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Papa Leone XIV invita la Chiesa a portare riconciliazione

“Cari fratelli e sorelle, la parola divina attraversa la storia e la rinnova con la voce umana del Salvatore. Oggi ascoltiamo il Vangelo, buona notizia per tutti i tempi, in questa basilica di Annaba dedicata a sant’Agostino, Vescovo dell’antica Ippona. Lungo i secoli, i luoghi che ci ospitano hanno cambiato nome, ma i santi sono rimasti come nostri patroni e testimoni fedeli di un legame con la terra, che viene dal cielo. E’ proprio questa la dinamica che il Signore illumina nella notte di Nicodemo: è questa la forza che Cristo infonde alla debolezza della sua fede e alla tenacia della sua ricerca”: con queste parole omilitiche papa Leone XIV ha concluso la sua visita nella terra di Sant’Agostino con la celebrazione della Messa nella Basilica dedicata al fondatore dell’ordine agostiniano.

L’omelia papale è un invito ad ascoltare la Parola di Dio: “Ecco l’invito per ogni uomo e ogni donna che cerca la salvezza! Dall’appello di Gesù scaturisce la missione per la Chiesa tutta, e quindi per la comunità cristiana d’Algeria: nascere nuovamente dall’alto, cioè da Dio. In questa prospettiva, la fede vince le fatiche terrene e la grazia del Signore fa fiorire il deserto. Eppure la bellezza di quest’esortazione porta con sé una prova, che il Vangelo ci chiama ad attraversare insieme”.

Il brano evangelico è un invito ad una nuova vita: “Le parole di Cristo, infatti, hanno tutta la forza di un dovere: dovete rinascere dall’alto! Tale imperativo suona ai nostri orecchi come un comando impossibile. Ascoltando con attenzione Colui che lo dà, capiamo però che non si tratta di una dura imposizione, né di una forzatura o, tanto meno, di una condanna al fallimento. Al contrario, il dovere espresso da Gesù è per noi un dono di libertà, perché ci rivela una possibilità insperata: possiamo rinascere dall’alto, grazie a Dio.

Dobbiamo farlo, dunque, secondo la sua volontà d’amore, che desidera rinnovare l’umanità chiamandola a una comunione di vita, che inizia con la fede. Mentre Cristo ci chiede di rinnovare da capo tutta la nostra esistenza, pure ci dà la forza per farlo”.

Quindi non si deve avere paura di porre le domande essenziali: “L’affermazione del Signore, così piena d’amore, riempie i nostri cuori di speranza. Non importa quanto siamo oppressi dal dolore o dal peccato: il Crocifisso porta tutti questi pesi con noi e per noi. Non importa quanto siamo sfiduciati dalle nostre debolezze: proprio allora si manifesta la forza di Dio, che ha risuscitato Cristo dai morti per dare la vita al mondo. Ciascuno di noi può sperimentare la libertà della vita nuova che viene dalla fede nel Redentore. Di nuovo, sant’Agostino ce ne offre l’esempio: prima ancora che per la sua sapienza, guardiamo a lui per la sua conversione”.

Lo stile dei cristiani quindi è quello narrato nel libro degli Atti degli Apostoli: “Sì, dunque: i cristiani nascono dall’alto, rigenerati da Dio come fratelli e sorelle di Gesù, e la Chiesa che li nutre con i Sacramenti è grembo accogliente per tutti i popoli della terra. Come abbiamo ascoltato poco fa, gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza raccontando lo stile che contraddistingue l’umanità rinnovata dallo Spirito Santo. Anche oggi occorre accogliere e realizzare questo canone apostolico, meditandolo come autentico criterio di riforma ecclesiale: una riforma che inizia dal cuore, per essere vera, e riguarda tutti, per diventare efficace”.

Una vita nuova come invito all’unità: “Questa unità spirituale è una concordia: parola che significa bene la comunione di cuori che palpitano insieme, perché uniti a quello di Cristo. La Chiesa nascente non si basa dunque su un contratto sociale, ma su un’armonia nella fede, negli affetti, nelle idee, nelle scelte di vita che ha al centro l’amore di Dio, fatto uomo per salvare tutti i popoli della terra”.

Unità che si concretizza nella giustizia: “Al contrario, la fede nell’unico Dio, Signore del cielo e della terra, unisce gli uomini secondo una giustizia perfetta, che invita tutti alla carità, cioè ad amare ogni creatura con l’amore che Dio ci dona in Cristo.

Perciò, soprattutto davanti all’indigenza e all’oppressione, i cristiani hanno come codice fondamentale la carità: facciamo a chi ci sta accanto quel che vorremmo venisse fatto a noi. Animata da questa legge, che Dio scrive nei cuori, la Chiesa è sempre nascente, perché dove c’è disperazione accende speranza, dove c’è miseria porta dignità, dove c’è conflitto porta riconciliazione”.

Da qui il compito per i cristiani: “Il primo compito dei pastori, ministri del Vangelo, è dunque dare testimonianza di Dio al mondo con un cuor solo e un’anima sola, senza che le preoccupazioni ci corrompano con la paura né le mode ci indeboliscano con il compromesso. Insieme a voi, fratelli nell’episcopato, e a voi, presbiteri, rinnoviamo costantemente questa missione per il bene di quanti ci sono affidati, affinché la Chiesa intera sia, nel suo servizio, messaggio di vita nuova per coloro che incontriamo”.

In conclusione è un invito alla testimonianza: “In questa terra, carissimi cristiani di Algeria, rimanete come segno umile e fedele dell’amore di Cristo. Testimoniate il Vangelo con gesti semplici, relazioni vere e un dialogo vissuto giorno per giorno: così date sapore e luce là dove vivete. La vostra presenza nel Paese fa pensare all’incenso: un granello incandescente, che spande profumo perché dà gloria al Signore e letizia e conforto a tanti fratelli e sorelle. Quest’incenso è un piccolo, prezioso elemento, che non sta al centro dell’attenzione, ma invita a rivolgere i nostri cuori a Dio, incoraggiandoci l’un l’altro a perseverare nelle difficoltà del tempo presente”.

Solo in questo modo si diffonde la misericordia: “Dal turibolo del nostro cuore si levano infatti la lode, la benedizione, la supplica, diffondendo il soave odore della misericordia, dell’elemosina e del perdono. La vostra storia è fatta di accoglienza generosa e di tenacia nella prova: qui hanno pregato i martiri, qui sant’Agostino ha amato il suo gregge cercando la verità con passione e servendo Cristo con fede ardente. Siate eredi di questa tradizione, testimoniando nella carità fraterna la libertà di chi nasce dall’alto come speranza di salvezza per il mondo”.

(Foto: Santa Sede)

L’Italia è il Paese più vecchio in Europa

Secondo la statistica dell’Istat al 1^ gennaio la popolazione residente in Italia è pari a 58.943.000 individui, risultando in lieve decremento rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-636 unità), con un tasso di crescita vicino allo zero con un leggero miglioramento rispetto a quelli registrati nei due anni precedenti (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023), ma le dinamiche demografiche sono in stretta continuità con quanto osservato negli anni recenti: l’Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo e nel quale la popolazione continua a invecchiare.

Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille): la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) ed in Lombardia (+3,2 per mille). Le regioni in cui si riscontra il maggior calo demografico sono la Basilicata (-9,0 per mille), il Molise (-6,5 per mille) e la Sardegna (-5,1 per mille).

Nello scorso anno le nascite sono 355.000, con una diminuzione del 3,9% sul 2024, mentre i decessi sono 652.000, in calo dello 0,2%. Da qui deriva unsaldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) ampiamente negativo (circa -296.000 unità), peggiorato rispetto al 2024 quando risultò pari a -283.000; mentre le immigrazioni dall’estero, 440.000, pur diminuendo di 12.000 unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese.

Però scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero (144.000), ben 45.000 in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296.000) e tale da compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33.000 unità rispetto al 2024. Risultano, infine, in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente hanno coinvolto 1.455.000 cittadini.

Inoltre la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5.560.000 unità, in aumento di 188.000 individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero (+348.000), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36.000). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196.000.

La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3.230.000 individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%; nel Centro risiedono 1.344.000 stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno con 986.000 unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.

Nello scorso anno i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26.000 e 23.000 casi), seguiti dai cittadini rumeni (16.000) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.

Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6.000), i marocchini (-4.000), i brasiliani (-3.000), gli indiani (-3.000) ed i moldavi (-2.000). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pakistani (+2.000), filippini (+1.500) e rumeni (+1.000).

A conti fatti la popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53.383.000 unità, in calo di 189.000 individui rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno (-3,5 per mille): tale bilancio negativo dei residenti italiani si deve principalmente ad un saldo naturale ampiamente negativo (-333.000), a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di –53.000. Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118.000 connazionali in meno (-6,3 per mille).

Riguardo alle nascite i nati residenti in Italia sono stati 355.000 nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15.000 unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48.000, in calo del 5,6% sul 2024. Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024.

Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20); mentre l’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni.

La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).

Anche i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, nel 2025 sono stati 165.000, 8.000 in meno sul 2024, con una diminuzione di quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%).

Infine l’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). La popolazione fino a 14 anni è pari a 6.852.000 individui (11,6% del totale), in calo di 168.000 unità rispetto al 2025.

La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37.270.000 (63,2% del totale), con una riduzione di 73.000 individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14.821.000 (25,1% del totale), oltre 240.000 in più rispetto all’anno precedente, con una crescita degli ultraottantacinquenni che raggiungono 2.511.000 individui (+101.000) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24.700 unità, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.

Rwanda: per Natale dona i primi 1.000 giorni di vita

Nel nord del Rwanda, nel distretto rurale di Gakenke, prende il via il progetto ‘1.000 giorni di vita’, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV – Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, in collaborazione con il Centro Sanitario di Nemba, una struttura che nonostante il personale limitato, offre cure mediche di base, servizi materno-infantili, vaccinazioni, monitoraggio della crescita e attività di prevenzione e sensibilizzazione. In un territorio con servizi sanitari carenti, rappresenta un punto di riferimento per oltre 17.000 abitanti. Solo nel solo 2024, ha assistito 481 parti.

In Rwanda la malnutrizione cronica colpisce il 38% dei bambini sotto i cinque anni, spesso a causa della povertà e della scarsa conoscenza delle corrette pratiche nutrizionali. Una condizione che può compromettere in modo irreversibile lo sviluppo fisico e cognitivo, il sistema immunitario e l’equilibrio emotivo dei più piccoli.

Il progetto ‘1.000 giorni di vita’ interviene proprio nel periodo più delicato della crescita (dal concepimento ai due anni di vita del bambino) attraverso un programma integrato che si articola in tre aree fondamentali: nutrizione con la distribuzione di kit alimentari completi per donne in gravidanza, mamme che allattano e neonati; creazione di orti familiari per garantire una fonte di cibo sostenibile e contrastare in modo duraturo la malnutrizione; formazione attraverso incontri dedicati a nutrizione materno-infantile, igiene, cura del neonato, monitoraggio della crescita e importanza del legame affettivo nei primi anni di vita; cure mediche con visite prenatali e postnatali costanti per prevenire anemia, complicazioni in gravidanza e mortalità infantile.

La popolazione dell’area vive prevalentemente di agricoltura di sussistenza e in condizioni di povertà diffusa, con un accesso limitato alle cure mediche e una situazione nutrizionale particolarmente fragile per donne incinte, mamme che allattano e bambini nei primi anni di vita.

‘1000 giorni di vita’, realizzato in collaborazione con la responsabile del Centro Sanitario, sœur Anne Marie Mujawayezu, mira a garantire alle mamme competenze, sicurezza, cure regolari e un ambiente di accoglienza e dignità per favorire uno sviluppo sano e armonioso dei bambini.

In occasione delle festività natalizie, il Settore Solidarietà e Gemellaggi ha lanciato questa speciale campagna di raccolta fondi per sostenere il progetto e permettere ogni anno a 500 donne incinte e bambini di ricevere nutrimento, cure e formazione nei primi 1.000 giorni di vita.

Ogni mamma spera il meglio per il proprio bambino ancor prima di stringerlo tra le braccia. Desidera per lui una vita dignitosa, la salute, la possibilità di crescere. Il suo sogno è proteggerlo, nutrirlo, vederlo diventare adulto.Garantire cibo, cure e sostegno nei primi 1.000 giorni significa cambiare per sempre la vita di un bambino e della sua comunità.

Per ulteriori informazioni: Rwanda, per Natale dona i primi 1.000 giorni di vita – Società di San Vincenzo De Paoli

Papa Leone XIV: la Croce per redimere il mondo

“Oggi la Chiesa celebra la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, in cui ricorda il ritrovamento del legno della Croce da parte di Sant’Elena, a Gerusalemme, nel IV secolo, e la restituzione della preziosa Reliquia alla Città santa, ad opera dell’Imperatore Eraclio”: nella recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha sottolineato l’importanza del ritrovamento della croce su cui fu messo a morte Gesù.

Però cosa significa oggi questa festa: “Ci aiuta a comprenderlo il Vangelo che la liturgia ci propone. La scena si svolge di notte: Nicodemo, uno dei capi dei Giudei, persona retta e dalla mente aperta, viene a incontrare Gesù. Ha bisogno di luce, di guida: cerca Dio e chiede aiuto al Maestro di Nazaret, perché in Lui riconosce un profeta, un uomo che compie segni straordinari”.

Ed alla domanda di Nicodemo Gesù rivela la sua morte per la salvezza del mondo: “Il Signore lo accoglie, lo ascolta, e alla fine gli rivela che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato, ‘perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna’, e aggiunge: ‘Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna’.

Nicodemo, che forse al momento non comprende appieno il senso di queste parole, lo potrà fare certamente quando, dopo la crocifissione, aiuterà a seppellire il corpo del Salvatore: capirà che Dio, per redimere gli uomini, si è fatto uomo ed è morto sulla croce”.

Ecco il compimento annunciato nell’Antico Testamento: “Gesù parla di questo a Nicodemo, richiamando un episodio dell’Antico Testamento, quando nel deserto gli Israeliti, assaliti da serpenti velenosi, si salvavano guardando il serpente di bronzo che Mosè, obbedendo al comando di Dio, aveva fatto e posto sopra un’asta.

