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Esce ‘Il mio cuore canta’: la straordinaria storia di riscatto e fede di Roberto Bignoli, la voce della sigla mondiale di Radio Maria
Arriva su Amazon ‘Il mio cuore canta: Medjugorje e la musica di Dio’, il libro autobiografico che ripercorre l’incredibile parabola umana e artistica di Roberto Bignoli, cantautore di fama internazionale scomparso il 13 marzo 2018.
Dalla drammatica infanzia segnata dalla poliomielite alla periferia milanese, passando per le prime esperienze nel rock, il carcere e l’emarginazione, fino ai grandi palchi al fianco di big della musica italiana . La vita di Bignoli è stata un percorso tortuoso, stravolto e rinato nel 1984 grazie a un incontro profondo con il ‘mistero di Medjugorje’.
Da quel momento, l’artista ha scelto di mettere il proprio talento interamente al servizio della christian music, diventando un punto di riferimento globale del genere. La sua celebre ‘Ballata per Maria’ è tuttora la sigla mondiale di Radio Maria, emittente che accompagna quotidianamente milioni di ascoltatori in tutto il globo. Nel corso della sua trentennale carriera, Bignoli ha pubblicato dodici album e conquistato per ben cinque volte l’Unity Award, il prestigioso Grammy statunitense della musica cristiana.
Il volume si presenta come una potente testimonianza di speranza, una “scommessa del cuore” che dimostra come nessuna caduta sia definitiva e come la fede possa trasformare la disabilità e la sofferenza in uno strumento di bellezza universale. Il libro ‘Il mio cuore canta: Medjugorje e la musica di Dio’ (disponibile su Amazon al link: https://amzn.eu/d/0bw4n4Le) è acquistabile anche tramite Carta Cultura Giovani, Carta del Merito e Carta del Docente. Info: mailing@ml.robertobignoli.it
XV Domenica del Tempo Ordinario: Dio è il divino seminatore
Il Vangelo riporta i discorsi di Gesù espressi in parabole: discorsi semplici che possono capire quanti hanno buona volontà di intendere il messaggio espresso dal Maestro divino. Questa è l’unica parabola della quale Gesù stesso dà la sua spiegazione agli Apostoli. Il momento era particolare: c’era infatti gente che lo ascoltava volentieri e con interesse, c’erano scribi e farisei che cercavano motivi per accusarlo e metterlo a tacere per sempre. La parabola è il linguaggio più geniale e rifinito per esprimere verità di alta levatura morale e religiosa.
Gesù prendeva esempi dalla vita agricola, dalla pastorizia: cose note e comprensibili a tutti per esprimere valori trascendenti che riguardavano Dio e il rapporto uomo-Dio. Il vangelo di oggi è la parabola del seminatore: il seme è la parola di Dio all’uomo. Gli elementi essenziali della parabola sono tre: a) il seme, b) il seminatore, c) il terreno che accoglie il seme. 1) Il SEME: il seme è la parola di Dio che viene proclamata; una parola viva, efficace che si può paragonare alla pioggia che cade dal cielo. La pioggia, evidenzia il profeta Isaia, scende dal cielo, irrora la terra e non ritorna (evapora) senza averla fecondata e fatta germogliare.
2) IL SEMINATORE: il seminatore è Dio o chi parla in nome di Dio. Questi sparge il seme (sempre ottimo perché è parola di Dio), ma questo può finire in mezzo alla strada (allora non produce frutto e viene divorato dagli uccelli del cielo); o può finire in un terreno sassoso (se arriva a spuntare viene presto bruciato dai raggi del sole e muore). Il seme può finire in un terreno ricolmo di spine (questo se arriva a germogliare, presto sarà soffocato dalle spine); il seme può infine finire su buon terreno ed allora produce frutto in grande abbondanza.
3) I VARI TERRENI: I vari terreni corrispondono a coloro che ascoltano il messaggio o Parola di Dio. Non basta che Dio parli, Dio rispetta la libertà dell’uomo, è necessario perciò recepire questa parola, accoglierla, meditarla nel cuore, assaporare questo messaggio perché possa incidere nella vita ed avviare l’ascoltatore verso la conversione. Ai vari terreni corrispondono i vari tipi di ascoltatori, o le diverse situazioni in cui si trova l’ascoltatore quando Dio rivolge a lui la sua parola, il suo seme: tante volte l’ascoltatore accampa pretesti o attesta di non avere capito, di non avere sentito.
Dio nella sua misericordia ed amore, conoscendo la debolezza e fragilità dell’uomo, continua a seminare e l’uomo purtroppo finge, si commuove ma non assimila. Ed il seme non produce. Gesù stesso dà la spiegazione della parabola: il seme sull’asfalto corrisponde a quegli uomini che ascoltano, si commuovono, ma l’entusiasmo è solo superficiale e le parole non vengono assaporate, non mettono radice nel cuore. Il seme che finisce sul terreno spinoso si ha quando si ascolta con interesse ma nel cuore sono radicate molte preoccupazioni solo materiali; seduzioni che provengono dalle ricchezze o dai piaceri : cose queste che mettono a tacere il messaggio divino.
