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Quinta domenica di Pasqua: amare è il comandamento nuovo

Dove c’è amore, là c’è Dio.  Da questo, dice Gesù, sapranno che siete miei discepoli: se   avete amore gli uni per gli altri. E’ questa la Chiesa che siamo chiamati a portare avanti: una Chiesa santa che si costruisce, come faceva Paolo, evangelizzando, organizzando la comunità, ritenendosi tutti veri strumenti di Dio. In essa non c’è posto per i ‘Giuda’: se siamo Giuda, Gesù non può restare in mezzo a noi; ciò che conta davanti a Dio è solo l’amore perché Dio è amore. Gesù dirà: ‘Da questo sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri’.

Questo è un comandamento nuovo: nuovo perché proclamato mentre viene sancita la Nuova Alleanza tra Dio e l’umanità nel sangue di Cristo Gesù; non è l’amare la novità ma amarsi gli uni e gli altri come Lui ci ha amati. Gesù si è fatto esempio e misura di questo amore. Prima di Gesù esisteva il comandamento dell’amore; ora Gesù si è fatto esempio di amore e perdono. Amare allora in nome e sul modello del suo amore. La novità sta in questo: amare come Cristo ci ha amati.

Questo è il metro, la misura dell’amore voluto da Dio. L’amore non è un distintivo, una etichetta, un certificato, una divisa che ci contraddistingue come veri cristiani. La Chiesa, il popolo di Dio non si costruisce con le critiche o con le armi; si costruisce solo annunciando la Parola di Dio e testimoniando la verità con le parole e le opere. Questo amore ci fa essere uomini nuovi, fratelli e sorelle nel Signore, nuovo popolo di Dio. Questo amore ci permette di amare anche i nostri nemici, perdonare le offese e pregare Dio: ‘Padre, perdona a noi come noi perdoniamo ai nostri debitori’.

L’amore non è poesia ma è la realtà nuova  che costituisce cieli nuovi e terre nuove. Viviamo purtroppo in una terra dove cresce l’ottimo grano e la zizania; un grande mare che racchiude in sè pesci buoni e pesci cattivi; ma la nostra vera patria è il cielo, quella realtà spirituale che è luce ed amore. Da qui l’Eucaristia che riceviamo nella Messa acquista un significato particolare  perché conferisce quella forza, quel dinamismo che unisce ed affratella; dirà infatti sant’Agostino: come diversi chicchi di grano formano l’ostia, come diversi acini di uva formano il vivo  che diventa corpo e  sangue di Gesù, così gente diversa per cultura, mentalità, talenti, nutrita dalla stessa Eucaristia, costituisce la chiesa, il popolo santo di Dio.

Da qui la missione affidata da Gesù alla sua Chiesa: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi’; questa missione è servire, amare come Cristo Gesù ci ha amati. Vuoi sapere se uno ti ama? Non credere alle sue parole; non fidarti delle sue premure, ma mettilo alla prova se è capace di sacrificare qualcosa per te; se è capace, allora ti ama, se non è capace allora è solo un opportunista: ama se stesso, non ama te.

Talvolta siamo così ipocriti  che nascondiamo il nostro egoismo sotto l’etichetta dell’amore; caduta l’etichetta, viene fuori il nostro egoismo e la sua sete insaziabile. L’amore è qualcosa di veramente serio perchè è divino. Maria, regina della Chiesa, madre di Gesù e nostra, ci aiuti ad accogliere da Gesù il comando dell’amore, lo Spirito Santo ci dia la forza e la luce di attuarlo per assicurare a noi un posto nella Gerusalemme celeste.

Card. Re: un papa per il bene della Chiesa

Ieri, alla vigilia dell’inizio del conclave, i cardinali riuniti in Vaticano per l’elezione del nuovo Pontefice, hanno esortato ad un cessate il fuoco nei luoghi dove sono in corso conflitti: “Noi Cardinali di Santa Romana Chiesa, riuniti in Congregazione Generale prima dell’inizio del Conclave, costatato con rammarico che non si sono registrati progressi per favorire i processi di pace in Ucraina, in Medio Oriente e in tante altre parti del mondo, anzi che si sono intensificati gli attacchi specialmente a danno della popolazione civile, formuliamo un sentito appello a tutte le parti coinvolte affinché si giunga quanto prima ad un cessate il fuoco permanente e si negozi, senza precondizioni e ulteriori indugi, la pace lungamente desiderata dalle popolazioni coinvolte e dal mondo intero. Invitiamo tutti i fedeli a intensificare la supplica al Signore per una pace giusta e duratura”.

Mentre questa mattina nella Messa ‘pro eligendo Pontifice’, celebrata nella Basilica Vaticana, alla presenza di 5.000 fedeli con 220 porporati il card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio, ha sottolineato l’assiduità della prima comunità cristiana nella preghiera: “Negli Atti degli Apostoli si legge che, dopo l’ascensione di Cristo al cielo e in attesa della Pentecoste, tutti erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme con Maria, la Madre di Gesù.

E’ proprio quello che anche noi stiamo facendo a poche ore dall’inizio del Conclave, sotto lo sguardo della Madonna posta a fianco dell’altare, in questa Basilica che si eleva sopra la tomba dell’Apostolo Pietro. Percepiamo unito a noi l’intero popolo di Dio col suo senso di fede, di amore al Papa e di fiduciosa attesa”.

E’ stata un’invocazione allo Spirito Santo per un papa ‘giusto’ per questo momento storico: “Siamo qui per invocare l’aiuto dello Spirito Santo, per implorare la sua luce e la sua forza perché sia eletto il Papa di cui la Chiesa e l’umanità hanno bisogno in questo tornante della storia tanto difficile e complesso.

Pregare, invocando lo Spirito Santo, è l’unico atteggiamento giusto e doveroso, mentre i Cardinali elettori si preparano ad un atto di massima responsabilità umana ed ecclesiale e ad una scelta di eccezionale importanza; un atto umano per il quale si deve lasciar cadere ogni considerazione personale, e avere nella mente e nel cuore solo il Dio di Gesù Cristo e il bene della Chiesa e dell’umanità”.

Proprio nel momento culminante Gesù infonde negli apostoli un comandamento nuovo: “E’ il messaggio dell’amore, che Gesù definisce comandamento ‘nuovo’. Nuovo perché trasforma in positivo e amplia grandemente l’ammonimento dell’Antico Testamento, che diceva: ‘Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’.

L’amore, che Gesù rivela, non conosce limiti e deve caratterizzare i pensieri e l’azione di tutti i suoi discepoli, i quali nel loro comportamento devono sempre mostrare un amore autentico e impegnarsi per la costruzione di una nuova civiltà, quella che Paolo VI chiamò ‘civiltà dell’amore’. L’amore è la sola forza capace di cambiare il mondo”.