Dio ci ha salvati mostrandosi a noi, offrendosi come nostro compagno, maestro, medico, amico, fino a farsi per noi Pane spezzato nell’Eucaristia. E per compiere quest’opera si è servito di uno degli strumenti di morte più crudeli che l’uomo abbia mai inventato: la croce”.

Quindi, richiamando una catechesi del suo predecessore, il papa ha sottolineato la trasformazione di uno strumento di morte in quello di vita: “Per questo oggi noi ne celebriamo l’ ‘esaltazione’: per l’amore immenso con cui Dio, abbracciandola per la nostra salvezza, l’ha trasformata da mezzo di morte a strumento di vita, insegnandoci che niente può separarci da Lui e che la sua carità è più grande del nostro stesso peccato”.

Ma oggi è anche il settantesimo compleanno del papa, a cui sono giunti molti messaggi augurali, iniziando da quello del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella: “Fin dall’avvio del Suo alto magistero – scrive il Capo dello Stato – Ella ha consegnato all’intera comunità internazionale e alle coscienze individuali un forte richiamo a quella pace disarmata e disarmante, che apre i cuori. E ci ha ricordato, con sant’Agostino, che i tempi siamo noi. Sta a tutti noi (ed in particolare a quanti rivestono cariche pubbliche) impegnarci affinché le circostanze migliorino, riaprendo orizzonti di dialogo, di giustizia e di concreta tutela della dignità di ogni persona.

Desidero assicurarLe, Padre Santo, che nel proseguimento della Sua alta missione apostolica potrà sempre contare sulla collaborazione della Repubblica Italiana, che ritrova nel Suo messaggio di rispetto per la centralità dell’essere umano, di servizio e di unità il riflesso dei valori della propria Costituzione. Con l’auspicio di poterLa presto ricevere al Palazzo del Quirinale, La prego di accogliere, nella felice ricorrenza del Suo compleanno e in vista del Suo onomastico, le espressioni di affettuosa vicinanza degli italiani tutti e della mia massima considerazione”.

Ed anche i vescovi italiani hanno inviato un messaggio augurale, ricordando l’incontro con il papa nello scorso giugno: “Conserviamo come dono prezioso l’udienza che ha concesso alla Conferenza Episcopale Italiana lo scorso 17 giugno. In quella occasione ha sottolineato il ‘legame privilegiato’ che ci unisce, consegnando quattro coordinate ‘attraverso cui essere Chiesa che incarna il Vangelo ed è segno del Regno di Dio’: ‘Annuncio del Vangelo, pace, dignità umana, dialogo’. Queste coordinate orientano la rotta delle nostre comunità nella certezza che lo Spirito soffia sulle vele”.

E’ un ringraziamento per le continue esortazioni proposte: “In questi tempi difficili, ci uniamo a Lei, Padre Santo, nell’invocazione per una «pace disarmata e disarmante» in tutte le situazioni di conflitto che insanguinano vaste aree del Pianeta. Mentre continuiamo a farci prossimi alle popolazioni provate dalla sofferenza con azioni di solidarietà e promozione umana, auspichiamo che l’unità di intenti, di voci e di preghiere che dal mondo intero si alzano per impetrare soluzioni di pace possano trovare presto ascolto”.

Auguri sono pervenuti anche da altre associazioni cattoliche, come l’Azione Cattolica Italiana: “Grazie, Santo Padre, per la tua guida in questi primi mesi di pontificato, che il Signore continui a sostenerti nel tuo cammino di fede e amore”, mentre attraverso un messaggio del rettore Elena Beccalli “l’Università Cattolica del Sacro Cuore formula al Santo Padre Leone XIV gli auguri più sinceri in occasione del suo settantesimo compleanno. Possa la grazia del Signore Risorto guidarLo nella sua missione di Vescovo di Roma e di Pastore della Chiesa universale, nel segno della pace, della giustizia e della riconciliazione fra i popoli. Nell’Anno Santo della Speranza, la famiglia dell’Ateneo rivolge al Papa un sentimento di filiale gratitudine e Gli assicura vicinanza nella preghiera e fedeltà nello svolgimento della missione educativa alla quale è chiamata”.

Infine anche la diocesi di Roma ha inviato gli auguri a Leone XIV, attraverso il vicario, card. Baldassare Reina: “La sua diocesi si unisce a Lei nella gratitudine al Padre per il dono della vita. Le giunga la nostra preghiera e il nostro affetto per quanto opera ogni giorno, con instancabile dedizione, a servizio della Chiesa universale a partire dalla Chiesa di Roma.

Mentre condividiamo le sue preoccupazioni, soprattutto per i tanti scenari di guerra che insanguinano il mondo, Le auguriamo di poter realizzare quanto desidera il Suo cuore e di continuare a seminare speranza per gli uomini e le donne del nostro tempo”.

Anche dalla nostra redazione un augurio a papa Leone XIV.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita gli anziani a testimoniare la speranza

“Il Giubileo che stiamo vivendo ci aiuta a scoprire che la speranza è fonte di gioia sempre, ad ogni età. Quando, poi, essa è temprata dal fuoco di una lunga esistenza, diventa fonte di una beatitudine piena. La Sacra Scrittura presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza. Pensiamo ad Abramo e Sara: ormai anziani, restano increduli davanti alla parola di Dio, che promette loro un figlio. L’impossibilità di generare sembrava aver chiuso il loro sguardo di speranza sul futuro”: con queste parole inizia il messaggio di papa Leone XIV per la V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, intitolato ‘Beato chi non ha perduto la sua speranza’, tratto dal libro del Siracide, in programma domenica 27 luglio, nel quale chiede alle chiese sul territorio ed alle istituzioni ecclesiali di iniziare una ‘rivoluzione della cura’.

Nel messaggio il papa prende a prestito la domanda di Nicodemo: “Vecchiaia, sterilità, declino sembrano spegnere le speranze di vita e di fecondità di tutti questi uomini e donne. E anche la domanda che Nicodemo pone a Gesù, quando il Maestro gli parla di una ‘nuova nascita’, sembra puramente retorica: ‘Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’ Eppure ogni volta, davanti a una risposta apparentemente scontata, il Signore sorprende i suoi interlocutori con un intervento di salvezza”.

Quindi gli anziani sono ‘segni dei tempi’: “Il fatto che il numero di quelli che sono avanti negli anni sia oggi in aumento diventa allora per noi un segno dei tempi che siamo chiamati a discernere, per leggere bene la storia che viviamo. La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro”.

Inoltre nella Bibbia gli anziani sono anche stimolo per il futuro: “Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio. Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire”.

Ed esempi di fede: “Quanto spesso i nostri nonni sono stati per noi esempio di fede e di devozione, di virtù civiche e impegno sociale, di memoria e di perseveranza nelle prove! Questa bella eredità, che ci hanno consegnato con speranza e amore, non sarà mai abbastanza, per noi, motivo di gratitudine e di coerenza”.

E’ un invito a vedere gli anziani in prospettiva giubilare: “Guardando alle persone anziane in questa prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono. Questo anno è il momento propizio per realizzarla: la fedeltà di Dio alle sue promesse ci insegna che c’è una beatitudine nella vecchiaia, una gioia autenticamente evangelica, che ci chiede di abbattere i muri dell’indifferenza, nella quale gli anziani sono spesso rinchiusi. Le nostre società, ad ogni latitudine, si stanno abituando troppo spesso a lasciare che una parte così importante e ricca della loro compagine venga tenuta ai margini e dimenticata”.