Non si ha il coraggio di estirpare le erbe cattive, stupide e passeggere perché trionfi solo l’amore verso Dio e i fratelli: il piacere prevale sull’amore. Il seme che finisce sul terreno sassoso raffigura l’uomo che accoglie la parola di dio con entusiasmo ma presto questo seme è soffocato da sassi e macigni e il seme non può mettere radici profonde: alle prime difficoltà, tutto finisce. Il seme infine che finisce sul buon terreno raffigura il cuore ben preparato ad ascoltare, ad assaporare il messaggio divino e a trasformare l’uomo anche a costo di veri sacrifici. Allora si opera la conversione, ci si scopre veri figli di Dio e trionfa l’amore.
Con la parabola Gesù ci invita a riflettere: a quale tipo di terreno apparteniamo? Beati noi se siamo quel terreno buono capace di produrre frutti al 30, al 60 o al 100 per cento. Il vero cristiano ha sete della parola di Dio, recepisce il seme e lo assapora. Purtroppo la cosiddetta sapienza mondana rende la mente ottusa ed indurisce il cuore. Più si è ignoranti ed ottusi di mente, più si è restii ad ascoltare e ad accogliere la parola di Dio. Il seminatore (Dio e la Chiesa) semina sempre ed ovunque a pieni mani e con fiducia; carente purtroppo si rivela la disponibilità ad accogliere questo seme perché prevale l’egoismo, l’individualismo, il disinteresse e l’incostanza.
Amici carissimi, la vita è un viaggio, è tempo di risvegliarci, prendere coscienza che siamo figli di Dio, chiamati ad assaporare il messaggio del Padre, che è invito alla salvezza eterna. Dio vuole tutti salvi ma ‘qui creavit te sine te, non salvabit te sine te’. Dio rispetta la libertà di ciascuno e salva chi si vuole veramente salvare. Fai la tua scelta migliore!
Papa Leone XIV agli universitari: costruiamo un mondo nuovo
“Ho voluto cominciare questa visita stamattina qui nella Cappella, in questa bella chiesa, punto di incontro con il Signore. Perché innanzitutto questa mia visita stamattina è una visita pastorale: conoscere un po’ l’Università, conoscere voi, poter salutare e condividere un breve momento nella fede. Chi ricerca, chi studia, chi cerca la verità, alla fine cerca Dio, incontrerà Dio, troverà Dio precisamente nella bellezza della creazione, in tante forme in cui Dio ha voluto mettere la sua impronta, in tutto quello che siamo noi, soprattutto come figli e figlie di Dio, creature fatte a sua immagine, ma anche nella sua creazione”: con questo saluto è iniziata questa mattina la visita di papa Leone XIV all’Università ‘Sapienza’, affermando che occorre ‘lavorare’ insieme per la ricerca dell’amicizia tra i popoli.
Dopo il saluto iniziale, in cui ha sottolineato che chi studia cerca Dio, il papa ha evocato il diritto allo studio per tutti, con uno specifico riferimento ad un ‘corridoio umanitario’ per gli studenti di Gaza: “La vostra Università si caratterizza come polo d’eccellenza in diverse discipline e, al contempo, per il suo impegno in favore del diritto allo studio, anche di chi ha minori disponibilità economiche, delle persone con disabilità, dei detenuti e di chi è fuggito da zone di guerra.
competitAd esempio, apprezzo molto che la Diocesi di Roma e la Sapienza abbiano firmato una convenzione per l’apertura di un corridoio umanitario universitario dalla striscia di Gaza. E’ dunque importante per me, che sono Vescovo di Roma da poco più di un anno, potervi incontrare. Con cuore di pastore vorrei rivolgermi dapprima agli studenti e poi ai docenti”.
Con un riferimento a sant’Agostino il papa ha invitato i giovani a ‘scoprire’ il desiderio verso lo studio: “Allora, gli studi che fate, le amicizie che sorgono in questi anni e l’incontro con diversi maestri del pensiero sono promessa di ciò che può cambiare in meglio noi stessi, prima ancora che la realtà attorno a noi. Quando il desiderio di verità si fa ricerca, la nostra audacia nello studio testimonia la speranza di un mondo nuovo”.
E’ stato questo che ha animato sant’Agostino: “Sapete che sono legato spiritualmente a sant’Agostino, che fu un giovane inquieto: fece anche gravi errori, ma nulla andò perduto della sua passione per la bellezza e la sapienza. A questo proposito, mi ha fatto piacere ricevere da parte vostra un gran numero di domande: centinaia! Ovviamente non è possibile rispondere a tutte, ma le tengo presenti, augurando a ciascuno di cercare più occasioni per dialogare. Anche per questo esistono nell’università le cappellanie, dove la fede incontra le vostre domande”.
Questo dialogo è stato anche un invito a non farsi ingabbiare dal malessere: “Dell’inquietudine esiste però anche un volto triste: non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. Per tutti ci sono stagioni difficili; qualcuno però può avere l’impressione che non finiscano mai. Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni”.
Ecco il motivo per cui la competitività è una menzogna: “E’ la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia. Proprio questo malessere spirituale di molti giovani ci ricorda che non siamo la somma di quel che abbiamo, né una materia casualmente assemblata di un cosmo muto. Noi siamo un desiderio, non un algoritmo! Proprio questa nostra speciale dignità mi porta a condividere con voi due domande”.
Al contempo ha chiamato gli adulti ad assumere le proprie responsabilità verso un mondo pacificato: “Un mondo purtroppo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra. Si tratta di un inquinamento della ragione, che dal piano geopolitico invade ogni relazione sociale. La semplificazione che costruisce nemici va allora corretta, specie in università, con la cura per la complessità e il saggio esercizio della memoria.
