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Autonomia differenziata: anche i vescovi calabresi nutrono preoccupazione

“Noi Vescovi Calabresi, dopo aver approfondito, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e dei precedenti pronunciamenti della Conferenza Episcopale Italiana, il disegno di legge sull’autonomia differenziata, ci sentiamo in dovere di offrire alcuni spunti di riflessione sull’importanza della solidarietà e della sussidiarietà nazionali. I temi riguardanti lo sviluppo e le disuguaglianze territoriali hanno sollecitato l’attenzione della Chiesa in Italia anche in passato, già a partire dall’immediato secondo Dopoguerra”:

con un documento, ‘La disunità nazionale e le preoccupazioni delle Chiese di Calabria: Spunti di riflessione’, la Conferenza episcopale calabrese, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, ha richiamato le regioni alla sussidiarietà con l’invito alle comunità ecclesiali a non restare indifferenti, ribadendo con argomentazioni puntuali la contrarietà al disegno di legge sull’autonomia ‘differenziata’ che dopo l’ok del Senato è passato alla discussione della Camera dei deputati.

Richiamando tre documenti, prodotti dal dopoguerra in poi, i vescovi calabresi hanno sottolineato gli elementi comuni ed attuali dei testi: “In tutti e tre i testi, ad esempio, traspare la convinzione che il Vangelo spinga continuamente a misurarsi con la vita concreta delle persone, con le tensioni e le contraddizioni della storia, per cui le situazioni di ingiustizia debbano essere rilevate e denunciate.

Si afferma perciò la necessità di un impegno personale e comunitario orientato a riconoscere e a contenere o rimuovere le disuguaglianze che segnano il Paese. Un altro elemento ricorrente è la denuncia del mancato sviluppo del Sud e dei mali che colpiscono le Regioni meridionali, come la disoccupazione e la criminalità organizzata”.

I documenti, che spaziano dal 1948 al 2009, hanno sempre proposto uno sviluppo, che non sia solo economico, per la Calabria: “Nei tre testi si propone un’idea di sviluppo che non consideri solo gli indicatori economici, ma che metta al centro le persone, le risorse e le vocazioni dei territori. A questo riguardo, anticipando alcuni temi che ritroviamo oggi nel magistero di papa Francesco, il documento del 1989 evidenzia la necessità di ripensare il modello economico, in particolare il mercato, e il modello antropologico di fondo, allontanandosi dall’individualismo, dal soggettivismo e dalla ricerca del godimento immediato”.

Per questo è necessario affiancare anche uno ‘sviluppo’ educativo: “Nei tre testi si evidenzia anche il fatto che uno sviluppo autenticamente umano richieda, come essenziale presupposto, un lavoro orientato a favorire la maturazione delle coscienze e del loro peso interiore. Da qui l’importanza dell’impegno educativo, a tutti i livelli. Sono particolarmente densi i passaggi in cui si esplicitano le condizioni affinché la Chiesa possa essere soggetto in grado di contribuire a promuovere questo tipo di sviluppo. Si tratta di condizioni che esigono la scelta della strada stretta, ma liberante, del radicamento personale e comunitario nella profezia dell’ascolto del Vangelo, in una condizione di povertà e di non-potere”.

Per tale motivo i vescovi calabresi scrivono che è in atto una possibile ‘secessione dei ricchi’: “Il disegno di legge oggetto di valutazione ha un presupposto che, già in partenza, rivela una criticità di fondo. Le Regioni che oggi chiedono l’autonomia rispetto a settori importanti delle politiche pubbliche, si aspettano che la maggior parte del gettito fiscale sia lasciato nelle stesse Regioni che lo producono.

In questo modo, quelle più sviluppate economicamente si ritroverebbero a poter gestire più risorse di quelle che lo Stato attualmente impiega nei rispettivi territori, con riferimento alle stesse materie. Questo è il motivo per cui il progetto di autonomia differenziata è stato efficacemente definito dall’economista Gianfranco Viesti come la ‘secessione dei ricchi’. Non è un caso che l’iniziativa sia stata presa dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, a partire dal 2017”.

Ed hanno elencato alcune perplessità riguardanti il disegno di legge: “La realizzazione di questo progetto potrebbe avere esiti disastrosi sul piano della coesione sociale. Le disuguaglianze nel nostro Paese hanno una natura anche territoriale. Esse si determinano principalmente lungo l’asse Nord-Sud, dando luogo al fenomeno del divario civile, per cui il contenuto effettivo dei diritti sociali di cittadinanza cambia a seconda dei luoghi. Pensiamo alla sanità, ma anche all’istruzione, ai servizi sociali, alla questione ambientale, ai trasporti. Non si tratta solo di questioni economiche, ma dell’accesso ai diritti di cittadinanza”.

Ed i diritti devono essere garantiti ugualmente per tutti: “In uno Stato unitario essi vanno assicurati a tutti a prescindere dal luogo di residenza e dal grado di sviluppo produttivo locale. Senza questi diritti si indebolisce il senso di appartenenza a un’unica comunità nazionale. Il progetto di autonomia differenziata rende, perciò, ancora più opache le prospettive del Paese perché proprio negli ambiti da cui dipende la qualità e l’estensione dello sviluppo umano autentico le Regioni vogliono fare da sole, chiedendo più poteri e risorse”.

Nelle conclusioni del documento i vescovi calabresi sottolineano il rischio, che comporta l’autonomia differenziata: “La ‘secessione dei ricchi’ non è solo in contraddizione con lo spirito della nostra Costituzione, in particolare con il principio di uguaglianza sostanziale espresso nell’articolo 3, ma è anche in contrasto con il sentimento di appartenenza a un’unica comunità, e con le prospettive di uno sviluppo autenticamente umano del Paese. Il progetto, se realizzato, darà forma istituzionale agli egoismi territoriali della parte più ricca del Paese, amplificando e cristallizzando i divari territoriali già esistenti, con gravissimo danno per le persone più vulnerabili e indifese”.

Quindi i vescovi calabresi non condividono tale orientamento del governo, ma ne prospettano un altro in grado di aiutare i territori ‘più deboli’: “Come Vescovi Calabresi affermiamo che questa prospettiva non può essere condivisa. La strada da percorrere è invece quella che passa dal riconoscimento delle differenze e dalla valorizzazione di ogni realtà particolare, soprattutto delle aree più periferiche e/o interne.

I contesti che non ce la fanno vanno accompagnati, riconoscendo nella solidarietà tra territori un valore costituzionale da difendere e un impegno pastorale che il popolo di Dio che è in Italia va incoraggiato a perseguire perché progredisca nella sua ricerca di fedeltà al Vangelo.

Nella prospettiva di uno sviluppo umano autentico, le difficoltà dei territori con infrastrutture più deboli, con rendimento istituzionale insufficiente, non vanno interpretate come un freno per chi è più veloce, ma come un problema comune, da cui venire fuori insieme”.

