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‘Il partigiano tradito’: la storia di Franco Passarella nel racconto della nipote Anna Maria Catano
Ucciso dal fuoco amico, da un tragico errore, ritenuto forse una spia o forse solo per impossessarsi della sua giacca e dei suoi scarponi. E’ la storia di Franco Passarella, giovane cattolico che a soli 18 anni decide, nel giugno 1944, di unirsi ai partigiani, ‘ai ribelli per amore’, per andare a combattere per la liberazione dell’Italia, ma poi scompare in Val Camonica e dopo la Liberazione non farà ritorno a casa; il corpo fu ritrovato solo nel 1946, ma il ragazzo era stato ucciso nel giugno 1944. A ripercorrere la storia di Franco Passarella è il libro ‘Il partigiano tradito’, scritto dalla giornalista Anna Maria Catano, nipote della vittima,
Nella prefazione mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina ma di origine bresciana, ha evidenziato che ‘la bellezza della vita da cristiano di Franco e la profonda fede che ha vissuto’, mentre l’autrice ha sottolineato che “Franco Passarella non fu ucciso da orde fasciste, ma perse la vita in un ‘triste dramma partigiano’, che fu torturato e condannato a morte da quelli che avrebbero dovuto essere suoi compagni”. Franco Passarella, nato a Venezia il 25 ottobre 1925 e trasferitosi con la famiglia a Brescia, era un ‘tarcisiano’, ovvero faceva parte dell’associazione cattolica dedicata a san Tarcisio: “Franco partiva per portare il bene, per questo ha perso la vita. Non è partito con la pistola ma per portare il bene”, si legge nella conclusione del libro.
All’autrice abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di tale titolo al libro: “Il titolo è stato deciso dalla casa editrice, però è un titolo che corrisponde esattamente alla storia narrata, perché Franco, che era un giovane di fede luminosa e di grandi ideali democratici, a 18 anni parte partigiano per andare in montagna a combattere per la libertà di tutti. Purtroppo, lungo la strada, sarà tradito dai suoi ed anche, in qualche modo, anche dalla Chiesa, perché lui, che era dell’oratorio della ‘Pace’ ed uno dei ‘ribelli per amore’ (come amavano chiamarsi i partigiani cattolici), incontra un sacerdote che avrebbe potuto salvarlo ma non lo fa, probabilmente per paura di quei delinquenti; e soprattutto incontra sulla sua strada quattro partigiani, che non lo sono, ma quattro delinquenti comuni, che lo hanno condannato a morte senza processo e poi lo hanno ucciso”.
Per quale motivo è stato tradito?
“Questo rimane ancora un mistero: ho cercato di ricostruire la storia, ma cosa sia passato nella testa di questi delinquenti comuni è difficile da stabilire; probabilmente è stata una rapina o l’invidia per questo giovane che aveva un paio di scarponi nuovi ed un giaccone da montagna pesante: probabilmente è stata solo questa la causa”.
Come spiegare la violenza?
“Purtroppo la violenza è difficile da spiegare. Penso a tanti casi di cronaca odierna, in cui si uccidono persone senza sapere il motivo: colpisce quell’episodio dell’uccisione di una donna da parte di una persona che ha dichiarato che aveva voglia di uccidere la prima persona che passava per la strada. In qualche modo anche la storia di Franco è andata così. Però questi erano delinquenti, che hanno ucciso molte persone senza processo, in quanto in Valcamonica ci sono stati parecchi episodi compiuti da pseudo partigiani che hanno commesso atti violenti senza giustificazioni”.
Perché a 18 anni Franco Passarella scelse di essere partigiano?
“Franco Passarella era un ragazzo ‘normale’, cresciuto in una famiglia antifascista con una grande fede cristiana, testimoniata da documenti, perché quando ho iniziato questa ricerca storica dieci anni fa intervistando gli ‘ultimi’ suoi compagni ed i protagonisti viventi, hanno tutti testimoniato la grande fede di questo ragazzo, che credeva davvero di portare il bene, come ha raccontato un ingegnere veneziano, ricordandosi perfettamente di Franco. Egli era un giovane pieno di ideali, che per essi purtroppo è morto ammazzato”.
Cosa significava essere ‘ribelle per amore’?
“I ‘ribelli per amore’ erano i partigiani cattolici dell’oratorio ‘Santa Maria della Pace’, perché nel bresciano l’antifascismo è stato soprattutto cattolico. Quest’oratorio, che esiste ancora, era un luogo di incontro e di fede, gestito dai padri Filippini, che curavano l’educazione religiosa e civile di questi ragazzi; quindi in quegli anni diventa un luogo di impegno civile. Da quest’oratorio partono anche sei padri filippini che andranno come cappellani nelle file partigiane e tanti giovani studenti come Franco. E’ stato una fucina di personalità del mondo cattolico. Brescia ha tanti ‘nobili’ personaggi della Chiesa”.
Per quale ragione ha raccontato questa storia a distanza di 80 anni?
“Franco Passarella era mio zio, perché era il fratello di mia madre. E’ una storia di cui in famiglia ho sentito parlare pochissimo, perché il dolore era talmente grande, che la famiglia è rimasta distrutta. La vita dei miei nonni, genitori di Franco, è stata veramente distrutta dal dolore. Dieci anni fa lo storico più importante del periodo resistenziale, Mimmo Franzinelli, che ha scritto oltre trenta volumi sul tema, ha avuto l’onestà intellettuale di ricostruire la storia di Franco Passarella e di altri partigiani, raccontando quello che è successo davvero nella vallata. Visto che questa storia è stata a lungo negata e di questa morte sono stati accusati per molto tempo i fascisti, da quel momento ho cercato di ricostruire questa storia, affinché potesse essere di esempio ai giovani. L’unico senso della storia di Franco è quella che possa essere un esempio di impegno per le giovani generazioni”.
