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Papa Leone XIV agli spagnoli: abbandonare le ideologie identitarie

“Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore”: papa Leone XIV al Corpo Diplomatico spagnolo ha esortato a mantenere viva la fede.

Per questo ha sottolineato il legame tra fede e popolo: “Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare”.

Un legame espressione della fede popolare: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”

Ed ha ricordato i santi spagnoli più ‘famosi’: “A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà.

In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare…  Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.

Per questo la Chiesa si pone come testimone: “La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.

E’ stato un invito ad abbandonare le ideologie identitarie: “Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. E’ il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora.

Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi”.

Per questo la sicurezza si può raggiungere attraverso la ‘mediazione culturale’: “La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.

La Spagna è ‘maestra’ in questo campo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.

Infine ha concluso con un riferimento a sant’Ignazio di Loyola: “Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita i vescovi a farsi ‘trovare’

“Questa Chiesa ha una singolare vocazione all’universalità e alla carità grazie al suo peculiare legame con Cristo, risorto e vivo, fondamento dell’edificio spirituale di pietre vive che è il popolo santo di Dio. Avvicinarsi a Cristo è così avvicinarci gli uni agli altri e crescere insieme nell’unità: ecco il Mistero che ci coinvolge e trasforma dal di dentro anche la città”: nella basilica Lateranense nel pomeriggio papa Leone XIV ha presieduto il rito delle ordinazioni episcopali, esortandoli ad essere ‘pastori di strada’ che hanno a cuore i più deboli.

Nell’omelia il papa ha ringraziato i quattro sacerdoti ordinati vescovi ausiliari: “A servizio del suo dinamismo, portato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo, i nostri fratelli Andrea, Stefano, Marco e Alessandro vengono ordinati all’episcopato. E’ una festa di popolo, perché essi vengono da questo popolo e dal presbiterio che con amore se ne prende cura. La nostra Comunità diocesana si raccoglie oggi nell’invocazione dello Spirito Santo, che ungerà i nuovi Vescovi, perché siano pienamente consacrati al servizio del Vangelo di Cristo”.

Nell’omelia il papa ha sottolineato il valore della ‘pietra scartata’: “Ai primi cristiani questa metafora, tanto familiare perché presente in un salmo, dovette sembrare particolarmente rivelativa. Il Messia Gesù era stato scartato non solo perché non riconosciuto quale Figlio di Dio, ma, prima ancora, per aver assunto la condizione creaturale, compresa come indegna di Dio”.

Una ‘pietra scartata’ fedele alla Parola del Padre: “Fedele a questa via di amore misericordioso, Egli andava a cercare le pecore scartate, si sedeva a tavola con loro, disarmava le mani e i cuori che volevano lapidarle. In questo modo, come dice il Vangelo proclamato in questa Liturgia, il Figlio ha mostrato il volto del Padre: in Lui si compiono le sue opere”.

La ‘pietra scartata’ è annuncio di una missione: “Chiesa che vivi a Roma, la pietra scartata è il cuore dell’annuncio messianico, di fronte a coloro che la società scartava e continua a scartare. E’ il cuore del nostro annuncio, della nostra missione. Abbiamo visto il Santo toccare l’impuro, il Giusto perdonare i peccatori, la Vita guarire i malati, il Maestro lavare i piedi sporchi e stanchi dei suoi discepoli”.

La ‘pietra scartata’ ha la sua realizzazione nelle Beatitudini: “In questa città, capitale del grande impero, la pietra scartata diventò il vessillo di una nuova speranza, quella del Regno di Dio, così come prospettano le Beatitudini e canta il Magnificat. Capovolgendo la logica del dominio, quella di chi persegue l’insensata ambizione di determinare l’architettura della Terra, avviene in Cristo che gli scarti ritrovino la loro dignità e si sentano eletti per il Regno di Dio”.

La ‘pietra scartata’ è la scelta di Dio, perché è a fianco dei poveri: “Sorelle e fratelli carissimi, ecco perché, fino ad oggi, si diventa pietre scartate dagli uomini e scelte da Dio: quando con la vita e la parola ci si oppone ai progetti che schiacciano i deboli, non rispettano la dignità di ogni persona, si servono dei conflitti per selezionare i più forti, mentre trascurano chi resta indietro, chi non ce la fa, considerando chi soccombe come spazzatura della storia. Gesù ha camminato in mezzo a noi da profeta disarmato e disarmante, e quando è stato scartato non ha cambiato stile”.

