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Papa Leone XIV chiede garanzia per la sovranità del popolo venezuelano
“La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, affinché non siamo mai soli nella traversata della vita. Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi. La venuta di Gesù nella debolezza della carne umana, se da una parte ravviva in noi la speranza, dall’altra ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo”: commentando le parole del Vangelo di san Giovanni, prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che la speranza cristiana basa le fondamenta sulla scelta di Dio di farsi uomo.
A due giorni dalla conclusione del Giubileo il papa ha spiegato che la fede cristiana non può essere pensata escludendo la carnalità di Gesù: “Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra umana fragilità come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a ripensare Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta”.
Quindi una spiritualità senza l’incarnazione è un’astrazione: “Perciò, dobbiamo sempre verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno”.
Di conseguenza si è incarnato in ogni uomo: “Verso l’uomo, il nostro impegno deve essere altrettanto coerente. Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e a esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri”.
Ecco l’invito alla solidarietà: “Così, l’incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli. Dio si è fatto carne, perciò non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana”.
Solidarietà espressa, dopo la recita dell’Angelus, al popolo venezuelano dopo che il presidente degli USA ha catturato il presidente venezuelano con la moglie con l’invito al rispetto del diritto costituzionale di ogni Stato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica. Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles”.
Mentre i vescovi venezuelani hanno invitato il popolo a pregare per l’unità: “Alla luce degli eventi che si stanno verificando oggi nel nostro Paese, chiediamo a Dio di donare a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza”, con l’esortazione “a vivere più intensamente la speranza e la fervente preghiera per la pace nei cuori e nella società”, attraverso il rifiuto di ‘ogni forma di violenza’.
Pa Christi International ha condannato questa ‘operazione’ americana richiamando le parole del papa per una pace ‘disarmata e disarmante’: “Tali dimostrazioni di forza sono in palese contrasto con il diritto internazionale e rischiano di legittimare azioni simili da parte degli Stati più potenti.
Facendo eco alle parole di Papa Leone XIV, Pax Christi International chiede la cessazione immediata delle azioni militari in Venezuela, continuando a schierarsi fermamente dalla parte di una pace giusta e disarmata”.
Anche per le Acli il ‘raid’ statunitense è un attacco al diritto internazionale: “Le ACLI esprimono ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato”.
Al contempo hanno condannato il regime autoritario di Maduro, affermando però che l’attacco statunitense viola un diritto internazionale: “Nessuno può ignorare o giustificare le gravi responsabilità politiche e democratiche del regime autoritario e violento di Nicolás Maduro.
Tuttavia, questo non è il punto. Così come non lo era vent’anni fa nel caso dell’Iraq di Saddam Hussein. Il principio fondamentale resta uno: spetta ai popoli decidere del proprio futuro. Ogni intervento militare esterno, motivato da interessi geopolitici ed economici, viola questo diritto e apre scenari di instabilità e violenza incontrollabile”.
Nel comunicato le Acli hanno sottolineato il compito dell’ONU contro ogni invasione territoriale: “Se i principi su cui, ottant’anni fa, è stata fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite conservano ancora un valore, questa aggressione deve essere condannata con la stessa nettezza con cui vanno condannate tutte le violazioni del diritto internazionale: dall’invasione russa dell’Ucraina, all’offensiva israeliana su Gaza, fino alle minacce di aggressione nei confronti di Taiwan”.
Infine hanno chiesto all’Italia di tutelare la popolazione italiana: “Al Governo italiano chiediamo di intervenire con urgenza, anche chiedendo conto all’amministrazione USA, per la tutela della numerosa comunità di origine italiana residente in Venezuela, già duramente colpita da una crisi profonda…
Le ACLI, anche attraverso la loro presenza in Venezuela dove sono riferimento per oltre 160.000 italiani, sono vicine alla popolazione e ribadiscono il proprio impegno concreto e solidale per la pace, il rispetto del diritto internazionale e la tutela dei popoli, contro ogni forma di violenza, sopraffazione e logica di potenza”.
