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Papa Leone XIV: la Chiesa è di natura divina ed umana
“Oggi proseguiamo il nostro approfondimento sulla Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’, Costituzione dogmatica sulla Chiesa. Nel primo capitolo, là dove si intende soprattutto rispondere alla domanda su cosa sia la Chiesa, essa viene descritta come ‘una realtà complessa’. Ora ci domandiamo: in che consiste tale complessità? Qualcuno potrebbe rispondere che la Chiesa è complessa in quanto ‘complicata’, e dunque difficile da spiegare; qualcun altro potrebbe pensare che la sua complessità derivi dal fatto di essere un’istituzione carica di duemila anni di storia, con caratteristiche diverse rispetto a ogni altra aggregazione sociale o religiosa”: anche oggi nell’udienza generale papa Leone XIV ha proseguito la catechesi sulla Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, soffermandosi sulla natura umana e divina della Chiesa..
E si è soffermato ad esaminare l’etimologia della parola ‘complessità’: “Nella lingua latina, però, la parola ‘complessa’ indica piuttosto l’unione ordinata di aspetti o dimensioni diverse all’interno di una medesima realtà. Per questo la ‘Lumen gentium’ può affermare che la Chiesa è un organismo ben compaginato, nel quale convivono la dimensione umana e quella divina, senza separazione e senza confusione”.
Quindi la Chiesa è composta da uomini e donne: “La prima dimensione è subito percepibile, in quanto la Chiesa è una comunità di uomini e donne che condividono la gioia e la fatica di essere cristiani, con i loro pregi e difetti, annunciando il Vangelo e facendosi segno della presenza di Cristo che ci accompagna nel cammino della vita”.
Però anche questa non è una definizione esatta: “Eppure, tale aspetto che si manifesta anche nell’organizzazione istituzionale, non è sufficiente a descrivere la vera natura della Chiesa, perché essa possiede anche una dimensione divina. Quest’ultima non consiste in una perfezione ideale o in una superiorità spirituale dei suoi membri, ma nel fatto che la Chiesa è generata dal disegno d’amore di Dio sull’umanità, realizzato in Cristo”.
Ecco una definizione di Chiesa nel momento in cui il divino si integra con l’umano: “La Chiesa, perciò, è allo stesso tempo comunità terrena e corpo mistico di Cristo, assemblea visibile e mistero spirituale, realtà presente nella storia e popolo pellegrinante verso il cielo. La dimensione umana e quella divina si integrano armoniosamente, senza che l’una si sovrapponga all’altra; così la Chiesa vive in questo paradosso: è una realtà insieme umana e divina, che accoglie l’uomo peccatore e lo conduce a Dio”.
Quindi la Chiesa è imitazione di Gesù: “Per illuminare tale condizione ecclesiale, la ‘Lumen gentium’ rimanda alla vita di Cristo. Infatti, chi incontrava Gesù lungo le strade della Palestina, faceva esperienza della sua umanità, dei suoi occhi, delle sue mani, del suono della sua voce.
Chi decideva di seguirlo era spinto proprio dall’esperienza del suo sguardo ospitale, dal tocco delle sue mani benedicenti, dalle sue parole di liberazione e di guarigione. Allo stesso tempo, però, andando dietro a quell’Uomo, i discepoli si aprivano all’incontro con Dio. La carne di Cristo, infatti, il suo volto, i suoi gesti e le sue parole manifestano in modo visibile il Dio invisibile”.
E come Gesù anche la Chiesa è umana e divina: “Alla luce della realtà di Gesù, possiamo adesso tornare alla Chiesa: quando la guardiamo da vicino, vi scopriamo una dimensione umana fatta di persone concrete, che a volte manifestano la bellezza del Vangelo e altre volte faticano e sbagliano come tutti. Tuttavia, proprio attraverso i suoi membri e i suoi limitati aspetti terreni, si manifestano la presenza di Cristo e la sua azione di salvezza.
Come diceva Benedetto XVI, non c’è opposizione tra Vangelo e istituzione, anzi, le strutture della Chiesa servono proprio alla ‘realizzazione e concretizzazione del Vangelo nel nostro tempo’. Non esiste una Chiesa ideale e pura, separata dalla terra, ma solo l’unica Chiesa di Cristo, incarnata nella storia”.
Questa è la santità della Chiesa, citando papa Francesco: “In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo la abita e continua a donarsi attraverso la piccolezza e fragilità dei suoi membri. Contemplando questo perenne miracolo che avviene in lei, comprendiamo il ‘metodo di Dio’: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire…
Questo ci rende capaci ancora oggi di edificare la Chiesa: non soltanto organizzando le sue forme visibili, ma costruendo quell’edificio spirituale che è il corpo di Cristo, attraverso la comunione e la carità tra di noi. La carità, infatti, genera costantemente la presenza del Risorto”.
Mentre ieri sera da Castelgandolfo il papa ancora una volta ha invitato ad operare e pregare per la pace: “Pregare per la pace, lavorare per la pace, meno odio. Sempre sta aumentando l’odio nel mondo”, con l’invito a ‘cercare veramente di promuovere il dialogo’ e ‘cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi’.
(Foto: Santa Sede)
Haiti, il documentario che sostiene gli orfani della ‘Maison des Anges’
Estrema povertà, violenza criminale delle gang, calamità naturali: Haiti è questo, ma non solo, perché, sebbene non sia nelle pagine delle maggiori testate internazionali, può contare su una storia gloriosa di emancipazione dallo schiavismo già dai primi anni dell’800. Una storia che può rivivere ancora oggi a partire dal riscatto dei più piccoli, costretti spesso ad affiliarsi alle gang come unica possibilità per sopravvivere. Sono i ‘Figli di Haiti’, documentate dal regista Alessandro Galassi, che il quotidiano ‘Avvenire’ ha deciso di raccontare con un progetto multimediale.
Sono passati 200 anni dal 17 aprile 1825, quando la Francia costrinse gli ex schiavi, che avevano decimato le armate napoleoniche, ad indennizzarla con 150.000.000 franchi; sennò l’isola sarebbe stata invasa di nuovo. Si tratta di un debito che Haiti ha impiegato anni a ripagare e che ne ha minato già dal principio lo sviluppo con conseguenze che ancora scontano i suoi abitanti.