E l’amore di Gesù per il mondo è dimostrato nella lavanda dei piedi: “Gesù ci ha dato l’esempio di questo amore all’inizio dell’ultima cena con un gesto sorprendente: si è abbassato al servizio degli altri, lavando i piedi agli Apostoli, senza discriminazioni, non escludendo Giuda che lo avrebbe tradito.

Questo messaggio di Gesù si ricollega a quanto abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa, nella quale il profeta Isaia ci ha ricordato che la qualità fondamentale dei Pastori è l’amore fino al dono completo di sé”.

Dalle letture odierne è evidente i ‘compiti’ del papa: “Fra i compiti di ogni successore di Pietro vi è quello di far crescere la comunione: comunione di tutti i cristiani con Cristo; comunione dei Vescovi col Papa; comunione dei Vescovi fra di loro. Non una comunione autoreferenziale, ma tutta tesa alla comunione fra le persone, i popoli e le culture, avendo a cuore che la Chiesa sia sempre ‘casa e scuola di comunione’. E’ inoltre forte il richiamo a mantenere l’unità della Chiesa nel solco tracciato da Cristo agli Apostoli. L’unità della Chiesa è voluta da Cristo; un’unità che non significa uniformità, ma salda e profonda comunione nelle diversità, purché si rimanga nella piena fedeltà al Vangelo”.

Quindi nell’elezione papale è sempre Pietro che tramanda la fede: “L’elezione del nuovo Papa non è un semplice avvicendarsi di persone, ma è sempre l’Apostolo Pietro che ritorna. I cardinali elettori esprimeranno il loro voto nella Cappella Sistina, dove (come dice la costituzione apostolica ‘Universi dominici gregis’) ‘tutto concorre ad alimentare la consapevolezza della presenza di Dio, al cui cospetto ciascuno dovrà presentarsi un giorno per essere giudicato’.

Nel Trittico Romano papa Giovanni Paolo II auspicava che, nelle ore della grande decisione mediante il voto, l’incombente immagine michelangiolesca di Gesù Giudice ricordasse a ciascuno la grandezza della responsabilità di porre le ‘somme chiavi’ nelle mani giuste”.

Il card. Re ha concluso l’omelia con le invocazioni allo Spirito Santo: “Preghiamo quindi perché lo Spirito Santo, che negli ultimi cento anni ci ha donato una serie di Pontefici veramente santi e grandi, ci regali un nuovo Papa secondo il cuore di Dio per il bene della Chiesa e dell’umanità.

Preghiamo perché Dio conceda alla Chiesa il Papa che meglio sappia risvegliare le coscienze di tutti e le energie morali e spirituali nella società odierna, caratterizzata da grande progresso tecnologico, ma che tende a dimenticare Dio.

Il mondo di oggi attende molto dalla Chiesa per la salvaguardia di quei valori fondamentali, umani e spirituali, senza i quali la convivenza umana non sarà migliore né portatrice di bene per le generazioni future. La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, intervenga con la sua materna intercessione, perché lo Spirito Santo illumini le menti dei cardinali elettori e li renda concordi nell’elezione del papa di cui ha bisogno il nostro tempo”.

Mentre nel pomeriggio è stato pronunciato ‘Extra omnes!’ (Fuori tutti) da parte da parte del Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie, mons. Diego Ravelli, con cui ha inizio ufficialmente il Conclave attraverso il giuramento di tutti i 133 cardinali elettori:

“Parimenti, promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo che chiunque di noi, per divina disposizione, sia eletto Romano Pontefice, si impegnerà a svolgere fedelmente il munus Petrinum di Pastore della Chiesa universale e non mancherà di affermare e difendere strenuamente i diritti spirituali e temporali, nonché la libertà della Santa Sede”, continua ancora il giuramento solenne in Sistina.

Soprattutto, promettiamo e giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del Romano Pontefice e su ciò che avviene nel luogo dell’elezione, concernente direttamente o indirettamente lo scrutinio; di non violare in alcun modo questo segreto sia durante sia dopo l’elezione del nuovo Pontefice”.

 (Foto: Santa Sede)

Conclusi i Novendiali: san Pietro rinnova la fede in Gesù Cristo

Mentre il presbiteriano Donald Trump ha il desiderio di diventare papa (il presbiterianesimo nasce soprattutto dalla riforma calvinista), ieri pomeriggio nella basilica di san Pietro, si sono concluse le celebrazioni eucaristiche dei Novendiali in suffragio di papa Francesco, presieduta dal protodiacono del Collegio cardinalizio, card. Dominique Mamberti, nella terza domenica dopo Pasqua, in cui Gesù invita gli apostoli alla sequela:

“L’episodio rammenta quello della prima pesca miracolosa, narrato da Luca, quando Gesù aveva chiamato Simone, Giacomo e Giovanni, annunciando a Simone che sarebbe diventato pescatore di uomini. Da quel momento, Pietro l’aveva seguito, a volte nell’incomprensione e perfino nel tradimento, ma nell’incontro di oggi, ultimo prima del ritorno di Cristo presso il Padre, Pietro riceve da lui il compito di pascere il suo gregge”.

In questa pagina evangelica la parola che emerge è quella del riconoscimento attraverso l’amore: “L’amore è la parola chiave di questa pagina evangelica. Il primo a riconoscere Gesù è ‘il discepolo che Gesù amava’, Giovanni, che esclama ‘è il Signore!’, e Pietro subito si getta in mare per raggiungere il Maestro. Dopo che avessero condiviso il cibo, ciò che avrà acceso nel cuore degli Apostoli il ricordo dell’ultima cena, inizia il dialogo tra Gesù e Pietro, la triplice domanda del Signore e la triplice risposta di Pietro”.

Riprendendo gli insegnamenti di papa san Giovanni Paolo II e di papa Benedetto XVI il protodiacono ha sottolineato che l’amore è la missione della Chiesa: “Questa missione è l’amore stesso, che si fa servizio alla Chiesa e a tutta l’umanità… Abbiamo tutti ammirato quanto papa Francesco, animato dall’amore del Signore e portato dalla Sua grazia, sia stato fedele alla sua Missione fino all’estremo consumo delle sue forze. Ha ammonito i potenti che bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini e ha proclamato all’umanità intera la gioia del Vangelo, il Padre Misericordioso, Cristo Salvatore.

L’ha fatto nel suo Magistero, nei suoi viaggi, nei suoi gesti, nel suo stile di vita. Ero vicino a lui il giorno di Pasqua, alla loggia delle benedizioni di questa Basilica, testimone della sua sofferenza, ma soprattutto del suo coraggio e della sua determinazione di servire il Popolo di Dio fino alla fine”.