In particolare, il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido ‘mai più la guerra!’ dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali”.
Per questo ha ‘tuonato’ forte contro il riarmo: “Ad esempio, nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. Occorre inoltre vigilare sullo sviluppo e l’applicazione delle intelligenze artificiali in ambito militare e civile, affinché non de-responsabilizzino le scelte umane e non peggiorino la tragicità dei conflitti”.
Ed ecco il pensiero a Gaza ed all’Ucraina: “Quanto sta avvenendo in Ucraina, a Gaza e nei territori palestinesi, in Libano, in Iran descrive la disumana evoluzione del rapporto fra guerra e nuove tecnologie in una spirale di annientamento. Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale ‘sì’ alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia!”
Altro punto di impegno comune ha riguardato l’ecologia, riprendendo l’enciclica ‘Laudato sì’: “In questo scenario incoraggio soprattutto voi, cari giovani, a non cedere alla rassegnazione, trasformando invece l’inquietudine in profezia. Specialmente chi crede sa che la storia non piomba senza scampo nelle mani della morte, ma è sempre custodita, qualsiasi cosa accada, da un Dio che crea vita dal nulla, che dà senza prendere, che condivide senza consumare.
Oggi, proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia: studiate, coltivate, custodite la giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra”.
Per questo sono necessarie l’intelligenza e l’audacia dei giovani: “C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia. Voi, infatti, potete aiutare chi vi ha preceduto a ristabilire un autentico orizzonte di senso, per non fermarci all’ennesima, rapida fotografia della situazione nella quale ci troviamo. Occorre passare dall’ermeneutica all’azione: così poco considerati da una società con sempre meno figli, testimoniate che l’umanità è capace di futuro, quando lo costruisce con sapienza”.
Infine si è rivolto anche agli insegnanti: “Insegnare è una forma di carità quanto deve esserlo soccorrere un migrante in mare, un povero per la strada, una coscienza disperata. Si tratta di amare sempre e comunque la vita umana, di stimarne le possibilità, così da parlare al cuore dei giovani, senza puntare solo alle loro cognizioni. Insegnare diventa allora testimoniare valori con la vita: è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità”.
E prima di ritornare in Vaticano un invito a collaborare per un nuovo mondo: “Collaboriamo insieme, siamo tutti costruttori di pace nel mondo, lavoriamo, studiamo, facciamo tutto, dai rapporti fra gli amici, le nostre parole, il nostro modo di pensare, per costruire la pace nel mondo. Abbiate sempre speranza nella possibilità di costruire un mondo nuovo!”
Ed a tal proposito anche nel messaggio per il 60^ anniversario della fondazione dell’università cattolica boliviana ‘San Pablo’ ha ribadito la necessità della formazione: “Pertanto, l’università esiste per promuovere la formazione integrale della persona, poiché la vera educazione ‘propone la formazione della persona umana in relazione al suo fine ultimo e al bene delle diverse società di cui l’uomo è membro’… Da questa prospettiva, la verità, ricercata con rigore intellettuale ed onestà scientifica, trova il suo orizzonte e il suo criterio ultimo nella carità, poiché dire la verità è, per i cristiani, un atto d’amore che edifica, guarisce e guida la persona verso la sua pienezza”.
(Foto: Santa Sede)
Esercizi Spirituali: compito della Chiesa è glorificare Dio
“San Bernardo scrisse un trattato dedicato proprio a ‘La Considerazione’. Fu un best-seller, che godette di una diffusione più ampia di qualsiasi altra sua opera. Ciò può sembrare strano, poiché il testo è in sostanza una lettera indirizzata a un uomo specifico in una posizione unica. Bernardo lo scrisse per un confratello, un monaco italiano di nome Bernardo dei Paganelli che, già sacerdote della chiesa di Pisa, entra a Clairvaux nel 1138”: san Bernardo ed i suoi suggerimenti sulle qualità dei collaboratori di cui circondarsi sono stati al centro della decima meditazione tenuta da mons. Erik Varden questa mattina per gli Esercizi Spirituali di Quaresima, predicati al papa ed alla curia, soffermandosi su un trattato di san Bernardo dal titolo ‘Sulla considerazione’.
Ed ha spiegato cosa tratta tale libro: “La considerazione cerca la verità negli affari umani contingenti, dove può essere difficile scorgerla. Può essere definita come ‘il pensiero interamente proteso, oppure la tensione dell’animo, alla ricerca della verità’. Considerando i problemi della Chiesa, Bernardo non offre rimedi istituzionali, consiglia piuttosto ad Eugenio di circondarsi di persone buone: meglio sono gestiti gli uffici centrali della Chiesa, maggiore sarà il beneficio per la Chiesa in tutto il mondo”.
In base all’applicazione di tali principi si potrà comprendere la missione della Chiesa: “Nella misura in cui la Chiesa opera in questi termini, rifletterà l’organizzazione delle gerarchie angeliche. Chiunque la consideri allora vedrà subito la sua missione principale: quella di dare gloria a Dio…
Bernardo si chiede: che cos’è Dio? Volontà onnipotente, virtù benevola, ragione immutabile. Dio è ‘somma beatitudine’ che, per amore, desidera condividere con noi la sua divinità. Ci ha creati per desiderarlo, ci dilata per riceverlo, ci giustifica per meritarlo. Egli ci guida nella giustizia, ci plasma nella benevolenza, ci illumina con la conoscenza, ci preserva per l’immortalità”.
