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Il Cortile di Francesco ad Assisi all’insegna della ‘bella notizia’
Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco, torna ad Assisi dal 10 al 13 e dal 17 al 20 settembre il ‘Cortile di Francesco’, l’evento culturale dei frati del Sacro Convento, arrivato alla XII edizione, che ha avrà come titolo ‘Una bella notizia’: tema centrale sarà infatti quello della vita, intesa in senso olistico come integrazione tra felicità, relazioni, benessere, cultura e spiritualità, di cui san Francesco, proprio nell’ottocentesimo anniversario della sua morte, è testimone indiscusso.
Nato come versione ‘francescana’ del Cortile dei Gentili, promosso dall’allora Pontificio Consiglio della cultura come dialogo tra credenti e non credenti, il ‘Cortile di Francesco’ si è configurato negli anni sempre più come uno spazio di accoglienza reciproca di intellettuali e persone comuni, esperti e artisti, persone di successo e amici ‘sconosciuti’. Caratteristica peculiare del Cortile di Francesco è proprio l’interdisciplinarietà: l’obiettivo è quello di affrontare le tematiche da diverse prospettive e diversi approcci, nel tentativo di raggiungere il più possibile un approccio organico e completo, che è fonte di vera sapienza, come ha dichiarato fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio della comunicazione del Sacro Convento:
“Nel panorama culturale contemporaneo caratterizzato per la specializzazione e l’analisi, un approccio plurale e sintetico come quello che si sperimenta al Cortile di Francesco, può essere un contributo significativo nella ricerca di strade e cammini condivisi per affrontare con creatività e in un’ottica di giustizia, le molteplici sfide del nostro tempo, le quali (benché complesse e globali nei loro esiti) non cessano tuttavia di avere radici e implicazioni molto concrete nell’esistenza di ciascuno.
In questo senso il Cortile di Francesco non affronta le tematiche in astratto, ma è un esercizio comune, corale, fraterno, a partire dalle competenze individuali – che siano scientifiche, critiche, estetiche, istituzionali, volitive o religiose (a servizio della vita, che è sempre estremamente concreta) delle persone. La qualità dell’esistenza, per come ci è testimoniato da Francesco d’Assisi, si misura essenzialmente dalle relazioni che ci edificano e che plasmano l’orientamento del nostro vivere comune”.
Allora quale è la ‘bella notizia’ di questa edizione del Cortile di Francesco?
“La bella notizia è la vita di san Francesco. In lui vediamo che è possibile e bella per tutti noi un’esistenza fondata non sul sospetto, sulla diffidenza, sulla competizione, ma sulla collaborazione, sulla stima reciproca, sulla fraternità. E questa è più che mai una bella notizia… e per questo è anche una necessità. Per questo il Cortile di Francesco, qui ad Assisi, sceglie di mettere al centro la vita intesa in senso olistico. Una sintesi armonica tra felicità, relazioni, benessere, cultura, spiritualità e nuove tecnologie. Sembra un programma ambizioso, lo so. Ma in realtà è qualcosa di molto concreto. Perché la vita non si vive per compartimenti stagni. La spiritualità non è separata dal benessere, le relazioni non sono separate dalla cultura.
Tutto sta insieme o cade miseramente insieme. E san Francesco ne è un testimone straordinario. La parola biblica che ci guida è Shalom, comunemente tradotta con pace, ma che in realtà significa molto di più. Include integrità, completezza, armonia. E’ questa la bella notizia: che una vita così è possibile. Che san Francesco ce lo ha mostrato. E che ottocento anni dopo, la sua intuizione è ancora una parola significativa, autentica, fresca, capace di interrogarci e ispirarci, al di là delle nostre divergenze di fede o ideologiche”.
Ad inizio agosto si è svolto ‘Go! Franciscan Youth Meeting’, che ha coinvolto molti giovani: per quale motivo san Francesco ancora affascina i giovani?
“Credo che Francesco affascini i ragazzi perché non ha abbandonato i sogni che ha coltivato da giovane (come ogni giovane) e ha continuato a inseguirli. I ragazzi trovano in lui l’ispirazione per crescere senza dover rinunciare agli ideali che sentono autentici, senza cedere a quella disillusione o a quel cinismo con cui noi adulti spesso qualifichiamo le aspirazioni giovanili: la vita è bella non perché si hanno più cose o si ricoprono ruoli più importanti, ma perché si è più uniti agli altri, si vivono relazioni significative, si ha cura di chi e di ciò che è accanto a noi. Francesco si è spogliato, letteralmente, di tutto ciò che non era essenziale. Ed in quella nudità ha trovato una libertà che pochi osano anche solo immaginare.
I giovani lo sentono. Non hanno bisogno che glielo spieghiamo noi. Basta portarli ad Assisi, basta raccontare la sua storia senza addolcirla, e qualcosa scatta. Perché Francesco è stato giovane molto moderno. Figlio di un mercante, cercava di affermare se stesso a tutti i costi. Poi qualcosa cambiò attraverso degli incontri significativi. E quella trasformazione, quella conversione radicale, parla ancora oggi con una forza disarmante. In Francesco i ragazzi intuiscono la possibilità concreta di un’esistenza realizzata non nel segno del possesso, ma delle relazioni”.
In quale modo è possibile riconoscere la bellezza di san Francesco?
“Diceva Pavel Florenskij che ‘l’amore realizzato è la bellezza’. La bellezza di Francesco è allora proprio la sua vita completamente donata (a Dio ed agli uomini), tutta spesa per costruire legami di unità e di fraternità nella misericordia, nel perdono, nella pace. Ed è una bellezza che dopo 800 anni non è ancora svanita: continua ad affascinare, anzi a suscitare discepoli e amici, certamente all’interno della famiglia francescana ‘ufficiale’, ma anche al di fuori di essa.
Coloro che si lasciano ispirare da san Francesco d’Assisi sono uomini, donne, religiosi, sacerdoti e laici, cattolici e non, persone semplici o di grande cultura, che nei cinque continenti da otto secoli sono la presenza del suo spirito nel mondo. San Francesco non ha e non è un’eredità da museo: è una presenza viva, operante. In questi suoi discepoli, in questa sua famiglia, è tuttora presente come radice, come forza e come criterio di discernimento evangelico.
Ma la bellezza di Francesco si riconosce anche in qualcosa di più immediato: nella semplicità con cui sapeva guardare ogni cosa. Il sole, la luna, il fratello lebbroso, il lupo di Gubbio, l’avversario. San Francesco non divide il mondo tra sacro e profano, tra degno e indegno. Questa è bellezza. E’ capacità di vedere la realtà intorno a sé. E’ un’arte rara, che si può imparare, se ci si mette in ascolto della sua testimonianza, che riconosce in ogni cosa un dono prezioso di Dio e del prossimo”.
Quindi san Francesco è stato un uomo libero: in quale modo comunicare ai giovani questa libertà?
“Francesco è libero, profondamente, radicalmente libero. La libertà che il mondo ci propone ogni giorno è una libertà dai legami, dagli impegni, da tutto ciò che vincola. Questo tipo di pensiero ci fa credere che gli ostacoli alla nostra libertà vengano da fuori, dagli altri, dalla storia, dalla natura. Francesco al contrario sperimenta la libertà come libertà da sé per amare senza limiti, e questo fa della sua vita e della sua storia qualcosa di straordinariamente affascinante e attraente.
