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Papa Leone XIV invita ad uno sguardo vero sulla realtà
“Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola. Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato Leone XIV i docenti italiani di religione esortandoli ad essere ‘maestri credibili’,
Riprendendo la nota pastorale dei vescovi italiani sul significato dell’insegnamento della religione cattolica e soprattutto sant’Agostino il papa ha evidenziato il bisogno della ricerca interiore: “Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.
Per questo ha sottolineato il compito degli insegnanti: “In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”.
Un insegnamento che è anche espressione culturale: “Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo”.
Quindi deve essere un insegnamento dialogante con gli altri ‘saperi’ della cultura: “Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità”.
E’ questo il compito dell’insegnante di religione, pur nella libertà del discente: “Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa. Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura”.
Ed ha sottolineato il titolo di queste giornate di incontro, che prende spunto da un motto di san Newman (‘Cor ad cor loquitur’): “Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo”.
Ecco l’importanza della ricerca della verità: “Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi ‘sente troppo’ e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.
Quindi compito della scuola è insegnare al pensiero critico: “Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto, Newman insegna, richiede amore”.
E l’insegnamento si tramanda solo grazie a persone credibili, ma competenti ed animati dal ‘rigore’ culturale: “I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.
In precedenza aveva ricevuto circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, in occasione dei 50 anni della sua fondazione, invitandoli a mettere la relazione con le persone al centro del loro impegno: “Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la ‘forma più alta di carità’, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.
Però l’ideale non si deve confondere con l’ideologia: “Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.
Quindi centro dell’azione politica è il popolo: “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.
Da qui l’invito ad avere uno sguardo ‘realistico’: “Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.
(Foto: Santa Sede)
Bologna si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue
Da oggi al 26 aprile 2026 la parrocchia Maria Regina Mundi di Bologna ospiterà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue. Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, in un messaggio rivolto ai fedeli ha sottolineato: “Sono certo che le celebrazioni e le iniziative previste sapranno coinvolgere la comunità parrocchiale e l’intero quartiere nella riscoperta della bellezza e della novità del Vangelo, in particolare la Missione popolare di aprile, nello spirito e secondo il carisma dei Missionari del Preziosissimo Sangue, e la settimana Eucaristica itinerante di giugno. Desidero far giungere il mio incoraggiamento, la mia preghiera e la mia benedizione per quanto intrapreso e sono felice di presiedere il rito del mandato missionario alle ore 18.
Ci disponiamo, dunque, a intraprendere questo cammino e preghiamo insieme, perché porti frutti spirituali all’intera comunità parrocchiale e alla nostra amata Chiesa di Bologna, sostenuti dalla materna intercessione della Beata Vergine di San Luca e dall’intercessione di san Petronio e di san Gaspare del Bufalo”.
A tali parole don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana, nonché direttore della Missione, ha evidenziato il servizio missionario offerto dalla Congregazione: “La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, continua ancora oggi a offrire un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario…
La Missione al popolo è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di ‘uscire’, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche.
Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza”.
In un passaggio della lettera ai parrocchiani, firmata dal parroco don Francesco Bonanno e dai viceparroci don Federico Maria Rossi e don Oscar Giacomo Ligato, si legge: “Questo è un tempo di Grazia per noi, per la nostra comunità, per il territorio in cui viviamo. Questo è un tempo per scoprire che il poco che non sapevamo di avere, benedetto da Lui, diventa nutrimento per tanti”.
Tra gli appuntamenti cardine, domenica 19 aprile alle ore 11.00 si terrà l’intronizzazione della Madonna di San Luca e, nella stessa giornata, alle ore 18.00, si svolgerà la Marcia per la Pace lungo le vie del quartiere. La Madonna di San Luca resterà in parrocchia fino a domenica 26 aprile, giorno di chiusura della Missione popolare. Durante le due settimane di predicazione, ci sarà la presenza di diversi Missionari del Preziosissimo Sangue, seminaristi della stessa Congregazione, suore Adoratrici del Sangue di Cristo, famiglie missionarie e numerosi giovani laici.
Domenica delle Palme: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’
La Domenica delle Palme unisce insieme il trionfo regale di Cristo Gesù, che a Gerusalemme viene accolto dalla folla osannante con rami di ulivo e palme al grido profetico: ‘Benedetto colui che viene, il re d’Israele, nel nome del Signore’ ed il racconto drammatico della passione e morte di Gesù in croce, dopo avere subito un duplice processo: quello religioso, presieduto dal Sommo Sacerdote, e quello politico presieduto dal governatore romano Ponzio Pilato.
