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Papa Leone XIV saluta i libanesi chiedendo pace nel Medio Oriente

E’ terminato il primo viaggio apostolico in Turchia ed in Libano di papa Leone XIV, che nella cerimonia di congedo ha ripercorso alcune tappe dei giorni trascorsi ed ha auspicato la pace lanciando un appello perché cessino le ostilità in Medio Oriente, frammisto da un sentimento di nostalgia:

“Partire è più difficile che arrivare. Siamo stati insieme, ed in Libano stare insieme è contagioso: ho trovato qui un popolo che non ama l’isolamento, ma l’incontro. Così, se arrivare significava entrare con delicatezza nella vostra cultura, lasciare questa terra è portarvi nel cuore. Noi non ci lasciamo, dunque, ma essendoci incontrati andremo avanti insieme. E speriamo di coinvolgere in questo spirito di fraternità e di impegno per la pace tutto il Medio Oriente, anche chi oggi si considera nemico”.

Il pensiero è andato a papa Francesco, che aveva desiderato tanto questo viaggio: “Sono grato, dunque, dei giorni trascorsi con voi e mi rallegro aver potuto realizzare il desiderio del mio amato predecessore, papa Francesco, che tanto avrebbe voluto essere qui. Lui, in realtà, è con noi, cammina con noi insieme ad altri testimoni del Vangelo che ci attendono nell’abbraccio eterno di Dio: siamo eredi di ciò che hanno creduto, della fede, della speranza e dell’amore che li hanno animati”.

Inoltre un pensiero particolare è stato rivolto per la religiosità del popolo libanese: “Ho visto di quanta venerazione il vostro popolo circonda la Beata Vergine Maria, tanto cara sia ai cristiani sia ai mussulmani. Ho pregato alla tomba di San Charbel, percependo le profonde radici spirituali di questo Paese: quanta linfa dalla vostra storia può sostenere il difficile cammino verso il futuro!

Mi ha toccato il cuore la breve visita al porto di Beirut, dove l’esplosione ha devastato non soltanto un luogo, ma tante vite. Ho pregato per tutte le vittime e porto con me il dolore e la sete di verità e di giustizia di tante famiglie, di un intero Paese”.

Quindi ha ringraziato tutti per l’accoglienza: “Ho incontrato, in questi pochi giorni, molti volti e stretto tante mani, ricevendo da questo contatto fisico e interiore un’energia di speranza. Siete forti come i cedri, gli alberi delle vostre belle montagne, e pieni di frutti come gli ulivi che crescono in pianura, nel sud e vicino al mare. Saluto, a questo proposito, tutte le regioni del Libano che non è stato possibile visitare: Tripoli e il nord, la Beqa’ e il sud del Paese, Tiro, Sidone (luoghi biblici), tutte quelle aree, specialmente nel sud, che sperimentano una continua situazione di conflitto e di incertezza. A tutti il mio abbraccio e il mio augurio di pace”.

Ed ecco il suo appello alla pace, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II: “Ed anche un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta! Ricordiamo quanto vi disse san Giovanni Paolo II: il Libano, più che un Paese, è un messaggio! Impariamo a lavorare insieme e a sperare insieme, perché sia realmente così”.

Però prima della partenza il papa ha celebrato la messa nel Beirut Waterfront con un forte appello conclusivo alla pace: “Cari cristiani del Levante, quando i risultati dei vostri sforzi di pace tardano ad arrivare, vi invito ad alzare lo sguardo al Signore che viene! Guardiamo a Lui con speranza e coraggio, invitando tutti a incamminarsi sulla via della convivenza, della fraternità e della pace. Siate costruttori di pace, annunciatori di pace, testimoni di pace!”

Per questo ha chiesto di percorrere una strada nuova: “Il Medio Oriente ha bisogno di atteggiamenti nuovi, per rifiutare la logica della vendetta e della violenza, per superare le divisioni politiche, sociali e religiose, per aprire capitoli nuovi all’insegna della riconciliazione e della pace. La via dell’ostilità reciproca e della distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i risultati deplorevoli che sono sotto gli occhi di tutti. Occorre cambiare strada, occorre educare il cuore alla pace”.

L’appello è un invito anche alla comunità internazionale: “Da questa piazza, prego per il Medio Oriente e per tutti i popoli che soffrono a causa della guerra. Offro anche preghiere auspicando una pacifica soluzione delle attuali controversie politiche in Guinea Bissau. E non dimentico le vittime dell’incendio a Hong Kong e le loro famiglie.

Prego in modo speciale per l’amato Libano! Chiedo nuovamente alla comunità internazionale di non risparmiare alcuno sforzo nel promuovere processi di dialogo e riconciliazione. Rivolgo un accorato appello a quanti sono investiti di autorità politica e sociale, qui e in tutti i Paesi segnati da guerre e violenze: ascoltate il grido dei vostri popoli che invocano pace!

Mettiamoci tutti al servizio della vita, del bene comune, dello sviluppo integrale delle persone. Ed a voi, cristiani del Levante, cittadini a pieno titolo di queste terre, ripeto: coraggio! Tutta la Chiesa guarda a voi con affetto e ammirazione. La Vergine Maria, Nostra Signora di Harissa, vi protegga sempre!”

Mentre nell’omelia ha invitato a dare lode a Dio: “La dimensione della lode, però, non sempre trova spazio dentro di noi. A volte, appesantiti dalle fatiche della vita, preoccupati per i numerosi problemi che ci circondano, paralizzati dall’impotenza dinanzi al male e oppressi da tante situazioni difficili, siamo più portati alla rassegnazione e al lamento, che allo stupore del cuore e al ringraziamento”.

E’ stato un particolare invito alla popolazione libanese: “L’invito a coltivare sempre atteggiamenti di lode e di gratitudine, lo rivolgo proprio a voi, caro popolo libanese. A voi che siete destinatari di una bellezza rara con la quale il Signore ha impreziosito la vostra terra e che, al contempo, siete spettatori e vittime di come il male, in molteplici forme, possa offuscare questa magnificenza”.

