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Stato e Chiesa uniti nella costruzione di una convivenza dignitosa

“La ringrazio per le gentili parole che mi ha indirizzato e per l’invito a venire qui, al Quirinale, Palazzo a cui tanto sono legate la storia della Chiesa Cattolica e la memoria di numerosi Pontefici. Come Vescovo di Roma e Primate d’Italia, per me è significativo rinnovare, con questa visita, il forte legame che unisce la Sede di Pietro al Popolo italiano, che Lei rappresenta, nel quadro dei cordiali rapporti bilaterali che intercorrono tra l’Italia e la Santa Sede, stabilmente improntati a sincera amicizia e fattiva mutua collaborazione”: con queste parole papa Leone XIV ha rivolto un ringraziamento per l’impegno dell’Italia nella gestione del Giubileo, degli eventi di aprile e maggio con la morte di papa Francesco e la sua elezione.

Ed ha sottolineato le radici cristiane: “Si tratta, del resto, di un felice connubio che ha le sue radici nella storia di questa Penisola e nella lunga tradizione religiosa e culturale di questo Paese. Ne scorgiamo i segni ad esempio nelle innumerevoli chiese e nei campanili che ne costellano il territorio, spesso veri e propri scrigni d’arte e di devozione, in cui la creatività innata di questo Popolo, unita alla sua fede genuina e solida, ci ha consegnato la testimonianza di tanta bellezza: artistica, certamente, ma soprattutto morale e umana”.

Ma soprattutto ha chiarito i punti su cui lavorare insieme a partire dalla ricorrenza dei Patti Lateranensi: “Tra pochi anni celebreremo il centenario dei Patti Lateranensi. A maggior ragione mi sembra giusto ribadire, in proposito, quanto sia importante la reciproca distinzione degli ambiti, a partire dalla quale, in un clima di cordiale rispetto, la Chiesa Cattolica e lo Stato Italiano collaborano per il bene comune, a servizio della persona umana, la cui dignità inviolabile deve sempre stare al primo posto nei processi decisionali e nell’agire, a tutti i livelli, per lo sviluppo sociale, specialmente per la tutela dei più fragili e bisognosi. A tale scopo lodo e incoraggio il reciproco impegno a improntare ogni collaborazione alla luce e nel pieno rispetto del Concordato del 1984”.

Per quanto riguarda l’attualità il papa ha sottolineato l’impegno per la pace: “Sono numerose le guerre che devastano il nostro pianeta, e guardando le immagini, leggendo le notizie, ascoltando le voci, incontrando le persone che ne sono dolorosamente colpite riecheggiano forti e profetiche le parole dei miei Predecessori. Come non ricordare il monito inoppugnabile quanto ignorato di Benedetto XV, durante il primo conflitto mondiale? Alla vigilia del secondo, quello del venerabile Pio XII? Guardiamo i volti di quanti sono travolti dalla ferocia irrazionale di chi senza pietà pianifica morte e distruzione… Rinnovo pertanto l’appello accorato affinché si continui a lavorare per ristabilire la pace in ogni parte del mondo e perché sempre più si coltivino e si promuovano i principi di giustizia, di equità e di cooperazione tra i popoli che ne sono irrinunciabilmente alla base”.

E’ stato un apprezzamento anche per l’impegno del governo italiano a favore della pace: “In merito, esprimo il mio apprezzamento per l’impegno del Governo italiano in favore di tante situazioni di disagio legate alla guerra e alla miseria, in particolare nei confronti dei bambini di Gaza, anche in collaborazione con l’Ospedale Bambino Gesù. Si tratta di contributi forti ed efficaci per la costruzione di una convivenza dignitosa, pacifica e prospera per tutti i membri della famiglia umana”.

In questo senso ha sottolineato l’importanza del ‘multilateralismo’: “A tale finalità, poi, giova certamente il comune impegno che lo Stato italiano e la Santa Sede hanno sempre profuso e continuano a porre in favore del multilateralismo. Si tratta di un valore importantissimo. Le sfide complesse del nostro tempo, infatti, rendono quanto mai necessario che si ricerchino e si adottino soluzioni condivise. Perciò è indispensabile implementarne dinamiche e processi, richiamandone gli obiettivi originari, volti principalmente a risolvere i conflitti e a favorire lo sviluppo, promuovendo linguaggi trasparenti ed evitando ambiguità che possono provocare divisioni”.

Altro appuntamento importante riguarda il centenario della morte di san Francesco di Assisi: “Ci prepariamo a celebrare, nell’anno a venire, un importante anniversario: l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, il 3 ottobre 1226. Questo ci offre l’occasione per porre un accento sull’urgente questione della cura della ‘casa comune’. San Francesco ci ha insegnato a lodare il Creatore nel rispetto di tutte le creature, lanciando il suo messaggio dal ‘cuore geografico’ della Penisola e facendolo giungere, per la bellezza dei suoi scritti e la testimonianza sua e dei suoi frati, attraverso le generazioni fino a noi”.

Dopo questi appuntamenti il papa si è soffermato sulla crisi delle nascite: “Negli ultimi decenni assistiamo in Europa, come sappiamo, al fenomeno di un notevole calo della natalità. Ciò richiede impegno nel promuovere scelte a vari livelli in favore della famiglia, sostenendone gli sforzi, promuovendone i valori, tutelandone i bisogni e i diritti. ‘Padre’, ‘madre’, ‘figlio’, ‘figlia’, ‘nonno’, ‘nonna’, sono, nella tradizione italiana, parole che esprimono e suscitano naturalmente sentimenti di amore, rispetto e dedizione, a volte eroica, al bene della comunità domestica e dunque a quello di tutta la società”.