Il docufilm è stato ideato per un sostegno concreto all’orfanatrofio ‘Maison des Anges’ che, dopo aver subito violenza da parte delle gang locali, è stato costretto a fuggire nel dipartimento lungo il fiume Artibonite per continuare a garantire un impegno di ospitalità e istruzione ai bambini orfani, come racconta il regista Alessandro Galassi: “Haiti è il simbolo della periferia del mondo, che lo scorso anno ha celebrato 200 anni dal debito che il Paese ha pagato alla Francia per avere la libertà. Oggi il Paese è completamente in mano alle gang, create dalle élite per proteggersi; è anche un hub strategico per il traffico di droga e organi dalla Colombia agli Stati Uniti”
Il regista ha percorso le strade delle periferie più pericolose nel mondo, dal Messico all’Afghanistan, prima di arrivare nell’isola caraibica: “Haiti è tra le realtà più pericolose che abbia incontrato fino ad ora perché mancano regole e anche l’ingresso per i reporter è complicato perché non ci sono limiti, le gang lasciano il paese in un totale stato di ingovernabilità. Di notte non è possibile uscire, ci sono proiettili vaganti e tutt’intorno c’è una situazione di povertà estrema, gli sfollati occupano ogni spazio possibile per sfuggire alla violenza e vivono senza nessun tipo di aiuto umanitario”.
Perchè un docufilm sui giovani di Haiti?
“Il docufilm non è esattamente un lavoro ‘sui giovani di Haiti’. E’ piuttosto un film sulla speranza. Ed i giovani, oggi, sono il territorio privilegiato in cui la speranza prova a sopravvivere. Per questo, insieme ad Avvenire, abbiamo scelto loro come chiave di racconto di un Paese complesso, ferito, ma ancora vivo. I giovani non rappresentano soltanto il futuro: sono il presente che, faticosamente, cerca uno spazio di respiro e di vita alternativo all’unico che sembra possibile, all’unica opzione che spesso viene loro proposta: entrare a far parte delle gang”.
Come è nata la sceneggiatura del docufilm?
“Non lavoro mai su una sceneggiatura rigida. Nel documentario, soprattutto in un progetto come questo, si lavora piuttosto sul contesto storico, politico e sociale. In questo caso è stato in parte più semplice, perché Avvenire, attraverso la campagna ‘Figli di Haiti’, segue e racconta da tempo la situazione del Paese. Il film nasce anche grazie alla preziosa collaborazione di Lucia Capuzzi, inviata del quotidiano, che ad Haiti è stata molte volte e che ha portato una conoscenza profonda del territorio e delle sue contraddizioni”.
Quale situazione ha trovato ad Haiti?
“Quello che ho trovato, è stato peggiore di quanto immaginassi. Una situazione segnata da un collasso quasi totale: della sicurezza interna, delle prospettive politiche, della presenza della comunità internazionale. Tutto questo ha permesso ad Haiti di diventare, consapevolmente o meno, una terra di nessuno, dove le gang comandano con la forza. Di fatto il Paese si è trasformato in un hub del contrabbando di armi, droga e organi. Ho vissuto Haiti come uno spazio di futuro distopico che ci aspetta se non saremo capaci di tornare indietro, di fare comunità: la sicurezza delegata ad agenzie private, i cittadini costretti a unirsi per difendersi da soli, a costruire cancelli, a chiudere strade, a privatizzare la paura. E’ una dinamica che racconto nella parte finale del film”.
In quale modo Haiti può essere un grande Paese?
“Eppure Haiti può essere un grande Paese. E’ il luogo in cui l’uomo ha conquistato la libertà: il primo Stato al mondo nato da una rivolta di schiavi che hanno scelto la vita. Da una terra con una storia così potente, in un contesto umano e naturale così straordinario, capace di tanta sofferenza, ci si può attendere solo una grande lezione”.
Cosa chiedono i giovani haitiani?
“I giovani che ho incontrato chiedono pochissimo. Come raccontano i ragazzi della scuola occupata, chiedono semplicemente di poter vivere la propria vita. Opportunità, dignità, speranza. Chiedono di non essere obbligati a scegliere la morte per vivere, di non dover entrare in una gang per sfamare i propri figli”.
Quale è l’opera della Chiesa a favore della gioventù haitiana?
“Non conosco nel dettaglio tutta l’opera della Chiesa nel Paese, ma so che oggi molte delle poche realtà rimaste attive sono quelle delle congregazioni religiose e della Caritas. Io ho incontrato, in uno dei quartieri più difficili di Port-au-Prince, suor Paesie, missionaria francese che attraverso un orfanotrofio e scuole prova a restituire futuro ai bambini. Conosco invece molto bene il lavoro di Avvenire: la campagna ‘Figli di Haiti’, che per tutto il 2025 ha raccontato una guerra dimenticata attraverso reportage, podcast e questo docufilm. Nella convinzione che il primo, indispensabile passo sia la conoscenza. Perché dare visibilità a ciò che viene rimosso è, oggi, un dovere giornalistico e umano necessario”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai seminaristi: il soprannaturale non è fuga dalla realtà
“Il seminario è sempre un segno di speranza per la Chiesa; perciò riunirmi con voi (sia con quanti state percorrendo questa tappa sia con quanti avete la responsabilità di accompagnarla) è per me motivo di vera gioia. Potrei parlare di molti aspetti importanti per la vostra formazione, sui quali ho già avuto modo di scrivere nella lettera che ho inviato al Seminario di San Carlos e San Marcelo a Trujillo, in Perù (istituzione di cui ho fatto parte per diversi anni) e che vi incoraggio a leggere quando ne avrete l’occasione”: oggi, dopo gli esercizi spirituali, papa Leone XIV ha incontrato le comunità di quattro seminari spagnoli, esortando ad ‘avere una prospettiva soprannaturale sulla realtà’.
Però nell’incontro di questa mattina il papa si è concentrato sullo ‘sguardo soprannaturale’, riprendendo una frase dello scrittore Chesterton: “Ma oggi vorrei concentrarmi su una cosa che sostiene silenziosamente tutto il resto e che, proprio per questo, corre il rischio di essere data per scontata senza essere coltivata: l’avere uno sguardo soprannaturale della realtà.
C’è una frase dell’autore Chesterton che può servire da chiave di lettura di tutto quello che vorrei condividere con voi: ‘Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale’. L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in sé stesso, ma in rapporto vivo con Dio”.
Quindi se si esclude questo rapporto con Dio inizia il disordine: “Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro. L’innaturale non è solo ciò che è scandaloso, basta vivere prescindendo da Dio nel quotidiano, lasciandolo al margine dei criteri e delle decisioni con cui si affronta l’esistenza”.
Questo rapporto con Dio deve essere evidente soprattutto nel cammino sacerdotale: “E, se questo è vero per ogni cristiano, lo è in modo particolarmente serio nel cammino di formazione verso il sacerdozio. Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un seminarista o di un sacerdote che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio. Perciò, in definitiva, tutto inizia (e torna sempre) al rapporto vivo e concreto con Colui che ci ha scelti senza alcun merito nostro”.
