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Gesù Cristo – re dell’universo! Cristo Gesù, re d’amore!

Con la festa di Cristo re si chiude l’anno liturgico. Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, si è fatto uomo per realizzare il Regno di Dio sulla terra. Il popolo ebreo attendeva la nascita di questo bimbo, che avrebbe tenuto il regno di David: un regno eterno ed universale. Nel Vangelo la Chiesa oggi ci presenta il Cristo morente in croce, dove è posta una scritta: I. N. R. I. (Gesù di Nazareth, re dei Giudei). Essere re è l’accusa principale con la quale Gesù viene deferito dai suoi avversari (il Sinedrio e i Sommi sacerdoti ) ed accusato davanti al tribunale di Ponzio Pilato, governatore romano.

Con questa accusa Gesù viene schernito dai Capi del popolo, dai sommi sacerdoti e dalle autorità. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù al popolo dicendo: ‘ecco il vostro Re’. Gesù aveva rifiutato il titolo di re, dopo la moltiplicazione dei pani,  ed ogni volta che questo titolo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi delle nazioni’. Davanti  al governatore che lo interroga: ‘sei tu il re dei giudei?’ Gesù risponde in modo assai chiaro: ‘Sì, tu lo dici, Io sono Re!’

La regalità di Gesù è rivelazione ed attuazione del disegno del Padre, che governa tutte le cose con amore e giustizia. Dio Padre ha affidato a Gesù, vero uomo e vero Dio, la missione di conferire la vita eterna a tutti gli uomini, che ha amato sino all’estremo sacrificio della croce, e il potere  di giudicare tutti gli uomini da vero uomo e vero Dio. Un ‘giudizio’ da giudice in chiave di amore. Il linguaggio di Gesù è  assai semplice. Egli dirà ai buoni, che hanno amato in modo vero e concreto: “Venite, benedetti dal Padre mio perchè avevo fame, sete, ero nudo, solo, carcerato, malato… e vi ho trovato sempre accanto a me”.

Gesù è un  Re che giudica, regna, dopo essere stato esempio vivo a tutti. Se mettiamo in pratica l’amore verso il prossimo solo allora facciamo spazio alla signoria di Cristo Gesù e il suo Regno si realizza in mezzo a noi. Gesù  ha instaurato il Regno con  il suo grande amore: il sacrificio della croce; amore con amore si paga. Gesù è veramente il nostro Re e lo stesso Pilato fece scrivere sulla croce: I.N.R.I. La storia registra molti regni, che sono esistiti e poi sono stati rovesciati; il regno di Cristo è regno eterno: le porte degli inferi non prevarranno mai.  

La stabilità di questo regno non è dovuta ad eserciti o a  bombe ed armi di qualsiasi sorta; regna solo l’amore: l’amore verso Dio e i fratelli trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia. Nel brano del Vangelo ascoltato figurano tre gruppi: a) il popolo , che sta lontano a guardare ( una volta correva dietro a Gesù implorando  grazie e guarigioni. b) I capi del popolo, dei soldati e da un malfattore, crocifisso accanto a Gesù ma che non parla. c) un terzo personaggio crocifisso con Gesù, che si rivolge con fede e pentimento: Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno, e Gesù a lui: ‘oggi sarai con me in paradiso’.

In questo terzo gruppo ci sono  anche Maria, sua madre; Giovanni, uno dei dodici apostoli e le pie donne. Il malfattore, crocifisso accanto a Gesù, pentito, riceve da Gesù il grande dono: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Per il popolo, per i capi del popolo, per i soldati Gesù ha solo parole di comprensione: ‘Padre, perdona loro!’ Prima che si conclude il dramma del suo sacrificio Gesù rivolgendosi a sua madre esclama: ‘Donna, ecco tuo figlio … e a Giovanni: ecco tua madre’. Per questo motivo, amici carissimi, oggi rivolgiamoci supplici a Maria invocandola: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: sempre sereni, nelle mani di Dio!

Siamo verso la fine dell’anno liturgico: domenica prossima è la festa di Cristo re e si conclude l’anno liturgico. La fine della corsa è solo arrivo al grande traguardo dove l’uomo sperimenta l’amore di Dio e la sua provvidenza. Il linguaggio del vangelo è escatologico: fine dell’anno liturgico, fine di questa vita, fine di questo mondo; poi terra nuova e mondo nuovo. Nel Vangelo Gesù evidenzia non la fine della storia ma della nostra esperienza terrena.

Gesù si trovava a Gerusalemme e gli Apostoli e i Discepoli ammiravano la città santa e il Tempio, che era una vera meraviglia; Gesù evidenzia subito: ‘Verranno giorni in cui di tutto questo che voi ammirate non resterà pietra su pietra’. La distruzione del Tempio, annunciata da Gesù, è figura assai chiara che la storia dell’uomo sulla terra avrà una conclusione. Gesù usa due immagini: a) eventi catastrofici che si avvereranno: guerre, persecuzioni, carestie, distruzione del Tempio e la stessa Gerusalemme saranno distrutte, come alla stessa maniera avverrà per le nostre basiliche, cattedrali, edifici grandiosi, santuari scintillanti per oro, argento e marmi; di tutto questo non resterà pietra su pietra.        