Soprattutto di tali cose debbono avere cura i sacerdoti: “Di qualunque altra cosa i prelati debbano occuparsi, e sono molte, queste realtà devono essere considerate prima. In tal modo anche la loro considerazione delle questioni pratiche sarà illuminata, ordinata, benedetta e feconda. Un prelato, secondo Bernardo, deve essere dotato di principi, deve essere santo e austero, ma dovrebbe anche essere amico dello Sposo e gioire nel condividere quell’amicizia con gli altri”.
Ed ecco il riferimento conclusivo a sant’Agostino: “Agostino descrive spesso l’ufficio episcopale come una sarcina, il fagotto del legionario. E’ un’immagine un po’ brutale, concepita da chi conosceva la desolazione e la paura delle campagne nel deserto nordafricano. Agostino continua, tuttavia, ad improvvisare sul tema da lui stesso impostato.
Sebbene il fardello pastorale abbia un aspetto spaventoso, è spaventoso solo se non riusciamo a notare chi ci mette il fardello sulle spalle. Poiché non è altro che una partecipazione al dolce giogo di Cristo stesso, che ci fa scoprire che la croce affidataci è luminosa e leggera e che poterla condividere è motivo di gioia”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese ha tracciato l’identikit dei cistercensi: “L’identità del movimento cistercense è forgiata nell’interfaccia tra l’ideale e il concreto, il poetico e il pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”.
Insomma una idealità che diventa realtà: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua inclinazione a elaborare nella mente una linea di condotta, seguita poi in modo un po’ drastico. Era naturale per lui mirare in alto. Un tratto intransigente non lo abbandonò mai, ma si addolcì nel tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare: ha trasformato l’idealista in un realista”.
Da qui la scoperta della misericordia di Dio: “Bernardo apprese quali meraviglie può compiere la misericordia di Dio in Gesù. Questo diede alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è fondamentale per lui. Ha un ampio spettro di significati, mostrando che la grazia ci muove come esseri incarnati, lasciando che i nostri sensi percepiscano Dio. Ma Bernardo considerava Gesù, l’incarnazione della verità, nientemeno che un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni rigorosamente alla luce di Gesù”.
Insomma la vita deve essere illuminata da Dio: “Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato”.
Questa intuizione lo conduce a ‘scoprire’ la realtà dell’amore di Gesù: “Tale è il realismo al quale Bernardo è giunto nella sua maturazione. Ciò gli ha permesso di diventare non solo un grande riformatore, un oratore senza pari, un capo della Chiesa: la conoscenza della realtà assoluta dell’amore di Cristo e del suo potere di cambiare ogni cosa, ha fatto di Bernardo un dottore e un santo. Ed è per questo che lo amiamo e lo onoriamo”.
Papa Leone XIV: un cuore inquieto trova riposo in Dio
“Saluto, infine, i malati, gli sposi novelli e i giovani, specialmente gli studenti dell’Istituto Cicerone di Sala Consilina e quelli dell’Istituto Capriotti di San Benedetto del Tronto. Tra non molti giorni sarà Natale e immagino che nelle vostre case si stia ultimando o è già ultimato l’allestimento del presepe, suggestiva rappresentazione del Mistero della Natività di Cristo. Auspico che un elemento così importante, non solo della nostra fede, ma anche della cultura e dell’arte cristiana, continui a far parte del Natale per ricordare Gesù che, facendosi uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi”: al termine dell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha salutato i giovani incoraggiandoli a ‘fare’ il presepio, che è elemento importante non solo della fede, ma anche della cultura.
Mentre prima della catechesi si era trattenuto in dialogo con alcuni malati nell’aula Paolo VI: “In questa giornata volevamo difendervi un po’ dagli elementi, dal freddo soprattutto… Non sta piovendo, però così forse state un po’ più comodi. Dopo potrete seguire l’Udienza sullo schermo, o se volete potete anche uscire, però approfittiamo di questo piccolo incontro un po’ più personale, così, per salutarvi, per offrirvi la benedizione del Signore, e anche un augurio. Siamo già vicino alla festa di Natale e vogliamo chiedere al Signore che la gioia di questo tempo di Natale vi accompagni tutti: le vostre famiglie, i vostri cari, e che siate sempre nelle mani del Signore con la fiducia, con l’amore che solo Dio ci può dare”.
Mentre la catechesi dell’udienza generale ha affrontato il tema della Pasqua come luogo sicuro per il riposo del cuore: “La vita umana è caratterizzata da un movimento costante che ci spinge a fare, ad agire. Oggi si richiede ovunque rapidità nel conseguire risultati ottimali negli ambiti più svariati. In che modo la risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo? La fede ci dice: sì, riposeremo. Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che è pace e gioia. Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin da ora?”
Di fronte a tali domande il papa ha incentrato la catechesi sul cuore: “Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti. Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche, concrete. Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere problemi, affrontare fatiche. Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine.
Eppure, percepiamo spesso quanto il troppo fare, invece di darci pienezza, diventi un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è davvero importante per la nostra vita. Ci sentiamo allora stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza. A volte, alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti. Perché? Perché noi non siamo macchine, abbiamo un ‘cuore’, anzi, possiamo dire, siamo un cuore”.