In questo senso il ‘Cortile di Francesco’ (anche nelle proposte rivolte ai giovani) offre esperienze grazie alle quali può emergere come la qualità della vita personale, nelle sue varie dimensioni, non dipenda dall’accrescimento dell’io e dal moltiplicarsi di beni ed esperienze individuali, quanto piuttosto dall’arricchimento reciproco in un’ottica di mutuo dono di sé.
Questo è proprio il cuore dell’esperienza del ‘Cortile di Francesco’: egli ci ha lasciato una grande eredità, la fraternità, ed essa non è semplicemente un atteggiamento emotivo o un’attitudine morale. E’ un vero e proprio contenuto culturale, che rivela come la vita umana cresce qualitativamente , si arricchisce davvero, solo quando il contributo di ciascuno è valorizzato per il bene comune in un’ottica di servizio, di rispetto e di disponibilità ad apprendere dalla visione e dall’esperienza altrui. Anche i giovani possono così gustare questa libertà non attraverso un manuale, ma condividendo esperienze con persone che, come loro, cercano di essere libere da sé per accogliere e lasciarsi arricchire autenticamente dagli altri”.
Pace e perdono: in quale modo riattualizzare queste due parole francescane?
“Diversi panel ed esperienze tornano sul tema della pace e del perdono, della resilienza e della rinascita, ma in particolare vorrei sottolineare quello di venerdì 11 settembre, una data che di per sé porta già il peso di una ferita aperta nel mondo. Si tratta di una tavola rotonda sulla pace con fra Marco Moroni, mons. Felice Accrocca, Marco Tarquinio e Alessandro Piccinini, a partire da una duplice ispirazione: quella di san Francesco appunto e quella di un profeta di pace del nostro tempo, mons. Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi dal 1985 fino alla morte. Parlare di pace il giorno in cui il mondo ricorda una delle sue ferite più brucianti significa ribadire che l’umanità non è destinata a considerare la pace come una tregua nel ritmo incessante della guerra, ma come una strada veramente possibile, e per questo doverosa, anzitutto per ciascuno di noi.
Riattualizzare la pace francescana significa capire che essa non è qualcosa da trovare fuori, ma è un cammino in cui ognuno ha realmente la sua parte, perché comincia da sé e dalle relazioni che viviamo. La pace è appunto shalom, quella pienezza di vita che tiene insieme tutto. Ed il perdono è la porta attraverso cui questa pace diventa possibile. Senza perdono, la pace è solo una tregua. Con il perdono, fondato sulla verità e la giustizia, la pace diventa un vero avanzamento (un salto di qualità) nella vita umana su questo pianeta”.
Ad 800 anni dalla morte, come declinare san Francesco oggi?
“Ottocento anni. Eppure Francesco è qui. Non come un fossile da museo, non come un semplice personaggio del passato. Francesco è qui perché il suo spirito continua a essere all’opera nel mondo.
Ricordare la morte di Francesco significa celebrarne la vita, ciò che egli è stato, che è per noi, e che è in mezzo a noi. Sabato 19 settembre, con il prof. Marco Guida, docente alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed con il rettore dell’Università degli Studi di Perugia, prof. Massimiliano Marianelli, parleremo proprio di questo: dell’eredità del Santo. Accoglierla significa sviluppare uno stile di vita, una postura interiore, uno sguardo sul mondo fatto di fiducia e di rispetto.
Giovedì 17 settembre ci sarà una riflessione sulla povertà francescana, con fra Pietro Maranesi e Massimo Mercati, presidente ed amministratore delegato di Aboca. Perché la povertà di san Francesco non è miseria; è libertà per la condivisione, per la giustizia, per la fraternità. E’ dire: se possedere cose o ruoli può diventare un ostacolo nelle relazioni, con Dio e con il prossimo, preferisco custodire un cuore e una mente capaci di vivere senza la preoccupazione di dover difendere qualcosa e senza la paura che gli altri mi possano privare di qualcosa.
E poi c’è un gesto bellissimo che chiude le giornate: tra il 18 e il 20 settembre, gli infioratori di Spello realizzeranno un grande tappeto floreale nella piazza inferiore della basilica. La bellezza al servizio della memoria. Il fiore che sboccia proprio lì dove riposano i resti mortali di Francesco. Quindi declinare san Francesco oggi significa tutto questo e molto altro. Significa portare la sua intuizione (la fraternità è possibile; la vita intera può essere bella notizia) dentro le domande del presente. Significa non lasciarlo nel passato, ma lasciarlo parlare. Ed ascoltarlo davvero”.
Il programma completo della kermesse è consultabile sul sito www.cortiledifrancesco.it.
(Tratto da Aci Stampa)
Ad Amelia il festival dell’ecologia integrale nel centenario francescano
Passare da strutture dì peccato che generano guerre con frutti di morte a strutture di giustizia che portano la pace, è quanto propone papa Leone XIV nella enciclica Magnifica humanitas E Francesco d’Assisi di cui celebriamo l’ottavo centenario del suo transito indica che una autentica conversione consiste nel fare misericordia.
Cogliendo tali preziose indicazioni la quinta edizione del Festival dell’ecologia integrale che si terrà ad Amelia dall’11 al 13 settembre 2026 ad Amelia presso il convento della Santissima Annunziata, ha come tema la pace.
Non un irenismo inconcludente e neppure voler semplicemente essere lasciati in pace, ma quella generata, come scrive Vasilij Grossman, da una bontà modesta, senza sfarzo né pretese. La visibilità di questa piccola bontà è fragile; è quella “della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia… Ho visto che non l’uomo è impotente nella lotta contro il male, ma che il potente male è senza forza quando lotta con l’uomo. Nell’impotenza della bontà fine a sé stessa consiste il segreto della sua immortalità. Essa è invincibile”.
Venerdì 11 settembre
ore 21.00 – concerto “Note da Oscar” gli ottoni del grande cinema italiano
Sabato 12 settembre
ore 10.00 – accoglienza gruppi partecipanti alle installazioni “Strutture di pace”
ore 10.30 – apertura estemporanea di pittura “Colori nel silenzio: dipingere la pace”
ore 18.00 – concerto al tramonto la Digital jazz degli studenti del liceo musicale “F. Angeloni” di Terni, coordinati dal prof. Vincenzo Rito Liposi
ore 20.00 – apericena “Fratello pane e sorella allegria” (salsicce, verdura. bruschette e vino) intrattenimento musicale con i Boulevardier acustic duo
ore 21.30 – apertura del Planetario e osservazione del cielo con i telescopi, video proiezione a cura di Grazia Genovese e Paul Harden
Domenica 13 settembre
ore 8.30 – passeggiata “La morte di san Francesco: cantare la vita”
ore 11.45 – tavola rotonda “La concretezza della pace”
ore 13.00 pranzo sotto i tigli
ore 17.00 – premiazione estemporanea di pittura e istallazioni
ore 18.00 – santa messa
Tutte le iniziative su prenotazione a: info@madreterrasorellestelle.org tel. 3923170428.