B) la seconda immagine è rassicurante: ‘Non temete, dice Gesù, con la vostra perseveranza, salverete le vostre anime’. E’ una esortazione a non cedere nel momento in cui incalzano sofferenze e persecuzioni. Cosa fare allora? Rimanere sereni non perché non ci saranno prove o tribolazioni ma perché Dio è sempre con noi; le prove ci saranno, ma Dio non ci abbandonerà mai. Voi, dice Gesù, vegliate perché non conoscete né il giorno, né l’ora.

Compito del cristiano è restare saldi nella Fede, nella Speranza e nella Carità anche in mezzo alle avversità, alle guerre, ai cataclismi naturali. L’attesa della ‘Parusia’ non ci dispensa dagli impegni; essa crea, al contrario, responsabilità davanti a Dio circa l’agire nel mondo e per il mondo. I veri discepoli di Cristo Gesù non possono restare vittime di paura o di angoscia, ma sono chiamati a collaborare come operatori di pace, testimoni di speranza nel nome del Signore: la speranza di un futuro di salvezza e di vera redenzione. la vera Fede viva ci fa camminare con Cristo e ci addita la meta per la quale siamo stati creati da Dio e redenti da Gesù con la sua morte in croce. 

La Fede ci parla di amore perché Dio è amore, ci ha creati con un progetto di amore e ci presenta la meta come piena realizzazione: la fine della vita terrena è inizio della vita eterna. Amore è apertura agli altri; vivere per gli altri diventa il vero programma della vita cristiana. Da qui l’apostolo Paolo scrive ai cristiani: ‘Chi non vuole lavorare neppure deve mangiare’. Anche la Bibbia presenta Dio come ‘lavoratore’: ‘In principio Dio creò il cielo e la terra…’.

Dio creando ama e amando crea. l’uomo, creato ad immagine di Dio, è chiamato a continuare l’opera creativa di Dio e l’azione redentiva di Gesù. Manifestazione negativa del lavoro è la disoccupazione o il super-lavoro. Il vero cristiano non si lascia intimorire neppure dall’incalzare delle sofferenze fisiche o delle persecuzioni: opere tutte diaboliche. Da qui le parole rassicuranti di Gesù: ‘Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime’. Vegliate, dice Gesù, state pronti perché non sapete quando verrà il Signore.

L’ultima parola sarà quella del Signore, che ci presenta Cristo risorto e noi che con Lui risorgeremo. Ci siano di sprone i numerosi martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi consegnano a noi il Vangelo dell’amore e della misericordia di Dio. La Madonna, madre di Gesù e nostra, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi; ci sostenga, ci guidi nel cammino quotidiano con amore veramente materno.

Il bene che ho: per un amore più grande

Dopo le riflessioni pasquali e mariane, Mela Indie e Gipo Montesanto tornano con una nuova opera musicale da ascoltare su Spotify e YouTubee le piattaforme musicali, intitolato ‘Il bene che ho’. Di cosa parlerà il testo dell’opera (non opera lirica ma Christian Music) musicale?

“Ci sono delle persone che amiamo immensamente… persone per cui siamo disposti a dare la vita, che rappresentano tutto il bene che abbiamo. Il nuovo singolo parlerà di questo amore grande”.

Da dove hai preso l’ispirazione?

 “Il testo è tratto da una poesia di Mela Indie che avete già conosciuto come autore e interprete dell’album uscito a settembre”, dice Gipo Montesanto (@gipomusica). “ Ci sono altri particolari da raccontarvi e non vedo l’ora di parlarne insieme”.

Per quale motivo il singolo martedì 21 ottobre?

 “ Il 21 ottobre è una data per me importante. Chi mi conosce più da vicino sa il perche”.

Quali altre informazioni puoi darci?

 “In un certo senso è un inno all’essenza. Rendersi conto che le persone che ci sono state donate sono il bene più prezioso. Un amore più grande del resto. Un amore che qualcuno ha trovato nel rapporto stesso con Dio.

Realizzando quell’amore con lo ‘stare’ è il modo che abbiamo per scoprire anche noi stessi. L’alternativa è sempre il fuggire o restare anestetizzati dall’indifferenza. Il verso finale infatti dice: ‘Sei tu la persona per cui oggi sono io’. Si capisce di essere qualcuno, rispetto alla relazione che abbiamo con qualcun altro”.

Lo stare accanto, dedicando il nostro tempo, illumina già il nostro stesso essere. Ho letto una frase interssante in un posto che parlava della prossima uscita, questo singolo, è una cosa che tocca da vicino anche me con le mie opere. Puoi riportare il pensiero? E’ molto importante perché dà l’idea che nonostante tutto è sempre bene provare.

“Riusciamo a cambiare il mondo? Non so… ma siamo certi che provarci è un qualcosa che cambierà sicuramente noi”.

