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Esercizi Spirituali: compito della Chiesa è glorificare Dio
“San Bernardo scrisse un trattato dedicato proprio a ‘La Considerazione’. Fu un best-seller, che godette di una diffusione più ampia di qualsiasi altra sua opera. Ciò può sembrare strano, poiché il testo è in sostanza una lettera indirizzata a un uomo specifico in una posizione unica. Bernardo lo scrisse per un confratello, un monaco italiano di nome Bernardo dei Paganelli che, già sacerdote della chiesa di Pisa, entra a Clairvaux nel 1138”: san Bernardo ed i suoi suggerimenti sulle qualità dei collaboratori di cui circondarsi sono stati al centro della decima meditazione tenuta da mons. Erik Varden questa mattina per gli Esercizi Spirituali di Quaresima, predicati al papa ed alla curia, soffermandosi su un trattato di san Bernardo dal titolo ‘Sulla considerazione’.
Ed ha spiegato cosa tratta tale libro: “La considerazione cerca la verità negli affari umani contingenti, dove può essere difficile scorgerla. Può essere definita come ‘il pensiero interamente proteso, oppure la tensione dell’animo, alla ricerca della verità’. Considerando i problemi della Chiesa, Bernardo non offre rimedi istituzionali, consiglia piuttosto ad Eugenio di circondarsi di persone buone: meglio sono gestiti gli uffici centrali della Chiesa, maggiore sarà il beneficio per la Chiesa in tutto il mondo”.
In base all’applicazione di tali principi si potrà comprendere la missione della Chiesa: “Nella misura in cui la Chiesa opera in questi termini, rifletterà l’organizzazione delle gerarchie angeliche. Chiunque la consideri allora vedrà subito la sua missione principale: quella di dare gloria a Dio…
Bernardo si chiede: che cos’è Dio? Volontà onnipotente, virtù benevola, ragione immutabile. Dio è ‘somma beatitudine’ che, per amore, desidera condividere con noi la sua divinità. Ci ha creati per desiderarlo, ci dilata per riceverlo, ci giustifica per meritarlo. Egli ci guida nella giustizia, ci plasma nella benevolenza, ci illumina con la conoscenza, ci preserva per l’immortalità”.
Soprattutto di tali cose debbono avere cura i sacerdoti: “Di qualunque altra cosa i prelati debbano occuparsi, e sono molte, queste realtà devono essere considerate prima. In tal modo anche la loro considerazione delle questioni pratiche sarà illuminata, ordinata, benedetta e feconda. Un prelato, secondo Bernardo, deve essere dotato di principi, deve essere santo e austero, ma dovrebbe anche essere amico dello Sposo e gioire nel condividere quell’amicizia con gli altri”.
Ed ecco il riferimento conclusivo a sant’Agostino: “Agostino descrive spesso l’ufficio episcopale come una sarcina, il fagotto del legionario. E’ un’immagine un po’ brutale, concepita da chi conosceva la desolazione e la paura delle campagne nel deserto nordafricano. Agostino continua, tuttavia, ad improvvisare sul tema da lui stesso impostato.
Sebbene il fardello pastorale abbia un aspetto spaventoso, è spaventoso solo se non riusciamo a notare chi ci mette il fardello sulle spalle. Poiché non è altro che una partecipazione al dolce giogo di Cristo stesso, che ci fa scoprire che la croce affidataci è luminosa e leggera e che poterla condividere è motivo di gioia”.
Mentre nella meditazione di ieri pomeriggio il vescovo norvegese ha tracciato l’identikit dei cistercensi: “L’identità del movimento cistercense è forgiata nell’interfaccia tra l’ideale e il concreto, il poetico e il pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e purificati dalle tensioni che ne derivano”.
Insomma una idealità che diventa realtà: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua inclinazione a elaborare nella mente una linea di condotta, seguita poi in modo un po’ drastico. Era naturale per lui mirare in alto. Un tratto intransigente non lo abbandonò mai, ma si addolcì nel tempo. Di questo processo dobbiamo ora parlare: ha trasformato l’idealista in un realista”.
Da qui la scoperta della misericordia di Dio: “Bernardo apprese quali meraviglie può compiere la misericordia di Dio in Gesù. Questo diede alla sua devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è fondamentale per lui. Ha un ampio spettro di significati, mostrando che la grazia ci muove come esseri incarnati, lasciando che i nostri sensi percepiscano Dio. Ma Bernardo considerava Gesù, l’incarnazione della verità, nientemeno che un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni rigorosamente alla luce di Gesù”.
Insomma la vita deve essere illuminata da Dio: “Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un mondo rinnovato”.
Questa intuizione lo conduce a ‘scoprire’ la realtà dell’amore di Gesù: “Tale è il realismo al quale Bernardo è giunto nella sua maturazione. Ciò gli ha permesso di diventare non solo un grande riformatore, un oratore senza pari, un capo della Chiesa: la conoscenza della realtà assoluta dell’amore di Cristo e del suo potere di cambiare ogni cosa, ha fatto di Bernardo un dottore e un santo. Ed è per questo che lo amiamo e lo onoriamo”.
Papa Leone XIV: un cuore inquieto trova riposo in Dio
“Saluto, infine, i malati, gli sposi novelli e i giovani, specialmente gli studenti dell’Istituto Cicerone di Sala Consilina e quelli dell’Istituto Capriotti di San Benedetto del Tronto. Tra non molti giorni sarà Natale e immagino che nelle vostre case si stia ultimando o è già ultimato l’allestimento del presepe, suggestiva rappresentazione del Mistero della Natività di Cristo. Auspico che un elemento così importante, non solo della nostra fede, ma anche della cultura e dell’arte cristiana, continui a far parte del Natale per ricordare Gesù che, facendosi uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi”: al termine dell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha salutato i giovani incoraggiandoli a ‘fare’ il presepio, che è elemento importante non solo della fede, ma anche della cultura.
Mentre prima della catechesi si era trattenuto in dialogo con alcuni malati nell’aula Paolo VI: “In questa giornata volevamo difendervi un po’ dagli elementi, dal freddo soprattutto… Non sta piovendo, però così forse state un po’ più comodi. Dopo potrete seguire l’Udienza sullo schermo, o se volete potete anche uscire, però approfittiamo di questo piccolo incontro un po’ più personale, così, per salutarvi, per offrirvi la benedizione del Signore, e anche un augurio. Siamo già vicino alla festa di Natale e vogliamo chiedere al Signore che la gioia di questo tempo di Natale vi accompagni tutti: le vostre famiglie, i vostri cari, e che siate sempre nelle mani del Signore con la fiducia, con l’amore che solo Dio ci può dare”.