Il cuore è fondamentale per ‘conservare’ un tesoro: “Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri, sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone. L’evangelista Matteo ci invita a riflettere sull’importanza del cuore, nel riportare questa bellissima frase di Gesù: ‘Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore’. E’ dunque nel cuore che si conserva il vero tesoro, non nelle casseforti della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite umane e della devastazione della creazione di Dio”.
Ed a tale proposito ecco la citazione di sant’Agostino, che è il maestro del cuore: “E’ importante riflettere su questi aspetti, perché nei numerosi impegni che di continuo affrontiamo, sempre più affiora il rischio della dispersione, talvolta della disperazione, della mancanza di significato, persino in persone apparentemente di successo. Invece, leggere la vita nel segno della Pasqua, guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l’accesso all’essenza della persona umana, al nostro cuore: cor inquietum. Con questo aggettivo ‘inquieto’, Sant’Agostino ci fa comprendere lo slancio dell’essere umano proteso al suo pieno compimento”.
Infatti il cuore è inquieto finché non giunge alla meta: “L’inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima, quella del ‘ritorno a casa’. E l’approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguire ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l’amore di Dio, o meglio, Dio Amore”.
Però per acquietare il cuore esiste la medicina dell’amore: “Questo tesoro, però, lo si trova solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: i fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi e a donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione”.
Quindi è un invito a ‘tornare’ a Dio: “Carissimi, ecco il segreto del movimento del cuore umano: tornare alla sorgente del suo essere, godere della gioia che non viene meno, che non delude. Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente, oltre ciò che passa. Il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere di essere fatto per la pienezza, non per la mancanza”.
Solo in Dio il cuore non trova alcuna delusione: “Gesù Cristo, con la sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione ha dato fondamento solido a questa speranza. Il cuore inquieto non sarà deluso, se entra nel dinamismo dell’amore per cui è creato. L’approdo è certo, la vita ha vinto e in Cristo continuerà a vincere in ogni morte del quotidiano. Questa è la speranza cristiana: benediciamo e ringraziamo sempre il Signore che ce l’ha donata!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: siate santuario di Dio
“La Cattedrale della diocesi di Roma e la sede del successore di Pietro, come sappiamo, non è soltanto un’opera di straordinaria valenza storica, artistica e religiosa, ma rappresenta anche il centro propulsore della fede affidata e custodita dagli Apostoli e della sua trasmissione lungo il corso della storia. La grandezza di questo mistero rifulge anche nello splendore artistico dell’edificio, che proprio nella navata centrale accoglie le dodici grandi statue degli Apostoli, primi seguaci del Cristo e testimoni del Vangelo”: così papa Leone XIV prima della preghiera dell’Angelus ha proposto una riflessione sulla Dedicazione della Basilica Lateranense.
E’ stato un invito a cogliere il mistero della Chiesa: “Questo ci rimanda ad uno sguardo spirituale, che ci aiuta ad andare oltre l’aspetto esteriore, per cogliere nel mistero della Chiesa ben più di un semplice luogo, di uno spazio fisico, di una costruzione fatta di pietre; in realtà, come il Vangelo ci ricorda nell’episodio della purificazione del Tempio di Gerusalemme compiuta da Gesù, il vero santuario di Dio è il Cristo morto e risorto. Egli è l’unico mediatore della salvezza, l’unico redentore, Colui che legandosi alla nostra umanità e trasformandoci col suo amore, rappresenta la porta che si spalanca per noi e ci conduce al Padre”.
In questo ‘edificio’ spirituale il popolo è la Chiesa: “E, uniti a Lui, anche noi siamo pietre vive di questo edificio spirituale. Noi siamo la Chiesa di Cristo, il Suo corpo, le sue membra chiamate a diffondere nel mondo il Suo Vangelo di misericordia, di consolazione e di pace, attraverso quel culto spirituale che deve risplendere anzitutto nella nostra testimonianza di vita. Fratelli e sorelle, è in questo sguardo spirituale che dobbiamo allenare il cuore. Tante volte, le fragilità e gli errori dei cristiani, insieme a tanti luoghi comuni e pregiudizi, ci impediscono di cogliere la ricchezza del mistero della Chiesa”.
Mentre nella celebrazione eucaristica per la dedicazione della basilica lateranense papa Leone XIV h ricordato il motivo di questa costruzione: “La costruzione fu realizzata per volontà dell’imperatore Costantino, dopo che, nell’anno 313, egli aveva concesso ai cristiani la libertà di professare la propria fede e di esercitare il culto… Questa Basilica, infatti, ‘Madre di tutte le Chiese’, è molto più di un monumento e di una memoria storica: è ‘segno della Chiesa vivente, edificata con pietre scelte e preziose in Cristo Gesù, pietra angolare’, e come tale ci ricorda che noi pure, come ‘pietre viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale’.
Per questa ragione, come notava san Paolo VI, nella comunità cristiana è sorto ben presto l’uso di applicare il ‘nome di Chiesa, che significa l’assemblea dei fedeli, al tempio che li raccoglie’. E’ la comunità ecclesiale, ‘la Chiesa, società dei credenti, attesta al Laterano la sua più solida e evidente struttura esteriore’. Pertanto, aiutati dalla Parola di Dio, riflettiamo, guardando a questo edificio, sul nostro essere Chiesa”.
