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‘Il partigiano tradito’: la storia di Franco Passarella nel racconto della nipote Anna Maria Catano

Ucciso dal fuoco amico, da un tragico errore, ritenuto forse una spia o forse solo per impossessarsi della sua giacca e dei suoi scarponi. E’ la storia di Franco Passarella, giovane cattolico che a soli 18 anni decide, nel giugno 1944, di unirsi ai partigiani, ‘ai ribelli per amore’, per andare a combattere per la liberazione dell’Italia, ma poi scompare in Val Camonica e dopo la Liberazione non farà ritorno a casa; il corpo fu ritrovato solo nel 1946, ma il ragazzo era stato ucciso nel giugno 1944. A ripercorrere la storia di Franco Passarella è il libro ‘Il partigiano tradito’, scritto dalla giornalista Anna Maria Catano, nipote della vittima,

Nella prefazione mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina ma di origine bresciana, ha evidenziato che ‘la bellezza della vita da cristiano di Franco e la profonda fede che ha vissuto’, mentre l’autrice ha sottolineato che “Franco Passarella non fu ucciso da orde fasciste, ma perse la vita in un ‘triste dramma partigiano’, che fu torturato e condannato a morte da quelli che avrebbero dovuto essere suoi compagni”. Franco Passarella, nato a Venezia il 25 ottobre 1925 e trasferitosi con la famiglia a Brescia, era un ‘tarcisiano’, ovvero faceva parte dell’associazione cattolica dedicata a san Tarcisio: “Franco partiva per portare il bene, per questo ha perso la vita. Non è partito con la pistola ma per portare il bene”, si legge nella conclusione del libro.

All’autrice abbiamo chiesto di spiegarci il motivo di tale titolo al libro: “Il titolo è stato deciso dalla casa editrice, però è un titolo che corrisponde esattamente alla storia narrata, perché Franco, che era un giovane di fede luminosa e di grandi ideali democratici, a 18 anni parte partigiano per andare in montagna a combattere per la libertà di tutti. Purtroppo, lungo la strada, sarà tradito dai suoi ed anche, in qualche modo, anche dalla Chiesa, perché lui, che era dell’oratorio della ‘Pace’ ed uno dei ‘ribelli per amore’ (come amavano chiamarsi i partigiani cattolici), incontra un sacerdote che avrebbe potuto salvarlo ma non lo fa, probabilmente per paura di quei delinquenti; e soprattutto incontra sulla sua strada quattro partigiani, che non lo sono, ma quattro delinquenti comuni, che lo hanno condannato a morte senza processo e poi lo hanno ucciso”.   

Per quale motivo è stato tradito?

“Questo rimane ancora un mistero: ho cercato di ricostruire la storia, ma cosa sia passato nella testa di questi delinquenti comuni è difficile da stabilire; probabilmente è stata una rapina o l’invidia per questo giovane che aveva un paio di scarponi nuovi ed un giaccone da montagna pesante: probabilmente è stata solo questa la causa”.

Come spiegare la violenza?

“Purtroppo la violenza è difficile da spiegare. Penso a tanti casi di cronaca odierna, in cui si uccidono persone senza sapere il motivo: colpisce quell’episodio dell’uccisione di una donna da parte di una persona che ha dichiarato che aveva voglia di uccidere la prima persona che passava per la strada. In qualche modo anche la storia di Franco è andata così. Però questi erano delinquenti, che hanno ucciso molte persone senza processo, in quanto in Valcamonica ci sono stati parecchi episodi compiuti da pseudo partigiani che hanno commesso atti violenti senza giustificazioni”.

Perché a 18 anni Franco Passarella scelse di essere partigiano?

“Franco Passarella era un ragazzo ‘normale’, cresciuto in una famiglia antifascista con una grande fede cristiana, testimoniata da documenti, perché quando ho iniziato questa ricerca storica dieci anni fa intervistando gli ‘ultimi’ suoi compagni ed i protagonisti viventi, hanno tutti testimoniato la grande fede di questo ragazzo, che credeva davvero di portare il bene, come ha raccontato un ingegnere veneziano, ricordandosi perfettamente di Franco. Egli era un giovane pieno di ideali, che per essi purtroppo è morto ammazzato”.

Cosa significava essere ‘ribelle per amore’?

“I ‘ribelli per amore’ erano i partigiani cattolici dell’oratorio ‘Santa Maria della Pace’, perché nel bresciano l’antifascismo è stato soprattutto cattolico. Quest’oratorio, che esiste ancora, era un luogo di incontro e di fede, gestito dai padri Filippini, che curavano l’educazione religiosa e civile di questi ragazzi; quindi in quegli anni diventa un luogo di impegno civile. Da quest’oratorio partono anche sei padri filippini che andranno come cappellani nelle file partigiane e tanti giovani studenti come Franco. E’ stato una fucina di personalità del mondo cattolico. Brescia ha tanti ‘nobili’ personaggi della Chiesa”.

Per quale ragione ha raccontato questa storia a distanza di 80 anni?

“Franco Passarella era mio zio, perché era il fratello di mia madre. E’ una storia di cui in famiglia ho sentito parlare pochissimo, perché il dolore era talmente grande, che la famiglia è rimasta distrutta. La vita dei miei nonni, genitori di Franco, è stata veramente distrutta dal dolore. Dieci anni fa lo storico più importante del periodo resistenziale, Mimmo Franzinelli, che ha scritto oltre trenta volumi sul tema, ha avuto l’onestà intellettuale di ricostruire la storia di Franco Passarella e di altri partigiani, raccontando quello che è successo davvero nella vallata. Visto che questa storia è stata a lungo negata e di questa morte sono stati accusati per molto tempo i fascisti, da quel momento ho cercato di ricostruire questa storia, affinché potesse essere di esempio ai giovani. L’unico senso della storia di Franco è quella che possa essere un esempio di impegno per le giovani generazioni”.

Cosa vuol dire vivere in famiglia con un ‘partigiano tradito’?

“Quando ero ragazza non ho mai sentito raccontare questa storia, perché era troppo dolorosa per chi l’aveva vissuta, cioè i suoi genitori e sua sorella, che era mia madre. Io sono la terza generazione, che è vissuta nella pace, nella democrazia e nel benessere. Ad un certo momento ho iniziato ad appassionarmi alla storia della morte di questo ragazzo di 18 anni. Mi sono affezionata alla figura di questo ragazzo e delle sue coraggiose scelte, che ha avuto la forza di andare a morire per la libertà di tutti e per garantirci oggi il diritto alla democrazia, che spesso diamo per scontato”.        

La Caritas italiana promuove l’advocacy

Si è concluso con uno sguardo aperto al contesto politico ed europeo la quarta e ultima giornata del Convegno nazionale di Caritas Italiana. Al centro della mattinata, il confronto tra esperienze e visioni sul rapporto tra partecipazione, cittadinanza e responsabilità pubblica, in un tempo segnato da trasformazioni profonde a livello nazionale e internazionale.

Ad aprire i lavori, la tavola rotonda ‘La politica, l’Europa’, che ha visto il contributo di Romano Prodi, in dialogo con alcuni giovani del mondo Caritas. Un’occasione di confronto che ha messo al centro il ruolo della politica come spazio di costruzione del bene comune e l’Europa come orizzonte di riferimento per affrontare le sfide contemporanee.

Il dialogo, moderato da Luca Servidati, ha offerto chiavi di lettura e prospettive concrete a partire dai territori, valorizzando il contributo delle nuove generazioni e delle comunità locali nel promuovere partecipazione, giustizia sociale e coesione. In questo contesto, la riflessione si apre a interrogativi cruciali sul futuro dell’Europa, sul significato dell’impegno politico oggi e sul contributo che il mondo Caritas può offrire nella costruzione di società più giuste, solidali e inclusive.