Mentre la catechesi dell’udienza generale ha affrontato il tema della Pasqua come luogo sicuro per il riposo del cuore: “La vita umana è caratterizzata da un movimento costante che ci spinge a fare, ad agire. Oggi si richiede ovunque rapidità nel conseguire risultati ottimali negli ambiti più svariati. In che modo la risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo? La fede ci dice: sì, riposeremo. Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che è pace e gioia. Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin da ora?”
Di fronte a tali domande il papa ha incentrato la catechesi sul cuore: “Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti. Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche, concrete. Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere problemi, affrontare fatiche. Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine.
Eppure, percepiamo spesso quanto il troppo fare, invece di darci pienezza, diventi un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è davvero importante per la nostra vita. Ci sentiamo allora stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza. A volte, alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti. Perché? Perché noi non siamo macchine, abbiamo un ‘cuore’, anzi, possiamo dire, siamo un cuore”.
Il cuore è fondamentale per ‘conservare’ un tesoro: “Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri, sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone. L’evangelista Matteo ci invita a riflettere sull’importanza del cuore, nel riportare questa bellissima frase di Gesù: ‘Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore’. E’ dunque nel cuore che si conserva il vero tesoro, non nelle casseforti della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite umane e della devastazione della creazione di Dio”.
Ed a tale proposito ecco la citazione di sant’Agostino, che è il maestro del cuore: “E’ importante riflettere su questi aspetti, perché nei numerosi impegni che di continuo affrontiamo, sempre più affiora il rischio della dispersione, talvolta della disperazione, della mancanza di significato, persino in persone apparentemente di successo. Invece, leggere la vita nel segno della Pasqua, guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l’accesso all’essenza della persona umana, al nostro cuore: cor inquietum. Con questo aggettivo ‘inquieto’, Sant’Agostino ci fa comprendere lo slancio dell’essere umano proteso al suo pieno compimento”.
Infatti il cuore è inquieto finché non giunge alla meta: “L’inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima, quella del ‘ritorno a casa’. E l’approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguire ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l’amore di Dio, o meglio, Dio Amore”.
Però per acquietare il cuore esiste la medicina dell’amore: “Questo tesoro, però, lo si trova solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: i fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi e a donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione”.
Quindi è un invito a ‘tornare’ a Dio: “Carissimi, ecco il segreto del movimento del cuore umano: tornare alla sorgente del suo essere, godere della gioia che non viene meno, che non delude. Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente, oltre ciò che passa. Il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere di essere fatto per la pienezza, non per la mancanza”.
Solo in Dio il cuore non trova alcuna delusione: “Gesù Cristo, con la sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione ha dato fondamento solido a questa speranza. Il cuore inquieto non sarà deluso, se entra nel dinamismo dell’amore per cui è creato. L’approdo è certo, la vita ha vinto e in Cristo continuerà a vincere in ogni morte del quotidiano. Questa è la speranza cristiana: benediciamo e ringraziamo sempre il Signore che ce l’ha donata!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: siate santuario di Dio
“La Cattedrale della diocesi di Roma e la sede del successore di Pietro, come sappiamo, non è soltanto un’opera di straordinaria valenza storica, artistica e religiosa, ma rappresenta anche il centro propulsore della fede affidata e custodita dagli Apostoli e della sua trasmissione lungo il corso della storia. La grandezza di questo mistero rifulge anche nello splendore artistico dell’edificio, che proprio nella navata centrale accoglie le dodici grandi statue degli Apostoli, primi seguaci del Cristo e testimoni del Vangelo”: così papa Leone XIV prima della preghiera dell’Angelus ha proposto una riflessione sulla Dedicazione della Basilica Lateranense.
E’ stato un invito a cogliere il mistero della Chiesa: “Questo ci rimanda ad uno sguardo spirituale, che ci aiuta ad andare oltre l’aspetto esteriore, per cogliere nel mistero della Chiesa ben più di un semplice luogo, di uno spazio fisico, di una costruzione fatta di pietre; in realtà, come il Vangelo ci ricorda nell’episodio della purificazione del Tempio di Gerusalemme compiuta da Gesù, il vero santuario di Dio è il Cristo morto e risorto. Egli è l’unico mediatore della salvezza, l’unico redentore, Colui che legandosi alla nostra umanità e trasformandoci col suo amore, rappresenta la porta che si spalanca per noi e ci conduce al Padre”.
In questo ‘edificio’ spirituale il popolo è la Chiesa: “E, uniti a Lui, anche noi siamo pietre vive di questo edificio spirituale. Noi siamo la Chiesa di Cristo, il Suo corpo, le sue membra chiamate a diffondere nel mondo il Suo Vangelo di misericordia, di consolazione e di pace, attraverso quel culto spirituale che deve risplendere anzitutto nella nostra testimonianza di vita. Fratelli e sorelle, è in questo sguardo spirituale che dobbiamo allenare il cuore. Tante volte, le fragilità e gli errori dei cristiani, insieme a tanti luoghi comuni e pregiudizi, ci impediscono di cogliere la ricchezza del mistero della Chiesa”.
Mentre nella celebrazione eucaristica per la dedicazione della basilica lateranense papa Leone XIV h ricordato il motivo di questa costruzione: “La costruzione fu realizzata per volontà dell’imperatore Costantino, dopo che, nell’anno 313, egli aveva concesso ai cristiani la libertà di professare la propria fede e di esercitare il culto… Questa Basilica, infatti, ‘Madre di tutte le Chiese’, è molto più di un monumento e di una memoria storica: è ‘segno della Chiesa vivente, edificata con pietre scelte e preziose in Cristo Gesù, pietra angolare’, e come tale ci ricorda che noi pure, come ‘pietre viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale’.
Per questa ragione, come notava san Paolo VI, nella comunità cristiana è sorto ben presto l’uso di applicare il ‘nome di Chiesa, che significa l’assemblea dei fedeli, al tempio che li raccoglie’. E’ la comunità ecclesiale, ‘la Chiesa, società dei credenti, attesta al Laterano la sua più solida e evidente struttura esteriore’. Pertanto, aiutati dalla Parola di Dio, riflettiamo, guardando a questo edificio, sul nostro essere Chiesa”.
Ed ha giudicato essenziali le fondamenta: “La loro importanza è evidente, in modo per certi versi addirittura inquietante. Se chi lo ha costruito, infatti, non avesse scavato a fondo, fino a trovare una base sufficientemente solida su cui erigere tutto il resto, l’intera costruzione sarebbe crollata da tempo, o rischierebbe di cedere ad ogni istante, così che anche noi, stando qui, correremmo un serio pericolo. Chi ci ha preceduto, invece, per fortuna, ha dato alla nostra Cattedrale basi solide, scavando in profondità, con fatica, prima di iniziare ad innalzare le mura che ci accolgono, e questo ci fa sentire molto più tranquilli”.