Fra Leonardo Civitavecchia: “Musica cristiana in Puglia? Ecco il festival!”
Fra Leonardo Civitavecchia fa parte della grande comunità dei Frati Minori Francescani della Puglia ed è un cantautore di spicco nella musica cristiana cattolica italiana. È nato a San Severo (Foggia) nel 1972, ed ha all’attivo otto album, con brani capaci di diventare in strumenti coinvolgenti di comunicazione e di evangelizzazione, soprattutto per i giovani.
Negli ultimi vent’anni fra Leonardo è stato invitato a molti concerti, meeting e concorsi di musica cristiana anche internazionali. Fra questi ultimi ricordiamo il Festival di musica cristiana “il mondo canta Maria”, al quale ha partecipato da ultimo nell’estate 2024, nell’edizione organizzata in onore del cantautore cristiano Roberto Bignoli (1956-2018), nell’ambito del Meeting Internazionale dei giovani a San Martino di Schio (Vicenza).
Il suo esordio data nel lontano 1991, quando compare per la prima volta come cantautore di musica religiosa incidendo la raccolta intitolata “fra Leonardo canta fra Diego Oddi”. Il suo secondo lavoro esce in occasione del Grande Giubileo del 2000, anno della sua Ordinazione Sacerdotale. Si tratta di una nuova raccolta di dieci brani dal titolo “…per dire Grazie”.
Nel 2003 dedica a san Giovanni Paolo II il suo terzo lavoro, “Nuovi con Te”, a conferma della sua costante crescita spirituale e artistica. Del 2004 è invece “Il suono della Parola”…cantare con i Salmi e, nel 2010, esce con “Laudato sie mi Signore”, raccolta di nove nuovi brani ispirati alla vita di san Francesco d’Assisi e al Cantico delle Creature.
Il 2015 segna l’uscita del 6^ avoro di fra Leonardo, “È Te che cerco Signore”, una raccolta che ha come filo conduttore l’Amore autentico che nostro Signore nutre ogni istante per ciascuno di noi. Nel dicembre del 2018 pubblica Merry Christmas… Note di Natale, nel quale interpreta dieci grandi classici della tradizione natalizia. Del 2019 è il suo ottavo CD Guarda il Cielo, che è un invito ad alzare lo sguardo verso Dio avendo anche occhi nuovi per ammirare le meraviglie del creato.
La sua ultima iniziativa è la promozione del 1° Festival di musica cristiana “Laudato sie, mi Signore, per sorella Pace” in Puglia, in occasione dell’VIII Centenario del Transito di San Francesco di Assisi 1226/2026. All’iniziativa, organizzata l’11 agosto scorso a Sant’Agata di Puglia, sui Monti Dauni, con il patrocinio del Comune e della Fondazione Sacro Cuore, hanno partecipato oltre a lui altri due conosciuti artisti di musica cristiana, i cantautori don Mimmo Iervolino di Napoli e Niki Esse di San Giorgio a Cremano (Na).
Per chi vi ha assistito il Festival di musica cristiana non è stato soltanto un concerto bensì un momento di aggregazione comunitaria intorno agli insegnamenti del Santo di Assisi, tanto più che l’evento si è tenuto significativamente nel giorno della festa liturgica di Santa Chiara.
Questa prima edizione, nata sotto la direzione artistica di fra Leonardo Civitavecchia, è stata ospitata nella stupenda cornice della Casa Anziani Sacro Cuore di Sant’Agata di Puglia alla presenza entusiasta degli anziani stessi.
Partendo da questa esperienza fra Leonardo ha pensato di proporre la stessa energia e condivisione alle tante parrocchie del territorio, ai Comuni e alle associazioni che promuovono feste e ritrovi religiosi non solo in Puglia ma anche altrove.
Organizzare un Festival di musica cristiana in altre città, centri spirituali o santuari sarebbe una opportunità preziosa per:
• coinvolgere i giovani avvicinandoli alla preghiera e alla vita parrocchiale, parlando il loro stesso linguaggio;
• nutrire le comunità con il linguaggio della musica che ha il potere di abbattere le barriere, unire le persone e creare un clima di profonda condivisione e fraternità;
• pregare e far pregare in un modo nuovo, grazie all’alternativa coinvolgente delle parole di fede in musica, sperimentate dalla pastorale giovanile di tante diocesi per i momenti di adorazione eucaristica o per le feste patronali.
Non serve molto per attivarsi, basta scrivere a fra Leonardo Civitavecchia ofm al seguente indirizzo di posta elettronica fraleonardo2017@gmail.com, contattandolo senza alcun impegno, se non quello di condividere il bello della fede.
Mons. Mosciatti: santità è unione con Gesù
“In questi giorni, come ogni anno per la Festa del nostro patrono S Cassiano, siamo messi difronte alla tremenda vicenda del suo martirio. Un maestro, un educatore, con tutta la passione per il proprio lavoro e per quei ragazzi a cui insegnava a scrivere velocemente, assalito ed ucciso così, proprio da quei ragazzi per cui aveva dato la vita e tutta la sua dedizione. Ma dov’è il segreto di Cassiano, cosa lo ha reso forte e intrepido davanti a questo martirio? Cosa lo ha sostenuto davanti a questo dramma che ha così colpito anche i suoi contemporanei?”: domande poste dal vescovo di Imola, mons. Giovanni Mosciatti, in occasione della festa del patrono, san Cassiano, che stabilitosi a Forum Corneli, (Imola), insegnò grammatica e letteratura, dando anche lezioni di ars notoria, la moderna stenografia. Educatore della gioventù, non rinunciò a comunicare la fede cristiana ai discenti.
Il martirio di San Cassiano si colloca probabilmente al tempo della persecuzione dei cristiani ordinata dall’imperatore Diocleziano (febbraio 303 – marzo 305). Per lunghi secoli si è pensato che il racconto del martirio fosse una tradizione popolare; tuttavia, recenti studi, promossi nell’Anno Cassianeo, compiuti da diverse équipe statunitensi ed europee, hanno dimostrato che i fori che si trovano nel cranio del martire sono compatibili con le dimensioni degli stili con cui all’epoca gli studenti incidevano le tavole di cera e con cui sarebbe stato compiuto il martirio.
Ed infatti nell’omelia mons. Mosciatti ha sottolineato che san Cassiano non ebbe paura del martirio: “Uccidere l’anima, fare fuori il nostro cuore, il nostro legame con il Mistero di Dio, questo nessuno potrà farlo. Ancora oggi accade che tantissimi subiscono persecuzione, come è accaduto nei primi secoli della grande storia cristiana. Ciò che ha dato coraggio a Cassiano nell’esperienza così drammatica del suo martirio è ciò che da coraggio a questi nostri fratelli in tante parti del mondo: è l’aver incontrato Cristo, la profonda amicizia con Lui capace di accendere una speranza ineffabile”.
Ecco la santità: “Questa è la santità: lasciare che Cristo prenda spazio nella nostra vita, che piano piano quel volto diventi sempre di più il nostro, pur con tutti i nostri limiti, che non vengono tolti. Non diventeremo mai perfetti, ma in Cassiano e in tutti i santi c’è in loro il desiderio, più o meno esplicito, di poter arrivare a dire, come san Paolo: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’.