Per questo ha rivendicato un lavoro dignitoso per la famiglia: “In particolare, vorrei sottolineare l’importanza di garantire a tutte le famiglie il sostegno indispensabile di un lavoro dignitoso, in condizioni eque e con attenzione alle esigenze legate alla maternità e alla paternità. Facciamo tutto il possibile per dare fiducia alle famiglie, soprattutto alle giovani famiglie, perché possano guardare serenamente al futuro e crescere in armonia”.

Inoltre ha ringraziato l’Italia per l’accoglienza ai migranti: “Esprimo gratitudine per l’assistenza che questo Paese offre con grande generosità ai migranti, che sempre più bussano alle sue porte, come pure il suo impegno nella lotta contro il traffico di esseri umani. Si tratta di sfide complesse dei nostri tempi, di fronte alle quali l’Italia non si è mai tirata indietro. Incoraggio a mantenere sempre vivo l’atteggiamento di apertura e solidarietà.

Al tempo stesso vorrei richiamare l’importanza di una costruttiva integrazione di chi arriva nei valori e nelle tradizioni della società italiana, perché il dono reciproco che si realizza in questo incontro di popoli sia veramente per l’arricchimento e il bene di tutti. In proposito, sottolineo quanto sia prezioso, per ciascuno, amare e comunicare la propria storia e cultura, con i suoi segni e le sue espressioni: più si riconosce e si ama serenamente ciò che si è, più è facile incontrare e integrare l’altro senza paura e a cuore aperto”.

Però l’integrazione non annulla le radici: “In proposito, c’è una certa tendenza, in questi tempi, a non apprezzare abbastanza, a vari livelli, modelli e valori maturati nei secoli che segnano la nostra identità culturale, addirittura a volte pretendendo di cancellarne la rilevanza storica e umana. Non disprezziamo ciò che i nostri padri hanno vissuto e ciò che ci hanno trasmesso, anche a costo di grandi sacrifici”.

Ma soprattutto è stato un appello a non assuefarsi alle mode del momento: “Non lasciamoci affascinare da modelli massificanti e fluidi, che promuovono solo una parvenza di libertà, per rendere poi invece le persone dipendenti da forme di controllo come le mode del momento, le strategie di commercio o altro. Avere a cuore la memoria di chi ci ha preceduto, far tesoro delle tradizioni che ci hanno portato ad essere ciò che siamo è importante per guardare al presente e al futuro con consapevolezza, serenità, responsabilità e senso di prospettiva”.

Mentre nel saluto iniziale il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha ricordato i rapporti tra Italia e Santa Sede: “Al contempo, sin dal giorno della Sua elezione, Vostra Santità ha potuto constatare l’ampiezza delle manifestazioni di vicinanza del popolo italiano, che ritrova nella Sua azione, in favore della centralità della persona umana, della pace e del dialogo, valori condivisi e fondanti, che sono anche alla base della nostra Costituzione. In questo Anno Santo dedicato alla speranza, sono in gran numero le persone di buona volontà, in Italia e all’estero, che guardano all’autorità morale della Santa Sede, trovando nella Sua azione, e nel Suo incessante impegno in favore dell’umanità intera, motivi per mantenere viva la speranza”.

Un punto interessante è stato riservato all’esortazione apostolica del papa: “Le esprimo, Santità, la riconoscenza più alta per l’insegnamento e l’orizzonte presentati dalla ‘Dilexi te’, l’Esortazione Apostolica diffusa nei giorni scorsi, che sollecita all’indispensabile trasformazione di mentalità. Non vogliamo arrenderci alla prospettiva di una società dominata da oligarchi o, meglio, da privilegiati, in base al censo, alla spregiudicatezza, all’indifferenza verso gli altri, che si profila rimuovendo i valori di uguaglianza, di solidarietà, di libertà”.

Ed ha ricordato i ‘frutti’ dei Patti Lateranensi: “I Patti Lateranensi, che, nel 1929, misero fine alla cosiddetta “questione romana” e che furono inseriti, nel 1947, dall’Assemblea Costituente nella Costituzione repubblicana, l’Accordo che, nel 1984, ha pienamente allineato quadro pattizio, disposizioni della Carta fondamentale d’Italia e sviluppi promossi dalla Chiesa con il Concilio Vaticano II.

Il nuovo Accordo, riflettendo una concezione matura ed equilibrata dei rapporti tra Stato e Chiesa Cattolica, afferma una piena libertà di religione e di coscienza, condizione perché la persona possa manifestare la sua dignità e, con essa, la sua vocazione all’affermazione della propria autonomia e responsabilità”.

Proprio tale legame ha permesso un rafforzamento per l’unità nazionale e la ‘difesa’ verso i poveri: “La solidità del rapporto con la Chiesa cattolica ha significato per l’Italia (e tengo a ricordarlo in questa occasione) un rafforzamento del patrimonio vitale e indivisibile dell’unità nazionale, accrescendo la coesione del nostro popolo, contribuendo alla consapevolezza della responsabilità che ciascuno reca verso la comunità in cui vive.

La Chiesa cattolica ha svolto e continua a svolgere un’azione mirabile a sostegno delle frange più deboli della popolazione. E per questo Le siamo profondamente grati. Un impegno che vediamo, quotidianamente, promuovere opere sociali di grande valore, accoglienza ai migranti, impegno per la legalità”.

(Foto: Santa Sede)

Accoglienza e solidarietà: San Vincenzo De Paoli e Consorzio Servizi Sociali per un progetto abitativo a Ovada

E’ stata ufficialmente sottoscritta la convenzione di co-progettazione tra il Consorzio Servizi Sociali dell’Ovadese, l’Associazione ‘La San Vincenzo ONLUS’ e la ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Alessandria per l’avvio di un innovativo progetto di assistenza alloggiativa temporanea, destinato a persone singole e nuclei familiari in condizione di povertà estrema o senza dimora.