Quindi anche se la disillusione può prendere il sopravvento il papa ha invitato a non ‘abbandonare’ la Parola di Dio: “In uno scenario di questo tipo, la gratitudine cede facilmente il posto al disincanto, il canto della lode non trova spazio nella desolazione del cuore, la sorgente della speranza viene disseccata dall’incertezza e dal disorientamento. La Parola del Signore, però, ci invita a trovare le piccole luci splendenti nel cuore della notte, sia per aprirci alla gratitudine che per spronarci all’impegno comune a favore di questa terra”.

Ed ha ricordato che il Regno di Dio nasce da un ‘germoglio’: “Come abbiamo ascoltato, il motivo del ringraziamento di Gesù al Padre non è per opere straordinarie, ma perché rivela la sua grandezza proprio ai piccoli e agli umili, a coloro che non attirano l’attenzione, che sembrano contare poco o niente, che non hanno voce.

Il Regno che Gesù viene a inaugurare, infatti, ha proprio questa caratteristica di cui ci ha parlato il profeta Isaia: è un germoglio, un piccolo virgulto che spunta su un tronco, una piccola speranza che promette la rinascita quando tutto sembra morire. Così viene annunciato il Messia e, venendo nella piccolezza di un germoglio, può essere riconosciuto solo dai piccoli, da coloro che senza grandi pretese sanno riconoscere i dettagli nascosti, le tracce di Dio in una storia apparentemente perduta”.

Questo avviene anche nella popolazione libanese: “Piccole luci che risplendono nella notte, piccoli virgulti che spuntano, piccoli semi piantati nell’arido giardino di questo tempo storico possiamo vederli anche noi, anche qui, anche oggi.

Penso alla vostra fede semplice e genuina, radicata nelle vostre famiglie e alimentata dalle scuole cristiane; penso al lavoro costante delle parrocchie, delle congregazioni e dei movimenti per andare incontro alle domande e alle necessità della gente; penso ai tanti sacerdoti e religiosi che si spendono nella loro missione in mezzo a molteplici difficoltà; penso ai laici come voi impegnati nel campo della carità e nella promozione del Vangelo nella società.

Per queste luci che faticosamente cercano di illuminare il buio della notte, per questi germogli piccoli e invisibili che aprono però la speranza nel futuro, oggi dobbiamo dire come Gesù: ‘ti rendiamo lode, o Padre!’ Ti ringraziamo perché sei con noi e non ci lasci vacillare”.

E’ stato un invito a cooperare affinché il Libano possa ritrovare la pace: “Ciascuno deve fare la sua parte e tutti dobbiamo unire gli sforzi perché questa terra possa ritornare al suo splendore. E abbiamo un solo modo per farlo: disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco, risvegliamo nel nostro intimo il sogno di un Libano unito, dove trionfino la pace e la giustizia, dove tutti possano riconoscersi fratelli e sorelle e dove, finalmente, possa realizzarsi quanto ci descrive il profeta Isaia: ‘Il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme’.

Questo è il sogno a voi affidato, è ciò che il Dio della pace mette nelle vostre mani. Libano, rialzati! Sii casa di giustizia e di fraternità! Sii profezia di pace per tutto il Levante!”

La mattina si era aperta con la visita all’Ospedale de la Croix, gestito dalla congregazione delle Suore Francescane della Croce, dove ha salutato i malati: “Quanto si vive in questo luogo è un monito per tutti, per la vostra terra ma anche per l’intera umanità: non possiamo dimenticarci dei più fragili, non possiamo immaginare una società che corre a tutta velocità aggrappandosi ai falsi miti del benessere, ignorando tante situazioni di povertà e di fragilità”.

Ed ha concluso con un invito alla cura dei poveri e dei deboli: “In particolare noi cristiani, che siamo la Chiesa del Signore Gesù, siamo chiamati a prenderci cura dei poveri: il Vangelo stesso ce lo chiede e (non dimentichiamolo) il grido dei poveri che attraversa anche la Scrittura ci interpella…

A voi, cari fratelli e sorelle segnati dalla malattia, vorrei solo ricordare che siete nel cuore di Dio nostro Padre. Egli vi porta sul palmo delle sue mani, vi accompagna con amore, vi offre la sua tenerezza attraverso le mani e i sorrisi di chi si prende cura della vostra vita. A ciascuno di voi oggi il Signore ripete: ti amo, ti voglio bene, sei mio figlio! Non dimenticatelo mai!”

Subito dopo ha visitato il porto di Beirut per raccogliersi in preghiera nel luogo della devastante duplice esplosione che il 4 agosto 2020 ha provocato la morte di oltre 200 persone, 7000 feriti e circa 300000 gli sfollati, deponendo una corona di fiori davanti al monumento, che ricorda le vittime.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita la Chiesa libanese ad aprire strade di rinascita

“Ringrazio il Superiore Generale per le sue parole e per l’accoglienza in questo bel Monastero di Annaya. Anche la natura che circonda questa casa di preghiera ci attrae con la sua bellezza austera. Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori (penso specialmente a san Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato) l’avrebbero tanto desiderato. Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?”: dopo i saluti istituzionali di ieri, oggi papa Leone XIV ha iniziato il viaggio apostolico in Libano visitando il monastero di san Maroun ad Annaya, dove è sepolto san Charbel Maklūf, canonizzato da papa san Paolo VI, nel 1977.

Il papa parla di questo monaco, al quale si attribuiscono oltre 29.000 miracoli di guarigione, per riflettere sui suoi insegnamenti ancora attuali: “… lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà.

Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto. In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, san Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani”.

Pregando sulla sua tomba ha sottolineato la sua continua intercessione a Dio: “San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia. Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo”.

Offrendo la lampada ha chiesto al santo libanese pace e comunione: “Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene (ed i santi ce lo ricordano) che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò san Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi”.

Per questo ha donato una lampada, affinché si possa camminare nella ‘luce del Signore’: “Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di san Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di san Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!”

Al termine della visita il papa si è recato al Santuario mariano di Harissa, dove ha incontra presuli, clero e consacrati che hanno raccontano storie di solidarietà, guerra, migrazione e di pastorale carceraria, ai quali ha ricordato il motto del viaggio: “Le testimonianze che abbiamo ascoltato (grazie a ciascuno di voi!) ci dicono che queste parole non sono state vane, anzi, che hanno trovato ascolto e risposta, perché qui si continua a costruire comunione nella carità”.