E la missione della Chiesa si rivela nella sua capacità di adorazione: “L’adorazione è una dimensione essenziale della missione della Chiesa e della vita dei fedeli… Questa capacità che dà l’adorazione non era difficile da riconoscere in papa Francesco. La sua intensa vita pastorale, i suoi innumerevoli incontri, erano fondati sui lunghi momenti di preghiera che la disciplina ignaziana aveva improntato in lui…

E tutto quanto egli faceva, lo faceva sotto lo sguardo di Maria. Ci rimarranno nella memoria e nel cuore le sue centoventisei soste davanti alla Salus Populi Romani. E ora che riposa vicino all’amata Immagine, lo affidiamo con gratitudine e fiducia all’intercessione della Madre del Signore e Madre nostra”.

Mentre nel penultimo giorno dei Novendiali il card. Ángel Fernández Artime, già pro-prefetto del dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, ha incentrato l’omelia sul valore della preghiera per i morti: “Sant’Alfonso Maria de’ Liguori insegna che pregare per i morti è la più grande opera di carità. Quando aiutiamo materialmente i nostri vicini, condividiamo beni effimeri, ma quando preghiamo per loro lo facciamo con beni eterni. In modo simile è vissuto il Santo Curato d’Ars, patrono universale dei sacerdoti”.

Ed ha spiegato il significato di questa particolare preghiera: “Pregare per i morti significa, quindi, amare coloro che sono morti ed è ciò che facciamo ora per papa Francesco, radunati come Popolo di Dio, insieme ai pastori e in modo particolare questa sera con una presenza molto significativa di consacrate e consacrati. Il Santo Padre Francesco si è sentito molto ben voluto dal Popolo di Dio e sapeva che anche gli appartenenti alle diverse espressioni della vita consacrata lo amavano; pregavano per il suo ministero, per la persona del papa, per la Chiesa, per il mondo”.

La preghiera è molto importante per ‘testimoniare’ Gesù: “Fratelli e sorelle, è vero che tutti noi, tutta questa assemblea in quanto battezzati, siamo chiamati ad essere testimoni del Signore Gesù, morto e risorto. Ma è altrettanto vero che noi, consacrati e consacrate, abbiamo ricevuto questa vocazione, questa chiamata al discepolato che ci chiede di testimoniare il primato di Dio con tutta la nostra vita”.

La preghiera è una ‘missione’ affidata in modo particolare alle persone consacrate: Questa missione è particolarmente importante quando (come oggi in molte parti del mondo) si sperimenta l’assenza di Dio o si dimentica troppo facilmente la sua centralità. Allora possiamo assumere e fare nostro il programma di San Benedetto Abate, sintetizzato nella massima ‘nulla anteporre all’amore di Cristo’.

E’ stato il Santo Padre Benedetto XVI a sfidarci in questo modo: all’interno del Popolo di Dio le persone consacrate sono come sentinelle che scorgono e annunciano la vita nuova già presente nella nostra storia… Siamo, dunque, chiamati ad essere nel mondo segno credibile e luminoso del Vangelo e dei suoi paradossi. Senza conformarci alla mentalità di questo secolo, ma trasformandoci e rinnovando continuamente il nostro impegno”.

Nel riconoscimento di Gesù si coglie la gioia della Pasqua: “E’ solo la presenza di Gesù Risorto che trasforma ogni cosa: il buio è vinto dalla luce; il lavoro inutile diventa nuovamente fecondo e promettente; il senso di stanchezza e di abbandono lascia il posto a un nuovo slancio e alla certezza che Lui è con noi. Quanto accaduto per i primi e privilegiati testimoni del Signore può e deve diventare programma di vita per tutti noi”.

Nel frattempo oggi i cardinali si riuniscono per le Congregazione generali sia la mattina che nel pomeriggio; mentre per martedì 6 maggio è prevista soltanto una sessione la mattina, ma potrebbero eventualmente aggiungerne un’altra il pomeriggio se necessario.

(Foto: Santa Sede)

Anselmo Palini racconta la storia resistenziale di Carlo Bianchi, ‘ribelle per amore’

“Carlo Bianchi fa parte di quella schiera di persone definite ‘partigiani senza fucile’, in quanto si opposero al nazifascismo senza impugnare le armi, ma operando tuttavia attivamente e mettendo a rischio la propria vita, nella stampa clandestina, nell’aiuto prestato per nascondere o far espatriare quanti erano ricercati, nel tenere i collegamenti fra le formazioni attive nella lotta contro il nazifascismo”; così ha scritto il prof. Paolo Trionfini, docente all’Università di Parma e direttore dell’Isacem (Istituto per la storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia) ‘Paolo VI’, nella prefazione al libro del prof. Anselmo Palini ‘Carlo Bianchi, Per un domani non di solo pane, ma di giustizia e di libertà’.

‘Tornerà presto il sole’, scriveva Carlo Bianchi ai propri familiari dal carcere milanese di San Vittore: “In realtà, tale speranza per lui non si realizzerà e verrà fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944. La sua testimonianza, tuttavia, è rimasta viva e oggi splende più che mai. Cresciuto nell’Azione cattolica e nella Fuci, durante gli anni della Seconda guerra mondiale si attiva per le persone povere e disagiate, per inserirsi poi nell’attività resistenziale con le ‘Fiamme Verdi’ di Teresio Olivelli e con l’Oscar, un’organizzazione creata da alcuni sacerdoti per favorire l’espatrio di quanti erano braccati dai nazifascisti. Consapevole dei rischi che correva, continuò nella propria attività per porre le basi di un mondo migliore. Fino al sacrificio della vita”, scrive ad inizio del libro l’autore, Anselmo Palini.

Per quale motivo un libro su Carlo Bianchi?

“Carlo Bianchi, giovane ingegnere milanese, sposato con Albertina Casiraghi e padre di tre bimbi piccoli, è stato fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944 in un eccidio di massa che interessò altre 66 persone. Ci troviamo di fronte ad una splendida figura che si coinvolse nella Resistenza pur sapendo i rischi che correva e i problemi che la sua azione poteva comportare per la sua famiglia. Come ha scritto il prof. Giorgio Vecchio, di Carlo Bianchi ci si è ben presto dimenticati. Ecco allora la necessità di un libro che ne facesse memoria”.

Perché Carlo Bianchi è stato un ‘ribelle per amore’?

“Carlo Bianchi è stato con Teresio Olivelli l’anima della stampa clandestina dopo l’8 settembre 1943 in Lombardia. A loro principalmente si deve la nascita e la stampa del foglio ‘Il Ribelle’, che contestava la narrazione nazifascista ed invitava i giovani a non aderire alla Repubblica di Salò.  

Sempre a Carlo Bianchi e a Teresio Olivelli si deve la famosa ‘Preghiera del Ribelle’, che, diffusa in migliaia di copie, rappresentò un grande sostegno per quanti operavano nella clandestinità. Carlo Bianchi poi si attivò, con gli amici don Andrea Ghetti e don Giovanni Barbareschi, del gruppo scout clandestino delle Aquile Randagie, per favorire l’espatrio di coloro che erano ricercati dai nazifascisti”.