Questa ‘pietra scartata’ è un aiuto ad essere ‘carità’: “Ed ora mi rivolgo a voi, carissimi fratelli che da oggi sarete Vescovi Ausiliari di questa Chiesa, la cui cura ho ricevuto in dono; a voi che, con il Cardinale Vicario, potrete aiutarmi ad essere riflesso del Buon Pastore per il popolo romano e a presiedere alla carità di tutto il popolo santo di Dio sparso sulla terra”.

Ed ecco l’invito ad essere un ‘ospedale da campo’: “Vi incoraggio a raggiungere le pietre scartate di questa città e di annunciare loro che in Cristo, nostra pietra angolare, nessuno è escluso dal diventare parte attiva dell’edificio santo che è la Chiesa e della fratellanza fra gli esseri umani. Riverbera in questa immagine l’appello dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco: essere una Chiesa ‘ospedale da campo’, essere pastori di strada, avere nel cuore le periferie materiali ed esistenziali”.

Una ‘pietra scartata’ che diventa profezia: “Da presbiteri, voi avete accolto questo invito, insieme alle comunità parrocchiali che avete accompagnato. Ora viene una nuova chiamata, una ulteriore vocazione, che ha sempre lo stesso cuore: nessuno, proprio nessuno deve pensarsi come scartato da Dio, e voi sarete araldi di questa bella notizia che è al centro del Vangelo.

Lasciate agire in voi lo Spirito di profezia: non accomodatevi nei privilegi che la vostra condizione potrebbe offrirvi, non seguite la logica mondana dei primi posti, siate testimoni di Cristo che è venuto non per essere servito ma per servire. Sarete profeti nel vostro ministero, se sarete uomini di pace e di unità, componendo, con fili di grazia e misericordia, gli spazi larghi e popolosi di questa Diocesi, armonizzando le differenze, accogliendo, ascoltando, perdonando”.

Infine ecco l’invito a farsi trovare: “Non fatevi cercare, fatevi trovare. E fate in modo che i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, le laiche e i laici impegnati nell’apostolato non si sentano mai soli. Aiutateli a rianimare la speranza nei loro diversi ministeri e a sentirsi parte di una stessa missione. Sappiate sempre, instancabilmente, motivare le persone e le comunità, richiamando con semplicità alla bellezza del Vangelo”.

(Foto: Santa Sede)

Presidente della Repubblica Italiana: la Resistenza è festa di tutti gli amanti della libertà

“Oggi, a San Severino Marche, facciamo memoria del 25 aprile, data della Liberazione del nostro Paese. A muoverci non è un sentimento celebrativo di maniera. Tanto meno la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è amor di Patria. Quello che, con immenso sacrificio, ebbero a testimoniare i militari lasciati allo sbando, in assenza di ordini dopo l’8 settembre 1943. I giovani che fuggivano i bandi della sedicente Repubblica Sociale Italiana e che si unirono nelle formazioni partigiane”: il discorso del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che ha celebrato la festa della Liberazione a San Severino Marche, medaglia d’oro al merito civile, luogo evocativo della lotta partigiana, ha segnato un nuovo appello alla coesione per una giornata di riconciliazione nazionale, nonostante gli episodi di violenza verificatesi.

Un anniversario che per il presidente della Repubblica è momento fondamentale per ricordare i martiri che difesero con la vita l’Italia: “I contadini che venivano strappati alla terra per essere comandati a lavorare alla cosiddetta Linea Gotica, ultimo tentativo del Reich hitleriano di ritardare la disfatta. Le donne, le famiglie verso cui si scatenò, anche in queste contrade, una cieca violenza.

I sacerdoti, trucidati per rappresaglia, come don Enrico Pocognoni, Medaglia d’oro al Merito civile, parroco di Braccano di Matelica. I Carabinieri, che dettero la vita, come il vice brigadiere Glorio Della Vecchia, Medaglia d’argento al valor militare, al quale venne intitolata la Caserma dei Carabinieri di San Severino e il maggior Pasquale Infèlisi, Medaglia di bronzo al valor militare, al quale è intitolata la Caserma della Legione Carabinieri d’Abruzzo e Molise a Chieti. Questa la storia, scritta con la loro vita. Da questi italiani”.