Cosa vuol dire vivere in famiglia con un ‘partigiano tradito’?
“Quando ero ragazza non ho mai sentito raccontare questa storia, perché era troppo dolorosa per chi l’aveva vissuta, cioè i suoi genitori e sua sorella, che era mia madre. Io sono la terza generazione, che è vissuta nella pace, nella democrazia e nel benessere. Ad un certo momento ho iniziato ad appassionarmi alla storia della morte di questo ragazzo di 18 anni. Mi sono affezionata alla figura di questo ragazzo e delle sue coraggiose scelte, che ha avuto la forza di andare a morire per la libertà di tutti e per garantirci oggi il diritto alla democrazia, che spesso diamo per scontato”.
Dalla festa di santa Rita da Cascia un messaggio di pace che attraversa i confini del mondo
A un mese dalla Festa, Cascia si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno, capace ogni volta di unire fede, emozione e comunità. Il 22 maggio 2026 la Festa di Santa Rita torna a riunire migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo per rendere omaggio a Santa Rita, tra le Sante più amate, simbolo universale di perdono, pace e speranza. Un evento che è insieme spirituale e popolare, ma anche profondamente solidale e benefico, capace di trasformare la devozione in gesti concreti di vicinanza ai più fragili e di rin-novare, anno dopo anno, il suo valore come uno dei momenti più significativi della devozione in-ternazionale.
L’edizione 2026 assume un significato particolarmente rilevante per il forte richiamo al tema della pace, in continuità con il messaggio di santa Rita e con le parole di papa Leone XIV. Entrambi, appartenenti all’Ordine agostiniano, condividono una visione fondata su perdono, riconciliazione e unità. Questo legame si rafforza ulteriormente quest’anno grazie al gemellaggio che ha unito Cascia a Chicago, città natale del Papa, dove è stata accesa la Fiaccola del Perdono e della Pace di Santa Rita. La fiaccola sarà poi benedetta dal Pontefice il 20 maggio in Piazza San Pietro, suggellando un simbolico legame tra comunità e continenti e rafforzando un messaggio universale di pace:
“Nel tempo che stiamo vivendo, attraversato da conflitti e profonde divisioni, il messaggio di Santa Rita risuona con una forza ancora più urgente e necessaria, dichiara Suor Maria Grazia Cossu, madre Badessa del monastero. La sua vita ci insegna che la pace non è un’utopia, ma una scelta concreta che nasce dal perdono, dalla riconciliazione e dal coraggio di amare anche quando è più difficile”. La madre Badessa sottolinea inoltre il valore simbolico della Fiaccola, che quest’anno unisce idealmente Cascia, Chicago e Roma:
“E’ molto più di un segno: è un appello che attraversa i confini e interpella la coscienza di ciascuno. In sintonia con il forte richiamo alla pace di Papa Leone XIV, vogliamo dire con chiarezza che non possiamo abituarci alla guerra, né rassegnarci alla divisione”. Un messaggio che si traduce in un invito concreto: “A Santa Rita affidiamo il grido di pace che sale dai popoli e dalle famiglie, perché si trasformi in gesti di dialogo, accoglienza e fraternità. E’ questo oggi il compito che ci viene consegnato: essere, ciascuno nel proprio quotidiano, costruttori di pace”.
A condividere questo richiamo è anche Padre Joseph L. Farrell, Priore Generale dell’Ordine Agostiniano, che il 21 maggio alle 16,30 presiederà la Santa Messa per la famiglia agostiniana: “E’ per me una gioia partecipare per la prima volta come Priore Generale le celebrazioni in onore di Santa Rita, testimone luminosa di pace e di perdono. In un tempo segnato da tante ferite, sentiamo ancora più urgente l’appello alla pace che viene dalla sua testimonianza e che oggi risuona con forza anche nelle parole di papa Leone XIV. Come famiglia agostiniana ci riconosciamo profondamente in questo invito a costruire relazioni riconciliate, fondate sulla misericordia e sul dialogo. Celebrare Santa Rita significa rinnovare il nostro impegno a essere operatori di pace, nella Chiesa e nel mondo”.
A rafforzare il valore simbolico dell’iniziativa è anche Padre Giustino Casciano, rettore della Ba-silica di Santa Rita da Cascia, che ha accompagnato la Fiaccola fino a Chicago: “Quest’anno la festa di Santa Rita è segnata da un segno particolarmente significativo: la Fiaccola del Perdono e della Pace che ritorna a Cascia dalla città natale del Papa Leone XIV. Un cammino che culminerà il 20 maggio a Roma con la benedizione del Santo Padre. E’ un gesto che unisce idealmente luoghi e comunità diverse, nella speranza che questo messaggio di pace e di perdono, così attuale e necessario, possa raggiungere il cuore di tutti e tradursi in scelte concrete di riconciliazione e fraternità””.
Inoltre il 21 maggio alle ore 10 saranno presentate le ‘Donne di Rita’, alle quali sarà assegnato il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026, che dal 1988 dà visibilità e voce a donne che, come la Santa degli impossibili, vivono nella quotidianità valori universali quali pace, dialogo, solidarietà e perdono. Donne di pace, prima di tutto. Donne che hanno scelto il perdono anche quando sembrava impossibile, dimostrando che la pace non è un’idea astratta, ma nasce da gesti concreti, quotidiani, spesso silenziosi. E’ proprio da questi piccoli gesti – un incontro, una parola, una mano tesa – che può prendere forma una riconciliazione capace di cambiare le persone e le comunità.