L’intervento, finanziato dall’Unione Europea – Next Generation EU, nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), tramite il Consorzio Servizi Sociali dell’Ovadese, si inserisce nella linea di investimento dedicata al modello Housing First, che pone la casa come primo passo per la ricostruzione di un progetto di vita, e mira a offrire un’alternativa concreta e stabile alla marginalità abitativa.

Non è un semplice servizio di accoglienza, ma un approccio innovativo che permette alle persone senza dimora o in grave marginalità di trovare immediatamente un’abitazione stabile, da cui ripartire con gradualità verso l’autonomia, grazie anche a un accompagnamento sociale personalizzato.

Cuore pulsante del progetto è l’Associazione ‘La San Vincenzo ONLUS’ che ha deciso di mettere in comodato d’uso gratuito tre immobili della “Casa della Solidarietà Antonietta Marini” al Consorzio Servizi Sociali. Queste abitazioni diventeranno rifugio e punto di ripartenza per chi ha perso tutto, accogliendo persone in difficoltà: un impegno importante, radicato nel territorio che trasforma l’accoglienza in futuro di speranza.

La convenzione è molto più di un accordo: è il frutto vivo di un percorso condiviso tra istituzioni pubbliche e Terzo Settore, un patto che nasce dalla convinzione che il welfare locale debba essere costruito insieme, con responsabilità condivisa, integrazione reale e la determinazione di dare risposte concrete e durature alle fragilità che la comunità vive.

Gli alloggi saranno abitati da persone in grave difficoltà socio-economica, selezionate dai Servizi Sociali. Saranno dei veri e propri spazi di ripartenza, in cui la casa rappresenterà non solo un tetto, ma il punto di partenza per la ricostruzione di un progetto di vita.

L’accoglienza sarà strutturata secondo un approccio personalizzato, basato sull’ascolto dei bisogni individuali, sulla definizione condivisa di obiettivi realistici e raggiungibili, sul sostegno relazionale e materiale, sul collegamento con servizi territoriali per salute, lavoro, formazione e cittadinanza attiva.

Attraverso l’accoglienza, il Consorzio Servizi Sociali dell’Ovadese e la ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Alessandria intendono promuovere autonomia e dignità, aiutando ogni persona a superare una fase critica della propria vita, senza forzature, ma con una presenza costante e competente. Si lavorerà per costruire un rapporto umano basato sulla fiducia, sull’ascolto e sulla vicinanza quotidiana, capace di generare relazioni amicali che accompagnano, senza invadere. Le azioni messe in campo saranno adattabili e flessibili, così da rispondere alle situazioni complesse spesso associate alla condizione di senza dimora.

La ODV Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Alessandria, attraverso la Conferenza ‘Santo Spirito’ di Ovada, affiancherà i Servizi Sociali nell’accompagnamento delle persone accolte. L’intervento non è soltanto una risposta immediata a un bisogno urgente, ma anche una prima sperimentazione strutturata, con metodo e caratteristiche replicabili in altri contesti locali. Un modello che unisce visione sociale, prossimità e continuità, con l’ambizione di diventare riferimento per future azioni di accoglienza e, soprattutto, con la certezza che nessuno debba sentirsi solo davanti alla difficoltà.

Dalla droga all’accoglienza: la storia di Mario Muratori

Mario Muratori (61 anni) e sua moglie Raffaella (53 anni) hanno costruito una famiglia allargata di 14 persone e fanno parte della realtà dell’Associazione Papa Giovanni XXIII nel comune di Giarre (CT). Torniamo indietro nel tempo: da giovane hai avuto problemi seri con la droga. Come è cambiata la tua vita?

“Negli anni ’80 ho avuto contatti con le droghe, passando dallo “svago” delle canne all’inferno dell’eroina, arrivando anche a conoscere il carcere. Sfibrato nel corpo e nello spirito non vedevo più un futuro per me, arrivando a pensare a gesti estremi. Nel 1990 ho accettato di farmi aiutare entrando in una comunità terapeutica della Papa Giovanni XXIII. Avevo ancora parecchi anni di condanna da scontare e non volevo più tornare in carcere.

Ho iniziato ad apprezzare la lucidità e il non sentirmi etichettato come tossicodipendente, ma come una persona con problemi di tossicodipendenza. La svolta me la diede Riccardo, un ragazzo idrocefalo di 16 anni che venni incaricato di seguire in tutti i suoi bisogni: dal mangiare al lavarlo e cambiargli i pannoloni, tutte cose che non avevo mai fatto prima. La relazione con lui mi ha aperto prospettive nuove, su di me e su quello che potevo dare agli altri, anche sul percorso di fede che fino a quel momento avevo snobbato e deriso”.

Come mai ora, insieme a tua moglie Raffaella, avete una casa famiglia a Giarre e accogliete tante persone?

Mario e Raffaella: Grazie all’esperienza con Riccardo ho deciso di approfondire la vocazione della comunità Papa Giovanni XXIII anche dopo il programma terapeutico. Dopo alcune esperienze di volontariato ho lasciato la mia Romagna e accettato la proposta di venire in Sicilia, dove la comunità stava crescendo. Giunto a Giarre con mille paure ma fiducia in Don Oreste Benzi, ho iniziato a frequentare il carcere minorile di Acireale e ad accogliere i bisognosi della città. In poco tempo abbiamo accolto molte persone.

Nel frattempo ho conosciuto Raffaella, una giovane universitaria che aveva accolto un bambino di due anni in casa, bambino che nessuno voleva. Questo suo coraggio mi colpì molto. Dopo pochi mesi di fidanzamento abbiamo deciso di sposarci e unire i nostri progetti verso la creazione di una famiglia nella quale ci fosse posto anche per chi nessuno voleva”.