Per questo è necessario un cambio di passo: “Davanti a questa situazione, è necessario un cambio di passo, che testimoni un’assunzione di responsabilità da parte di tutta la Chiesa. Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della ‘rivoluzione’ della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani, creando per loro e con loro reti di sostegno e di preghiera, intessendo relazioni che possano donare speranza e dignità a chi si sente dimenticato. La speranza cristiana ci spinge sempre a osare di più, a pensare in grande, a non accontentarci dello status quo. Nella fattispecie, a lavorare per un cambiamento che restituisca agli anziani stima e affetto”.

Infine, rivolgendosi agli anziani, il papa invita a trasmettere la fede: “Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore. Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età”.

Mamme coraggiose: è nata Kabira

Dalla Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli un aiuto alle mamme più vulnerabili. E’ nata la piccola Kabira (nome di fantasia). Della sua mamma, Narjis (il nome è di fantasia, ma il racconto è vero) avevamo parlato nel corso della presentazione del progetto ‘Doti Speranza’, iniziativa promossa dalla Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con Federvita Lombardia e rivolta alle donne in gravidanza che vivono in condizioni di grave vulnerabilità affinché scelgano la vita.

Narjis ha solo vent’anni, ma ha già attraversato l’inferno: fuggita dall’Africa, imprigionata in Libia, è riuscita a raggiungere l’Italia dopo un lungo e pericoloso viaggio. A Lampedusa conosce il padre del suo bambino, che però la abbandona poco dopo. Rimasta sola, trova finalmente qualcuno che la ascolta: i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli, l’hanno accompagnata con amore verso la nascita della sua piccola, che era prevista per il 28 maggio. E Kabira non si è fatta attendere…Ora accanto a Narjis è nata una rete che le continuerà a garantire non solo aiuto, ma anche relazioni, fiducia e prospettive di integrazione.

Un sostegno reale, umano e personalizzato: “Il dono di questa nuova vita ci fa gioire e ci commuove allo stesso tempo. È germogliato un fiore tra le rocce, custodiamolo insieme con cura e amore”, afferma Nelly Minardi, Presidente del Consiglio Centrale di Rho Magenta della Società di San Vincenzo De Paoli.

Un momento di gioia condiviso anche da Licia Latino, Presidente della Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli: «Siamo contenti di accogliere la nascita di Kabira. Narjis è stata una mamma coraggiosa. Come Federazione, insieme a Federvita Lombardia, continueremo a starle accanto. È giusto che lei e la sua bambina abbiano una vita dignitosa» dichiara la Presidente Latino e aggiunge: «Noi dobbiamo portare speranza a queste madri e ai loro figli, perché non si sentano costrette ad abortire solo per povertà o solitudine».

“Doti Speranza” vuole essere un progetto che agisce proprio nei momenti decisivi, quando una donna – spesso giovane, sola e impaurita – si trova davanti a una scelta difficile. A lei viene offerta la possibilità concreta di affrontare la gravidanza con maggiore serenità, grazie al contributo economico e a un lavoro di accompagnamento su misura, costruito attorno alla sua storia, con rispetto e delicatezza.

L’obiettivo del progetto, presentato lo scorso 6 maggio a Milano, è semplice ma ambizioso: accompagnare le mamme più fragili lungo il percorso della maternità, offrendo ascolto, comprensione e un sostegno economico fino a 3.000 euro. Un gesto concreto, che non è solo assistenza, ma una vera e propria alleanza di fiducia. Un cammino condiviso finalizzato alla fuoriuscita dalla condizione di povertà.

L’iniziativa si rivolge in particolare alle donne incinte che si trovano in situazioni di forte marginalità, anche prive di documenti, presenti sul territorio lombardo. Spesso si tratta di storie segnate dal dolore, da solitudine, da speranze infrante.

Spesso chi vive senza casa, senza lavoro e in forte emarginazione non è a conoscenza dei servizi. A volte, anche se li conosce, ha paura di rivolgersi alle istituzioni per timore che le venga tolto il bambino o perché si trova in condizioni di irregolarità. Ecco che diventa importante una rete di prossimità, che intercetti i bisogni nascosti e porti la carità là dove spesso non arriva nessuno.

Nel segno di una “Chiesain uscita”, “Doti Speranza” rappresenta una risposta concreta e preziosa per tante donne che, nonostante tutto, scelgono di diventare madri. Un piccolo seme, che puòfar sbocciare la vita. Una speranza che si fa dote, per ogni donna che scegliedi non arrendersi.

‘Doti di speranza’: un aiuto concreto per scegliere la vita

Un aiuto reale, umano e personalizzato per aiutare le donne in gravidanza che vivono in condizioni di grave vulnerabilità a scegliere la vita. È questo il significato profondo di ‘Doti Speranza’, il nuovo progetto promosso dalla Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con Federvita Lombardia. L’iniziativa, presentata lo scorso maggio a Milano nel corso di una Conferenza Stampa con i vertici delle due associazioni.

L’obiettivo è semplice ma ambizioso: accompagnare le mamme più fragili lungo il percorso della maternità, offrendo ascolto, comprensione e un sostegno economico fino a 3.000 euro. Un gesto concreto, che non è solo assistenza, ma una vera e propria alleanza di fiducia. Un cammino condiviso finalizzato alla fuoriuscita dalla condizione di povertà.

Il progetto si rivolge in particolare alle donne incinte che si trovano in situazioni di forte marginalità, anche prive di documenti, presenti sul territorio lombardo. Spesso si tratta di storie segnate dal dolore, da solitudine, da speranze infrante. Come quella di Narjis (il nome è di fantasia, ma il racconto è vero), oggi al nono mese di gravidanza. Ha solo vent’anni, ma ha già attraversato l’inferno: fuggita dall’Africa, imprigionata in Libia, è riuscita a raggiungere l’Italia dopo un lungo e pericoloso viaggio.

A Lampedusa conosce il padre del suo bambino, che però la abbandona poco dopo. Rimasta sola, trova finalmente qualcuno che la ascolta: i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli, che oggi la accompagnano con amore verso la nascita del suo piccolo, il 28 maggio. Ora accanto a Narjis c’è una rete che garantisce non solo aiuto materiale, ma anche relazioni, fiducia e prospettive di integrazione, come ha affermato Licia Latino, presidente della Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli:

“Noi dobbiamo portare speranza a queste madri e ai loro figli, perché non si sentano costrette ad abortire solo per povertà o solitudine”. ‘Doti Speranza’ agisce proprio nei momenti decisivi, quando una donna (spesso giovane, sola e impaurita) si trova davanti a una scelta difficile. A lei viene offerta la possibilità concreta di affrontare la gravidanza con maggiore serenità, grazie al contributo economico e a un progetto di accompagnamento su misura, costruito attorno alla sua storia, con rispetto e delicatezza.