L’edizione di quest’anno è dedicata a donne che, come Santa Rita, hanno attraversato prove durissime segnate dalla perdita del marito e dei figli. Un dolore profondo che, nelle loro vite, si è trasformato in un cammino di amore, fede e apertura agli altri, diventando testimonianza concreta di speranza per tutta la comunità.
Le figure che incarnano questi valori sono: Fanni Curi, Lucia Di Mauro e Mirna Pompili.
Fanni Curi da Roma ha vissuto la perdita del figlio Luca, morto a soli otto anni dopo una grave malattia. Un dolore che non l’ha chiusa nella sofferenza, ma che ha saputo trasformare in un cammino di fede e amore condiviso, aiutando i senza tetto e i più fragili. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver trasformato la perdita del fi-glio in un percorso di fede, amore e dedizione agli altri, diventando segno concreto di speranza e rinascita.
Lucia Di Mauro da Napoli, invece dopo l’uccisione del marito, ha scelto di trasformare il dolore in un impegno al fianco dei più fragili. Il suo percorso l’ha portata a incontrare e perdonare uno degli assassini, avviando un cammino di riconciliazione. Ha accompagnato Antonio in un percorso di responsabilità e cambiamento, andandolo a trovare in carcere e sostenendolo nel suo cammino di vita. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver scelto la via del perdono e della riconciliazione, trasformando una tragedia personale in un impegno concreto per gli altri e in una testimonianza di speranza.
Infine Mirna Pompili da Palestrina ha perso la figlia Camilla in un tragico incidente, affrontando un dolore devastante. Fin da subito ha scelto la via del perdono, avvicinandosi alla persona responsabile con compassione. Riceve il Riconoscimento Internazionale Santa Rita 2026 per aver testimoniato una straordinaria capacità di perdono, trasformando il dolore più grande in un esempio autentico di amore, miseri-cordia e speranza.
Come ogni anno la Festa di Santa Rita si traduce anche in impegno concreto capace di dare forma ai valori della santa. Lo fa attraverso l’azione della Fondazione Santa Rita da Cascia, ente filantropico nato per volontà dello stesso Monastero, che sostiene i più fragili in Italia e nel mondo, con numerosi progetti. Per la Festa 2026, la Fondazione lancia la campagna di raccolta fondi per l’avvio dell’Oasi Santa Rita, progetto del Monastero Santa Rita da Cascia che punta a creare a Porto Recanati, sul mare delle Marche, una struttura ricettiva non profit dedicata all’accoglienza di persone con disabilità e chi se ne prende cura.
Il progetto, sviluppato in più fasi pluriennali, con un investimento stimato di € 2.400.000 per la sola ristrutturazione dell’immobile, vuole dar vita a un luogo innovativo, col quale generare reale cambiamento sociale: dall’assistenza alla promozione di autonomia, partecipazione e qualità della vita, affinché la vacanza diventi un diritto accessibile a tutti. Per sostenere la missione e ricevere in dono lo speciale bracciale della Festa di Santa Rita, si può visitare il sito festadisantarita.org .
Papa Leone XIV: giustizia ricerca della verità nella carità
“Il vostro lavoro, discreto e silenzioso, contribuisce in modo significativo al corretto funzionamento dell’assetto istituzionale dello Stato e, più profondamente, alla credibilità dell’ordinamento giuridico che lo regge. La giustizia autentica, tuttavia, non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione”: aprendo l’Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, papa Leone XIV ha sottolineato che l’amministrazione della giustizia contribuisce anche alla tutela del valore dell’unità, ‘elemento essenziale della vita ecclesiale’.
Nel ringraziamento del lavoro svolto il papa ha sottolineato il rapporto tra giustizia ed unità: “In questo nostro primo incontro desidero pertanto condividere con voi alcune riflessioni sul rapporto che intercorre tra l’amministrazione della giustizia e il valore dell’unità. La tradizione cristiana ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria.
A questo proposito, Sant’Agostino ricordava che l’ordine della società nasce dall’ordine dell’amore, affermando che ‘ordinata dilectio est iustitia’. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento”.
Dall’ordine dell’amore nasce la giustizia: “Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico, infatti, non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità”.
Questa prospettiva è stata approfondita da san Tommaso d’Aquino: “La riflessione teologica e giuridica della tradizione cristiana ha approfondito ulteriormente questa prospettiva. In particolare, San Tommaso, basandosi sul diritto romano, definisce la giustizia come ‘constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi’, vale a dire la volontà costante e perpetua di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. Con questa definizione il Dottore Angelico mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune”.
Infatti la giustizia è indirizzata al bene comune: “Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità. La sapienza teologica ha espresso tale relazione con l’affermazione secondo cui ‘caritas perfecta, perfecta iustitia est’. perché nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona”.
Solo se è equa la giustizia si apre alla carità: “La giustizia, così concepita, è la virtù cardinale che ci chiama ‘a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune’. In questo riconoscimento si apre la via alla carità, perché soltanto quando le relazioni sono ordinate secondo verità diventa possibile quella comunione che è il frutto più alto dell’amore.
La restaurazione della giustizia diventa dunque condizione dell’avvento della carità, che è dono dello Spirito e il principio di unità nella Chiesa. In questa prospettiva si comprende anche come l’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento”.
In questo senso la giustizia, quando pratica la carità, è segno di unità: Per questa ragione la giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa uno dei più solidi fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata”.