“Nel passato i giovani non avevano più potere di oggi”, ha affermato Prodi, “E’ un problema eterno. Credo che si debba stare attenti all’equilibrio, lasciare posto ai giovani è importante. Lasciare posto però non mi piace. Serve una categoria di giovani dinamica che il posto se lo costruisce. Non trovo che in teoria che il mondo politica sia governato da anziani, anzi. L’affermazione dei giovani deve essere costruttiva e non occasionale grazie a un lavoro di squadra”.

Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’Europa, oggi attraversata da fragilità politiche e divisioni interne. Prodi ha richiamato con forza la necessità di un rinnovato slancio unitario, fondato non solo su interessi economici ma su valori condivisi e responsabilità comuni: “nessun piano economico può da solo costruire l’Europa”. In questo senso, ha evidenziato i rischi legati ai nazionalismi e ai meccanismi decisionali che rallentano l’azione comunitaria, come il diritto di veto, sottolineando l’urgenza di riforme capaci di rendere l’Unione più efficace e coesa.

Negli orientamenti finali il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha indicato alcune traiettorie di lavoro per i prossimi mesi, rilanciando la vocazione ecclesiale e profetica della rete Caritas: “Il patrimonio di ascolto che la rete Caritas raccoglie ogni giorno non può essere custodito gelosamente. Va restituito come bene comune. Deve diventare lettura dei fenomeni, cultura dell’attenzione, proposta sociale, provocazione evangelica, stimolo per politiche più giuste e inclusive”.

Sul tema della pace, don Pagniello ha richiamato la responsabilità delle comunità cristiane nel tempo dei conflitti: “La pace non è neutralità comoda. Non è silenzio prudente. Non è equilibrio costruito evitando i temi scomodi. Pace significa anche compiere scelte concrete, personali e comunitarie”. Ed ha aggiunto un forte richiamo alla coscienza civile ed evangelica: “Le Caritas sono chiamate anche a stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende normale l’ingiustizia. E’ l’obiezione di chi rifiuta di adattarsi all’indifferenza e continua a credere che la dignità umana venga prima del profitto, della paura e dell’interesse di pochi”.

Infine, il rilancio del rapporto tra Vangelo e storia: “L’annuncio del Vangelo deve camminare insieme all’impegno per il bene comune, del singolo e di tutta la famiglia umana. E’ la Parola che genera movimento, che fa nascere processi, che rimette in cammino le persone e le comunità”. Il Convegno si è chiuso consegnando alle Caritas diocesane un mandato chiaro: continuare ad ascoltare, educare, promuovere giustizia e costruire pace, facendo della carità una forza capace di incidere nella storia.

Il 45° Convegno nazionale di Caritas Italiana, dal titolo ‘Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” (Is 1,17). Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano’ era stato aperto dall’introduzione di mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente di Caritas Italiana, ha richiamato con forza l’identità ecclesiale della Caritas: “La Caritas è la diocesi. E’ la dimensione caritativa della diocesi. La Caritas è la Chiesa che si impegna a vivere davvero il Vangelo”. Un invito a non considerare la carità come un ambito separato, ma come forma concreta e quotidiana dell’essere Chiesa.

Il direttore di Avvenire, Marco Girardo, ha offerto una riflessione sul tema del linguaggio e dello sguardo, sottolineando la responsabilità di ‘raccontare l’uomo per promuovere l’umano’ in un tempo segnato da frammentazione e polarizzazione: “Promuovere l’umano significa strappare l’uomo alle narrazioni che lo deformano”, ha evidenziato, indicando nella comunicazione un luogo decisivo di impegno culturale ed etico.

Uno sguardo internazionale è arrivato con la testimonianza del card. Giorgio Marengo, dalla Mongolia, che ha raccontato la forza della carità in una Chiesa di minoranza. L’intervento di mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, che ha richiamato la funzione ‘profetica, critica ed educativa della Chiesa oggi’, indicando nella carità una forma alta di responsabilità ecclesiale e sociale, capace di interrogare le coscienze e orientare i processi.

La giornata ha visto anche il rilancio, con il contributo di Elisa Crupi (Libera), della Campagna ‘Diamo linfa al bene’. A seguire, Massimo Monzio Compagnoni ha evidenziato il valore del sostegno economico alla Chiesa come strumento di corresponsabilità e partecipazione. Un filo rosso ha attraversato tutti gli interventi: la necessità di una carità che non si limiti a rispondere ai bisogni, ma sappia ascoltare, comprendere e incidere sulle cause delle disuguaglianze. Un’advocacy che nasce dall’incontro con i poveri e si traduce in impegno per la giustizia.

(Foto: Caritas Italiana)

L’educazione non è copiatura

“I recenti fatti di cronaca, tra cui la grave aggressione avvenuta in una scuola italiana, dove una docente è stata accoltellata da un proprio studente, hanno scosso profondamente il mondo della scuola e l’opinione pubblica. Si tratta di episodi che generano turbamento, preoccupazione e un senso di vulnerabilità diffuso tra chi ogni giorno abita la scuola come luogo educativo. Questo turbamento è comprensibile e legittimo. Allo stesso tempo, è importante che non si trasformi in demoralizzazione o in una percezione di impotenza”: questo è l’inizio di una lettera ‘aperta’ scritta dal Centro Psico-Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, fondato dal prof. Daniele Novara, all’indomani dell’accoltellamento della prof.ssa Chiara Mocchi da parte di uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore.

La lettera è un invito a leggere attentamente la realtà in cui i ragazzi crescono senza sottovalutare le responsabilità individuali: “Sempre più frequentemente, infatti, ci si trova di fronte a ragazzi e ragazze che faticano a stare dentro le contraddizioni dell’esperienza umana: faticano a tollerare la frustrazione, a gestire il limite, a riconoscere ed attraversare il conflitto senza esserne travolti. Eppure, è proprio nella capacità di stare dentro queste tensioni, nelle inevitabili conflittualità e contraddittorietà della vita, che si costruisce una competenza fondamentale per la crescita.

In questo senso, il compito educativo della scuola si conferma oggi più che mai centrale: non solo trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti per imparare a gestire il conflitto, riconoscerlo e attraversarlo in modo costruttivo”.

Per il pedagogista Daniele Novara, docente del master in Formazione interculturale all’Università Cattolica di Milano ed autore dei libri ‘Non sarò la tua copia’ ed ‘Il papà peluche non serve a nulla’, è importante esplorare il ‘copione educativo’, consistente in un’impronta che è stata lasciata dai genitori e che segna la ‘forma’ che avremo da grandi, diventando un modo di vivere e di rapportarci alla vita..

Ma chi sono questi ‘padri peluche’?

“Siamo di fronte a una progressiva contrazione delle funzioni paterne come se questa figura non trovasse più una propria collocazione e una propria modalità. I nuovi padri, frutto dell’epoca narcisistica in cui siamo inderogabilmente immersi, sembrano dover espiare le colpe dei progenitori maschi, in una sorta di condanna senza fine che spesso li costringe in una posizione di marginalità rispetto ai figli e alle figlie. Dopo il periodo del ‘padre padrone’ ora non riescono a trovare una loro collocazione. Nel frattempo le madri non si fidano dei padri dei loro figli e quindi permangono anche nella fase dell’adolescenza quando dovrebbero essere i papà in prima linea”.

Perché si tende a ‘copiare’ nell’educazione dei figli?

