Il prof. Palini: mons. Angelelli è martire della fede

Condividi su...

“Scrivere un libro su Enrique Angelelli è proprio come spedire una lettera rimasta per molto tempo dimenticata da qualche parte, farla pervenire a coloro che testardamente continuano a credere al sogno di Isaia di un mondo in cui il diritto e la giustizia abbiano stabile dimora. Ed in effetti il sacrificio di questo vescovo argentino è ben presto caduto nel dimenticatoio. Nessun libro in italiano su di lui. Solo testi in spagnolo, pubblicati in Argentina. Eppure, come ci ha ricordato l’allora cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, la sua testimonianza, il suo impegno per la giustizia e per la pace, la sua fede, sono di assoluto spessore e la sua figura si può porre sullo stesso piano di quelle degli altri grandi vescovi latinoamericani, da Hélder Câmara a Oscar Romero, da Juan Gerardi a Pedro Casaldáliga, da Leonidas Proaño ad Antonio Fragoso, e così via”.

Così scrive nell’introduzione al libro ‘Enrique Angelelli: soltanto il Vangelo, con il commento della nostra vita’ l’autore, prof. Anselmo Palini, a cui chiediamo di raccontare il motivo per cui ha scritto un libro su di lui: “Con mons. Angelelli siamo in Argentina ma genitori erano marchigiani (il papà di Montegiorgio e la mamma di Cingoli). Vescovo ausiliare di Cordoba e in seguito titolare della diocesi di La Rioja, mons. Angelelli è indicato come ‘la voce dei senza voce’, il ‘difensore dei poveri e degli oppressi’, il ‘Romero dimenticato’. E’ stato beatificato il 27 aprile 2019 a La Rioja in Argentina unitamente a due sacerdoti e a un laico che erano stati assassinati pochi giorni prima di lui.

Su un testimone di fede, di pace e di giustizia di questo livello mancava un libro in italiano. Ecco il motivo per cui, dopo avere scritto di Oscar Romero e di Marianella Garcia Villas, di Helder Camara e di Juan Gerardi, mi sono dedicato alla sua figura. In un tempo in cui il rumore delle armi è assordante, penso sia quanto mai importante proporre le testimonianze degli operatori di pace, come è stato appunto Enrique Angelelli”.

Fu ucciso o si trattò di un incidente stradale?

“Enrique Angelelli fu assassinato. Vediamo cosa accadde. Il 4 agosto 1976, dopo avere celebrato la messa a Chamical (diocesi di La Rioja, Argentina) in memoria di due suoi sacerdoti assassinati dai militari, mons. Angelelli si mette al volante della propria auto, per tornare a La Rioja. Lo accompagna il vicario episcopale, Arturo Pinto. Ha con sé una borsa di documenti importanti, che attestano le minacce che i due sacerdoti assassinati pochi giorni prima avevano ricevuto e provano che gli autori dell’eccidio sono le Forze Armate o comunque i gruppi paramilitari ad esse collegati.

Alle due del pomeriggio, lungo la strada nazionale 38 (oggi ribattezzata ‘Ruta mons. Enrique Angelelli’), nella località di ‘Punta de los Llanos’, una Peugeot 404 di colore chiaro affianca l’auto del vescovo e la spinge fuori strada, facendola ribaltare. Il corpo di mons. Angelelli verrà trovato a 25 metri di distanza, presumibilmente trascinato fin lì da qualcuno, che poi lo aveva colpito a morte. Ai civili e ai giornalisti viene impedito di avvicinarsi al luogo. Subito la polizia dichiara che si tratta di un incidente stradale e il caso viene archiviato.

Anche la Conferenza Episcopale avvalora questa versione. La teoria dell’incidente stradale voleva chiudere subito ogni indagine sulle circostanze della morte di Angelelli. Nel 1983, con il ritorno della democrazia, la causa viene riaperta e nel 1986 il giudice Aldo Morales sentenzia che la morte di Angelelli è stato ‘un omicidio freddamente premeditato’.

I militari coinvolti possono però beneficiare dell’indulto garantito dalle leggi ‘Punto Final’ e ‘Obediencia Debida’ del 1986 e del 1987. Solo dopo l’annullamento di tali leggi il processo può essere riaperto e nel 2006 finalmente la Chiesa si presenta come parte querelante. Nel 2014, il 4 luglio, vi è la sentenza con la condanna all’ergastolo degli alti gradi militari che erano stati i mandanti dell’assassinio del vescovo”.

Cosa ha rappresentato la voce di mons. Angelelli per il popolo argentino?

“La voce di mons. Angelelli è stato un segno di speranza, un motivo di sostegno, per i poveri, per gli oppressi, per i perseguitati. E’stato uno dei pochi vescovi argentini che ha avuto il coraggio di opporsi ad alta voce alle politiche ultraliberiste dei potentati economici, che causavano povertà ed emarginazione, ed all’opera di repressione messa in atto dai militari contro tutti coloro che osavano opporsi. ‘Evangelizzare il popolo a partire dal popolo, basandosi sulla sua cultura, i suoi linguaggi, i suoi costumi, i suoi modi di interpretare la vita e la storia’: questi gli aspetti essenziali di quella che è stata definita la ‘teologia del popolo’ e che anche mons. Angelelli ha contribuito a costruire nel suo paese”.

Come viveva il Vangelo di fronte alla dittatura?