Diventare santi significa bruciare dello stesso amore e dello stesso desiderio per la felicità dei nostri fratelli uomini di cui bruciava Gesù e di cui bruciavano i tanti nostri amici che ora vivono in Lui. Perché noi, che Lo abbiamo incontrato e abbiamo sperimentato cosa sia il centuplo quaggiù, non possiamo non fremere al pensiero di quanta gente ancora vive senza avere la più pallida idea di chi Lui sia”.
Santità è far innamorare qualcuno di Gesù: “Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi! Ma per questo, perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente ardere di passione per l’uomo, perché Cristo lo raggiunga. E’ con questo desiderio che desidero il mese prossimo iniziare la Visita Pastorale, momento in cui sono chiamato a visitare la Diocesi interamente per confermare i fratelli in uno sguardo di speranza e assicurare ad ogni persona la vicinanza misericordiosa del Signore e della sua Chiesa”.
Ed ha annunciato anche la visita pastorale, occasione di incontro: “La visita Pastorale sarà l’occasione di entrare nell’ambiente di vita delle comunità, conoscerne le vicende, i problemi e le stanchezze, le speranze e i progetti; confermando i fratelli nella fede, segno di una Chiesa che si prende cura, si confronta e affronta con coraggio anche le difficoltà…
Non dobbiamo cadere nella tentazione di pensare che, di fronte a tanti problemi e carenze, sia meglio arrendersi o adattarsi al pensiero di moda, riorganizzare le cose con rammendi. Non possiamo cadere nel rischio di abituarci a situazioni che sono così radicate da sembrare normali o insormontabili”.
Una visita pastorale per scoprire un tesoro, come scrive nella lettera pastorale ‘Nell’unico Cristo siamo uno; “Siamo invitati a riconoscere ciò che è veramente essenziale. Abbiamo un tesoro tra le mani! Siamo custodi della presenza di Gesù, l’unico che può rispondere al desiderio di pienezza e di felicità che abita il cuore di ogni uomo. Ci è chiesto qualcosa di bello e avvincente: essere una Chiesa fatta di comunità vive, nelle quali non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui la Chiesa è come un germe”.
Una lettera che riprende lo stemma del papa, come ha sottolineato al termine dell’omelia: “Il titolo di questa lettera intende riprendere il motto dello stemma di Leone XIV: ‘In Illo uno unum’, che si traduce dal latino con ‘Nell’unico Cristo siamo uno’. Il desiderio di Gesù è che i discepoli vivano l’unità tra loro, come Gesù vive l’unità con il Padre. Egli sa che sarà proprio l’unità vissuta tra loro ad essere il primo segno di testimonianza che mostra la novità e la bellezza della fede”.
Unità che è dono dell’amore di Gesù, testimoniato da san Cassiano: “Questa unità non è il frutto di un nostro sforzo, ma un dono. La morte e risurrezione di Gesù e la Sua presenza viva fa dei discepoli un unico corpo, pur nella diversità delle sue membra. E’ l’amore di Gesù che li rende appartenenti l’uno all’altro. E di questo Cassiano ne è testimone, testimone di un amore così grande tanto da dare tutta la sua vita”.
(Foto; diocesi di Imola)
Mons. Migliavacca invita a prendersi cura come san Donato
San Donato, secondo vescovo di Arezzo, fu martirizzato nel IV secolo, come riporta il colloquio con Quadraziano, governatore della regione Tuscia-Umbria, che lo ritenne colpevole di disobbedire all’imperatore: “Il clementissimo Augusto, nostro signore, ha pubblicato un editto che proibisce ad ogni cristiano di annunziare e diffondere la propria religione. Tu al contrario hai continuato a predicare alle popolazioni persuadendole a seguire una dottrina contraria alla religione tradizionale”. “Ho invitato ed esortato il popolo ad adorare Gesù Cristo con tranquilla coscienza perché sono sicuro che egli è Dio”, rispose Donato. Quadraziano lo condannò alla pena di morte mediante decapitazione. Era il 7 agosto 362. Il suo corpo fu raccolto dai cristiani e fu sepolto nei pressi di Arezzo sulla collina del Pionta.
Nell’omelia mons. Andrea Migliavacca, vescovo della diocesi di Arezzo-Cortona-SanSepolcro, ha sottolineato la cura del martire: “San Donato, vescovo e martire, è stato un pastore che ha saputo aver cura della sua comunità, della chiesa dove ha speso la sua vita, da noi e nel ricordarlo e celebrarlo oggi, come nostro patrono, riconosciamo che ancora lui e poi i vari successori sulla sede di Arezzo hanno profuso, ciascuno a modo proprio, espressioni e iniziative di cura”.
Una cura che è necessaria alla città: “Ancora oggi questa immagine della ‘cura’ può illuminare la vita cittadina, l’impegno delle varie Istituzioni, la partecipazione e la responsabilità di tutti noi, di ogni persona. E mi pare questo il messaggio che quest’anno possiamo raccogliere da san Donato. Il nostro patrono ci dice, a ciascuno nelle nostre responsabilità, ‘prenditi cura’. Sono diverse le situazioni che hanno bisogno di attenzione, vicinanza e cura”.
Ed il pensiero del vescovo corre ai lavoratori: “Penso anzitutto al mondo del lavoro. Stiamo attraversando situazioni di criticità e di incertezza sul futuro. Preoccupazioni ci sono tra imprenditori e accompagnano anche la vita di tanta gente al lavoro. La crisi è congiunturale in un mondo oggi connesso e globale. Non ci sono più criticità mondiali che possiamo pensare lontane da noi e di fatto ricadono poi sulla nostra economia, sul tessuto sociale, sulla tenuta della comunità, sul mondo del lavoro. Occorre allora cura, attenzione, presenza e partecipazione, progetti e interventi di sostegno”.
Una cura che apre alla realtà: “Bisogna aver cura della realtà che riguarda la malattia e le situazioni legate all’età avanzata. Il pensiero va al nostro ospedale anzitutto, gli ospedali e poi i vari presidi medici, le risorse investite in questo settore, le case di riposo, le famiglie che devono gestire la malattia delle persone care. Si tratta di aver cura anche per coloro che anziani o malati pensano dolorosamente di intraprendere la strada di una vita che deve finire e proprio lì invece sta chiedendo cura e vicinanza… Chi vive la malattia, chi si trova in difficoltà per l’età, coloro che sono coinvolti nelle varie realtà della sanità chiedono particolare vicinanza e cura, non solo medica, ma anche di umanità”.
Ed il pensiero è ritornato alle situazioni marginali nella città: “Sono tante le situazioni di marginalità e di sofferenza della nostra società. Penso anzitutto alla realtà del carcere e poi ci sono le varie strutture e realtà di accoglienza degli immigrati, ci sono i poveri tra di noi, purtroppo sempre di più, ci sono vittime di violenze ingiustificate. Sono tante situazioni che esigono vicinanza e cura. Si tratta di attivare percorsi efficaci e reali di solidarietà, di volontariato, di vicinanza, di accoglienza di tutti”.