Il documento dei vescovi calabresi è un invito alle comunità ecclesiali a non restare indifferenti con l’invito a creare occasioni di approfondimento e discussione: “Per questo non possiamo restare indifferenti. Bisogna trovare vie perché si maturi la consapevolezza che il Paese avrà un futuro solo se tutti insieme sapremo tessere e ritessere intenzionalmente legami di solidarietà, a tutti i livelli.

A questo riguardo, si propone che in tutte le comunità diocesane e in tutti i territori si organizzino occasioni di approfondimento e di pubblica discussione su questo tema e si promuovano adeguate forme di mobilitazione democratica, legando solidarietà e giustizia”.

(Foto: Conferenza episcopale calabrese)

Giornata per le Vocazioni: chiamati a seminare speranza

“La Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni ci invita, ogni anno, a considerare il dono prezioso della chiamata che il Signore rivolge a ciascuno di noi, suo popolo fedele in cammino, perché possiamo prendere parte al suo progetto d’amore e incarnare la bellezza del Vangelo nei diversi stati di vita. Ascoltare la chiamata divina, lungi dall’essere un dovere imposto dall’esterno, magari in nome di un’ideale religioso; è invece il modo più sicuro che abbiamo di alimentare il desiderio di felicità che ci portiamo dentro: la nostra vita si realizza e si compie quando scopriamo chi siamo, quali sono le nostre qualità, in quale campo possiamo metterle a frutto, quale strada possiamo percorrere per diventare segno e strumento di amore, di accoglienza, di bellezza e di pace, nei contesti in cui viviamo”.

Domenica 21 Il 21 aprile si celebra la 61^ Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema ‘Chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace’, come ha scritto nel messaggio papa Francesco, indicandola come ‘bella occasione’: “Penso alle mamme e ai papà che non guardano anzitutto a sé stessi e non seguono la corrente di uno stile superficiale, ma impostano la loro esistenza sulla cura delle relazioni, con amore e gratuità, aprendosi al dono della vita e ponendosi al servizio dei figli e della loro crescita.

Penso a quanti svolgono con dedizione e spirito di collaborazione il proprio lavoro; a coloro che si impegnano, in diversi campi e modi, per costruire un mondo più giusto, un’economia più solidale, una politica più equa, una società più umana: a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che si spendono per il bene comune.

Penso alle persone consacrate, che offrono la propria esistenza al Signore nel silenzio della preghiera come nell’azione apostolica, talvolta in luoghi di frontiera e senza risparmiare energie, portando avanti con creatività il loro carisma e mettendolo a disposizione di coloro che incontrano. E penso a coloro che hanno accolto la chiamata al sacerdozio ordinato e si dedicano all’annuncio del Vangelo e spezzano la propria vita, insieme al Pane eucaristico, per i fratelli, seminando speranza e mostrando a tutti la bellezza del Regno di Dio”.

Il pensiero del papa si rivolge anche ai giovani: “Ai giovani, specialmente a quanti si sentono lontani o nutrono diffidenza verso la Chiesa, vorrei dire: lasciatevi affascinare da Gesù, rivolgetegli le vostre domande importanti, attraverso le pagine del Vangelo, lasciatevi inquietare dalla sua presenza che sempre ci mette beneficamente in crisi. Egli rispetta più di ogni altro la nostra libertà, non si impone ma si propone: lasciategli spazio e troverete la vostra felicità nel seguirlo e, se ve lo chiederà, nel donarvi completamente a Lui”.

Tale Giornata di preghiera è fondamentale per riconoscere la propria vocazione nella Chiesa: “La polifonia dei carismi e delle vocazioni, che la Comunità cristiana riconosce e accompagna, ci aiuta a comprendere pienamente la nostra identità di cristiani: come popolo di Dio in cammino per le strade del mondo, animati dallo Spirito Santo e inseriti come pietre vive nel Corpo di Cristo, ciascuno di noi si scopre membro di una grande famiglia, figlio del Padre e fratello e sorella dei suoi simili. Non siamo isole chiuse in sé stesse, ma siamo parti del tutto. Perciò, la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni porta impresso il timbro della sinodalità: molti sono i carismi e siamo chiamati ad ascoltarci reciprocamente e a camminare insieme per scoprirli e per discernere a che cosa lo Spirito ci chiama per il bene di tutti”.

Una vocazione che pone in cammino: “Il senso del pellegrinaggio cristiano è proprio questo: siamo posti in cammino alla scoperta dell’amore di Dio e, nello stesso tempo, alla scoperta di noi stessi, attraverso un viaggio interiore ma sempre stimolato dalla molteplicità delle relazioni. Dunque, pellegrini perché chiamati: chiamati ad amare Dio e ad amarci gli uni gli altri.

Così, il nostro camminare su questa terra non si risolve mai in un affaticarsi senza scopo o in un vagare senza meta; al contrario, ogni giorno, rispondendo alla nostra chiamata, cerchiamo di fare i passi possibili verso un mondo nuovo, dove si viva in pace, nella giustizia e nell’amore. Siamo pellegrini di speranza perché tendiamo verso un futuro migliore e ci impegniamo a costruirlo lungo il cammino”.

Una vocazione che chiama ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Essere pellegrini di speranza e costruttori di pace, allora, significa fondare la propria esistenza sulla roccia della risurrezione di Cristo, sapendo che ogni nostro impegno, nella vocazione che abbiamo abbracciato e che portiamo avanti, non cade nel vuoto. Nonostante fallimenti e battute d’arresto, il bene che seminiamo cresce in modo silenzioso e niente può separarci dalla meta ultima: l’incontro con Cristo e la gioia di vivere nella fraternità tra di noi per l’eternità.

Questa chiamata finale dobbiamo anticiparla ogni giorno: la relazione d’amore con Dio e con i fratelli e le sorelle inizia fin d’ora a realizzare il sogno di Dio, il sogno dell’unità, della pace e della fraternità. Nessuno si senta escluso da questa chiamata! Ciascuno di noi, nel suo piccolo, nel suo stato di vita può essere, con l’aiuto dello Spirito Santo, seminatore di speranza e di pace”.

Quindi il messaggio del papa è un invito ad uscire dall’indifferenza nell’esempio di don Oreste Benzi: “Svegliamoci dal sonno, usciamo dall’indifferenza, apriamo le sbarre della prigione in cui a volte ci siamo rinchiusi, perché ciascuno di noi possa scoprire la propria vocazione nella Chiesa e nel mondo e diventare pellegrino di speranza e artefice di pace!

Appassioniamoci alla vita e impegniamoci nella cura amorevole di coloro che ci stanno accanto e dell’ambiente che abitiamo. Ve lo ripeto: abbiate il coraggio di mettervi in gioco! Don Oreste Benzi, un infaticabile apostolo della carità, sempre dalla parte degli ultimi e degli indifesi, ripeteva che nessuno è così povero da non aver qualcosa da dare, e nessuno è così ricco da non aver bisogno di ricevere qualcosa”.