“Il passaggio dall’essere figli a diventare genitori ci costringe in qualche modo a vedere la realtà da un altro punto di vista. Non siamo più quelli che ricevono l’educazione, ma coloro che la impartiscono. Un progetto non privo di insidie. Uno dei rischi principali è rappresentato dal ripetere l’educazione ricevuta oppure dal voler fare a tutti i costi l’opposto dei propri genitori.

I copioni educativi che ci vengono cuciti addosso sono rielaborati prevalentemente in tre modi: ‘passivo’, con un atteggiamento fatalistico e ripetitivo; ‘speculare’, facendo il contrario dell’educazione ricevuta; ‘consapevole’, l’educazione ricevuta viene utilizzata al meglio attuando cambiamenti dove necessario. Diventare genitori rappresenta un’occasione straordinaria per occuparsi non solo dei figli ma anche di sé stessi e attivare processi di crescita personale che altrimenti sarebbe difficile mettere in campo”.

Come è possibile superare l’educazione ricevuta?

“L’educazione ricevuta è una pelle che abitiamo, che ci capita addosso senza che ce ne accorgiamo veramente. Un tessuto senza forma che ci viene consegnato per la nostra crescita. Sta a ciascuno di noi decidere cosa fare con quel tessuto e quindi superare l’educazione ricevuta. Occorre individuare l’impalcatura della nostra crescita educativa, quali sono i ponteggi che la tengono in piedi e la rendono quella che è. Solo in questo modo si può affrancarsi dalla dipendenza infantile e smettere di esserne ostaggio”.

Nel testo scrive che ‘il riconoscimento da parte delle madri della figura del padre è una responsabilità anche delle mamme, nel non riconoscere la figura del papà’: è vero nella realtà?

“E’ giustificabile l’atteggiamento delle mamme, ma si potrebbe anche dire che i figli non possono pagare le colpe dei padri. Prendiamo gli ultimi casi di cronaca sui ragazzi con i coltelli: il padre è fondamentale in adolescenza per riuscire a gestire il senso del limite in maniera educativa. Molti di questi giovani che vanno in giro con un’arma bianca neanche lo vedono il padre: non c’è. Sono in casa con le mamme, punto e basta. Penso anche all’autolesionismo che dal punto di vista dei numeri è ben più significativo che non la violenza sugli altri”.

Per quale motivo gli adulti sono ‘influenzati’ dall’educazione ricevuta?

“L’educazione ricevuta fa parte di noi, è qualcosa con cui siamo stati cresciuti. Può essere intenzionale o esplicita, come quella scolastica o religiosa, oppure subliminale o implicita, un sistema inconscio di comunicazioni educative che agisce nelle relazioni intergenerazionali. Risulta inevitabile che influenzi la nostra vita adulta. Ricordiamo che l’educazione ricevuta avviene nel momento dell’infanzia, quel periodo in cui la dipendenza dall’adulto, in particolare dai genitori, è totale. Difficile sottrarsi”.

L’educazione dei ragazzi è tutta ‘colpa’ della famiglia?

“Direi solo in parte. Il ruolo principale è certamente affidato alla famiglia, ma sono convinto della necessità di creare una ‘comunità educante’ formata da tutte le persone che vivono in un territorio e che hanno il compito di accompagnare nella crescita le generazioni più giovani. Tutti coloro che si relazionano con bambini e ragazzi, futuri protagonisti della società, ne sono potenziali attori. I soggetti della comunità educante presentano precise competenze: sapersi ascoltare reciprocamente, cogliere i bisogni di coloro che sono più deboli, imparare a sostenere percorsi per favorire la condivisione, il confronto, la progettualità, la sicurezza e la vita in comune”.

E’ possibile gestire il conflitto?

“Assolutamente, il conflitto può essere gestito bene oppure male. Anni fa condussi con i miei collaboratori una ricerca sulla carenza e competenza conflittuale. La prima rappresenta l’incapacità di stare nella tensione relazionale vissuta più come una minaccia che una risorsa nei processi di convivenza. Il ‘carente conflittuale’ non è un litigioso, ma un intollerante al litigio, totalmente incapace di gestirlo. Il ‘competente conflittuale’ possiede invece la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita”.

Per quale motivo in una coppia è pericoloso ignorare l’infanzia uno dell’altro?

“E’ un attentato alla coppia, prima ancora che all’alleanza educativa dei due genitori. Tanti genitori mi dicono ‘preferisco educarlo io mio figlio, perché lui/lei ha avuto dei genitori pessimi’. Ma ti accorgi solo adesso che lui/lei ha avuto genitori pessimi e che la sua educazione per te ora pesa al punto che non gli consenti di toccare i tuoi figli, che sono anche suoi? Questo è un problema basilare di cui non si parla mai: se si decide di mettere al mondo figli, l’alleanza la si fa nella coppia.

Purtroppo tanti genitori mantengono l’alleanza originaria coi propri genitori invece che con il proprio partner e questo crea delle discussioni enormi. Quando si diventa genitori si passa da una dimensione di cura della propria infanzia nella coppia ad una dimensione di cura dei figli che vivono l’infanzia: quando questo avviene è un processo meraviglioso ed anche creativo, perché offriamo ai figli una possibilità in parte già liberata dalle catene più o meno negative che ci portiamo dietro”.

Quale copione educativo pesa di più: quello della madre o del padre?

“Pesa maggiormente il copione della madre: in assoluto non c’è partita. Ho parlato molte volte della profonda crisi dei maschi, oggi, in educazione. I padri devono essere sostenuti e incoraggiati. E’ un compito comune quello di liberarci dal patriarcato, ma non ci si libera del patriarcato trasformando il padre dei tuoi figli in un papà peluche”.

Un’altra componente educativa è la scuola, che sta diventando sempre più competizione: però se ‘la scuola non è una gara’, cos’è?

“La scuola appare ancora oggi fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici; una scuola fatta di metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Occorre uscire dall’equivoco della scuola come una competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo e cominciare a considerarla il luogo eletto dell’apprendimento, dove gli studenti sono protagonisti e non antagonisti, dove imparano gli uni dagli altri e dove l’errore e i tentativi compiuti hanno una valenza evolutiva”.

Allora in questo processo di cambiamento la scuola può essere utile?

“Oggi non ci sono le condizioni. Gli insegnanti non vengono selezionati sulla base di una competenza professionale pedagogica. Inoltre, soprattutto all’infanzia ed alla primaria continua a prevalere la figura femminile: i bambini sono immersi in un mondo totalmente maternale con una riduzione anche della tensione a fare da soli, a vivere avventure, esperienze e quant’altro. Siamo arrivati a proporre i metal detector agli ingressi degli istituti: è il tracollo della scuola come ambiente dove anzitutto si impara a vivere”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV ai giovani africani: guardate al futuro

“Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi! Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede”: nel penultimo incontro pubblico in Africa, sotto la pioggia papa Leone XIV ha ascoltato le testimonianze dei giovani nello stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale ‘che cresce nella libertà’.

Dopo aver ascoltato le testimonianze dei giovani il papa ha ripreso il motto del viaggio apostolico nel Paese africano: “E’ un richiamo al motto di questo viaggio (‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’). Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita”.

Quindi ha invitato i giovani a non far tramontare le tradizioni, ma con uno sguardo al futuro:”Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.

Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani (un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale) che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!”

Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici… Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.

Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro”.

Infine ha invitato tutti a lasciarsi incantare dalla bellezza: “Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso”.

E  la carità trasforma il mondo, come affermava sempre papa Francesco: “La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato. Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza”.

Prima di questo incontro il papa ha visitato il carcere che ospita uomini e donne che scontano una pena o sono in stato di custodia cautelare: “Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito”.

Il discorso del papa è stato un invito alla riconciliazione: “Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. E’ un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia”.