Il discorso del presidente Mattarella si è soffermato sul valore della democrazia, oggi spesso bistrattato, condannando il collaborazionismo: “Siamo qui perché, sulle macerie di un regime dittatoriale, anche qui, in questo luogo, si trovano le radici della Repubblica. Nata ottant’anni or sono, dalla libera scelta delle cittadine e dei cittadini, solennemente sanzionata dal referendum istituzionale. Nata sugli orrori della guerra, sulla contrapposizione ad un occupante e per redimere l’onta dei collaborazionisti che lo avevano affiancato privilegiando il partito alla Patria. Repubblica nata per esprimere la speranza e l’avvio di un futuro migliore”.

Dalla Resistenza nacque un’Italia nuova e repubblicana, cosa che i giovani non conoscono: “Repubblica nata per esprimere la speranza e l’avvio di un futuro migliore. Le popolazioni delle tante città e i tanti borghi della penisola seppero dar vita a una nuova Italia, verso un Paese in cui ‘buongiorno vuol dire davvero buongiorno’ per usare le parole con cui Vittorio De Sica concluse ‘Miracolo a Milano’. Questo è stato il portato di ottant’anni di pace, di sviluppo, di progresso, segni distintivi dei valori raccolti nella Costituzione del nostro Paese, tanto cara agli italiani”.

Ecco il motivo per cui la Liberazione è una festa di tutti: “E’ questo che celebriamo il 25 aprile: la festa di tutti gli italiani amanti della libertà. La celebriamo da una terra allora attraversata da una linea che divideva l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno. Che divideva gli italiani. Una terra segnata dalle distruzioni della guerra”.

Perciò la libertà va difesa in nome di una ‘virtù civica’: “Da San Severino, intendiamo sottolineare (insieme al carattere della nostra ferma unità) la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace”.

Ed ha fatto menzione anche di molti che aiutarono la Resistenza italiana, quali slavi ed ebrei: “Nelle Marche era insediato il campo di internamento di Urbisaglia, presso l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. Nel settembre 1943 gli ebrei di quel campo vennero avviati tragicamente a Fossoli e da lì ad Auschwitz. A Fiastra era stato rinchiuso anche Raffaele Cantoni, presidente, nell’immediato dopoguerra, dell’Unione delle Comunità Israelitiche italiane.

Come poc’anzi è stato rammentato, fu un medico di origini ebraiche, Mosè Di Segni (padre dell’attuale Rabbino Capo di Roma) a prendere parte, nella formazione partigiana di Mario Depangher, alla battaglia di Valdiòla, comportamento che gli valse la Medaglia d’argento al valor militare”.

Quindi la lotta al nazifascismo è stata una lotta di popolo, che contribuì alla rinascita dell’Italia: “Il sottotenente dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che operò, in quegli anni, a San Benedetto del Tronto e a Porto D’Ascoli. Un eroe della Repubblica. Enrico Mattei, protagonista, nel dopoguerra, dell’indipendenza economica e dello sviluppo della nuova Italia”.

La Resistenza aveva un’aspirazione alla pace, nel ricordo di tanti cittadini che hanno ‘sostenuto’ i resistenti: “Così come, a unire popolazioni e Resistenti, in ogni Paese, era la comune aspirazione alla pace. Le dittature che avevano scatenato il Secondo conflitto mondiale avevano preteso di fare della retorica della guerra un valore. Contro il loro disegno, dai morti tra la popolazione civile, dai militari caduti, dalle vittime dei campi di concentramento, si levava, e si leva, una sola invocazione: pace”.

Pace come simbolo della Resistenza, cosa che oggi è stata dimenticata: “La pace per ogni persona. La pace come diritto di ogni popolo. La pace per ogni Paese. Questo il senso della Resistenza. Opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo… In questi ultimi anni stiamo assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura rimuovere quei percorsi”.

(Foto: Quirinale)

Papa Leone XIV invita ad uno sguardo vero sulla realtà

“Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola. Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato Leone XIV i docenti italiani di religione esortandoli ad essere ‘maestri credibili’,

Riprendendo la nota pastorale dei vescovi italiani sul significato dell’insegnamento della religione cattolica e soprattutto sant’Agostino il papa ha evidenziato il bisogno della ricerca interiore: “Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.

Per questo ha sottolineato il compito degli insegnanti: “In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”.

Un insegnamento che è anche espressione culturale: “Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo”.

Quindi deve essere un insegnamento dialogante con gli altri ‘saperi’ della cultura: “Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità”.

