Da Betlemme Natale per un desiderio di pace

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“Pensiamo alla Siria, ancora martoriata da un conflitto che è passato in secondo piano ma non è finito; e pensiamo alla Terra Santa, dove nei mesi scorsi sono aumentate le violenze e gli scontri, con morti e feriti. Imploriamo il Signore perché là, nella terra che lo ha visto nascere, riprendano il dialogo e la ricerca della fiducia reciproca tra Israeliani e Palestinesi. Gesù Bambino sostenga le comunità cristiane che vivono in tutto il Medio Oriente, perché in ciascuno di quei Paesi si possa vivere la bellezza della convivenza fraterna tra persone appartenenti a diverse fedi”.

Con queste parole pronunciate nella benedizione ‘Urbi et Orbi’ papa Francesco ha chiesto particolare attenzione ai cristiani che vivono nel Medio Oriente, come ha evidenziato anche il patriarca di Gerusalemme dei Latina, Pierbattista Pizzaballa, nell’omelia della celebrazione eucaristica della notte:

“Ancora una volta ci ritroviamo qui a Betlemme, in questo Luogo Santo, per ringraziare, lodare e celebrare l’evento meraviglioso della nascita del Salvatore. Ancora una volta, con il profeta Isaia proclamiamo a tutto il mondo che una grande luce è apparsa ai nostri occhi e una grande gioia ci ha riempito il cuore, ‘è apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini’: Gesù Cristo Redentore”.

Ed ha spiegato che Natale è la rivelazione di Dio al mondo: “Il Natale, infatti, non è solo un tempo, forse un po’ infantile, di gioia, di festa e di luci, o di bambini felici e di doni condivisi con i bisognosi. Prima di tutto è celebrazione della rivelazione di Dio nella storia, è la manifestazione dell’intenzione divina nei confronti dell’uomo, che a Natale raggiunge il suo apice. Natale è lo sguardo e il giudizio di Dio sul mondo. E’ un giudizio di salvezza e di misericordia, di compassione e non di condanna”.

Con la nascita di Gesù la vita ha avuto un altro ‘sapore’: “La vita del mondo era segnata dal peccato. Il mondo di allora era lacerato, diviso e violento non meno di oggi, lo sappiamo. Ma con il Natale di Cristo, qualcosa inizia a cambiare. Con la nascita del Bambino di Betlemme, infatti, nasce anche una nuova opportunità di relazione tra gli uomini. Non ci sono stati improvvisi cambiamenti nella vita di quel mondo violento, è vero.

Tuttavia, quella intenzione divina, quel desiderio di Dio carico di compassione, che a Natale si è fatto carne e reso visibile in un Bambino, poco alla volta, da questo Luogo, ha cominciato ad espandersi in tutto il mondo.

Ed ha portato un nuovo stile di vita, basato sulla dignità di ogni uomo e donna, su una giustizia che non è mai disgiunta dalla misericordia, sul desiderio che tutti siano salvi. Da allora, quella intenzione divina continua ancora ad irradiarsi, portando la sua luce su coloro che abitano in terra tenebrosa”.

Però Dio è venuto nel mondo, però non ‘costringe’ nessuno: “Da allora fino ad oggi, quello sguardo e quel giudizio di Dio si rendono presenti nel mondo attraverso la Chiesa. Perché il cristianesimo è innanzitutto lo stile di vita di chi ha deciso di accogliere l’invito ad essere testimone credibile del disegno di salvezza che Dio ha per tutti.

Essere Chiesa significa dare concretezza a quel divino desiderio di misericordia, che il Natale di Cristo ha reso possibile e tangibile. La comunità cristiana è chiamata, insomma, a rendere vivo e presente in questo nostro mondo il Cuore compassionevole di Dio e guardare l’umanità con occhi illuminati dalla Sua luce radiosa. Si ha una visione più vera degli eventi del mondo, se si guarda anche con il cuore e non solo con gli occhi”.

Ed ha espresso preoccupazione per la situazione in Medio Oriente: “Quest’anno, inoltre, abbiamo visto crescere tanta violenza nelle strade e nelle piazze palestinesi, con un numero di morti che ci porta indietro di decenni.

E’ un segno del preoccupante aumento della tensione politica e del crescente disagio, soprattutto dei nostri giovani, per la sempre più lontana soluzione del conflitto in corso. La questione palestinese, purtroppo, sembra ormai non essere più al centro dell’attenzione del mondo.

Anche questa è una forma di violenza, che ferisce la coscienza di milioni di palestinesi, lasciati sempre più soli e che da troppe generazioni sono in attesa di una risposta al loro legittimo desiderio di dignità e di libertà”.