Una marginalità che riguarda anche i giovani: “Guardiamo anche al mondo giovanile ed è una grande risorsa della nostra società. Ci sono i giovani nelle nostre scuole e poi negli oratori, ci sono quelli che si trovano il venerdì e il sabato sera a san Francesco e alla Badia, ci sono quelli che vanno allo stadio a vedere l’Arezzo e poi tutti i giovani, tanti, nelle realtà dei quartieri.
E ci possiamo chiedere chi si prende cura di questi giovani che sono oggi una risorsa e un valore positivo nella nostra comunità. I giovani, in genere, sono ricchi di valori e cercano autenticità. Solo prendendosene cura possiamo fare loro spazio, ascoltarli, farci aiutare da loro, valorizzare il bene che hanno e anche, con loro, affrontare le derive del mondo giovanile che pur ci sono. Ma dobbiamo aver cura”.
Ed ecco un pensiero alle parrocchie che diventano luoghi di cura: “Non posso non pensare anche alla vita delle nostre parrocchie. Ci sono i nostri preti che dedicano la vita per la comunità e che sono sempre persone umane, con fatiche e fragilità, insieme a ricchezze e generosità. Io per primo devo averne cura, insieme poi a tutta la comunità.
E poi la parrocchia vive delle presenze le più varie: le famiglie, gli anziani, i bambini, i credenti, quelli che non partecipano alla vita parrocchiale, chi collabora e chi si è allontanato. E poi ci sono le tante attività estive che sto visitando e sono una cosa straordinaria, una grande occasione educativa. Le nostre parrocchie sono il luogo del prendersi cura, anche dell’imparare ad aver cura degli altri? Possono davvero diventare una grande scuola di solidarietà e di vicinanza”.
Una chiusa omilitica con le parole della canzone ‘La cura’ di Franco Battiato: “San Donato con la sua testimonianza di vita ci dà l’aiuto per individuare come diventare una società e una comunità solidale, che non si spaventa delle fatiche, che non ha paura di chi in ogni senso può essere diverso da me… Sarà questa la scoperta dell’aver cura… Si scoprirà di essere noi, ciascuno, custoditi, curati, amati. Ed è l’annuncio più bello di vangelo, quella parola per cui san Donato ha dato nel martirio la sua vita”.
(Foto: diocesi di Arezzo-Cortona-SanSepolcro)
Adriano Bordignon nuovo direttore del Centro della Famiglia e don Silvano Filippetto assistente ecclesiastico
Il vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, ha nominato Adriano Bordignon nuovo direttore del Centro della Famiglia di via San Nicolò, affiancato da don Silvano Filippetto nel ruolo di assistente cclesiastico. Primo laico a ricoprire l’’incarico di direttore nella storia dell’ente, Adriano Bordignon, 50 anni, sposato con Margherita e padre di tre figli, collabora con la Fondazione Centro della Famiglia dal 2004, e dal 2018 ne dirige il Consultorio socio-sanitario. È stato amministratore unico della società strumentale della Fondazione dal 2016 al 2024, oltre a essere stato componente della Commissione diocesana di pastorale sociale e del lavoro, dal 2015 al 2020.
Ha conseguito un master in ‘Scienze del matrimonio e della famiglia’ al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma ed è stato presidente del Forum delle Associazioni Familiari del Veneto dal 2021 al 2023 (contribuendo attivamente all’approvazione della prima legge regionale su famiglia e natalità e alla sperimentazione del Fattore Famiglia e della Valutazione d’Impatto Familiare) prima di diventare presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, realtà che rappresenta oggi oltre 500 associazioni e circa 4,5 milioni di famiglie in Italia.
In questi anni ha promosso interventi pubblici sulla crisi demografica italiana ed europea, richiamando dati ISTAT su natalità e squilibri generazionali, e sollecitando misure mirate di sostegno alle famiglie. Ha preso parte come relatore al Summit internazionale sui diritti dei bambini presso la Sala Clementina in Vaticano, organizzato dal Pontificio Comitato per la Giornata mondiale dei bambini, ribadendo la centralità della tutela dei minori nel contesto familiare e sociale. In occasione del Giubileo delle Famiglie 2025 ha sottolineato l’importanza di un’alleanza sociale e culturale a sostegno della famiglia quale nucleo fondamentale della società.
Inoltre, Bordignon vanta esperienze di rilievo nel mondo associativo avendo ricoperto ruoli apicali quali presidentedi Volontarinsieme, associazione di rappresentanza del volontariato trevigiano, e del CSV – Centro Servizi Volontariato Treviso, ma anche presidente di Ebicom e Ebi.T.Treviso, ente bilaterale del commercio, servizi e turismo della provincia di Treviso dal 2020 al 2026, e quale componente di giunta per Ascom Treviso dal 2019 al 2023 e del consiglio dal 2018 ad oggi.
Attraversando i diversi ruoli e incarichi ha sempre posto al centro dell’azione associativa ed istituzionale il rafforzamento delle reti territoriali tra associazioni, istituzioni e cittadinanza e soprattutto il rafforzamento delle politiche familiari, intervenendo anche su temi quali la rimodulazione dell’ISEE, la tutela dei servizi per la prima infanzia, il sostegno economico alla natalità, la promozione di un’alleanza educativa tra scuola e famiglia, fino ad arrivare al tema dell’educazione digitale e della protezione dall’azzardo.
“Quella del Centro della Famiglia è una storia che attraversa per oltre mezzo secolo la vita di questo territorio: accompagnando migliaia di giovani verso i loro progetti di vita di coppia, formando le famiglie ai loro compiti educativi e civili, sostenendo persone coppie e famiglie nei momenti cruciali di crisi nella vita. Lo fa come espressione della Chiesa trevigiana che collabora vivacemente con le forze della società civile, le amministrazioni locali, il mondo accademico e le stesse famiglie che desiderano farsi protagoniste e responsabili per il Bene Comune. Sono onorato di raccogliere il testimone da don Francesco Pesce e don Mario Cusinato che hanno saputo essere segno luminoso e stimolante di cura e promozione delle relazioni fondamentali”, ha dichiarato il nuovo direttore del Centro della Famiglia di Treviso, Adriano Bordignon.
Don Silvano Filippetto (classe 1960), di origini venete, nasce in Canada e cresce negli Stati Uniti. Ha compiuto gli studi teologici a Treviso e a Chicago, dove è stato ordinato presbitero nel 1986. Trasferitosi alla Diocesi di Treviso nel 1992 e incardinato nel 1995 dal vescovo mons. Paolo Magnani, ha svolto il ministero in diverse parrocchie della Diocesi e, dal 2012, nella Collaborazione Pastorale di Marcon, Gaggio e San Liberale, ha posto particolare attenzione all’evangelizzazione degli adulti. Dal 2025 frequenta il percorso di dottorato in Teologia Pastorale presso la Facoltà Teologica del Triveneto. Da diversi anni partecipa alle settimane residenziali formative della Scuola di Formazione Familiare del Centro della Famiglia.