In modo particolare nello Stato del Vaticano la giustizia ha un significato particolare: “L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni. L’osservanza delle garanzie procedurali, l’imparzialità del giudice, l’effettività del diritto di difesa e la ragionevole durata dei processi non rappresentano soltanto strumenti tecnici del procedimento giudiziario. Essi costituiscono le condizioni attraverso le quali l’esercizio della funzione giurisdizionale acquista particolare autorevolezza e contribuisce alla stabilità istituzionale”.
In questo senso la giustizia è un ministero a favore del popolo di Dio: “La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa”.
Ecco il motivo per cui la giustizia diventa un ‘fattore di stabilità’: “Quando la giustizia è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità. Continuate dunque a svolgere questo servizio con integrità, prudenza e spirito evangelico.
La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita i giovani ad una cultura di giustizia
“…è per me motivo di grande gioia essere qui e vivere con la vostra comunità il gesto da cui la ‘domenica’ prende il proprio nome. E’ ‘il giorno del Signore’ perché Gesù Risorto viene in mezzo a noi, ci ascolta e ci parla, ci nutre e ci invia. Così, nel Vangelo che oggi abbiamo ascoltato, Gesù ci annuncia la sua ‘legge nuova’: non soltanto un insegnamento, ma la forza per attuarlo. E’ la grazia dello Spirito Santo che scrive nel nostro cuore in modo indelebile e porta a compimento i comandamenti dell’antica alleanza”: oggi pomeriggio papa Leone XIV ha visitato i fedeli della parrocchia di Santa Maria Regina Pacis ad Ostia Lido, esortando bambini e ragazzi a ‘fare squadra’.
Nell’omelia il papa ha evidenziato che l’alleanza di Dio è via di salvezza: “Attraverso il Decalogo, dopo l’uscita dall’Egitto, Dio aveva sancito l’alleanza col suo popolo, offrendo un progetto di vita e una via di salvezza. Le ‘Dieci parole’ dunque si collocano e si comprendono all’interno del cammino di liberazione, grazie al quale un insieme di tribù divise e oppresse si trasforma in un popolo unito e libero.
Quei comandamenti appaiono così, nel lungo cammino attraverso il deserto, come la luce che mostra la strada; e la loro osservanza si comprende e si compie non tanto come un adempimento formale di precetti, quanto come un atto d’amore, di corrispondenza riconoscente e fiduciosa al Signore dell’alleanza. Dunque, la legge donata da Dio al suo popolo non è in contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla fiorire”.
Ed ha sottolineato la grande profezia della Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “Questa profezia di salvezza si effonde in modo sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso autentico e pieno della legge di Dio…
Indica, così, come via di pienezza dell’uomo, una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore. E’ lì, infatti, che nascono i sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse già uccidendo”.
Questo è sperimentato pure ad Ostia: “Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”.
Per questo il papa ha invitato a non rassegnarsi davanti ad una ‘cultura’ dell’ingiustizia: “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi, come Comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia. Al contrario diffondete rispetto e armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù.
Sì, che in parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i confini; imparare ad aiutare non solo quelli che ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci insegna Gesù”.
Infine ha ricordato papa Benedetto XV, che diede nome della pace alla parrocchia: “Lo fece nel pieno del primo conflitto mondiale, pensando anche alla vostra comunità come a un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra. A distanza di tempo, purtroppo, molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte, incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.
Prima della celebrazione eucaristica aveva incontrato i giovani del luogo: “Sono molto contento di essere qui con voi questa sera per incontrarvi, anche con altri gruppi della parrocchia, e per celebrare l’Eucaristia, dove tutti noi rinnoviamo la nostra fede in Cristo, che è sempre presente tra noi; che ci ha promesso che, quando due o tre sono radunati nel suo nome, Gesù è presente. Gesù è vivo con noi e ci dà questa speranza di vivere nella pace, nell’amore e nell’amicizia. Grazie a voi per essere qui questa sera, e speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di Ostia”.
In precedenza prima della recita dell’Angelus aveva spiegato il significato del ‘compimento della Legge’: “Questa impostazione è molto importante. Ci dice che la Legge è stata data a Mosè ed ai profeti come una via per iniziare a conoscere Dio e il suo progetto su di noi e sulla storia o, per usare un’espressione di san Paolo, come un pedagogo che ci ha guidati a Lui. Ma ora Lui stesso, nella persona di Gesù, è venuto in mezzo a noi, il quale ha portato a compimento la Legge, facendoci diventare figli del Padre e donandoci la grazia di entrare in relazione con Lui come figli e come fratelli tra di noi”.
Quindi è necessario cogliere nella legge l’amore: “Fratelli e sorelle, Gesù ci insegna che la vera giustizia è l’amore e che, dentro ogni precetto della Legge, dobbiamo cogliere un’esigenza d’amore. Infatti, non basta non uccidere fisicamente una persona, se poi la uccido con le parole oppure non rispetto la sua dignità.