Per la Chiesa i giovani sono speranza di fratellanza

A Roma si sono svolte due giornate per celebrare i 40 anni del primo raduno dei giovani in piazza San Pietro, convocato da Giovanni Paolo II il 14 aprile del 1984, organizzate dal Centro Internazionale Giovanile San Lorenzo (CSL) con il patrocinio del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e della Fondazione Giovanni Paolo II per la Gioventù. Il 14 aprile del 1984, data dell’incontro giovanile, era stato pensato come Giubileo internazionale della gioventù, nell’ambito dell’Anno Santo della Redenzione, nel 1950^ anniversario della Risurrezione di Gesù, indetto da san Giovanni Paolo II e tenutosi dal 25 marzo 1983 al 22 aprile 1984 (giorni indelebili anche dopo 40 anni per un quasi neo maggiorenne).

In quell’occasione 300.000 giovani provenienti da tutto il mondo giunsero a Roma, ospitati da circa 6.000 famiglie romane. Il giorno dopo papa Wojtyla concluse il Giubileo dei Giovani durante l’Angelus della Domenica delle Palme ed a Pasqua, il 22 aprile, consegnò una croce di legno ai giovani per simboleggiare ‘l’amore del Signore Gesù per l’umanità e come annuncio che solo in Cristo morto e risorto c’è salvezza e redenzione’, dando appuntamento ai ragazzi giovani per la Domenica delle Palme dell’anno successivo, proclamato dall’Onu Anno internazionale della gioventù.

Il 31 marzo 1985 san Giovanni Paolo II pubblicò una lettera ai giovani, in cui si sottolineava l’interesse della Chiesa per i giovani: “Se l’uomo è la fondamentale ed insieme quotidiana via della Chiesa, allora si comprende bene perché la Chiesa attribuisca una speciale importanza al periodo della giovinezza come ad una tappa-chiave della vita di ogni uomo”.

I giovani sono un bene per l’umanità: “Voi, giovani, incarnate appunto questa giovinezza: voi siete la giovinezza delle nazioni e delle società, la giovinezza di ogni famiglia e dell’intera umanità; voi siete anche la giovinezza della Chiesa. Tutti guardiamo in direzione vostra, poiché noi tutti, grazie a voi, in un certo senso ridiventiamo di continuo giovani.

Pertanto, la vostra giovinezza non è solo proprietà vostra, proprietà personale o di una generazione: essa appartiene al complesso di quello spazio, che ogni uomo percorre nell’itinerario della sua vita, ed è al tempo stesso un bene speciale di tutti. E’ un bene dell’umanità stessa”.

I giovani sono un bene perché sono speranza: “In voi c’è la speranza, perché voi appartenete al futuro, come il futuro appartiene a voi. La speranza, infatti, è sempre legata al futuro, è l’attesa dei «beni futuri». Come virtù cristiana, essa è unita all’attesa di quei beni eterni, che Dio ha promesso all’uomo in Gesù Cristo. E contemporaneamente questa speranza, come virtù insieme cristiana e umana, è l’attesa dei beni che l’uomo si costruirà utilizzando i talenti a lui dati dalla Provvidenza”.

E la giovinezza è una ricchezza, perché sprigiona una domanda: “La giovinezza di ciascuno di voi, cari amici, è una ricchezza che si manifesta proprio in questi interrogativi. L’uomo se li pone nell’arco di tutta la vita; tuttavia, nella giovinezza essi si impongono in modo particolarmente intenso, addirittura insistente. Ed è bene che sia così.

Questi interrogativi provano appunto la dinamica dello sviluppo della personalità umana, che è propria della vostra età. Queste domande ve le ponete a volte in modo impaziente, e contemporaneamente voi stessi capite che la risposta ad esse non può essere frettolosa né superficiale. Essa deve avere un peso specifico e definitivo. Si tratta qui di una risposta che riguarda tutta la vita, che racchiude in sé l’insieme dell’esistenza umana”.

Chiudendo la lettera san Giovanni Paolo II affidò ai giovani il compito della fratellanza: “Palpita in voi, nei vostri giovani cuori, il desiderio di un’autentica fratellanza fra tutti gli uomini, senza divisioni né contrapposizioni né discriminazioni. Sì! Il desiderio di una fratellanza e di una molteplice solidarietà, voi giovani, lo portate con voi, e non desiderate certo la reciproca lotta dell’uomo contro l’uomo sotto qualsiasi forma.

Questo desiderio di fratellanza (l’uomo è il prossimo dell’altro uomo! l’uomo è fratello per l’altro uomo!) non testimonia forse il fatto (come scrive l’Apostolo) che ‘avete conosciuto il Padre’? Che i fratelli sono solo là dove c’è un padre. E solo là dove c’è il Padre gli uomini sono fratelli”.

La fratellanza permette la ‘dimora’ di Dio nel mondo attraverso la preghiera: “Se voi, dunque, portate in voi stessi il desiderio della fratellanza, ciò significa che «la parola di Dio dimora in voi». Dimora in voi quella dottrina che Cristo ha portato e che giustamente ha il nome di ‘Buona Novella’. E dimora sulle vostre labbra, o almeno è radicata nei vostri cuori, la preghiera del Signore, che inizia con le parole ‘Padre nostro’.

La preghiera che, mentre rivela il Padre, conferma al tempo stesso che gli uomini sono fratelli e si oppone nell’intero suo contenuto a tutti i programmi costruiti secondo un principio di lotta dell’uomo contro l’uomo in qualsiasi forma. La preghiera del ‘Padre nostro’ allontana i cuori umani dall’inimicizia, dall’odio, dalla violenza, dal terrorismo, dalla discriminazione, dalle situazioni in cui la dignità umana e i diritti umani sono calpestati”.

(Foto: Fondazione Giovanni Paolo II)

La vista ad Limina della Chiesa nelle Marche, come far tornare i giovani alla fede?

‘Parole sincere, schiette, dirette, da uomo vicino alle problematiche concrete della nostra vita’: così a conclusione della visita ad limina dei vescovi marchigiani mons. Nazzareno Marconi, presidente della Conferenza Episcopale marchigiana, ha definito l’incontro dei vescovi marchigiani con papa Francesco, che aveva espresso solidarietà ‘per la situazione che le nostre diocesi vivono per il terremoto, l’alluvione… Situazioni acuite durante il tempo del Covid’, riferendo che il dialogo si era concentrato sulle ‘sfide pastorali di questo tempo di grandi cambiamenti’, in modo particolare la vicinanza alle famiglie e ai giovani e la difficoltà di trasmettere la fede tra le generazioni.  