Gesù entra a Gerusalemme mentre la folla osannante stende i mantelli a terra, agita rami di ulivo in segno di gioia, di pace, d’amore; gli Apostoli pregustano la gioia pasquale mentre lieti si stringono al maestro dicendo: Gesù, vedi la folla come ti vuol bene. Gesù non si illude e risponde agli Apostoli: ancora pochi giorni e questa stessa folla griderà: crocifiggilo, non abbiamo altro re che Cesare.
Non passerà una generazione, dirà Gesù con le lacrime negli occhi, e di questa città non resterà una pietra sull’altra: tutto sarà distrutto. (La predizione si avvera nell’anno 70 d.C. quando i romani metteranno Gerusalemme a ferro e fuoco, il Tempio sarà distrutto e troveranno la morte, dice lo storico Giuseppe Flavio, più di 800.000 mila ebrei).
La folla aveva assistito alla guarigione del cieco nato, alla risurrezione di Lazzaro morto e seppellito da quattro giorni, ed intravedeva in Gesù, a ragione, il Messia predetto dai Profeti. Gesù però non si illude, piange sulla città. Questo popolo oggi grida ‘Osanna’, ancora pochi giorni e griderà davanti a Ponzio Pilato. ‘Crocifiggilo, libera Barabba, che era un omicida; non abbiamo altro re che Cesare’. La lettura biblica della passione e morte di Gesù evidenzia due processi: uno religioso dove Gesù è accusato di essersi proclamato ‘Figlio di Dio’; ma Gesù ribadisce: se non credete alle mie parole, credete alle opere; esse testimoniano di me.
Ma il Sommo Sacerdote si strappa le vesti dicendo: ‘ha bestemmiato’ ed a lui fanno eco i componenti del Sinedrio dicendo: ‘è reo di morte’. Una sentenza di morte però non poteva avere seguito senza la convalida del Governatore Romano, da qui il secondo processo davanti a Ponzio Pilato. L’accusa ora non può essere a carattere religioso ma politico; davanti a Pilato l’accusa contro Gesù è diversa: ‘dice di essere re! Noi non abbiamo altro re che Cesare; tu, governatore romano, devi punirlo con la condanna morte perché Gesù è contro Cesare’.
Pilato si accorge che le accuse erano tutte fasulle ed interroga Gesù: ‘Sei tu re del Giudei?’; Gesù non negò, confermò dicendo: ‘Sono re, ma il mio regno non è di questo mondo!’. Pilato si accorge che tutto il processo era una farsa e, volendo liberare Gesù, fa una proposta: in occasione della pasqua ho sempre liberato un prigioniero; chi volete che io vi liberi: Gesù o Barabba, che era in carcere per omicidio. La folla, aizzata, grida: ‘Barabba, e crocifiggi Gesù’.
Nel racconto del Vangelo due particolari: un pentimento e un suicidio: il pentimento di Pietro, che aveva rinnegato Gesù davanti alla portinaia; Gesù lo guarda, Pietro esce fuori e piange amaramente il suo peccato. Il suicidio di Giuda: dopo avere tradito Gesù ed averlo venduto per trenta denari, si accorge del suo gravissimo peccato, uscì fuori ed andò ad impiccarsi; Gesù l’aveva chiamato: ‘Amico, con un bacio mi tradisci?’ Pilato, temendo di essere accusato a Cesare, si lava le mani e, da giudice inetto, consegna Gesù ai suoi crocifissori.
I soldati intrecciarono subito una corona di spine per deridere il re dei Giudei. Pilato stesso scriverà la motivazione della condanna: ‘I. N. R. I. – Gesù nazareno re dei Giudei’. Roma così, la tutrice del Diritto, la Città chiamata a dare la legge a tutti i popoli civili, si macchia di un delitto nefando ed atroce calpestando “il Diritto”, mentre il giudice se ne lava le mani. Oggi, carissimi amici, è una giornata assai triste ma Gesù l’ha permesso per essere la vittima pura, santa ed immacolata che ha aperto a noi le porte del Regno dei Cieli.
Se noi siamo cristiani, il nuovo popolo di Dio, è grazie al sacrificio di Gesù in croce che il mondo si è riconciliato con Dio, la terra con il cielo. Purtroppo siamo tutti figli del peccato, ma le scelte sono due: o quella di Giuda, che andò ad impiccarsi, o quella di Pietro che pianse il suo peccato e Gesù risorto lo riabilitò dicendo: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’.
