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Papa Leone XIV: il cristiano sia sale e luce del mondo

“Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace, ricordando le violenze subite dai cristiani in Nigeria.

Inoltre ha ringraziato coloro che si impegnano per la dignità delle persone tratte in schiavitù nel giorno della memoria di santa Giuseppina Bakhita: “Oggi, memoria di santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!”

E prima della recita dell’Angelus domenicale il papa ha sottolineato la necessità di essere ‘sale’ per dare sapore, dopo aver proclamato beato chi mette in pratica azioni in grado di trasformare il mondo: “E’ infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto.

E’ la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”.

Riprendendo il vangelo delle beatitudini il papa ha sottolineato che occorre gesti concreti per essere sale e luce: “Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa… Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce”.

Essere sale e luce significa non rinunciare alla gioia: “E’ doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia… Quante persone (forse è capitato anche noi) si sentono da buttare, sbagliate. E’ come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”.

Sono i gesti che danno gioia, anche se vanno in controtendenza: “Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.

Però tutto ciò va compiuto senza esibizionismo: “Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace”.

Prima della recita dell’Angelus, come era successo in precedenza, il papa ha ringraziato il personale, con i familiari, preposto ai servizi della floreria e dell’edilizia: “Come dirigenti, impiegati e maestranze di questi due settori operativi della Città del Vaticano, avete dimostrato grande passione per i vostri incarichi, soprattutto durante l’Anno giubilare da poco concluso. Anche grazie al vostro comune impegno, milioni di pellegrini hanno potuto vivere con ordine e serenità il passaggio della Porta Santa, partecipando fruttuosamente alle celebrazioni liturgiche, alle udienze e agli altri eventi”.

Riconoscenza come sprone per rendere più belli ed accoglienti gli spazi vaticani: “La riconoscenza, che di cuore vi esprimo, diventa sprone per i progetti futuri, che riguardano sia il costante aggiornamento dei servizi tecnici e logistici, sia l’attenta cura degli ambienti vaticani, soprattutto degli spazi dedicati alla preghiera e agli incontri con il papa.

Il decoro delle aree e la sicurezza delle strutture trovano infatti il loro senso più alto nel sostegno dato alla devozione dei fedeli e all’opera pastorale della Chiesa. In particolare, la Basilica di San Pietro è luogo sacro che chiede di essere custodito anzitutto come tempio di contemplazione, raccoglimento e meraviglia spirituale. La Piazza antistante, che abbraccia il mondo con il suo stupendo colonnato, è il ‘biglietto da visita’, come si suol dire, della nostra accoglienza verso tutti”.

Ed anche questi lavori sono opera missionaria: “Carissimi, l’opera che svolgete ogni giorno rappresenta certamente un servizio discreto e prezioso per la missione apostolica del papa. Si inserisce infatti nella complessa attività del Governatorato e della Direzione per le infrastrutture e i servizi, che lodo per la solerte gestione di molte incombenze all’interno dello Stato vaticano.

Ciascuno per la propria parte, soprattutto nei momenti di prova, ricordiamo di essere membra di un unico organismo, che ha per fine la testimonianza del Vangelo secondo il comando del Signore, Pastore buono e Capo della Chiesa”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: al centro la formazione cristiana

“Al centro dei vostri lavori ci sono i temi della formazione cristiana e degli Incontri Mondiali, realtà importanti per tutta la Chiesa. Gli Incontri Mondiali coinvolgono un grande numero di partecipanti e richiedono un complesso lavoro organizzativo, in ascolto e in collaborazione con le Comunità locali e con persone e organismi, molti dei quali ricchi di una lunga e preziosa esperienza di evangelizzazione”: oggi papa Leone XIV, ricevendo in udienza i partecipanti alla plenaria del Dicastero Laici, Famiglia e Vita, ha sottolineato che comunicare i valori del Vangelo non è solo trasmettere una dottrina ma condivisione della vita.

Per questo si è soffermato sul significato della formazione cristiana: “Le parole di san Paolo, che avete scelto come titolo del vostro incontro, indicano in proposito una direzione precisa… L’Apostolo si rivolge ai Galati e li chiama ‘figli miei’, riferendosi ad un ‘parto’ con cui, non senza sofferenze, li ha portati ad accogliere Cristo. La formazione è messa così sotto il segno della ‘generazione’, del ‘dare vita’, del ‘far nascere’, in una dinamica che, pur con dolore, conduce il discepolo all’unione vitale con la persona stessa del Salvatore, vivente e operante in lui o in lei, capace di trasformare la ‘vita nella carne’ in vita di Cristo in noi”.