(Foto: Spotify)

Papa Leone XIV invita a riscoprire Nicola Cusano

“Siete giunti alla meta del vostro pellegrinaggio, ma, come i discepoli di Gesù, ora dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo. Il Giubileo ci ha resi pellegrini di speranza proprio per questo: tutto va ormai guardato alla luce della risurrezione del Crocifisso. E’ in questa speranza che siamo salvati! Gli occhi, però, non sono abituati. Così, prima di ascendere al cielo, il Risorto ha iniziato a educare i nostri sguardi. E continua a farlo anche oggi! In effetti, le cose non sono come sembrano: l’amore ha vinto, sebbene abbiamo davanti agli occhi tanti contrasti e vediamo lo scontro fra molti opposti”: nell’udienza giubilare in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha spiegato che sperare vuol dire anche lasciarsi guidare dalla fede, come insegna Nicola Cusano, cardinale vissuto nel XV secolo, diplomatico papale.

Infatti  Nicola Cusano è stato un pensatore che ha sempre perseguito l’unità della Chiesa: “In un’epoca altrettanto travagliata, nel secolo XV, la Chiesa ha avuto un Cardinale ancora oggi poco conosciuto. Fu un grande pensatore e servitore dell’unità. Si chiamava Nicola e veniva da Kues, in Germania: Nicola Cusano. Lui ci può insegnare che sperare è anche ‘non sapere’… Nicola Cusano non poteva vedere l’unità della Chiesa, scossa da correnti opposte e divisa fra Oriente e Occidente. Non poteva vedere la pace nel mondo e fra le religioni, in un’epoca in cui la cristianità si sentiva minacciata da fuori. Mentre viaggiava, però, come diplomatico del papa, egli pregava e pensava. Per questo i suoi scritti sono pieni di luce”.

E’ stato un intellettuale che ha sempre creduto nella speranza: “Molti suoi contemporanei vivevano di paura; altri si armavano preparando nuove crociate. Nicola, invece, scelse fin da giovane di frequentare chi aveva speranza, chi approfondiva discipline nuove, chi rileggeva i classici e tornava alle fonti. Credeva nell’umanità. Capiva che ci sono opposti da tenere insieme, che Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità. Nicola sapeva di non sapere e così comprendeva sempre meglio la realtà. Che dono grande per la Chiesa! Che chiamata al rinnovamento del cuore! Ecco i suoi insegnamenti: fare spazio, tenere insieme gli opposti, sperare ciò che ancora non si vede”.

Ecco la nascita della ‘dotta ignoranza’ dell’idiota: “Il Cusano parlava di una ‘dotta ignoranza’, segno di intelligenza. Protagonista di alcuni suoi scritti è un personaggio curioso: l’idiota. E’ una persona semplice, che non ha studiato e pone ai dotti domande elementari, che mettono in crisi le loro certezze”.

Così succede anche oggi, ribadendo la necessità della Chiesa nel diventare esperta in umanità: “E’ così anche nella Chiesa di oggi. Quante domande mettono in crisi il nostro insegnamento! Domande dei giovani, domande dei poveri, domande delle donne, domande di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza. Siamo in un tempo benedetto: quante domande! La Chiesa diventa esperta di umanità, se cammina con l’umanità e ha nel cuore l’eco delle sue domande”.

(Foto: Santa Sede)

XXVIII domenica del Tempo Ordinario: Gesù ed i dieci lebbrosi

La gratitudine è umiltà e rivela la sensibilità del cuore. La lebbra ai tempi di Gesù era considerata una malattia drammatica: il lebbroso veniva relegato ai margini della società; non poteva avvicinarsi ad alcuno né essere avvicinato. Un giorno sulla strada, che unisce Gerusalemme e Gerico, dieci lebbrosi da lontano gridano: ‘Gesù, Maestro, abbi pietà di noi’.

I dieci invocano un miracolo; Gesù legge la fede e la speranza che albergano nel loro cuore e, conforme a quanto prescriveva la legge, risponde: ‘Andate a Gerusalemme, presentatevi ai sacerdoti del Tempio’. Chiedere un miracolo significa credere in Dio; porre in Lui ogni speranza ed avere il coraggio della gratitudine e della conversione del cuore. Miracolare è atto di amore; amore con amore si paga. Gesù non guarda in faccia ad alcuno; Egli guarda il cuore. Per Gesù non esiste ebreo o pagano, amico o avversario: Egli è venuto per salvare l’uomo, tutti gli uomini.  

Il miracolo è sempre un segno eclatante che ferma le leggi della natura; la natura, creata da Dio, serve a rendere lode a Dio creatore e padre di tutti. I dieci lebbrosi ubbidiscono, si avviano verso il tempio per presentarsi ai sacerdoti quando, all’improvviso, pieni di gioia avvertono l’avvenuta guarigione. La loro fede e l’intervento divino li hanno salvati.

Alla realizzazione di un miracolo non si richiede mai qualcosa di forte o di gravoso da attuare perché Dio guarda il cuore dell’uomo e non le forze fisiche che regolano la realtà. i miracoli sono una breccia che Dio apre nel cuore o nella natura per rivelarci la sua santità e onnipotenza; costituiscono un dono di Dio; da parte dell’uomo necessita la fede e la gratitudine verso Dio grande e misericordioso. 