Però il soprannaturale non è fuga dalla realtà: “Avere una visione soprannaturale non significa sfuggire dalla realtà, ma imparare a riconoscere l’azione di Dio negli eventi concreti di ogni giorno; uno sguardo che non si improvvisa né si delega, ma che si apprende e si esercita nelle circostanze ordinarie della vita. Proprio per questo, se la visione soprannaturale è così decisiva per la vita cristiana, a maggior ragione lo è per chi agirà in persona Christi , e merita di essere custodita con particolare attenzione già dalla fase formativa, perché è il principio che dà unità a tutto il resto”.
Uno sguardo sulla realtà da credente: “Questo sguardo credente della realtà deve tradursi ogni giorno in opzioni concrete di vita; altrimenti, anche le pratiche intrinsecamente buone (come lo studio, la preghiera, la vita comunitaria) possono svuotarsi interiormente e snaturarsi, diventando mero compimento. Un modo semplice e comprovato per custodire questo sguardo è esercitarsi nella pratica della presenza di Dio, che mantiene il cuore sveglio e la vita costantemente riferita a Lui”.
Quindi la formazione del seminarista consiste nel rimanere con Gesù: “In definitiva, lo sguardo soprannaturale nasce dall’aspetto più semplice e decisivo della vocazione: stare con il Maestro. Gesù ha chiamato coloro che ha scelto affinché ‘stessero con Lui’. E’ questo il fondamento di ogni formazione sacerdotale, rimanere con Lui e lasciarsi formare dal di dentro; vedere Dio agire e riconoscere come Lui opera nella propria vita e in quella del suo popolo”.
Però il papa ha sottolineato che le ‘tecniche’ non possono sostituire lo Spirito Santo: “Perciò, sebbene i mezzi umani, la psicologia e gli strumenti formativi siano preziosi e necessari, non possono sostituire tale rapporto. Il vero protagonista di questo cammino è lo Spirito Santo, che configura il cuore, insegna a corrispondere alla grazia e prepara una vita feconda al servizio della Chiesa. Tutto inizia ora, nelle cose ordinarie di ogni giorno, dove ognuno decide se rimanere con il Signore o cerca di sostenersi da solo con le proprie forze”.
(Foto: Santa Sede)
Esercizi Spirituali: compito della Chiesa è glorificare Dio
“San Bernardo scrisse un trattato dedicato proprio a ‘La Considerazione’. Fu un best-seller, che godette di una diffusione più ampia di qualsiasi altra sua opera. Ciò può sembrare strano, poiché il testo è in sostanza una lettera indirizzata a un uomo specifico in una posizione unica. Bernardo lo scrisse per un confratello, un monaco italiano di nome Bernardo dei Paganelli che, già sacerdote della chiesa di Pisa, entra a Clairvaux nel 1138”: san Bernardo ed i suoi suggerimenti sulle qualità dei collaboratori di cui circondarsi sono stati al centro della decima meditazione tenuta da mons. Erik Varden questa mattina per gli Esercizi Spirituali di Quaresima, predicati al papa ed alla curia, soffermandosi su un trattato di san Bernardo dal titolo ‘Sulla considerazione’.
Ed ha spiegato cosa tratta tale libro: “La considerazione cerca la verità negli affari umani contingenti, dove può essere difficile scorgerla. Può essere definita come ‘il pensiero interamente proteso, oppure la tensione dell’animo, alla ricerca della verità’. Considerando i problemi della Chiesa, Bernardo non offre rimedi istituzionali, consiglia piuttosto ad Eugenio di circondarsi di persone buone: meglio sono gestiti gli uffici centrali della Chiesa, maggiore sarà il beneficio per la Chiesa in tutto il mondo”.
In base all’applicazione di tali principi si potrà comprendere la missione della Chiesa: “Nella misura in cui la Chiesa opera in questi termini, rifletterà l’organizzazione delle gerarchie angeliche. Chiunque la consideri allora vedrà subito la sua missione principale: quella di dare gloria a Dio…
Bernardo si chiede: che cos’è Dio? Volontà onnipotente, virtù benevola, ragione immutabile. Dio è ‘somma beatitudine’ che, per amore, desidera condividere con noi la sua divinità. Ci ha creati per desiderarlo, ci dilata per riceverlo, ci giustifica per meritarlo. Egli ci guida nella giustizia, ci plasma nella benevolenza, ci illumina con la conoscenza, ci preserva per l’immortalità”.
Soprattutto di tali cose debbono avere cura i sacerdoti: “Di qualunque altra cosa i prelati debbano occuparsi, e sono molte, queste realtà devono essere considerate prima. In tal modo anche la loro considerazione delle questioni pratiche sarà illuminata, ordinata, benedetta e feconda. Un prelato, secondo Bernardo, deve essere dotato di principi, deve essere santo e austero, ma dovrebbe anche essere amico dello Sposo e gioire nel condividere quell’amicizia con gli altri”.
Ed ecco il riferimento conclusivo a sant’Agostino: “Agostino descrive spesso l’ufficio episcopale come una sarcina, il fagotto del legionario. E’ un’immagine un po’ brutale, concepita da chi conosceva la desolazione e la paura delle campagne nel deserto nordafricano. Agostino continua, tuttavia, ad improvvisare sul tema da lui stesso impostato.
Sebbene il fardello pastorale abbia un aspetto spaventoso, è spaventoso solo se non riusciamo a notare chi ci mette il fardello sulle spalle. Poiché non è altro che una partecipazione al dolce giogo di Cristo stesso, che ci fa scoprire che la croce affidataci è luminosa e leggera e che poterla condividere è motivo di gioia”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese ha tracciato l’identikit dei cistercensi: “L’identità del movimento cistercense è forgiata nell’interfaccia tra l’ideale e il concreto, il poetico e il pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”.
Insomma una idealità che diventa realtà: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua inclinazione a elaborare nella mente una linea di condotta, seguita poi in modo un po’ drastico. Era naturale per lui mirare in alto. Un tratto intransigente non lo abbandonò mai, ma si addolcì nel tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare: ha trasformato l’idealista in un realista”.
Da qui la scoperta della misericordia di Dio: “Bernardo apprese quali meraviglie può compiere la misericordia di Dio in Gesù. Questo diede alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è fondamentale per lui. Ha un ampio spettro di significati, mostrando che la grazia ci muove come esseri incarnati, lasciando che i nostri sensi percepiscano Dio. Ma Bernardo considerava Gesù, l’incarnazione della verità, nientemeno che un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni rigorosamente alla luce di Gesù”.
Insomma la vita deve essere illuminata da Dio: “Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato”.
Questa intuizione lo conduce a ‘scoprire’ la realtà dell’amore di Gesù: “Tale è il realismo al quale Bernardo è giunto nella sua maturazione. Ciò gli ha permesso di diventare non solo un grande riformatore, un oratore senza pari, un capo della Chiesa: la conoscenza della realtà assoluta dell’amore di Cristo e del suo potere di cambiare ogni cosa, ha fatto di Bernardo un dottore e un santo. Ed è per questo che lo amiamo e lo onoriamo”.