Su Pietro pentito, su questa Pietra è nata la Chiesa di Cristo, che è ‘Una, Santa, Cattolica ed Apostolica’. Di questa Chiesa, grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo tutti parte integrante. La Fede in Dio, la Speranza del Regno e la Carità: l’amore verso Dio e i fratelli, deve sempre unirci ed affratellarci. Allora e solo allora è veramente Pasqua di risurrezione.
Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo
“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.
Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.
Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.
Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.
E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.
Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.
Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.
E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.
In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.
Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.
Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.
Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.
E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.
(Foto: Santa Sede)
Mons. Delpini prosegue alla guida dell’arcidiocesi ambrosiana
“Si avvicina il giorno del compimento del 75^ compleanno ed ho pensato di chiedere una udienza a papa Leone XIV per sottoporgli alcune mie riflessioni preliminari. In sostanza ho esposto al papa le buone ragioni che consigliano di provvedere alla mia sostituzione durante l’estate 2026. Il papa ha ascoltato con attenzione e benevolenza queste mie riflessioni e ha concluso esprimendo l’orientamento a non accettare le mie dimissioni. Devo quindi prevedere che continuerò a esercitare il mio ministero di arcivescovo di Milano per qualche tempo”: sono state queste le parole con cui mons. Mario Delpini, a conclusione della celebrazione penitenziale per il clero, ha annunciato nei giorni scorsi la decisione del papa di mantenerlo arcivescovo ambrosiano.
Ma ha aggiunto la disponibilità a lasciare l’incarico su richiesta del papa: “Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Devo, però, dirvi che resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, in questo clero diocesano.
Resto volentieri perché sono onorato di far parte di questo clero, sono edificato, ad esempio, da alcuni confratelli ammalati che vivono la malattia con tanta fortezza. Sono contento di essere qui con voi e con tutto il popolo cristiano… Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal papa e dai suoi collaboratori. Resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, esemplari nella dedizione, capaci di servire veramente le comunità”.
Mentre, nei giorni scorsi, al termine della messa per l’anniversario della morte di don Luigi Giussani ha annunciato la chiusura della fase diocesana dell’inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione del fondatore di Comunione e Liberazione: “Si affacciano, sull’abisso del cuore umano uomini e donne di Dio, e hanno la libertà e l’audacia di riconoscere nel cuore umano scintille divine. Nel cuore umano, così sbagliato, così cattivo, così insignificante riconoscono tratti dell’immagine di Dio e della vocazione all’amore.
Uomini e donne di Dio sanno dire al cuore umano la parola che riaccende la compassione, la benevolenza, la sete d’infinito, la nostalgia di Dio. E molti uomini e donne si sentono chiamati da questi uomini e donne di Dio ad un’esultanza inaudita, ad una bontà eroica, ad una misura smisurata di umanità. Che cosa si può dire di don Giussani? Forse, semplicemente che è stato un uomo di Dio”.
Don Giussani è stato un ‘uomo di Dio’, perché ha tenuto viva la fraternità: “Si affacciano uomini e donne di Dio sull’abisso enigmatico delle relazioni tra persone, tra gruppi, tra fazioni e si sentono chiamati a mettersi in mezzo per intercedere, per riconciliare, per restituire lo splendore della fraternità e dell’amicizia al convivere in famiglia, nel gruppo, nel movimento…
Uomini e donne di Dio si mettono di mezzo e dicono agli uni e agli altri: come sono grandi l’amore e la grazia che vi unisce! Come sono piccoli i capricci e i puntigli che vi dividono! Praticate, dunque, la via del perdono, lasciatevi riconciliare con Dio! Che cosa si può dire di don Giussani? Forse semplicemente che è stato un uomo di Dio”.
Papa Leone XIV: la Quaresima è un tempo per la comunità
“Cari fratelli e sorelle, all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica… Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande”: nell’imposizione delle ceneri papa Leone XIV nella Basilica di Santa Sabina per l’avvio del cammino della Quaresima ha invitato tutti ad ascoltare la Parola di Dio.
Il papa ha sottolineato che la Quaresima è un tempo ‘forte’: “La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità… Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto”.
Tempo forte anche per il popolo: “Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”.
Ed ha messo in guardia dal peccato che nasce dal virtuale: “Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso.