Allo stesso modo, non basta essere formalmente fedele al coniuge e non commettere adulterio, se in questa relazione mancano la tenerezza reciproca, l’ascolto, il rispetto, il prendersi cura di lei o di lui e il camminare insieme in un progetto comune. A questi esempi, che Gesù stesso ci offre, ne potremmo aggiungere altri ancora. Il Vangelo ci offre questo prezioso insegnamento: non serve una giustizia minima, serve un amore grande, che è possibile grazie alla forza di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
V Domenica del tempo ordinario: voi siete la luce del mondo
E’ un avvertimento che ci proviene da Cristo Gesù: ‘Voi siete luce del mondo; voi siete sale della terra’. Il brano del vangelo si collega al ‘Discorso della Montagna’ o delle beatitudini: Gesù non solo parla a noi, ma parla di noi : quella che deve essere la missione del cristiano, il suo ruolo nel mondo. Gesù è luce del mondo: una luce infinita, inaccessibile; ma questa luce, quando arriva a noi, come in un prisma di cristallo, viene scomposta in varie tonalità di colori, creando la bellezza dell’universo, la varietà dei suoi elementi tutti buoni perché attingono all’infinita luce divina, che dà senso e valore alla miriade degli esseri.
Non è un elemento che imita l’altro, ma tutti attingiamo all’Essere divino, alla somma Sapienza e al primo Amore. Da qui l’universo chiamato ad essere un magnifico caleidoscopico. Gesù dice categoricamente: voi siete il sale, voi siete la luce. E’ una affermazione categorica che evidenzia la vera identità del cristiano. Se siamo ‘sale’, riusciamo a dare ai vari elementi del cosmo il sapore di Cristo?; ci sforziamo di testimoniare con la nostra vita in mezzo ai fratelli la bontà misericordiosa di Cristo creatore e padre? Il cristianesimo è amore: come cristiani, ciascuno facendo leva sui carismi e talenti ricevuti, è chiamato a testimoniare l’amore di Dio in casa, nel lavoro, nell’assemblea del popolo di Dio.
E’ il momento di un serio esame di coscienza, altrimenti vanifichiamo la nostra missione nel mondo. Essere ‘sale’: il sale dà il sapore (senza sale il cibo è scipito); il comportamento di chi crede deve essere consone con il ruolo che ciascuno è chiamato a svolgere. E’ un esame non generico ma specifico; va fatto da persona a persona: tu, uomo politico, tu industriale, tu operaio, tu docente, tu sacerdote , tu padre o madre, tu figlio o figlia; Se riscontri una falla, è necessario intervenire e riparare. Diceva l’apostolo Paolo: ‘Bisogna ritenere di non sapere altro se non Cristo crocifisso e risorto’.
Tu sei ‘luce del mondo’: non si accende una luce per metterla sotto il banco ma in un posto alto per illuminare quanti si avvicinano. Quando si battezza una persona si accende il ‘cerone pasquale’ ad indicare Cristo Gesù che è Luce; il cristiano deve camminare alla luce di Cristo. Dio ci ha conferito due lucerne: la coscienza e la fede. La coscienza è la voce di Dio in noi che ci loda, se si compie il bene, ci richiama (il rimorso della coscienza) quando operiamo il male.
Tutti siamo chiamati a vivere conforme alla nostra coscienza: quella voce che richiama Caino, dopo avere ucciso il fratello Abele. Caino fugge, ma la voce si fa sempre più impellente: Caino, dov’è tuo fratello Abele?, cosa hai fatto? Caino fugge ma la voce lo insegue sino a quando è costretto a dare una risposta chiara. La seconda luce è la ‘fede’: una virtù teologale, dono di Dio che parla di amore.
Nel Battesimo lo Spirito Santo ci conferisce la fede come un seme che deve crescere, chiarire, illuminare, additare ciò che è buono e gradito al Signore Gesù. Essere ‘luce’ significa ‘amare’: la fede ci fa vedere tutto in chiave di amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore … amerai il prossimo tuo come te stesso’. Sei luce, se ami; tu vivi da figlio di Dio, se in ogni uomo (piccolo o grande) sai vedere un fratello o una sorella.
Vero cristiano non è chi rimane chiuso nella sacrestia, ma quando esci allo scoperto ed il ‘mio pane’ diventa ‘pane nostro’ perché condiviso e non possesso geloso; puoi invocare Dio ‘Padre nostro’ se ti riscopri fratello e sorella in mezzo al mondo, se in ogni uomo scopri un figlio di Dio. Sei ‘luce’ quando illumini gli altri e questa luce ti permette di scoprire meglio te stesso. Il Vangelo, Parola di Dio, è proprio questa luce che deve illuminare la tua mente, riscaldare il tuo cuore, testimoniare la sua presenza non a parole ma con le opere.
L’uomo lontano dal Vangelo, lontano da Cristo, è colui che vive e si fa dominare solo dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla superbia. Chi è vero amico di Gesù, ama! Ma ‘amare’ è servire, condividere, comunione. La logica di Dio è solo la logica dell’amore, ma amore concreto che comunica il sapore del divino che c’è in Lui e in noi. Gesù si esprime assai chiaramente: ‘Se il sale non dà sapore non serve a nulla’ e l’agire dell’uomo diventa scipito ed insignificante.
Siete luce: se la luce non illumina è come una lampadina fulminata da buttare nella spazzatura. E’ certo una missione difficile essere luce del mondo e sale della terra; è difficile realizzare tale missione perché siamo deboli e fragili; siamo sempre coscienti dei nostri limiti e deficienze, ma, ancorati a Cristo, luce viva, e nutriti dell’Eucaristia, pane di vita, si riacquistano forze e vivacità.
Gesù dice infatti: ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi?, venite a me e vi ristorerò’. Ecco la necessità della Messa domenicale: acquistare forza e vivacità per vivere la nostra missione, per superare la nostra povertà esistenziale. Anche Paolo apostolo era cosciente dei suoi limiti, della sua debolezza ma ciò non lo rese mai pigro ma sempre uomo d’avanguardia nel nome di Cristo Gesù. Allora, scrive il profeta Isaia: ‘Lo invocherai e il Signore ti risponderà’.