“Non possiamo dare per scontato, ha annotato Marco Delvecchio, responsabile scientifico del progetto, che chi vive senza casa, senza lavoro e in forte emarginazione sia a conoscenza dei servizi. Spesso, anche se li conosce, ha paura di rivolgersi alle istituzioni per timore che le venga tolto il bambino o perché si trova in condizioni di irregolarità”. Ecco allora l’importanza di una rete di prossimità, che intercetti i bisogni nascosti e porti la carità là dove spesso non arriva nessuno”.

Nel segno di una ‘Chiesa in uscita’, ‘Doti Speranza’ rappresenta una risposta concreta e preziosa per tante donne che, nonostante tutto, scelgono di diventare madri, ha raccontato Paolo Picco, tra i fondatori: “In 43 anni di storia di Federvita Lombardia questo è uno dei progetti più significativi che abbiamo realizzato”; mentre Elisabetta Pittino, presidente di Federvita Lombardia, ha definito l’iniziativa ‘un guizzo geniale’, augurandosi “che sia solo l’inizio di una lunga collaborazione”.

Nelly Minardi, Presidente del Consiglio Centrale di Rho Magenta della Società di San Vincenzo De Paoli, ha coinvolto tutti gli spettatori raccontando la storia di Narjis, mentre Marina Cavallin, membro del Comitato Direttivo della Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli, ha sottolineato il valore della sinergia con i Centri di Aiuto alla Vita. Anna Taliente, Segretaria nazionale, ha ricordato che tutto è nato da una sollecitazione di Padre Francesco Gonella CM, Consigliere spirituale della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.

Un piccolo seme, che può far sbocciare la vita. Una speranza che si fa dote, per ogni donna che sceglie di non arrendersi.

(Foto: Società San Vincenzo De Paoli)

In Italia preoccupazione per il calo delle nascite

In Italia lo scorso anno ha evidenziato una dinamica demografica per molti versi in continuità con quella dei recenti anni post-pandemici. Insieme ad un calo contenuto della popolazione residente, che peraltro continua a invecchiare, alla conferma di una dinamica naturale fortemente negativa, i cui effetti vengono attenuati da una dinamica migratoria più che positiva, e alla progressiva contrazione della dimensione media delle famiglie, il 2024 ha aggiunto elementi la cui portata va sottolineata, tra cui il minimo storico di fecondità, la speranza di vita che supera i livelli pre-pandemici, l’aumento degli espatri di cittadini italiani, il nuovo massimo di acquisizioni della cittadinanza italiana a cui si affianca comunque l’importante crescita della popolazione straniera residente.

Il calo di popolazione non coinvolge in modo generalizzato tutte le aree del Paese: mentre nel Nord la popolazione aumenta dell’1,6 per mille, il Centro e il Mezzogiorno registrano variazioni negative rispettivamente pari a -0,6 per mille e a -3,8 per mille. Nelle Aree interne del Paese l’Istat osserva una perdita di popolazione più intensa rispetto ai Centri (-2,4 per mille, contro -0,1 per mille), con un picco negativo per le Aree interne del Mezzogiorno (-4,7 per mille). A livello regionale, la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+3,1 per mille), in Emilia-Romagna (+3,1 per mille) e in Lombardia (+2,3 per mille). Le regioni in cui si riscontrano le maggiori perdite sono invece la Basilicata (-6,3 per mille) e la Sardegna (-5,8 per mille). Nel 2024 le nascite si attestano a quota 370mila, registrando una diminuzione sul 2023 del 2,6%.

Nel 2024, secondo i dati provvisori, i nati residenti in Italia sono 370.000, in diminuzione di circa 10.000 unità (-2,6%) rispetto all’anno precedente. Il tasso di natalità si attesta al 6,3 per mille, contro il 6,4 per mille del 2023 . I nati di cittadinanza straniera, il 13,5% del totale, sono quasi 50.000, circa 1.500 in meno rispetto all’anno precedente e la fecondità è stimata in 1,18 figli per donna, sotto quindi il valore osservato nel 2023 (1,20) ed inferiore al precedente minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995. La contrazione della fecondità riguarda in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Infatti, mentre nel Centro il numero medio di figli per donna si mantiene stabile (pari a 1,12), nel Nord scende a 1,19 (da 1,21 del 2023) e nel Mezzogiorno a 1,20 (da 1,24).

Il calo delle nascite, oltre ad essere determinato dall’ulteriore calo della fecondità, è causato dalla riduzione nel numero dei potenziali genitori, a sua volta risultato del calo del numero medio di figli per donna registrato nei loro anni di nascita. La rilevanza dell’aspetto strutturale è ben evidente: considerando che la popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (15-49 anni) è passata da 14.300.000 di unità al 1° gennaio 1995 a 11.400.000 al 1° gennaio 2025.

Adriano Bordignon, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, ha espresso preoccupazione per il saldo negativo delle nascite: “Stiamo sprofondando nelle sabbie mobili ed è evidente che quanto stiamo mettendo in campo, come sistema-Italia, è del tutto insufficiente per garantire un minimo equilibrio demografico…

Da anni chiediamo una rivoluzione che il nostro Paese non è ancora disposto ad assumere, vittima di priorità che sono sempre altre, di mancate convergenze transpartitiche, di fragilità di alleanze tra politica, amministrazione locale, lavoro associazionismo e scuola. Ma anche politiche asfittiche e vincolate a patti di bilancio stringenti che invece si fanno flessibili per altre urgenze”.

Inoltre Adriano Bordignon ha evidenziato anche l’aspetto migratorio per mancanza di politiche di sostegno alla famiglia: “L’anno della famiglia sembra sempre essere il prossimo in agende ormai attanagliate da crisi mondiali che oggi ci portano anche a parlare di guerra, militare o di dazi, come una possibilità di scenario ordinario. Cresce anche il numero di italiani che lasciano il Belpaese.

Nel 2024 sono stati 156.000, un +36,5% con un impatto ancora più significativo per il Mezzogiorno, gravato anche dal fenomeno delle migrazioni interne: -52.000, mentre il Nord guadagna 47.000 residenti grazie ai trasferimenti da altre aree del Paese. L’Istat ci dice che il numero medio di componenti per famiglia è sceso a 2,2, rispetto ai 2,6 di 20 anni fa”.

L’ultima sottolineatura è riservata alle famiglie monogenitoriali: “ Stiamo consumando il futuro in un’epoca che si fa vanto di cercare sempre la sostenibilità. Urgono politiche strutturali, generose ed universali orientate a famiglia e giovani. Serve il coraggio, l’unità e la capacità di programmare per fare, da subito, le scelte operative conseguenti, considerando la spesa per far crescere il figlio, non come un costo individuale ma come investimento per il futuro dell’intera comunità. Occorre cambiare cultura e supportare la famiglia come soggetto sociale che, se messo nelle condizioni, è capace di generare benessere per tutto il Paese”.

Mentre il presidente della Fondazione per la natalità, Gigi De Palo, ha evidenziato la mancanza di politiche serie per la famiglia: “Purtroppo i dati Istat odierni non fanno che confermare quello che stiamo dicendo ormai da parecchi anni: o iniziamo seriamente a fare delle politiche impattanti, concrete e durature nel tempo oppure la partita della natalità e quindi della crescita economica, della coesione sociale, della solidarietà intergenerazionale, del mantenimento del sistema sanitario, del mantenimento del sistema pensionistico sarà persa”.