Ed anche ieri al termine del concerto di Natale della Cappella musicale ‘Sistina’ il papa aveva invocato pace nel mondo: “Carissimi, vorrei dedicare questo Concerto ai bambini che, in tante parti del mondo, hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace. Il Signore, al quale abbiamo voluto elevare stasera i nostri canti di lode, ascolti il gemito silenzioso di questi piccoli, e doni al mondo, per intercessione della Vergine Maria, giustizia e pace”.
(Foto: Acli)
Cecilia Brighi: nel Myanmar guerra contro l’umanità
Da alcuni mesi nel Myanmar la giunta militare ha intensificato gli attacchi aerei contro i civili, cercando di distruggere i centri abitati che non può controllare, poiché in questi 4 anni dal colpo di stato, decine di migliaia sono i soldati morti, feriti, che si sono arresi o che hanno disertato a favore delle forze della resistenza democratica, rendendo possibile la perdita di controllo di molte basi militari e della maggior parte del territorio, a favore delle forze di opposizione che, nonostante la totale assenza di sostegni internazionali, continuano a lottare per far vincere la ‘Rivoluzione di Primavera’ e costruire uno stato democratico e federale.
Con la strategia ‘brucia tutto, uccidi tutti’, oltre 100.000 abitazioni sono state distrutte dai raid della giunta, provocando 3.600.000 persone sfollate interne, 18.000.000 persone necessitano di assistenza umanitaria e 13.300.000 persone hanno gravi livelli di insicurezza alimentare; oltre 27.694 dissidenti sono stati arrestati, oltre 50.000 sono i morti, di cui oltre 8000 civili, secondo l’Acled che ha affermato come il panorama del conflitto in Myanmar sia ‘diventato il più frammentato al mondo con oltre 2600 nuovi attori non statali, che dal 2021 partecipano al conflitto rappresentando il 21% del totale dei gruppi armati non statali attivi in tutto il mondo’.
Inoltre nell’anno scolastico, iniziato in questo mese, molti bambini non potranno frequentare le lezioni, perché l’aiuto internazionale è inadeguato, come ha dichiarato Abdurahman Sharif, direttore umanitario senior di Save the Children International: “Nonostante l’enorme portata della crisi in Myanmar la risposta della comunità internazionale è stata tristemente inadeguata. In una crisi come quella che sta vivendo il Paese, i bambini hanno bisogno di aiuti salvavita e tra questi di istruzione, che è davvero un intervento salvavita”.
Per capire meglio la situazione nel Myanmar abbiamo chiesto delucidazioni alla segretaria generale dell’associazione ‘Italia-Birmania. Insieme’, Cecilia Brighi: “Dal 1^ febbraio 2021, la giunta militare birmana, tiene sotto assedio il paese. Il suo capo, Generale Min Aung Hlaing è accusato dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità, mentre alla Corte Internazionale di Giustizia è pendente una richiesta di accusa per genocidio nei confronti della popolazione Rohingya. Il presidente Win Myint, la consigliera di Stato, Aung San Suu Kyi, i membri del governo precedente e decine di migliaia di democratici sono tutt’ora in carcere in condizioni di estrema precarietà, spesso vittime di torture e maltrattamenti.
La giunta militare ha così posto fine a un decennio di governo semi-democratico. Oltre 3.600.000 sono sfollati interni. L’’UNOCHA ha dichiarato che il numero di persone bisognose in Myanmar arriverà a oltre 20.000.000 entro l’anno. Ovvero più di un terzo della popolazione del Paese. Tra loro 6.300.000 bambini e 7.100.000 donne, che stanno pagando un prezzo straordinario visto che sono spesso vittime di stupri e violenze, usate come arma di guerra. Secondo l’UNDP quasi la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà rispetto al 27% nel 2017. La giunta militare in realtà controlla solo un terzo del Paese, con le principali città: Yangon, Mandalay e la capitale, Naypyidaw. Nonostante questo, la giunta, non vuole cedere il proprio strapotere, e per potersi legittimare a livello internazionale, ha deciso di organizzare a fine 2025 elezioni politiche illegali, che potranno tenersi solo in alcune città ancora sotto il controllo militare”.