Parole ribadite anche nel comunicato dalla Conferenza Episcopale delle Marche: “Papa Francesco ha risposto alle domande, incoraggiando il cammino comune delle Chiese marchigiane, solidarizzando con i nostri problemi, in particolare la complessa ricostruzione materiale e soprattutto sociale dopo terremoto, pandemia ed alluvione. Il papa ha confermato i vescovi nella coscienza del compito complesso di traghettare la Chiesa marchigiana, da un passato di tradizione e fede vissuto soprattutto nelle piccole parrocchie, ad un futuro molto diverso”.

Inoltre mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata, ha definito ‘arricchente’ l’incontro con il papa: “E’ stato indubbiamente positivo ed arricchente che in una settimana tutti i vescovi delle Marche abbiano guardato insieme al presente e al futuro delle nostre Chiese, sotto molteplici punti di vista. Ciò che la Chiesa insegna; ciò che celebra; ciò che dona al mondo: dall’azione in favore dei poveri a quella di accoglienza ed accompagnamento all’incontro con Dio e con l’umanità di bambini, ragazzi, giovani, famiglie, lavoratori ed anziani. Ogni età della vita è preziosa per la Chiesa e mai, neppure da vecchi o da malati, le persone sono per noi meno importanti, o peggio, da scartare”.

Per i vescovi marchigiani il papa è stato attento al racconto dei vescovi marchigiani: “Il papa si è mostrato attento e interessato su tutto, davvero partecipe della fatica di trasmettere la fede alle nuove generazioni che, come vescovi, è la nostra prima e più grande preoccupazione. Perché siamo certi che il mondo e quello giovanile in particolare, ha un gran bisogno della ‘gioia del Vangelo’ dell’esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, per vivere nel bene e per operare bene. Tanta insoddisfazione, tristezza, costante lamentela, ha la sua radice più profonda in vite che si sono allontanate da Dio e dalla vita buona del Vangelo, e non riescono a ritrovare la strada di casa”.

Nell’udienza papa Francesco ha esortato i vescovi marchigiani a ‘traghettare’ la Chiesa marchigiana verso un futuro diverso: mons. Nazzareno Marconi, qual è questo futuro di fede?

“In occasione della Visita ad Limina il papa, e anche i suoi più stretti collaboratori, hanno incontrato tutti i Vescovi Ordinari della Regione Ecclesiastica Marchigiana. In quell’occasione tutti abbiamo avuto un forte incoraggiamento a vedere la nostra Chiesa con uno sguardo verso il futuro. Ciò che abbiamo potuto constatare in quei giorni è che la Chiesa non può chiudersi in sé stessa ma ha una vocazione universale soprattutto con i più lontani.

In un tempo in cui tutti erano cresciuti in una cultura cristiana si poteva stare in chiesa ad aspettare perché si sapeva che qualcuno sarebbe arrivato, in una cultura secolarizzata come la nostra bisogna adoperarsi e rimparare ad evangelizzare in modo nuovo. La Pasqua appena trascorsa insegna che la Risurrezione cambia il futuro, ma anche il presente. Tutti siamo chiamati a vivere il presente in modo nuovo. Invece di immaginare di andare verso la morte e farci trascinare verso la disperazione possiamo camminare con fede ogni giorno. Piccoli passi possibili”.

Come è la fede dei marchigiani?

“La fede delle nostre zone è simile a tante altre parti d’Italia. Tante persone sono smarrite a causa degli eventi negativi che vive il nostro tempo. In questo disorientamento le persone cercano di aggrapparsi a delle certezze a volte, purtroppo, estremizzando la propria posizione, questo accade anche nella relazione con Dio. Già il Concilio Vaticano II aveva esortato a un impegno di tutti i cristiani verso l’evangelizzazione con la propria testimonianza. L’uomo ha bisogno di scoprire la relazione d’amore che Dio a nei suoi confronti attraverso un accompagnamento personale, possiamo scordarci le grandi massa di persone”.

A quali sfide pastorali è chiamata la Chiesa marchigiana?

“La Visita ad Limina Apostolorum, da poco conclusa, si è svolta dopo circa 10 anni dall’ultimo incontro. In questi anni la Chiesa marchigiana ha dovuto affrontare numerose sfide che hanno colpito tutto il territorio regionale in particolare: il terremoto e le alluvioni, sfide acuite durante il tempo del Covid. Papa Francesco, come un padre amorevole, ha intercettato queste nostre preoccupazioni esprimendo solidarietà e vicinanza. Anche con il papa il dialogo si è concentrato sulle sfide pastorali di questo tempo di grandi cambiamenti, in modo particolare la vicinanza alle famiglie e ai giovani e la difficoltà di trasmettere la fede tra le generazioni”.

Perché la messa non è più un fenomeno di massa?

“Nel mondo globalizzato in cui viviamo la cultura non è più cristiana. L’uomo di oggi pretende di avere sempre, tutto e subito, sono cambiati i tempi e i modi di relazionarci con l’altro e di conseguenza è cambiata anche la relazione con l’Altro. In questo contesto la Chiesa è chiamata ad essere lievito che, seppur piccolo, insignificante addirittura invisibile fa fermentare la massa”.

Quale formazione offre la Chiesa marchigiana alla luce dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’?

“Nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ papa Francesco pone di nuovo al centro la persona di Gesù Cristo, il primo evangelizzatore, che oggi chiama ognuno di noi a partecipare con lui all’opera della salvezza. In quel documento papa Francesco si rivolge alle Chiese particolari perché conoscono il contesto, le sfide e le opportunità ma chiede anche a tutta la Chiesa un cammino partecipato e condiviso secondo una metodologia comune.

La nostra regione ecclesiastica sta cercando di camminare verso queste due direzioni: lasciando ad ogni Diocesi la libertà di proporre un cammino diversificato in relazione al proprio contesto ma allo stesso tempo insieme stiamo cercando di condividere un cammino formativo comune. Nell’ultimo anno pastorale evidenzio solamente un frutto di questo cammino: l’unificazione dell’insegnamento teologico in Ancona in cui laici e seminaristi provenienti da più centri di formazione, secolare e religiosa, stanno condividendo un percorso comune. Questo processo sta portando ottimi frutti di conoscenza, collaborazione e aiuto reciproco”.

(Tratto da Aci Stampa)

‘Dignitas infinita’: il magistero della Chiesa per la tutela della dignità umana

“Nel Congresso del 15 marzo del 2019, l’allora Congregazione per la Dottrina della Fede decise di avviare ‘la redazione di un testo evidenziando l’imprescindibilità del concetto di dignità della persona umana all’interno dell’antropologia cristiana e illustrando la portata e le implicazioni benefiche a livello sociale, politico ed economico, tenendo conto degli ultimi sviluppi del tema nell’ambito accademico e delle sue ambivalenti comprensioni nel contesto odierno’.