Quindi il carcere può diventare ujn luogo di cambiamento: “Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo (come è stato detto) può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”.

Li ha incoraggiati a non disperare: “Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri”.

Infine ha ringraziato coloro che svolgono il loro lavoro nel penitenziario: “Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.

Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai giovani: guardare alla Madre di Dio

“Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, membri della Legione di Maria e devoti di Mama Muxima, la Madre del cuore, con gioia condivido con voi questo momento di preghiera mariana. Abbiamo recitato assieme il Santo Rosario, devozione antica e semplice, nata nella Chiesa come preghiera per tutti”: al Santuario di Mamã Muxima, luogo di culto le cui origini risalgono al XVII secolo che sorge lì dove i colonizzatori portoghesi smistavano merci e persone schiavizzate per deportarle in Brasile, oggi pomeriggio papa Leone XIV ha guidato la preghiera del Rosario, chiedendo di impegnarsi per ‘amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso’.

Ricordando le parole di papa san Giovanni Paolo II il papa ha ricordato la fede del popolo angolano: “Guardando tutti voi, Chiesa viva e giovane di Angola, e condividendo questo momento intenso e ricco di fervore, mi sembra che le parole del mio Santo Predecessore si adattino in modo del tutto speciale a questa grande comunità, in cui certamente si sentono la freschezza della fede e la forza dello Spirito”.

Infatti il Santuario è luogo accogliente: “Ci troviamo in un Santuario dove, per secoli, tanti uomini e donne hanno pregato, in momenti gioiosi e anche in circostanze tristi e molto dolorose della storia di questo Paese. Qui da tanto tempo Mama Muxima si adopera nascostamente a tenere vivo e pulsante il cuore della Chiesa, un cuore fatto di cuori: i vostri, e quelli di tante persone che amano, pregano, festeggiano, piangono e a volte addirittura, nell’impossibilità di venire materialmente, affidano a lettere e messaggi postali le proprie richieste e i propri voti… Mama Muxima accoglie tutti, ascolta tutti e prega per tutti”.

Ecco il motivo per cui occorre guardare alla Madonna: “Abbiamo meditato i Misteri gloriosi della vita di Gesù, contemplando nella sua glorificazione il nostro destino e nel suo amore la nostra missione. Cristo, nella Pasqua, ha vinto la morte, mostrandoci la via per tornare al Padre. E perché anche noi possiamo percorrere questa via luminosa e impegnativa, rendendo il mondo intero partecipe della sua bellezza, ci ha donato il suo Spirito, che ci anima e ci sostiene nel cammino e nella missione.

Come Maria, anche noi siamo fatti per il Cielo, e verso il Cielo camminiamo con gioia, guardando a Lei, Madre buona e modello di santità, per portare la luce del Risorto ai fratelli e alle sorelle che incontriamo, come abbiamo fatto simbolicamente all’inizio di ciascuna ‘decina’, attraverso rappresentanti di ogni vocazione e ogni età”.

Il titolo ‘Madre del cuore’ dato al Santuario racchiude ciò che è la Madre di Dio: “E’ un titolo bellissimo, che ci fa pensare al Cuore di Maria: un cuore limpido e sapiente, capace di conservare e meditare gli eventi straordinari della vita del Figlio di Dio. Pregando assieme, anche noi abbiamo fatto così, lasciandoci accompagnare da Maria nel ricordo di Gesù. Abbiamo ripercorso con Lei vari momenti della vita del suo Figlio, per alimentare in noi un amore universale come il suo”.

Quindi il Rosario è un impegno ad amare: “Recitare il Rosario, allora, ci impegna ad amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso, e a spenderci per il bene gli uni degli altri, specialmente dei più poveri. Una mamma ama i suoi figli, pur diversi uno dall’altro, tutti allo stesso modo e con tutto il cuore”.

Tale impegno spetta anche a noi: “Anche noi, davanti alla Madre del cuore, vogliamo promettere di fare lo stesso, adoperandoci senza misura affinché a nessuno manchi l’amore, e con esso il necessario per vivere in modo dignitoso ed essere felice: perché chi ha fame abbia di che sfamarsi, perché tutti i malati possano ricevere le cure necessarie, perché ai bambini sia garantita un’adeguata istruzione, perché gli anziani vivano serenamente gli anni della loro maturità. A tutte queste cose pensa una mamma: a tutte queste cose pensa Maria, e invita anche noi a condividere la sua sollecitudine”.

Questo è l’impegno dato ai giovani: “Cari giovani, cari membri della Legione di Maria, cari fratelli e sorelle, la Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace. Qui c’è un grande progetto in corso: la costruzione di un nuovo Santuario, che possa ospitare tutti quelli che vengono in pellegrinaggio. Specialmente voi, giovani, prendetelo come un segno”.

E’ stato un invito alla costruzione di un ‘mondo’ più accogliente: “Anche a voi, infatti, la Madre del Cielo affida un grande progetto: quello di costruire un mondo migliore, accogliente, dove non ci siano più guerre, né ingiustizie, né miseria, né disonestà, e dove i principi del Vangelo ispirino e plasmino sempre più i cuori, le strutture e i programmi, per il bene di tutti. E’ l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti. Partiamo, allora, da questo Santuario come ‘angeli-messaggeri’ di vita, per portare a tutti la carezza di Maria e la benedizione di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Per Francesco sorella è la morte: un nuovo linguaggio per comprendere la morte

“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione.

Da questo paradosso fecondo ha preso linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, svoltosi a Santa Maria degli Angeli fino a domenica 22 marzo, promosso dalla Provincia Serafica di Umbria e Sardegna con il patrocinio del Comitato Nazionale Centenari Francescani e dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI, si è concluso con la presentazione di un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.

L’Hospice Pediatrico regionale sorgerà ad Assisi, secondo l’illustrazione fatta dalla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, dal dott. Emanuele Ciotti, direttore generale dell’USL Umbria 1 e dal dott. Gianni Mazzetti, responsabile della Rete di Cure Palliative. La struttura, che colmerà un vuoto assistenziale drammatico nel Centro Italia (attualmente privo di simili centri in Marche, Abruzzo e Molise), è stata definita con una frase emblematica: ‘Costruire una casa per chi non può stare a casa’.

L’opera è parte integrante della prima legge regionale del 2026 dedicata al Centenario Francescano e prevede un polo da 18 posti letto, inserito nella rete regionale di cure palliative pediatriche e terapia del dolore, supportato dall’Azienda Ospedaliera e dalla struttura di oncoematologia pediatrica. La sfida è creare un team multidisciplinare con psicologi e assistenti sociali, riducendo la disomogeneità territoriale e i gravosi trasferimenti fuori regione.

L’Hospice non sarà un’anticamera del lutto, ma uno spazio vitale per gestire sintomi complessi ed offrire ‘vacanze assistite’. Il design sarà d’eccellenza ed elaborerà alcune proposte progettuali. Qui le famiglie non saranno più sole nel peso della cura: potranno trovare momenti di stabilizzazione per i propri figli e, per i caregiver, il conforto di non dover fare tutto da soli in situazioni che spesso non trovano spazio adeguato nei reparti ospedalieri: “Questo è il modo più autentico per lasciarsi interrogare da san Francesco: trasformare la cura dei ‘piccoli’ in un segno che resta, un’opera che darà sollievo alle famiglie umbre per molti anni a venire, rendendo eterno il messaggio di questi Centenari”.