Che ruolo ha Dio nella tua vita?

“In tutte le nostre case famiglia abbiamo la grazia della presenza del Santissimo. Come ci ricordò il Santo Padre Giovanni Paolo II, il centro delle nostre case ed il motivo per il quale abbiamo fatto questa scelta è proprio Lui: riposo dalle nostre umane stanchezze”.

 (Tratto da L’Altroparlante)

Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: in dialogo con Arianna Burdo sulla speranza dei migranti

“La 111^ Giornata Mondiale del Migrante e Rifugiato, che il mio predecessore ha voluto far coincidere con il Giubileo dei migranti e del mondo missionario, ci offre l’occasione di riflettere sul nesso tra speranza, migrazione e missione. Il contesto mondiale attuale è tristemente segnato da guerre, violenze, ingiustizie e fenomeni meteorologici estremi, che obbligano milioni di persone a lasciare la loro terra d’origine per cercare rifugio altrove”: questo è l’inizio del messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra in occasione del Giubileo dei migranti, in programma sabato 4 e domenica 5 ottobre, scritto da papa Leone XIV, dal titolo ‘Migranti, missionari di speranza’,  .

Nel messaggio il papa collega la speranza alla necessità di migrare: “Questo collegamento tra migrazione e speranza si rivela distintamente in molte delle esperienze migratorie dei nostri giorni. Molti migranti, rifugiati e sfollati sono testimoni privilegiati della speranza vissuta nella quotidianità, attraverso il loro affidarsi a Dio e la loro sopportazione delle avversità in vista di un futuro, nel quale intravedono l’avvicinarsi della felicità, dello sviluppo umano integrale”.

Partendo da queste iniziali riflessioni papali con la direttrice dell’Ufficio ‘Migrnatrs’ della diocesi di Ancona-Osimo, Arianna Burdo, iniziamo un riflessione sul significato di migrazione e speranza: per quale motivo i migranti possono essere missionari di speranza?

“Nel messaggio per la 111^ Giornata mondiale del migrante e del rifugiato papa Leone XIV ci invita a riflettere sul ruolo missionario dei migranti in quanto la loro fede e il loro coraggio li rende testimoni della speranza vissuta quotidianamente. Le loro difficoltà, la situazione dei loro paesi di provenienza, i loro viaggi ci sono da monito per non ‘sederci’ come chiesa, di continuare anche noi a camminare nel segno della speranza. Sono missionari perché con la loro vita annunciano che il futuro può essere abitato da fraternità, pace e dignità per tutti”.

Perché papa Leone XIV invita a non dimenticare l’ospitalità?

Il papa ci invita a non dimenticare l’accoglienza, perché in questa sperimentiamo la bellezza dell’incontro, dell’ascolto e anche del conflitto, quello sano. Accogliere rende le nostre comunità aperta, curiose nei confronti di lingue, culture, giochi, cucina nuova. Accogliere significare per noi scambiare e lo vediamo già nella piccola esperienza del dopo scuola con tanti bambini provenienti da paesi diversi; provare a imparare un saluto diverso, una parola in una nuova lingua, stare allo stesso tavolo con le costruzioni”.

In quale modo i migranti possono ‘rigenerare’ le nostre città?
“La rigenerazione parte anche qui dallo scambio, dallo stare insieme, credo che non sia corretto dire che solo loro possono rigenerare, va fatto insieme, costruendo spazi di bellezza e condivisione. E’ la comunità che rigenera, con la creatività che papa Francesco ci chiedeva possiamo veramente essere fratelli tutti”.

Cosa significa nell’arcidiocesi di Ancona ed Osimo aprirsi all’accoglienza dell’altro?
“Per la nostra Chiesa aprirsi all’accoglienza vuol dire prima di tutto mettersi in cammino con chi arriva. Non basta aprire le porte: occorre creare luoghi di incontro, occasioni in cui ci si conosce e ci si riconosce come fratelli. Lo facciamo con iniziative concrete come la cena multietnica ‘Il mondo a tavola’, la Veglia dei popoli, i pellegrinaggi giubilari o il ‘Meeting dei popoli’. In questi momenti non c’è solo condivisione di cibo o di festa, ma soprattutto di vita e di fede. Accogliere significa anche lasciarsi evangelizzare da chi arriva: non solo offrire, ma ricevere i doni, i talenti e la spiritualità che le comunità migranti portano con sé. Proprio domenica 5 ottobre a Loreto celebreremo il Giubileo regionale dei migranti e del mondo missionario e sarà un momento di condivisione con la processione del ‘Signore dei Miracoli’ e la Santa Messa nella basilica”.

Allora è possibile camminare insieme nelle strade?
“Soprattutto in questo momento dobbiamo farlo sempre di più, ci stiamo interrogando su come poter essere sempre più per strada, ci sono sfide nuove, c’è bisogno di ‘abitare’ la strada. Cerchiamo sempre di più di farlo in modalità diverse, con il dopo scuola o la scuola d’italiano per stranieri, stando quindi in classe, vicino, ascoltando le storie di ognuno; siamo in cammino quado organizziamo un mondo a tavola e ci sono balli che ci uniscono. Anche per quest’anno proveremo sulla scia delle parole di papa Leone nel suo messaggio a continuare ad essere pellegrini di speranza”.