Ed ha giudicato essenziali le fondamenta: “La loro importanza è evidente, in modo per certi versi addirittura inquietante. Se chi lo ha costruito, infatti, non avesse scavato a fondo, fino a trovare una base sufficientemente solida su cui erigere tutto il resto, l’intera costruzione sarebbe crollata da tempo, o rischierebbe di cedere ad ogni istante, così che anche noi, stando qui, correremmo un serio pericolo. Chi ci ha preceduto, invece, per fortuna, ha dato alla nostra Cattedrale basi solide, scavando in profondità, con fatica, prima di iniziare ad innalzare le mura che ci accolgono, e questo ci fa sentire molto più tranquilli”.
Tali fondamenta sono importanti per la Chiesa: “Ci aiuta però anche a riflettere. Anche noi, infatti, operai della Chiesa vivente, prima di poter erigere strutture imponenti, dobbiamo scavare, in noi stessi e attorno a noi, per eliminare ogni materiale instabile che possa impedirci di raggiungere la nuda roccia di Cristo… E questo vuol dire tornare costantemente a Lui e al suo Vangelo, docili all’azione dello Spirito Santo. Il rischio, altrimenti, sarebbe di sovraccaricare di pesanti strutture un edificio dalle basi deboli”.
Commentando il Vangelo il papa ha evidenziato la chiamata di Gesù: “Gesù ci cambia, e ci chiama a lavorare nel grande cantiere di Dio, modellandoci sapientemente secondo i suoi disegni di salvezza. E’ stata usata spesso, in questi anni, l’immagine del ‘cantiere’ per descrivere il nostro cammino ecclesiale. E’ un’immagine bella, che parla di attività, creatività, impegno, ma anche di fatica, di problemi da risolvere, a volte complessi. Essa esprime lo sforzo reale, palpabile, con cui le nostre comunità crescono ogni giorno, nella condivisione dei carismi e sotto la guida dei Pastori”.
Ecco il motivo per cui occorre porre cura alla liturgia: “La sua cura, pertanto, nel luogo della Sede di Pietro, dev’essere tale da potersi proporre ad esempio per tutto il popolo di Dio, nel rispetto delle norme, nell’attenzione alle diverse sensibilità di chi partecipa, secondo il principio di una sapiente inculturazione ed al tempo stesso nella fedeltà a quello stile di solenne sobrietà tipico della tradizione romana, che tanto bene può fare alle anime di chi vi partecipa attivamente. Si ponga ogni attenzione affinché qui la bellezza semplice dei riti possa esprimere il valore del culto per la crescita armonica di tutto il Corpo del Signore”.
(Foto: Santa Sede)
Il tempo della cura. Formazione e condivisione per la Società di San Vincenzo De Paoli
Prendersi cura dell’altro attraverso la speranza testimoniata come dono di sé. A Pergine Valsugana si è conclusa la giornata organizzata dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV Coordinamento Interregionale Veneto e Trentino – Alto Adige. A Villa Moretta, un luogo immerso nella natura, si sono ritrovati i rappresentanti degli Uffici di Presidenza dei Consigli Centrali, i soci e i volontari delle Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli.
Il tema di quest’anno, il Tempo della Cura, è stato approfondito e condiviso attraverso una riflessione che ne ha considerato tre aspetti, strettamente legati tra loro: il prendersi cura di noi stessi, il prendersi cura degli altri e il sentirsi presi in cura dall’Alto. Attraverso segni, provocazioni, slides, video, momenti di condivisione e lavori di gruppo i presenti, con la guida del Coordinatore Interregionale Veneto e Trentino – Alto Adige, Andrea Perinelli, hanno potuto rimettersi in contatto con se stessi, tra bisogni, desideri, talenti, limiti e ferite.
‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ e ‘Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date’ sono stati i principi evangelici che hanno guidato ciascuno a riflettere sia sul vero significato della cura dell’altro, chi ci sta accanto è un dono e in quanto tale va amato, sia sulla carità che spinge a darsi perché l’altro abbia e che, come affermava il Beato Federico Ozanam, è capace di unire e riconciliare andando oltre limiti e debolezze: ‘La Carità tiene conto delle debolezze, cicatrizza, riconcilia, unisce’, come evidenziava il beato Federico Ozanam.
Andrea Perinelli ha invitato i partecipanti a vivere lentamente il tempo della giornata per: “Recuperare lo spazio per noi stessi, spesso dimenticato, e riscoprire, anche attraverso le nostre fragilità, la speranza come dono gratuito ricevuto e da condividere con l’altro”. Poi, osservando la società di oggi, il Coordinatore ha spinto ciascuno a dare il proprio contributo per la costruzione di una società che: ‘Non ci faccia dimenticare che l’altro ci appartiene. L’altro sono anche io’.
Durante la giornata non sono mancate le testimonianze dei presenti. Floriana ha condiviso un suo pensiero, dal titolo ‘La cura’, che invita ciascuno a mantenere lo sguardo fisso verso la “meta attesa”. Solo così possiamo assaporare le bellezze che la vita ci riserverà e riuscire a guardare ciò che ci sta attorno e le persone ‘Col desiderio di pace nello sguardo’.