A cosa serviva la ‘Carità dell’Arcivescovo’?

“Il 16 febbraio 1943 il card. Schuster in una lettera indirizzata ai milanesi metteva in risalto i gravi disagi causati dai bombardamenti sulla città e li invitava ad attivarsi in aiuto alle popolazioni più colpite. Carlo Bianchi è fortemente colpito dall’intervento dell’arcivescovo e, in accordo con l’amico don Andrea Ghetti, matura l’idea di costituire un centro di assistenza per le persone più povere e per quelle maggiormente colpite dalla guerra in corso. Nasce così l’opera che assume il nome di ‘La Carità dell’Arcivescovo’, una realtà che garantiva assistenza medica, assistenza legale, aiuti economici… alle persone povere e disagiate. In una situazione di sfascio dei servizi pubblici la ‘Carità dell’Arcivescovo’ fu un’iniziativa dal grandissimo valore”.

Quale fu la ‘scintilla’ per cui decise di partecipare alla Resistenza?

“Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio, ossia con l’uscita dell’Italia dalla guerra, ognuno venne chiamato a scegliere: o unirsi alla Repubblica di Salò, ossia al tentativo di ricostituire uno Stato fascista nel centro-nord Italia; oppure scegliere di opporsi al nazifascismo unendosi alle forze partigiane; o ancora stare alla finestra in attesa dell’evolversi della situazione. Carlo Bianchi, per la formazione ricevuta in Azione Cattolica e nella Fuci, non ebbe dubbi sulla scelta da compiere: opporsi al nazifascismo!”

In quale modo fu un ‘partigiano senza fucile’?

“La partecipazione di Carlo Bianchi alla Resistenza non fu caratterizzata dall’uso delle armi. Si attivò nella stampa clandestina mettendo a disposizione la propria tipografia, fin quando gli fu possibile, e le proprie conoscenze tecniche. In secondo luogo collaborò attivamente con le Aquile Randagie don Andrea Ghetti-Baden e don Giovanni Barbareschi per favorire l’espatrio di quanti erano ricercati dai nazifascisti. Al riguardo venne costituita l’OSCAR, ‘Organizzazione scout collocamento assistenza ricercati’, poi divenuta ‘Organizzazione soccorso collocamento assistenza ricercati’. Fu dunque un ‘partigiano senza fucile’, per usare la felice espressione coniata da Giovanni Bianchi in un suo libro dello stesso titolo”.

Quanto fu importante la presenza dei cattolici nella Resistenza?

“Per molto tempo la narrazione sulla Resistenza ha parlato solamente del coinvolgimento del mondo comunista. Oggi gli studi più approfonditi hanno permesso di far emergere il ruolo avuto da altre componenti, tra cui persone del mondo cattolico. In Lombardia ad esempio le Fiamme Verdi, composte principalmente da cattolici, ebbero un ruolo importante nell’azione resistenziale e così in altre regioni lo ebbero formazioni simili, come si può verificare consultando il sito dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc) o quello della Federazione italiana volontari della libertà (Fivl)”.

Papa Francesco: l’amore è una relazione di speranza

Nella catechesi preparata per l’udienza generale, annullata per la convalescenza a Casa Santa Marta, dopo il ricovero di oltre un mese al Policlinico Gemelli, papa Francesco ha riflettuto sulla parabola del figlio prodigo e invita i fedeli a domandarsi in quale ‘posizione’ ci si trova nella parabola: “Partiamo dalla parabola più famosa, quella che tutti noi ricordiamo forse da quando eravamo piccoli: la parabola del padre e dei due figli. In essa troviamo il cuore del Vangelo di Gesù, cioè la misericordia di Dio.

L’evangelista Luca dice che Gesù racconta questa parabola per i farisei e gli scribi, i quali mormoravano per il fatto che Lui mangiava con i peccatori. Per questo si potrebbe dire che è una parabola rivolta a coloro che si sono persi, ma non lo sanno e giudicano gli altri”.

Nella catechesi il papa ha sottolineato il messaggio di speranza della parabola: “Il Vangelo vuole consegnarci un messaggio di speranza, perché ci dice che dovunque ci siamo persi, in qualunque modo ci siamo persi, Dio viene sempre a cercarci! Ci siamo persi forse come una pecora, uscita dal sentiero per brucare l’erba, o rimasta indietro per la stanchezza.

O forse ci siamo persi come una moneta, che magari è caduta per terra e non si trova più, oppure qualcuno l’ha messa da qualche parte e non ricorda dove. Oppure ci siamo persi come i due figli di questo padre: il più giovane perché si è stancato di stare dentro una relazione che sentiva come troppo esigente; ma anche il maggiore si è perso, perché non basta rimanere a casa se nel cuore ci sono orgoglio e rancore”.

Per questo il papa ha sottolineato che amare significa disporsi all’incontro: “L’amore è sempre un impegno, c’è sempre qualcosa che dobbiamo perdere per andare incontro all’altro. Ma il figlio minore della parabola pensa solo a sé stesso, come accade in certe fasi dell’infanzia e dell’adolescenza. In realtà, intorno a noi vediamo anche tanti adulti così, che non riescono a portare avanti una relazione perché sono egoisti. Si illudono di ritrovare sé stessi e invece si perdono, perché solo quando viviamo per qualcuno viviamo veramente”.

Quindi l’amore è una condizione relazionale: “Questo figlio più giovane, come tutti noi, ha fame di affetto, vuole essere voluto bene. Ma l’amore è un dono prezioso, va trattato con cura. Egli invece lo sperpera, si svende, non si rispetta. Se ne accorge nei tempi di carestia, quando nessuno si cura di lui. Il rischio è che in quei momenti ci mettiamo a elemosinare l’affetto e ci attacchiamo al primo padrone che capita.

Sono queste esperienze che fanno nascere dentro di noi la convinzione distorta di poter stare in una relazione solo da servi, come se dovessimo espiare una colpa o come se non potesse esistere l’amore vero. Il figlio minore, infatti, quando ha toccato il fondo, pensa di tornare a casa del padre per raccogliere da terra qualche briciola d’affetto”.

Ed ha richiamato un quadro di Rembrandt: “Solo chi ci vuole veramente bene può liberarci da questa visione falsa dell’amore. Nella relazione con Dio facciamo proprio questa esperienza. Il grande pittore Rembrandt, in un famoso dipinto, ha rappresentato in maniera meravigliosa il ritorno del figlio prodigo. Mi colpiscono soprattutto due particolari: la testa del giovane è rasata, come quella di un penitente, ma sembra anche la testa di un bambino, perché questo figlio sta nascendo di nuovo. E poi le mani del padre: una maschile e l’altra femminile, per descrivere la forza e la tenerezza nell’abbraccio del perdono”.