A ciò anche il terremoto non ha risparmiato la popolazione?
“Il devastante terremoto che ha colpito il cuore del paese ha causato 4.345 morti, 7,890 feriti e 210 dispersi. Oltre 300.000 edifici sono stati distrutti come pure quasi 5.000 km di strade e oltre 1.800 scuole, che hanno subito vari gradi di danni strutturali. Ma non basta. La giunta, anziché interrompere la sua brutalità di fronte a tanto immane dolore e disastro, ha continuato a bombardare i villaggi dell’area del sisma e nel resto del paese. . Centinaia di monasteri, pagode e moschee si sono letteralmente sbriciolati o gravemente danneggiati, come pure monumenti storici e culturali. Molti di questi monumenti sono sopravvissuti per centinaia di anni, ma nonostante le richieste, come per le moschee di Mandalay, nel corso degli anni non è stato fatto nessun intervento di messa in sicurezza sismica.
Il Paese non ha un sistema avanzato di allarme e di pianificazione sismica. Pochissimi sono gli strumenti scientifici operativi, tanto che le stime iniziali dello slittamento della faglia sono state calcolate utilizzando solo letture di sismografi lontani. La corruzione endemica ha poi autorizzato uno sviluppo urbanistico di cartone, concausa del crollo generalizzato di palazzi e case, compresa la nuova scintillante capitale, crollata come se fosse di burro, perchè pur essendo stata inaugurata nel 2005 è stata costruita senza rispettare alcuna misura antisismica pur sapendo che era al centro di una faglia importantissima. Non solo la giunta bombarda ma vi sono evidenze certe di distrazione degli aiuti umanitari. La corruzione che domina nell’esercito ha fatto il resto”.
Per quale motivo la situazione del Myanmar è invisibile in Occidente?
“Il paese è al centro di straordinari interessi geopolitici da parte di Cina e Russia che intendono controllare il Mar delle Andamane garantendo la sicurezza dei loro traffici commerciali e il controllo militare con un occhio all’Oceano Pacifico che è dietro l’angolo. L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e il conflitto mediorientale ha distolto l’attenzione globale e se si guarda all’Europa si è ritenuto di non voler disturbare la Cina, nei confronti della quale ci sono enormi interessi commerciali.
Se si aggiunge il fatto che Cina e Russia da sempre hanno bloccato l’adozione di misure vincolanti al Consiglio di Sicurezza Onu, il risultato è una paralisi e una indifferenza molto pericolosa, soprattutto perché ormai i tempi stringono e se la giunta come ha dichiarato intende indire le elezioni per il prossimo dicembre, pur in una parte residuale del paese, il risultato sarà che i paesi ASEAN e Cina, Russia e India le ratificheranno, garantendo una nuova legittimità ad una giunta in abiti civili. Oggi e non chi sa quando, l’Europa e i paesi democratici dovrebbero svegliarsi e sostenere con risorse economiche robuste l’opposizione democratica di quel paese.
Già da gennaio 2026 sarà troppo tardi. In Italia ricordiamo sempre la lotta della resistenza al nazifascismo, e il coraggio dei nostri partigiani. In Myanmar oggi vi è una situazione simile, una lotta non violenta del Movimento di Disobbedienza Civile e una resistenza armata non solo degli eserciti degli stati etnici ma anche degli oltre 100.000 giovani e ragazze che fanno parte delle People Defence Forces, coordinati dal Governo di Unità Nazionale che, senza aiuti internazionali, sta cercando di sconfiggere la giunta e costruire un paese democratico e federale, nel rispetto delle differenze etniche, religiose e con un ruolo forte delle donne”.
Quali problemi sta causando alla popolazione il congelamento degli aiuti imposto dal presidente statunitense?