Quindi ha incentrato il suo discorso sulla competenza del formatore: “E’ vero che nella Chiesa, a volte, la figura del formatore come ‘pedagogo’, impegnato a trasmettere istruzioni e competenze religiose, è prevalsa su quella del ‘padre’ capace di generare alla fede. La nostra missione, però, è molto più alta, per cui non possiamo fermarci a trasmettere una dottrina, un’osservanza, un’etica, ma siamo chiamati a condividere ciò che viviamo, con generosità, amore sincero per le anime, disponibilità a soffrire per gli altri, dedizione senza riserve, come genitori che si sacrificano per il bene dei figli”.

Quindi la formazione è comunione, riprendendo il tema sviluppato nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’: “Come infatti la vita umana si trasmette grazie all’amore di un uomo e di una donna, così la vita cristiana è veicolata dall’amore di una comunità. Non è il sacerdote da solo, o un catechista o un leader carismatico, che genera alla fede, ma la Chiesa, la Chiesa unita, viva, fatta di famiglie, di giovani, di celibi, di consacrati, animata dalla carità e perciò desiderosa di essere feconda, di trasmettere a tutti, e soprattutto alle nuove generazioni, la gioia e la pienezza di senso che vive e sperimenta.

Quello che fa nascere nei genitori il desiderio di dare la vita ai figli non è il bisogno di avere qualcosa, ma la voglia di dare, di condividere la sovrabbondanza d’amore e di gioia che li abita, ed è qui che ha le radici anche ogni opera di formazione”.

Ma la trasmissione della fede non può essere disgiunto dalla trasmissione al rispetto della vita: “Inoltre, è indispensabile curare nelle nostre comunità gli aspetti formativi finalizzati al rispetto della vita umana in ogni sua fase, in particolare quelli che contribuiscono a prevenire ogni forma di abuso sui minori e sulle persone vulnerabili, come pure ad accompagnare e sostenere le vittime”.

Per questo la formazione non è improvvisazione, citando l’esempio di molti santi: “Come possiamo vedere, l’arte di formare non è facile e non si improvvisa: richiede pazienza, ascolto, accompagnamento e verifica, sia a livello personale che comunitario, e non può prescindere dall’esperienza e dalla frequentazione di chi l’ha vissuta, per imparare e prendere esempio.

Così, nel corso dei secoli, sono nati giganti dello spirito come sant’Ignazio di Loyola, san Filippo Neri, san Giuseppe Calasanzio, san Gaspare del Bufalo, san Giovanni Leonardi. Ed è in quest’ottica che anche sant’Agostino, appena eletto vescovo, compose il suo trattato ‘De catechizandis rudibus’, le cui indicazioni rimangono utili e preziose fino ad oggi”.

L’udienza si conclusa con la traccia di alcune ‘piste’ educative, affidandoli alla Madre di Dio, secondo la lettura di sant’Agostino: ‘Le sfide che affrontate, a volte, possono apparire superiori alle vostre forze e risorse. Non dovete però scoraggiarvi.

Partite dal piccolo, seguendo, nella fede, la logica evangelica del granello di senape, fiduciosi che il Signore non vi farà mai mancare, a tempo opportuno, le energie, le persone e le grazie necessarie. Guardate a Maria: donandoci Cristo «ha cooperato mediante l’amore a generare alla Chiesa dei fedeli, che formano le membra di quel capo’. Imitatene la fede e affidatevi sempre alla sua intercessione”.

(Foto: Santa Sede)

A Terni due giorni per l’inclusione: tracciata una nuova rotta dell’autodeterminazione

Il 29 gennaio il 30 gennaio 2026, la sede di Terni di AVI Umbria ha ospitato rispettivamente gli eventi “Insieme per l’Indipendenza: sfide e prospettive” e “Pronti per l’Indipendenza: i risultati”. Gli incontri, che hanno visto il coinvolgimento attivo del partneriato mondo associativo, sono stati un’importante occasione di dialogo per fare il punto sui progetti ‘Insieme per l’indipendenza’ e ‘Pronti per l’indipendenza’ e tracciare le nuove rotte dell’inclusione. Grazie al coordinamento tra strategie nazionali e azioni locali, i relatori hanno ribadito la necessità di superare il modello assistenziale in favore di una reale autodeterminazione per le persone con disabilità.