Tali fondamenta sono importanti per la Chiesa: “Ci aiuta però anche a riflettere. Anche noi, infatti, operai della Chiesa vivente, prima di poter erigere strutture imponenti, dobbiamo scavare, in noi stessi e attorno a noi, per eliminare ogni materiale instabile che possa impedirci di raggiungere la nuda roccia di Cristo… E questo vuol dire tornare costantemente a Lui e al suo Vangelo, docili all’azione dello Spirito Santo. Il rischio, altrimenti, sarebbe di sovraccaricare di pesanti strutture un edificio dalle basi deboli”.
Commentando il Vangelo il papa ha evidenziato la chiamata di Gesù: “Gesù ci cambia, e ci chiama a lavorare nel grande cantiere di Dio, modellandoci sapientemente secondo i suoi disegni di salvezza. E’ stata usata spesso, in questi anni, l’immagine del ‘cantiere’ per descrivere il nostro cammino ecclesiale. E’ un’immagine bella, che parla di attività, creatività, impegno, ma anche di fatica, di problemi da risolvere, a volte complessi. Essa esprime lo sforzo reale, palpabile, con cui le nostre comunità crescono ogni giorno, nella condivisione dei carismi e sotto la guida dei Pastori”.
Ecco il motivo per cui occorre porre cura alla liturgia: “La sua cura, pertanto, nel luogo della Sede di Pietro, dev’essere tale da potersi proporre ad esempio per tutto il popolo di Dio, nel rispetto delle norme, nell’attenzione alle diverse sensibilità di chi partecipa, secondo il principio di una sapiente inculturazione ed al tempo stesso nella fedeltà a quello stile di solenne sobrietà tipico della tradizione romana, che tanto bene può fare alle anime di chi vi partecipa attivamente. Si ponga ogni attenzione affinché qui la bellezza semplice dei riti possa esprimere il valore del culto per la crescita armonica di tutto il Corpo del Signore”.
(Foto: Santa Sede)
Il tempo della cura. Formazione e condivisione per la Società di San Vincenzo De Paoli
Prendersi cura dell’altro attraverso la speranza testimoniata come dono di sé. A Pergine Valsugana si è conclusa la giornata organizzata dalla Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV Coordinamento Interregionale Veneto e Trentino – Alto Adige. A Villa Moretta, un luogo immerso nella natura, si sono ritrovati i rappresentanti degli Uffici di Presidenza dei Consigli Centrali, i soci e i volontari delle Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli.
Il tema di quest’anno, il Tempo della Cura, è stato approfondito e condiviso attraverso una riflessione che ne ha considerato tre aspetti, strettamente legati tra loro: il prendersi cura di noi stessi, il prendersi cura degli altri e il sentirsi presi in cura dall’Alto. Attraverso segni, provocazioni, slides, video, momenti di condivisione e lavori di gruppo i presenti, con la guida del Coordinatore Interregionale Veneto e Trentino – Alto Adige, Andrea Perinelli, hanno potuto rimettersi in contatto con se stessi, tra bisogni, desideri, talenti, limiti e ferite.
‘Ama il prossimo tuo come te stesso’ e ‘Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date’ sono stati i principi evangelici che hanno guidato ciascuno a riflettere sia sul vero significato della cura dell’altro, chi ci sta accanto è un dono e in quanto tale va amato, sia sulla carità che spinge a darsi perché l’altro abbia e che, come affermava il Beato Federico Ozanam, è capace di unire e riconciliare andando oltre limiti e debolezze: ‘La Carità tiene conto delle debolezze, cicatrizza, riconcilia, unisce’, come evidenziava il beato Federico Ozanam.
Andrea Perinelli ha invitato i partecipanti a vivere lentamente il tempo della giornata per: “Recuperare lo spazio per noi stessi, spesso dimenticato, e riscoprire, anche attraverso le nostre fragilità, la speranza come dono gratuito ricevuto e da condividere con l’altro”. Poi, osservando la società di oggi, il Coordinatore ha spinto ciascuno a dare il proprio contributo per la costruzione di una società che: ‘Non ci faccia dimenticare che l’altro ci appartiene. L’altro sono anche io’.
Durante la giornata non sono mancate le testimonianze dei presenti. Floriana ha condiviso un suo pensiero, dal titolo ‘La cura’, che invita ciascuno a mantenere lo sguardo fisso verso la “meta attesa”. Solo così possiamo assaporare le bellezze che la vita ci riserverà e riuscire a guardare ciò che ci sta attorno e le persone ‘Col desiderio di pace nello sguardo’.
Don Orazio Bellomi ha guidato la preghiera riunendo i presenti in un grande semicerchio. “Non abbiate paura! C’è un Dio che si prende cura di noi e lo vediamo qui in mezzo alla bellezza della natura e degli animi di persone pronte ad accogliere, a farsi accogliere”, ha proferito don Bellomi. Al termine dell’evento è stata celebrata la Messa. La celebrazione ha consegnato ai partecipanti l’invito a trasmettere a tutti la bellezza e la contagiosità della cura.
Don Diego Di Modugno: il sacerdozio è fedeltà di Dio all’umanità
“Il sacerdozio mantiene ed esprime nel mondo lo svelarsi della vita come scopo. Per il presbitero l’appartenenza a Cristo come ‘Mandato dal Padre’ è la definizione esauriente della propria personalità. Vita e ministero sono così risposta ad un Avvenimento reale, storico ed esistenziale… La missione, negata dal mondo come violenza antilibertaria, nasce dallo struggimento della carità… L’uomo non vive più per se stesso, come affermazione di sé, ma per ‘Colui che è morto e risorto per lui’… Il ‘per chi si vive’ nuovo indica all’interno della figura del tempo e dello spazio il sorgere di una morale nuova. Nuova perché non nasce adeguatamente né dipende da leggi analiticamente scoperte e fondate nei vari dinamismi della natura, ma dal fascino assecondato di un incontro”.