Tu sei luce, tu sei sale non per te ma per gli altri; sei vero cristiano se impari a spezzare il pane con l’affamato, a dare da bere all’assetato; un vestito a chi è ignudo, un sorriso e un abbraccio a chi ha bisogno di aiuto. La Vergine Santissima, Madre della grazia, interceda per me, per te, per il mondo intero.
Prima domenica dopo il Natale: festa della Sacra Famiglia
La prima domenica dopo il Natale è dedicata alla Sacra Famiglia: essa è veramente qualcosa di sacro: quando Dio creò l’uomo, pensò subito alla famiglia; questa è caratterizzata da tre elementi: Marito, Moglie e Figli. Il Concilio Vaticano II la definisce ‘Chiesa domestica’. La famiglia di Nazaret è sacra non solo perché c’è Gesù (vero Dio e vero uomo), ma perchè Maria e Giuseppe hanno il diritto e il dovere di lasciarsi condurre dalla mano di Dio. La famiglia, creata da Dio, è vita e, nonostante le naturali difficoltà ed avversità che si incontrano, questa va amata e difesa.
Da qui scaturiscono il clima di amore e l’impegno da parte dei componenti di rivestirsi di sentimenti di umiltà, misericordia e bontà. La famiglia diventa così una vera scuola di perfezione per tutti i componenti. La Sacra Famiglia di Nazareth è una famiglia concreta; una famiglia dove si vivono gioie e dolori ma la fiducia e l’abbandono in Dio guidano e sostengono l’amore, l’impegno, il sacrificio e la comunione. Confidare ed affidarsi nelle mani di Dio è il segreto perché in fondo trionfi sempre l’amore.
Da qui la necessità non solo di difendere la vita, dono di Dio, e perciò la lotta contro l’aborto libero e gratuito, vero omicidio di un essere umano voluto anche da Dio, che ha creato l’anima con un progetto di amore. Il Vangelo esorta oggi in modo particolare a difendere la vita del bambino. Così Maria e Giuseppe affrontano i disagi dell’esilio per salvaguardare la vita di Gesù mentre Erode cerca il Bambino Gesù per farlo morire. Giuseppe, avvisato in sogno da un Angelo, fugge in Egitto con Maria e il Bambino. Giuseppe, come un padre, veglia sul Bambino fisicamente impotente e lo salva da una morte sicura.
Allo stesso modo Dio nel libro del Siracide esorta: ‘Tu, figlio soccorri tuo padre nella vecchiaia; non contrastarlo durante la vita. Sii indulgente anche se perde il senno. Compatiscilo e non disprezzarlo mai.’ Come vedi: affidarsi al Signore Dio con fede viva è il segreto per ben navigare tra i marosi della vita, uniti sempre nell’amore.
Da qui l’esortazione dell’Apostolo: ‘Mariti amate le vostre mogli; mogli amate i vostri mariti; genitori non esasperate i vostri figli perché non si scoraggino’. La famiglia sia sempre una vera Chiesa domestica dove si attua la legge dell’amore. La Santissima Vergine, madre di Gesù e nostra, aiuti sempre le famiglia perché vivano e non si scoraggino.
Gesù Cristo – re dell’universo! Cristo Gesù, re d’amore!
Con la festa di Cristo re si chiude l’anno liturgico. Gesù, Figlio di Dio, si è incarnato, si è fatto uomo per realizzare il Regno di Dio sulla terra. Il popolo ebreo attendeva la nascita di questo bimbo, che avrebbe tenuto il regno di David: un regno eterno ed universale. Nel Vangelo la Chiesa oggi ci presenta il Cristo morente in croce, dove è posta una scritta: I. N. R. I. (Gesù di Nazareth, re dei Giudei). Essere re è l’accusa principale con la quale Gesù viene deferito dai suoi avversari (il Sinedrio e i Sommi sacerdoti ) ed accusato davanti al tribunale di Ponzio Pilato, governatore romano.
Con questa accusa Gesù viene schernito dai Capi del popolo, dai sommi sacerdoti e dalle autorità. Dopo averlo fatto flagellare, Pilato presenta Gesù al popolo dicendo: ‘ecco il vostro Re’. Gesù aveva rifiutato il titolo di re, dopo la moltiplicazione dei pani, ed ogni volta che questo titolo era inteso in senso politico, alla stregua dei ‘capi delle nazioni’. Davanti al governatore che lo interroga: ‘sei tu il re dei giudei?’ Gesù risponde in modo assai chiaro: ‘Sì, tu lo dici, Io sono Re!’
La regalità di Gesù è rivelazione ed attuazione del disegno del Padre, che governa tutte le cose con amore e giustizia. Dio Padre ha affidato a Gesù, vero uomo e vero Dio, la missione di conferire la vita eterna a tutti gli uomini, che ha amato sino all’estremo sacrificio della croce, e il potere di giudicare tutti gli uomini da vero uomo e vero Dio. Un ‘giudizio’ da giudice in chiave di amore. Il linguaggio di Gesù è assai semplice. Egli dirà ai buoni, che hanno amato in modo vero e concreto: “Venite, benedetti dal Padre mio perchè avevo fame, sete, ero nudo, solo, carcerato, malato… e vi ho trovato sempre accanto a me”.
Gesù è un Re che giudica, regna, dopo essere stato esempio vivo a tutti. Se mettiamo in pratica l’amore verso il prossimo solo allora facciamo spazio alla signoria di Cristo Gesù e il suo Regno si realizza in mezzo a noi. Gesù ha instaurato il Regno con il suo grande amore: il sacrificio della croce; amore con amore si paga. Gesù è veramente il nostro Re e lo stesso Pilato fece scrivere sulla croce: I.N.R.I. La storia registra molti regni, che sono esistiti e poi sono stati rovesciati; il regno di Cristo è regno eterno: le porte degli inferi non prevarranno mai.