Esercizi spirituali: attenzione all’orgoglio
“Le cadute possono renderci umili quando siamo gonfi d’orgoglio. Possono mostrare il potere salvifico di Dio. Possono diventare pietre miliari di un personale cammino di salvezza, da ricordare con gratitudine”: con queste parole nella sesta meditazione di Quaresima, questa mattina, mons. Erik Varden si è soffermato sulle cadute che possono diventare necessarie nel ‘cammino di salvezza’ o trascinare in una scia di distruzione e rovina.
Riprendendo l’inizio del salmo 90 (‘Mille cadranno al tuo fianco, diecimila alla tua destra’) il vescovo di Trondheim ha evidenziato anche che le cadute possono avere conseguenze pesanti: “Eppure non possiamo essere ingenui. Non tutte le cadute finiscono in esultanza. Ci sono cadute che odorano di inferno, e trascinano il colpevole in una scia di distruzione e rovina. Questa scia è spesso ampia e lunga, e travolge molti innocenti”.
Per questo ha sottolineato che le ferite più dolorose sono quelle nate all’interno della Chiesa: “Nulla ha danneggiato più tragicamente la Chiesa, nulla ha compromesso di più la nostra testimonianza che la corruzione cresciuta all’interno della nostra stessa casa. La crisi più terribile della Chiesa è stata provocata non dall’opposizione del mondo, ma dalla corruzione ecclesiastica. Le ferite inflitte richiederanno tempo per guarire. Chiedono giustizia e lacrime”.
Però è difficile trovare gli errori: “Di fronte alla corruzione, soprattutto quando si tratta di abusi, si è tentati di cercare una radice malata. Ci aspettiamo di trovare campanelli d’allarme precoci che sono stati ignorati: qualche errore di discernimento, un modello originario di devianza. Talvolta queste tracce esistono e abbiamo ragione di rimproverarci per non averle riconosciute in tempo. Non sempre però le troviamo”.
Insomma il bene si confonde spesso con il male: “Possiamo riconoscere il bene grande e gioioso che spesso si manifestava agli inizi di comunità oggi associate allo scandalo. Non possiamo presumere che ci sia stata fin dall’inizio un’ipocrisia strutturale, e che i fondatori si siano presentati cinicamente come sepolcri imbiancati. A volte troviamo segni di vera ispirazione, persino tracce di santità. Come possiamo spiegare la compresenza di sviluppi buoni e sviluppi deformati? Una mentalità secolare per lo più si arrenderà: di fronte a una calamità, designa mostri e vittime”.
Per questo il predicatore ha riconosciuto che ci sono strumenti efficaci, ritornando al verso del Salmo 90: “Fortunatamente la Chiesa possiede, quando si ricorda di usarli, strumenti più raffinati e più efficaci. Dove gli uomini perseguono sforzi nobili, ci ricorda Bernardo, gli attacchi nemici saranno feroci. Osserva: ‘i membri spirituali della stessa Chiesa sono attaccati con molto maggiore asprezza rispetto a quelli carnali’.
Pensa che sia proprio questo che il Salmo ‘Qui habitat’ intende con il suo linguaggio di ‘sinistra’ e ‘destra’: la sinistra sta per la nostra natura carnale, la destra per la nostra natura spirituale. Le vittime sono più numerose a destra perché è lì che, sul campo di battaglia spirituale, vengono usate le armi più letali”.
Però la responsabilità è anche di uomini e donne: “Pur prendendo sul serio il regno demoniaco, Bernardo non attribuisce tutte le malattie spirituali a dei cattivi con corna e forconi. Ritiene gli uomini e le donne responsabili dell’uso che fanno della loro libertà sovrana. Il suo punto è che la natura umana è una sola. Se iniziamo ad andare in profondità nella nostra natura spirituale, anche altre profondità sono messe a nudo. Dovremo affrontare la fame esistenziale, la vulnerabilità, il desiderio di conforto: esperienze che possono assumere la forma di un assalto”.
Per questo lo sviluppo fisico deve essere accompagnato dallo sviluppo spirituale: “Il progresso nella vita spirituale richiede una configurazione del nostro ‘io’ fisico ed affettivo in sintonia con la maturazione contemplativa, altrimenti c’è il rischio che l’esposizione spirituale cerchi degli sfoghi fisici o affettivi; e che tali sfoghi siano razionalizzati come se fossero, in qualche modo, essi stessi ‘spirituali’, di un ordine superiore rispetto ai misfatti dei comuni mortali”.
Quindi un maestro spirituale dovrà essere riconosciuto in tutti gli aspetti di vita: “L’integrità di un maestro spirituale si manifesterà nella sua conversazione e nel suo insegnamento, ma non solo; sarà evidenziata anche nelle sue abitudini online, nel suo comportamento a tavola e al bar, nella sua libertà dall’adulazione altrui”.
Ecco il motivo per cui la vita spirituale completa l’esistenza: “La vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza. E’ la sua anima. Dobbiamo guardarci da ogni dualismo, ricordando sempre che il Verbo si è fatto carne affinché la nostra carne fosse intrisa di Logos. Occorre vigilare tanto sulla sinistra quanto sulla destra, e fare attenzione (insiste Bernardo su questo punto) a non confondere l’una con l’altra. Dobbiamo imparare a essere ugualmente a nostro agio nella nostra natura carnale e spirituale, in modo che Cristo, il nostro Maestro, possa regnare pacificamente in entrambe”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese aveva sottolineato il bisogno dell’equilibrio: “Dobbiamo coltivare il giusto equilibrio tra la fiducia nell’aiuto di Dio e la diffidenza verso la nostra fragilità, temendo le tentazioni e accettandone l’inevitabilità, ricordando che Dio ci sottopone ad esse perché sono utili”.
Sono utili in quanto permettono un impegno nella testimonianza della verità: “Resistendo alle frecce scagliate dal Padre della Menzogna, il nostro impegno verso la verità si rafforzerà, così come la nostra fiducia in essa. Allontanati dalla falsità che ci indebolisce, saremo in grado di convertirci per confermare i nostri fratelli”.
In questo senso l’ambizione è in contrasto con la verità: “Bernardo vede l’ambizione come negazione della verità. L’ambizione è una forma non molto sottile di cupidigia. Nel descrivere questo vizio, Bernardo, sempre eloquente, supera sé stesso… L’ambizione, dice, nasce da una ‘alienazione della mente’. E’ una follia che si manifesta quando si dimentica la verità. Il fatto che l’ambizione sia una forma di squilibrio mentale la rende ridicola in qualsiasi sua manifestazione, ma soprattutto quando si evidenzia in persone dedite per vocazione al servizio per gli altri”.