La statistica evidenzia due dati negativi, che chiedono coesione: “Colpiscono due dati in particolare: il tasso di natalità ai minimi storici e il fatto che i nostri giovani preferiscono andare all’estero per realizzare i loro sogni lavorativi e familiari. Fino a quando la nascita di un figlio sarà una delle prime cause di povertà, non cambierà nulla a livello demografico nel nostro Paese.

Qui non si tratta di trovare un colpevole, non si tratta di dare la responsabilità a questo Governo o al precedente, qui si tratta di fare squadra tutti insieme perché stiamo giocando la partita più importante del nostro Paese. Servono urgentemente politiche capaci di impattare drasticamente e in maniera concreta sul tema della natalità, non bastano più bonus o parcellizzazione di bilanci nazionali. Serve dedicare i prossimi 10 bilanci del Paese a questa tematica perché altrimenti viene giù tutto”.

Ed ecco la proposta: “Occorre lavorare contemporaneamente su due filoni: politiche familiari che facilitino le scelte dei giovani di fare famiglia e una via italiana all’immigrazione. L’una non può e non deve escludere l’altra. Facciamo lo ius familiae, rendiamo il nostro Paese ambito non solo per gli stranieri che cercano lavoro, ma anche per chi desidera stabilità. In questo modo diamo un segnale di sicurezza e di futuro. Non è più il tempo di giocare in difesa, ma di fare proposte innovative che vadano oltre la gestione del presente. Il futuro possiamo ancora scriverlo, ma dobbiamo farlo tutti insieme”.

A colloquio con Giulia Merelli, che ha sviluppato un monologo teatrale sulla Madre di Dio

“Così sono nato; così sono stato fatto figlio. Allora io, e non solo io, ma tutti, i giovani che incontro, con cui medito o meditiamo sul dolore, perché il dolore non sia più isolante come dicevi tu prima, perché non sia più un fatto sul quale si può anche essere tentati di compiacimento ma diventi un fatto liberante, credo e crediamo d’aver capito che il dolore deve portarti, deve condurti sempre, non una volta, magari una volta per tutte, ma quando si dice una volta per tutte, vuol dire per tutti i giorni, per tutte le ore; deve portarti, dicevo, a sentirti figlio del Padre che è Dio e figlio del padre terreno che è il padre carnale d’ognuno di noi”.

Iniziamo dal dialogo tra il drammaturgo Giovanni Testori e mons. Luigi Giussani, ‘Il senso della nascita’ per iniziare un dialogo con Giulia Merelli, insegnante ed attrice, che ha sviluppato un monologo teatrale, scritto e diretto, in cinque atti/clip sulla Madre di Dio, ‘Maria’, quando ha scoperto di essere la Madre di Dio che presto verrà alla luce, come un uomo:

“La realtà è drammatica. Dramma significa azione, quindi la realtà è fatta di azione, non di teoria. Per questo amo il teatro, luogo dove la parola agisce. Con questo, il teatro è necessario alla vita. C’è forse un’esigenza radicale nell’uomo del farsi spettatore di se stesso: vedendo in scena l’azione, comprende che può agire in vista di un orizzonte di senso. E tutto questo è drammatico, non tragico. Se fosse tragico, avremmo un fato che non ci considera, che non si apre alla bellezza delle nostre azioni. Le azioni belle non sono semplici affermazioni esistenziali (soliloqui) ma sono risposte ad altre azioni (dialoghi), ad incontri che hanno in sé la caratteristica del possibile”.

Perché un monologo su Maria?

“Ho scritto un monologo su ‘Maria’ qualche anno fa, o meglio otto anni fa. Come vedi, il tempo cronologico diventa relativo quando tocchiamo temi spirituali che riguardano il cuore, un luogo senza orologi dove alcune riflessioni valgono continuamente. Ho scritto il monologo mentre ero in una tournée teatrale e sentivo la necessità di prendermi momenti di quiete, occasioni di creatività come dimora per il mio sentire profondo.

In quel periodo leggevo gli scritti teatrali e i saggi di Giovanni Testori, drammaturgo milanese convertitosi al cattolicesimo. ‘Il senso della nascita’, dialogo tra Testori e Giussani, mi ha particolarmente toccata, rivelando l’importanza della nostra presenza nel mondo come evento voluto, non casuale. Poi, ho preso i suoi monologhi sulla nascita, da ‘Factum est’ ad ‘Interrogatorio a Maria’. Quest’ultimo scritto rivela la bellezza semplice di una donna che si apre alla realtà.

Penso che il fatto di cercare Maria, in un momento per me estraniante dove ero chiamata a relazioni continue, quindi ad affacciarmi continuamente verso richiami esterni, mi abbia permesso di rintracciare, in me stessa, quella semplice disposizione d’animo con la quale lei stessa si è disposta di fronte agli avvenimenti della sua esistenza. Maria è una donna che avrebbe potuto dire no e ha detto sì, avanzando con un sentimento intimo e senza sprecare parole, senza disperdersi, senza cercare rassicurazioni o condizionamenti altrove. In sostanza, penso che instaurare un dialogo con questa donna significhi dare fiducia alla propria autocoscienza”.

Quale significato ha il fatto che il ‘Verbo si è fatto carne’?

“Se ci pensiamo, il nostro modo di conoscere in alcuni casi procede attraverso le dimostrazioni scientifiche. E più diventiamo adulti più rischiamo di affidarci esclusivamente al procedimento razionale pensando che sia solo la dimostrazione immediata garante di conoscenza. Tuttavia, se volgiamo lo sguardo verso un bambino, scopriremo che la sua intuizione precede persino l’abilità di nominare il mondo circostante.

Un esempio lampante è quando un bambino riesce a discernere se l’adulto che lo guarda lo fa con sincera lealtà o con banale superficialità. Chi ha illuminato la mente del bambino riguardo l’esistenza di rapporti autentici? Cosa permette a un bambino di comprendere la serietà con cui l’adulto si rapporta a lui? Non di certo lo studio, né tantomeno l’esperienza che è ancora iniziale.

Ecco allora che risulta sensato soffermarci a considerare la maternità di Maria non solo come un evento biologico, ma come manifestazione di un’intuitiva capacità di conoscenza. Maria, nel momento in cui accoglie il mistero di Dio che le si propone, sta accogliendo la possibilità di amare la realtà cioè di accogliere la realtà anche quando sfugge al controllo. Esistono interpretazioni dell’arte sacra che riconoscono nella forma dell’orecchio una versione in miniatura dell’utero: l’ascolto può diventare un atto generativo di vita”.

Quindi l’ascolto apre all’incontro?

“Di fatto, ogni volta che ci disponiamo di fronte all’altro in un sincero ascolto e non anteponiamo all’ascolto le nostre affermazioni o certezze, scopriamo sempre e in ogni volta che accade un fatto non previsto prima. Se anche l’altro che si consegna al nostro ascolto, apre sé stesso con sincerità sta permettendo che avvenga l’incontro.

Ho menzionato i bambini perché essi, non ancora difesi dalla razionalità con cui, spesso, gli adulti stabiliscono che il mondo è il colpevole delle loro offese subite, sono sinceramente aperti e disposti all’incontro. Vorrebbero semplicemente essere amati, guardati, insomma essere accompagnati come esseri umani pieni di valore nella realtà, per diventare grandi (capaci di aiutare sé stessi e gli altri).