Un primo progetto al riguardo, elaborato con l’aiuto di alcuni Esperti nel corso dell’anno 2019, venne ritenuto insoddisfacente da una Consulta ristretta della Congregazione, svoltasi l’8 ottobre dello stesso anno. Si procedette ad elaborare ex novo un’altra bozza del testo da parte dell’Ufficio Dottrinale, sulla base del contributo di diversi Esperti. La bozza venne presentata e discussa da una Consulta ristretta svoltasi il 4 ottobre del 2021. Nel gennaio 2022 la nuova bozza fu presentata nella Sessione Plenaria della Congregazione, durante la quale i Membri hanno provveduto ad abbreviare e semplificare il testo”.

Con queste parole introduttive il prefetto del dicastero per la Dottrina della Fede, card. Victor Manuel Fernandez, ha firmato la dichiarazione ‘Dignitas infinita’, che ricorda il 75^ anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, riaffermando ‘l’imprescindibilità del concetto di dignità della persona umana all’interno dell’antropologia cristiana’, dopo un lavoro durato cinque anni di lavoro con l’inclusione di alcuni temi portanti del recente magistero pontificio che affiancano quelli bioetici: violazioni della dignità umana, aborto, eutanasia, maternità surrogata, guerra, povertà, migranti, tratta delle persone, superando la dicotomia esistente tra chi guarda in modo esclusivo nella difesa della vita nascente o morente, e tra chi si concentra sulla difesa dei poveri e dei migranti.

Infatti nell’introduzione si richiama la definizione di persona: “Giova qui, infine, ricordare che la definizione classica della persona come ‘sostanza individuale di natura razionale’ esplicita il fondamento della sua dignità. Infatti, in quanto ‘sostanza individuale’, la persona gode della dignità ontologica (cioè a livello metafisico dell’essere stesso): essa è un soggetto che, ricevendo da Dio l’esistenza, ‘sussiste’, vale a dire esercita l’esistenza in modo autonomo. La parola ‘razionale’ comprende in realtà tutte le capacità di un essere umano: sia quella di conoscere e comprendere che quella di volere, amare, scegliere, desiderare”.

Ed il ‘razionale’ non costituisce un pericolo per la ‘natura’: “Il termine ‘razionale’ comprende poi anche tutte le capacità corporee intimamente collegate a quelle sopradette. L’espressione ‘natura’ indica le condizioni proprie dell’essere umano che rendono possibili le varie operazioni ed esperienze che lo caratterizzano: la natura è il ‘principio dell’agire’. L’essere umano non crea la sua natura; la possiede come un dono ricevuto e può coltivare, sviluppare e arricchire le proprie capacità. Nell’esercitare la propria libertà per coltivare le ricchezze della propria natura, la persona umana si costruisce nel tempo.

Anche se, a causa di vari limiti o condizioni, non è in grado di mettere in atto queste capacità, la persona sussiste sempre come ‘sostanza individuale’ con tutta la sua inalienabile dignità. Questo si verifica, per esempio, in un bambino non ancora nato, in una persona priva di sensi, in un anziano in agonia”.  

Dopo un breve excursus nel tempo il documento ha evidenziato il concetto di dignità: “Per chiarire meglio il concetto di dignità, è importante segnalare che la dignità non viene concessa alla persona da altri esseri umani, a partire da determinate sue doti e qualità, in modo che potrebbe essere eventualmente ritirata.

Se la dignità fosse concessa alla persona da altri esseri umani, allora essa si darebbe in modo condizionato e alienabile, e lo stesso significato di dignità (per quanto meritevole di grande rispetto) rimarrebbe esposto al rischio di essere abolito. In realtà, la dignità è intrinseca alla persona, non conferita a posteriori, previa ad ogni riconoscimento e non può essere perduta. Di conseguenza, tutti gli esseri umani possiedono la medesima ed intrinseca dignità, indipendentemente dal fatto che siano in grado o meno di esprimerla adeguatamente”.

Anche il magistero della Chiesa ha apportato un contributo alla definizione di dignità: “Lo stesso magistero ecclesiale ha maturato con sempre maggior compiutezza il significato di tale dignità, unitamente alle esigenze ed alle implicazioni ad esso connesse, giungendo alla consapevolezza che la dignità di ogni essere umano è tale al di là di ogni circostanza…

Questo principio nuovo nella storia umana, per cui l’essere umano è tanto più ‘degno’ di rispetto e di amore quanto più è debole, misero e sofferente, fino a perdere la stessa ‘figura’ umana, ha cambiato il volto del mondo, dando vita a istituzioni che si prendono cura delle persone che si trovano in condizioni disagiate: i neonati abbandonati, gli orfani, gli anziani lasciati soli, i malati mentali, le persone affette da malattie incurabili o con gravi malformazioni, coloro che vivono per strada”.

Quindi il documento del dicastero invita a non abusare della parola ‘dignità umana’: “… il concetto di dignità umana, a volte, viene usato in modo abusivo anche per giustificare una moltiplicazione arbitraria di nuovi diritti, molti dei quali spesso in contrasto con quelli originalmente definiti e non di rado posti in contrasto con il diritto fondamentale della vita, come se si dovesse garantire la capacità di esprimere e di realizzare ogni preferenza individuale o desiderio soggettivo. La dignità s’identifica allora con una libertà isolata ed individualistica, che pretende di imporre come ‘diritti’, garantiti e finanziati dalla collettività, alcuni desideri e alcune propensioni che sono soggettivi”.

La dignità umana si fonda su diritti e doveri: “Ma la dignità umana non può essere basata su standard meramente individuali né identificata con il solo benessere psicofisico dell’individuo. La difesa della dignità dell’essere umano è fondata, invece, su esigenze costitutive della natura umana, che non dipendono né dall’arbitrio individuale né dal riconoscimento sociale.

I doveri che scaturiscono dal riconoscimento della dignità dell’altro e i corrispondenti diritti che ne derivano hanno dunque un contenuto concreto ed oggettivo, fondato sulla comune natura umana. Senza un tale riferimento oggettivo, il concetto di dignità viene di fatto assoggettato ai più diversi arbitrii, nonché agli interessi di potere”.

Quindi è ripresa la concezione di dignità umana, che si fonda sulla libertà, come ha enucleato san Giovanni Paolo II: “La dignità umana, alla luce del carattere relazionale della persona, aiuta a superare la prospettiva riduttiva di una libertà autoreferenziale e individualistica, che pretende di creare i propri valori a prescindere dalle norme obiettive del bene e dal rapporto con gli altri esseri viventi.

Sempre più spesso, infatti, vi è il rischio di limitare la dignità umana alla capacità di decidere discrezionalmente di sé e del proprio destino, indipendentemente da quello degli altri, senza tener presente l’appartenenza alla comunità umana. In tale comprensione errata della libertà, i doveri e i diritti non possono essere mutuamente riconosciuti di modo che ci si prenda cura gli uni degli altri”.