Opporre all’idolatria il Dio vivente, ci insegna la Scrittura, significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!”
Il riconoscere il peccato è una possibilità che Dio offre: “Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va”.
Ecco il fondamento missionario della Quaresima: “Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!’ Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”.
E’ stato un richiamo alla ‘pedagogia penitenziale’ di papa san Paolo VI: “Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.
Una profezia in cui si manifesta Dio verso la Pasqua: “Dov’è il loro Dio?, si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.
In questo cammino i martiri tracciano la strada verso la Pasqua: “I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali , di cui questa di oggi è la prima, è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta (statio) presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato?”
Per questo è importante il digiuno per vedere la novità: “Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere.
La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi, ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. E’ la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.
E nel messaggio per la ‘Campanha da Fraternidade’ della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile il papa ha scritto: “Con l’intento di animare il popolo fedele in ogni percorso quaresimale, sono più di sessant’anni che la Chiesa in Brasile realizza la Campagna di Fraternità, momento in cui, come comunità di fede, rivolge la sua azione pastorale e caritativa ai poveri, i veri destinatari del nostro amore preferenziale, come ho voluto ricordare nell’Esortazione apostolica Dilexi te: convinti che ‘esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri’, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più a risolvere le cause strutturali della povertà’. Analogamente a quanto fatto nel 1993, quest’anno, ispirati dal motto ‘Venne ad abitare in mezzo a noi’, la proposta presentata è di volgere lo sguardo ai nostri fratelli che soffrono per la mancanza di una abitazione dignitosa”.
Il messaggio è stato un invito per una casa dignitosa: “In tal senso, auspico che la riflessione sulla dura realtà della mancanza di un’abitazione dignitosa, che riguarda tanti nostri fratelli, non conduca soltanto ad azioni isolate (indubbiamente necessarie) che vadano in loro aiuto in modo emergenziale, ma generi in tutti la consapevolezza che la condivisione dei doni che il Signore generosamente ci concede non può limitarsi a un periodo dell’anno, a una campagna o ad alcune azioni puntuali, ma deve essere un atteggiamento costante, che ci impegna ad andare incontro a Cristo presente in quanti non hanno dove abitare”.
(Foto: Santa Sede)
Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese
In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:
“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.
Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.
Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.
Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.
Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.
Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.
Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…
Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.
Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.
Perché tradusse la Bibbia in cinese?
“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.
Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?
“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.
Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?
“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.
Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.
Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.
Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?
“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.
A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?
“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Continua la repressione in Iran
Dopo un blackout digitale di 84 ore si stima che siano stati circa 2.000 i manifestanti uccisi per aver gridato della libertà in Iran; quindi la ribellione non si ferma nonostante la macchina della repressione alza il tiro. Rubina Aminian, 23 anni, studentessa di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa la sera di giovedì 8 gennaio dopo che il regime ha imposto il blackout digitale.
Era partita come una protesta, si è trasformata in una ribellione ed ora è diventata ancora una volta una guerra dei Pasdaran (I Guardiani della rivoluzione) contro il popolo. E, nonostante le informazioni arrivino a singhiozzo, i video delle organizzazioni umanitarie mostrano file cadaveri negli ospedali, per le strade, negli obitori con parenti disperati che si aggirano piangendo fra le salme mentre i medici lanciano appelli perché non sono in grado di curare tutti.
Il procuratore generale dell’Iran, Mohammad Kazem Movahedi Aza, ha accusato i manifestanti di moharebeh (disobbedienza contro Dio). I media di Stato hanno inoltre riferito di arresti di massa di persone etichettate come ‘rivoltosi’. Tutti aspettano con rabbia, ansia, speranza, esasperazione e disperazione di poter vedere la Guida Suprema detronizzata perché non è più riconosciuto dal popolo né può contare su alcuna legittimazione divina.
Quindi dallo scorso 28 dicembre le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Per questo Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che alcune forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico.
Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone tra manifestanti e semplici spettatori, compresi minorenni, sono state uccise in 13 città di otto province iraniane, come ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord: “In Iran chi osa esprimere la propria rabbia per decenni di repressione e pretendere un cambiamento profondo viene ancora una volta colpito a morte dalle forze di sicurezza. Questo ci ricorda la rivolta Donna Vita Libertà del 2022. Il massimo organismo iraniano in materia di sicurezza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, deve ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale della forza e delle armi da fuoco”.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato con 26 manifestanti, testimoni oculari, persone che difendono i diritti umani, giornalisti e un professionista sanitario, hanno esaminato dichiarazioni ufficiali e hanno analizzato decine di video pubblicati in rete o ricevuti. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato le immagini di manifestanti feriti o uccisi.