Ringraziando il patriarca il patriarca della Chiesa armena cattolica il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Nelle parole del Patriarca, che ringrazio di cuore, possiamo cogliere la radice di questa tenacia, simboleggiata dalla grotta silenziosa in cui san Charbel pregava davanti all’immagine della Madre di Dio, e dalla presenza di questo Santuario di Harissa, segno di unità per tutto il Popolo libanese.

E’ nello stare con Maria presso la Croce di Gesù che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida”.

Partendo dalle testimonianze il papa ha sottolineato le opere di solidarietà messe in atto da questo popolo: “Solo così non si rimane schiacciati dall’ingiustizia e dal sopruso, anche quando, come abbiamo sentito, si è traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative. Solo così si può tornare a sperare per il domani, pur nella durezza di un presente difficile da affrontare”.

Per questo ha evidenziato la responsabilità verso i giovani: “In proposito, penso alla responsabilità che tutti abbiamo, in tal senso, nei confronti dei giovani. E’ importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio. Ed è necessario, pur tra le macerie di un mondo che ha i suoi dolorosi fallimenti, offrire loro prospettive concrete e praticabili di rinascita e di crescita per il futuro”.

E’ una richiesta di ‘non abbandonare il campo’ dell’accoglienza dei profughi: “In quelle stanze, infatti, oltre a dare assistenza e aiuto materiale, si impara e si insegna a condividere ‘pane, paura e speranza’, ad amare in mezzo all’odio, a servire anche nella stanchezza e a credere in un futuro diverso al di là di ogni aspettativa.

La Chiesa in Libano ha sempre curato molto l’istruzione. Incoraggio tutti voi a continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi, a chi si trova in situazioni estreme, con scelte improntate alla carità più generosa, perché alla formazione della mente sia sempre unita l’educazione del cuore. Ricordiamoci che la nostra prima scuola è la Croce e che l’unico nostro Maestro è il Cristo”.

Ha concluso l’incontro con la consegna della ‘Rosa d’oro’, dono che tradizionalmente i pontefici in vista mariana al Santuario di Harissa portano come dono della loro devozione alla Madonna del Libano: “E’ un gesto antico, che ha tra i suoi significati quello di esortarci ad essere, con la nostra vita, profumo di Cristo. Davanti a questa immagine, mi viene da pensare al profumo che sale dalle tavole libanesi, tipiche per la varietà dei cibi che offrono e per la forte dimensione comunitaria del condividerli.

E’ un profumo fatto di mille profumi, che colpiscono nella loro diversità e talvolta nel loro insieme. E’ così il profumo di Cristo. Non è un prodotto costoso riservato a pochi che se lo possono permettere, ma l’aroma che si sprigiona da una mensa generosa su cui trovano posto tante pietanze diverse e da cui tutti possono attingere insieme. Sia questo lo spirito del rito che ci apprestiamo a compiere, e soprattutto quello con cui ogni giorno ci sforziamo di vivere uniti nell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV mette in guardia dal pericolo dell’arianesimo

“Ringrazio di cuore per le parole di benvenuto della Sorella e per l’accoglienza mostrata da tutti voi. L’accoglienza è il dono di questa casa! Un dono che viene da Dio e che viene fatto fruttificare dalle Piccole Sorelle dei Poveri, dagli operatori e dai benefattori, e anche da tutti gli ospiti, nella loro convivenza quotidiana. Grazie a tutti!”: questa mattina papa Leone XIV nel secondo giorno di visita apostolica in Turchia ha visitato la casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, che da oltre 100 anni sono al servizio di carità per il prossimo.

Alle sei Piccole Sorelle dei Poveri, che accudiscono ogni giorno con anziani affetti da patologie come Parkinson e Alzheimer, disabili o non autosufficienti, abbandonati o lasciati alle cure delle religiose dalle famiglie, il papa ha ‘lasciato’ due riflessioni semplici: “La prima prende spunto dal vostro nome, care Suore: voi vi chiamate ‘Piccole Sorelle dei Poveri’. Un nome bellissimo, e che fa pensare! Sì, il Signore non vi ha chiamato solo ad assistere o ad aiutare i poveri. Vi ha chiamato ad essere loro ‘sorelle’! Come Gesù, che il Padre ha mandato a noi non solo per aiutarci e servirci, ma per essere nostro fratello. Questo è il segreto della carità cristiana: prima di essere per gli altri, essere con gli altri, in una condivisione basata sulla fraternità”.

L’altra riflessione ha riguardato la parola ‘anziana’, che conserva la saggezza: “La seconda riflessione me la suggerite voi, cari ospiti di questa casa. Voi siete anziani. E questa parola, ‘anziano’, oggi rischia di perdere il suo significato più vero: in molti contesti sociali, dove domina l’efficienza, il materialismo, si è perso il senso del rispetto per le persone anziane. Invece la Sacra Scrittura e le buone tradizioni ci insegnano che (come amava ripetere papa Francesco) gli anziani sono la saggezza di un popolo, una ricchezza per i nipoti, per le famiglie, per l’intera società!”

Prima aveva guidato la preghiera nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, terra da dove si espanse il cristianesimo: “La fede che ci unisce ha radici lontane: obbediente alla chiamata di Dio, infatti, Abramo nostro padre si mise in cammino da Ur dei Caldei e poi, dalla regione di Carran, a sud dell’odierna Türkiye, egli partì per la Terra promessa. Nella pienezza dei tempi, dopo la morte e risurrezione di Gesù, i suoi discepoli si diressero anche verso l’Anatolia, e ad Antiochia, dove poi fu vescovo Sant’Ignazio, vennero chiamati per la prima volta ‘cristiani’. Da quella città san Paolo iniziò alcuni dei suoi viaggi apostolici, fondando molte comunità. Ed è ancora sulle coste della penisola anatolica, a Efeso, che secondo alcune fonti antiche, avrebbe soggiornato e sarebbe morto l’evangelista Giovanni, discepolo amato dal Signore”.

Quindi ha ricordato la ricchezza della storia della Nazione: “Ricordiamo inoltre con ammirazione il grande passato bizantino, l’impulso missionario della Chiesa di Costantinopoli e la diffusione del Cristianesimo in tutto il Levante. Ancora oggi, in Türkiye vivono le molte comunità dei cristiani di rito orientale, quali Armeni, Siri e Caldei, nonché quelle di rito latino. Il Patriarcato Ecumenico continua ad essere punto di riferimento sia per i propri fedeli greci che per quelli appartenenti ad altre denominazioni ortodosse”.