Per i dieci lebbrosi Gesù premia la loro fede; essi, però, eccetto il samaritano dimenticano il Donatore, il Padre  celeste che, nella persona di Gesù li aveva guariti e, lieti, se no tornarono a casa. Solo un samaritano, uno straniero sentì il bisogno e il dovere di lodare e ringraziare Gesù. Ecco l’ingratitudine: dare tutto per scontato come se tutto ci è dovuto. Da qui le parole di Gesù: ‘Non sono stati guariti tutti e dieci?; gli altri nove dove sono? Solo uno straniero  ha sentito il bisogno di dire: Grazie!’

La società va male perché c’é troppo egoismo, molto orgoglio e superbia. Dio resiste ai superbi, dà la grazia agli umili. L’umiltà è verità. Siamo deboli e limitati; quello che siamo è solo dono di Dio; da qui la necessità della riconoscenza, della gratitudine, della preghiera. Dio è essenzialmente amore, per ringraziare occorre umiltà. Il samaritano guarito loda il Signore Gesù; Naaman il Siro, guarito, volle erigere un altare al Signore in atto di ringraziamento. Io, tu, amico che leggi o ascolti, dobbiamo alzare gli occhi al cielo; come la Santissima Vergine Maria poter cantare: ‘L’anima mia magnifica il Signore… perché ha fatto cose grandi in me colui che è potente’.       

Giubileo per persone di orientamento omoaffettive: il Vangelo è liberante

“Fratelli e sorelle, l’aspersione con l’acqua battesimale, che ha segnato l’inizio della nostra Eucaristia, ha permesso ai nostri occhi di scorgere ciò che veramente ci unisce: l’amore di Cristo che regna fra noi donandoci una dignità incancellabile . ‘Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà’: queste parole del caro papa Francesco ci ricordano che ciò che Dio è capace di realizzare nelle nostre vite viene prima di qualunque proposito umano”:

con una frase dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ il vice presidente della Cei, mons. Francesco Savino, ha celebrato la messa giubilare nella chiesa del Gesù di Roma per i partecipanti al pellegrinaggio giubilare de ‘La tenda di Gionata’ ed altre associazioni sabato scorso, a cui hanno aderito cristiani con orientamento omoaffettivo e persone transgender.

Nell’omelia il vice presidente della Cei ha sottolineato che Dio ‘opera’ nella Chiesa: “Dio, Dio solo, il Dio di Gesù Cristo, opera per mezzo della sua Chiesa. E la plasma per tutti, come invito e segno radicato nella comune umanità. Noi possiamo resistere o assecondare l’opera di Dio, che in Cristo si è compiuta, ma non si è conclusa. Questo è importante: in Cristo l’opera di Dio si è compiuta, non si è conclusa. Dio opera ancora”.

Però la Sua opera continua nel tempo per il Regno: “Basta guardarvi in volto, renderci conto di dove siamo e di che cosa stiamo vivendo, per constatarlo e commuoverci. Commuoverci, cioè lasciarci muovere dall’agire di Dio, che Gesù ha chiamato ‘Il regno di Dio’. Non c’è un altro Vangelo, non c’è un Vangelo diverso da quello che Gesù ha annunciato: ‘Il regno di Dio è vicino’. Dal principio questo implica una domanda: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Ed una risposta: ‘Convertitevi!’, cioè voltatevi, guardate nella direzione opposta rispetto a quella di prima”.

Infatti la dottrina della Chiesa si fonda sulla resurrezione di Gesù: “Nella pagina scelta per questa Eucaristia abbiamo ascoltato l’espressione di Pietro che meglio di ogni altra esprime il rapporto fra Chiesa e Rivelazione, fra Chiesa e Risorto, fra Chiesa e dottrina”.

Ma la libertà di accogliere questa realtà dipende dal singolo: “Ciascuno di noi (di voi qui presenti, dei vostri familiari, di noi pastori e discepoli del Signore) ha avuto nella vita da accogliere o da rigettare una verità vivente. Ricordiamo quello che diceva spesso papa Francesco: ‘La realtà è superiore all’idea’. Preferendo la realtà al pregiudizio Dio può entrare. Opponendo alla realtà le idee, le idee stesse impazziscono e uccidono. È la differenza tra una verità viva e una verità morta: la verità viva fa vivere, la verità morta uccide”.

Quindi il Vangelo libera: “Insieme allora possiamo pregare: Gesù tu sei via, verità e vita. Perché tu ancora precedi la tua Chiesa, chiedendo a Pietro e al Collegio apostolico di anteporre la verità viva alle verità morte…  Liberaci (liberami) da qualsiasi tentazione polemica o ideologica, perché solo te vogliamo servire e seguire, così che venga il tuo Regno e nessuno debba più sentirsene escluso, nessuno debba più temerlo come una minaccia, per tutti, tutti, tutti, il tuo Regno sia vita della vita.

Gesù via, verità e vita, ancora rendi tua la nostra Chiesa”.

Per questo il giubileo libera e riconcilia: “Questa logica, di cui non approfittare per giustificare il male e le lentezze ingiustificabili, ci porta nel cuore del Giubileo, che è un tempo di riconciliazione e (dovremmo ormai dire) di giustizia riparativa.

Il Giubileo nella tradizione ebraica era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte, della remissione dei debiti e della liberazione degli schiavi e dei prigionieri, il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata. E’ l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata”.