Il 3 gennaio 2026, giorno in cui le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 11 persone, la guida suprema Ali Khamenei ha dichiarato che ‘i rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto’. Sempre quel giorno, la direzione dei Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan ha dichiarato che il periodo di ‘tolleranza’ era terminato, impegnandosi a colpire ‘rivoltosi, organizzatori e leader dei movimenti contro la sicurezza senza pietà’. Due giorni dopo il capo del potere giudiziario ha a sua volta ordinato alle procure di agire ‘senza pietà’ contro i dimostranti e di celebrare velocemente i processi nei loro confronti.
Questa è la testimonianza di un manifestante di Malekshani, sempre nella provincia di Ilam, su quanto accaduto in occasione del corteo che lo scorso 3 gennaio si era diretto pacificamente da piazza Shohada verso la sede dei Guardiani della rivoluzione: “Loro hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte altre sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi”.
Sempre il 3 gennaio nel quartiere di Jafarabad, situato nella città di Kermanshah, capoluogo della provincia omonima, sono stati uccisi Reza Ghanbary e i fratelli Rasoul e Reza Kadivarian. Secondo il racconto di un difensore dei diritti umani, agenti in borghese arrivati sul posto a bordo di tre veicoli di colore bianco hanno aperto il fuoco con pallini di metallo contro un gruppo di manifestanti che stava bloccando una strada.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato i gravi danni causati dal massiccio uso dei pallini di metallo esplosi dalle pistole in dotazione alle forze di sicurezza, comprese ferite alla testa e agli occhi, così come i ferimenti provocati dall’uso di altre armi da fuoco e dai pestaggi.
Le due organizzazioni hanno notato che la presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire. Secondo un difensore dei diritti umani, un manifestante di nome Mohsen Armak è morto ad Hafshejan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari: il 3 gennaio 2026 era stato colpito da un pallino di metallo ma invece di essere portato in ospedale era stato nascosto in una fattoria.
Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario.
Le forze di sicurezza hanno proceduto ad arresti arbitrari di centinaia di manifestanti, anche di soli 14 anni, durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture.
Per le due organizzazioni non governative le autorità iraniane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.
(Foto: Cesi Italia)
Venezuela e Premio Nobel per la pace: in dialogo con Estefano Tamburrini
La leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado, vincitrice del premio Nobel per la Pace, è arrivata in Norvegia il giorno successivo alla giornata di assegnazione dei Premi Nobel attraverso una fuga ‘rocambolesca’, ed ‘ad alto rischio’, fuggendo via mare in barca, martedì notte, verso l’isola di Curaçao, da dove con un aereo è volata verso l’Europa con l’aiuto del presidente americano Donald Trump, preoccupato dalla possibilità che lei potesse diventare un possibile ostaggio nelle mani di Maduro: ‘Finalmente, dopo due anni, tornerò ad abbracciare i miei figli’, sono le sue parole da Oslo. La sua ultima apparizione in pubblico risale allo scorso 9 gennaio a Caracas, durante una manifestazione contro l’insediamento di Maduro per il terzo mandato.
In un messaggio audio, diffuso il giorno precedente il suo arrivo, dal Nobel Institute la premio Nobel per la Pace aveva raccontato “cosa abbiamo dovuto affrontare e quante persone hanno rischiato la vita per permettermi di arrivare a Oslo, e sono loro molto grata, e questo è un esempio di cosa significhi questo riconoscimento per il popolo venezuelano”.
Inoltre aveva ringraziato il Comitato per tale riconoscimento: “Innanzitutto, a nome del popolo venezuelano, desidero ringraziare ancora una volta il comitato norvegese per il Premio Nobel per questo immenso riconoscimento alla lotta del nostro popolo per la democrazia e la libertà…
So che centinaia di venezuelani provenienti da diverse parti del mondo sono riusciti a raggiungere la vostra città, e che ora si trovano a Oslo, così come la mia famiglia, il mio team e tantissimi colleghi, dato che questo è un premio per tutti i venezuelani. Non appena arriverò, potrò abbracciare tutta la mia famiglia ed i miei figli che non vedo da tre anni, e tanti venezuelani, norvegesi, che conosco e che condividono la nostra lotta”.