Il Rock Cristiano (live) di Nando Bonini: “Tutto per amore di Dio”
In occasione dell’uscita il 14 febbraio del CD dal vivo Tutto per amore di Dio, una raccolta dei brani più significativi dei vari musical e recital scritti negli ultimi anni, inizia a marzo il tour per l’Italia del chitarrista, compositore e produttore Nando Bonini. Il nuovo lavoro del musicista che ha alle spalle una lunga collaborazione con Vasco Rossi (dal 1993 al 2005) ed altri importanti artisti italiani, si compone di 14 tracce per la durata complessiva di un’ora e 5 minuti ed è la registrazione del concerto che porterà in varie città d’Italia nei prossimi mesi.
I brani sono eseguiti dallo stesso Bonini (chitarre/voce) e da musicisti di solida esperienza come Marco Maggi (tastiere), Mario Schmidt (basso) e Andy Ferrera (batteria), che condividono i progetti del rocker lombardo senza timore di testimoniare in musica la Fede cattolica. Ai tre componenti della band si aggiungono sul palco il cantante e attore Alessio Contini e la lettrice Marina Bonalberti.
Nando Bonini, che tra i suoi numerosi progetti ha anche firmato album hard rock o progressive come ad esempio il suo ultimo lavoro in studio intitolato The Knights of the Last Days (Videoradio Channel Edizioni Musicali, Alessandria2025), una sorta di concept album ispirato all’Apocalisse di san Giovanni (6,1-8), oltre alla lunga collaborazione con Vasco Rossi (quasi 13 anni), ha alle spalle significative esperienze con altri noti artisti come Edoardo Bennato, Alberto Fortis, i Righeira e gli Skiantos.
Poi, durante una tournée con Vasco Rossi visse una straordinaria illuminazione che lo ha portato ad abbracciare la Fede, tanto da diventare terziario francescano. Significativo da quest’ultimo punto di vista è il brano incluso nel live intitolato Tanto è il bene che mi aspetto, che riprende il noto passaggio dell’omelia che nel 1213 san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226) rivolse al conte Orlando di Chiusi della Verna: «Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto».
Nella track list del CD segnaliamo in particolare le canzoni mariane come Madonna cara e C’eri tu sotto la Croce e il brano che dà il titolo all’album e al concerto dal titolo Tutto per amore di Dio. Per contatti (informazioni e/o richiesta del concerto) ci si può rivolgere alla casa di produzione musicale “Lux Mundi” (luxmundi02@gmail.com) e consultare il sito www.nandobonini.it. Il CD Tutto per amore di Dio, invece, può essere ordinato scrivendo a info@nandobonini.it (euro 13,50).
Vittorio Bachelet: servizio allo Stato ed alla Chiesa
“Abbiamo vissuto queste due giornate molto belle e intense di questo nostro convegno così denso di riflessioni e di esperienze che ci hanno aiutato ad iniziare nel modo migliore questo centenario (verso la XIX Assemblea nazionale e il 160° dell’AC). Abbiamo voluto immaginare questa occasione come un itinerario della memoria, nella tradizione di questi nostri appuntamenti pensati dall’Istituto a cui l’associazione ha specificamente affidato questo compito della memoria, proponendo di anno in anno occasioni di riflessione e di discussione su temi che hanno sempre intrecciato sapientemente temi che ci permettono di approfondire l’eredità di Vittorio Bachelet nei suoi diversi ambiti di impegno e servizio con le questioni emergenti dall’attualità secondo quello stile di approfondimento e valutazione critica cui lo stesso Bachelet, cresciuto alla scuola del Concilio ci ha educato, mostrandoci in diversi modi quell’esigente esercizio di lettura dei segni dei tempi”: con i ringraziamenti del presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, prof. Giuseppe Notarstefano si è concluso alla ‘Domus Mariae’ di Roma il XLVI Convegno Bachelet, ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”, assassinato dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980 all’Università La Sapienza di Roma.
Nella giornata conclusiva la prof.ssa Maria Grazia Vergari, docente invitata alla Pontificia Università di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’ di Roma e già vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il settore Adulti, ha ricordato ‘lo sguardo attuale, lucido, libero ed ecclesiale di Bachelet’ nell’attuare il Concilio Vaticano II all’interno dell’Azione cattolica, perché invitava a “stare dentro la storia e dentro le sfide antropologiche dell’uomo e a ritrovare il coraggio dell’identità, riconoscendo i tempi di crisi, ma sapendo stare in mezzo alla gente e interpretare le domande del presente…
Oggi la sfida è già associarsi, costruire ponti e occasioni di dialogo, recuperare la cura dei legami intergenerazionali. Bachelet comprese che l’Ac dovesse rinnovarsi, recuperando un radicamento spirituale”. Figura che ha saputo edificare processi senza eluderne le fatiche, attraverso il coinvolgimento e la partecipazione, Bachelet ha esortato a “mettere al centro al formazione, per rendere i laici testimoni credibili nella società contemporanea, e a custodire l’unità nella pluralità, cercando l’ascolto, il dialogo e la rete”.
Ugualmente Ilaria Vellani, docente di filosofia morale e politica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Emilia Romagna e già direttore dell’Istituto per lo studio dei problemi sociali e politici Vittorio Bachelet, ha illustrato il senso della scelta religiosa dell’Azione cattolica: “E’ un elemento di identità dell’associazione, una delle radici del nostro modo di pensare da sessant’anni a oggi. La scelta religiosa ha implicato la fine del collateralismo tra l’associazione e la politica, ma mai si è abdicato alle responsabilità personali.
Ha permesso di rendere leggera la Chiesa dal potere, cercando di ricondurre alla vita associativa ciò che c’è di essenziale. Bachelet sottolineava con coraggio che la scelta religiosa è nata come il Concilio, dai cambiamenti profonde della società italiana, ed essa ha dato all’associazione una spiritualità che ha trasformato la nostra postura nella Chiesa e nel mondo”.
Tre le sollecitazioni che la scelta religiosa offre a ciascuno e all’Azione cattolica individuate infine dalla docente: “Ci interroga sulla leggerezza di cui la Chiesa ha bisogno e sui pesi che oggi ci impediscono di sentire il cuore pulsante del Vangelo; ci suggerisce di lavorare sul valore della prassi democratica come elemento di formazione, e sulla dimensione di popolarità dell’associazione”.
Infine il prof. Renato Balduzzi, docente ordinario di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico comparato all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha delineato l’impegno civile e istituzionale di Vittorio Bachelet, prendendo a prestito le parole del giurista Leopoldo Elia, (‘Vittorio stette nelle istituzioni servendo lo Stato, attuando la Costituzione’), approfondendo il senso dell’impegno di Bachelet nelle istituzioni, caratterizzato da ‘dialogo e lealtà nel rapporti interpersonali’.