Durante gli eventi sono intervenuti il presidente della FISH nazionale Vincenzo Falabella. Andrea Tonucci, presidente di AVI Umbria e Giuseppa Adamo, project manager della FISH: “L’evento di Terni non è stato solo un momento di celebrazione, ma un atto di pianificazione strategica per il nostro futuro.

Con i nostri progetti, abbiamo ribadito un concetto fondamentale: l’inclusione non si realizza con la semplice assistenza, ma garantendo alle persone con disabilità gli strumenti per governare la propria vita. La sinergia tra la visione politica che portiamo avanti a livello nazionale e la straordinaria operatività di partner come AVI Umbria è la chiave per abbattere le barriere, non solo architettoniche ma soprattutto culturali”.

“Le associazioni non devono essere semplici portatori d’interesse o spettatori, ma i rappresentanti diretti dei titolari dei diritti. Per questo dobbiamo sedere ai tavoli dove si decidono le risorse, per orientare una progettualità che permetta a ogni persona di immaginare un futuro concreto e credibile, uscendo dalla trappola del ‘qui e ora’ dettata dalla sfiducia. Questo ruolo richiede – ha affermato il presidente Tonucci – però una profonda accountability: dobbiamo essere noi i primi a dar conto del nostro impatto sociale. Solo se siamo autorevoli e trasparenti nel nostro operato possiamo pretendere la stessa trasparenza dalle istituzioni”.

“I progetti ‘Pronti per l’Indipendenza’ e ‘Insieme per l’Indipendenza’ – sottolinea Giuseppa Adamo – nascono da una consapevolezza necessaria: non possiamo più permetterci di scrivere progetti che restano sulla carta. Spesso il Terzo Settore fallisce perché si dimentica di ascoltare il battito delle vite reali, ma noi abbiamo scelto una strada diversa. Al centro di tutto c’è un grido di identità: ‘Io voglio la mia vita e voglio sceglierla’. Questa non è solo una frase, è il mandato che guida ogni nostra azione”.

Al Borgo Ragazzi Don Bosco di Roma per scoprire il volto umano

Nel giorno della festa di san Giovanni Bosco si è svolto al Borgo Ragazzi don Bosco di Roma il convegno ‘Il volto umano della devianza minorile – Comprendere per riattivare il futuro tra educazione, comunità e sistemi di intervento’, confronto ampio e partecipato che ha riunito istituzioni, educatori, esperti e rappresentanti del mondo salesiano su a una domanda centrale: come rispondere alla devianza minorile senza rinunciare allo sguardo educativo e umano sui ragazzi?

Ad aprire i lavori è stato don Emanuele De Maria, direttore del Borgo Ragazzi don Bosco, che ha letto un passaggio delle Memorie di don Bosco relativo alla sua esperienza nelle carceri. Un richiamo forte alle radici del sistema preventivo salesiano e al valore di uno sguardo capace di vedere il giovane oltre l’errore, oltre il reato. Don Emanuele ha poi presentato il Borgo, il suo impegno educativo nel territorio e le istituzioni presenti, sottolineando l’urgenza di un’alleanza tra tutti gli attori sociali.

Nel suo intervento, Alessandro Iannini, responsabile dell’area educativa emarginazione e disagio ‘Rimettere le Ali’ del Borgo Ragazzi don Bosco, ha ripercorso la nascita del Centro Minori e l’accoglienza dei primi ragazzi provenienti dal carcere, soffermandosi sul significato del titolo del convegno: “E’ necessario saper scorgere i ragazzi senza la maschera che tutti vedono, perché spesso ci si ferma a ciò che i giovani fanno, senza interrogarsi su ciò che portano dentro”.