Ecco che, invece crescendo, spesso accadono le offese, i torti, si subiscono oltraggi e se arrecano ad altri, ciascuno usurpa l’altro, si usurpano i figli, i genitori, le  persone amate, gli amici, i troni, i poteri, perché forse ci si vuole rivalere di un rapporto o più rapporti di fiducia spezzati. Quindi la razionalità diventa lo schema che io antepongo alla vita prima ancora che la vita, nel suo procedere, possa davvero sorprendermi, proponendomi incontri che non rientrano minimamente in quanto io avevo già pianificato”.

In quale modo il Verbo diventa esperienza d’amore?

“Il Verbo fatto carne è l’esperienza di amore divino che entra nell’umano per confortarlo delle offese subite, per ravvivare la coscienza che non tutto è perduto ma si può ancora vivere una vita felice. Il cristiano crede che gli incontri fra gli uomini possano generare un fatto d’amore che trascende le loro stesse volontà per cui se ci si dispone ad accogliere la realtà stessa dell’incontro come qualcosa da accudire, non da gestire, e con sincera apertura, è inevitabile che accada qualcosa di bello, fosse anche perché semplicemente di non premeditato.

Il verbo è un’azione, come spiega l’etimo, ma è anche una parola, infatti se io dico: ‘ti amo’, sto penetrando la coscienza dell’altro formando anche la sua identità, contribuendo a lenire le sue ferite di non amore. Il verbo può agire come un balsamo per le ferite dell’anima, ma può anche trasformarsi in un frastuono vacuo, chiacchiere, in cui il sacro mistero si dissolve e la comprensione diventa un’illusione. In questa moderna era, riabbracciare la fedeltà alla propria esperienza, dove la parola pronunciata risuona in perfetta armonia con le azioni intraprese o accolte, diventa un’impresa ardua.

Per questo si cerca spazio nel divino: sorge un bambino, un inizio di vita, che sfida la nostra consapevolezza limitata e la nostra mancanza di sincerità con noi stessi. Egli emerge come un promemoria vivente, un monito che la vera essenza della nostra esistenza risiede nella nostra capacità di accogliere con umiltà e apertura il dono dell’amore incondizionato”.

Il Verbo si fa carne: è possibile raccontarlo in teatro?

“Certamente. L’arte è un modo creativo di conoscere, pertanto quando io creo devo necessariamente aprirmi come una madre si apre alla vita. L’immagine della madre è l’immagine di ogni essere vivente che decide ancora di essere generatore di altro. Il teatro, luogo dove le relazioni umane vengono messe in scena e quindi dove tutti gli inghippi e le soluzioni di queste relazioni sono sottolineate davanti allo sguardo degli spettatori, l’esperienza dell’amore che supera il conflitto e genera nuove possibilità di vita è certamente un orizzonte ideale a cui tendere quando si scrive un testo drammaturgo. Questo non deve diventare una pretesa moralizzante verso chi guarda, ma appunto costituire un orizzonte, un traguardo che potrebbe non essere raggiunto.

Allo stesso modo, nel caso della recitazione è possibile fare l’esperienza del Verbo che si fa carne: talvolta accade che un attore si senta amato e compreso dal personaggio che interpreta, come se la parola scritta prendesse vita attraverso di lui. Questo fenomeno di immedesimazione rende il teatro un mezzo potentissimo per raccontare il mistero dell’incarnazione. Quando un attore riesce a incarnare il Verbo, trasmette al pubblico non solo la storia di un personaggio, ma anche una verità universale che risuona con l’essenza umana.

Questo incontro tra il divino e l’umano sul palcoscenico diventa un momento di rivelazione, che trascende ogni barriera. In questo modo, il teatro non solo rappresenta la vita, ma diventa esso stesso un atto di creazione e di amore, un luogo dove il mistero della vita si svela e si rinnova continuamente”.

Come è possibile vivere il mistero della vita in un grembo?

“Trovo questa domanda molto delicata. Io non ho fatto nessuna esperienza di maternità biologica, non sono una madre però sono una figlia, un’insegnante ed un’attrice che scrive per il teatro. Mi capita, quando tocco la pancia appena gravida di un’amica o, come accaduto di recente, di mia sorella, che pianga istantaneamente. Il pianto è una commozione immediata per la vita che si sta formando nel grembo che, in pochissimi mesi, si sviluppa e ha già un cuore.

Il fatto che si formi dentro a una donna un altro individuo che avrà una sua identità, con un suo carattere, con desideri e aspirazioni proprie, talenti… è un mistero da onorare e guardare senza tentativi manipolatori. Penso che questo mistero possa essere vissuto come quando si sta di fronte a un fiore bellissimo, vorremmo farlo nostro, ma il fiore è un’entità a sé stante e possiamo solo contemplarlo.

Sostare di fronte a una vita che si forma è cominciare a rispettare l’altro come diverso da sé. Nel mio piccolo, provo a fare questa esperienza con gli studenti e con le cose che scrivo. Con gli studenti perché, seppure sia spesso tentata nel definirli secondo schemi preconfezionati, sento nel contempo la necessità di aprirmi al loro peculiare modo di conoscere, come a un fatto nuovo. Nel secondo caso, ricordo una piacevolissima sensazione quando, scrivendo un testo drammaturgo, sospesi il giudizio per lasciare liberi i personaggi di essere loro stessi, seguendoli per vedere dove sarebbero andati…”.

Allora perchè fidarsi di una Voce?

“Nel profondo di noi, risiede un battito cardiaco originario (è lo stesso della prima volta), un sussurro silente che articola la verità ineludibile: non siamo gli autori della nostra esistenza. Chi ha infuso in noi quel primo scintillio vitale? Se siamo disposti ad accettare che la nostra esistenza non è un prodotto auto-generato, se ci concediamo di ascoltare con attenzione, potremmo percepire la nostra unicità. Se tale percezione risulta difficile, si può iniziare esplorando le nostre passioni, quegli ambiti creativi in cui ci sentiamo autenticamente noi stessi.

Se uno non avesse passioni, può cercare questa possibilità nei rapporti autentici, infatti anche gli altri possono aiutarci ad ascoltare noi stessi (se ci vogliono bene). Fidarsi di quei contesti in cui ci sentiamo veramente liberi, è un percorso per iniziare a realizzare il nostro destino. Dare ascolto a questa voce interiore vale la pena, poiché ci permette di raggiungere la nostra felicità senza cadere vittime di costrizioni esterne che possono ostacolare questo processo”.

‘Una particolare espressione di fiducia nel futuro è la trasmissione della vita, senza la quale nessuna forma di organizzazione sociale o comunitaria può avere un domani’: hanno scritto i vescovi in occasione della 47^ Giornata nazionale per la Vita. Cosa significa trasmettere vita?

“Significa rendere felici sé stessi e di conseguenza gli altri. Più prendo sul serio questo mio desiderio e mi gioco nella realtà tenendo questa asticella alta, senza accontentarmi, tanto più posso aiutare chi mi sta intorno. Il desiderio di felicità dovrebbe essere un respiro quotidiano, una molla che ti risveglia come un bambino impaziente di correre lungo il sentiero di campagna alla ricerca di daini. Spesso, al mattino, mi trovo oppressa, afflitta da antiche ferite, ma non scelgo di restare sottomessa al male, non cedo al ricatto del passato, piuttosto mi muovo a fatica e chiedo la speranza… Sono sempre gli incontri che mi fanno sentire accolta, a prevalere. Più si fa spazio a questo, più la vita ha la meglio sulla depressione”.