La stabilità di questo regno non è dovuta ad eserciti o a bombe ed armi di qualsiasi sorta; regna solo l’amore: l’amore verso Dio e i fratelli trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia. Nel brano del Vangelo ascoltato figurano tre gruppi: a) il popolo , che sta lontano a guardare ( una volta correva dietro a Gesù implorando grazie e guarigioni. b) I capi del popolo, dei soldati e da un malfattore, crocifisso accanto a Gesù ma che non parla. c) un terzo personaggio crocifisso con Gesù, che si rivolge con fede e pentimento: Signore, ricordati di me quando sarai nel tuo regno, e Gesù a lui: ‘oggi sarai con me in paradiso’.
In questo terzo gruppo ci sono anche Maria, sua madre; Giovanni, uno dei dodici apostoli e le pie donne. Il malfattore, crocifisso accanto a Gesù, pentito, riceve da Gesù il grande dono: ‘oggi sarai con me in paradiso’. Per il popolo, per i capi del popolo, per i soldati Gesù ha solo parole di comprensione: ‘Padre, perdona loro!’ Prima che si conclude il dramma del suo sacrificio Gesù rivolgendosi a sua madre esclama: ‘Donna, ecco tuo figlio … e a Giovanni: ecco tua madre’. Per questo motivo, amici carissimi, oggi rivolgiamoci supplici a Maria invocandola: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.
XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: sempre sereni, nelle mani di Dio!
Siamo verso la fine dell’anno liturgico: domenica prossima è la festa di Cristo re e si conclude l’anno liturgico. La fine della corsa è solo arrivo al grande traguardo dove l’uomo sperimenta l’amore di Dio e la sua provvidenza. Il linguaggio del vangelo è escatologico: fine dell’anno liturgico, fine di questa vita, fine di questo mondo; poi terra nuova e mondo nuovo. Nel Vangelo Gesù evidenzia non la fine della storia ma della nostra esperienza terrena.
Gesù si trovava a Gerusalemme e gli Apostoli e i Discepoli ammiravano la città santa e il Tempio, che era una vera meraviglia; Gesù evidenzia subito: ‘Verranno giorni in cui di tutto questo che voi ammirate non resterà pietra su pietra’. La distruzione del Tempio, annunciata da Gesù, è figura assai chiara che la storia dell’uomo sulla terra avrà una conclusione. Gesù usa due immagini: a) eventi catastrofici che si avvereranno: guerre, persecuzioni, carestie, distruzione del Tempio e la stessa Gerusalemme saranno distrutte, come alla stessa maniera avverrà per le nostre basiliche, cattedrali, edifici grandiosi, santuari scintillanti per oro, argento e marmi; di tutto questo non resterà pietra su pietra.
B) la seconda immagine è rassicurante: ‘Non temete, dice Gesù, con la vostra perseveranza, salverete le vostre anime’. E’ una esortazione a non cedere nel momento in cui incalzano sofferenze e persecuzioni. Cosa fare allora? Rimanere sereni non perché non ci saranno prove o tribolazioni ma perché Dio è sempre con noi; le prove ci saranno, ma Dio non ci abbandonerà mai. Voi, dice Gesù, vegliate perché non conoscete né il giorno, né l’ora.
Compito del cristiano è restare saldi nella Fede, nella Speranza e nella Carità anche in mezzo alle avversità, alle guerre, ai cataclismi naturali. L’attesa della ‘Parusia’ non ci dispensa dagli impegni; essa crea, al contrario, responsabilità davanti a Dio circa l’agire nel mondo e per il mondo. I veri discepoli di Cristo Gesù non possono restare vittime di paura o di angoscia, ma sono chiamati a collaborare come operatori di pace, testimoni di speranza nel nome del Signore: la speranza di un futuro di salvezza e di vera redenzione. la vera Fede viva ci fa camminare con Cristo e ci addita la meta per la quale siamo stati creati da Dio e redenti da Gesù con la sua morte in croce.
La Fede ci parla di amore perché Dio è amore, ci ha creati con un progetto di amore e ci presenta la meta come piena realizzazione: la fine della vita terrena è inizio della vita eterna. Amore è apertura agli altri; vivere per gli altri diventa il vero programma della vita cristiana. Da qui l’apostolo Paolo scrive ai cristiani: ‘Chi non vuole lavorare neppure deve mangiare’. Anche la Bibbia presenta Dio come ‘lavoratore’: ‘In principio Dio creò il cielo e la terra…’.
Dio creando ama e amando crea. l’uomo, creato ad immagine di Dio, è chiamato a continuare l’opera creativa di Dio e l’azione redentiva di Gesù. Manifestazione negativa del lavoro è la disoccupazione o il super-lavoro. Il vero cristiano non si lascia intimorire neppure dall’incalzare delle sofferenze fisiche o delle persecuzioni: opere tutte diaboliche. Da qui le parole rassicuranti di Gesù: ‘Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime’. Vegliate, dice Gesù, state pronti perché non sapete quando verrà il Signore.
L’ultima parola sarà quella del Signore, che ci presenta Cristo risorto e noi che con Lui risorgeremo. Ci siano di sprone i numerosi martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi consegnano a noi il Vangelo dell’amore e della misericordia di Dio. La Madonna, madre di Gesù e nostra, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi; ci sostenga, ci guidi nel cammino quotidiano con amore veramente materno.