(Tratto da Aci Stampa)

Giubileo per persone di orientamento omoaffettive: il Vangelo è liberante

“Fratelli e sorelle, l’aspersione con l’acqua battesimale, che ha segnato l’inizio della nostra Eucaristia, ha permesso ai nostri occhi di scorgere ciò che veramente ci unisce: l’amore di Cristo che regna fra noi donandoci una dignità incancellabile . ‘Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà’: queste parole del caro papa Francesco ci ricordano che ciò che Dio è capace di realizzare nelle nostre vite viene prima di qualunque proposito umano”:

con una frase dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ il vice presidente della Cei, mons. Francesco Savino, ha celebrato la messa giubilare nella chiesa del Gesù di Roma per i partecipanti al pellegrinaggio giubilare de ‘La tenda di Gionata’ ed altre associazioni sabato scorso, a cui hanno aderito cristiani con orientamento omoaffettivo e persone transgender.

Nell’omelia il vice presidente della Cei ha sottolineato che Dio ‘opera’ nella Chiesa: “Dio, Dio solo, il Dio di Gesù Cristo, opera per mezzo della sua Chiesa. E la plasma per tutti, come invito e segno radicato nella comune umanità. Noi possiamo resistere o assecondare l’opera di Dio, che in Cristo si è compiuta, ma non si è conclusa. Questo è importante: in Cristo l’opera di Dio si è compiuta, non si è conclusa. Dio opera ancora”.

Però la Sua opera continua nel tempo per il Regno: “Basta guardarvi in volto, renderci conto di dove siamo e di che cosa stiamo vivendo, per constatarlo e commuoverci. Commuoverci, cioè lasciarci muovere dall’agire di Dio, che Gesù ha chiamato ‘Il regno di Dio’. Non c’è un altro Vangelo, non c’è un Vangelo diverso da quello che Gesù ha annunciato: ‘Il regno di Dio è vicino’. Dal principio questo implica una domanda: ‘Che cosa dobbiamo fare?’ Ed una risposta: ‘Convertitevi!’, cioè voltatevi, guardate nella direzione opposta rispetto a quella di prima”.

Infatti la dottrina della Chiesa si fonda sulla resurrezione di Gesù: “Nella pagina scelta per questa Eucaristia abbiamo ascoltato l’espressione di Pietro che meglio di ogni altra esprime il rapporto fra Chiesa e Rivelazione, fra Chiesa e Risorto, fra Chiesa e dottrina”.

Ma la libertà di accogliere questa realtà dipende dal singolo: “Ciascuno di noi (di voi qui presenti, dei vostri familiari, di noi pastori e discepoli del Signore) ha avuto nella vita da accogliere o da rigettare una verità vivente. Ricordiamo quello che diceva spesso papa Francesco: ‘La realtà è superiore all’idea’. Preferendo la realtà al pregiudizio Dio può entrare. Opponendo alla realtà le idee, le idee stesse impazziscono e uccidono. È la differenza tra una verità viva e una verità morta: la verità viva fa vivere, la verità morta uccide”.

Quindi il Vangelo libera: “Insieme allora possiamo pregare: Gesù tu sei via, verità e vita. Perché tu ancora precedi la tua Chiesa, chiedendo a Pietro e al Collegio apostolico di anteporre la verità viva alle verità morte…  Liberaci (liberami) da qualsiasi tentazione polemica o ideologica, perché solo te vogliamo servire e seguire, così che venga il tuo Regno e nessuno debba più sentirsene escluso, nessuno debba più temerlo come una minaccia, per tutti, tutti, tutti, il tuo Regno sia vita della vita.

Gesù via, verità e vita, ancora rendi tua la nostra Chiesa”.

Per questo il giubileo libera e riconcilia: “Questa logica, di cui non approfittare per giustificare il male e le lentezze ingiustificabili, ci porta nel cuore del Giubileo, che è un tempo di riconciliazione e (dovremmo ormai dire) di giustizia riparativa.

Il Giubileo nella tradizione ebraica era l’anno della restituzione delle terre a coloro a cui erano state sottratte, della remissione dei debiti e della liberazione degli schiavi e dei prigionieri, il tempo in cui liberare gli oppressi e restituire la dignità a coloro a cui era stata negata. E’ l’ora di restituire dignità a tutti, soprattutto a chi è stata negata”.

Ciò non è cancellazione, ma affidamento a Dio: “Non si cancella il passato, non si strappano capitoli della nostra vita, non si nascondono le proprie stimmate: Dio però salva trasformando. Gesù, il Risorto riconoscibile dalle sue ferite, è il Nome di Dio. Siamo qui, a Roma, sulle tombe degli apostoli, per varcare quella sola porta santa che è Cristo…

Per lui si entra nella vita e concretamente (lo speriamo, lo vogliamo) nella vita della Chiesa, che per qualità umana e attenzione reciproca vuole e deve essere anticipazione della vita eterna. Così l’apostolo Pietro ci ha insegnato a ricrederci, l’apostolo Paolo a superarci”.

Al termine è stata ascoltata la testimonianza di Carola: “Devo confessare che all’inizio ero tiepida rispetto al pellegrinaggio giubilare de ‘La Tenda di Gionata’; la pigrizia mi stava tenendo a casa, poi, non fosse altro che per accompagnare il mio amico Enrico e salutare gli amici della Spagna, mi sono iscritta anch’io al pellegrinaggio. Alla veglia di preghiera nella chiesa del Gesù ho rincontrato tanti pezzettini della mia storia e della Storia del cammino lgbt credente”.

Quindi ha raccontato il cammino compiuto: “Siamo nella Chiesa del Gesù, fra le tombe di Ignazio e Francesco Saverio; penso a come il Signore mi è andato accompagnando in questi anni proprio attraverso la spiritualità ignaziana e le persone che ha messo al mio fianco nel cammino: padre Pino, don Cristobal, Maria Luisa,…

Allora, attraversando la Porta Santa, prego proprio con le parole di Ignazio: ‘Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu me lo hai dato, a te, Signore, lo ridono; tutto è tuo, di tutto disponi secondo la tua volontà: dammi solo il tuo amore e la tua grazia; e questo mi basta’.