L’ultima giornata di questo cammino di riflessione era iniziata nella basilica di Santa Maria degli Angeli con una celebrazione eucaristica presieduta dal ministro generale dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, concelebrata anche da don Massimo Angelelli (direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI) e da fra Francesco Piloni (ministro provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna) e proseguita da una riflessione teologica con don Massimo Angelelli, Francesca Di Maolo (presidente della Fondazione Istituto Serafico di Assisi), Enrico Petrillo (marito della Serva di Dio Chiara Corbello) e fra Francesco Piloni, che ha ripreso le ultime parole del Poverello per ricordare che ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. La testimonianza di Enrico, unita all’impegno quotidiano dell’Istituto Serafico, ha ricordato che ‘siamo nati e non moriremo mai più’, trasformando il limite della morte in un orizzonte di speranza.

L’apertura ufficiale del convegno è stata affidata al Cantico delle Creature, letto da fra Gianluca Busonera, uno dei responsabili organizzatori del Convegno. A Gianni Cervellera, esperto di formazione in sanità e coordinatore del Convegno, il compito di sottolineare come san Francesco abbia trasformato la paura della morte in accoglienza, citando Chesterton: ‘Le stelle… videro un uomo felice’.

Il ministro provinciale dei frati minori, fra Francesco Piloni, aveva spiegato l’intento del convegno per riflettere seriamente sul limite e sulla fragilità della vita attraverso tre parole chiave del Cantico: infirmitate, tribolazione e morte. Riferendosi alla lettera enciclica ‘Fides et Ratio’ di papa san Giovanni Paolo II ha ricordato che fede e ragione sono come due ali di una colomba: entrambe necessarie per comprendere la verità.

Ha evidenziato come la scienza, la fede e la cura siano strumenti complementari per affrontare la sofferenza, la malattia e la morte, cercando una verità luminosa che si ispira alla vita di Francesco, capace di suscitare una nostalgia delle nostre origini e dei valori autentici. Mentre don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio pastorale della salute CEI, ha ricordato la necessità di riportare la morte al suo significato naturale: “Abbiamo smesso di pensare la morte come un evento naturale… la morte non c’è, semplicemente non c’è, c’è la vita finché c’è la vita e poi c’è il decesso”.

Inoltre don Angelelli ha sottolineato la centralità del fine vita terrena nella vita cristiana e l’importanza di un linguaggio che accompagni la vita fino alla sua conclusione. Il prof. Massimo Antonelli, anestesista e rianimatore, ha evidenziato il ruolo quotidiano della morte nella professione medica e l’importanza di un approccio empatico: “La morte per noi rianimatori è un evento quotidiano… frequentiamo la dimensione che cerca di essere empatica nei confronti di chi sopravvive a un amato o congiunto”.

Mentre sabato i lavori sono entrati nel vivo con l’apertura di fra Pietro Maranesi, che ha saputo delineare la sottile ma cruciale differenza tra la morte intesa come rovina e quella accolta come sorella. Da questa premessa, il panel sul tema della ‘Morte’ ha esplorato il mistero del morire attraverso quattro ‘sguardi’ che hanno attraversato la psicologia, i media, la scuola e la sociologia.

La psicoterapeuta Beatrice Toro ha guidato l’assemblea tra le pieghe dei diversi tipi di lutto, indicando nella saggezza della presenza e nel coraggio di ‘stare’ nel dolore la postura più efficace per non restare intrappolati nel trauma. Il giornalista Alessandro Sortino ha poi scosso la platea con una provocazione necessaria, interrogandosi sul perché la morte, pur essendo il tabù per eccellenza, diventi così facilmente una ‘notizia’ di successo mediatico; una dinamica che forse nasconde il nostro bisogno inconfessato di confrontarci con l’unico evento che riguarda davvero ognuno di noi.

Il ritmo della riflessione si è fatto ancora più vitale con l’intervento dello scrittore, prof. Marco Erba, che parlando con il linguaggio di chi vive ogni giorno accanto agli adolescenti ha proposto tre coppie di parole come antidoti al nichilismo contemporaneo: sostituire il giudizio tagliente con lo sguardo che accoglie, il possesso egoistico con la logica del dono e la ricerca ossessiva della perfezione con la bellezza liberante del perdono. A chiudere questo blocco il sociologo Massimiliano Padula, che ha illustrato i concetti di spettacolarizzazione e mercificazione della vita digitale, descrivendo con tratti inquietanti il fenomeno del ‘foreverismo’ e dei cimiteri virtuali, dove la tecnologia tenta di attivare una memoria affettiva che rischia però di restare prigioniera dello schermo.

Il vertice teologico è stato raggiunto con la parola di fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, che ha condotto i presenti nel cuore della Sacra Scrittura, mostrando come la Parola di Dio non ignori la drammaticità della morte, ma la attraversi e lo ha fatto partendo dal tema della nudità. Da quest’attenzione della Parola di Dio si è passati alla concretezza del quotidiano attraverso il dialogo tra un medico palliativista, dott.ssa Giulia Nazzicone, un rianimatore pediatrico, dott. Alberto Giannini, ed un cappellano d’ospedale, fra Luigi Cavagna. Da queste voci è scaturito un appello unanime alla costruzione di un’alleanza autentica con chi è nel dolore, fondata sulla cura della persona nella sua interezza.

A questo punto abbiamo chiesto al prof. Marco Erba di raccontarci come i giovani affrontano la morte: “Da un la lato dai ragazzi la morte viene rimossa, mentre dall’altro lato viene sfidata nel senso che ci sono a volte atteggiamenti estremi negli adolescenti, che però hanno una fame di vita, in quanto la sfida che lanciano è una ricerca di fame del senso di vivere.

Gli adolescenti di oggi spesso sono feriti, fragile e non hanno punti di riferimento; quindi il nostro compito non è quello di limitarci di dire ciò che debbono fare, ma provare a condividere con loro risposte di senso alte, in quanto loro hanno fame di vivere la vita come un dono, ma sono in ricerca di loro stessi: hanno desiderio di una vita piena e di relazione con gli altri. Forse la crisi degli adolescenti, di cui si parla molto spesso, in realtà è una domanda profonda di senso e di bellezza”.

In quale modo raccontare loro la vita?

“Credo che sia fondamentale, come modalità, il racconto di esperienze, in quanto si dice che le parole convincono, ma gli esempi trascinano. Penso che raccontare storie non sganciate dalla realtà, vedere testimoni credibili ed avere un’alta qualità della vita e per gli adolescenti incontrare persone che fanno della loro vita un dono, per la quale, come diceva Etty Hillesum nel campo di concentramento di Auschwitz, la vita è bella e ricca di significato: questo può toccare il loro cuore ed aprire la domanda su come anche loro possono dare un contributo al mondo che li circonda”.  

Quindi attraverso il racconto della morte i giovani pongono domande di vita?

“Assolutamente sì! La morte è parte della vita e quindi le domande di vita passano anche attraverso gli atteggiamenti che a me adulto sembrano più estremi”.

Esiste un modo per ‘dare peso’ alle domande vitali dei giovani?

“I fatti di cronaca riportano solo situazioni drammatiche, ma c’è una bellezza sommersa tra gli adolescenti: i ragazzi che fanno volontariato, l’esperienza scout, in ambito sportivo i giovani allenatori con gli atleti più piccoli. Cicerone scriveva che i suoi tempi erano i peggiori della storia, Sallustio sottolineava che il mondo era corrotto e senza via d’uscita. Eppure…. Siamo ancora qui a parlare del futuro. C’è bisogno di uno sguardo di fiducia, di tenere aperta la domanda: cosa si può fare?

E’ lo sguardo di fede che un cristiano deve avere. Io non amo i cristiani apocalittici e fustigatori dei costumi. Mi piace un cristianesimo che cammina con le persone. Ed è l’esperienza che ho fatto nell’incontro con i salesiani, a cui devo la mia formazione. Don Bosco ripeteva che la santità consiste nello stare molto allegri. La testimonianza più grande che possiamo dare è quella di essere felici ed avere una qualità di vita elevata e quindi contagiosa. Come educatori siamo chiamati a credere nella scintilla di bellezza che c’è nell’altro, anche quando sembra non vedersi”.