Per comprendere la situazione abbiamo contattato il giornalista Estefano Soler Jesus Tamburrini: “Il clima è teso e la sorveglianza aumenta; Caracas minaccia la revoca della cittadinanza a 25 dissidenti, compresa la premio Nobel per la pace María Corina Machado. Secondo l’ex-ambasciatore Usa a Caracas, James B. Story, l’escalation, che vede la presenza di oltre 10.000 soldati nei Caraibi, non si limita a Maduro ma punta a mettere in discussione l’egemonia cinese sul continente”.
A proposito del Premio Nobel per la pace a María Corina Machado: è stata una sorpresa?
“Sì, è stata una sorpresa. In fondo lo è stato anche per lei, che non ha nascosto il suo stupore una volta ricevuta la notizia. Lo si evince dalla telefonata con l’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia, in esilio a Madrid. Che ha definito il riconoscimento come un ‘carajazo’, cioè un ‘colpaccio’. E’ una sorpresa anche perché la sua lotta è tuttora incompiuta ed, a livello concreto, sembra che nessuno sia in grado di portare la pace a Caracas. Poi, diciamolo: Machado è un esempio di lotta civile, il suo motto è ‘fino alla fine’. E porta un’istanza di conflitto legittima, doverosa, che poco c’entra con la pace”.
Per quale motivo lei è un esempio di coraggio civile in America Latina?
“Da quasi 30 anni Machado, in difesa delle sue idee, ha affrontato ostilità, intimidazioni e persecuzioni sistematiche per la sua opposizione alla svolta militare e autoritaria che ha preso forma in Venezuela sin dai tempi di Hugo Chávez Frías. Minacciata, boicottata ed insultata dalle autorità di Caracas la ‘lady di ferro’ non ha ceduto alla paura”.
Quali sono state le reazioni del mondo?
“In realtà le reazioni sono ambivalenti. Chi la sostiene (gli oppositori di Maduro, ma anche i governi occidentali) interpreta il Premio Nobel per la Pace come un gesto che in qualche modo ha affiatato la causa delle opposizioni, schiacciate e disgregate da una repressione sistematica. I suoi detrattori (Cina, Russia, ma anche Messico) guardano la decisione con sospetto e ne contestano le ragioni. Soprattutto per il tempismo che lega il riconoscimento all’escalation militare statunitense nei Caraibi”.
Per quale motivo Machado aveva scelto di rimanere in Venezuela, sperando di ritornarci, per fare opposizione?
“Machado è l’ultima leader dell’opposizione venezuelana. Se fosse andata via, insieme a González, il suo movimento si sarebbe sgonfiato presto. Già così le sigle di opposizione non hanno possibilità di eseguire alcuna mobilitazione sul territorio. Se va via pure lei il sogno sarà finito”.
Qual è la situazione nel Paese?
“Abbiamo parlato di partenze: oltre 8.000.000 di venezuelani sono andati via su un totale di 30.000.000. Parliamo di una delle più gravi crisi di rifugiati nel mondo, troppo spesso sottovalutata. La maggior parte di loro si concentra in Colombia e nei Paesi vicini. Quanto ai Paesi ricchi: in precedenza gli Stati Uniti erano una delle mete principali, ma con le deportazioni di Trump i venezuelani volgono lo sguardo in Europa, soprattutto in Spagna.
Del resto si continuerà a emigrare. Il Paese vive un’economia di sopravvivenza: il costo della vita supera i 600 dollari americani mensili ma pensioni e stipendi minimi valgono quattro dollari, là dove il Bolívar, che è la valuta locale, è diventato carta straccia. Del resto di politica non si parla più: chi si è congratulato pubblicamente con Machado, come il medico Pedro Fernández, è stato arrestato. I prigionieri politici sono un migliaio, di cui oltre 80 stranieri”.
‘Oggi rendiamo grazie a Dio per gli attivisti dei diritti umani e le loro organizzazioni. Preghiamo e lavoriamo per un Venezuela libero dalla violenza interna ed esterna, dove tutti i venezuelani possano godere del pieno accesso ai diritti umani fondamentali, in particolare dove sia rispettato il diritto alla vita, all’istruzione, al lavoro, alla salute, alla libertà di pensiero, di religione e di organizzazione, tra gli altri diritti’: è scritto nel messaggio della Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei religiosi e delle religiose e della vita consacrata del Venezuela, diffuso in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Quale ruolo svolge la Chiesa cattolica in Venezuela?