Da quella storia discende la comunità cristiana presente in Turchia: “Carissimi, dalla ricchezza di questa lunga storia, anche voi siete stati generati. Oggi siete voi la Comunità chiamata a coltivare il seme della fede trasmessoci da Abramo, dagli Apostoli e dai Padri. La storia che vi precede non è semplicemente qualcosa da ricordare e poi archiviare in un passato glorioso, mentre guardiamo rassegnati al fatto che la Chiesa cattolica è diventata numericamente più piccola. Al contrario, siamo invitati ad adottare lo sguardo evangelico, illuminato dallo Spirito Santo”.

Ciò è stato possibile, perché Dio ha scelto la strada dei ‘piccoli’: “E quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. Ecco lo stile del Signore, che siamo tutti chiamati a testimoniare: i profeti annunciano la promessa di Dio parlando di un piccolo germoglio che spunterà, e Gesù elogia i piccoli che confidano in Lui, affermando che il Regno di Dio non si impone attirando l’attenzione, ma si sviluppa come il più piccolo di tutti i semi piantanti nel terreno”.

Questo stile è la ‘forza’ della Chiesa: “Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo. In questa missione, è sempre nuovamente chiamata ad affidarsi alla promessa del Signore”.

Anche se è piccola la Chiesa in Turchia è feconda: “La Chiesa che vive in Türkiye è una piccola Comunità che, però, resta feconda come seme e lievito del Regno. Pertanto, vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondata sulla fede e sull’unione con Dio. C’è bisogno, infatti, di testimoniare con gioia il Vangelo e di guardare con speranza al futuro. Alcuni segni di questa speranza sono già ben presenti: chiediamo dunque al Signore la grazia di saperli riconoscere e coltivare; altri, forse, saremo noi a doverli esprimere in maniera creativa, perseverando nella fede e nella testimonianza”.

E’ stato anche un invito ad accompagnare i giovani nella vita quotidiana: “Tra i segni più belli e promettenti, penso ai tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa cattolica, portandovi le loro domande e le loro inquietudini. In proposito, vi esorto a continuare nel rigoroso lavoro pastorale che portate avanti; così come vi incoraggio ad ascoltare e accompagnare i giovani e ad avere cura di quegli ambiti in cui la Chiesa in Türkiye è chiamata a lavorare in modo speciale: il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale, il servizio pastorale ai rifugiati e ai migranti”.

Ed ha riservato un pensiero all’inculturalizzazione della fede: “La presenza assai significativa di migranti e rifugiati in questo Paese, infatti, pone alla Chiesa la sfida dell’accoglienza e del servizio di costoro che sono tra i più vulnerabili. Allo stesso tempo, questa Chiesa è costituita da stranieri e anche molti di voi – sacerdoti, suore, operatori pastorali – provenite da altre terre; ciò richiede un vostro speciale impegno per l’inculturazione, perché la lingua, gli usi, i costumi della Türkiye diventino sempre più i vostri. La comunicazione del Vangelo passa, infatti, da questa inculturazione”.

Però non ha dimenticato di sottolineare l’importanza del Concilio di Nicea attraverso alcune sottolineature: “La prima è l’importanza di cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani. Attorno al Simbolo della fede, la Chiesa a Nicea ritrovò l’unità. Non si tratta dunque soltanto di una formula dottrinale, bensì dell’invito a cercare sempre, pur dentro le diverse sensibilità, spiritualità e culture, l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla Tradizione della Chiesa. Nicea ci invita ancora oggi a riflettere su questo: chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?

Il Simbolo della fede, professato in modo unanime e comune, diventa così criterio di discernimento, bussola di orientamento, perno attorno al quale devono ruotare il nostro credere e il nostro agire. E a proposito del nesso tra la fede e le opere, voglio ringraziare le organizzazioni internazionali, penso in particolare a Caritas Internationalis e a Kirche in Not, per il sostegno alle attività caritative della Chiesa e soprattutto per l’aiuto alle vittime del terremoto del 2023”.

Da l’invito a riscoprire il ‘volto’ di Gesù: “Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato, e ci invita a un continuo discernimento critico sulle forme della nostra fede, della nostra preghiera, della vita pastorale e in generale della nostra spiritualità”.

Ed ha messo in guardia da un ‘arianesimo di ritorno’: “Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un ‘arianesimo di ritorno’, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi.

Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso”.

Al termine l’invito a ‘mediare’ la fede con il linguaggio attuale: “In un contesto culturale complesso, il Simbolo di Nicea è riuscito a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca. Tuttavia, pochi decenni dopo, nel primo Concilio di Costantinopoli, vediamo che esso viene approfondito e ampliato e, proprio grazie all’approfondimento della dottrina, si giunge a una nuova formulazione: il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali”.

Questo è l’insegnamento del Concilio di Nicea: “Impariamo anche qui una grande lezione: è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, le quali restano sempre parziali e provvisorie e possono cambiare man mano che approfondiamo la dottrina”.

Ha concluso l’incontro con un pensiero di san Newman: “Ricordiamo che il neo-dottore della Chiesa, san John Henry Newman, insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo: si tratta perciò dello sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede”.

(Foto: Santa Sede)

Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’

Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.

In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).

Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).

L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.

Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).

Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).

Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.

RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).

Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.

Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.

Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:

Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.

Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.

Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.

20 novembre: Giornata Mondiale dei Diritti dei Bambini

Oggi, nella Giornata Mondiale dei Diritti del Fanciullo, penso ai tanti bambini che nascono già con un peso sulle spalle. Bambini che non hanno scelto di portarlo, eredità silenziose fatte di fragilità, di assenze, di storie che ancora non sanno raccontare. Ci sono bambini che arrivano al mondo segnati da scelte sbagliate degli adulti, bambini che crescono accanto a genitori che cercano nelle sostanze un rifugio alla loro stessa fatica di vivere. La loro storia inizia prima ancora che possano raccontarla.

Eppure, per loro, soprattutto per loro, i diritti dovrebbero essere una promessa solida, un porto sicuro a cui tornare. Il diritto a essere liberi da ciò che non appartiene alla loro piccola vita, da battaglie troppo grandi, da destini già scritti, che possiamo invece riscrivere insieme.