Ecco l’appello alle Istituzioni ad investire seriamente su educazione e prevenzione, soprattutto in una fase storica in cui il dibattito pubblico sembra orientarsi prevalentemente verso sicurezza e repressione. Un richiamo già lanciato nel 2022 con il convegno ‘I ragazzi sono di chi arriva prima’: non si può restare a guardare, bisogna ‘arrivare prima’ della devianza, con politiche giovanili capaci di accompagnare la crescita dei ragazzi.

Nel saluto iniziale Giuseppe Battaglia, Assessore alle Periferie di Roma, ha riconosciuto nel Borgo Ragazzi don Bosco una realtà importante nel lavoro con i giovani, per la sua storia, per l’eredità di don Bosco e per la professionalità educativa che lo contraddistingue. Un impegno ancora più prezioso in un territorio complesso, segnato negli ultimi anni da fragilità sociali e fenomeni di criminalità diffusa: “Dare futuro significa offrire ai ragazzi alternative concrete al guadagno facile. Investire sui giovani vuol dire investire sul futuro del Paese”.

Sulla stessa linea Giovanni Battista Impagliazzo, Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma Capitale, che ha definito il Borgo ‘un posto umano, una casa per tutti, soprattutto per chi si sente fuori posto’. Richiamando la figura di don Pino Puglisi, ha ribadito che ‘solo se si è amati si può cambiare’, sottolineando come Roma Capitale continuerà a camminare accanto al Borgo per una città più umana e inclusiva.

Don Francesco Preite, presidente di Salesiani per il Sociale, ha definito il Borgo Ragazzi don Bosco ‘eccellenza dell’Italia salesiana’, sottolineando come riscoprire il volto umano della devianza significhi restituire dignità alle persone: “La repressione non è la risposta. Il metal detector non elimina la devianza. Bisogna prevenire, educare, accompagnare”. Il Patto Educativo rappresenta proprio questo: mettere insieme risorse, competenze e responsabilità per costruire un sistema inclusivo.

Il contributo di Silvio Ciappi, criminologo clinico e psicoterapeuta, ha offerto una lettura profonda e complessa della devianza minorile contemporanea. Spesso non si tratta di ragazzi ‘a cui manca tutto’, ma di giovani apparentemente inseriti, che abitano però un profondo vuoto emotivo e relazionale.

‘Non ci sono mele marce, ma mele in un contenitore marcio’, ha affermato, descrivendo una società che alimenta il branco, la noia, la vergogna, la difficoltà per l’attenzione e l’ossessione per la performance. In questo contesto, la perdita diventa intollerabile e si trasforma in vendetta. L’unica risposta possibile è ricostruire una comunità intesa come civitas, fatta di relazioni reali, incontro, mitezza e corresponsabilità. Un luogo dove riscoprire la felicità e la differenza, mettendo ‘testa, mani e cuore’ nell’educazione.

Lo scrittore e insegnante Eraldo Affinati ha portato una testimonianza personale e pedagogica insieme: ‘Sono diventato educatore perché sono stato un ragazzo inquieto’. Richiamandosi esplicitamente al sistema preventivo di don Bosco, ha sottolineato la necessità di essere allo stesso tempo amico e maestro: capaci di entrare nel dolore del giovane, ma anche di indicare un limite.

Secondo Affinati, l’educatore è un testimone credibile, un ‘artista dei tempi morti’, capace di creare attenzione nei momenti informali e di accompagnare l’avventura interiore degli adolescenti. Solo se il giovane si sente realmente amato può fidarsi e affidarsi. Da qui il richiamo al ‘Villaggio Educativo’ di papa Francesco: una comunità educante che si fa carico dei ragazzi insieme.

A chiudere l’incontro è stato don Silvano Oni, cappellano del carcere minorile Ferrante Aporti di Torino, che ha offerto uno sguardo ‘da dentro’: non solo dall’interno dell’istituzione carceraria, ma soprattutto dall’interno delle vite dei giovani detenuti.

Don Silvano ha evidenziato le difficoltà strutturali del sistema: sovraffollamento, carenze strutturali e una forte tendenza alla risposta repressiva. Molti di questi ragazzi, ha spiegato, non hanno mai avuto nessuno che li aiutasse a formare una coscienza; faticano a rielaborare ciò che hanno fatto e guardano con sospetto il mondo adulto.