“Se per esempio si guarda alla Birmania, nel 2024 USAID aveva destinato al paese sotto una delle più violente dittature al mondo circa 238.000.000 di dollari. Il 47% per aiuti umanitari. Immediati sono stati gli impatti negativi. Gli ospedali che servivano oltre 100.000 persone nei campi profughi in Thailandia hanno sospeso a tempo indeterminato il lavoro. Joe Freeman, ricercatore di Amnesty International per la Birmania ha dichiarato: ‘La decisione ha bruscamente chiuso gli ospedali nei campi profughi, ha messo a rischio di deportazione i difensori dei diritti umani in fuga e ha messo a repentaglio i programmi che aiutano le persone a prevenire le atrocità della giunta, a sopravvivere nelle zone di conflitto e a ricostruire le proprie vite in mezzo alle continue ondate di violenza’.
Il blocco dei fondi a sostegno dei progetti per la promozione della democrazia, pari a 39 milioni ha immediatamente prodotto danni spesso irrecuperabili. Moltissime piccole associazioni locali che beneficiavano dei contributi USA per e la tutela dei dissidenti, il sostegno ai rifugiati interni, l’assistenza sanitaria dei rifugiati interni, sono state costrette a chiudere. I media e le agenzie di stampa indipendenti birmane (dal colpo di stato ad oggi oltre 200 giornalisti sono stati arrestati) sono a rischio di sopravvivenza. Molti media democratici che si erano organizzati al confine tra Thailandia e Birmania sono stati costretti a tagliare personale e stipendi. Ko Nyan Lin Htet, caporedattore della Mekong News Agency, ha affermato che la macchina della propaganda del regime e i media statali cinesi ne trarranno vantaggio; la Cina è sempre in osservazione. Se i media indipendenti si restringono, la propaganda sostenuta dalla Cina si espanderà.
Allora per quale motivo la Cina appoggia la dittatura del Myanmar?
“Come ho accennato prima, la Cina ha straordinari interessi geopolitici, economici e commerciali. Il controllo del Mar delle Andamane, di fronte all’india è un primo motivo. La possibilità di trasportare le merci e il gas verso la provincia dello Yunnan che non ha sbocco al mare è un secondo motivo per il quale ha costruito un gasdotto e oleodotto che attraversa la Birmania. Ora sta realizzando una ferrovia una mega zona industriale e un porto profondo nello Stato Rakhine che dovrebbe avere la possibilità di dual use. Moltissimi sono gli investimenti infrastrutturali e industriali in corso.
Se si guarda alle terre rare, la Birmania è uno dei più grandi produttori di alcune terre rare pesanti la cui estrazione nel nord del paese è stata fino ad oggi in mano alla Cina. Ovviamente il primo problema per Pechino è garantire la stabilità del paese che è alle sue porte. Per questo sta attuando la politica dei due forni. Da una parte, quella prevalente, sostiene la giunta, ma aiuta anche alcuni gruppi etnici che vivono alla sua frontiera e oggi sostiene le elezioni illegali per rafforzare la giunta, visto che i paesi democratici sono deboli, divisi e scarsamente interessati ad avere una Birmania democratica”.
Quale spazio occupa la questione dei diritti umani nel Myanmar in Occidente?
“La questione dei diritti umani in generale gode di una attenzione altalenante e spesso legata ad approcci ideologici e vecchi come un vecchio approccio antimperialista legato agli USA che oggi bisogna ammettere con Trump alla Casa Bianca ha motivo per ritornare sulla cresta dell’onda, mentre poco si guarda alle aggressive politiche predatorie di Cina e Russia soprattutto in Africa, ma non solo”.
E’ possibile assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini contro l’umanità?
“Come si è visto recentemente anche chi è accusato di genocidio o di crimini di guerra ottiene spesso un salvacondotto per viaggiare indisturbato, anzi viene rispedito a casa tranquillamente. Bisognerebbe lavorare per una revisione e rafforzamento del sistema multilaterale e per un maggiore riconoscimento internazionale e un migliore funzionamento della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia. Stiamo invece scivolando verso quello che Cina e Russia vogliono: Un sistema multipolare, dominato dalle autocrazie e da paesi vassalli, che ha l’obiettivo di sgretolare le regole internazionali, soprattutto quelle legate ai diritti umani.
Ci dovremmo tutti svegliare prima che sia troppo tardi.