Nella sua attività di attuazione costituzionale, Bachelet “aveva colto la novità delle Costituzioni del secondo Novecento, nelle quali entra per la prima volta anche la società. Il cammino di Bachelet nelle istituzioni è precoce, e dai suoi scritti di giovane studente universitario emergono già i tratti di lucidità di giudizio storico. Poi è stato capace di cogliere i germi del futuro agli esordi dell’integrazione europea. Prestava attenzione alla particolare condizione degli uomini politiche che hanno responsabilità speciali, e per i quali egli invitava con forza a pregare”.
Bachelet è stato un uomo mite: “Dagli scritti e dagli interventi pubblici individuiamo la chiara percezione che aveva del suo compito, e dunque della competenza, e il suo vivere il potere come servizio, nel senso di disinteresse personale. Bachelet ci insegna a operare con mitezza, che non è mai all’arrendevolezza, insieme alla coscienza retta. Ci ricorda di rinnovare l’apertura internazionalistica, tanto più oggi, alla luce della situazione mondiale attuale”.
Al termine degli interventi, l’Istituto Bachelet ha presentato le iniziative di divulgazione sulla figura e la dimensione civile di Vittorio Bachelet, grazie ad un podcast in quattro puntate, scritte dal presidente Matteo Truffelli, da aprile anche su ‘il Chiostro’, il nuovo portale di comunicazione dell’ACI.
Mentre nella prima giornata il vicepresidente del CSM, dott. Fabio Pinelli, ha sottolineato che era l’uomo delle Istituzione ed il figlio Giovanni lo ha ricordato come ‘uomo di grande tenerezza, capace di insegnare con una risata, in un’epoca in cui veniva messo in discussione l’istituto familiare’; ma è stato anche l’uomo della scelta religiosa, come ha ricordato la sua allieva, Rosy Bindi, che prendendo a prestito le parole del card. Martini, lo ha definito ‘martire laico’, perché ‘è morto non in odio al Vangelo, ma per il suo impegno per la Città dell’uomo’, ma dal Vangelo trasse le sue ragioni: “Non voleva che il Vangelo diventasse uno strumento di potere, ma che restasse un insegnamento da cui far scaturire una responsabilità personale, senza coinvolgere la Chiesa, che deve potersi rivolgere a tutti, non solo a quelli che votano un partito”.
Si riconosceva nel riformismo di De Gasperi, anche se fu Aldo Moro il suo riferimento maggiore, anche lui docente all’Università del La Sapienza e morto ucciso dalle Brigate Rosse, come altri due docenti dell’ateneo, Ezio Tarantelli e Massimo d’Antona, secondo il costituzionalista, prof. Stefano Ceccanti: “Quando passiamo per il corridoio si Scienze politiche al piano terra con le aule intitolate a Bachelet, Moro e D’Antona, quando passiamo sotto la lapide al piano rialzato siamo provocati a ragionare sul nostro ruolo educativo, che dalle loro vicende tragiche trae alimento”.
La giornata era stata chiusa dall’emissione da parte del ministero delle Imprese di un francobollo appartenente alla serie tematica ‘i valori sociali’, stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato in rotocalcografia, parte da un bozzetto a cura dell’artista Tiziana Trinca: “Il francobollo riproduce un ritratto di Vittorio Bachelet mentre tiene in mano un volume; sullo sfondo è raffigurata una libreria, a simboleggiare la profonda cultura e il suo stretto legame con il sapere”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
Il presidente della Repubblica Italiana: Vittorio Bachelet uomo del dialogo
“Nel centesimo anniversario della nascita di Vittorio Bachelet, la Repubblica rende omaggio alla sua memoria e al lascito del suo impegno civico e del suo apporto culturale. Vittorio Bachelet, giurista di alto valore, ha saputo coniugare la dedizione per la conoscenza e la ricerca con un’attiva partecipazione sociale e con esperienze di grande impegno dapprima nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana e in seguito nell’Azione Cattolica”: è l’inizio del messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, inviato al convegno dell’Azione Cattolica Italiana per ricordare Vittorio Bachelet a 100 anni dalla nascita, inaugurato oggi a Roma nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza alla presenza del presidente della Repubblica, assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980, dal titolo ‘Bachelet: uomo del presente, costruttore di futuro. L’impegno civile ed ecclesiale di Vittorio: seme di speranza a 100 anni dalla sua nascita”.
Nel messaggio il presidente della Repubblica Italiana ha sottolineato il metodo del presidente dell’Azione Cattolica Italiana: “Quello di Vittorio Bachelet è stato un metodo improntato sul confronto e sulla conciliazione, non facile da attuare negli anni in cui ha operato, contrassegnati da conflittualità e violenze. Ha interpretato i ruoli ricoperti nelle istituzioni e nell’associazionismo in linea con gli ideali di democrazia e pluralismo che lo hanno accompagnato nella sua vita”.
In tutti i ‘ruoli’ a cui è stato chiamato è stato sempre un uomo aperto al dialogo: “Nel dialogo Bachelet ha sempre visto una preziosa fonte di arricchimento collettivo, nonché uno strumento essenziale per la tutela del bene comune. Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha fortemente operato perché fosse l’ordinamento democratico a sconfiggere la minaccia recata dal terrorismo alla convivenza civile del Paese, senza cedimenti a misure straordinarie, facendo leva sui principi costituzionali che reggono la funzione giurisdizionale.
Presidente dell’Azione Cattolica, Bachelet si adoperò per far emergere l’importanza dell’apporto dei laici alle attività della Chiesa, in conformità agli orientamenti del Concilio Vaticano II”.
Infine ha ricordato il vile assassinio delle Brigate Rosse: “Fu vilmente assassinato il 12 febbraio del 1980 all’Università di Roma ‘La Sapienza’, al termine di una lezione, nella preziosa attività di docente con cui aveva formato generazioni di studenti che hanno avuto il privilegio di essere depositari dei suoi insegnamenti, nella convinzione che la cultura fosse mezzo efficace per sconfiggere ogni forma di sopraffazione e protervia. La Repubblica è grata a Vittorio Bachelet per la sua opera e il suo esempio”.
Tali parole sono state riprese dal presidente nazionale di Azione Cattolica, prof. Giuseppe Notarstefano, che ha ringraziato il presidente Mattarella: “La Sua voce autorevole si conferma sempre come un richiamo prezioso al dialogo civile e istituzionale. Lo è ancor di più in questo tempo difficile, attraversato da numerose e differenti tensioni che provocano sempre più spesso polarizzazioni ed alimentano contrapposizioni tra forze sociali che, rifiutando di fatto un possibile pluralismo, si trasformano in fattori di scontro e di divisione all’interno della vita delle società e, nella relazione tra Paesi, sfociano sempre meno di rado nel dramma della guerra”.