Ciò non è cancellazione, ma affidamento a Dio: “Non si cancella il passato, non si strappano capitoli della nostra vita, non si nascondono le proprie stimmate: Dio però salva trasformando. Gesù, il Risorto riconoscibile dalle sue ferite, è il Nome di Dio. Siamo qui, a Roma, sulle tombe degli apostoli, per varcare quella sola porta santa che è Cristo…

Per lui si entra nella vita e concretamente (lo speriamo, lo vogliamo) nella vita della Chiesa, che per qualità umana e attenzione reciproca vuole e deve essere anticipazione della vita eterna. Così l’apostolo Pietro ci ha insegnato a ricrederci, l’apostolo Paolo a superarci”.

Al termine è stata ascoltata la testimonianza di Carola: “Devo confessare che all’inizio ero tiepida rispetto al pellegrinaggio giubilare de ‘La Tenda di Gionata’; la pigrizia mi stava tenendo a casa, poi, non fosse altro che per accompagnare il mio amico Enrico e salutare gli amici della Spagna, mi sono iscritta anch’io al pellegrinaggio. Alla veglia di preghiera nella chiesa del Gesù ho rincontrato tanti pezzettini della mia storia e della Storia del cammino lgbt credente”.

Quindi ha raccontato il cammino compiuto: “Siamo nella Chiesa del Gesù, fra le tombe di Ignazio e Francesco Saverio; penso a come il Signore mi è andato accompagnando in questi anni proprio attraverso la spiritualità ignaziana e le persone che ha messo al mio fianco nel cammino: padre Pino, don Cristobal, Maria Luisa,…

Allora, attraversando la Porta Santa, prego proprio con le parole di Ignazio: ‘Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta’.

Sulla tomba di Pietro in San Pietro abbiamo recitato il Credo. Lo vivo come un atto di fedeltà e di fiducia nella Chiesa che tanto ho criticato, e che invece ha bisogno di essere amata e ri-costruita dal di dentro. Se non fossi rimasta, il mio posto sarebbe rimasto vuoto, mi piace ricordarmelo”.

Mentre Fabiana e Luana durante la veglia di preghiera avevano sottolineato l’importanza della fede nella loro vita: “Nella nostra relazione la fede è un aspetto importante e nella quotidianità cerchiamo di conoscere e seguire la volontà di Dio sulla nostra vita, considerandoci una il dono dell’altra. Per questo motivo ci viene difficile accettare che il nostro amore possa essere visto come un peccato”.

Hanno fatto un paragone con la situazione di Bartimeo: “Chissà come si sarà sentito Bartimeo quando, nel desiderio di incontrare Gesù, veniva rimproverato perchè tacesse. Anche noi abbiamo sperimentato il giudizio e il rimprovero delle persone: non dobbiamo dare fastidio, non dobbiamo esistere, dobbiamo continuare a stare ai bordi della strada, invisibili, per non turbare nessuno, per non interrogare la coscienza di chi, dall’alto della propria integrità, onora il Signore”.

(Foto: Tenda di Gionata)

‘Padre Matteo La Grua. Nulla è impossibile a Dio’: il libro di Maria Lo Presti ripercorre la vita e il carisma del frate minore conventuale

E’ in uscita nelle librerie per i tipi delle Edizioni Messaggero Padova ‘Padre Matteo La Grua. Nulla è impossibile a Dio, biografia di Matteo La Grua’, frate minore conventuale, noto esorcista della Chiesa di Palermo, conosciuto anche per una molteplicità di guarigioni attribuite alla sua preghiera di intercessione. A scriverla è la biblista siciliana Maria Lo Presti, vicepostulatrice della causa di beatificazione.

La figura di Matteo La Grua (Castelbuono, 15 febbraio 1914 – Palermo, 15 gennaio 2012) è particolarmente nota non solo nella sua Sicilia, spesso riferita alla sua fama di esorcista e ai segni straordinari a lui attribuiti. Tanto che a oggi, a 13 anni dalla morte, la sua tomba è meta di tanti che lo ricordano o che cercano consolazione. Religioso di particolare rilievo per il suo Ordine e per la Chiesa di Palermo, persona colta e rigorosa, di profonda spiritualità, ha ricoperto una molteplicità di incarichi delicati.

A segnare una svolta nella sua vita fu la richiesta, nel 1975 all’età di sessant’anni, del card. Salvatore Pappalardo di prendersi cura del Rinnovamento nello Spirito già presente a Palermo. Dal giorno della preghiera di effusione, ricevuta a Roma, iniziò qualcosa di totalmente nuovo. Naturalmente schivo e riservato, il frate divenne il comunicatore potente dell’amore del Padre per i suoi figli. Subito si cominciarono a verificare segni straordinari e la sua fama si diffuse rapidamente, tanto che alla sua porta accorsero sempre molte persone e devoti.