E’ questo il compito dell’insegnante di religione, pur nella libertà del discente: “Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa. Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura”.

Ed ha sottolineato il titolo di queste giornate di incontro, che prende spunto da un motto di san Newman (‘Cor ad cor loquitur’): “Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo”.

Ecco l’importanza della ricerca della verità: “Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi ‘sente troppo’ e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.

Quindi compito della scuola è insegnare al pensiero critico: “Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto, Newman insegna, richiede amore”.

E l’insegnamento si tramanda solo grazie a persone credibili, ma competenti ed animati dal ‘rigore’ culturale: “I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.

In precedenza aveva ricevuto circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, in occasione dei 50 anni della sua fondazione, invitandoli a mettere la relazione con le persone al centro del loro impegno: “Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la ‘forma più alta di carità’, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.

Però l’ideale non si deve confondere con l’ideologia: “Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.

Quindi centro dell’azione politica è il popolo: “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.

Da qui l’invito ad avere uno sguardo ‘realistico’: “Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.

(Foto: Santa Sede)

Bologna si prepara alla Missione popolare dei Missionari del Preziosissimo Sangue

Da oggi al 26 aprile 2026 la parrocchia Maria Regina Mundi di Bologna ospiterà una Missione popolare predicata dai Missionari del Preziosissimo Sangue. Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, in un messaggio rivolto ai fedeli ha sottolineato: “Sono certo che le celebrazioni e le iniziative previste sapranno coinvolgere la comunità parrocchiale e l’intero quartiere nella riscoperta della bellezza e della novità del Vangelo, in particolare la Missione popolare di aprile, nello spirito e secondo il carisma dei Missionari del Preziosissimo Sangue, e la settimana Eucaristica itinerante di giugno. Desidero far giungere il mio incoraggiamento, la mia preghiera e la mia benedizione per quanto intrapreso e sono felice di presiedere il rito del mandato missionario alle ore 18.

Ci disponiamo, dunque, a intraprendere questo cammino e preghiamo insieme, perché porti frutti spirituali all’intera comunità parrocchiale e alla nostra amata Chiesa di Bologna, sostenuti dalla materna intercessione della Beata Vergine di San Luca e dall’intercessione di san Petronio e di san Gaspare del Bufalo”.

A tali parole don Flavio Calicchia, direttore del Centro per l’Evangelizzazione della Provincia Italiana, nonché direttore della Missione, ha evidenziato il servizio missionario offerto dalla Congregazione: “La Congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo il 15 agosto 1815, fedele allo spirito del Fondatore e alla lunga tradizione delle Missioni popolari, continua ancora oggi a offrire un servizio prezioso alla Chiesa attraverso la predicazione e l’impegno missionario…

La Missione al popolo è un’occasione straordinaria in cui la Chiesa sceglie di ‘uscire’, di farsi pellegrina tra le persone, per portare il Vangelo là dove la vita quotidiana si svolge. Non è riservata a pochi, ma aperta a tutti: famiglie, giovani, anziani, malati, realtà associative, scuole, ambienti sportivi e culturali. Nessun ambito dell’esistenza è escluso, perché in ciascuno di essi batte il cuore della vita umana, con le sue speranze e le sue fatiche.

Al centro c’è la vicinanza, riflesso della logica del Vangelo: Gesù si è fatto prossimo, condividendo la storia e donando la sua presenza come sorgente di speranza. La Missione non è un programma organizzativo, ma un dono di grazia: un tempo in cui lo Spirito Santo rinnova le comunità e apre sentieri di incontro tra Chiesa e società, ricordando che la fede costruisce relazioni, promuove la dignità e ridona speranza”.

In un passaggio della lettera ai parrocchiani, firmata dal parroco don Francesco Bonanno e dai viceparroci don Federico Maria Rossi e don Oscar Giacomo Ligato, si legge: “Questo è un tempo di Grazia per noi, per la nostra comunità, per il territorio in cui viviamo. Questo è un tempo per scoprire che il poco che non sapevamo di avere, benedetto da Lui, diventa nutrimento per tanti”.

Tra gli appuntamenti cardine, domenica 19 aprile alle ore 11.00 si terrà l’intronizzazione della Madonna di San Luca e, nella stessa giornata, alle ore 18.00, si svolgerà la Marcia per la Pace lungo le vie del quartiere. La Madonna di San Luca resterà in parrocchia fino a domenica 26 aprile, giorno di chiusura della Missione popolare. Durante le due settimane di predicazione, ci sarà la presenza di diversi Missionari del Preziosissimo Sangue, seminaristi della stessa Congregazione, suore Adoratrici del Sangue di Cristo, famiglie missionarie e numerosi giovani laici.