Dopo i ringraziamenti ha sottolineato il significato di questo convegno: “Abbiamo pensato questo 46^ Convegno come un itinerario della memoria, un’opportunità per rileggere l’attualità della testimonianza di Vittorio Bachelet in senso globale e integrale. Vogliamo ricordare in primo luogo il suo essere un uomo di fede gioioso che ha abitato il tempo del servizio, sia a livello ecclesiale che politico e sociale, con gratuità e generosità, divenendo sempre un tessitore di legami e amicizie significative”.
Insomma Vittorio Bachelet è stato un credente impegnato: “Non è possibile separare il suo essere credente, impegnato a livello ecclesiale e civile, dal suo essere studioso e docente di discipline giuridiche, e non in ultimo anche uomo delle istituzioni e servitore della Costituzione in una fase delicata della vita della Repubblica”.
Uomo impegnato capace di comprendere la complessità della società: “Nell’intelligenza di una sintesi ricercata sempre in profondità, Vittorio maturò una formidabile consapevolezza della complessità della società contemporanea ed ebbe una visione organica della vita sociale, riconoscendo il valore del dialogo come strumento alto di mediazione e composizione degli inevitabili conflitti che affiorano nella vita democratica, soprattutto di fronte a questioni sfidanti che richiedono anche la necessità di uno studio approfondito oltre che di una ricerca delle ragioni possibili disseminate nelle diverse espressioni e posizioni”.
Una scelta democratica che si è realizzata nella consapevolezza dei ‘doveri’: “L’impegno nelle istituzioni e la partecipazione alla vita civile, per Bachelet, prendono forma dalla serietà nel compiere i propri doveri, dallo studio che fornisce competenze e dal rigore nell’esercizio della propria professione, elementi che si coniugano con l’importanza di riconoscere in ogni contesto il primato della persona e del suo libero esprimersi e associarsi in formazioni sociali”.
Doveri maturati attraverso l’ascolto ed il dialogo: “Ascolto e dialogo diventano così le coordinate irrinunciabili per una vita democratica densa e vitale e disegnano il perimetro di uno spazio pubblico inclusivo in cui la ricerca del Bene Comune assume la forma esigente di un esercizio di riconoscimento delle istanze e dei valori di cui ogni persona è portatrice”.
Quindi memoria ha il significato della gratitudine: “Fare memoria della figura luminosa di Vittorio Bachelet, per l’Azione Cattolica Italiana tutta, vuol dire in particolare rinnovare ed esprimere l’immensa gratitudine verso il processo di rinnovamento da lui guidato con determinazione e mitezza. Una lunga fase di revisione organizzativa e sostanziale, vissuta come tempo di ricezione concreta delle istanze conciliari e che ha restituito la vita associativa, nella sua unitarietà, al primato dell’evangelizzazione, incoraggiando un più intenso impegno educativo e culturale che dona fondamento e forma al servizio, all’edificazione della vita di tutta la comunità cristiana e alla sua testimonianza quotidiana di una vita fraterna”.
Gratitudine soprattutto per la scelta religiosa nella vita democratica: “Con lo statuto del 1969 si compie anche quella scelta democratica che imprime un nuovo dinamismo interno alla vita associativa, incoraggiandola ad essere più generativa e più condivisa allo stesso tempo, divenendo nel tempo una palestra di sinodalità e un laboratorio di vita democratica, tratti ancora oggi fondativi e riconosciuti all’esperienza attuale dell’associazione.
In tale prospettiva si colloca anche la scelta religiosa dell’Azione cattolica in quegli anni, una scelta di cui oggi ci sentiamo pienamente eredi e che riteniamo di una straordinaria attualità: è essa una scelta evangelica di ricerca di ciò che essenziale, che per ogni cristiano si traduce in un esigente lavoro di formazione spirituale e culturale, da condividere dentro l’esperienza di legami comunitari in cui esercitarsi al confronto e alla mediazione, per maturare uno stile di servizio generoso e appassionato nei diversi ambiti della vita ordinaria, senza escluderne nessuno, ma imparando ad abitarli tutti, per vivere con tutti e per tutti”.
Anche il prof. Matteo Truffelli, presidente dell’Istituto ‘Vittorio Bachelet’ ha richiamato la sua eredità civile e spirituale: “n tutte le dimensioni della sua esistenza Bachelet volle e seppesempre farsi portatore di speranza, con coraggio e con mitezza. O, potremmo anche dire, con il coraggio della mitezza. Come ebbe modo di dire il giorno dopo il suo barbaro assassinio l’amico fraterno di una vita”.
Ripetendo una frase di Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro (anche egli trucidato dalle Brigate Rosse, il prof. Truffelli ha evidenziato il suo senso per la democrazia: “In Bachelet, infatti, la mitezza (e il coraggio che la mitezza richiede per essere praticata) si rivela come il modo più adeguato di coltivare il senso autentico della democrazia e difenderne i delicati meccanismi”.
Senso democratico coltivato con mitezza, che non è resa: “Mitezza non come ‘resa’, ma come ricerca costante del confronto, come rifiuto radicale della logica della prepotenza, e dunque come forma di lotta coerente contro ogni arroganza, ogni prevaricazione, ogni violenza. Come espressione, dunque, di responsabilità autentica nei confronti del bene comune. Una responsabilità che Vittorio pensò e visse sempre come responsabilità personale, ma anche come responsabilità collettiva, condivisa da tutte le cittadine e i cittadini”.
Mitezza portata avanti con coraggio: “Ed infine mitezza come forma di coraggio. Il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nelle persone, per avere fiducia nell’umanità, e il coraggio che occorre per credere veramente e fino in fondo nella democrazia, nelle sue forme e nelle sue istituzioni, al punto da mettere in gioco la propria vita, come fece Vittorio”.
Tre parole fondamentali ancora oggi: “Mitezza, coraggio e responsabilità possono essere considerate,dunque, il cuore della lezione civile che Bachelet ci consegna. Così come rappresentano anche, con tutta evidenza, tratti caratteristici del suo operato in tutti questi anni, Signor Presidente”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
“Maria Mediatrice”: ripubblicato il libro del teologo José María Bover accessibile anche al lettore non specialista
Il titolo mariano di Maria Mediatrice accompagna la storia della Chiesa da secoli e affonda le sue radici nella riflessione dei Padri, dei dottori e dei santi. Nel corso dell’età moderna e contemporanea, tale titolo ha ricevuto autorevoli conferme dal Magistero pontificio, da Pio IX a Pio XI, fino all’istituzione, da parte di Benedetto XV, della festa liturgica della Beata Vergine Maria Mediatrice di tutte le Grazie (31 maggio).
Sebbene il Concilio Vaticano II non si sia espresso esplicitamente su questa verità, pur richiesta da circa cinquecento Vescovi, nel capitolo VIII della Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964), dedicato alla Beata Maria Vergine Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa, fra i titoli con i quali Maria è invocata si richiama anche quello di «Mediatrice [il maiuscolo è nel testo originario]», precisando come tale attributo sia da intendersi «in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore» (n. 62).