“Come Simone di Cirene: la Chiesa aiuta il popolo venezuelano a sopportare una croce che, con il tempo, è divenuta sempre più pesante. Famiglie divise a causa del fenomeno migratorio, con nonni che si prendono cura dei nipoti. Il moltiplicarsi delle fragilità, senza uno stato sociale in grado di reggere le sfide poste da questo tempo. Le prigionie a sfondo politico, sulle quali la Conferenza episcopale ha chiesto a Caracas di intervenire così come lo stesso segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin”.
Dopo più di un anno di prigionia quali speranze ci sono per Trentini?
“Si spera in un gesto di grazia, visto che siamo nell’Anno giubilare e considerata la recente canonizzazione dei primi santi venezuelani, José Gregorio Hernández e madre Carmen Rendiles, entrambi esempio di perseveranza, impegno per gli ultimi e cura dei fratelli. Trentini, che era andato lì per occuparsi dei più fragili, nonché ostaggio da quasi un anno, merita (come minimo) il rientro a casa per poter riabbracciare i suoi cari. L’Italia ci sta lavorando, anche con l’aiuto della Chiesa, puntando sulla diplomazia del dialogo, anziché su quella dei cannoni”.
(Foto: facebook)
Dalla Cei una Chiesa che cammina con il popolo
Durante l’Udienza al card. Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle Cause dei Santi, papa Leone XIV ha autorizzato a promulgare i Decreti per riconoscere il martirio e le virtù eroiche di diversi Servi di Dio: il martirio del Servo di Dio Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, nato il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana Morandi (Italia) e ucciso in odio alla fede il 29 settembre 1944 a Casaglia/Marzabotto (Italia).
Poi riconosciuto il martirio del Servo di Dio Martino Capelli (al secolo: Nicola), sacerdote professo della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, nato il 20 settembre 1912 a Nembro (Italia) e ucciso in odio alla fede il 1° ottobre 1944 a Pioppe di Salvaro (Italia). Ed ancora riconosciute le virtù eroiche del Servo di Dio Enrico Bartoletti, Arcivescovo di Lucca, nato il 7 ottobre 1916 a Calenzano (Italia) e morto il 5 marzo 1976 a Roma (Italia). Riconosciute le virtù eroiche del Servo di Dio Gaspare Goggi, sacerdote professo della Congregazione della Divina Provvidenza, nato il 6 gennaio 1877 a Pozzolo Formigaro (Italia) e morto il 4 agosto 1908 ad Alessandria (Italia);
Infine le virtù eroiche della Serva di Dio Maria del Sacro Cuore (al secolo: Maria Glowrey), religiosa professa della Società di Gesù, Maria, Giuseppe, nata il 23 giugno 1887 a Birregurra (Australia) e morta il 5 maggio 1957 a Bangalore (India). Infine le virtù eroiche della Serva di Dio Maria de Lourdes Guarda, fedele laica, nata il 22 novembre 1926 a Salto (Brasile) e morta il 5 maggio 1996 a San Paolo (Brasile).
Per quanto riguarda il riconoscimento delle virtù eroiche di mons. Bartoletti il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi, ha sottolineato la gratitudine della Chiesa italiana: “Nel suo servizio alle Chiese in Italia ha concretizzato lo spirito conciliare, dandone attuazione e permeando tutte le scelte pastorali dalla Parola di Dio. E’ stato questo il primo vero piano pastorale a livello nazionale. Di lui che, nel corso del suo ministero ha attraversato una fase delicata della vita sociale e politica del Paese e ha accompagnato il cammino di rinnovamento ecclesiale, ci restano l’amore per la Chiesa e la capacità di vivere la speranza incarnata”.
Inoltre la mozione La mozione approvata dall’81ª Assemblea generale della Cei ad Assisi ha preso avvio da un ringraziamento ‘per l’abbondanza dello Spirito che ha accompagnato il Cammino sinodale in questi anni’, affermando che il documento di sintesi ‘Lievito di pace e di speranza’ rappresenta una testimonianza del metodo vissuto e offre orientamenti utili al discernimento ecclesiale ‘per dare concretezza a una Chiesa missionaria, prossima e sinodale’, affidando al Consiglio permanente ed al gruppo di lavoro dei vescovi il compito di indicare ‘percorsi di studio e approfondimento per il discernimento degli orientamenti e delle proposte del Documento di sintesi’, secondo quanto affermato durante l’incontro con papa Leone XIV:
“Tenendo conto anche del Documento finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, ‘Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione’, ci impegniamo a vivere lo spirito e lo stile sinodale promuovendo i necessari strumenti, anche a livello nazionale, per essere ‘una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato’. Guardiamo a Cristo, nostra speranza, fonte del nostro agire, tutto affidando a Maria, Madre della Chiesa, perché accompagni il cammino della Chiesa italiana”.