Don Orazio Bellomi ha guidato la preghiera riunendo i presenti in un grande semicerchio. “Non abbiate paura! C’è un Dio che si prende cura di noi e lo vediamo qui in mezzo alla bellezza della natura e degli animi di persone pronte ad accogliere, a farsi accogliere”, ha proferito don Bellomi. Al termine dell’evento è stata celebrata la Messa. La celebrazione ha consegnato ai partecipanti l’invito a trasmettere a tutti la bellezza e la contagiosità della cura.
Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità
“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.
Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:
“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.
Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”
Perché hai scelto la vita sacerdotale?
“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.
‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?
“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.
Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?
“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.
Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.
E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?
“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.
Dalla filosofia (classica) alla politica: ‘Le serate di San Pietroburgo, oggi’. La collana demaistriana sarà presentata domani pomeriggio a Roma
La collana di saggistica “Le serate di san Pietroburgo, oggi”, a cura del giornalista e saggista Giuseppe Brienza, s’inserisce nel solco ideale della più nota opera del filosofo cattolico Joseph de Maistre (1753-1821) “Le serate di San Pietroburgo, o Colloqui sul governo temporale della Provvidenza” (1821). Con intento divulgativo e la Presentazione del politologo francese Alain de Benoist, il terzo volume appena pubblicato per le Edizioni Solfanelli (Chieti 2025, pp. 182, € 15) ha come sottotitolo “Proposte, autori, idee e battaglie per le culture avverse” e sarà presentato domani pomeriggio, a partire dalle ore 17.30, nella Libreria-Caffè Letterario Horafelix di Roma (via Reggio Emilia 89), alla presenza del curatore, dell’editore Marco Solfanelli, del giornalista storico Pierangelo Maurizio e di Alain de Benoist in videocollegamento dalla Francia.
L’opera, suddivisa in 10 aree tematiche (dalla Bioetica alla Famiglia – educazione – scuola, dal Conservatorismo, Europa e Occidente a Italia: storia politica e identità culturale e Santi per il XXI secolo) contiene 40 contributi, firmati oltre che dallo stesso Brienza da studiosi cattolici di esperienza come Andrea Bartelloni, don Gian Maria Comolli, Raffaele Iannuzzi, Matteo Orlando, Enrico Pagano, Andrea Rossi, Mino Russo, Vincenzo Silvestrelli, p. Enzo Vitale icms e suor Daniela Del Gaudio, direttrice dell’Osservatorio sulle apparizioni e i fenomeni mistici dellaPAMI (Pontificia Academia Mariana Internationalis). Per scorrere l’Indice completo del volume si può cliccare QUI.
Legato alla sua epoca – il periodo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese – il testo ottocentesco di Joseph de Maistre al quale si ispira il libro a cura di Brienza è ancora d’interesse in quanto affronta problemi sociali perenni come ad esempio: perché la giustizia non si afferma fra gli uomini? come nasce e quali caratteristiche dovrebbe avere la Costituzione di uno Stato? come nasce e si consolida una istituzione politica? che cosa fa sì che una legge sia buona?
Durante la Rivoluzione del 1789, per la prima volta nella storia, l’élite di una nazione aveva cercato di rifondare la società a tavolino, fino a cambiare il calendario e imporre un irrealistico “culto della Ragione”. Contro tale approccio che oggi diremmo woke il conte de Maistre ricorda alcune verità. Anzitutto che la storia propria a ciascuna nazione è un percorso al di fuori dalla portata degli uomini, i quali possono certamente intervenire tramite la propria libertà, ma sempre all’interno di dati di fatto – storici, culturali, economici, geografici etc. -, che richiamano il concetto di governo temporale della Provvidenza divina, che guida le nazioni e interagisce con le azioni umane armonizzandole e conducendole al Fine ultimo.
Negli intervalli nei quali il delirio di onnipotenza rivoluzionario è imposto prescindendo da Dio non si ottengono che disastri, come scrive de Maistre: «l’uomo, in rapporto al suo Creatore, è sublime e la sua azione creatrice: al contrario, non appena si separa da Dio e agisce solo, non cessa di essere potente, poiché questo è un privilegio della sua natura; ma la sua azione è negativa e non ha altro esito che la distruzione».
Dopo oltre due secoli di bagni di sangue perpetrati per «distruggere tutto, per ricostruire tutto», senza Dio o contro Dio, l’approccio filosofico del conte savoiardo meriterebbe quindi ben più attenzione di quanta, pur con lodevoli eccezioni, abbia finora ottenuto.
M.A.R.I.A
Il monologo, scritto ed interpretato da Giulia Merelli, narra l’attesa di Maria durante la sua gravidanza, caratterizzata da un dialogo intimo con Dio, che è sia suo padre sia colui che diventerà suo figlio in un paradosso fra necessità di fiducia e senso di protezione. La storia esplora anche il significato dell’essere madre, che significa generare qualcosa che trascende la propria esistenza chiedendole un dolce decentramento. Maria, abbracciando il mistero dell’amore, si interroga sul senso della vita, sul perché della sofferenza e sulla gioia che deriva dal dare sé stessa, senza condizioni.
PRIMO MOMENTO
(Maria è vestita di bianco, con il pancione, una abat-jour di fianco accesa. Parla con sé stessa e con Dio)
Lo sento, è poco tempo ma lo sento.
(Si accarezza la pancia)
(Sorridendo)
Ehi, ti fidi di questo?
Un corpo di una donna.
È strano, non sono mai stata pronta.