Quindi la libertà è indispensabile: “Si tratta di una liberazione che dal cuore delle singole persone è chiamata a diffondersi e a manifestare la sua forza umanizzante in tutte le relazioni. La libertà è un dono meraviglioso di Dio. Anche quando ci attira con la sua grazia, Dio lo fa in modo tale che mai la nostra libertà sia violata.

Sarebbe pertanto un grave errore pensare che, lontani da Dio e dal suo aiuto, possiamo essere più liberi e di conseguenza sentirci più degni. Sganciata dal suo Creatore, la nostra libertà non potrà che indebolirsi e oscurarsi. Lo stesso succede se la libertà si immagina come indipendente da ogni riferimento che non sia se stessa e avverte ogni rapporto con una verità precedente come una minaccia. Di conseguenza, anche il rispetto della libertà e della dignità degli altri verrà meno”.

Il documento si conclude con un ‘forte’ richiamo al rispetto della dignità umana, condannando tutte le violenze contro di essa con un invito agli Stati di difenderla e tutelarla: “E’ in questo spirito che, con la presente Dichiarazione, la Chiesa ardentemente esorta a porre il rispetto della dignità della persona umana al di là di ogni circostanza al centro dell’impegno per il bene comune e di ogni ordinamento giuridico.

Il rispetto della dignità di ciascuno e di tutti è, infatti, la base imprescindibile per l’esistenza stessa di ogni società che si pretende fondata sul giusto diritto e non sulla forza del potere. Sulla base del riconoscimento della dignità umana si sostengono i diritti umani fondamentali, che precedono e fondano ogni civile convivenza…

Anche oggi, davanti a tante violazioni della dignità umana che minacciano seriamente il futuro dell’umanità, la Chiesa incoraggia la promozione della dignità di ogni persona umana quali che siano le sue qualità fisiche, psichiche, culturali, sociali e religiose. Lo fa con speranza, certa della forza che scaturisce dal Cristo risorto, il quale ha rivelato in pienezza la dignità integrale di ogni uomo e di ogni donna”.

(Foto: Vatican News)

Gavino Pala racconta il pontificato di papa Francesco

Bratislava, 12 settembre 2021, ore 17.30: papa Francesco, in visita pastorale in Slovacchia, incontra i gesuiti della regione. La prima domanda è un semplice saluto: “Come sta?” Ma la risposta di papa Francesco è tutt’altro che banale: “Ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene”.

E’ questo lo spunto da cui Gavino Pala, scrittore ed autore televisivo, parte per guidare i lettori nel libro ’Mi volevano morto, Bergoglio alle prese con i suoi detrattori’. Nella prefazione il presidente della Comunità di sant’Egidio, prof. Marco Impagliazzo, parla di processo di ‘ingrigimento della Chiesa’, le cui radici sono lontane. Processo che non è stato arrestato né tanto meno frenato dalla innegabile ‘primavera’ portata dal pontefice arrivato dalla fine del mondo.

All’autore chiediamo di spiegarci il motivo, per cui ‘Mi volevano morto’: “Incontrando i gesuiti a Bratislava, nel 2021, il papa racconta che, durante un suo ricovero, alcuni vescovi si erano riuniti in una sorta di pre-Conclave, spiegando proprio che qualcuno sperava di poter celebrare presto il Conclave. Quelle parole mi hanno colpito e stupito. Che il papa fosse oggetto di critiche, anche feroci, era chiaro, ma fino a che punto? Così ho deciso di mettere insieme tutti gli interventi contro il pontefice e ne è nato il racconto di un pontificato ricco di novità ma anche molto ostacolato”.

Per quale motivo papa Francesco è ‘ostacolo’ per alcuni vescovi e cardinali?

“I ‘nemici’ del papa sono tanti e spesso mossi da motivazioni diverse, ma credo che all’origine ci sia la costante denuncia di papa Bergoglio al clericalismo. Le riforme, infatti, vanno a scardinare poteri consolidati. Credo che dobbiamo superare la divisione progressisti/conservatori e concentrarci di più su interessi e poteri che vengono scardinati. Il papa ha recentemente criticato chi usa l’espressione: si è sempre fatto così. Il ruolo dei laici, e soprattutto delle donne, all’interno della Chiesa è rivoluzionario, pensiamo all’ultimo Sinodo quando per la prima volta i laici hanno avuto un ruolo attivo con il diritto di voto”.

Quali sono le linee del pontificato di papa Francesco?

“Credo che la linea di questo pontificato sia nella sua prima esortazione apostolica: ‘Evangelii Gaudium’, dove per la prima volta parla di ‘Chiesa in uscita’. Alle volte però c’è stata la tentazione di confonderla con il servizio ai poveri, ma è qualcosa di più profondo. Il papa infatti ci chiede di uscire dalla comodità delle nostre chiese per incontrare chi vive nelle periferie. Direi quindi che la parola d’ordine è accoglienza. Quindi l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ va letta con altri due testi fondamentali di questo pontificato: l’enciclica ‘Laudato si’ e le’enciclica ‘Fratelli tutti’”.

Quale Chiesa sta tracciando papa Francesco?

“Il papa vorrebbe una ‘chiesa povera per i poveri’. Ma sarebbe riduttivo limitare questo pontificato al servizio agli ultimi, alla Misericordia, che sicuramente è centrale. Ma sarebbe sbagliato anche pensare ad una chiesa rivoluzionaria. La Chiesa che sta venendo fuori è una chiesa sinodale: il papa avvia processi e non impone le riforme. Pensiamo all’istituzione, nel settembre del 2013, del Consiglio dei Cardinali. Il papa ha chiamato nove cardinali, che rappresentano la Chiesa universale, ad accompagnarlo nelle riforme della Chiesa stessa.

Lo stesso sinodo sulla sinodalità ne è un’ulteriore prova. Non sono, quelle di papa Francesco, riforme che arrivano dall’alto ed imposte, ma frutto di confronto. E poi un ruolo sempre più attivo dei laici. Viviamo un tempo in cui, soprattutto in occidente, vediamo una vera e profonda crisi di vocazioni ed oggi i sacerdoti non solo sono meno che in passato, ma sono più anziani e magari con la responsabilità della gestione di più parrocchie. Davanti a questa crisi ci deve essere una responsabilizzazione proprio dei laici”.

Ci sono aneddoti particolari di papa Francesco, di cui è rimasto colpito?