Sulla tomba di Pietro in San Pietro abbiamo recitato il Credo. Lo vivo come un atto di fedeltà e di fiducia nella Chiesa che tanto ho criticato, e che invece ha bisogno di essere amata e ri-costruita dal di dentro. Se non fossi rimasta, il mio posto sarebbe rimasto vuoto, mi piace ricordarmelo”.

Mentre Fabiana e Luana durante la veglia di preghiera avevano sottolineato l’importanza della fede nella loro vita: “Nella nostra relazione la fede è un aspetto importante e nella quotidianità cerchiamo di conoscere e seguire la volontà di Dio sulla nostra vita, considerandoci una il dono dell’altra. Per questo motivo ci viene difficile accettare che il nostro amore possa essere visto come un peccato”.

Hanno fatto un paragone con la situazione di Bartimeo: “Chissà come si sarà sentito Bartimeo quando, nel desiderio di incontrare Gesù, veniva rimproverato perchè tacesse. Anche noi abbiamo sperimentato il giudizio e il rimprovero delle persone: non dobbiamo dare fastidio, non dobbiamo esistere, dobbiamo continuare a stare ai bordi della strada, invisibili, per non turbare nessuno, per non interrogare la coscienza di chi, dall’alto della propria integrità, onora il Signore”.

(Foto: Tenda di Gionata)

‘En Route con sant’Antonio’ arriva in Italia

Arriva finalmente in Italia il cammino di ‘En route con sant’Antonio’, l’evento partecipativo a piedi a staffetta che coincide con l’intera estate giubilare 2025. Dopo la partenza del 29 giugno dal santuario antoniano di Brive-la-Gaillarde, nel cuore della Francia, e la sosta a Lione a fine luglio per consentire ai giovani pellegrini francescani di partecipare al grandioso Giubileo dei giovani a Roma con papa Leone XIV, il cammino diretto alla Basilica del Santo di Padova è infatti ripreso da Lione l’11 agosto, festa di santa Chiara d’Assisi, ed è ormai prossimo a valicare il confine franco italiano per immettersi nella Val di Susa diretta a Torino, prima di procedere verso la Lombardia e il Veneto.

Il valico scelto dai pellegrini di ‘En route con sant’Antonio’ è il Moncenisio, che con i suoi 2.182 metri risulta il punto più alto dell’intero percorso di 1.306 chilometri. Al confine, che i pellegrini attraverseranno domani, martedì 26 agosto, saranno stati compiuti 755 chilometri a piedi. Mancheranno ancora 23 tappe italiane per raggiungere Padova domenica 21 settembre. Giusto per dire che la metà è superata, ma che di certo la meta finale è ancora distante!

L’occasione offre già un parziale bilancio di questo originale cammino che finora ha riscontrato una sentita e ampia partecipazione da parte di quanti hanno avuto modo di intercettarlo, affiancando anche solo per qualche tratto l’equipe di pellegrini, coinvolgendosi nei momenti spirituali e culturali di fine tappa, venerando la reliquia anch’essa «pellegrina» di sant’Antonio, facendo infine parte del crescente séguito che ‘On Route’ sta riscuotendo sui social media (Antonio800 e del gruppo ‘Messaggero di sant’Antonio’) e sulle televisioni partner del progetto (ReteVeneta e Telenuovo in Italia, il canale nazionale KTO in Francia).

Tra i dati che indicano la buona accoglienza francese dell’iniziativa francescana collegata alla figura di sant’Antonio c’è la quantità di preghiere raccolte nel corso dell’itineranza: sono oltre mille le buste contenenti le invocazioni e richieste di grazia che i fedeli hanno consegnato ai pellegrini, perché le portino a Padova sull’Arca di sant’Antonio nella ‘sua’ Basilica: “Onestamente, avevamo preparato meno cartoncini e meno santini da distribuire, svelano i pellegrini organizzatori, perché non ci aspettavamo una risposta così ampia. Con gioia siamo dovuti correre ai ripari per far fronte a tanta grazia e permettere ai fedeli francesi di poter partecipare anche in questo modo al cammino”.

In Italia, nel tratto piemontese, prende particolarmente rilievo il programma di Torino, dove il cammino arriverà venerdì 29 agosto (prevista una veglia di preghiera per giovani e adulti alla Chiesa francescana della Madonna della Guardia alle ore 21, in via Monginevro, 251) per fermarsi tutto sabato 30 agosto prima della ripartenza domenicale.

Nel cartellone di Torino spicca sabato la Santa Messa della famiglia francescana alle ore 18 al Santuario di sant’Antonio e domenica 31 la messa delle ore 9 alla Chiesa della Madonna della Guardia celebrata dal direttore generale del «Messaggero di sant’Antonio», padre Giancarlo Zamengo, alla quale sono invitati tra gli altri, in maniera speciale, gli abbonati alla rivista antoniana.

Un posto sicuro dove ricominciare: ‘Casa della Solidarietà Antonietta Marini’ si rinnova per accogliere chi ha bisogno

Ci sono luoghi che raccontano storie senza bisogno di parole. Tutto nasce da un atto di carità. Quando nel 2001 la signora Antonietta Marini decise di lasciare in eredità il suo immobile alla San Vincenzo Onlus. La sua volontà era chiara: che quella casa diventasse rifugio e speranza per donne sole e in difficoltà. Da oltre vent’anni, grazie alla costante dedizione dei volontari della Società di San Vincenzo De Paoli di Ovada, le sue porte si aprono a chi ha bisogno di un rifugio, di un aiuto, di una possibilità di ripartenza. Un posto semplice, dove oggi donne sole, anziani, disabili e famiglie in difficoltà trovano più di un tetto: trovano una comunità che li accoglie, li ascolta e li sostiene.