“Ho avuto modo in questi anni di apprezzare e collaborare con la formazione offerta dal Centro della Famiglia riscontrando l’attenta analisi dei mutamenti socio-culturali che mette in atto per adeguare i suoi strumenti alle nuove sfide pastorali che caratterizzano questi tempi. Accolgo con fiducia e gioia la richiesta del vescovo Michele Tomasi di prestare servizio come assistente ecclesiastico con le famiglie del Centro e in stretta collaborazione con il nuovo direttore Adriano Bordignon”, ha affermato don Silvano Filippetto, oggi Assistente ecclesiastico del Centro della Famiglia di Treviso.
Il passaggio di testimone segue la conclusione dell’incarico di don Francesco Pesce, direttore per sette anni, che lo scorso anno ha lasciato il Centro della Famiglia per assumere la cattedra di Antropologia teologica presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II di Roma.
“La dimensione pastorale e formativa del Centro della Famiglia può essere assunta da un laico e ringrazio Adriano Bordignon per avere accettato questo nuovo incarico, portando in questo nuovo servizio la sua esperienza e il suo amore per il Centro della famiglia. Nei colloqui di questo periodo con le diverse componenti del Centro, mi sono reso conto che anche la presenza stabile e strutturata del presbitero può fare bene, come ha fatto bene finora, alla vita del Centro della Famiglia. Per questo ho nominato don Silvano Filippetto assistente ecclesiastico del Centro.
Vivendo la dimensione della collaborazione riscopriamo una Chiesa fraterna, che valorizza le specificità dei ministeri e il comune radicamento in Cristo di ogni realtà ecclesiale, e che favorisce uno sviluppo della vita del Centro della Famiglia che porterà, ne sono certo, armonia e comunione”, ha dichiarato mons. Michele Tomasi, vescovo di Treviso, che nei giorni scorsi ha voluto presentare personalmente al Consiglio di Amministrazione i nuovi incarichi. Insieme al vescovo anche il vicario generale, mons. Mauro Motterlini, che è presidente della Fondazione, e l’economo della diocesi, Sergio Criveller.
“Mi ha colpito molto l’idea, così ben portata avanti e coerentemente sviluppata da don Francesco Pesce, che il Centro della Famiglia sia nella realtà il ‘Centro delle Famiglie’: luogo di soggettività ecclesiale delle famiglie, dove questa condivisione possa essere sempre più accolta, valorizzata e anche strutturata. Esorto a procedere su questa strada”.
Il Consiglio di Amministrazione del Centro della Famiglia è composto da Andrea Campagnolo, Roberto Miotto (vicepresidente), Paola Rossi, Nicola Poloniato, Silvia Prearo e Mariella Salvadori.
Il Centro della Famiglia di Treviso è l’Istituto diocesano di cultura e pastorale familiare,fondato a metà degli anni ’70 da don Mario Cusinato ed è civilmente riconosciuto. Opera secondo un approccio interdisciplinare in tre ambiti principali: nella formazione per il matrimonio religioso e civile, ma anche con una Scuola di Formazione Familiare e i gruppi sposi; nella cura, tramite il Consultorio Familiare socio-sanitario e nella formazione alle relazioni familiari ed educative; e nella promozione della cultura della famiglia, anche attraverso la relazione politica di analisi e proposta con la Regione del Veneto e le amministrazioni locali, con l’ULSS 2 Marca Trevigiana e con le forze del terzo settore, nonché del mondo produttivo.
Papa Leone XIV ai giovani: andiamo nel mondo
“La festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione. Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa (noi diremmo: senza sconti) e la vita di Gesù è ricominciata in loro”: nella festa della Trasfigurazione a Santa Maria degli Angeli papa Leone XIV ha invitato i giovani partecipanti al ‘Go! Franciscan Youth Meeting 2026!’, invitandoli a seguire Cristo.
Nella celebrazione eucaristica il papa ha invitato i giovani a dare un senso alla vita: “Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada. Come Pietro, Giacomo e Giovanni siamo portati un po’ in disparte e Gesù è con noi. Questo conta: la sua presenza. Sul monte gli apostoli contemplano Gesù che si orienta al proprio futuro. Circa questo punto, c’era stata fra loro incomprensione. Sei giorni prima Pietro aveva contestato al Maestro il suo parlare apertamente della croce: si aspettava la gloria per il Messia, e forse anche per sé, senza mettere in conto resistenze e rischi, ma soprattutto senza domandarsi che cosa sia la gloria”.
Quindi per ‘seguire’ Gesù occorre una decisione: “Ora, nella trasfigurazione di Gesù, è Dio stesso a rivelarsi nella sua gloria, che ha l’aspetto di una nube che protegge e che avvolge. Indica il Figlio, invita ad ascoltarlo. La via della vita si scopre seguendolo insieme. La sua bellezza ha un nuovo aspetto, un’intensità senza precedenti, tanto che Pietro vorrebbe fermare il tempo e prolungare quella visione. Generosamente, si offre di costruire tre capanne, come per veder continuare la conversazione tra Gesù, Mosè ed Elia”.
Una decisione per diventare attori: “In quella conversazione, invece, bisogna entrare. Non si può restarne solo spettatori. Siamo infatti chiamati a leggere le Scritture col Maestro, a interpretare il nostro tempo e a prendere decisioni, seguendo il suo cammino. Siamo qui per vincere la rassegnazione e la paura, per sciogliere i dubbi che trattengono anche noi, come trattenevano gli apostoli. Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia, per scrivere nuove pagine di storia”.
Una Trasfigurazione che preannuncia la Risurrezione: “E’ la luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre attorno a noi, e talvolta in noi, è ancora buio. Ne vediamo l’aurora nei santi canonizzati, come San Francesco e Santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che al male rispondono col bene. Non siamo soli! In questi giorni ne avete fatto esperienza: vi siete incontrati e ascoltati, passando dal rumore di voci sovrastanti e contrastanti all’arte della conversazione. Oggi contempliamo Gesù che si trasfigura proprio nella conversazione col Padre, con chi lo ha preceduto, Mosè ed Elia, e coi suoi contemporanei, i discepoli”.
Questa è la Chiesa: “La Chiesa esiste per portarci in questo dinamismo di ascolto e di decisione, in cui comprendere per chi vivere e come vivere. E’ la comunità in cui imparare a distinguere la voce di Dio, che non coincide mai semplicemente con le nostre opinioni, e osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai”.
E’ stato un invito a credere nel Vangelo: “Ebbene, cari giovani, oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi: osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro, Go!, è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci. Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio”.
Ed ecco l’invito ad abbracciare il mondo: “Si può non essere compresi, persino da quelli di casa, come avvenne a San Francesco. Eppure, sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani non è mai tradire la famiglia, la città, la tradizione, ma liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera.
Fidarsi di Dio è ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare. Votatevi, cari giovani, alla civiltà dell’amore, di cui avete incontrato i germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura (ad immagine di Cristo) innumerevoli operatori di pace anche oggi impegnati a servire la vita nei più tragici scenari di morte”.
Prima della celebrazione eucaristica il papa ha incontrato i giovani rispondendo alle loro domande: “Questo è avvenuto in una regione dell’Europa che solo trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione religiosa e nazionalismo. In realtà, la presenza dei francescani aveva ispirato per secoli il dialogo e aiutato la convivenza pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Oggi, essere fedeli a questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione”.