Nello stesso periodo in cui Leone XIV sta conducendo nelle Udienze generali del mercoledì delle importanti catechesi per spiegare e interpretare nel solco della Tradizione i documenti conciliari, merita di essere segnalata la ripubblicazione di un breve ma significativo saggio del gesuita spagnolo José María Bover Oliver (1877-1954), intitolato appunto Maria Mediatrice (Edizioni Fiducia, Roma 2025, pp. 123, € 12). Tra i teologi che nel XX secolo hanno sostenuto con maggiore profondità il titolo di Maria Mediatrice, infatti, figura questo autorevole mariologo, cofondatore nel 1940 sia dell’Asociación para el fomento de los estudios bíblicos en España (AFEBE) sia della Sociedad Mariológica Española.
Nelle pagine del libro, arricchite da una Prefazione dello storico Roberto de Mattei (pp. 5-8), padre Bover dimostra come la Mediazione universale di Maria sia conseguenza necessaria della sua dignità e del suo ufficio di Madre di Dio, del Redentore e dell’intera Famiglia del Padre Celeste.
Dopo essersi formato alla Pontificia Università Gregoriana, il gesuita ha insegnato Sacra Scrittura per oltre quarant’anni – dal 1912 al 1953 – nella Facoltà teologica del Collegio Máximo di Barcellona e, anche per questo, Pio XII lo nomina nel 1941 membro della Commissione scientifica incaricata di preparare la definizione dogmatica dell’Assunzione della Vergine Maria oltre che consultore della Pontificia Commissione Biblica.
Dopo una vita religiosa esemplare, padre Bover muore santamente a Sant Cugat del Vallès, in Catalogna, lasciando una corposa mole di studi e meditazioni sulla Mediazione e sulla Corredenzione di Maria, approfonditi nello studio dei Padri della Chiesa, nella Sacra Scrittura e nella liturgia. Il piccolo ma denso volume riproposto dalle Edizioni Fiducia costituisce una sintesi esemplare del pensiero del «patriarca dei mariologi spagnoli», il quale dimostra che la Mediazione universale di Maria non sia un’aggiunta accessoria alla fede cattolica, ma una conseguenza necessaria della sua maternità divina. Maria è Mediatrice perché è Madre di Dio, del Redentore e, in Lui, di tutta l’umanità redenta. La cooperazione della Vergine all’opera della redenzione umana e, di conseguenza, la sua mediazione universale comprende tre momenti principali: l’Incarnazione, la Passione del Calvario, la gloria nel cielo. Si tratta di tre fasi che integrano una sola cooperazione, la quale forma, per così dire, nel pensiero di Dio un blocco unico o un’indivisibile unità. Questa, dunque, la tesi di fondo di padre Bover: «Maria cooperò efficacemente e liberamente all’opera della redenzione umana; questa cooperazione nell’economia della grazia contiene in sé la mediazione universale: quindi Maria è Mediatrice universale».
Papa Leone XIV invita a vivere la Parola di Dio in pienezza
“Mi unisco spiritualmente a quanti sono riuniti oggi a Chiclayo, in Perù, per celebrare solennemente la Giornata Mondiale del Malato e affido tutti, in particolare i malati e le loro famiglie, alla materna protezione della Beata Vergine Maria. Sotto la sua protezione affido anche le vittime e quanti sono stati colpiti dalle gravi inondazioni in Colombia, ed esorto l’intera comunità a sostenere con la carità e la preghiera le famiglie colpite”: concludendo l’udienza generale papa Leone XIV ha ricordato che la giornata mondiale del malato è celebrata presso nel Santuario di Nuestra Señora de la Paz, a Chiclayo con l’inviato papale, card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale”.
Mentre a conclusione dell’udienza generale ha pregato davanti alla grotta di Lourdes nel Giardini vaticani: “Al termine dell’Udienza mi recherò alla grotta di Lourdes nei Giardini vaticani e accenderò un cero, segno della mia preghiera per tutti gli ammalati, che oggi, Giornata Mondiale del Malato, ricordiamo con particolare affetto. A tutti la mia benedizione!”.
Ritornando all’udienza generale il papa ha continuato la catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’: “Nella catechesi odierna ci soffermeremo sul legame profondo e vitale che esiste tra la Parola di Dio e la Chiesa, legame espresso dalla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’, al capitolo sesto. La Chiesa è il luogo proprio della Sacra Scrittura. Sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, la Bibbia è nata dal popolo di Dio e al popolo di Dio è destinata. Nella comunità cristiana essa ha, per così dire, il suo habitat: nella vita e nella fede della Chiesa trova infatti lo spazio in cui rivelare il proprio significato e manifestare la propria forza”.
Riprendendo il magistero conciliare il papa ha sottolineato la necessità di riflettere sulla Sacra Scrittura: “La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle Sacre Scritture. Dopo il Concilio, un momento molto importante al riguardo è stata l’Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema ‘La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa’, nell’ottobre 2008… Nella comunità ecclesiale la Scrittura trova dunque l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio”.
Infatti san Girolamo affermava che ‘l’ignoranza della Scrittura è ignoranza di Cristo’: “Questa celebre espressione di san Girolamo ci ricorda lo scopo ultimo della lettura e della meditazione della Scrittura: conoscere Cristo e, attraverso di Lui, entrare in rapporto con Dio, rapporto che può essere inteso come una conversazione, un dialogo. E la Costituzione ‘Dei Verbum’ ci ha presentato la Rivelazione proprio come un dialogo, nel quale Dio parla agli uomini come ad amici. Questo avviene quando leggiamo la Bibbia in atteggiamento interiore di preghiera: allora Dio ci viene incontro ed entra in conversazione con noi”.
Ed ha evidenziato l’importanza della Scrittura nella Chiesa: “La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: infatti, con la sua efficacia e potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana. Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti. L’amore per le Sacre Scritture e la familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola: vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la sua anima”.
Questa Parola di Dio apre alla missione: “Ciò che la Chiesa ardentemente desidera è che la Parola di Dio possa raggiungere ogni suo membro e nutrirne il cammino di fede. Ma la Parola di Dio spinge la Chiesa anche al di là di sé stessa, la apre continuamente alla missione verso tutti. Infatti, viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste sono vuote! A volte ascoltiamo anche parole sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo. La Parola di Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla nostra vita. Essa è l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze.
E’ stato un invito a ‘vivere’ questa Parola in pienezza: “Carissimi, vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è totalmente relativa a Gesù Cristo, e si sperimenta che questa è la ragione profonda del suo valore e della sua potenza. Cristo è la Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva, per ognuno di noi e per l’intera umanità. Apriamo dunque il cuore e la mente ad accogliere questo dono, alla scuola di Maria, Madre della Chiesa”.





























