% del fabbisogno di plasma (anche in Europa vi è lo stesso deficit) e così ogni anno è costretta a comprarlo all’estero, soprattutto negli Usa, a prezzi elevati e, di conseguenza, il malato riceve spesso farmaci derivati del plasma a prezzi proibitivi, a volte impossibili”.

E’ un invito a diventare donatori: “Con questo atto d’amore, ci mettiamo nella condizione di fare e di ricevere del bene; a questo proposito Gesù dice a tutti noi: ‘Figlia/o mia chi vuol ricevere deve dare, il dare dispone la creatura a ricevere, e Dio a dare’ (tratto da Libro di Cielo, volume 29, del 10 maggio 1931, vergato dalla serva di Dio Luisa Piccarreta).

Non dobbiamo avere preconcetti nel donare sangue; anche io prima avevo paura degli aghi, avevo crisi di panico al solo pensiero, mi cullavo del fatto che facevo già tanto per gli altri, essendo un missionario impegnato nel sociale. Ma grazie allo stimolo di mia moglie Barbara, donatrice trentennale e alla fede sono diventato anche io un donatore di sangue, di plasma e di piastrine, con la consapevolezza che col mio gesto posso contribuire a salvare la vita di chi ha avuto un incidente, di chi ha bisogno di sangue, di chi fa trapianti, di chi ha il cancro, di chi ha malattie infettive, deficit immunitari…”.

E conclude con l’invito a donare il sangue prima di andare in vacanza: “E così, grazie alla preghiera, che mi permette di essere fuso in Gesù, mantengo la calma, non guardo l’ago e penso solo al bene che posso fare; il piccolo dolore della puntura e le mie paure scompaiono e la gioia nel dare è grande”. ““Prima di andare in vacanza ricordiamoci di donare; e per chi non lo ha ancora mai fatto, coraggio non esitate, donando sangue e i suoi derivati, plasma e piastrine, si salvano vite!”

Inoltre dal 2004 il 14 giugno viene festeggiata la Giornata mondiale del donatore di sangue proclamata dalla Organizzazione mondiale della sanità. Il 14 giugno è stato scelto in quanto giorno di nascita del biologo austriaco Karl Landsteiner, scopritore del sistema AB0 nel 1900, e coscopritore del fattore Rhesus.

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