L’unica strada possibile è imparare a guardare la vita ‘dal basso’, senza giudizi affrettati, intercettando le domande prima delle risposte, riconoscendo il bene che ancora esiste in ciascuno. Educare alla dignità (anche attraverso la cura di sé, della scuola, dell’imparare) richiede tempo, pazienza e fiducia: “Ciò che non è oggi, sarà domani”.

(Foto: Salesiani per il sociale)

Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori

“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.

‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.

Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.

Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.

Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.

Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.

Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.

In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.

Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.

E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.

Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.

E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.

Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.

Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.

(Foto: CEI)

Seconda domenica dopo Natale: diventare figli di Dio

‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’ (Gv 1, 12). Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre. ‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. E’ permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.

‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. E’ quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…

‘A quanti lo hanno accolto…’. Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.

Il Vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.

‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta. Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.

Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.

‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore, il principio che ci costituisce, diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

FISH: Il Progetto di Vita non è un traguardo, ma l’inizio di una nuova fase

Si è svolto prima delle vacanze natalizie l’incontro pubblico promosso da FISH ETS (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) dedicato allo stato dell’attuazione del D.Lgs. 62/2024. Al centro del dibattito, il percorso verso l’implementazione del ‘Progetto di Vita’ individuale, uno strumento che sposta definitivamente l’asse dalla semplice assistenza alla piena partecipazione sociale delle persone con disabilità. Durante il convegno, sono intervenute, tra gli altri, il Ministro per le disabilità Alessandra Locatelli con un videomessaggio di saluto e il Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci.

L’evento ha rappresentato un momento di sintesi fondamentale tra le istanze del mondo associativo e le rappresentanze istituzionali. La Federazione ha, infatti, presentato un’analisi dettagliata dello stato dell’arte, evidenziando come la riforma non possa prescindere da una collaborazione sinergica tra enti locali, sanità e terzo settore.

Durante il confronto, FISH ha evidenziato alcune criticità emerse in questa fase di transizione. In particolare, è stata ribadita l’urgenza di uniformare le procedure di valutazione su tutto il territorio nazionale e di garantire risorse strutturali che permettano di finanziare i budget di progetto in modo adeguato. La Federazione ha chiesto alle istituzioni impegni precisi affinché la complessità burocratica non diventi un ostacolo al diritto all’autodeterminazione.

“Quando parliamo di Vita Indipendente, di autonomia – dichiara il viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci- parliamo anche di lavoro che conferisce dignità alle persone. Le politiche sociali devono quindi abbandonare i sussidi e l’assistenzialismo e garantire il diritto di ogni persona di sentirsi parte attiva della società. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero per le disabilità stanno lavorando con la FISH e alle associazioni rappresentative, per fare in modo che le istanze e esigenze delle persone con disabilità trovino riscontro a livello normativo e pratico”.

Oltre all’analisi politica, l’incontro ha permesso di condividere modelli e strumenti tecnici sviluppati per rafforzare l’autodeterminazione delle persone con disabilità e il supporto alle loro famiglie. Sono state illustrate buone pratiche di co-progettazione che dimostrano come, laddove la persona è messa al centro della pianificazione, la qualità della vita e l’inclusione lavorativa e sociale migliorino sensibilmente. E’ stata, quindi, anche l’occasione di fare il punto sui risultati raggiunti e i prossimi passi dei due progetti di cui FISH è capofila, ‘Pronti per l’Indipendenza’ ed ‘Insieme per l’Indipendenza’.

“Il Progetto di Vita non è un traguardo formale, ma l’inizio di una nuova fase verso la vita indipendente delle persone con disabilità – ha dichiarato il presidente della FISH Vincenzo Falabella a margine dei lavori. “Oggi abbiamo dimostrato che il mondo associativo è pronto a fare la sua parte con competenze e proposte concrete. Ora tocca alle istituzioni assicurare che questo cambiamento di paradigma sia recepito da ogni ufficio amministrativo e in ogni territorio”.

La FISH ETS ha ribadito la propria volontà di proseguire nel monitoraggio costante dell’attuazione della normativa. L’obiettivo resta quello di evitare che il D.Lgs. 62/2024 rimanga una ‘riforma solo sulla carta’, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione.