I diritti conquistati non sono inviolabili e soprattutto non sono garantiti per sempre. Quindi bisognerebbe mettere al centro delle politiche europee la dimensione sociale, dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile. Maggiore coesione europea, voto a maggioranza, saranno centrali, senza dimenticare però che serve anche una politica di sicurezza e difesa comune. Comune e non moltiplicata per 27. Solo una Europa più forte e coesa sarà in grado di tutelare quanto abbiamo conquistato sino ad oggi sul terreno dei diritti umani”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: l’autorità è servizio
“Penso con dolore ai fratelli e alle sorelle che soffrono per la guerra: pensiamo a tutte le popolazioni ferite o minacciate dai combattimenti, che Dio le liberi e le sostenga nella lotta per la pace. E rendo grazie a Dio per la liberazione dei due sacerdoti greco-cattolici. Possano tutti i prigionieri di questa guerra tornare presto a casa! Preghiamo insieme: tutti i prigionieri tornino a casa”: ancora una volta papa Francesco, al termine dell’Angelus per la festa dei santi Pietro e Paolo, ha rivolto un appello per la pace in Ucraina e la liberazione dei prigionieri, ribadendo che l’autorità è un servizio:
“Per questo vediamo spesso San Pietro raffigurato con due grandi chiavi in mano, come nella statua che si trova qui, in questa Piazza. Quelle chiavi rappresentano il ministero di autorità che Gesù gli ha affidato a servizio di tutta la Chiesa. Perché l’autorità è un servizio, e un’autorità che non è servizio è dittatura”.
Ed ha spiegato il valore dell’autorità: “Stiamo attenti, però, a intendere bene il senso di questo. Le chiavi di Pietro, infatti, sono le chiavi di un Regno, che Gesù non descrive come una cassaforte o una camera blindata, ma con altre immagini: un piccolo seme, una perla preziosa, un tesoro nascosto, una manciata di lievito, cioè come qualcosa di prezioso e di ricco, sì, ma al tempo stesso di piccolo e di non appariscente. Per raggiungerlo, perciò, non serve azionare meccanismi e serrature di sicurezza, ma coltivare virtù come la pazienza, l’attenzione, la costanza, l’umiltà, il servizio”.
La missione affidata da Gesù è quella di permettere l’entrata a tutti: “Dunque, la missione che Gesù affida a Pietro non è quella di sbarrare le porte di casa, permettendo l’accesso solo a pochi ospiti selezionati, ma di aiutare tutti a trovare la via per entrare, nella fedeltà al Vangelo di Gesù. Tutti, tutti, tutti possono entrare. E Pietro lo farà per tutta la vita, fedelmente, fino al martirio, dopo aver sperimentato per primo su di sé, non senza fatica e con tante cadute, la gioia e la libertà che nascono dall’incontro con il Signore. Lui per primo, per aprire la porta a Gesù, ha dovuto convertirsi, e capire che l’autorità è un servizio”.
Precedentemente nella solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, papa Francesco ha benedetto i palli, presi dalla confessione dell’apostolo Pietro e destinati agli arcivescovi metropoliti nominati nell’anno, alla presenta di una delegazione del Patriarcato di Costantinopoli:
“E voglio dare, con fraterno affetto, il mio saluto alla Delegazione del Patriarcato Ecumenico: grazie di essere venuti a manifestare il comune desiderio della piena comunione tra le nostre Chiese. Invio un sentito saluto cordiale al mio fratello, al mio caro fratello Bartolomeo”.
All’inizio dell’omelia papa Francesco ha invitato a guardare ai patroni di Roma: “Guardiamo ai due Apostoli Pietro e Paolo: il pescatore di Galilea che Gesù fece pescatore di uomini; il fariseo persecutore della Chiesa trasformato dalla Grazia in evangelizzatore delle genti. Alla luce della Parola di Dio lasciamoci ispirare dalla loro storia, dallo zelo apostolico che ha segnato il cammino della loro vita. Incontrando il Signore, essi hanno vissuto una vera e propria esperienza pasquale: sono stati liberati e, davanti a loro, si sono aperte le porte di una nuova vita”.