Inoltre la parabola focalizza l’attenzione anche sul figlio maggiore: “Ma è il figlio maggiore che rappresenta coloro per i quali la parabola viene raccontata: è il figlio che è sempre rimasto a casa con il padre, eppure era distante da lui, distante nel cuore. Questo figlio forse avrebbe voluto andarsene anche lui, ma per timore o per dovere è rimasto lì, in quella relazione. Quando però ti adatti contro voglia, cominci a covare rabbia dentro di te, e prima o poi questa rabbia esplode”.

Il ‘problema’ del figlio maggiore consiste nel non comprendere la misericordia come forma di giustizia, che è apertura alla speranza: “Paradossalmente, è proprio il figlio maggiore che alla fine rischia di rimanere fuori di casa, perché non condivide la gioia del padre. Il padre esce anche incontro a lui. Non lo rimprovera e non lo richiama al dovere. Vuole solo che senta il suo amore.

Lo invita a entrare e lascia la porta aperta. Quella porta rimane aperta anche per noi. E’ questo, infatti, il motivo della speranza: possiamo sperare perché sappiamo che il Padre ci aspetta, ci vede da lontano, e lascia sempre la porta aperta”.

Tale parabola può essere letta anche per noi: “Cari fratelli e sorelle, chiediamoci allora dove siamo noi in questo meraviglioso racconto. E chiediamo a Dio Padre la grazia di poter ritrovare anche noi la strada per tornare verso casa”.

Inoltre sul mensile ‘Piazza San Pietro’, diretto da p. Enzo Fortunato, il papa ha risposto ad una domanda sui costi eccessivi dei voli che impediscono a molte famiglie di celebrare le feste con i figli lontani: “Le famiglie vanno sostenute per stare insieme. In questo cambiamento d’epoca, molti giovani, molti figli hanno trovato lavoro lontano dai genitori e non possono trascorrere con loro nemmeno le feste di Natale e Pasqua.

A volte anche la distanza allenta i rapporti, crea incomprensioni e difficoltà. Sarebbe bello che le grandi compagnie potessero istituire dei bonus per il ricongiungimento familiare, almeno per le festività di Natale e Pasqua. Sarebbe un atto di umanità e di fraternità, a cui è chiamato anche il mondo dell’economia e delle imprese”.

Però ha suggerito alle famiglie anche l’uso della tecnologia: “Possiamo usare la videochiamata, durante la quale possiamo anche pregare insieme a distanza, confrontarci con la Parola di Dio, e crescere nella comunione. Non può essere la regola, ma in qualche caso possiamo far ricorso a questi nuovi strumenti, ad esempio anche attraverso l’uso di una chat familiare, nella quale ogni giorno si propone di condividere e meditare una frase del Vangelo, per supportarci anche a distanza nel cammino di fede”.

Don Antonio Ruccia: Quaresima per vivere una Pasqua vivificante

“Sacrificare fa rima con appropriarsi. Sacrificarsi, al contrario, fa sempre rima con donarsi. Infatti, se Pasqua vuol dire passare, vuol dire soprattutto donare. Donare vuol dire amare gratuitamente senza aspettarsi il contraccambio.  L’amore pagato è un amore strumentalizzato. L’amore è un servizio donato. Gesù corregge tutti. Lo fa con una mossa a sorpresa indicando che solo donandosi si può amare… La fede è un impegno da non limitare, un amore da non circoscrivere ma una vita da consumare perché ogni crocifisso non resti ancora un macabro spettacolo sotto gli occhi dell’umanità. Sacrificarsi per amare e riscattare e non per celebrare: questo è il messaggio del Crocifisso, questa è la Pasqua da realizzare”.

Quindi non basta credere per essere cristiani: “Non basta oltrepassare una porta per sentirsi liberi e dire di essere ‘cristiani in uscita’. Non basta percorrere una strada in salita per raggiungere l’obiettivo e sentirsi ‘giubilati’. Se c’è una strada da percorrere per vivere il giubileo dobbiamo stringerci la mano e passare dalla disperazione alla risurrezione senza lasciare nessuno durante il cammino.

Gli affamati, i migranti, le donne usate, gli ammalati e i bambini abbandonati ci chiedono di non essere commiserati, ma amati e riscattati. La quaresima non è tempo di disperazione. Non è orientata al Venerdì Santo, ma alla Pasqua di risurrezione. Per questo non è il tempo delle mortificazioni, ma è il tempo delle vivificazioni”.

Sollecitati da queste riflessioni scaturite dal libro ‘Via Crucis del Giubileo – Dalla disperazione alla Risurrezione’ scritto da suor Mimma Scalera, direttrice della ‘Cittadella Sanguis Christi’ di Trani, e da don Antonio Ruccia, parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Bari e docente di teologia pastorale alla Pontificia Università Urbaniana e alla Facoltà teologica di Bari, per chiedere a quest’ultimo autore di narrare in quale modo è possibile vivere la Pasqua in questo anno giubilare:

“Il giubileo è l’occasione propizia che la Chiesa offre per poter ricominciare. Per farlo è necessario affidarsi al Signore e avere la certezza che il Signore non lascia nessuno per strada. I pellegrini della speranza, quelli che camminano sulla strada del mondo, non marciano nella speranza attendendo che cambi qualcosa, ma sono quelli che cambiano passo dopo passo la storia. Non l’affrontano con il passo di chi è stanco appena inizia, ma con la forza di chi crede che amare è sempre il contrario di snobbare”.  

Perché la Quaresima è il tempo delle ‘vivificazioni’?

“Per immergersi nella Quaresima è necessario camminare. Ma non basta essere dei pellegrini. Bisogna diventare pellegrinanti.  I ‘pellegrinanti della speranza’ sono quelli che, immergendosi nella vita quotidiana, intendono impegnarsi contro le ingiustizie del mondo. Non appartengono alla categoria degli elemosinieri, ma dei motivanti. Sono quelli che non hanno timore di affermare che ogni guerra è ingiusta e che lo sfruttamento delle risorse naturali è un peccato contro l’umanità.

Sono quelli che provano a convertirsi e a progettare una finanza etica e a non avere paura di essere impopolari ed emarginati a causa di quanto affermano. Sono queste vivificazioni che determinano le scalate del Calvario. In caso contrario si è solo spettatori o, peggio ancora, dei figuranti del massacro di Gerusalemme. Sono credenti che vogliano essere determinantie che hanno la certezza che è sempre possibile migliorare senza mai indietreggiare per camminare con Cristo che per noi ha dato tutto e che con noi intende continuare a cambiare l’umanità, partendo proprio da noi”.

Allora, per quale motivo la Quaresima non è il tempo della disperazione?