Nell’omelia il patriarca ha denunciato l’aumento della violenza: “Purtroppo la violenza non è solo nella politica. La vediamo nelle relazioni sociali, nei media, nei giochi, nel mondo della scuola, nelle famiglie, e a volte anche nella nostra comunità.

Tutto ciò nasce dalla sempre più profonda mancanza di fiducia che segna il nostro tempo. Non abbiamo fiducia in un cambiamento possibile, non ci si fida più l’uno dell’altro. E così la violenza diventa l’unico modo di parlarsi. La mancanza di fiducia è ciò che sta all’origine di ogni conflitto qui in Terra Santa, o in Ucraina e in tante altre parti del mondo”.

E la pace nasce dall’impegno di tutti: “La pace, che tutti desideriamo, non nasce da sé. Essa attende uomini e donne che sappiano tradurre in azione concreta e tangibile, nelle piccole e grandi cose di ogni giorno, lo stile di Dio.

Persone, cioè, che non abbiano paura di incarnarsi nella vita del mondo, e che con gesti di amore gratuito sappiano risvegliare il desiderio di bene che alberga nel cuore di ogni uomo, che attende solo di essere liberato dai lacci dell’egoismo”.

Però la pace è una beatitudine: “Gesù, il Salvatore nato qui a Betlemme, ha detto ‘Beati gli operatori di pace’; Lui stesso ha dato la vita sulla croce e con il Suo amore ha vinto la morte. Ci ha insegnato che l’amore vince la morte.

Non è impossibile. La testimonianza di tanti uomini e donne qui, nella nostra Terra Santa e in tante altre parti del mondo, ci dice che quello stile, che quel modo di celebrare il Natale, è possibile ancora oggi, nonostante tutto”.

Ugualmente nel messaggio natalizio i patriarchi e capi delle Chiese di Gerusalemme hanno sottolineato sempre le violenze nel mondo: “In questo atto di compassione Cristo si è unito alle sofferenze del mondo sopportando con la Sacra Famiglia le numerose lotte quotidiane dell’occupazione. Tra queste, le minacce di violenza, la registrazione forzata, lo sfollamento delle famiglie e l’esistenza come rifugiati in terra straniera.

Dolori e travagli simili continuano ad affliggere il mondo nel nostro tempo, sia in Ucraina, in Armenia, in Siria o in tutta la Terra Santa, per citarne solo alcuni. A questo proposito esprimiamo la nostra particolare preoccupazione per quei fedeli che rimangono come cristiani nella terra della nascita di nostro Signore e che sono oggetto della nostra cura pastorale”.

E le violenze colpiscono in modo particolare i cristiani: “In questo atto di compassione Cristo si è unito alle sofferenze del mondo sopportando con la Sacra Famiglia le numerose lotte quotidiane dell’occupazione. Tra queste, le minacce di violenza, la registrazione forzata, lo sfollamento delle famiglie e l’esistenza come rifugiati in terra straniera.

Dolori e travagli simili continuano ad affliggere il mondo nel nostro tempo, sia in Ucraina, in Armenia, in Siria o in tutta la Terra Santa, per citarne solo alcuni. A questo proposito esprimiamo la nostra particolare preoccupazione per quei fedeli che rimangono come cristiani nella terra della nascita di nostro Signore e che sono oggetto della nostra cura pastorale.

Negli ultimi anni, questi cristiani hanno dovuto affrontare sempre più spesso attacchi al loro libero esercizio della religione, tra cui aggressioni contro la loro persona, profanazione delle loro chiese e cimiteri, restrizioni ingiustificate alla pratica dei loro riti e minacce legali alle loro proprietà e alla gestione dei beni della Chiesa”.

Questa ‘atmosfera’ si ripercuote nei giovani: “Questa atmosfera scoraggiante ha portato a una mancanza di speranza, soprattutto tra i nostri giovani cristiani, che si sentono sempre più spesso non accolti nella terra in cui i loro Padri hanno vissuto ancor prima della nascita della Chiesa a Pentecoste. Di conseguenza, molti lasciano la regione per luoghi che offrono maggiori opportunità, diminuendo così la presenza cristiana al di sotto della sua ridotta minoranza del due per cento della popolazione generale”.

A questi giovani la Chiesa offre speranza: “A questi giovani offriamo il messaggio della nascita di Cristo Incarnato come un faro di speranza, ricordando a tutti noi che il nostro Signore continua a soffrire con noi e per noi, portandoci a una nuova vita nella luce della sua gloria risorta.

Inoltre, come Corpo di Cristo che nel suo insieme rappresenta la presenza del nostro Salvatore nel mondo, le nostre chiese continuano a offrire luoghi di conforto, forza e sostegno attraverso i loro servizi pastorali, i ministeri dell’istruzione e della salute, i centri di pellegrinaggio e le opportunità di lavoro significative”.

(Foto: Patriarcato di Gerusalemme)

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