Ecco la richiesta di essere ‘operatori di pace’: “Ai cristiani sarà sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità. Essere testimoni di Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva informazione e dai muri del pregiudizio”.
Operatori di pace per costruire la civiltà dell’amore: “Sottrarsi alla cultura della potenza e costruire la civiltà dell’amore non è subito compreso e accettato. Da San Francesco, però, imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma dà molta gioia”.
Insomma è stato un invito a ‘riparare’ la Chiesa: “La Parola di Dio, i Sacramenti e la pratica dell’amore fraterno sono vie di trasformazione per realizzare in noi l’immagine di Cristo. Francesco le ha percorse: non dominare, ma servire; non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero, un luogo di respiro e di salvezza… Umilmente, è questo il Vangelo che annunciamo. Per condividere il desiderio del Signore, allora, non serve mostrarci migliori di come siamo. Occorre riconoscere e lasciare agire Gesù Risorto nella nostra vita, nella storia di tutti noi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ad Assisi: mons. Accrocca racconta l’attesa
Stanno proseguendo a pieno ritmo i preparativi per il ‘GO! Franciscan Youth Meeting’, l’evento che fino a domani sta trasformando Assisi nel fulcro europeo del Giubileo Francescano, cammino unitario di quattro giorni pensato per giovani dai 18 ai 33 anni.
A differenza di altri grandi raduni, ‘GO! Franciscan Youth Meeting’ è strutturato come un percorso organico: l’incontro con papa Leone XIV giovedì 6 agosto rappresenta il traguardo di un cammino di fraternità iniziato lunedì 3 agosto. Il ‘Franciscan Youth Meeting’ è un’esperienza immersiva che richiede la condivisione di ogni passo: dai workshop tematici ai momenti di preghiera, fino alla premiazione del concorso musicale ‘FraGOspel’ e le serate di festa, come ha raccontato fra Luca Di Pasquale, uno dei responsabili del meeting: “Quando abbiamo iniziato i preparativi per i vari eventi legati al centenario del transito di san Francesco avevamo già mandato una lettera a papa Leone XIV per invitarlo alle varie iniziative tra cui quella legata ai giovani europei”.
Al vescovo di Assisi, Nocera Umbra, Gualdo Tadino e Foligno, mons. Felice Accrocca, chiediamo di raccontarci l’attesa degli assisani per la visita di papa Leone XIV: “Gli assisani gioiscono sempre per la visita del Papa, di ogni Papa, nella propria città. Fin dalle origini, infatti è però possibile rilevare un movimento in duplice direzione, da Assisi verso Roma e da Roma verso Assisi: infatti, non furono solo Francesco e il suo gruppo a muoversi verso Roma, ma anche la Sede Apostolica a dirigersi verso Assisi.
Francesco, infatti, morì nella sua città la sera del 3 ottobre 1226. Poco meno di due anni dopo, il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX si recò personalmente in Assisi per presiedere alla cerimonia della sua canonizzazione. Presumibilmente a ridosso di quella cerimonia, il pontefice pose pure (per sua esplicita ammissione con la lettera ‘Speravimushactenus’ del 16 giugno 1230 e come attesta la memoria agiografica dell’Ordine) la prima pietra della costruenda basilica in onore del novello santo. Come si vede, dunque, il rapporto tra Assisi e il pontefice romano è un rapporto di antica data”.
Quale il valore di questa visita papale ad 800 anni dal transito di san Francesco?
“Papa Leone XIV viene anzitutto per incontrare giovani provenienti da tutta Europa, convenuti nella città serafica nel nome di Francesco. Molti parlano dei giovani, discettano su di loro; ma non molti, mi sembra, parlano ai giovani, forse perché non ne sono effettivamente capaci. Papa Leone XIV viene per parlare con loro ed i giovani (prova ne è stato il viaggio pontificio in Spagna) desiderano incontrarlo ed ascoltarlo, perché comprendono che il papa si pone nei loro confronti con verità. I giovani, infatti, cercano proprio questo. C’è poi la figura, straordinaria sempre, di Francesco: a confronto con lui, essi potranno crescere nelle relazioni, elemento, questo, straordinariamente importante in un’epoca in cui le relazioni si vanno rarefacendo e i rapporti diventano sempre più virtuali”.
Il Capitolo delle Stuoie aveva come ‘obiettivo’ quello di discutere delle realtà francescane che si erano create dopo l’inizio della missione del santo di Assisi. Per quale motivo invitare i giovani a rivivere il ‘Capitolo delle Stuoie’?
“Proprio per fare un’esperienza di vera fraternità e riscoprire la bellezza delle relazioni autentiche, a partire dalla proposta del Vangelo, quel Vangelo che cambiò radicalmente l’esistenza di Francesco”.
Cosa è stato per la Chiesa tale ‘Capitolo delle Stuoie’?
“E’ stato un momento importante per il primo gruppo di persone riunitosi intorno a Francesco d’Assisi ed è stato importante per la Chiesa stessa. I Capitoli erano infatti incontri dei frati che, in momenti prefissati, convenivano appositamente alla Porziuncola. Nel 1216 Giacomo da Vitry, vedendo i frati riuniti in Capitolo, scrisse che essi si ritrovavano ‘nel luogo stabilito per rallegrarsi nel Signore e mangiare insieme. Qui, avvalendosi del consiglio di persone esperte, formulano e promulgano le loro leggi sante e confermate dal signor papa’. Tali momenti, dunque consentivano anche l’accompagnamento della comunità da parte della Sede Apostolica, la cui presenza è facilmente riconoscibile in quelle ‘persone esperte’ del cui consiglio i frati si avvalevano. Grazie a quell’esperienza il gruppo primitivo crebbe a dismisura e della ricchezza del carisma francescano hanno beneficiato tutta la Chiesa e l’intera umanità”.
‘Go Vai!’ è lo slogan dell’incontro: in quale modo invitare i giovani a ‘riparare’ la Chiesa?
“Aiutandoli anzitutto a capire che la vita ci è stata donata perché noi ne facessimo, a nostra volta, un dono per gli altri. Se vissuta in modo egoistico l’esistenza pian piano inaridisce e muore, perché l’egoismo isola la persona e la rinchiude in sé stessa, facendo sì che intristisca in modo inesorabile e progressivo. Donando la propria vita, ogni giovane potrà invece fare esperienza di gioia autentica e con la propria testimonianza contribuirà, in modo decisivo, a restaurare la Chiesa e a restituire ad essa il volto bello che Cristo ha voluto per la sua Sposa”.
Quali sono le ‘eredità’ di san Francesco ancora attuali?
“Anzitutto, come dicevo già, la capacità di tessere relazioni autentiche, cosa che oggi si rivela di un’importanza straordinaria; poi l’attenzione alle povertà più autentiche, materiali e spirituali, di questa nostra umanità. Inoltre, non da ultimo, l’azione avviata da Francesco in favore dell’instaurazione della pace dice molto a questo nostro mondo che, da un po’ di tempo, smania dalla voglia di mostrare i muscoli ed alla forza del diritto sta sostituendo il diritto della forza”.