Grazie al generoso contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, un altro importante passo è stato compiuto: la riqualificazione di uno degli appartamenti della Casa, con la sostituzione del vecchio impianto di riscaldamento a termoconvettori a gas con uno nuovo, più sicuro ed efficiente a pompa di calore. È il progetto O.VA.D.A (Obbiettivo Valore Dell’Accoglienza): un gesto concreto che va oltre una semplice manutenzione rende possibile l’accoglienza di una famiglia e offre sicurezza, calore e dignità a chi si trova ad affrontare un momento difficile. Tutto questo è realizzato con attenzione particolare all’efficientamento energetico e, di riflesso, alla transizione ecologica.

La “Casa della Solidarietà” è un edificio composto da 11 alloggi – di cui almeno 8 concessi in comodato gratuito per obbligo testamentario – che hanno ospitato nel tempo 35 nuclei familiari o persone sole garantendo un luogo quotidiano di convivenza e solidarietà. Donne sole, migranti, anziani, persone con disabilità, famiglie provate dalla vita — tutte accomunate dalla mancanza di una casa — vivono insieme, si aiutano, si rispettano. Sono la risposta concreta a un bisogno abitativo sempre più urgente, come dimostrato dai dati regionali e provinciali sull’emergenza casa.

Il progetto si inserisce in un percorso più ampio di collaborazione tra la Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Alessandria – Conferenza di Ovada, il Consorzio Servizi Sociali Ovadese (CSSO) e l’Associazione La San Vincenzo Onlus, volto a promuovere inclusione, integrazione sociale e coabitazione responsabile.

I volontari della Società di San Vincenzo De Paoli di Ovada, instancabili nel loro impegno, non si limitano a gestire la struttura: ogni giorno coltivano relazioni, offrono ascolto, condividono momenti, attivano risorse e promuovono la collaborazione tra gli ospiti. La loro presenza costante è la linfa della casa, che cresce grazie al contributo di tanti cuori generosi.

Il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ha confermato quanto la sinergia tra enti del terzo settore e istituzioni sia fondamentale per portare avanti interventi di valore sociale e ha rafforzato quel tessuto umano e solidale che la “Casa della Solidarietà Antonietta Marini” rappresenta per tutta la comunità ovadese.

Il progetto “O.VA.D.A.” è una risposta concreta all’emergenza abitativa, ma anche un segno di speranza che testimonia che esiste un modo di affrontare i problemi sociali: mettendosi insieme, unendo forze e risorse, facendo rete. Oggi un altro passo è stato fatto e la “Casa delle Solidarietà Antonietta Marini” continua a dimostrare che tendere la mano è sempre possibile, che accogliere non è solo offrire un tetto: è offrire dignità, amicizia, futuro. E che nessuno dovrebbe sentirsi solo o abbandonato. La Casa è lì, con le sue porte aperte. E lo sarà sempre, grazie al cuore di chi crede che la solidarietà sia uno dei più bei mezzi di fare comunità.

Questo progetto – dichiara il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, notaio Luciano Mariano – rispecchia esattamente le modalità di intervento del nostro Ente a favore delle persone più fragili della nostra società. Inclusione sociale, emergenza abitativa, assistenza alle donne e agli anziani sono, infatti, gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere in collaborazione con le associazioni di volontariato che operano sul nostro territorio. In questo caso specifico abbiamo raggiunto anche un altro scopo, quello dell’efficientamento energetico e della tutela ambientale, che rappresenta un aspetto imprescindibile per la salvezza del nostro pianeta. Grazie ai volontari della Società di San Vincenzo De Paoli di Ovada per il loro meritorio impegno e per la dedizione con cui si dedicano a chi ha più bisogno di attenzioni e di cure.

Papa Leone XIV invita a portare il fuoco di Gesù nel mondo

“Cari fratelli e sorelle, sono vicino alle popolazioni del Pakistan, dell’India e del Nepal colpite da violente alluvioni. Prego per le vittime e i loro familiari e per quanti soffrono a causa di questa calamità. Preghiamo perché vadano a buon fine gli sforzi per far cessare le guerre e promuovere la pace; affinché, nelle trattative, si ponga sempre al primo posto il bene comune dei popoli”: al termine della recita dell’Angelus a Castel Gandolfo papa Leone XIV ha espresso vicinanza alle popolazioni colpite dalle alluvioni ed ha invitato a pregare per la pace.

Prima della recita dell’Angelus il papa ha offerto una meditazione ‘missionaria’ sul vangelo odierno: “Così dicendo, il Signore anticipa ciò che dovrà affrontare quando a Gerusalemme sarà osteggiato, arrestato, insultato, percosso, crocifisso; quando il suo messaggio, pur parlando d’amore e di giustizia, sarà rifiutato; quando i capi del popolo reagiranno con ferocia alla sua predicazione.

Del resto, tante delle comunità a cui l’evangelista Luca si rivolgeva con i suoi scritti, vivevano la stessa esperienza. Erano, come ci dicono gli Atti degli Apostoli, comunità pacifiche che, pur con i loro limiti, cercavano di vivere al meglio il messaggio di carità del Maestro. Eppure subivano persecuzioni”.

L’invito di Gesù è quello della non omologazione: “Ci invita a non rispondere alla prepotenza con la vendetta, ma a rimanere fedeli alla verità nella carità. I martiri ne danno testimonianza spargendo il sangue per la fede, ma anche noi, in circostanze e con modalità diverse, possiamo imitarli”.