(Foto: OFM Assisi)

Progetto N.O.NEET: bando per nuove opportunità di lavoro per i giovani del Capo di Leuca

La Caritas Diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca comunica l’avvio della terza edizione del progetto ‘N.O.NEET – NUOVI ORIENTAMENTI PER I NEET E I MINORI’, nell’ambito del suo costante  impegno nel contrasto alla disoccupazione giovanile. Un’iniziativa, gestita dall’Associazione Form.Ami APS-ETS in sinergia con la Cooperativa I.P.A.D. Mediterranean e la Fondazione Mons. Vito De Grisantis, che punta a offrire un ponte concreto tra formazione e mondo del lavoro.

Il progetto offre a 25 giovani, con un’età compresa tra i 16 e i 35 anni, altrettante possibilità per percorsi di inserimento lavorativo strutturati in tre fasi chiave: a) Orientamento individuale: per definire il profilo e le aspirazioni di ogni partecipante. b) Formazione di base (40 ore): un modulo intensivo che copre temi cruciali come la sicurezza sul lavoro, la legislazione sociale, le tecniche di ricerca attiva e l’etica professionale. c) Tirocinio extracurriculare: un’esperienza pratica in azienda, attivata tra maggio e novembre 2026, coerente con gli obiettivi professionali del beneficiario, con un sostegno economico secondo la normativa regionale.

Il bando è riservato ai giovani che rispettano i seguenti criteri: a) Età: tra i 16 e i 35 anni; b) Stato occupazionale: essere disoccupati o inoccupati, regolarmente iscritti al Centro per l’Impiego di competenza e non inseriti in altri percorsi di studio o formazione. c) Residenza: domicilio o residenza in uno dei 17 Comuni della Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca: Alessano, Castrignano del Capo, Corsano, Gagliano del Capo, Miggiano, Montesano Salentino, Morciano di Leuca, Patù, Presicce – Acquarica, Ruffano, Salve, Specchia, Supersano, Taurisano, Tiggiano, Tricase e Ugento.

 Le domande saranno valutate da una commissione tecnica sulla base di parametri socio-economici: a) Reddito (ISEE): sarà data priorità alle fasce più basse (10 punti per ISEE sotto i 6.000 euro , a scalare fino a 4 punti per ISEE sopra i 15.000 euro. b) Anzianità di disoccupazione: maggiore è il periodo di inattività, più alto sarà il punteggio assegnato (fino a 6 punti per chi è disoccupato da oltre un anno).

Gli interessati devono inviare la candidatura entro e non oltre il 24 Aprile 2026. La documentazione necessaria include il modulo di domanda (con dichiarazione sostitutiva), l’attestazione ISEE e il certificato dello stato occupazionale.

La domanda può essere consegnata a mano a Tricase presso il Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini 15, in alternativa via e-mail inviandola a: segreteria@caritasugentoleuca.it oppure a: formami4@gmail.com

Per supporto o chiarimenti, gli uffici del Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini 15 a Tricase (Le) sono aperti il lunedì, mercoledì e venerdì (9.00 – 12.30) e il martedì e giovedì (16.00 – 19.00). Tel.0833 219865 – 3388371927. Il bando integrale con il modulo di domanda sono disponibili su www.caritasugentoleuca.it.

Formazione: patto Regione Friuli Venezia Giulia e Rondine promuove competenze trasversali

“Il protocollo d’intesa firmato tra la Regione Friuli Venezia Giulia e l’associazione Rondine Cittadella della Pace è finalizzato a promuovere lo sviluppo delle competenze trasversali e il successo formativo degli studenti. Come amministrazione regionale siamo da sempre impegnati nella valorizzazione di percorsi formativi innovativi di respiro internazionale e nel sostegno alle giovani generazioni. Un impegno che coniuga didattica tradizionale e apprendimento non formale e informale, con l’obiettivo di potenziare le competenze trasversali e le soft skills”.

Lo ha affermato l’assessore regionale al Lavoro, formazione, istruzione, ricerca, università e famiglia Alessia Rosolen che nei giorni scorsi ha sottoscritto, insieme al vicepresidente di Rondine Angiolo Fabbroni, un’importante partnership:

“In un contesto segnato da profondi cambiamenti sociali, rapidi sviluppi tecnologici e persistenti tensioni globali – ha spiegato Rosolen – le competenze trasversali rappresentano uno strumento essenziale per affrontare l’incertezza e gestire le sfide contemporanee. Attraverso questa collaborazione intendiamo integrare nel sistema scolastico regionale, valorizzando gli strumenti già disponibili per l’ampliamento dell’offerta formativa, un modello educativo innovativo orientato al dialogo e alla crescita personale degli studenti, con ricadute significative sia a livello locale sia internazionale”.

Nel dettaglio, l’intesa – di carattere pluriennale – mira a favorire l’introduzione nelle scuole del territorio, nel rispetto dell’autonomia scolastica, metodologie innovative capaci di favorire la diffusione di un approccio trasformativo e generativo al conflitto, la cittadinanza attiva e il benessere sociale.

La collaborazione punta, inoltre, a contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare nei campi dell’educazione, dell’inclusione e del benessere; a rafforzare le competenze trasversali dei giovani; a prevenire fenomeni di degenerazione della conflittualità sociale e della dispersione scolastica; e a promuovere sinergie tra scuole, università, enti e imprese.

Rondine Cittadella della Pace è un’associazione internazionale con sede ad Arezzo, nel borgo omonimo che dal 1998 accoglie giovani provenienti da Paesi in guerra o in fase post-bellica, promuovendo percorsi di convivenza e dialogo. All’interno del borgo è stato sviluppato il “Metodo Rondine”, riconosciuto a livello nazionale e internazionale.

Nel 2020 il Ministero dell’Istruzione e Rondine hanno siglato un accordo per la diffusione del metodo nelle scuole, valorizzandolo come strumento di welfare di comunità e di innovazione educativa, con particolare attenzione alla gestione dei conflitti, all’educazione civica e alla diplomazia educativa digitale. Nel tempo, l’associazione ha ottenuto numerosi riconoscimenti e attivato collaborazioni con istituzioni e organizzazioni internazionali, tra cui Maeci, Onu, Osce, Unione europea e Unesco.

Rondine ha inoltre collaborato con diversi soggetti del territorio regionale al progetto ‘Sport for Peace’, iniziativa volta a valorizzare i cosiddetti ‘luoghi terzi’, come lo sport, quali spazi privilegiati di dialogo e coesione sociale. Per i vertici dell’associazione, che hanno ringraziato la Regione per aver riconosciuto il valore del ‘Metodo Rondine’ e per aver scelto di investire nello sviluppo delle competenze trasversali e nella crescita integrale delle giovani generazioni, la firma di questo protocollo d’intesa rappresenta un passo significativo verso la costruzione di una scuola sempre più capace di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Durante l’evento è stato ricordato che Rondine da oltre 20 anni lavora per trasformare il conflitto in opportunità di apprendimento e di relazione, accompagnando i giovani in percorsi di consapevolezza, dialogo e responsabilità. Portare questo approccio nelle scuole significa contribuire a formare cittadini più liberi, capaci di affrontare le complessità del presente con spirito critico e apertura.

Questa collaborazione rafforza l’impegno comune nel promuovere un modello educativo che mette al centro la persona, la qualità delle relazioni e la costruzione di comunità inclusive e pacifiche, nella convinzione che investire oggi nell’educazione al dialogo e alla gestione dei conflitti significhi costruire basi solide per il futuro, a livello locale e internazionale.