Scusa. Ma continuo a pensare che hai bisogno di aria e di luce.
Tu sei la luce.
(Pausa)
Mi unisco al buio, al buio, il tuo stesso buio…
Mi suggerisci come amare?
(Pausa)
Ti formi in me, ogni giorno… E se fossi un sogno?
(Avverte un dolore)
Ti fai sentire, eh? Bravo, bravo…
Provo a respirare con te, eh? Facciamo così…
(Respira)
Mi sento meno sola, quasi mi addormento.
Lo spirito non si placa, però…
Ma tu mi senti? Se parlo, mi senti?
Porto la voce al tuo piccolo orecchio:
Mi senti?
Questa è la voce di tua mamma
mi senti? Mi senti?
SECONDO MOMENTO
(Maria guarda fuori dalla finestra e parla con sé stessa e con Dio)
Ma sei vero? Un uomo vero? Un Dio, vero?
Molte madri si chiedono:
mettere al mondo un figlio e perché?
Perché abbia fame?
Perché abbia freddo?
Perché venga offeso, tradito, deriso, non creduto,
flagellato, ammazzato vivo, crocifisso?
È dolce lo sguardo di chi pensa all’improvviso
alle cose perdute…
Secondo me è nel dolore,
proprio in quel dolore senza ragione,
quello che ti tradisce, che tradisce la vita
– doveva andare così e non è andata così –
che entra il mistero…
Non si può essere felici sempre.
L’importante è tenerselo stretto il mistero.
E negano la speranza.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
TERZO MOMENTO
(Maria accende della musica dalla radio, si stende sul divano e ascolta. Poi, parla con sé stessa e
con Dio)
Il tirocinio di una lentezza estrema,
prossima all’immobilità.
Dicono così
che per capire da quale strano mondo vieni,
io debba restare così ferma.
Quasi impercettibile…
È che mi sento così piccola.
Eppure gioisco
mi muovo, mi agito, lavoro, piango, soffro, rido,
ma non più sola!
Adesso so che c’è qualcosa dentro di me che vive.
Basta parole, basta! Gesti.
(Muove le mani simulando un battito cardiaco con le mani)
Il linguaggio dell’amore.
(Respira)
Serve una carezza che ti doni consistenza.
Sono queste (intende le mani) a parlare.
Il linguaggio dell’amore.
Serve una carezza che ti doni consistenza
che non ti faccia sentire perso in questo mondo
ma che ti allacci dal vecchio al nuovo.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
QUARTO MOMENTO
Non mi crederanno,
mi diranno che sono bugiarda,
ma che devo fare?
Sento di essere fatta per questo.
(Sorride)
Sono inesperta, è tutto iniziale ma…
Quando si forma qualcosa dentro,
che non hai deciso tu,
cosa puoi fare?
A tre settimane, 2 millimetri e mezzo…
Una cavità più in basso che diventerà la bocca
con cui pronuncerà la prima parola.
E poi un accenno d’occhi
con cui donerà la compassione.
E quella spina dorsale, piccola,
lo farà stare diritto davanti alle umiliazioni.
Lo stomaco, per accogliere e difendersi dal dolore.
Gli intestini, il fegato, per digerire le offese.
E poi i polmoni per respirare un’aria nuova.
E poi il cuore, per ricominciare daccapo,
ogni volta, ad amare.
(Piccola Pausa)
All’inizio sarà dolente,
come il bruciore della luce del sole,
quando la guardi fa male,
ma poi si abituerà a questo mondo.
Il suo cuore è già grande, io lo sento…
È in proporzione nove volte più del mio.
Forse per questo posso accettare,
perché tu hai più amore di me.
Lui ha più amore di me ed io posso sentirmi di lui,
figlia di te.
E di nuovo generata, ogni volta, daccapo.
QUINTO MOMENTO
(Maria gioca, come una bambina. Si affaccia dalle lenzuola, sopra al letto, in modo giocoso,
imitando un bambino appena nato)
La nascita è un salto! La nascita è un salto! La nascita è un salto!
Quest’istante, come bisogna rispettarlo!
Schhh! è un momento fragilissimo…
Piano, piano, piano…
Lui è lì, sull’uscio.
E non è più un feto e non è ancora un neonato.
Piano!
Non parlate per favore, silenzio!
Silenzio!
Anche le luci,
se potete abbassatele,
sta passando dal vecchio al nuovo…
Serve tenerezza, piano piano…
Non si è ancora staccato del tutto dalla mamma,
lei respira ancora per lui, con lui.
Lasciate alla nascita la sua gravità,
per favore.
Non stategli addosso con tutte quelle parole.
Avete presente il momento in cui l’uccello corre con le ali spiegate,
sta per prendere il volo…
Quando volerà?
Non si sa…
Oppure quando la marea del mare sale e poi ridiscende…
Ecco lasciategli il tempo.
Il sole si alza forse di colpo?
O fra il giorno e la notte non indugia un tramonto?
Fra la notte e il giorno indugia l’alba, e l’aurora.
Ecco lui è l’aurora.
E non stategli addosso con tutte quelle analisi scientifiche,
gli studi medici,
non capite nulla di mistero.
Fermi! Fermi!
Lui viene dal Mistero.
(Pausa)
Lasciate alla nascita la sua gravità.





