Ciò è ben risaputo dai genitori o dagli insegnanti: “Pensiamo, ad esempio, al prezzo che deve pagare un buon genitore, se vuole educare bene i suoi figli, secondo principi sani: prima o poi dovrà saper dire qualche ‘no’, fare qualche correzione, e questo gli costerà sofferenza.

Lo stesso vale per un insegnante che desideri formare correttamente i suoi alunni, per un professionista, un religioso, un politico, che si propongano di svolgere onestamente la loro missione, e per chiunque si sforzi di esercitare con coerenza, secondo gli insegnamenti del Vangelo, le proprie responsabilità”.

Mentre nel Santuario Santa Maria della Rotonda ad Albano ha celebrato la messa, ricordando che la domenica è una’gioia’ partecipare all’Eucarestia: “Se, infatti, è già un dono essere oggi vicini e vincere la distanza guardandoci negli occhi, come veri fratelli e sorelle, un dono più grande è vincere nel Signore la morte. Gesù ha vinto la morte (la domenica è il suo giorno, il giorno della Risurrezione) e noi iniziamo già a vincerla con Lui.

E’ così: ognuno di noi viene in chiesa con qualche stanchezza e paura (a volte più piccole, a volte più grandi) e subito siamo meno soli, siamo insieme e troviamo la Parola e il Corpo di Cristo. Così il nostro cuore riceve una vita che va oltre la morte. E’ lo Spirito Santo, lo Spirito del Risorto, a fare questo fra di noi e in noi, silenziosamente, domenica dopo domenica, giorno dopo giorno”.

La celebrazione eucaristica è partecipata anche dalle persone assistite  dalla Caritas diocesana, sottolineando l’accoglienza della Chiesa, prendendo a prestito la forma circolare del santuario: “Ci troviamo in un antico Santuario le cui mura ci abbracciano. Si chiama ‘Rotonda’ e la forma circolare, come a piazza San Pietro e come in altre chiese antiche e nuove, ci fa sentire accolti nel grembo di Dio. All’esterno la Chiesa, come ogni realtà umana, può apparirci spigolosa. La sua realtà divina, però, si manifesta quando ne varchiamo la soglia e troviamo accoglienza.

Allora la nostra povertà, la nostra vulnerabilità e soprattutto i fallimenti per cui possiamo venire disprezzati e giudicati (ed a volte noi stessi ci disprezziamo e ci giudichiamo) sono finalmente accolti nella dolce forza di Dio, un amore senza spigoli, un amore incondizionato. Maria, la madre di Gesù, per noi è segno e anticipazione della maternità di Dio. In lei diventiamo una Chiesa madre, che genera e rigenera non in virtù di una potenza mondana, ma con la virtù della carità”.

E commentando il Vangelo papa Leone  XIV ha sottolineato il significato della pace: “Cari amici, il mondo ci abitua a scambiare la pace con la comodità, il bene con la tranquillità. Per questo, affinché in mezzo a noi venga la sua pace, lo shalom di Dio, Gesù deve dirci: ‘Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!’ Forse i nostri stessi familiari, come preannuncia il Vangelo, e persino gli amici si divideranno su questo”.

Ma la pace di Gesù consiste in un fuoco, quello battesimale: “E qualcuno ci raccomanderà di non rischiare, di risparmiarci, perché importa stare tranquilli e gli altri non meritano di essere amati. Gesù invece si è immerso nella nostra umanità con coraggio. Ecco il ‘battesimo’ di cui parla: è il battesimo della croce, un’immersione totale nei rischi che l’amore comporta. E noi quando, come si dice, ‘facciamo la comunione’, ci alimentiamo di questo suo dono audace”.

Tale fuoco porta a vivere per gli altri: “La Messa nutre questa decisione. E’ la decisione di non vivere più per noi stessi, di portare il fuoco nel mondo. Non il fuoco delle armi, e nemmeno quello delle parole che inceneriscono gli altri. Questo no. Ma il fuoco dell’amore, che si abbassa e serve, che oppone all’indifferenza la cura e alla prepotenza la mitezza; il fuoco della bontà, che non costa come gli armamenti, ma gratuitamente rinnova il mondo. Può costare incomprensione, scherno, persino persecuzione, ma non c’è pace più grande di avere in sé la sua fiamma”.

Ecco il motivo per cui ha ringraziato il vescovo di Albano, mons. Vincenzo Viva, e gli operatori della Caritas diocesana per il ‘fuoco della carità’  ai poveri: “E vi incoraggio a non distinguere tra chi assiste e chi è assistito, tra chi sembra dare e chi sembra ricevere, tra chi appare povero e chi sente di offrire tempo, competenze, aiuto. Siamo la Chiesa del Signore, una Chiesa di poveri, tutti preziosi, tutti soggetti, ognuno portatore di una Parola singolare di Dio.

Ognuno è un dono per gli altri. Abbattiamo i muri. Ringrazio chi opera in ogni comunità cristiana per facilitare l’incontro fra persone diverse per provenienza, per situazione economica, psichica, affettiva: solo insieme, solo diventando un unico Corpo in cui anche il più fragile partecipa in piena dignità, siamo il Corpo di Cristo, la Chiesa di Dio”.

Tale fuoco abbatte i pregiudizi ed ha invitato a fare entrare Gesù nelle case: “Questo avviene quando il fuoco che Gesù è venuto a portare brucia i pregiudizi, le prudenze e le paure che emarginano ancora chi porta scritta la povertà di Cristo nella propria storia. Non lasciamo fuori il Signore dalle nostre chiese, dalle nostre case e dalla nostra vita. Nei poveri, invece, lasciamolo entrare e allora faremo pace anche con la nostra povertà, quella che temiamo e neghiamo quando cerchiamo a ogni costo tranquillità e sicurezza”.

(Foto: Santa Sede)

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