“I disperati non sono catalogabili con coloro che salgono al Calvario. Non appartengono né alla ‘confraternita dei cirenei’ né tanto meno a quella delle ‘Veroniche’. Non hanno il coraggio né di aiutare Gesù, né di metterci la faccia. La quaresima, invece, aggrega i ‘camminanti’, quelli che aspirano a cambiare e, per dirla grossa, a rivoluzionare la storia, come Gesù. Gli uomini e le donne che sperano rivoluzionano sé stessi e il mondo e non si rinchiudono nei lacrimatoi di una fede tetra ed insignificante.  Gesù non muore da disperato, ma da amato. Tanto è vero che il centurione, sotto la croce, lo dichiara Figlio di Dio. Quelli che sperano non  si fermano, ma camminano sempre nella certezza di essere sempre dei giubilanti”.

Come è possibile passare dalla disperazione alla resurrezione?

“La bacchetta magica la usano i maghi che fanno spettacolo. Quelli che camminano con il passo della speranza e che non si arrendono dinanzi agli ostacoli procedono insieme agli altri e al fianco del Cristo che porta la croce per noi. Tutto questo per affermare che non saranno mai i miracoli a cambiare la vita dei credenti, ma l’impegno costante della vita della comunità. E’ l’esperienza della comunità fatta da ragazzi, giovani ed adulti che permette di risorge. Un cammino che non si circoscrive ad una quaresima, né ad un anno giubilare. E’ il cammino di chi ogni giorno cerca e ricerca come concretizzare l’amore e soprattutto come investire nell’amore cominciando dai poveri”.  

In questo tempo quaresimale quale significato acquista il verbo ‘azzerare’?

“Il termine ‘azzerare’ mette insieme sia il senso del giubileo, sia l’azione di Gesù che sulla croce ‘azzera’ i peccati dell’umanità. Cristo ci insegna che azzerare vuol dire non solo ricominciare, ma soprattutto ribaltare il male. Vuol dire coinvolgersi come cristiani contro i soprusi, le ingiustizie, le violenze, le mercificazioni, le guerre e le mancate attenzioni verso i meno fortunati. Vuol dire schierarsi con Cristo e dalla parte dei ‘Cristi viventi’. Gesù chiede a tutti che si sforni amore. Un amore pari a quello di una mamma quando mette al mondo suo figlio poiché il suo grido di dolore diventa grido di amore. Questo vuol dire azzerare per rialzarsi da tante situazioni in cui si è caduti. Solo rialzandosi si ricomincia a vivere e Cristo continua ad insegnarcelo quotidianamente”. 

(Tratto da Aci Stampa)

Quinta domenica di Quaresima. La nuova legge: misericordia e perdono

Il Vangelo oggi ci presenta un fatto concreto di misericordia e perdono: scribi e farisei presentano a Gesù una donna colta in flagrante adulterio e chiedono: “Signore, Mosè nella legge ci ordina di lapidarla. Tu cosa dici ?”. Gesù aveva sempre parlato di misericordia e perdono: Dio è il Dio della misericordia; è il Padre che abbraccia e perdona il figlio prodigo ed invita il figlio maggiore a fare la stessa cosa. Gesù oggi è chiamato a dare una risposta: dire ‘sì’ oppure ‘no’, è un tranello preparato contro Gesù perché se, conforme alla legge di Mosè, avesse detto ‘lapidatela’, poteva benissimo essere accusato alle autorità romane come sobillatore ( in Palestina solo Roma poteva autorizzare una pena di morte).

Se Gesù avesse detto: ‘No, perdonatela!’, allora dichiaratamente andava contro la legge di Mosè e doveva risponderne davanti al Sinedrio. Scribi e Farisei attendono una risposta da Gesù mentre questi scrive a terra con il dito e la donna sta là, a tremare. Gesù infine dà una risposta: ‘Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra!’ Gesù invita i suoi interlocutori ad un esame di coscienza: i santi di Dio, gli amici veri del Signore è giusto che osservino la legge: chi è santo scagli la pietra.

Quelli (scribi e farisei) buttano la pietra, ed uno ad uno vanno tutti via. Rimane solo Gesù e la donna sempre tremante in mezzo alla strada. Dio ama il suo popolo e non vuole la morte del peccatore ma che si converta a viva. Gesù non è venuto per condannare ma per riconciliare l’uomo con se stesso, con gli altri e con Dio. Per questo agli infelici deportati a Babilonia il profeta Isaia aveva annunciato che Dio non li avrebbe abbandonati; aveva inoltre liberato il popolo ebreo dalla schiavitù dell’Egitto trasferendolo nel deserto e nutrendolo per quaranta anni con la manna sino al trasferimento nella terra promessa: la Palestina.

Al suo popolo Dio aveva dato la legge: ‘Ascolta Israele: amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, il prossimo come te stesso’. Amare è il perdono; il dono più bello è dimenticare tutto, se sei pentito.  Gesù mostra il suo amore con la sua passione, morte in croce e risurrezione. Gesù è venuto ad instaurare la Nuova Alleanza basata sulla misericordia e il perdono; a Gesù preme solo la salvezza dell’uomo; in croce al buon ladrone dirà: oggi sarai con me in paradiso; nell’episodio evangelico gli scribi e i farisei  buttano via la pietra e vanno via;  Gesù vede la donna rimasta sola e tremante e le dice: ‘Dove sono?, nessuno ti ha condannata? Vai e d’ora in poi non peccare più’: cosi trionfa la misericordia e il perdono.

L’episodio oggi è un monito anche per noi: siamo in quaresima, tempo di conversione, è il momento di seppellire l’uomo vecchio per rinascere a vita nuova. E’ necessario rinascere, rinnovarsi ogni giorno: più profondo e vasto è il rinnovamento, più alta è la vitalità. Gesù fa appello alla coscienza; è pronto sempre a perdonare e ci apre la via nuova per andare avanti. Il perdono mentre ci riconcilia con Dio, ci dona la pace interiore e una spinta sempre avanti. Il Vangelo colpisce sempre le nostre abitudini: siamo sempre facili a vedere il male degli altri, riflettiamo poco sulla nostra vita quotidiana.

Tutti parliamo sempre di giustizia, ma la giustizia per la giustizia non ha senso; è necessario punire chi sbaglia ma la nostra condizione di uomini esige una condotta amorevole  anche verso chi sbaglia; l’episodio del Vangelo è assai eloquente; la giustizia deve avere sempre un valore terapeutico: deve guarire e salvare dove e quando si può salvare.

L’amore, il perdono, la misericordia devono sempre trionfare. Il profeta Isaia evidenzia che Dio vuole sempre aprire nel deserto una via: la via del perdono e della misericordia e il Signore immette in questa via quanti si avvicinano a Lui. Imploriamo dalla SS. Vergine, madre di Gesù e nostra: ‘Rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.   