A Parigi i giovani sono alla ricerca con la comunità di Taizè

“Cari giovani, in occasione dell’Incontro europeo organizzato dalla Comunità di Taizé, Sua Santità papa Leone XIV mi ha chiesto di trasmettervi i suoi cordiali saluti e l’assicurazione della sua vicinanza spirituale. Il vostro incontro costituisce una nuova tappa del ‘Pellegrinaggio di fiducia sulla terra’ iniziato da Frère Roger quasi mezzo secolo fa proprio in questa città di Parigi. Il Santo Padre è lieto di sapere che siete riuniti in una città segnata da una ricca eredità religiosa, plasmata nel corso dei secoli dalla luminosa testimonianza di tante figure di santità che, ciascuna a modo suo, hanno risposto con coraggio alla chiamata di Cristo”: attraverso il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, papa Leone XIV ha inviato un telegramma ai giovani che da domani fino al 1^ gennaio si incontreranno a Parigi su invito della Comunità di Taizè per il 48^ incontro europeo sul tema della ricerca.

Quindi il papa ha invitato i giovani a non evitare la domanda ‘Chi cercate?’, in quanto essa è fondamentale: “Alla fine di quest’anno, segnato da tante prove per la nostra famiglia umana, la generosa ospitalità che state ricevendo a Parigi da credenti di ogni estrazione e da persone di buona volontà è un messaggio potente per il mondo. Possano i momenti di preghiera e di condivisione che vivrete in questi giorni aiutarvi ad approfondire la vostra fede, discernendo sempre più chiaramente come vivere il Vangelo nella realtà concreta delle vostre vite”.

Concludendo il telegramma il papa ha ricordato il Concilio di Nicea con un invito particolare per i giovani: “Questo incontro si svolge anche in un particolare momento ecclesiale, segnato dalla chiusura di un Anno Giubilare e dalle commemorazioni del 1700° anniversario del Concilio di Nicea… Il Santo Padre vi incoraggia a diventare pellegrini di fiducia, artigiani di pace e riconciliazione, capaci di portare una speranza umile e gioiosa a chi vi circonda”.

Nella lettera di invito, richiamata dal papa, il priore frère Matthew evidenzia la necessità della ricerca di Dio; per questo molti giovani nello scorso anno sono giunti a Taizè: “Nel corso dell’ultimo anno abbiamo accolto a Taizé giovani provenienti da Ucraina, Palestina, Libano, Nicaragua, Myanmar e altri luoghi devastati dalla guerra e dai conflitti. La loro fede e il loro desiderio di una pace giusta e duratura sono stati per noi fonte di ispirazione. Abbiamo anche ascoltato le testimonianze di persone che lavorano a Gaza o che hanno familiari in quella città. Vediamo il dolore di coloro che hanno persone care prese in ostaggio e ascoltiamo il grido di chi cerca giustizia sotto regimi oppressivi”.

Ugualmente i giovani visitati dal priore di Taizè hanno manifestato il desiderio di libertà e di dedicarsi alla cura di chi soffre: “Ho anche poi trascorso del tempo con i fratelli della nostra comunità di Taizé che vivono in piccole fraternità in Brasile e a Cuba. Il Brasile è ancora segnato dall’eredità della schiavitù e da grandi disuguaglianze. Eppure ci sono persone che si rifiutano di arrendersi e lottano per stare al fianco dei più poveri. Penso in particolare a una comunità nella città di Salvador, dove i senzatetto dormono in chiesa e si aiutano a vicenda.

A Cuba ho visto un popolo coraggioso affrontare enormi difficoltà. Ho incontrato una nonna che ha usato tutti i suoi risparmi affinché suo nipote avesse tutto il necessario per l’inizio dell’anno scolastico. Sua madre, come molti altri cubani, è emigrata in cerca di un futuro migliore. In molti posti, le persone si chiedono: come posso usare la libertà che mi è stata data per esprimere solidarietà a chi soffre? Esse cercano dei modi per concretizzare il loro desiderio di amare e di prendersi cura, dando un senso alla loro vita attraverso l’aiuto e il servizio”.

Per questo la domanda (‘Cosa cercate?’) è fondamentale nella vita: “Il nostro mondo è pieno di bellezza, ma anche di ingiustizia. Qual è il mio posto in tutto questo? Cosa mi viene chiesto di fare? Questa è la domanda che spesso sento nel cuore di fronte alla complessità della vita e alle scelte che mi si presentano.