Il bene che ho: per un amore più grande
Dopo le riflessioni pasquali e mariane, Mela Indie e Gipo Montesanto tornano con una nuova opera musicale da ascoltare su Spotify e YouTubee le piattaforme musicali, intitolato ‘Il bene che ho’. Di cosa parlerà il testo dell’opera (non opera lirica ma Christian Music) musicale?
“Ci sono delle persone che amiamo immensamente… persone per cui siamo disposti a dare la vita, che rappresentano tutto il bene che abbiamo. Il nuovo singolo parlerà di questo amore grande”.
Da dove hai preso l’ispirazione?
“Il testo è tratto da una poesia di Mela Indie che avete già conosciuto come autore e interprete dell’album uscito a settembre”, dice Gipo Montesanto (@gipomusica). “ Ci sono altri particolari da raccontarvi e non vedo l’ora di parlarne insieme”.
Per quale motivo il singolo martedì 21 ottobre?
“ Il 21 ottobre è una data per me importante. Chi mi conosce più da vicino sa il perche”.
Quali altre informazioni puoi darci?
“In un certo senso è un inno all’essenza. Rendersi conto che le persone che ci sono state donate sono il bene più prezioso. Un amore più grande del resto. Un amore che qualcuno ha trovato nel rapporto stesso con Dio.
Realizzando quell’amore con lo ‘stare’ è il modo che abbiamo per scoprire anche noi stessi. L’alternativa è sempre il fuggire o restare anestetizzati dall’indifferenza. Il verso finale infatti dice: ‘Sei tu la persona per cui oggi sono io’. Si capisce di essere qualcuno, rispetto alla relazione che abbiamo con qualcun altro”.
Lo stare accanto, dedicando il nostro tempo, illumina già il nostro stesso essere. Ho letto una frase interssante in un posto che parlava della prossima uscita, questo singolo, è una cosa che tocca da vicino anche me con le mie opere. Puoi riportare il pensiero? E’ molto importante perché dà l’idea che nonostante tutto è sempre bene provare.
“Riusciamo a cambiare il mondo? Non so… ma siamo certi che provarci è un qualcosa che cambierà sicuramente noi”.
(Foto: Spotify)
Papa Leone XIV invita a riscoprire Nicola Cusano
“Siete giunti alla meta del vostro pellegrinaggio, ma, come i discepoli di Gesù, ora dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo. Il Giubileo ci ha resi pellegrini di speranza proprio per questo: tutto va ormai guardato alla luce della risurrezione del Crocifisso. E’ in questa speranza che siamo salvati! Gli occhi, però, non sono abituati. Così, prima di ascendere al cielo, il Risorto ha iniziato a educare i nostri sguardi. E continua a farlo anche oggi! In effetti, le cose non sono come sembrano: l’amore ha vinto, sebbene abbiamo davanti agli occhi tanti contrasti e vediamo lo scontro fra molti opposti”: nell’udienza giubilare in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha spiegato che sperare vuol dire anche lasciarsi guidare dalla fede, come insegna Nicola Cusano, cardinale vissuto nel XV secolo, diplomatico papale.
Infatti Nicola Cusano è stato un pensatore che ha sempre perseguito l’unità della Chiesa: “In un’epoca altrettanto travagliata, nel secolo XV, la Chiesa ha avuto un Cardinale ancora oggi poco conosciuto. Fu un grande pensatore e servitore dell’unità. Si chiamava Nicola e veniva da Kues, in Germania: Nicola Cusano. Lui ci può insegnare che sperare è anche ‘non sapere’… Nicola Cusano non poteva vedere l’unità della Chiesa, scossa da correnti opposte e divisa fra Oriente e Occidente. Non poteva vedere la pace nel mondo e fra le religioni, in un’epoca in cui la cristianità si sentiva minacciata da fuori. Mentre viaggiava, però, come diplomatico del papa, egli pregava e pensava. Per questo i suoi scritti sono pieni di luce”.
E’ stato un intellettuale che ha sempre creduto nella speranza: “Molti suoi contemporanei vivevano di paura; altri si armavano preparando nuove crociate. Nicola, invece, scelse fin da giovane di frequentare chi aveva speranza, chi approfondiva discipline nuove, chi rileggeva i classici e tornava alle fonti. Credeva nell’umanità. Capiva che ci sono opposti da tenere insieme, che Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità. Nicola sapeva di non sapere e così comprendeva sempre meglio la realtà. Che dono grande per la Chiesa! Che chiamata al rinnovamento del cuore! Ecco i suoi insegnamenti: fare spazio, tenere insieme gli opposti, sperare ciò che ancora non si vede”.
Ecco la nascita della ‘dotta ignoranza’ dell’idiota: “Il Cusano parlava di una ‘dotta ignoranza’, segno di intelligenza. Protagonista di alcuni suoi scritti è un personaggio curioso: l’idiota. E’ una persona semplice, che non ha studiato e pone ai dotti domande elementari, che mettono in crisi le loro certezze”.
Così succede anche oggi, ribadendo la necessità della Chiesa nel diventare esperta in umanità: “E’ così anche nella Chiesa di oggi. Quante domande mettono in crisi il nostro insegnamento! Domande dei giovani, domande dei poveri, domande delle donne, domande di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza. Siamo in un tempo benedetto: quante domande! La Chiesa diventa esperta di umanità, se cammina con l’umanità e ha nel cuore l’eco delle sue domande”.
(Foto: Santa Sede)




