Quali sono i riferimenti di questo monologo?

“Molteplici sono stati i testi da cui ho attinto per la costruzione del monologo: ‘Il senso della nascita’, un dialogo tra Giovanni Testori e don Luigi Giussani; ‘Interrogatorio a Maria’ di Giovanni Testori; ‘Lettera a un bambino mai nato’ di Oriana Fallaci; ‘Per una nascita senza violenza’ di Frederick Leboyer; ‘L’arte di amare’ di Erich Fromm; la poesia ‘Supplica a mia madre’ ed il film ‘Vangelo secondo Matteo’ di Pier Paolo Pasolini ed il brano musicale ‘Ave Maria’ di Fabrizio De André. Per chi abbia voglia di visionare il monologo ecco i cinque link a disposizione: https://youtu.be/Pz7UMtrto-Y?si=GHoYbYXP0nEwkWMp;

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco invita a nascere dall’alto

Papa Francesco guarda

“Con questa catechesi iniziamo a contemplare alcuni incontri raccontati nei Vangeli, per comprendere il modo in cui Gesù dona speranza. In effetti, ci sono incontri che illuminano la vita e portano speranza. Può accadere, per esempio, che qualcuno ci aiuti a vedere da una prospettiva diversa una difficoltà o un problema che stiamo vivendo; oppure può succedere che qualcuno ci regali semplicemente una parola che non ci fa sentire soli nel dolore che stiamo attraversando. Ci possono essere a volte anche incontri silenziosi, in cui non si dice niente, eppure quei momenti ci aiutano a riprendere il cammino”: ancora dal Policlinico Gemelli, in via di ripresa, papa Francesco ha iniziato una nuova catechesi dell’Udienza generale, riguardanti gli incontri di Gesù.

Ed ha iniziato con l’incontro di Gesù con Nicodemo, narrato nel capitolo 3 del vangelo dell’apostolo Giovanni: “Comincio da questo episodio perché Nicodemo è un uomo che, con la sua storia, dimostra che è possibile uscire dal buio e trovare il coraggio di seguire Cristo. Nicodemo va da Gesù di notte: un orario insolito per un incontro.

Nel linguaggio di Giovanni, i riferimenti temporali hanno spesso un valore simbolico: qui la notte è probabilmente quella che c’è nel cuore di Nicodemo. E’ un uomo che si trova nel buio dei dubbi, in quell’oscurità che viviamo quando non capiamo più quello che sta avvenendo nella nostra vita e non vediamo bene la strada da seguire”.

Tale incontro è fondamentale nel vangelo giovanneo, che basa il suo racconto sulla ricerca della luce, anche se non comprende le parole di Gesù: “Nicodemo cerca dunque Gesù perché ha intuito che Lui può illuminare il buio del suo cuore. Tuttavia, il Vangelo ci racconta che Nicodemo non riesce a comprendere subito ciò che Gesù gli dice. E così vediamo che ci sono tanti fraintendimenti in questo dialogo, e anche tanta ironia, che è una caratteristica dell’evangelista Giovanni”.

Non le comprende, perché non riesce ad ‘uscire’ dai suoi pensieri: “Nicodemo non capisce quello che Gesù gli dice perché continua a pensare con la sua logica e le sue categorie. È un uomo con una personalità ben definita, ha un ruolo pubblico, è uno dei capi dei giudei. Ma probabilmente i conti non gli tornano più. Nicodemo sente che qualcosa non funziona più nella sua vita. Avverte il bisogno di cambiare, ma non sa da dove cominciare”.

Questo processo capita a tutti: “Se non accettiamo di cambiare, se ci chiudiamo nella nostra rigidità, nelle abitudini o nei nostri modi di pensare, rischiamo di morire. La vita sta nella capacità di cambiare per trovare un modo nuovo di amare. Gesù parla infatti a Nicodemo di una nuova nascita, che è non solo possibile, ma addirittura necessaria in alcuni momenti del nostro cammino”.

Il cambiamento inizia nel momento in cui Nicodemo capisce il significato della Parola di Gesù: “A dire il vero, l’espressione usata nel testo è già di per sé ambivalente, perché anōthen (ἄνωθεν) può essere tradotto sia ‘dall’alto’ sia ‘di nuovo’. Piano piano, Nicodemo capirà che questi due significati stanno insieme: se lasciamo che lo Spirito Santo generi in noi una vita nuova, nasceremo un’altra volta. Ritroveremo quella vita, che forse in noi si stava spegnendo”.

Ecco il motivo per cui il papa ha scelto questa figura: “Nicodemo ce la farà: alla fine egli sarà tra coloro che vanno da Pilato per chiedere il corpo di Gesù! Nicodemo è finalmente venuto alla luce, è rinato, e non ha più bisogno di stare nella notte”.

E’ un invito a non farsi spaventare dai cambiamenti: “Da una parte ci attraggono, a volte li desideriamo, ma dall’altra preferiremmo rimanere nelle nostre comodità. Per questo lo Spirito ci incoraggia ad affrontare queste paure. Gesù ricorda a Nicodemo (che è un maestro in Israele) che anche gli israeliti ebbero paura mentre camminavano nel deserto… Solo guardando in faccia quello che ci fa paura, possiamo cominciare a essere liberati”.

Quindi la libertà arriva attraverso il Crocifisso, che permette di rinascere: “Nicodemo, come tutti noi, potrà guardare il Crocifisso, Colui che ha sconfitto la morte, la radice di tutte le nostre paure. Alziamo anche noi lo sguardo verso Colui che hanno trafitto, lasciamoci anche noi incontrare da Gesù. In Lui troviamo la speranza per affrontare i cambiamenti della nostra vita e nascere di nuovo”.

Inoltre in questo giorno il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio al papa in occasione del 12^ anniversario dell’inizio del pontificato: “A tale riguardo, desidero richiamare gli spunti inediti di riflessione che il Suo alto Magistero ha posto al centro del dibattito in seno a importanti consessi multilaterali: alla Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, al Vertice G7 presieduto dall’Italia, al G20, Vostra Santità ha portato un vibrante richiamo alla riscoperta della speranza, all’accantonamento di logiche di forza e di prevaricazione, a quelle istanze di rinnovamento dischiuse da un uso etico delle nuove tecnologie. Mentre al livello internazionale sembrano affievolirsi le ragioni del Diritto e di una corretta articolazione della convivenza tra gli Stati, la Sua voce è e resta più che mai necessaria”.

Ed ha ricordato il gesto dell’apertura della Porta santa in un carcere: “L’apertura della Porta Santa presso il carcere romano di Rebibbia all’inizio dell’anno giubilare, nonché la decisione di innalzare nei prossimi mesi agli onori degli altari Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati (figure molto amate, anche dalle giovani generazioni) ispirano nei miei concittadini viva gratitudine nei confronti del Vescovo di Roma, di cui tutti avvertiamo la particolare sollecitudine per l’Italia”.

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