Nel Vangelo di Giovanni, le prime parole di Gesù sono: ‘Che cosa cercate?’ Ho condiviso questa domanda con un gruppo di sei giovani volontari a Taizé, provenienti da sei paesi diversi, sparsi su quattro continenti. Quello che segue è ispirato da ciò che mi hanno detto. A loro e a tutti i volontari che ci aiutano a gestire gli incontri a Taizé, trascorrendo del tempo con la nostra comunità per pregare e comprendere meglio la chiamata di Cristo nella loro vita, vorrei dire grazie”.

A questa domanda ecco alcune risposte del priore: “Gesù è entrato nel mondo silenziosamente: ‘Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi’. Colui che era presso Dio e che era Dio prima dell’inizio di tutte le cose è venuto ad abitare con noi nascendo in modo umile e povero, nel silenzio della notte: la luce che splende nelle tenebre.

E dunque questo silenzio non è vuoto. Diventa un luogo di incontro. Nel silenzio non siamo soli. Ma fatichiamo, perché la nostra mente è piena di cose. Come dice la Regola di Taizé: ‘Se sei disattento, rientra nella preghiera non appena ti accorgi della tua distrazione, senza per questo lamentarti’. Molti secoli fa, qualcuno pregava: ‘Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco’. Nel silenzio del nostro cuore, torneremo costantemente a cercare Dio?”

Da qui la necessità di cercare una giustizia nel mondo, ma camminando sulle orme di Gesù: “Gesù incarna il mondo della giustizia e delle giuste relazioni che i Vangeli chiamano il Regno di Dio. Ma si arrabbiò e rovesciò i tavoli dei venditori e dei cambiavalute nel Tempio per far posto a Dio. Gesù parlò con veemenza contro l’ipocrisia religiosa, ma fu anche capace di accogliere un capo religioso come Nicodemo.

Conosceva i farisei e accettò la loro ospitalità, ma condivise anche i pasti con persone escluse dalla società. Nutriva un amore incrollabile per le pecore perdute del suo popolo Israele, ma ammirò la fede di un ufficiale romano e guarì il suo bambino; e si lasciò sfidare dalla fede di una donna pagana incontrata durante un viaggio all’estero.

Assumendosi il rischio di stabilire relazioni con persone diverse, Gesù ha favorito la fiducia e ha incarnato il potere riconciliatore di Dio. Se sappiamo che la luce splende nelle tenebre e che, attraverso semplici gesti di bontà umana, l’amore di Dio può vincere, allora siamo liberi di agire”.     

Il senso vero del Natale

Sulle onde del consumismo e tra le invasioni dei nuovi santuari dell’epoca post-moderna dei centri commerciali, ci si appresta a vivere la festa del Natale. Che cosa è il Natale? Solo cenoni, baci, abbracci, regali e nient’altro?  Il Natale è un evento di salvezza: ‘Il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua tenda in mezzo a noi’ (Cf. Gv 1,14). Come afferma sant’Atanasio, Dio sì è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio, ovvero entrare a far parte della sua stessa vita.

Il Natale tra l’altro ricorda che il Dio della Rivelazione giudeo-cristiana ha un modus operandi fuori dal comune, sorprendente, trarre fiori da spine e rovi, far germogliare un fico sterile, mostrare la gloria e la potenza attraverso l’umiltà e la tenerezza. Aveva compreso ciò molto bene la giovane donna di Nazareth, Colei che fu ‘prescelta’ per essere in eterno il grembo che avrebbe accolto ‘l’Autore della vita’ quando esultante esclamò quanto segue: Allora Maria disse:

“L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili… (cf. Lc 1,46-52)”.

L’agire di Dio nella storia è proprio così: si configura come un ‘agire pedagogico’ in quanto Dio operando all’interno delle trame intricate della storia, al contempo svela anche all’essere umano di ogni tempo, quali sono i criteri su cui può basare il proprio agire per una esistenza piena e realizzata. Dio insegna facendo, mostra quali orme percorrere per una crescita piena e matura. Lo scenario biblico del Natale è un vero e proprio palcoscenico di sobrietà, umiltà, tenerezza…

Lo aveva ben intuito il santo patrono San Francesco d’Assisi che nel 1223 in Umbria a Greccio volle rappresentare questo evento biblico di salvezza del Natale per far ‘vedere’ e ‘toccare’ a tutti come la grandezza di Dio si rivela nella piccolezza, la potenza nella tenerezza. Una strategia pedagogica concreta mirata a far calare i fedeli all’interno del Mistero dell’Incarnazione, un’educazione dello sguardo che si collega al cuore passando per la mente: guardare, osservare, discernere, comprendere, credere.