Penso ai loro diritti di vivere in un mondo sicuro: non solo protetti dai muri e non dai boschi, ma anche dai giorni che fanno paura. Bambini che cercano di avere la certezza che il loro domani non sarà un caos, che potranno conoscere un po’ di serenità, accoglienza e calore umano; che chi li ama, chi li ha generati, sarà presente, e che il mondo non crollerà ancora un’altra volta.

Ho visto, in questi anni, molti di questi bambini imparare presto a fare silenzio per non disturbare, a diventare piccoli per passare inosservati, a trasmettere con lo sguardo la fatica infinita di crescere. Li ho visti cercare in vari modi di essere invisibili, a volte disturbare per richiamare l’attenzione di madri adulte incapaci di prendersi cura di loro stesse, figli che provano a prendersi cura anche di loro.

Ma nessun bambino dovrebbe conoscere l’arte dell’invisibilità. Ogni bambino ha diritto a essere visto, chiamato per nome, accolto. Troppi, accanto alla dipendenza, diventano grandi troppo in fretta: accudiscono, controllano, aspettano. Diventano bambini che si ribellano contro tutto e tutti, che non si sentono capiti in una società che corre verso la perfezione del nulla.

Eppure l’infanzia non dovrebbe mai essere una responsabilità: dovrebbe essere gioco, sogno, scoperta, vento leggero sulla pelle. Perché nessun bambino coincide con la storia da cui proviene. La cura, l’intervento precoce, la presenza di adulti competenti e affettuosi possono cambiare traiettorie che sembrano già purtroppo tracciate.

Ogni bambino è un seme: l’amore che incontra, la protezione che riceve, la cura che lo circonda possono trasformarlo profondamente. Oggi voglio ricordare soprattutto loro: i bambini che non fanno rumore, quelli che aspettano, quelli che portano sulle spalle fragilità che non hanno scelto. Rafforzare i loro diritti significa regalare loro una possibilità nuova, una storia da riscrivere.

Ed allora, oggi più che mai, custodiamo la speranza che ogni bambino possa incontrare occhi attenti, mani che proteggono e cuori che accolgono. Che ogni piccolo seme, anche quello nato tra ombre, trovi la luce per crescere, per sognare, per vivere la propria infanzia senza peso, senza paura. Perché nel diritto a essere semplicemente bambini c’è la promessa di un mondo migliore, e ciascuno di noi può essere parte di quella promessa.

Don Selmi presenta la Giornata mondiale dei poveri: il posto preferenziale dei poveri nella Chiesa

“In mezzo alle prove della vita, la speranza è animata dalla certezza, ferma e incoraggiante, dell’amore di Dio, riversato nei cuori dallo Spirito Santo. Perciò essa non delude (cfr Rm 5,5) e San Paolo può scrivere a Timoteo: ‘Noi ci affatichiamo e lottiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente’. Il Dio vivente è infatti il ‘Dio della speranza’, che in Cristo, mediante la sua morte e risurrezione, è diventato ‘nostra speranza’. Non possiamo dimenticare di essere stati salvati in questa speranza, nella quale abbiamo bisogno di rimanere radicati”: così scrive papa Leone XIV nel messaggio ‘Sei tu, Signore, la mia speranza’, in occasione della IX Giornata mondiale dei poveri, che si celebra domenica 16 novembre.

Inoltre nel messaggio il papa ancora ha sottolineato che il povero può essere un testimone della speranza: “Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura”.

Da queste sollecitazioni del papa abbiamo contattato don Paolo Selmi, presidente della ‘Casa della Carità’ dell’arcidiocesi ambrosiana, per comprendere in quale modo il povero può diventare testimone di speranza: “Al paragrafo 19 del documento finale del Sinodo della Chiesa universale leggiamo: ‘Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, gli emarginati e gli esclusi, e perciò anche in quello della Chiesa. In loro la comunità cristiana incontra il volto e la carne di Cristo, che, da ricco che era, si è fatto povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà.

L’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica. I poveri hanno una conoscenza diretta del Cristo sofferente che li rende annunciatori di una salvezza ricevuta in dono e testimoni della gioia del Vangelo. La Chiesa è chiamata a essere povera con i poveri, che sono spesso la maggioranza dei fedeli e ad ascoltarli, imparando insieme a riconoscere i carismi che essi ricevono dallo Spirito, e a considerarli soggetti dell’evangelizzazione’.

Dove sta il Vangelo, dove sta la speranza nelle donne e negli uomini segnati dalla povertà? Fondamentalmente nel fatto che il Figlio di Dio ha fatto suo “quello stato” per condividere fino in fondo la storia degli ultimi; quella ‘disarmante presenza’ che chiede che uno sia amato/amata per quello che è! Non c’è nessuna sublimazione della povertà. L’ingiustizia che porta alla povertà va tolta. Ma l’uomo, l’umano va amato per quello che è e quello che il punto di partenza per la risalita”.

Nel messaggio papa Leone XIV ha scritto che ‘la carità è la madre di tutte le virtù’: allora praticare la carità è importante?

“È l’apostolo delle genti che lo dice in 1 Cor 13,13: ‘Ora rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma di la più grande di tutte è la carità’. E’ Gesù stesso che lo insegna a Simone il fariseo a ‘commento’ dei gesti di delicata attenzione che una donna ha nei suoi confronti: ‘molto le è perdonato perché molto ha amato’. Quindi sì, praticare la povertà è importante”.

‘Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità’: in quale modo dare seguito a queste parole?

Nella ‘Lettera a Silla’ p. Silvano Fausto ha scritto: ‘Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell’altro.  Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che se tutti lo facessero, risolverebbero il problema. La fame c’è perché non c’è solidarietà.Non devi sfamare gli affamati. Devi solo condividere il tuo pane con la fame dell’altro. Così farai quel gesto, semplice e possibile a tutti, che se tutti lo facessero, risolverebbero il problema. La fame c’è perché non c’è solidarietà. Non la povertà è il male, ma l’ingiustizia che ne è la causa’.

Tutte le povertà (da quella di ‘chi è privo di mezzi di sostentamento materiale’ a quella di ‘chi è emarginato socialmente e non ha strumenti per dare voce alla propria dignità e alle proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà’) sono forme di disuguaglianza. O meglio, esito di iniquità.