Nell’omelia si è soffermato sul significato della Porta santa: “Guardiamo ai due Apostoli Pietro e Paolo: il pescatore di Galilea che Gesù fece pescatore di uomini; il fariseo persecutore della Chiesa trasformato dalla Grazia in evangelizzatore delle genti. Alla luce della Parola di Dio lasciamoci ispirare dalla loro storia, dallo zelo apostolico che ha segnato il cammino della loro vita. Incontrando il Signore, essi hanno vissuto una vera e propria esperienza pasquale: sono stati liberati e, davanti a loro, si sono aperte le porte di una nuova vita”.
La Porta apre al Giubileo: “Il Giubileo, infatti, sarà un tempo di grazia nel quale apriremo la Porta Santa, perché tutti possano varcare la soglia di quel santuario vivente che è Gesù e, in Lui, vivere l’esperienza dell’amore di Dio che rinvigorisce la speranza e rinnova la gioia. Ed anche nella storia di Pietro e di Paolo ci sono delle porte che si aprono”.
Quindi la Porta apre alla Grazia: “Fratelli e sorelle, i due Apostoli Pietro e Paolo hanno fatto questa esperienza di grazia. Hanno toccato con mano l’opera di Dio, che ha aperto le porte del loro carcere interiore e anche delle prigioni reali dove sono stati rinchiusi a causa del Vangelo. E, inoltre, ha aperto davanti a loro le porte dell’evangelizzazione, perché sperimentassero la gioia dell’incontro con i fratelli e le sorelle delle comunità nascenti e potessero portare a tutti la speranza del Vangelo. Ed anche noi quest’anno ci prepariamo ad aprire la Porta Santa”.
(Foto: Santa Sede)
Il prof. Palini: mons. Angelelli è martire della fede
“Scrivere un libro su Enrique Angelelli è proprio come spedire una lettera rimasta per molto tempo dimenticata da qualche parte, farla pervenire a coloro che testardamente continuano a credere al sogno di Isaia di un mondo in cui il diritto e la giustizia abbiano stabile dimora. Ed in effetti il sacrificio di questo vescovo argentino è ben presto caduto nel dimenticatoio. Nessun libro in italiano su di lui. Solo testi in spagnolo, pubblicati in Argentina. Eppure, come ci ha ricordato l’allora cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, la sua testimonianza, il suo impegno per la giustizia e per la pace, la sua fede, sono di assoluto spessore e la sua figura si può porre sullo stesso piano di quelle degli altri grandi vescovi latinoamericani, da Hélder Câmara a Oscar Romero, da Juan Gerardi a Pedro Casaldáliga, da Leonidas Proaño ad Antonio Fragoso, e così via”.
In Ungheria papa Francesco invita l’Europa a non essere ‘liquida’
“Giungo come pellegrino e amico in Ungheria, Paese ricco di storia e di cultura; da Budapest, città di ponti e di santi, penso all’Europa intera e prego perché, unita e solidale, sia anche ai nostri giorni casa di pace e profezia di accoglienza”: questa è la frase che papa Francesco ha scritto nel ‘Libro d’Onore’ del presidente della Repubblica ungherese, che ha dato il via al viaggio apostolico, accolto dal vice primo ministro e da un bambino e una bambina in abito tradizionale che gli offrono il pane e il sale, simbolo di vita, di benedizione e buon augurio.
In Nicaragua si reprime la Chiesa
“Le notizie che giungono dal Nicaragua mi hanno addolorato non poco e non posso qui non ricordare con preoccupazione il Vescovo di Matagalpa, mons. Rolando Álvarez, a cui voglio tanto bene, condannato a 26 anni di carcere, e anche le persone che sono state deportate negli Stati Uniti. Prego per loro e per tutti quelli che soffrono in quella cara Nazione, e chiedo la vostra preghiera. Domandiamo inoltre al Signore, per l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria, di aprire i cuori dei responsabili politici e di tutti i cittadini alla sincera ricerca della pace, che nasce dalla verità, dalla giustizia, dalla libertà e dall’amore e si raggiunge attraverso l’esercizio paziente del dialogo”.






