Inoltre nel documento finale i vescovi hanno richiamato l’esigenza ad essere una ‘casa della pace’:
“Accogliendo l’invito di papa Leone che, nell’udienza concessa ai Vescovi della CEI lo scorso 17 giugno, aveva incoraggiato ogni comunità a diventare “una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono”, approvando il documento ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’, che sarà diffuso nei prossimi giorni ed articolato in tre parti secondo il metodo del ‘vedere-giudicare-agire’:
“Nella prima viene proposta un’analisi della situazione mondiale, europea e italiana, certamente non esaustiva, ma capace di delineare le problematiche più rilevanti. Nella seconda si aggiunge una riflessione alla luce della Sacra Scrittura, della Tradizione e delle Magistero. Nella terza parte si indicano i sentieri dell’educazione delle coscienze, che permettono di affrontare i temi della guerra, del disarmo, della testimonianza cristiana in un mondo sempre più conflittuale, della democrazia come garanzia di pace”.
Inoltre in occasione del 40^ anniversario dell’Intesa fra la CEI e il Ministero della Pubblica Istruzione circa l’insegnamento della religione cattolica nella scuola (Irc), firmata il 14 dicembre 1985, i vescovi hanno approvato il documento ‘L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo’: “Il testo evidenzia e rilancia tale disciplina come contributo prezioso della Chiesa alla comunità scolastica e alla crescita di una sempre più ampia alleanza educativa.
Vengono infatti richiamate due dimensioni fondamentali dell’insegnamento della religione cattolica: la sua piena appartenenza alle finalità della scuola e il suo essere luogo accogliente, aperto a tutti, a prescindere dalle personali scelte di fede, e dunque palestra di conoscenza e comprensione reciproca, per una convivenza fraterna e costruttiva”.
Oltre all’introduzione, il Documento si compone di quattro capitoli: il primo offre alcuni elementi per leggere le trasformazioni in atto e cogliere il loro impatto sull’educazione e il contributo dell’Insegnamento della Religione Cattolica; il secondo richiama le ragioni e le caratteristiche che disciplinano l’Irc nella scuola; il terzo è dedicato al profilo professionale e all’impegno educativo degli insegnanti di religione; il quarto evidenzia la responsabilità che l’intera comunità cristiana ha verso l’Irc e l’importanza di promuovere progettualità e collaborazioni educative nei luoghi ordinari.
Infine i vescovi hanno ribadito che la carità è il nucleo della missione della Chiesa: “Soprattutto di fronte a disuguaglianze crescenti, fragilità multidimensionali, povertà energetica, nuove solitudini che domandano ascolto e visioni capaci di futuro. Non si può infatti ridurre la carità a mera filantropia: la gratuità, la preghiera e la vita sacramentale restano la sorgente da cui scaturisce l’impegno verso i più fragili, in una dinamica che unisce la parola, l’Eucaristia e l’incontro con i poveri”.
Ecco il motivo per cui è stato fatto un appello, affinchè sia valorizzato il servizio civile: “ In quest’ottica, l’iniziazione cristiana alla carità, la formazione degli operatori, la qualità degli ambienti di accoglienza e la cura del vissuto ecclesiale che accompagna ogni gesto di prossimità diventano elementi decisivi. All’azione educativa si affianca poi la dimensione culturale e sociale: l’opera caritativa ha infatti una ricaduta politica, stimolando percorsi legislativi e amministrativi in grado di rispondere alle trasformazioni sociali. Si colloca in questo orizzonte l’appello a valorizzare il servizio civile nella sua originaria vocazione alla pace e alla nonviolenza e quello a far sì che la Caritas sia custodita nella sua specificità, evitando la parcellizzazione pastorale, affinché resti ponte, luogo di comunione, strumento di collaborazione concreta e sinodale”.




