L’evangelista Matteo rivela che i protagonisti della notte di Natale furono i pastori e i Magi. Dio non fa preferenze di persone, si rivela a tutti ai colti come agli ultimi e agli emarginati. I Magi erano dei sapienti paragonabili a degli odierni intellettuali peraltro erano presumibilmente degli astrologi (attuali scienziati) e dei governanti; i pastori, invece, erano all’ultimo gradino del ceto sociale di allora, erano poveri, emarginati, ‘gli ultimi’ eppure gli angeli annunciano loro l’opera di Dio.

La stella illumina il buio della notte, fornisce ai Magi una guida, una direzione, così come oggi la Parola di Dio si propone ancora come una bussola capace di orientare i passi dell’uomo verso sentieri di luce, pace e speranza. Il Natale vuole ricordare che l’essenza della vita non si trova nel potere, nella forza, nel successo ma nella tenerezza di un bambino indifeso. L’oro, l’incenso e la mirra costituiscono i tre ingredienti fondamentali perché ciascuno possa essere Re, Sacerdote e Profeta. Questi simboli richiamano il valore formativo del Battesimo: i credenti facendo nascere dentro di sé Gesù ricevendo il battesimo diventano re, sacerdoti e profeti.

Si è re tutte le volte che si è capaci di autocontrollo, di dominio di sé, di discernimento ed esercizio della responsabilità; si è sacerdoti quando si ha il coraggio di alzare lo sguardo al Cielo per ricercare soluzioni sostenibili per risolvere i problemi sulla terra, coltivare la preghiera, offrire il sacrificio di sé stessi per la causa del Regno; si è profeti quando alla scuola della Parola si apprende l’arte di leggere la storia umana e personale alla luce del pensiero di Dio.

Questa riflessione possa accompagnare tutti a vivere il Natale con spirito sereno e meditativo. I giovani possano cogliere in questa festività un’occasione di ‘Rinascita’. Il Natale possa fornire loro le coordinate essenziali per impostare la loro vita in modalità ‘accoglienza’, ‘dono’, ricerca del bene e desiderio di verità. Chat Gpt non potrà mai indicare la soluzione al mistero della vita, la Parola di Dio accolta nella comunione ecclesiale si.

Formazione e vita indipendente: conclusi con successo gli esami del progetto ‘Pronti per l’Indipendenza’

Ulteriore obiettivo centrato per il progetto ‘Pronti per l’Indipendenza’. Si è conclusa ufficialmente la fase d’esame per i partecipanti che hanno frequentato il percorso di 200 ore di formazione. I risultati confermano l’efficacia del programma: tutti i candidati ammessi alla prova finale sono risultati idonei, dimostrando una preparazione solida e una forte motivazione.

Il percorso, strutturato per fornire competenze teorico-pratiche e strumenti di autonomia personale, ha visto i partecipanti impegnati in un programma rigoroso che ha spaziato dalle lezioni rivolte alla comprensione della legge 227/2021 e il Decreto Legislativo n. 62/2024 allo sviluppo di abilità comunicative e relazionali per collaborare con altri professionisti e enti coinvolti nel supporto alle persone con disabilità.

Il superamento della prova con il 100% di idoneità testimonia non solo l’impegno degli allievi, ma anche la qualità del corpo docente e del modello formativo adottato. Parallelamente alla chiusura della formazione, sta volgendo al termine anche la maggior parte dei tirocini formativi attivati presso gli enti partner:

“Superare le 200 ore di formazione e l’esame finale con il 100% di idoneità non è un traguardo scontato: è il frutto del grande impegno da parte dei nostri partecipanti. La fine dei tirocini segna anche il passaggio cruciale verso il mondo del lavoro. Siamo fieri di averli accompagnati in questa crescita che trasforma il concetto di assistenza”in quello di vita indipendente”, dichiara il presidente della FISH Vincenzo Falabella.

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