“Vorrei finire questa intervista con tre immagini che raccontano molto di questo pontificato. La prima immagine è quella del papa che lancia una corona di fiori a Lampedusa. Bergoglio era diventato papa da poco e sceglie per la sua prima visita apostolica l’isola siciliana all’indomani di uno dei più tremendi naufragi nel Mediterraneo. Poi nel novembre del 2015, quando sceglie di iniziare il Giubileo della Misericordia aprendo la porta santa a Bangui, nella Repubblica Centrafricana. L’ultima ‘diapositiva’ è il papa che si inginocchia per baciare i piedi ai leader del Sudan riuniti a Roma per una preghiera di pace per la nazione africana. Sono immagini che rompono la tradizione ma che sono la vera immagine della Chiesa in uscita”.

Una donna nella Chiesa alla cui ombra stavano re e teologi

La pigrizia mentale per cui si procede con alcuni slogan e stereotipi appresi stancamente a scuola o sentiti dire è abbastanza diffusa. Per non dire poi che anche i manuali scolatici a volte tendono a ripetere narrazioni ormai prive di fondamento o al minimo da rettificare.

E purtroppo questo avviene anche a livello ecclesiale con esiti non sempre felici. Per questo il cappuccino padre Servus Gieben – vero e proprio esperto dell’iconografia francescana e non solo – esortava a verificare le notizie andando alle fonti primarie.

Tra questi luoghi comuni ripetuti pappagallescamente – a questo proposito papa Giovanni XXIII ironicamente diceva “papa sì, pappagallo, no!” – è l’irrilevanza della donna nella storia della Chiesa soprattutto medievale.

Innanzitutto c’è da tener sempre presente che potere istituzionale e potere di fatto non coincidono: a volte sono detenuti dalla stessa persona ma spesso non è così. Basti pensare che in molte culture chi guadagna i soldi sono gli uomini ma chi li spende sono le donne.

E poi vi sono figure tutte da scoprire come Isabella di Francia alla cui ombra – contrariamente a quanto verrebbe da pensare – visse per vario tempo lo stesso fratello, il famoso santo re Luigi IX.

Questo ed altro si evince dal libro ‘Isabella di Francia sorella di san Luigi. Fonti e documenti sulla fondatrice delle Sorelle minori’, a cura di J. Dalarun, Sean L. Field, M. Bartoli, Editrici Francescane, Padova 2023. 

Tale volume è stato oggetto di un incontro di studio svoltosi presso la Pontificia Università Antonianum martedì 19 marzo 2024 in cui tra l’altro si è evidenziato che l’affermazione secondo cui Chiara d’Assisi è stata la prima donna a scrivere una regola per donne va rivista e rettificata. Infatti l’approvazione della Forma vitae di Chiara da parte di Innocenzo IV nel 1253 va letta e compresa considerando anche quanto avvenne precedentemente a Longchamp dove la sorella minore di Luigi IX scrisse una regola consultando i più grandi intellettuali parigini tra cui san Bonaventura.

In vista del 2025 in cui si celebrerà l’ottavo centenario della nascita della beata Isabella di Francia i video dell’incontro a proposito delle suddette nuove fonti inerente a Isabella di Francia si possono vedere nel link https://www.youtube.com/@PontificiaUniversitaAntonianum/videos

(Tratto da Il Cattolico)

Alla prof.ssa Boni il premio ‘Vox Canonica’

La prof.ssa Geraldina Boni, Ordinario di Diritto Canonico, di Diritto Ecclesiastico e di Storia del Diritto Canonico dell’Università di Bologna, è stata insignita del premio ‘Vox Canonica’ 2024, assegnato dalla rivista online specializzata nelle scienze canonistiche. La consegna avverrà giovedì 4 aprile alle ore 15.00 all’Università degli Studi di Macerata.

La prof.ssa Geraldina Boni, presidente della Commissione per le intese con le confessioni religiose e per la libertà religiosa, ha al suo attivo più di 200 pubblicazioni, tra monografie, articoli scientifici, saggi e contributi vari. L’ultima a distanza di tempo è il manuale di storia del diritto dal titolo: Il diritto nella storia della Chiesa, edito da Morcelliana.

“Sono molto onorata e davvero commossa per l’assegnazione del premio Vox Canonica 2024, un premio ancora giovane ma già assai autorevole e prestigioso”, ha commentato la prof.ssa Boni che durante la cerimonia di consegna terrà una lectio magistralis sulle prospettive di riforma delle fonti del diritto ecclesiastico.

Oltre alla premiata interverranno il prof. Paolo Picozza già professore di diritto ecclesiastico dell’Università degli Studi di Macerata, il professor Stefano Pollastrelli, Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza della stessa Università, la professoressa Elena Cedrola, Direttore del Dipartimento di Economia e Diritto, il professor Giuseppe Rivetti, Presidente del Corso di Laurea in Scienze Sociali Unimc, e Rosario Vitale, Canonista e fondatore di Vox Canonica.

Appena proclamato il premio la prof.ssa Boni è stata intervistata da Maria Cives per il sito della rivista online: “Ovviamente ne sono stata davvero felice. Si tratta di un premio istituito pochi anni or sono ma già molto conosciuto e prestigioso: per questo reputo un onore esserne stata insignita. Lo considero un riconoscimento per la passione con la quale mi dedico al diritto canonico, prediligendolo nelle ricerche e nella produzione scientifica”.

Quindi ha raccontato il suo ‘amore’ per il diritto canonico: “Mi sono laureata in diritto ecclesiastico avendo come relatore il prof. Giuseppe Dalla Torre, negli anni in cui insegnava a Bologna. In verità, la mia vocazione era quella di diventare giudice. Tuttavia, devo ammettere che gli aspetti canonistici inevitabilmente implicati nello sviluppo dei temi affrontati nella tesi attrassero fortemente il mio interesse.

Appena laureata, poi, il prof. Dalla Torre mi coinvolse subito nelle attività della cattedra, quali soprattutto l’organizzazione di seminari di approfondimento per gli studenti: scoprii così un universo giuridico la cui ricchezza e straordinarietà non avevo ancora compreso appieno. Insomma, abbandonata l’aspirazione alla magistratura, mi sono impegnata totalmente nello studio del diritto canonico: e il mio impegno è stato premiato da una carriera universitaria, nella sede bolognese, rapida e soddisfacente”.

Ed infine un consiglio per chi ha desiderio di studiare questa materia: “Sinceramente gli direi che verrà a contatto con un diritto estremamente affascinante, analogo sotto vari punti di vista a quelli secolari coi quali ha intrattenuto nei secoli strettissimi rapporti, ma contrassegnato da una specificità indelebile, un’unicità incancellabile. Tale studio sarà per lui non solo avvincente e ricco di spunti di riflessione, ma lo aprirà, proprio attraverso la comparazione con i diritti secolari, ad una comprensione più piena e matura di questi.

Lo renderà un vero interprete del diritto: pertanto, anche nelle Università statali, lo studio del diritto canonico non ricopre una mera valenza culturale, ma completa in maniera incisiva la preparazione del giurista…. Insomma, sono numerose le ragioni che devono incoraggiare all’approccio e alla coltivazione del diritto della Chiesa: il quale, sono decisamente persuasa, può soprattutto agevolare il giurista nell’acquisizione di un’accentuata sensibilità verso la ricerca di soluzioni razionali e autenticamente giuste”.