L’autrice racconta con dovizia di particolari tanti avvenimenti di cui è stata testimone come collaboratrice di p. La Grua. Per una più completa conoscenza della spiritualità del francescano, Lo Presti rimanda più volte alla lettura dei libri scritti dallo stesso sulla preghiera di guarigione, di liberazione e di consolazione, poiché attraverso di essi è possibile cogliere più facilmente la natura dell’uomo a partire dal dato biblico. Al termine di ogni capitolo si può leggere una delle tante composizioni poetiche di p. Matteo adeguata al tema trattato, che oltre a rendere la lettura più scorrevole rivela la personalità poliedrica e, in questo caso, anche la capacità di esprimere il suo sentire in versi.

Papa Leone XIV: da una richiesta arriva la salvezza

“Dal Sudan, in particolare dal Darfur, giungono notizie drammatiche. A El Fasher, numerosi civili sono intrappolati nella città, vittime di carestia e violenze. A Tarasin, una frana devastante ha causato moltissimi morti, lasciando dietro di sé dolore e disperazione. E, come se non bastasse, la diffusione del colera minaccia centinaia di migliaia di persone già stremate. Sono più che mai vicino alla popolazione sudanese, in particolare alle famiglie, ai bambini e agli sfollati. Prego per tutte le vittime.

Rivolgo un appello accorato ai responsabili e alla comunità internazionale, affinché siano garantiti corridoi umanitari e si attui una risposta coordinata per fermare questa catastrofe umanitaria. E’ tempo di avviare un dialogo serio, sincero e inclusivo tra le parti, per porre fine al conflitto e restituire al popolo del Sudan speranza, dignità e pace”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV, ricordando le vittime di una frana avvenuta a Tarasin, ha lanciato un appello per l’apertura di corridoi umanitari ed una risposta coordinata per mettere fine alle emergenze del popolo sudanese.  

Mentre ai pellegrini polacchi ha chiesto di pregare per i bambini e per i giovani che in questo mese ritornano a scuola e per i loro insegnanti: “Settembre sia un mese di preghiera per i bambini e i giovani che tornano a scuola e per coloro che si prendono cura della loro istruzione. Chiedete per loro, per intercessione dei Beati, e presto Santi, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, il dono di una fede profonda nel loro cammino di maturazione”.

Invece nella meditazione del ciclo di catechesi sulla Pasqua il papa si è soffermato sulla parola ‘Ho sete!’, pronunciata da Gesù sulla croce: “Nel cuore del racconto della passione, nel momento più luminoso e insieme più tenebroso della vita di Gesù, il Vangelo di Giovanni ci consegna due parole che racchiudono un mistero immenso: ‘Ho sete’, e subito dopo: ‘E’ compiuto’. Parole ultime, ma cariche di una vita intera, che svelano il senso di tutta l’esistenza del Figlio di Dio. Sulla croce, Gesù non appare come un eroe vittorioso, ma come un mendicante d’amore. Non proclama, non condanna, non si difende. Chiede, umilmente, ciò che da solo non può in alcun modo darsi”.

Per il papa questa esclamazione di Gesù rappresenta un grido di amore: “La sete del Crocifisso non è soltanto il bisogno fisiologico di un corpo straziato. E’ anche, e soprattutto, espressione di un desiderio profondo: quello di amore, di relazione, di comunione. E’ il grido silenzioso di un Dio che, avendo voluto condividere tutto della nostra condizione umana, si lascia attraversare anche da questa sete. Un Dio che non si vergogna di mendicare un sorso, perché in quel gesto ci dice che l’amore, per essere vero, deve anche imparare a chiedere e non solo a dare”.

E’ un esclamazione di aiuto e perciò di salvezza comunitaria: “Nessuno di noi può bastare a sé stesso. Nessuno può salvarsi da solo. La vita si ‘compie’ non quando siamo forti, ma quando impariamo a ricevere. E proprio in quel momento, dopo aver ricevuto da mani estranee una spugna imbevuta di aceto, Gesù proclama: è compiuto. L’amore si è fatto bisognoso, e proprio per questo ha portato a termine la sua opera”.

Ecco il motivo per cui Dio salva attraverso l’aiuto dell’altro: “Questo è il paradosso cristiano: Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico. La salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere con umiltà il proprio bisogno e nel saperlo liberamente esprimere”.

Quindi non è un atto di ‘forza’: “Il compimento della nostra umanità nel disegno di Dio non è un atto di forza, ma un gesto di fiducia. Gesù non salva con un colpo di scena, ma chiedendo qualcosa che da solo non può darsi. E qui si apre una porta sulla vera speranza: se anche il Figlio di Dio ha scelto di non bastare a sé stesso, allora anche la nostra sete (di amore, di senso, di giustizia) non è un segno di fallimento, ma di verità”.

L’azione di Dio è un capovolgimento della nostra mentalità: “Questa verità, apparentemente così semplice, è difficile da accogliere. Viviamo in un tempo che premia l’autosufficienza, l’efficienza, la prestazione. Eppure, il Vangelo ci mostra che la misura della nostra umanità non è data da ciò che possiamo conquistare, ma dalla capacità di lasciarci amare e, quando serve, anche aiutare”.

Ecco il motivo per cui l’amore passa attraverso il perdono: “Gesù ci salva mostrandoci che chiedere non è indegno, ma liberante. E’ la via per uscire dal nascondimento del peccato, per rientrare nello spazio della comunione. Fin dall’inizio, il peccato ha generato vergogna. Ma il perdono, quello vero, nasce quando possiamo guardare in faccia il nostro bisogno e non temere più di essere rifiutati”.