Parto da questo articolo di mons. Luigi Giussani, ‘Il sacerdote di fronte alle sfide radicali della società contemporanea’, pubblicato nel 1995 dal mensile ‘30Giorni’ per un dialogo con il parroco della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino, nella diocesi di Macerata, don Diego Di Modugno, chiedendo di spiegarci il significato di festeggiare 50 anni di sacerdozio:
“E’ la prova di fedeltà del Signore nei riguardi di un ragazzo, che si è sentito chiamato a seguirLo nella forma concreta del sacerdozio, in quanto ci sono molte forme di vocazione, e constatare la sua fedeltà; così come mi ha riempito di entusiasmo, mettendomi alcune persone vicine appena è apparso il segno della vocazione, questo seme (ecco il motivo per cui si va in seminario a prepararsi ad essere sacerdote) non ha mancato mai Dio fino ad oggi, dopo 50 anni dall’ordinazione sacerdotale, di essere da parte di Dio coltivato, cioè aiutato affinchè ne prenda coscienza delle occasioni offerte.
Di questa Sua fedeltà ringrazio Dio, perché mi dà nuovo slancio, ormai non più giovanile, per un uomo che ha 50 anni di sacerdozio, di chiedere a Dio che mi dia altri anni perché non venga a meno quell’entusiasmo che si vive negli anni della maturità con più consapevolezza anche delle proprie limitazioni. Quanti ripensamenti dopo 50 anni!”
Perché hai scelto la vita sacerdotale?
“Uno non sceglie, uno è scelto. Per questo si usa la parola vocazione, che significa chiamare: è Gesù, inviato dal Padre, che ha scelto i discepoli. Quindi dopo tanti anni Cristo continua a far sorgere il desiderio, attraverso testimonianze che si riceve, di servire il Signore: Dio ti chiama a seguirLo. Io non ho fatto altro che seguire quel desiderio, riconoscendolo autentico in quanto non me lo aspettavo, perché non mi sentivo capace di questo, ma ho detto di sì per arrivare all’ordinazione, che mi sento di rinnovarla ogni volta che celebro la messa”.
‘L’educazione conferma e svolge il cuore dell’uomo, in quanto la coscienza dell’io vive come essenziale esigenza di una totalità. Per cui un punto meno del tutto non appaga la mia ricerca, cioè non appaga il mio ‘cuore’, direi traducendo biblicamente la cosa’: così affermava nel 1996 mons. Luigi Giussani ad una conferenza all’Università di Bologna. Cosa è stato per te l’incontro con mons. Luigi Giussani?
“Nel momento in cui si decide definitivamente deve avere un desiderio: in quel tempo insieme ad altri ragazzi partecipando ai gruppi di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, ho assaporato la loro compagnia, rendendo più evidente la richiesta di Gesù quando ha scelto me, chiedendo tutta la mia persona, compresa la scelta del celibato. Mi hanno sostenuto le parole di mons. Giussani e gli amici”.
Dalla tua esperienza in quale modo è possibile raccontare che la speranza non delude?
“La speranza è una delle tre virtù teologali, cioè hanno a che fare con Gesù e il Padre. La speranza non è ottimismo; Gesù ha detto che avremo sempre guerre e terremoti, ma c’è Lui che ha guarito i malati e resuscitato i morti: ‘Dove ci sono Io l’uomo può vivere una vita piena’, che ce la dona per grazia Gesù. Quindi la Chiesa ci conduce a vivere la certezza che il mondo sarà salvato e le nostre colpe sono perdonate, perché il Suo aiuto non verrà mai meno e staremo con Lui per sempre nell’eternità.
Siamo certi che Colui che è venuto è presente e si manifesta al mondo e noi saremo con Lui. Se non avessi questa certezza dovrei essere triste. La speranza è che si compirà ciò che Gesù ha cominciato; si sta compiendo ora e si manifesterà nella totale completezza dell’eternità. E staremo con Lui per sempre”.
E’ iniziato il Giubileo, che tu e la parrocchia ‘Santa Famiglia’ avete anticipato di un anno: cosa significa questa parola?
“Giubileo è la disponibilità di Dio al perdono. La certezza è che i peccati sono perdonati, se uno si pente: questa è una certezza data da Dio al popolo. Quindi a chi aveva debiti venivano condonati e si ritornava ad essere persona libera. Questa prassi giubilare è attuale. Con il giubileo è data a tutti la possibilità di un nuovo inizio; grazie alla misericordia di Dio posso ricominciare e non sono solo inchiodato al mio peccato, come dice papa Francesco, ma posso rialzarmi e riprendere a camminare”.
Dalla filosofia (classica) alla politica: ‘Le serate di San Pietroburgo, oggi’. La collana demaistriana sarà presentata domani pomeriggio a Roma
La collana di saggistica “Le serate di san Pietroburgo, oggi”, a cura del giornalista e saggista Giuseppe Brienza, s’inserisce nel solco ideale della più nota opera del filosofo cattolico Joseph de Maistre (1753-1821) “Le serate di San Pietroburgo, o Colloqui sul governo temporale della Provvidenza” (1821). Con intento divulgativo e la Presentazione del politologo francese Alain de Benoist, il terzo volume appena pubblicato per le Edizioni Solfanelli (Chieti 2025, pp. 182, € 15) ha come sottotitolo “Proposte, autori, idee e battaglie per le culture avverse” e sarà presentato domani pomeriggio, a partire dalle ore 17.30, nella Libreria-Caffè Letterario Horafelix di Roma (via Reggio Emilia 89), alla presenza del curatore, dell’editore Marco Solfanelli, del giornalista storico Pierangelo Maurizio e di Alain de Benoist in videocollegamento dalla Francia.
L’opera, suddivisa in 10 aree tematiche (dalla Bioetica alla Famiglia – educazione – scuola, dal Conservatorismo, Europa e Occidente a Italia: storia politica e identità culturale e Santi per il XXI secolo) contiene 40 contributi, firmati oltre che dallo stesso Brienza da studiosi cattolici di esperienza come Andrea Bartelloni, don Gian Maria Comolli, Raffaele Iannuzzi, Matteo Orlando, Enrico Pagano, Andrea Rossi, Mino Russo, Vincenzo Silvestrelli, p. Enzo Vitale icms e suor Daniela Del Gaudio, direttrice dell’Osservatorio sulle apparizioni e i fenomeni mistici dellaPAMI (Pontificia Academia Mariana Internationalis). Per scorrere l’Indice completo del volume si può cliccare QUI.
Legato alla sua epoca – il periodo dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese – il testo ottocentesco di Joseph de Maistre al quale si ispira il libro a cura di Brienza è ancora d’interesse in quanto affronta problemi sociali perenni come ad esempio: perché la giustizia non si afferma fra gli uomini? come nasce e quali caratteristiche dovrebbe avere la Costituzione di uno Stato? come nasce e si consolida una istituzione politica? che cosa fa sì che una legge sia buona?