30 anni del Progetto Policoro: don Marco Ulto racconta il lavoro che cambia

Nel terzo week end di febbraio a Roma si è celebrato il trentennale del Progetto Policoro, ‘Tra memoria e futuro’, riportando al cuore l’intuizione originaria del progetto: stare accanto ai giovani perché possano riconoscere nel lavoro non solo un’occupazione, ma una vocazione ed una possibilità di vita piena.

Le testimonianze  hanno restituito una consapevolezza comune: il lavoro rimane luogo di dignità e di speranza, spazio in cui ogni giovane può scoprire il proprio posto nel mondo, lasciando germogliare i semi che Dio ha posto in lui, come ha ribadito papa Leone XIV nell’udienza: ‘Nessun giovane deve essere lasciato in panchina e le comunità siano incubatori di futuro’.

Nei laboratori del sabato pomeriggio, dedicati ai temi dell’inclusione, della disabilità, della scuola, della cooperazione e delle politiche attive del lavoro, è emersa la necessità di abitare i territori con uno sguardo capace di ascolto e cura. Evangelizzare il lavoro significa allora riconoscerlo come luogo di relazione e crescita, spazio in cui accompagnare i giovani a desiderare l’età adulta, dando valore a quel tempo meraviglioso e complesso che è quello della gioventù.

E nell’udienza di sabato mattina papa Leone XIV ha evidenziato il contributo dei giovani: ‘Voi giovani siete il volto bello dellItalia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza. In trentanni avete seminato unimmensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa’.

Iniziando proprio da queste parole di papa Leone XIV a don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro, abbiamo chiesto di raccontare quale sprone è arrivato“Sono veramente tanti gli sproni che Papa Leone XIV ci ha consegnato nell’Udienza. Tra questi l’invito a continuare a camminare verso un futuro che ci aspetta a braccia aperte, un futuro che ci chiede di rinnovarci ogni volta, senza accontentarci e senza restare fermi a guardare, per continuare a contagiare con l’entusiasmo dei giovani e la loro sensibilità anche i luoghi più refrattari e le persone più rassegnate senza perdere di vista i riferimenti che hanno guidato questo cammino trentennale: il Vangelo, la Dottrina sociale della Chiesa, la comunità e le testimonianze.

Quando il Santo Padre ci ha detto che i giovani sono ‘il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza’, ci ha affidato una responsabilità grande: continuare a essere quella parte viva del Paese che costruisce, che vuole ridonare speranza tenendo ben chiaro che nessun giovane può essere lasciato ‘in panchina’, ma va sostenuto nel realizzare i suoi sogni e nel migliorare il mondo che abita. Non bisogna perdere il passo, non si può cedere alla stanchezza o al disincanto. Bisogna essere protagonisti e non spettatori; mettere le mani nella storia invece di commentarla da fuori; lasciarsi guidare dal Vangelo, perché è lì che nasce la forza per rialzarsi e per rialzare gli altri perché i giovani, quando decidono di mettersi in gioco, diventano la forza capace di trasformare i territori”.

Per quale motivo il papa ha invitato a conoscere le biografie dei santi?

“Papa Leone XIV ci ha consegnato una serie di testimoni che, con la loro vita e il loro impegno, hanno lasciato un segno profondo nella storia e nella vita sociale del nostro Paese. Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Giovanni Bosco, Bartolo Longo, Francesca Cabrini, Armida Barelli, Luigi Sturzo, Piergiorgio Frassati, Alberto Marvelli, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Maria di Campello, Aldo Moro, Tina Anselmi, Pino Puglisi, Tonino Bello, Annalena Tonelli: sono volti e storie che hanno reso fertili le nostre comunità, mostrando che la santità può davvero trasformare la società.

Con la loro testimonianza ci ricordano che l’affidamento a Dio non è qualcosa di astratto, ma una presenza concreta capace di generare cambiamento, giustizia, cura e responsabilità. Le loro vite ci dicono che il Vangelo, quando diventa carne, può incidere nella storia e aprire strade nuove anche nei contesti più difficili”.

30 anni del Progetto Policoro: come è cambiato il lavoro in questi anni?

“Oggi il lavoro non è più inteso come un semplice impiego. E’ diventato un tema che tocca la dignità della persona, la stabilità emotiva, la possibilità di restare nei propri territori e di costruire un futuro personale e comunitario. Sono cambiate anche le competenze richieste: trenta anni fa poteva bastare una formazione tecnica o un diploma; oggi servono competenze digitali, relazionali, capacità di adattamento continuo. Il lavoro chiede flessibilità, creatività e aggiornamento costante.

Parallelamente è cambiato anche il rapporto tra lavoro e vita.

Le nuove generazioni non cercano soltanto uno stipendio, ma un lavoro che abbia senso, che permetta di crescere, che non consumi la persona e che lasci spazio per coltivare i propri interessi. C’è una ricerca di equilibrio, di benessere, di possibilità di restare umani. Sono cambiati anche i territori: molti si sono spopolati, altri hanno saputo reinventarsi. Oggi il lavoro è strettamente legato allo sviluppo locale, all’innovazione sociale, alla capacità di creare comunità che sostengano i giovani e le loro idee. Non è più solo un ‘posto’, ma un percorso e richiede strumenti nuovi, alleanze nuove, una visione più ampia”.

Per quale motivo mons. Mario Operti ideò tale Progetto?

“Mons. Mario Operti pensò il Progetto Policoro perché riconosceva che la crisi occupazionale del Sud negli anni ’90 non era soltanto un’emergenza economica, ma una ferita profonda che intaccava la vita spirituale, sociale e culturale dei giovani del Mezzogiorno, compromettendone dignità e futuro. Per questo era convinto che la Chiesa non potesse limitarsi a denunciare il problema, ma dovesse trovare strade nuove per stare accanto ai giovani, accompagnarli e sostenerli concretamente.

In questa visione, le nuove strade erano segnate da un impegno chiaro e coraggioso: ridare speranza ai giovani senza lavoro; contrastare la cultura della rassegnazione; unire evangelizzazione e promozione umana; creare un metodo pastorale nuovo, sinodale e generativo, capace di mettere insieme persone, competenze e territori”.

Come coniugare i segni di speranza in impegno sociale?

“Coniugare i segni di speranza in impegno sociale significa trasformare ciò che riconosciamo come possibile in scelte e azioni che costruiscono davvero il bene comune. Significa passare dalla speranza, intesa come sentimento, a impegno concreto fatto di responsabilità, partecipazione e costruzione del bene comune mettendo in campo competenze, tempo, creatività per generare processi che migliorano davvero la vita delle persone e della comunità”.

‘Ascolta, Accogli, Agisci’: come accendere la speranza nei giovani?

“Rivestirsi del Signore significa recuperare la nostra umanità abbandonando l’arte della guerra, cercando di entrare in sé stessi; significa avere la possibilità di dilatare l’orizzonte, allargare la nostra prospettiva a quella di Dio e guardare come Lui guarda. Significa accogliere la paternità di Dio che aiuta a recuperare la nostra dignità di figli, pensati, amati e accompagnati nel suo amore. L’amore inteso come una regola che ci ha dato, per crescere nelle relazioni etiche, sane, di cura, nella convivialità delle differenze. Siamo profeti di speranza non replichiamo il ‘si è sempre fatto così’ ma impegniamoci insieme a realizzare quello che ancora c’è da fare, facendolo insieme!”