Quindi la sete stimola a cercare l’acqua: “La sete di Gesù sulla croce è allora anche la nostra. E’ il grido dell’umanità ferita che cerca ancora acqua viva. E questa sete non ci allontana da Dio, piuttosto ci unisce a Lui. Se abbiamo il coraggio di riconoscerla, possiamo scoprire che anche la nostra fragilità è un ponte verso il cielo. Proprio nel chiedere (non nel possedere) si apre una via di libertà perché smettiamo di pretendere di bastare a noi stessi”.

E’ un’apertura alla fraternità: “Nella fraternità, nella vita semplice, nell’arte di domandare senza vergogna e di offrire senza calcolo, si nasconde una gioia che il mondo non conosce. Una gioia che ci restituisce alla verità originaria del nostro essere: siamo creature fatte per donare e ricevere l’amore”.

In conclusione il papa ha esortato a chiedere quando siamo nel bisogno: “Cari fratelli e sorelle, nella sete di Cristo possiamo riconoscere tutta la nostra sete. E imparare che non c’è nulla di più umano, nulla di più divino, del saper dire: ho bisogno. Non temiamo di chiedere, soprattutto quando ci sembra di non meritarlo. Non vergogniamoci di tendere la mano. E’ proprio lì, in quel gesto umile, che si nasconde la salvezza”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone invita al perdono

“Venerdì prossimo, 22 agosto, celebreremo la memoria della beata Vergine Maria Regina. Maria è Madre dei credenti qui sulla terra ed è invocata anche come Regina della pace. Mentre la nostra terra continua ad essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso”: al termine dell’udienza generale  papa Leone XIV ha rivolto una preghiera di intercessione della Vergine Maria per la fine dei conflitti in corso.

Mentre nella basilica san Pietro ha invitato ad imparare il perdono: “Chiediamo al Signore il suo perdono, impariamo a perdonarci gli uni gli altri. Impariamo tutti a perdonare, perché perdonarci gli uni gli altri è costruire un ponte di pace. E dobbiamo pregare per la pace che è così necessaria nel nostro mondo oggi, una pace che solo Gesù Cristo ci può donare. Grazie per essere stati qui stamattina, e grazie per la vostra pazienza. E chiediamo la benedizione del Signore su ciascuno di noi”.

Mentre nell’udienza generale il papa ha ripreso il ciclo di catechesi che si svolge lungo l’intero Anno Giubilare, dal titolo ‘Gesù Cristo nostra speranza’ con la meditazione concentrata sul tema del perdono, prendendo spunto dal Vangelo di Giovanni: ‘Li amò sino alla fine’: “San Giovanni, con la sua profonda sensibilità spirituale, ci racconta così quell’istante… Amare fino alla fine: ecco la chiave per comprendere il cuore di Cristo. Un amore che non si arresta davanti al rifiuto, alla delusione, neppure all’ingratitudine.

Gesù conosce l’ora, ma non la subisce: la sceglie. E’ Lui che riconosce il momento in cui il suo amore dovrà passare attraverso la ferita più dolorosa, quella del tradimento. E invece di ritrarsi, di accusare, di difendersi… continua ad amare: lava i piedi, intinge il pane e lo porge”.

Il perdono è vissuto fino alla fine con la manifestazione di non escludere nessuno dal banchetto pasquale: “Con questo gesto semplice e umile, Gesù porta avanti e a fondo il suo amore. Non perché ignori ciò che accade, ma proprio perché vede con chiarezza. Ha compreso che la libertà dell’altro, anche quando si smarrisce nel male, può ancora essere raggiunta dalla luce di un gesto mite. Perché sa che il vero perdono non aspetta il pentimento, ma si offre per primo, come dono gratuito, ancor prima di essere accolto”.

Gesù offre sempre la redenzione, anche se non comprendiamo: “Questo passaggio ci colpisce: come se il male, fino a quel momento nascosto, si manifestasse dopo che l’amore ha mostrato il suo volto più disarmato. E proprio per questo, fratelli e sorelle, quel boccone è la nostra salvezza: perché ci dice che Dio fa di tutto (proprio tutto) per raggiungerci, anche nell’ora in cui noi lo respingiamo”.

Quindi il perdono è sempre possibile: “E’ qui che il perdono si rivela in tutta la sua potenza e manifesta il volto concreto della speranza. Non è dimenticanza, non è debolezza. E’ la capacità di lasciare libero l’altro, pur amandolo fino alla fine. L’amore di Gesù non nega la verità del dolore, ma non permette che il male sia l’ultima parola. Questo è il mistero che Gesù compie per noi, al quale anche noi, a volte, siamo chiamati a partecipare”.

Ecco il motivo per cui il papa ha invitato a perdonare sempre: “Quante relazioni si spezzano, quante storie si complicano, quante parole non dette restano sospese. Eppure, il Vangelo ci mostra che c’è sempre un modo per continuare ad amare, anche quando tutto sembra irrimediabilmente compromesso. Perdonare non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro”.