Durante la Rivoluzione del 1789, per la prima volta nella storia, l’élite di una nazione aveva cercato di rifondare la società a tavolino, fino a cambiare il calendario e imporre un irrealistico “culto della Ragione”. Contro tale approccio che oggi diremmo woke il conte de Maistre ricorda alcune verità. Anzitutto che la storia propria a ciascuna nazione è un percorso al di fuori dalla portata degli uomini, i quali possono certamente intervenire tramite la propria libertà, ma sempre all’interno di dati di fatto – storici, culturali, economici, geografici etc. -, che richiamano il concetto di governo temporale della Provvidenza divina, che guida le nazioni e interagisce con le azioni umane armonizzandole e conducendole al Fine ultimo.
Negli intervalli nei quali il delirio di onnipotenza rivoluzionario è imposto prescindendo da Dio non si ottengono che disastri, come scrive de Maistre: «l’uomo, in rapporto al suo Creatore, è sublime e la sua azione creatrice: al contrario, non appena si separa da Dio e agisce solo, non cessa di essere potente, poiché questo è un privilegio della sua natura; ma la sua azione è negativa e non ha altro esito che la distruzione».
Dopo oltre due secoli di bagni di sangue perpetrati per «distruggere tutto, per ricostruire tutto», senza Dio o contro Dio, l’approccio filosofico del conte savoiardo meriterebbe quindi ben più attenzione di quanta, pur con lodevoli eccezioni, abbia finora ottenuto.
M.A.R.I.A
Il monologo, scritto ed interpretato da Giulia Merelli, narra l’attesa di Maria durante la sua gravidanza, caratterizzata da un dialogo intimo con Dio, che è sia suo padre sia colui che diventerà suo figlio in un paradosso fra necessità di fiducia e senso di protezione. La storia esplora anche il significato dell’essere madre, che significa generare qualcosa che trascende la propria esistenza chiedendole un dolce decentramento. Maria, abbracciando il mistero dell’amore, si interroga sul senso della vita, sul perché della sofferenza e sulla gioia che deriva dal dare sé stessa, senza condizioni.
PRIMO MOMENTO
(Maria è vestita di bianco, con il pancione, una abat-jour di fianco accesa. Parla con sé stessa e con Dio)
Lo sento, è poco tempo ma lo sento.
(Si accarezza la pancia)
(Sorridendo)
Ehi, ti fidi di questo?
Un corpo di una donna.
È strano, non sono mai stata pronta.
Scusa. Ma continuo a pensare che hai bisogno di aria e di luce.
Tu sei la luce.
(Pausa)
Mi unisco al buio, al buio, il tuo stesso buio…
Mi suggerisci come amare?
(Pausa)
Ti formi in me, ogni giorno… E se fossi un sogno?
(Avverte un dolore)
Ti fai sentire, eh? Bravo, bravo…
Provo a respirare con te, eh? Facciamo così…
(Respira)
Mi sento meno sola, quasi mi addormento.
Lo spirito non si placa, però…
Ma tu mi senti? Se parlo, mi senti?
Porto la voce al tuo piccolo orecchio:
Mi senti?
Questa è la voce di tua mamma
mi senti? Mi senti?
SECONDO MOMENTO
(Maria guarda fuori dalla finestra e parla con sé stessa e con Dio)
Ma sei vero? Un uomo vero? Un Dio, vero?
Molte madri si chiedono:
mettere al mondo un figlio e perché?
Perché abbia fame?
Perché abbia freddo?
Perché venga offeso, tradito, deriso, non creduto,
flagellato, ammazzato vivo, crocifisso?
È dolce lo sguardo di chi pensa all’improvviso
alle cose perdute…
Secondo me è nel dolore,
proprio in quel dolore senza ragione,
quello che ti tradisce, che tradisce la vita
– doveva andare così e non è andata così –
che entra il mistero…
Non si può essere felici sempre.
L’importante è tenerselo stretto il mistero.
E negano la speranza.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
TERZO MOMENTO
(Maria accende della musica dalla radio, si stende sul divano e ascolta. Poi, parla con sé stessa e
con Dio)
Il tirocinio di una lentezza estrema,
prossima all’immobilità.
Dicono così
che per capire da quale strano mondo vieni,
io debba restare così ferma.
Quasi impercettibile…
È che mi sento così piccola.
Eppure gioisco
mi muovo, mi agito, lavoro, piango, soffro, rido,
ma non più sola!
Adesso so che c’è qualcosa dentro di me che vive.
Basta parole, basta! Gesti.
(Muove le mani simulando un battito cardiaco con le mani)
Il linguaggio dell’amore.
(Respira)
Serve una carezza che ti doni consistenza.
Sono queste (intende le mani) a parlare.
Il linguaggio dell’amore.
Serve una carezza che ti doni consistenza
che non ti faccia sentire perso in questo mondo
ma che ti allacci dal vecchio al nuovo.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
Che la sua fame possa essere saziata per una volta, il freddo scaldato,
che viva quel tanto che gli basti per amare.
Chi l’ha detto che bisogna vivere cent’anni!
Ti criticheranno, non ti crederanno… Anche se sei un re.
(Lo chiama)
Re, re…
Resta ancora in me, resta in questo grembo.
Non andare nel mondo!
Scusa, finisco sempre per farti da padrona.
(Pausa)
Una madre.
Respira per il bambino.
Per lui mangia, non lo mangia.
E fa tutto per lui, con lui, a lui.
In quest’oscurità.
QUARTO MOMENTO
Non mi crederanno,
mi diranno che sono bugiarda,
ma che devo fare?
Sento di essere fatta per questo.
(Sorride)
Sono inesperta, è tutto iniziale ma…
Quando si forma qualcosa dentro,
che non hai deciso tu,
cosa puoi fare?
A tre settimane, 2 millimetri e mezzo…
Una cavità più in basso che diventerà la bocca
con cui pronuncerà la prima parola.
E poi un accenno d’occhi
con cui donerà la compassione.
E quella spina dorsale, piccola,
lo farà stare diritto davanti alle umiliazioni.
Lo stomaco, per accogliere e difendersi dal dolore.
Gli intestini, il fegato, per digerire le offese.
E poi i polmoni per respirare un’aria nuova.
E poi il cuore, per ricominciare daccapo,
ogni volta, ad amare.
(Piccola Pausa)
All’inizio sarà dolente,
come il bruciore della luce del sole,
quando la guardi fa male,
ma poi si abituerà a questo mondo.
Il suo cuore è già grande, io lo sento…
È in proporzione nove volte più del mio.
Forse per questo posso accettare,
perché tu hai più amore di me.
Lui ha più amore di me ed io posso sentirmi di lui,
figlia di te.