L’individuazione delle ‘cause strutturali’ delle povertà, e la lotta contro di esse, implicano la condanna di ogni tentazione di colpevolizzare i poveri. I quali, avverte ancora l’esortazione apostolica ‘Dilexi te’, ‘non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà’.

Cecità. Crudeltà. Le cose vanno chiamate coraggiosamente con il loro nome. Relegare le povertà nell’ambito delle colpe, delle sole responsabilità personali o morali di chi cade nell’indigenza, è una visione miope, cieca. E un atto di vera e propria insensibilità umana. Di crudeltà”.

In quale modo la cultura fa rima con accoglienza?

“E’ l’accoglienza che deve diventare una cultura. E in Casa della Carità, ma come anche in tante realtà del territorio della nostra Diocesi, la gentilezza e l’accoglienza sono il punto di partenza per guardare l’altro negli occhi e far emergere la storia di ognuno. Ma, sempre più spesso, operatori sociali e volontari avvertono di operare in un clima striato di sfiducia, di insofferenza, di sospetto, se non di aperta repulsione nei confronti di chi è in povertà. E di chi cerca di tendere la mano, a chi è in povertà.

Istituzioni pubbliche, rappresentanze politiche, enti del terzo settore, imprese profit, istituzioni religiose, cittadini, siamo tutti responsabili del clima culturale che rischia di colpevolizzare il povero. E delle cause strutturali che lo inchiodano a un’esistenza non degna di un essere umano. Ma siamo anche chiamati, tutti, a contribuire al bene comune, a edificare un mondo che garantisca non solo l’uguaglianza, ovvero stessi trattamenti e stesse risorse a tutti, ma anche l’equità, che riconosce le differenze, per dare a ciascuno adeguate opportunità. Questa è la questione culturale: non ridurre l’altro alla sua povertà, ma andare alla radice della povertà, non ghettizzarla”.

Con quali modalità la Casa della Carità racconta le storie dei diritti delle persone?

La povertà non è una condizione intrinseca dell’umano. La povertà non va confusa con la fragilità, con la sobrietà, con la parsimonia. Essa ci richiama fortemente al dovere, cristiano e laico insieme, di contribuire tutte e tutti al bene comune, alla giustizia sociale. Chiama fortemente in causa il tema dei diritti, troppo spesso e sempre più disattesi e calpestati.

Le povertà non sono un destino. Non possono essere soggette a giudizio secondo criteri meritocratici, apertamente o subdolamente utilizzati, dalla cultura prevalente ai nostri giorni, quando si tratta di valutare le cause della povertà. A questa deriva ci si deve sottrarre sia da un punto di vista laico, sia – e tanto più – da un punto di vista cristiano.

‘I poveri li avete sempre con voi’: in questa IX Giornata mondiale dei poveri, ricordiamoci che il sorprendente messaggio di Gesù non è un’esaltazione della povertà, né una formula consolatoria e deresponsabilizzante. Al contrario. Esso ci esorta, come cristiani e come cittadini, a credere nella possibilità di una società più giusta. E a operare per avvicinarla. E’ quello che proviamo a fare ogni giorno alla Casa della Carità, impegnandoci a dare voce alle tante persone altrimenti invisibili, anche attraverso le storie di vita di quanti sono accolti o seguiti dalla Fondazione”.

(Tratto da Aci Stampa)

Dalla Calabria i ‘Panettoni della speranza’

A Reggio Calabria tutti lo conoscono. Padre Thao, giovane missionario scalabriniano, venuto dalle risaie del sud Vietnam, vive da 4 anni in questa città. Unico vietnamita a Reggio Calabria. Dolce, un sorriso che vi conquista, una disponibilità a tutta prova, lavora in prima linea per i migranti. Dirige il ‘Centro di Accoglienza Scalabrini’ a due passi dalla cattedrale.

Alla domenica, celebra l’eucarestia nella nostra chiesa di sant’Agostino, dove con il suo bell’accento orientale si è accattivato la simpatia dei fedeli del quartiere. Padre Thao è il loro idolo. Ma durante la settimana combatte una battaglia intensa e impegnativa.

Sì, al Centro Migranti, dove giovani, mamme e bambini vanno e vengono in continuazione… provenienti dal Marocco, dalla Georgia, dal Pakistan, dai Paesi africani. Il suo impegno è sostenere, coordinare e intervenire nelle varie attività del Centro. Esse sono l’accoglienza, l’alfabetizzazione, l’assistenza amministrativa e legale, gli alimentari, i farmaci, il sostegno scolastico… insomma, un’attività a 360⁰ in favore dei migranti, qui, all’estremità della nostra lunga Italia, nel territorio di Reggio Calabria. Sì, di fronte all’Africa.

Per Natale, padre Thao vi presenta un piccolo progetto originale per il nostro Centro. Quello di poter offrire 400 super-panettoni con dei generi alimentari a tutti i migranti che passeranno nel periodo natalizio… Li abbiamo chiamati ‘panettoni della speranza’. E’ un gesto semplice, ma un grande dono per umanizzare una vita difficile, amara, di tante persone qui in emigrazione… proprio in quel periodo magico, che ci parla apertamente – in nome di Dio – di fraternità. ‘Un panettone della speranza’, in tempo di Giubileo. Sarà per voi, in fondo, come deporlo alla grotta di Betlemme per i pastori. E sarà Natale.

Se desiderate dare una mano al nostro Centro Migranti a Reggio Calabria o al suo progetto ‘Panettoni della speranza’: IBAN IT69F3608105138258674058684 intestato a Thao Nguyen Thanh. Il Bambino di Betlemme vi sorrida e vi ricompensi!

Giubileo dei Movimenti Popolari: ce lo racconta don Mattia Ferrari

In questo fine settimana si sta svolgendo in Vaticano il quinto incontro dei Movimenti Popolari, seguito dal pellegrinaggio giubilare, come ha sottolineato il card. M. Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, riprendendo l’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’; “I leader popolari sanno che solidarietà significa anche lottare contro le cause strutturali della povertà e della disuguaglianza; della mancanza di lavoro, di terra e di casa; e della negazione dei diritti sociali e lavorativi. Significa affrontare gli effetti distruttivi dell’impero del denaro… La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è ciò che stanno facendo i movimenti popolari”.