(Tratto da Aci Stampa)

San Tommaso d’Aquino: l’attualità del rapporto tra fede e ragione

“Infatti la scienza di una cosa non è compatibile con l‘opinione, poiché la scienza esige che chi conosce veda che l‘oggetto conosciuto non può essere diversamente, mentre l‘opinione implica l‘accettazione di questa possibilità. Se invece si tiene una cosa per fede si deve affermare l‘impossibilità che essa sia diversamente, data la certezza della fede; tuttavia una stessa cosa non può essere sotto lo stesso aspetto oggetto di scienza e di fede, poiché ciò che è conosciuto per scienza è visto, mentre ciò che è creduto non è visto, come si è spiegato [nel corpo]”:così scriveva san Tommaso d’Aquino nella Summa Teologica, sottolineando che la scienza non è un’opinione.

Ed ancora in un altro passo l’Aquinate ha sottolineato lo ‘stretto’ legame tra fede e ragione: “L’intelletto, più partecipa della luce della gloria, più perfettamente vede Dio. Ma partecipa di più della luce della gloria chi ha un grado superiore di carità, poiché là vi è maggiore carità dove vi è maggiore desiderio, quel desiderio che in qualche modo rende colui che desidera adatto e pronto a ricevere la cosa desiderata. Da cui deriva che colui che avrà avuto più carità, vedrà più perfettamente Dio”.

Partendo da tali sollecitazioni con il teologo domenicano p. Antonio Olmi riflettiamo su tale rapporto, chiedendogli di spiegare quale posto hanno fede e ragione in san Tommaso d’Aquino:

“Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che la retta ragione guida alla fede, e che la fede purifica e illumina la ragione. ‘Ragione’ non intesa come ‘razionalità scientifica’, che opera solo attraverso evidenze concettuali e certezze dimostrabili, bensì come ‘ragionevolezza sapienziale’: che si fonda, al tempo stesso, sul ‘buon senso’ e sul ‘buon cuore’, facoltà comuni agli esseri umani di ogni tempo, ogni luogo e ogni cultura.

Tra tutti i pensatori cristiani, san Tommaso d’Aquino (‘il più santo tra i dotti, il più dotto dei santi’, come lo ha definito papa Pio XI nel 1923) è quello che più, e meglio, di ogni altro ha sottolineato il rapporto che lega la ragione naturale alla fede, mettendo in luce il rapporto di unità-distinzione-ordinamento tra le due: la fede e la ragione sono distinte, la fede è superiore alla ragione, ma ambedue sono unite per giungere alla conoscenza di Dio che ci è data dalla Rivelazione cristiana”.

Perché il ‘Doctor communis’ è una risorsa per la Chiesa?

“Il titolo di ‘Doctor communis’, cioè di ‘dottore universale’, è stato attribuito a san Tommaso d’Aquino nel corso dei secoli a causa dell’autorità e della diffusione del suo pensiero filosofico-teologico. ‘Universale’, proprio perché la comprensione profonda che egli ha avuto del rapporto tra ragione è fede è un contributo indispensabile per approfondire e per vivere ciò che la Chiesa cattolica (‘universale’, appunto) ci tramanda dell’insegnamento di Gesù Cristo. Tale contributo, nel mondo contemporaneo, è particolarmente significativo: in un momento in cui le istanze della ragione e della fede sembrano divergere, ai limiti dell’incompatibilità, l’insegnamento dell’Aquinate costituisce la risorsa più preziosa per un approccio al cristianesimo rispettoso delle caratteristiche e dei limiti dell’intelligenza umana”.

‘Canta, o mia lingua, il mistero del corpo glorioso e del sangue prezioso che il Re delle nazioni,

frutto benedetto di un grembo generoso, sparse per il riscatto del mondo: questo è l’inizio di. ‘Pange, lingua tantum èrgo sacramentum’. Per quale motivo la lingua ‘canta un sì grande sacramento’?

“Canta, o mia lingua, un così grande sacramento (‘Pange, lingua, tantum ergo sacramentum’) è il titolo dell’inno eucaristico più noto della Chiesa cattolica. Papa Urbano IV, in occasione del miracolo di Bolsena del 1263, nel quale l’ostia aveva sanguinato al momento della consacrazione, l’anno seguente istituì la solennità del Corpus Domini, e diede a san Tommaso d’Aquino l’incarico di comporre un inno che ne esprimesse il significato.

Manifestando anche le sue doti poetiche, oltreché dottrinali, l’Aquinate in questi versi esprime il mistero eucaristico (‘Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola / il pane vero nella sua carne / e il vino nel suo sangue’), mettendolo in relazione con il piano salvifico della misericordia divina, con il mistero della nascita verginale, con la vita pubblica di Cristo, con il passaggio dall’Antica alla Nuova Legge”.

Allora, cosa significa per la Chiesa che l’Aquinate è co-patrono della missione educativa?

“Nominare san Tommaso d’Aquino co-patrono della missione educativa (insieme a san John Henry Newman) ha significato per la Chiesa cattolica riaffermare l’unione indissolubile tra fede e ragione, promuovendo un’educazione che sia intellettualmente rigorosa, profondamente umana e aperta alla verità. In questa prospettiva l’educazione diventa un atto di carità intellettuale, grazie al quale la conoscenza di Dio si riflette nell’amore per il prossimo; non solo come trasmissione di nozioni ma come un ‘compito d’amore’, che mira a far scoprire la propria vocazione alla santità, formando e sostenendo lo sviluppo dell’intera persona”.

Dopo 800 anni dalla nascita quale è la sua attualità?

“L’attualità perenne di san Tommaso d’Aquino consiste nell’aver fondato l’esercizio della ragione (inteso non solo come ricerca scientifica delle «cause seconde» delle cose ma come ricerca sapienziale delle ‘cause prime’) sulla valorizzazione e rigorizzazione di quella che san Giovanni Paolo II ha chiamato ‘filosofia implicita’: vale a dire, l’insieme di ‘certezze originarie dell’esperienza’ (le cose sono, il mondo è ordinato, l’io esiste, ed altre) e di ‘princìpi primi della conoscenza’ (causalità, finalità, identità, non contraddizione) che guidano la ragione naturale a giungere alla verità, cioè all’ ‘adeguazione dell’intelletto alla realtà’.

Solo questa adeguazione permette al pensiero di ‘funzionare’ correttamente, e quindi di esercitarsi come «retta ragione» che conduce dal mondo a Dio, e che permette di accogliere e di interpretare correttamente la Rivelazione di Dio all’uomo”.

Il papa in udienza generale ha chiesto ai giovani di seguire l’esempio di san Tommaso d’Aquino: in quale modo si possono trasmettere ai giovani i ‘frutti della contemplazione’?

Papa Leone XIV, nell’esortare i giovani a radicare la propria vita nel ‘cuore di Gesù’, fonte di sapienza e di santità, si è richiamato proprio all’esempio di san Tommaso. Radicarsi nell’amicizia con Gesù, pregare per e con gli altri, vivere un Vangelo concreto, ‘camminare insieme’ con il prossimo, educarsi all’amore fedele: tutti questi elementi costitutivi di un percorso di santità che inizi nell’età giovanile e prosegua con frutto nell’età matura sono possibili solo ‘obbedendo alla realtà’.

Solo insegnando ai giovani come esercitare la ‘retta ragione’, che accetta le cose per quello che sono e ne riconosce le perfezioni come partecipi della Perfezione suprema, è possibile insegnare loro a vivere un autentico atteggiamento contemplativo, in senso propriamente cristiano: che non solo è attratto dalla verità ma è mosso dalla carità della verità”.

Quindi un mistico per il tempo contemporaneo?

“Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la ‘carità della verità’ con cui egli si è santificato, ed ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, od influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta”.

(Tratto da Aci Stampa)

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