“Nell’Argentina della seconda metà del ‘900, attraversata da gravi disuguaglianze socioeconomiche e retta da brutali dittature militari, la voce del vescovo Enrique Angelelli si è levata alta e forte in difesa del proprio popolo. Il volto di Dio, che è l’uomo vivente, era deturpato dalla miseria e dall’oppressione, pertanto quel volto andava difeso e salvaguardato.

Ma fare questo, per l’oligarchia economica e per i militari, che il 24 marzo 1976 con Jorge Videla prenderanno direttamente in mano la guida del paese, era sinonimo di sovversione, di comunismo. Il Vangelo di pace e di giustizia, predicato da mons. Angelelli, era considerato un pericolo poiché metteva in discussione gli interessi dei potentati economici e delle grandi imprese nordamericane. Così la voce del vescovo venne messa a tacere”.

Per quale motivo mons. Angelelli è stato definito nell’omelia di beatificazione ‘martire dei Decreti del Concilio Vaticano II’?

“Enrique Angelelli è stato fortemente provocato dalla pressante richiesta che il Concilio Vaticano II aveva rivolto alla Chiesa, ossia quella di aprirsi al mondo e ai suoi problemi, portando un annuncio di speranza e facendosi interprete del desiderio di pace e di giustizia di popolazioni da secoli sfruttate e sottomesse. Tra l’altro, poco prima della conclusione del Concilio, mons. Angelelli è tra la cinquantina di vescovi che firmano ‘Il Patto delle Catacombe’, impegnandosi a vivere in povertà e ad avere un occhio di riguardo per i poveri. Il vescovo argentino, mons. Gerardo Farrel, ha scritto dunque opportunamente che Angelelli ‘è stato un martire del Concilio, obbediente a Dio e servitore disinteressato del suo popolo… In lui si perseguitò la Chiesa conciliare che aveva rinnovato la sua fedeltà al Vangelo e, di conseguenza, la scelta preferenziale per i poveri e gli oppressi’”..

Quale rapporto aveva con mons. Bergoglio?

“La storia di Enrique Angelelli si incrocia con quella dell’allora giovane gesuita Jorge Bergoglio, di tredici anni più giovane di Angelelli. Sentiamo cosa disse Bergoglio in un testo riportato in appendice al libro. Si tratta dell’omelia che nel 2006, in occasione del 30° anniversario dell’assassinio di Angelelli, l’allora card. Bergoglio pronunciò durante la celebrazione eucaristica a La Rioja:  

‘Sono venuto per la prima volta a La Rioja in un giorno storico, il 13 giugno 1973, il giorno della sassaiola di Anillaco (dove una folla di commercianti e di proprietari terrieri, entrati a forza in chiesa durante la celebrazione della messa, cominciò a lanciare pietre contro il vescovo Angelelli a causa del suo sostegno ai minatori e ai lavoratori rurali). Eravamo quattro gesuiti consultori della Provincia e il padre provinciale, venuti qui per trascorrere alcuni giorni di ritiro e di riflessione allo scopo di eleggere il nuovo provinciale.

Il 14 giugno, dopo quell’aggressione a sassate contro il vescovo, contro i sacerdoti, i religiosi, le religiose, gli agenti della pastorale, monsignor Angelelli predicò il ritiro spirituale a noi cinque gesuiti e ci introdusse al discernimento dello Spirito per capire quale fosse la volontà di Dio. Furono giorni indimenticabili, giorni durante i quali ricevemmo la sapienza di un pastore che dialogava con il suo popolo; ricevemmo anche le confidenze sulle sassate prese da quel popolo e da quel pastore per il semplice fatto che seguivano il Vangelo. Mi trovavo davanti ad una Chiesa perseguitata, tutta: popolo e pastore’.

‘Due mesi dopo – prosegue il card. Bergoglio – il 14 agosto 1973, dopo essere divenuto padre provinciale, tornai qui con padre Arrupe, preposito generale della Compagnia di Gesù. Arrivammo da Córdoba con un piccolo aereo. Insieme a me e a padre Arrupe c’era padre Di Nillo. Ma ci aspettava un imprevisto: quando il velivolo giunse alla fine della pista per dirigersi verso l’edificio dell’aeroporto, il pilota fu avvisato di rimanere lì in attesa.

Il vescovo (Angelelli, nda) ci raggiunse in auto e ci disse: Abbiamo fatto fermare qui l’aereo. Andiamocene via perché quelli che due mesi fa hanno lanciato le pietre a La Costa vi aspettano fuori per contestarvi. Per contestare il generale della Compagnia di Gesù che veniva a visitare i suoi gesuiti e, ovviamente, a trascorrere un po’ di tempo con il vescovo: con il pastore e con il suo popolo.

Quella sera, nella Casa della Cultura, con il padre generale della Compagnia facemmo una riunione insieme a tutti gli agenti della pastorale e ci parlarono della loro attività. Potemmo così assistere al dialogo di un laicato vivo, forte come il proprio pastore. Il vescovo, per delicatezza, non volle partecipare a quella riunione affinché il suo popolo potesse dire quello che voleva.

Io qui ho vissuto quel dialogo tra vescovo e popolo, un dialogo che è proseguito, un dialogo di amore; bisognava vedere come quel dialogo era calato a fondo nel cuore del vescovo: era innamorato del suo popolo’. Mons. Angelelli fu dunque un preciso riferimento per il giovane Jorge Bergoglio”.

(Tratto da Aci Stampa)

151.11.48.50