(Foto: Corriere Cesenate)

Papa Benedetto XVI e Papa Francesco nel racconto di una biblista

Molto diversi tra loro per stili e modi di comunicazione eppure con numerosi punti di contatto; così li descrive la biblista Rosanna Virgili, docente di Esegesi all’Istituto Teologico Marchigiano e di Spiritualità dei Salmi al Monastero di Santa Cecilia a Roma, nel libro ‘Benedetto e Francesco. Due papi diversi, ma mai divisi’, tratteggiando le linee fondamentali dei papi Benedetto e Francesco, cercando di cogliere le peculiarità e le differenze che li caratterizzano, ma anche di riconoscere i diversi elementi di continuità e comunione da cui sono legati, come ha scritto nell’introduzione;

“La ragione di questo piccolo libro sta in un ringraziamento per gli ultimi due Papi, l’uno ora in cielo e l’altro qui. Sono rimasti insieme per dieci anni ed è stata un’esperienza inedita su cui la Chiesa deve ancora riflettere… Qualcuno ha detto che, a differenza di Giovanni Paolo II, sia Benedetto che Francesco sono stati dei Papi divisivi. Credo che la prima ragione sia da individuare nel fatto che essi vengono dopo ventisette anni di un Pontificato dai colori affatto sfumati…

Di questi due volti, in apparenza antitetici, di Giovanni Paolo II, si può dire, istintivamente, che Ratzinger assume il primo, Bergoglio il secondo. Per questo i due risultano ancora per molti, cattolici e non cattolici, divisivi. Ed in effetti lo sono stati: divisivi, non però divisi, estranei l’uno all’altro, contrapposti, se non allo sguardo dei superficiali o di chi sia tentato dalla malafede”.

A lei chiediamo di spiegarci quali sono le diversità tra papa Francesco e papa Benedetto XVI: “Con un titolo, direi che l’uno è teologo e l’altro pastore. La prima caratteristica di papa Ratzinger non poteva non essere che quella di un papa teologo e nessuno potrebbe davvero mettere in dubbio l’immensità della sua cultura, in questo campo, unita alla sistematicità del suo pensiero e alle rare doti di chiarezza ed efficacia nell’esercizio della docenza.

Grande ricercatore della Verità e dottore della dottrina della Chiesa, i temi del suo pontificato sono, innanzitutto, teologici. Papa Francesco usa, invece, sin dal primo momento della sua elezione (il famoso: ‘buonasera’) un linguaggio popolare, sapienziale di rara efficacia comunicativa. Non rinuncia a questo modo di esprimersi neppure quando stila i suoi scritti dogmatici come le esortazioni apostoliche e le encicliche mostrando un primario interesse pastorale nel suo magistero”.

Per quale motivo sono stati messi in contrapposizione?

“Credo proprio per questa diversità di linguaggio. In secondo luogo credo che il fatto che in maniera del tutto inusuale nella storia della Chiesa Cattolica un papa si fosse dimesso e continuasse, pertanto, a vivere accanto al nuovo, ha creato un certo disorientamento tra gente abituata a pensare al papa come vicario di Cristo e, quindi, come una persona unica che poteva avere solo un successore ma non un ‘doppio’.

Non è stato facile capire la differenza tra papa regnante e papa emerito e l’enorme distanza culturale tra i due, l’uno europeo e tedesco, l’altro latinoamericano, l’uno ‘dottore’ della Chiesa, occupato in questioni dottrinali (era stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede per decenni), l’altro gesuita, pastore e vescovo di una megalopoli sudamericana dove le differenze e le ingiustizie sociali ed economiche sono foriere di una povertà estremamente diffusa e scandalosa”.

Quali sono stati i punti ‘teologici’ di contatto tra i due papi?

“Tutti quelli posti dal Concilio Vaticano II. Chi avesse visto in papa Benedetto XVI un papa pre-conciliare od, addirittura, tridentino, dovrebbe convincersi di aver davvero travisato la sua storia e il suo pensiero. Capita, infatti, che spesso si memorizzino cose mai sentite o che si esprimano giudizi in modo distratto. Quanto a papa Francesco già con l’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ mostra di porsi nell’orizzonte di un’evangelizzazione aperta al mondo e missionaria tipica del Concilio. La fedeltà alla Chiesa, il ‘sensus ecclesiae’, l’attenzione e la cura per l’unità della stessa appartengono in maniera speciale ad ambedue i papi”.

Come hanno affrontato la piaga degli abusi nella Chiesa?

“Il papa Ratzinger ha iniziato ancora prima della sua elezione a pontefice ad affrontare la piaga della pedofilia; famosa è la sua frase sul Vaticano: ‘c’è molta sporcizia’, forse alludendo anche all’omosessualità. Una volta papa ha condannato la pedofilia anche in grandi occasioni pubbliche come nella GMG di Sydney o nella visita di tributo al ‘Ground Zero’ di New York.

Papa Francesco, in alcuni documenti e discorsi, ha visto e denunciato una connessione tra pedofilia e clericalismo, invitando tutta la chiesa a combattere contro questa duplice piaga. Papa Francesco ha fatto gesti concreti contro l’insabbiamento degli abusi e gesti simbolici come quello di riunire a Roma abusatori e vittime, ha riunito una intera Conferenza episcopale (quella cilena) particolarmente toccata dagli abusi per discutere di questa terribile piaga”.  

Quale ruolo della donna nella Chiesa nella visione dei due papi?

“Chi ha posto molta attenzione alla donna nella Chiesa è stato Francesco che, già nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, ha parlato della necessità di aprire spazi alle donne nei luoghi dove si prendono le decisioni, vale a dire nei ruoli di governo. Ruoli che, poi, egli stesso ha dato a diverse donne che nelle istituzioni del Vaticano rivestono oggi anche dei ruoli apicali. Su invito del mondo religioso femminile papa Francesco ha poi dato vita a una Commissione che studia la possibilità di conferire il diaconato alle donne.

Di grande rilievo è ancora l’istituzione di ministeri laicali come quello del catechista aperto anche alle donne e dell’accolitato e il lettorato. Un vero grande passo a favore delle donne è stato fatto, infine, con la loro partecipazione al Sinodo dove le donne hanno potuto prendere tutte la parola. Riuniti attorno ai tavoli rotondi, nel numero dei dodici, in nessuno di essi mancava la presenza femminile. Quanto al Papa Ratzinger è importante ricordare la sua prossimità a papa Giovanni Paolo II, quando scriveva la lettera apostolica ‘Mulieris Dignitatem’”.    

(Tratto da Aci Stampa)

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