E’ un invito a chiedere il perdono: “Chiediamo oggi la grazia di saper perdonare, anche quando non ci sentiamo compresi, anche quando ci sentiamo abbandonati. Perché è proprio in quelle ore che l’amore può giungere al suo vertice. Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero (anche di tradire) senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene”.

Il perdono rende liberi, ha concluso il papa: “Quando la luce del perdono riesce a filtrare tra le crepe più profonde del cuore, capiamo che non è mai inutile. Anche se l’altro non lo accoglie, anche se sembra vano, il perdono libera chi lo dona: scioglie il risentimento, restituisce pace, ci riconsegna a noi stessi.

Gesù, con il gesto semplice del pane offerto, mostra che ogni tradimento può diventare occasione di salvezza, se scelto come spazio per un amore più grande. Non cede al male, ma lo vince con il bene, impedendogli di spegnere ciò che in noi è più vero: la capacità di amare”.

(Foto: Santa Sede)

XIX Domenica del Tempo Ordinario: Non temere, piccolo gregge!

Il Vangelo ci esorta: ‘Non temere, piccolo gregge!’; sei figlio di Dio e il Padre ha preparato per te un regno. L’uomo spesso si perde d’animo; è preda del timore o della paura; è la fragilità umana che spinge  l’uomo a temere. C’è il timore di Dio, c’è il timore degli uomini: l’uomo davanti a Dio sperimenta il rapporto di finito ed infinito; l’uomo è finito e limitato, Dio è infinito e santo. Ogni volta che Dio si manifesta ad Abramo, a Mosè o al popolo, l’uomo è preso da timore e Dio lo incoraggia: ‘Non temere, piccolo gregge’.

Il timore si supera solo con la Fede: vedi la fede di Abramo, la fede di Sara o di Mosè e il popolo ebreo diventa il popolo di Dio. La fede trasforma il timore in virtù teologale; ma bisogna essere sempre pronti, vigilanti: “siate pronti, dice Gesù, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese!”. La vita dell’uomo è un cammino verso il cielo: creati da Dio, dobbiamo tornare a Dio dove Cristo Gesù ci ha preparato un posto nel regno dei cieli. L’apostolo Pietro chiede a Gesù: “Queste cose, queste parabole le dici per noi o valgono per tutti’. Davanti al Signore non c’è differenza tra pastori e fedeli; siamo tutti ‘il gregge del Signore’ per il quale Gesù è morto in croce e ci ha elevato alla dignità di figli di Dio.

Noi infatti preghiamo come ci ha insegnato Gesù: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. La chiave di Volta che ci aiuta a superare le paure e le tentazioni, è le fede e l’amore: la fede proietta la nostra vita nel giusto cammino; noi non attendiamo di raggiungere qualcosa ma Qualcuno; è l’incontro con il Signore: pastore e guida, Padre misericordioso ed attento. La Fede proietta la nostra esperienza nel futuro e ci dà la forza di bene operare nel presente; da qui il nostro abbandono nelle mani di Dio e la fiducia nella sua parola.

‘Non temere, piccolo gregge’: c’è una promessa di Dio; c’è la costatazione della nostra debolezza e fragilità; da qui la necessità della nostra preghiera sempre viva: Padre, ricordati di noi, fai crescere in noi lo spirito di figli adottivi. Gesù è il salvatore e noi con umiltà imploriamo: Signore, pietà, Cristo pietà!. Se hai fede, dice Gesù: non temere, piccolo gregge, perchè al Padre vostro è piaciuto darvi il Regno: la fede di Abramo, di Mosè ci sia di sprone a sperare, a credere sulla parola di Dio. Il Vangelo ci invita a tenere ben salda la cintura ai fianchi e  pregare, come l’apostolo, ‘Signore, aumenta la nostra fede’.

Ci esorta inoltre a tenere ‘le lucerne accese’: Dio di lucerne ce ne ha dato due: a) la voce della coscienza, che è la voce di Dio in noi che ci richiama se facciamo il male, ci loda se facciamo il bene, come ci insegna sant’Agostino: uomo, non uscire fuori di te, rientra in te stesso perchè nel tuo io interiore incontri Dio, che è amore: Dio ti ama, e ti invita ad amare. b) La seconda lucerna è la Fede, luce che abbiamo ricevuto con il Battesimo, dono dello Spirito Santo. La Fede è una luce superiore che, come figli di Dio, ci parla di amore: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore… , amerai il prossimo tuo come te stesso’.

L’amore è qualcosa di divino, perché Dio è amore. L’aiuto divino ci fa scorgere nell’altro un fratello, una sorella da servire nel nome del Signore; amore concreto, di cui parla Gesù: qualunque cosa hai fatto ad un tuo fratello, l’hai fatto a me. La fede vera apre il cuore al prossimo, ci sprona e ci riempie di speranza concreta. Allora, amico che leggi o ascolti, sei pronto? Il viaggio intrapreso è senza ritorno ma la meta è sublime ed eterna. La parola di Dio parla sempre dentro il cuore e mantiene sempre ciò che promette. La Madonna, Madre di Gesù e nostra, che ci ha preceduti nel nostro cammino verso la meta, ci protegga, ci aiuti, ci copra con il suo manto materno. Allora non temere, piccolo gregge!

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