E di nuovo generata, ogni volta, daccapo.
QUINTO MOMENTO
(Maria gioca, come una bambina. Si affaccia dalle lenzuola, sopra al letto, in modo giocoso,
imitando un bambino appena nato)
La nascita è un salto! La nascita è un salto! La nascita è un salto!
Quest’istante, come bisogna rispettarlo!
Schhh! è un momento fragilissimo…
Piano, piano, piano…
Lui è lì, sull’uscio.
E non è più un feto e non è ancora un neonato.
Piano!
Non parlate per favore, silenzio!
Silenzio!
Anche le luci,
se potete abbassatele,
sta passando dal vecchio al nuovo…
Serve tenerezza, piano piano…
Non si è ancora staccato del tutto dalla mamma,
lei respira ancora per lui, con lui.
Lasciate alla nascita la sua gravità,
per favore.
Non stategli addosso con tutte quelle parole.
Avete presente il momento in cui l’uccello corre con le ali spiegate,
sta per prendere il volo…
Quando volerà?
Non si sa…
Oppure quando la marea del mare sale e poi ridiscende…
Ecco lasciategli il tempo.
Il sole si alza forse di colpo?
O fra il giorno e la notte non indugia un tramonto?
Fra la notte e il giorno indugia l’alba, e l’aurora.
Ecco lui è l’aurora.
E non stategli addosso con tutte quelle analisi scientifiche,
gli studi medici,
non capite nulla di mistero.
Fermi! Fermi!
Lui viene dal Mistero.
(Pausa)
Lasciate alla nascita la sua gravità.
Il musical ‘Mercy’ anticipa il Giubileo
70 giovani artisti sul palco per lanciare, tra coreografie e musica, un messaggio di speranza, che ‘guarda alla realtà del nostro quotidiano con occhio disincantato e la gioventù che lo interpreta’, aiutando ‘a esorcizzare molte incertezze e le paure del nostro tempo’: è l’ambizione di ‘Mercy, un gancio dal cielo’, il musical che questa sera dicembre sarà in scena al Teatro Orione di Roma, prodotto da ‘Arena Artis’, con la regia di Antonia Varagnolo.
Lo spettacolo si ispira alle parole del papa contenute nel libro-intervista di Andrea Tornelli, ‘Il nome di Dio è Misericordia’, ed anticipa di due settimane l’apertura del Giubileo, il cui logo è stato concesso al musical assieme a quello del Dicastero della Cultura. Si tratta, spiegano gli autori, di un lavoro di “ispirazione cattolica ma aperto al confronto con chiunque, ‘fuori dalle chiese e dalle parrocchie’ come dice il Papa, per incontrare tutte quelle persone che cercano risposte ad una realtà difficile da decifrare”.
Dal coautore delle musiche dello spettacolo, Giovanni Rizzo, ci facciamo spiegare la genesi del musical: “Il musical ‘Mercy, un gancio dal cielo’, è un’esperienza teatrale che nasce dall’esigenza di rappresentare sul palco valori nei quali ‘Arena Artis’ si riconosce usando l’arte del canto, della danza e della recitazione come vettori davvero coinvolgenti. La nostra Associazione si ispira alla lettera degli artisti di san Giovanni Paolo II e da 20 anni si occupa di formazione artistica per tanti giovani talenti.
Dopo molte esperienze, come il musical ‘Il Risorto’, edito dalle edizioni Paoline e replicato da moltissime parrocchie e compagnie teatrali, ‘Arena Artis’ ha sentito l’esigenza di scrivere e produrre ‘Mercy, un gancio dal cielo’, uno spettacolo che racchiude le molte anime dell’associazione e che esprime tutta la consapevolezza del nostro vivere con un grande slancio di speranza nella possibilità di risollevarsi da ogni condizione negativa, affidandoci alla Misericordia Divina”.
Perché vi siete ispirati al libro ‘Il nome di Dio è misericordia’?
“Il libro ‘Il nome di Dio è Misericordia’ è un’intervista che Andrea Tornielli, direttore del Dicastero editoriale della Santa Sede, ha effettuato a papa Francesco in occasione dell’apertura straordinaria della Porta Santa di qualche anno fa. Questo libro ha attirato la nostra attenzione, perchè racchiude molti spunti, anche di vita vissuta, e li cala nella realtà di tutti noi, nel nostro quotidiano, partendo dalle esperienze più diverse.
Un libro che ci invita ‘ad uscire dalle parrocchie ed andare là dove la gente vive, soffre e spera’. La grande attualità delle parole del papa ha suggerito alla regista Antonia Varagnolo lo spunto per farne un musical, proposta ben accettata da Andrea Tornielli, interessato a scoprire come quel suo libro potesse diventare uno spettacolo. ‘Mercy’ è nato per andare tra la gente, coinvolgerla e ridare speranza”.
Quale messaggio intende ‘lanciare’ il musical?
“La speranza è il principale valore che il prossimo Giubileo proporrà con forza, ed è esattamente il sentimento che ‘Mercy’ vuole far scaturire da ogni cuore. Senza speranza e senza fede è difficile trovare le soluzioni ai conflitti interiori e di relazione, bisogna saper guardare oltre gli ostacoli e ricominciare a costruire un mondo più giusto, trovando anche nuovi equilibri tra gli uomini ed il creato. Solo il perdono può spezzare infinite catene di odio, il profitto incondizionato deve dare spazio al rispetto dei popoli in una ripartenza che può scaturire solo dalla Misericordia di Dio”.
Cosa vuol dire coordinare settanta persone in uno spettacolo?
“Questo grande ed impegnativo messaggio viene lanciato da settanta giovani talenti sul palco con un’energia sorprendente, che coinvolge ognuno degli spettatori in un crescendo di emozioni. Gestire una così numerosa compagnia è reso più facile dalla partecipazione emotiva dei protagonisti. Ognuno di loro ha sperimentato quanto sia potente questa onda di sentimenti che coinvolge il pubblico che assiste al musical. In ogni occasione il riscontro è stato addirittura sorprendente, e non vogliamo fermarci, come ci ha esortato a fare papa Francesco, in una sua lettera autografa, inviataci dopo aver gradito i contenuti di Mercy”.
Per quale motivo è sorta ‘Arena Artis’?