Il coordinatore della piattaforma EMMP (Encuentro Mundial de Movimientos Populares), don Mattia Ferrari, aveva sottolineato l’importanza dei movimenti popolari: “In questo momento storico aumentano le ingiustizie, si intensificano le violenze contro le persone migranti, si aggrava la dittatura di un’economia che uccide, si investe nell’economia di guerra, la crisi ecologica peggiora. I movimenti popolari e la Chiesa costituiscono la speranza di un altro mondo possibile, fondato non sull’individualismo ma sulla giustizia, sulla solidarietà e la fraternità. I movimenti popolari sono chiamati oggi soprattutto a promuovere le relazioni tra di loro, con gli altri attori sociali, e con le Chiese locali”.

Partiamo da queste indicazioni per comprendere da don Mattia Ferrari il motivo per cui i componenti dei movimenti popolari sono portatori di speranza?

“Con le loro vite e le loro storie i componenti dei movimenti popolari sono portatori di speranza che ci aiutano a riscoprire il significato della speranza, che non è mai un sogno individuale, ma è sempre comunitario, perché è il sogno della fraternità, il sogno delle relazioni”.

In quale modo essi possono stimolare all’accoglienza?

“Attraverso le relazioni. Ogni volta che ci relazioniamo con i migranti sentiamo nascere la solidarietà. Quindi ci salviamo attraverso le relazioni con loro?

Nella sua attività pastorale dove ha riscontrato la speranza?

“La speranza che nasce dal salvarsi insieme ed abbiamo il coraggio di aprire il cuore e di creare solidarietà”.

E’ diventato cappellano di bordo sulla nave della ong ‘Mediterranea Saving Humans’: per quale motivo si è sentito ‘salvato dai migranti’?

.” Cosa mi ha insegnato questa storia? Che se apriamo il nostro cuore ai poveri, agli scartati, agli ultimi del mondo, se accettiamo di vivere l’avventura di diventare davvero loro amici e fratelli, allora la vita ci sorprenderà. Perché laddove si permette alla forza dell’amore di sprigionarsi, la vita sorprende e accade quello che mai ci si sarebbe aspettati”.

Ma come è diventato cappellano di bordo?

“Sono diventato cappellano di bordo della Mare Jonio non per scelta mia, ma in risposta alla chiamata ricevuta dell’equipaggio stesso. Infatti tra i fondatori di ‘Mediterranea’ ci sono i ragazzi e le ragazze dei centri sociali bolognesi Tpo e Labas, con cui siamo amici da anni grazie proprio alla comune fraternità con le persone migranti. Hanno voluto avere il cappellano di bordo come segno della presenza della Chiesa, che accompagna questa missione”.

In quale modo la fede ha inciso in questa scelta?

“La fede ha inciso, perché quando i miei compagni mi hanno rivolto l’invito ho subito pensato a Gesù. In loro ho visto il Vangelo: sono ragazzi e ragazze ‘affamati ed assetati di giustizia’, come dice il brano evangelico delle Beatitudini, ragazzi e ragazze che vivono la ‘compassione viscerale’, di cui ci parla la parabola del Buon Samaritano, realizzando quell’accoglienza di Gesù nei suoi fratelli più piccoli di cui parla il capitolo 25 del Vangelo matteano. Dico sempre infatti che non sono tanto io che evangelizzo i miei compagni, ma sono loro che evangelizzano me.

La Chiesa ha sostenuto questa scelta: per partire come cappellano di bordo, abbiamo prima chiesto il consenso dei vescovi competenti. Il riscontro loro, insieme alle altre persone cristiane presenti con me, il segno concreto che la Chiesa è con loro”.

Ma è anche amico di molti disabili: in quale modo si approccia con loro?

“Alcuni tra i miei migliori amici da sempre sono disabili. Le nostre comunità cristiane hanno tanto da imparare dalle persone disabili e dalle loro famiglie. Tante volte perdiamo di vista il vero senso della vita. Le persone disabili e le loro famiglie, così come le persone migranti e tutte le altre persone che hanno questi particolari vissuti, hanno un senso profondo di umanità e conoscono meglio il senso della vita.

Le persone disabili e le loro famiglie, così come le persone migranti e tutte le altre persone che hanno questi particolari vissuti, hanno un senso profondo di umanità e conoscono meglio il senso della vita. Non a caso Gesù considera tutte queste persone i Suoi fratelli più piccoli. Dall’ascolto e dalla condivisione con loro possiamo imparare meglio il Vangelo e conoscere meglio Gesù”.

(Foto: Santa Sede)

Maurizio Misitano racconta la situazione nella Repubblica Democratica del Congo

Lo scorso 31 luglio, a Washington i rappresentanti della Repubblica Democratica del Congo e del Rwanda, in collaborazione con gli osservatori degli Stati Uniti, del Qatar, della Commissione dell’Unione Africana e del Togo (facilitatore da parte dell’Unione Africana), hanno tenuto la prima riunione del Comitato Congiunto di Monitoraggio dell’attuazione dell’accordo di pace firmato il 27 giugno dai due Stati. Questo comitato ha il compito di accompagnare l’attuazione dell’accordo di pace, attraverso il monitoraggio delle violazioni dell’accordo, dell’adozione di misure appropriate per rimediare a tali violazioni e della ricerca di soluzione di eventuali litigi per via amichevole.

Mentre il giorno successivo, a Washington, i rappresentanti di questi due Stati, con la collaborazione degli Stati Uniti, hanno firmato un testo relativo ai ‘Principi del Quadro di Integrazione Economica Regionale’, previsto dall’accordo di pace firmato il 27 giugno, secondo cui i due Stati intendono favorire il progresso economico e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni nella regione dei Grandi Laghi Africani. Però la situazione resta ad ‘alta tensione’.

Da Maurizio Misitano, direttore esecutivo della Fondazione ‘Agostiniani nel mondo’, ong che opera in molti Paesi del mondo, ci facciamo raccontare la situazione nella Repubblica Democratica del Congo: “La situazione nella Repubblica Democratica del Congo non è facile: adesso è esplosa, ma quella zona con quelle limitrofe è in grande difficoltà. Il reclutamento forzato di popolazione molto giovane è sempre attivo e colpisce moltissimo anche le nostre missioni nel nord della Repubblica Democratica. Abbiamo progetti con l’obiettivo comune di assistere i poveri”.