Quarta domenica di Quaresima: Dio Padre della misericordia

Questa è la domenica detta ‘lastre’, domenica della gioia; in essa si scopre l’amore misericordioso di Dio, vero Padre che si prende cura di ciascuno di noi. Davanti a Dio non ci sono figli buoni e figli cattivi; ci sono solo figli che Dio ama  e, come ha liberato il popolo d’Israele dalla schiavitù e l’ha condotto nella terra promessa, così ama ciascuno di noi per i quali il Verbo eterno si è incarnato, ha accettato la passione e morte, ha istituto l‘Eucaristia, vero farmaco dell’immortalità.

La parabola del figlio prodigo è assai eloquente: Dio ha creato l’uomo libero e responsabile delle sue azioni; l’uomo ama la sua libertà e Dio la rispetta, ma il cuore di Dio è sempre pronto ad abbracciare il figlio che, disancorato dal Padre, si butta nell’ebbrezza della vita, dimentico che vivere è amare, e l’amore è giustizia e servizio. Nella parabola, dove Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei che mormoravano accusandolo di ‘accogliere i peccatori e mangiare con loro’, si evidenziano questi effetti fondamentali: emerge la figura del Padre sempre pronto a perdonare e che spera contro ogni speranza; questo Padre ha due figli diversi, che ama di amore profondo.

L’amore spinge il Padre ad attendere il figlio minore anche  se volle andare via, sperperò tutto il patrimonio e si ridusse a guardiano di porci. Quando questo figlio pensò di ritornare pentito dal Padre, questi gli va incontro, lo abbraccia, lo invita ad entrare ed organizza una festa dicendo: ‘Questo figlio era morto ed è risuscitato; era perduto ed è stato ritrovato’. Con queste parole Gesù chiarisce agli avversari cosa significa amare: amare è perdono, è dimenticare, è sapere voltare pagina.

Lo stesso atteggiamento il padre riserva al figlio maggiore, che era rimasto sempre in casa, ma ora si dimostra indignato per l’agire del Padre e non condivide l’amore paterno per il figlio che ha sbagliato; il padre gli va incontro, lo invita ad entrare: ‘Quello che è mio  è tuo; ma questi è tuo fratello, che era morto ed è risuscitato; era perduto ed è stato ritrovato’. Davanti a Dio siamo tutti uguali, tutti figli e il cuore del padre è per tutti misericordia infinità. La parabola, come vedi, vuole farci comprendere ciò che Dio si aspetta da noi : capire che  credere in Dio  non significa solo obbedire a norme e regole, ma ci rivela il volto misericordioso di Dio.

La misericordia di Dio non è solo ricompensa per i meritevoli, ma è speranza per i perduti e pentiti. Davanti a Dio siamo tutti uguali, tutti figli e il cuore del Padre è per tutti misericordia infinita.  La parabola di Gesù è un invito a levarci ed andare da Lui chiedendo perdono dei peccati: ‘Padre, ho peccato contro il cielo e contro Te’; lo stesso Padre ricorda al figlio maggiore di non essere superbo, orgoglioso ma di amare e perdonare: ‘Entra in casa, questo è tuo fratello perduto e ritrovato, morto e risuscitato’.

E’ il momento, amico che ascolti, di prendere vera coscienza dell’amore infinito di Dio, un amore che non si può misurare con la logica terrena ma solo  con la logica divina perché Dio è amore. Da qui la domenica della gioia: il Signore è sempre vicino a chi lo cerca. Ormai a metà dell’itinerario quaresimale nasce spontanea la domanda: vuoi guarire?, siamo disposti a lasciarci guarire da Gesù? O preferiamo rimanere affezionati ala nostra malattia, debolezza  e fragilità?

E’ necessario riscoprire che la Chiesa  è una comunità, una grande famiglia dove non esiste una gerarchia ma la ‘diaconia’ e se un membro soffre, tutto l’organismo ne risente. Il confessore non è un giudice ma il padre, il medico, l’amico dello sposo. In questa chiave prepariamoci alla Pasqua di risurrezione. Allora ‘mi alzerò ed andrò da mio padre’ come il figlio prodigo, perché il Signore è vicino a chi lo cerca. La Vergine santa, la Madonna delle grazie ci accompagni e ci conduca all’abbraccio con Dio grande e misericordioso.

‘Codice cuore’: ciò che i giovani hanno diritto di sapere sulla loro sete di amore vero

Recentemente avevo iniziato a parlarvi di un libro che ho scritto, dal titolo: ‘Codice cuore. Istruzioni per l’uso’ (Mimep Docete, 2025), rivolto in particolare agli adolescenti, ma non solo. La peculiarità del libro? Ha tante testimonianze al suo interno. Vi avevo già illustrato i primi cinque capitoli.

Nel sesto capitolo si affronta il tema della pornografia. A volte si dice che la pornografia sveli troppo. A dire la verità svela troppo poco. In questo capitolo si mettono in luce i rischi dell’utilizzo della pornografia. Secondo lo psicologo Thomas Lickona la pornografia offre un ‘ritratto molto deformato, quasi disumano, delle relazioni sessuali’. Non mostra ‘comportamenti sani’, come la conversazione amorevole, i baci e i gesti di affetto.

Nella pornografia, ‘tutto è deviato e distorto’. Insomma, che vantaggi ne avrà un ragazzo, una ragazza, una coppia? I desideri sono sani, ma se vengono guidati dalla volontà e da un cuore raffinato nell’amore… Più che sminuire con un ‘che male c’è?’, chiediamoci piuttosto come nutrire il cuore dei giovani, come aiutarli a imparare cosa sia amore e cosa di fatto sia solo un surrogato.

Nel settimo capitolo, entriamo nel tema ‘Fidanzamento e matrimonio: due tappe distinte’. Spesso non si scorgono grandi differenze tra fidanzamento e matrimonio se escludiamo la gioia di ufficializzare e condividere il proprio amore con chi ci vuole bene. Nella teologia del corpo, però, c’è una differenza sostanziale: il fidanzamento è il tempo in cui ci conosciamo e ci prepariamo alla vita insieme, il matrimonio è il tempo del dono senza riserve ad un’altra persona, che a sua volta si dona e mi accoglie per tutta la vita. Vivere il fidanzamento con prospettiva, cioè con una meta, è il miglior investimento che si possa fare per costruire una relazione solida.

Il capitolo 8 si intitola ‘E se c’è un bimbo in arrivo?’ Spesso, quando si parla di sessualità l’aspetto procreativo è messo tra parentesi. Basti pensare che, in un corso di educazione sessuale, prima ancora di spiegare il meccanismo riproduttivo si spiega come inibirlo. Ovvero, si propongono contraccettivi. I ragazzi non hanno il tempo di restare affascinato per come il miracolo della vita accade, che già sono abituati ad arginare il potere generativo dell’atto sessuale.