“Arena Artis è nata 20 anni fa con l’esatto scopo di dare formazione ed un palco a tanti giovani talenti che hanno bisogno di esprimersi con la loro forma d’arte. Siamo un’Associazione accogliente, che lavora incessantemente, che offre occasioni d’incontro, che si muove verso le fasce più deboli della comunità, che porta, intrinsechi, valori cristiani in modo laico, discreto ma efficace. Abbiamo costruito la nostra credibilità sulla qualità delle nostre iniziative e sulla trasparenza dei nostri valori. In questa speciale occasione ci è stato concesso il logo ufficiale del Giubileo, un grande onore ed un grande impegno per sabato 7 dicembre al ‘Nuovo Teatro Orione’ a Roma”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: occorre amare Dio ed il prossimo
“Saluto i donatori di sangue di Coccaglio (Brescia) ed il gruppo di Emergency Roma Sud, impegnato a ricordare l’Articolo 11 della Costituzione Italiana, che dice: ‘L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Ricordare questo articolo! Avanti!
E possa questo principio attuarsi in tutto il mondo: la guerra sia bandita e si affrontino le questioni con il diritto e i negoziati. Tacciano le armi e si dia spazio al dialogo. Preghiamo per la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, Myanmar, Sud Sudan. E continuiamo a pregare per Valencia, e le altre comunità della Spagna, che soffrono tanto in questi giorni. Cosa faccio io per la gente di Valencia? Prego? Offro qualcosa? Pensate a questa domanda”.
Al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ribadito che la guerra non è la risoluzione ai conflitti, ricordando l’art. 11 della Costituzione italiana, mentre ha invitato a pregare per le persone di Valencia.
Mentre prima dell’Angelus il papa aveva sottolineato che l’amore a Dio ed al prossimo non possono essere disgiunti: “Con la sua domanda, lo scriba cerca ‘il primo’ dei comandamenti, cioè un principio che sta alla base di tutti i comandamenti; gli ebrei avevano tanti precetti e cercavano la base di tutti, uno che fosse il fondamentale; cercavano di mettersi d’accordo su uno fondamentale, e c’erano discussioni tra loro, discussioni buone perché cercavano la verità”.
Quindi la domanda posta dallo scriba è essenziale per la vita di ciascuno: “E questa domanda è essenziale anche per noi, per la nostra vita e per il cammino della nostra fede. Anche noi, infatti, a volte ci sentiamo dispersi in tante cose e ci chiediamo: ma, alla fine, qual è la cosa più importante di tutte? Dove posso trovare il centro della mia vita, della mia fede? Gesù ci dà la risposta, unendo questi due comandamenti che sono i principali: ‘Amerai il Signore tuo Dio’ ed ‘amerai il tuo prossimo’. E questo è un po’ il cuore della nostra fede”.
E’ stato un invito a ritornare al cuore, come ha affermato nell’enciclica ‘Dilexit nos’: “Tutti noi (lo sappiamo) abbiamo bisogno di ritornare al cuore della vita e della fede, perché il cuore è ‘la fonte e la radice di tutte le altre forze, convinzioni’. E Gesù ci dice che la fonte di tutto è l’amore, che non dobbiamo mai separare Dio dall’uomo. Al discepolo di ogni tempo il Signore dice: nel tuo cammino ciò che conta non sono le pratiche esteriori, come gli olocausti e i sacrifici, ma la disposizione del cuore con cui tu ti apri a Dio e ai fratelli nell’amore”.
Inoltre oggi è stata diffusa la lettera di papa Francesco inviata a mons. Philippe Jourdan, vescovo di Tallinn, in occasione del 100^ anniversario dell’erezione dell’Amministrazione Apostolica dell’Estonia, da poco elevata al rango di Diocesi, ricordando il suo viaggio nel 2018: “Questa significativa pietra miliare nella vostra storia segna un secolo di incrollabile fedeltà alla fede cattolica, che ha permesso a questa piccola ma vibrante Chiesa di essere una fonte di compassione e nutrimento spirituale per innumerevoli uomini e donne in tutta la nazione. Allo stesso tempo, questo anniversario commemora la speranza e la fiducia incrollabili nel Signore attraverso decenni di sofferenza, occupazione e oppressione”.
Ed ha ricordato la fede di questo popolo: “In modo particolare, penso al Servo di Dio Arcivescovo Eduard Profittlich, la cui testimonianza a Cristo e la fortezza nel rimanere vicino al suo gregge, fino allo spargimento del suo sangue, hanno seminato semi che ancora oggi stanno dando frutto. Possa la sua testimonianza essere sempre una fonte di ispirazione per voi e ricordarvi che anche la più piccola delle piante, il più piccolo dei gesti e la più umile delle offerte possono crescere ben oltre i loro umili inizi per conferire un ricco raccolto”.
E’ un’eredità che deve essere trasmessa ai giovani: “Inoltre, sono fiducioso che questa ammirevole eredità di fede e carità che caratterizza la vostra Diocesi incoraggerà l’attuale generazione di sacerdoti, religiosi e fedeli laici a continuare a crescere in un gioioso discepolato missionario mentre guardano al futuro.
In effetti, possa il presente centenario essere un’opportunità di rinnovamento spirituale nella vostra terra, accendendo un rinnovato senso di zelo per l’evangelizzazione, specialmente tra i giovani. In questo modo, saranno in grado di proclamare più efficacemente il messaggio di amore, misericordia e riconciliazione di Dio e, così, portare la luce di Gesù e il potere liberatorio del Vangelo ai tanti uomini e donne di oggi che non credono nemmeno in Dio”.
E’ un invito a collaborare con persone di altre confessioni cristiane per costruire una società di pace: “Allo stesso modo, spero che mentre i cattolici dell’Estonia cercano di costruire una società radicata nella pace, nella giustizia, nella solidarietà e nella dignità di ogni persona umana, collaborino sempre di più con gli uomini e le donne di altre confessioni cristiane nel rendere una testimonianza unita alle promesse di Dio. Ciò è particolarmente importante nel contesto dell’attuale guerra in Europa, che è fonte di profonda ansia e riecheggia tragicamente i momenti più bui degli anni passati.
Tuttavia, lo Spirito Santo può guidarvi a essere un segno eloquente di continua fiducia nella provvidenza di Dio e a guidare i cristiani estoni, insieme a tutte le persone di buona volontà, a tendere la mano dell’amicizia ai rifugiati e ai più vulnerabili dei nostri fratelli e sorelle. Possa Cristo, il Principe della Pace, benedirvi con i suoi doni di perseveranza, unità fraterna e concordia”.
Papa Francesco: i bambini sono segni di Dio
Nell’omelia della messa celebrata nella spianata di Taçi Tolu a Dili alla presenza di 600.000 persone, papa Francesco ha invitato a guardare alla tenerezza e semplicità dei bambini, perché attraverso di loro Dio si fa vicino, in quanto ‘un bambino è nato per noi’, come ha profetizzato Isaia: “Queste sono le parole con cui il profeta Isaia si rivolge, nella prima Lettura, agli abitanti di Gerusalemme, in un momento prospero per la città, caratterizzato però, purtroppo, anche da una grande decadenza morale”.