Quali sono i progetti che la Fondazione sta realizzando?

“A Kinshasa abbiamo una scuola, dalla materna alla secondaria, con 2500 studenti e studentesse (51%). Abbiamo un programma al contrasto del lavoro minorile, fenomeno terribile nel Paese, che ufficialmente ‘coinvolge’ circa 8.000.000 bambini e bambine, ma secondo noi sono molti di più. Con il progetto contro lo sfruttamento al lavoro minorile, cerchiamo di stabilizzare la situazione economica dei genitori, i quali mandano i figli a lavorare per una questione di povertà.

Quindi li aiutiamo a stabilizzarsi, coinvolgendo gli imprenditori locali attraverso la formazione del personale, oppure sostenendo l’apertura di piccole attività produttive o cooperative. A Dungu abbiamo costruito il Centro Juvenat che si occupa di reinserimento nella società degli ex-bambini soldato e l’ampliamento dello stesso con una scuola che li possa accogliere”.

In quale modo la Fondazione aiuta i bambini-soldato?

“Nel nord della Repubblica Democratica del Congo abbiamo aperto un centro per il recupero ed il reinserimento di ex ragazzi e ragazze soldato. Abbiamo terminato di costruire il centro nel 2020 ed oggi ospita, con un programma di boarding, un centinaio di ex ragazzi soldato; però, al contempo fornisce formazione al lavoro con un programma di reinserimento per circa 800 ragazzi e ragazze vulnerabili. Il ‘piano’ consiste in un primo percorso psicologico e psicofisico, per chi ne ha bisogno; dopodiché li formiamo al lavoro con alcuni laboratori.

Abbiamo una falegnameria, dove imparano a fare i falegnami, e corsi di sartoria e di programmazione dei computer; abbiamo anche un’azienda agricola dove imparano tecniche di agro economia, con la produzione di miele e la produzione di mattonelle di carbone da scarti vegetali. Abbiamo aperto anche corsi di video maker e di teatro. Infine abbiamo aperto anche un cinema.

L’anno scorso abbiamo costruito una scuola, perché abbiamo visto che il loro reinserimento è complicato, perché le altre scuole hanno paura di questi bambini, ristrutturando una ‘vecchia’ scuola degli Agostiniani, aperta nel 2016, e l’abbiamo ampliata. La costruzione di questa scuola terminerà a fine anno e permetterà di assistere a circa 1000 studenti e studentesse con un ciclo di studi completo”.

Quale è l’impegno della fondazione alle Nazioni Unite?

“Tale impegno è in via di definizione, in quanto siamo in stretto contatto con la rappresentanza degli Agostiniani all’ONU per condividere alcune tematiche come i diritti umani in Papua occidentale o sui problemi degli ex bambini soldato nella Repubblica Democratica del Congo e per denunciare. Però direttamente la Fondazione non è coinvolta direttamente; supportiamo solo il lavoro degli Agostiniani all’ONU”.

Cosa significa educare allo sviluppo?

“Educare allo sviluppo vuol dire far capire alle persone il significato dell’aiuto ai Paesi emergenti. In un certo senso significa responsabilizzare il donatore. In Italia abbiamo tanta solidarietà, ma purtroppo rimane in superficie. Invece il donatore deve chiedere sempre più a noi, che operiamo, un rendiconto dei progetti in via di realizzazione per comprendere in quale modo si utilizza il denaro. Poi educare allo sviluppo significa stimolare le persone a fare qualcosa come un po’ di volontariato o semplicemente avere un atteggiamento più aperto nei confronti degli altri. Tutti dobbiamo essere costruttori di ponti, come ha sempre sottolineato papa Leone XIV”.

Nel 2019 papa Francesco aveva invitato a tenere viva la ‘fiamma della carità fraterna’: in quale modo?

“Innanzitutto vogliamo evidenziare che, all’interno del nostro logo, c’è proprio la fiamma sul cuore degli agostiniani. Poi nel nostro lavoro (la fondazione è laica), però portiamo avanti uno spirito missionario ed una ricerca di carità cattolica e cristiana verso i poveri. Tutto ciò sempre in comunione con gli altri attraverso la condivisione con i confratelli ed il territorio i nostri progetti”.

Quali sono le parole emergenti in questi mesi di pontificato di papa Leone XIV?

“Sicuramente la prima parola è quella della pace, in quanto nel discorso iniziale ha usato questa parola dieci volte. Una pace disarmata, perché se si tolgono le armi si trova il modo di dialogare in maniera diversa; e disarmante. Dobbiamo essere costruttori di ponti; non dobbiamo creare ostacoli al dialogo, ma stimolo al dialogo. Sant’Agostino è ricordato per essere un ‘ponte’ tra culture. Altra parola riguarda i diritti dei deboli: in tutti i Paesi, in cui lavoriamo, l’aspetto prioritario riguarda la garanzia dei diritti ai più deboli ed agli emarginati. Il primo diritto è quello di vivere una vita degna. Infine, ogni volta che ascoltiamo un’omelia di papa Leone XIV troviamo uno spunto interessante e questo ci stimola a lavorare sempre con più impegno, come stiamo facendo da più di 10 anni, ciascuno con la propria responsabilità, perché noi possiamo fare tanto se le persone ci aiutano anche economicamente”.

Cosa rappresenta per voi questo pontificato di papa Leone XIV?

“Papa Prevost, come agostiniano, ha dimostrato la sua forte appartenenza religiosa e il suo legame con i confratelli, con un’aderenza piena al percorso formativo e pastorale che ha compiuto. Un percorso che, di fatto, costituisce la sua ‘carta d’identità’: lo studio, il servizio parrocchiale, la missione e le spiccate capacità per gestire un Ordine. In 10 anni è diventato vescovo (in una diocesi particolarmente complicata), poi cardinale ed infine papa. Come famiglia agostiniana lo abbiamo sempre apprezzato come persona molto umile e disponibile con chiunque. Quando è venuto qui dopo l’elezione ed ha salutato tutti i laici che lavorano per la Curia generalizia, non è passata inosservata la semplicità che non ha smarrito nonostante la veste papale”.   

(Tratto da Aci Stampa)

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