Cosa voglio dire nel mio libro: che dei quindicenni dovrebbero avere rapporti non protetti? Certo che no. Il punto è un altro. Il punto è proporre la sessualità proprio da un’altra prospettiva, aiutare i giovani a vedere quel gesto nella sua interezza, cogliendone sia la portata unitiva (che genera comunione tra gli sposi), sia la portata generativa, che merita rispetto. Non siamo noi a inventare il sesso: la sessualità c’è data. Non ne siamo padroni, ma custodi. Un aspetto che il peccato tende ad oscurare e trasfigurare…

Nel capitolo 9, si affronta il tema della guarigione del cuore. Vuole essere una risposta a chi si domanda:E se mi sono abituato, abituata, a vivere la sessualità senza limpidezza? Se ho sprecato la mia vita con la persona sbagliata? Se mi sono lasciato, lasciata, ferire? Se il mio cuore è stato calpestato? Se ho calpestato io quello di un altro?’

Nel libro si vuol far capire a chi soffre in questo modo che può ricominciare daccapo. La via della purezza è sempre aperta … Al lettore si vuol comunicare questo: non avere paura del tuo passato, affrontalo e inizia a guarire.

Infine, nel libro, al capitolo dieci, affronto anche il tema della vocazione religiosa: non c’è meno amore nella vita di chi sceglie questa strada, semplicemente l’amore si accoglie e si esprime in maniera diversa. E come capire questo se non attraverso la testimonianza di persone che la vita, in questa maniera, l’hanno già donata?

Se ti ho incuriosito ecco il link al sito della casa editrice: Codice cuore istruzioni per l’uso | Casa Editrice Mimep Docete.

Papa Francesco: l’amore unisce

Piazza San Pietro

Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha aggiornato sulle condizioni di salute di Francesco che resta stabile con alcuni piccoli miglioramenti dal punto di vista motorio e respiratorio. I giorni per il Papa sono trascorsi tra la terapia farmacologica, le fisioterapie respiratoria e motoria attiva, la preghiera e un po’ di lavoro. Mentre per domani il papa ha intenzione di affacciarsi dal policlinico Gemelli poco dopo le ore 12.00 per un saluto e per impartire la benedizione.

Intanto oggi ha firmato il suo messaggio di vicinanza per i pellegrini che hanno preso parte al pellegrinaggio giubilare dell’arcidiocesi di Napoli ma che è rivolto anche a tanti fedeli, per lo più provenienti da altre diocesi italiane, che in questa giornata varcano la Porta Santa:

“In essi si esprime l’unità che vi raccoglie come comunità attorno ai vostri Pastori e al Vescovo di Roma, nonché l’impegno ad abbracciare l’invito di Gesù ad entrare ‘per la porta stretta’. L’amore è così: unisce e fa crescere insieme. Per questo, pur con cammini diversi, vi ha portati qui insieme presso la tomba di Pietro, da cui potrete ripartire ancora più forti nella fede e più uniti nella carità”.

Infine ha ringraziato tutti i fedeli che hanno pregato per la sua salute: “In questi giorni ho sentito tanto il sostegno di questa vostra vicinanza, soprattutto attraverso le preghiere con cui mi avete accompagnato. Perciò, anche se non posso essere fisicamente presente in mezzo a voi, vi esprimo la mia grande gioia nel sapervi uniti a me e tra di voi nel Signore Gesù, come Chiesa”.

Mentre nella celebrazione eucaristica l’arcivescovo di Napoli, mons. Mimmo Battaglia, si è soffermato sulla parabola del ‘figliol prodigo’: “Che la si chiami parabola del figlio prodigo o parabola del padre misericordioso, poco cambia, care sorelle e cari fratelli. Il nome che le si dà è un dettaglio, una didascalia utile a chi ha bisogno di incasellare le storie dentro titoli ordinati, ma la sostanza non si lascia ingabbiare così facilmente. Perché il cuore di questo racconto non è un ritorno a casa, non è l’epopea di un’anima smarrita che ritrova la via, né la celebrazione di un padre capace di perdonare senza riserve. No. E’ qualcosa di più sfumato, più inquieto. E’ la traiettoria di un affetto che si spezza e tenta di ricomporsi, la distanza tra chi parte e chi resta, il rancore che sedimenta in chi sente di essere stato dimenticato. È una riconciliazione che si promette, ma non si compie mai del tutto”.

E tra i due fratelli c’è il padre: “Il padre, in questa vicenda, è un ponte tra due distanze apparentemente incolmabili. La sua figura è chiara, essenziale, come un punto fermo dentro un mare in tempesta. Non trattiene chi vuole partire, non punisce chi torna. Sta, semplicemente. E’ una presenza che si dona senza riserve, un amore che lascia andare senza paura, che scorge da lontano senza smettere di sperare, che accoglie senza chiedere spiegazioni. Un amore che sa far festa”.

Un padre che è sempre pronto ad accogliere: “Non condanna, non espelle, non impone nulla a nessuno. Rimane aperto, vulnerabile, paziente. La sua porta non si chiude, le sue braccia non si stringono mai a pugno. E’ lì per chi torna, ma anche per chi fatica ad entrare, come il figlio maggiore, che resta fermo sulla soglia della sua stessa casa. Il padre lo incontra, gli parla, lo invita. Ma non forza, non obbliga. Ama, e basta”.

Un padre misericordioso, che è visto come ingiusto: “Padre ingiusto, dunque. Come sa essere ingiusta la misericordia. Perché la misericordia non aspetta che le cose siano a posto, non pretende riparazioni, non chiede prove di redenzione. Misericordia ingiusta, perché per una lacrima cancella anni di errori, per un passo indietro spalanca tutte le porte, per un abbraccio ridisegna la mappa dell’amore. Non pesa, non misura, non conserva rancori. Dimentica e perdona”.

Quindi il perdono reca scandalo: “E perdonando, scandalizza. Perché chi ha sempre fatto tutto nel modo giusto si ritrova improvvisamente escluso da una logica che non gli appartiene. Perché il padre continua a donare, e a chi ha sbagliato concede ancora di più. Perché il perdono, quando è vero, non ristabilisce l’ordine. Lo ribalta”.

Il Padre evangelico sa cosa è l’amore: “Perché il Padre ci ha già accolti, ci ha già amati, ci ha già stretti nel suo abbraccio. Ma il nostro viaggio non è finito. Resta da compiere l’ultimo passo, il più difficile: attraversare la soglia che ci separa dal fratello. Solo allora la festa sarà davvero completa. Solo allora la gioia sarà vera e la nostra preghiera, quella che anche ora ti rivolgiamo, sarà esaudita:

Signore Gesù, Porta della misericordia, tu che spalanchi il cuore del Padre e ci attendi sulla soglia con braccia di tenerezza, insegnaci a non temere il passo dell’altro, a non chiudere le porte della nostra vita con le sbarre del pregiudizio, a non serrare il cuore con i catenacci dell’orgoglio”.

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