In effetti, è stato il monito del papa, la ricchezza conduce all’illusione: “C’è tanta ricchezza, ma il benessere acceca i potenti, li illude di bastare a sé stessi, di non aver bisogno del Signore, e la loro presunzione li porta ad essere egoisti e ingiusti. Per questo, anche se ci sono tanti beni, i poveri sono abbandonati e soffrono la fame, l’infedeltà dilaga e la pratica religiosa si riduce sempre più a pura formalità. La facciata ingannevole di un mondo a prima vista perfetto nasconde così una realtà molto più oscura, molto più dura e crudele, in cui c’è tanto bisogno di conversione, di misericordia e di guarigione”.
Ma il profeta annuncia al popolo un orizzonte nuovo: “Per questo il profeta annuncia ai suoi concittadini un orizzonte nuovo, che Dio aprirà davanti a loro: un futuro di speranza, un futuro di gioia, dove la sopraffazione e la guerra saranno bandite per sempre. Farà sorgere per loro una grande luce, che li libererà dalle tenebre del peccato da cui sono oppressi, e lo farà non con la potenza di eserciti, di armi o ricchezze, ma attraverso il dono di un figlio. Fermiamoci a riflettere su questa immagine: Dio fa splendere la sua luce che salva attraverso il dono di un figlio”.
Nella sua riflessione il papa ha sottolineato che ogni figlio è un particolare messaggio: “In ogni luogo la nascita di un figlio è un momento luminoso, un momento di gioia e di festa, e a volte suscita anche in noi desideri buoni, di rinnovarci nel bene, di ritornare alla purezza e alla semplicità. Di fronte ad un neonato, anche il cuore più duro si riscalda e si riempie di tenerezza. La fragilità di un bambino porta sempre un messaggio così forte da toccare anche gli animi più induriti, portando con sé movimenti e propositi di armonia e di serenità”.
La meraviglia della nascita di un figlio diventa ancor più grande quando è Dio che si fa bambino: “La vicinanza di Dio è attraverso un bambino. Dio si fa bambino. E non solo per stupirci e commuoverci, ma anche per aprirci all’amore del Padre e lasciarcene plasmare, perché possa guarire le nostre ferite, ricomporre i nostri dissensi, rimettere ordine nella nostra esistenza”.
Ed ha elogiato questo Stato perché ha molti figli: “A Timor Est è bello, perché ci sono tanti bambini: siete un Paese giovane in cui in ogni angolo si sente pulsare, esplodere la vita. E questo è un regalo, un dono grande: la presenza di tanta gioventù e di tanti bambini, infatti, rinnova costantemente la nostra energia e la nostra vita. Ma ancora di più è un segno, perché fare spazio ai bambini, ai piccoli, accoglierli, prendersi cura di loro, e farci anche noi piccoli davanti a Dio e gli uni di fronte agli altri, sono proprio gli atteggiamenti che ci aprono all’azione del Signore. Facendoci bambini permettiamo l’azione di Dio in noi”.
Ecco, quindi, il riferimento alla Madonna, che ha detto ‘sì’ all’opera di Dio nella sua ‘piccolezza’: “Maria questo lo ha capito, al punto che ha scelto di rimanere piccola per tutta la vita, di farsi sempre più piccola, servendo, pregando, scomparendo per far posto a Gesù, anche quando questo le è costato molto”.
E’ stato un invito a rivedere la propria vita davanti a Dio: “Perciò, cari fratelli, care sorelle, non abbiamo paura di farci piccoli davanti a Dio, e gli uni di fronte agli altri, non abbiamo paura di perdere la nostra vita, di donare il nostro tempo, di rivedere i nostri programmi e ridimensionare quando necessario anche i nostri progetti, non per sminuirli, ma per renderli ancora più belli attraverso il dono di noi stessi e l’accoglienza degli altri”.
Infatti ha tratto un ammonimento, prendendo spunto da due monili tradizionali, quali sono il Kaibauk ed il Belak: “Il primo simboleggia le corna del bufalo e la luce del sole, e si mette in alto, a ornamento della fronte, come pure sulla sommità delle abitazioni. Esso parla di forza, di energia e di calore, e può rappresentare la potenza di Dio, che dona la vita. Ma non solo: posto a livello del capo, infatti, e in cima alle case, ci ricorda che, con la luce della Parola del Signore e con la forza della sua grazia, anche noi possiamo cooperare con le nostre scelte e azioni al grande disegno della redenzione.
Il secondo, poi, il Belak, che si mette sul petto, è complementare al primo. Ricorda il chiarore delicato della luna, che riflette umilmente, nella notte, la luce del sole, avvolgendo ogni cosa di una fluorescenza leggera. Parla di pace, di fertilità, di dolcezza, e simboleggia la tenerezza della madre, che coi riflessi delicati del suo amore rende ciò che tocca luminoso della stessa luce che riceve da Dio. Kaibauk e Belak, forza e tenerezza di Padre e di Madre: così Il Signore manifesta la sua regalità, fatta carità e misericordia”.
Al termine della celebrazione eucaristica le parole di ringraziamento del card. Virgílio do Carmo da Silva, arcivescovo di Dili e le parole conclusive del papa prima della Benedizione finale, come augurio: “Cari fratelli e sorelle, ho pensato molto: qual è la cosa migliore che ha Timor? Il sandalo? La pesca? Non è questa la cosa migliore. La cosa migliore è il suo popolo. Non posso dimenticare la gente ai lati della strada, con i bambini. Quanti bambini avete! Il popolo, che la cosa migliore che ha è il sorriso dei suoi bambini. E un popolo che insegna a sorridere ai bambini è un popolo che ha un futuro.
Ma state attenti! Perché mi hanno detto che in alcune spiagge vengono i coccodrilli; i coccodrilli vengono nuotando e hanno il morso più forte di quanto possiamo tenere a bada. State attenti! State attenti a quei coccodrilli che vogliono cambiarvi la cultura, che vogliono cambiarvi la storia. Restate fedeli. E non avvicinatevi a quei coccodrilli perché mordono, e mordono molto. Vi auguro la pace. Vi auguro di continuare ad avere molti figli: che il sorriso di questo popolo siano i suoi bambini! Prendetevi cura dei vostri bambini, ma prendetevi cura anche dei vostri anziani, che sono la memoria di questa terra”.
(Foto: Santa Sede)





