Un ricordo di don Antonio Mazzi, testimone di speranza
Venerdì 31 luglio è morto don Antonio Mazzi, fondatore della Fondazione Exodus, dedicando la vita a chi rischiava di restare indietro, agli ultimi, ai tossicodipendenti. Veronese di nascita e milanese di adozione, è stato uno di quei preti che preferiscono il chiasso della strada al silenzio della sacrestia, l’azione alla preghiera. Da questa attitudine, negli anni ‘70, di fronte al dramma della droga che devastava i giovani al Parco Lambro, nasceva Exodus, una rete di comunità che sostiene migliaia di giovani fragili.
Nato a Verona il 30 novembre 1929, nel 1955 è ordinato sacerdote nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza – Opera Don Calabria e negli anni ’60 si specializza in psicologia, psicopedagogia e psicanalisi, approfondendo anche le problematiche della disabili.
Dopo alcuni incarichi direttivi e pastorali a Ferrara, nel Vicentino, a Roma e a Verona, nel 1979 diventa direttore dell’Opera don Calabria di Milano, a ridosso del Parco Lambro, all’epoca teatro di massicci spacci di droga. La presa di coscienza della gravità del fenomeno della tossicodipendenza si concretizza nell’ideazione del Progetto Exodus e nella realizzazione di percorsi alternativi al carcere per ex tossicodipendenti.
La Cascina ‘Molino Torrette’ al Parco Lambro diventa la sede madre dei Progetti Exodus (poi trasformatisi in Fondazione). Nel 1985 dà vita ad una Unità Mobile, precursore delle ‘attività di strada’. Nel 1989, presso la Stazione Centrale di Milano, apre un Sos per i disperati che vagano dentro e fuori la stazione. Nel 1998 l’avvio di una serie di iniziative chiamate ‘Tremenda Voglia di Vivere’, tra cui il diario scolastico che porta il nome di ‘Tremenda’.
Tra le altre iniziative da lui ideate, l’Associazione Ambalaki in Madagascar, a servizio dei giovani che vivono nei Paesi in via di sviluppo, una comunità per aiutare i ragazzi di strada in Patagonia ed il movimento ‘Educatori senza Frontiere’, affiancato ai ‘Medici senza Frontiere’.
L’ultimo messaggio lasciato dal fondatore di Exodus, secondo la collaboratrice Cristina Mazza, è stato un invito a sognare: “I sogni sono sempre giovani. Non dobbiamo mai smettere di sognare, che abbiamo 70 anni, che ne abbiamo 15, che ne abbiamo 80”.
Da giovanissimo religioso venne mandato a Ferrara, alla Città del Ragazzo, proprio nel tempo in cui si verificò la tremenda alluvione del Po nel novembre 1951. Quell’esperienza gli cambiò la vita, perché in mezzo a un tale disastro comprese cosa significava fare da padre per tanti ragazzi che non avevano più nulla. Lui che non aveva avuto un padre, decise che sarebbe stato padre per i ragazzi più poveri e dimenticati, mostrando loro quel volto della paternità di Dio che è un aspetto centrale nella spiritualità di san Giovanni Calabria.
Un’altra esperienza particolarmente significativa fu al Centro Don Calabria a Verona, dove negli anni ‘70 avviò le attività rivolte alle persone con disabilità in un momento in cui in Italia erano pochissimi ad occuparsene. Nel 1979 diventò superiore della comunità dell’Opera a Milano, che si affacciava sul Parco Lambro, una delle zone peggiori per lo spaccio e il consumo di droga a quell’epoca.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso il suo cordoglio per la morte del sacerdote “che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili: emarginati, poveri, disabili, tossicodipendenti. Ha reso una testimonianza di impegno sociale e civile, vigoroso e spesso coraggioso, nella formazione dei giovani, nella creazione di ambienti e di occasioni, spesso innovative, di solidarietà e di amicizia. Alla sua comunità, ai suoi ragazzi, la solidarietà e la vicinanza della Repubblica”.
Sul finire degli anni ’90 dello scorso secolo lo incontrai a Tolentino ed in una breve intervista, in quanto era preso a rispondere ai giovani, disse: “Sto tentando di realizzare qualcosa per gli adolescenti, perché l’adolescenza non l’abbiamo ancora scoperta, al di là dei libri e dei centri specializzati. L’età 10-14 anni ci impone una riflessione collettiva, genitori, insegnanti, preti, politici, perché, in quel tempo sconvolgente, al mondo un po’ incantato dell’infanzia segue spesso una realtà di solitudine. A Milano stiamo cercando di prendere quelli che sono sbattuti via dalla scuola media, come faceva don Milani. Dobbiamo pensare ad una scuola che non ha le classi né le regole insignificanti; ripensare all’educazione ed alla paternità”.
Tema che è ritornato nell’ultimo editoriale, scritto per ‘Oggi’ nello scorso mercoledì 8 luglio, riguardo l’incapacità degli adulti di vivere le difficoltà del ‘presente’: “Oggi ai nostri adolescenti mancano adulti ‘veri’, amicizia, speranza nel futuro… Sembra poco? No, è tutto quello che serve per diventare grandi. Proviamo a declinare meglio i tre aspetti. Partiamo dagli adulti: cosa c’è che non va in quelli dei nostri giorni?
Non abbiamo più adulti. Siamo diventati solo vecchi, non adulti, forse perché abbiamo dimenticato come si fa a diventarlo. L’adulto è colui che sa rendere testimonianza in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione, quando le cose vanno bene e anche quando vanno male. Oggi invece non abbiamo adulti ‘veri’. Soprattutto non abbiamo genitori capaci di interpretare e di vivere le difficoltà”.
Due sono i suggerimenti per i genitori: “Il primo è il dovere di testimoniare. Testimoniare vuol dire non fermarsi alla superficie, ricordarsi che esiste una vita interiore. Certo, anche questa è una parola che va chiarita, troppo spesso usiamo parole come chiacchiere. Le parole che contano sono frutto della verità. Testimoniare vuol dire rendere concreto quello che si dice, vuol dire incarnare le parole dopo averle dette, cioè essere esempi importanti per i nostri ragazzi.
Il secondo è aiutare gli adolescenti a volersi bene. Oggi non si vogliono bene e non perché siano cattivi. Non si vogliono bene perché sono tristi, è scomparso il sorriso dai loro volti. Qualcuno dice che, dopo la pandemia, sia aumentata l’incertezza del futuro. È vero, ma non basta a spiegare questa situazione di disorientamento generale”.
Solo attraverso la testimonianza si può dare speranza ai giovani: “L’incertezza nel futuro c’è sempre stata, ma una cosa è vedere il futuro con speranza oppure vederlo con disperazione. Noi adulti dobbiamo tornare a dire ai giovani che qualcosa di bene verrà, che vale la pena scommettere sul futuro, che la speranza è tutto. Certo, per dirlo, ci vorrebbero degli adulti. Che però, non essendo cresciuti, non sono in grado di dirlo. Torniamo a testimoniare ai nostri adolescenti la bellezza del sorriso che è segno di speranza”.
(Foto: Exodus)






