Domenica delle Palme: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore’

La Domenica delle Palme unisce insieme il trionfo regale di Cristo Gesù, che a Gerusalemme viene accolto dalla folla osannante con rami di ulivo e palme al grido profetico: ‘Benedetto colui che viene, il re d’Israele, nel nome del Signore’ ed il racconto drammatico della passione e morte di Gesù in croce, dopo avere subito un duplice processo: quello religioso, presieduto dal Sommo Sacerdote, e quello politico presieduto dal governatore romano Ponzio Pilato.

Gesù entra a Gerusalemme mentre la folla osannante stende i mantelli a terra, agita rami di ulivo in segno di gioia, di pace, d’amore; gli Apostoli pregustano la gioia pasquale mentre lieti si stringono al maestro dicendo: Gesù, vedi la folla come ti vuol bene. Gesù non si illude e risponde agli Apostoli: ancora pochi giorni e questa stessa folla griderà: crocifiggilo, non abbiamo altro re che Cesare.

Non passerà una generazione, dirà Gesù con le lacrime negli occhi, e di questa città non resterà una pietra sull’altra: tutto sarà distrutto. (La predizione si avvera nell’anno 70 d.C. quando i romani metteranno Gerusalemme a ferro e fuoco, il Tempio sarà distrutto e troveranno la morte, dice lo storico Giuseppe Flavio, più di 800.000 mila ebrei). 

La folla aveva assistito alla guarigione del cieco nato, alla risurrezione di Lazzaro morto e seppellito da quattro giorni, ed intravedeva in Gesù, a ragione, il Messia predetto dai Profeti. Gesù però non si illude, piange sulla città. Questo popolo oggi grida ‘Osanna’, ancora pochi giorni e griderà davanti a Ponzio Pilato. ‘Crocifiggilo, libera Barabba, che era un omicida; non abbiamo altro re che Cesare’.  La lettura biblica della passione e morte di Gesù evidenzia due processi: uno religioso dove Gesù è accusato di essersi proclamato ‘Figlio di Dio’; ma Gesù ribadisce: se non credete alle mie parole, credete alle opere; esse testimoniano di me.

Ma il Sommo Sacerdote si strappa le vesti dicendo: ‘ha bestemmiato’ ed a lui fanno eco i componenti del Sinedrio dicendo: ‘è reo di morte’. Una sentenza di morte però non poteva avere seguito senza la convalida del Governatore Romano, da qui il secondo processo davanti a Ponzio Pilato. L’accusa ora non può essere a carattere religioso ma politico; davanti a Pilato l’accusa contro Gesù è diversa: ‘dice di essere re! Noi non abbiamo altro re che Cesare; tu, governatore romano, devi punirlo con la condanna  morte perché Gesù è contro Cesare’.

Pilato si accorge che le accuse erano tutte fasulle ed interroga Gesù: ‘Sei tu re del Giudei?’; Gesù non negò, confermò dicendo: ‘Sono re, ma il mio regno non è di questo mondo!’. Pilato si accorge che tutto il processo era una farsa e, volendo liberare Gesù, fa una proposta: in occasione della pasqua ho sempre liberato un prigioniero; chi volete che io vi liberi: Gesù o Barabba, che era in carcere per omicidio. La folla, aizzata, grida: ‘Barabba, e crocifiggi Gesù’.

Nel racconto del Vangelo due particolari: un pentimento e un suicidio: il pentimento di Pietro, che aveva rinnegato Gesù davanti alla portinaia;  Gesù lo guarda, Pietro esce fuori  e piange amaramente il suo peccato. Il suicidio di Giuda: dopo avere tradito Gesù ed averlo venduto per trenta denari, si accorge del suo gravissimo peccato, uscì fuori ed andò ad impiccarsi; Gesù l’aveva chiamato: ‘Amico, con un bacio mi tradisci?’  Pilato, temendo di essere accusato a Cesare, si lava le mani e, da giudice inetto,  consegna Gesù ai suoi crocifissori.

I soldati intrecciarono subito una corona di spine per deridere il re dei Giudei. Pilato stesso scriverà la motivazione della condanna: ‘I. N. R. I. – Gesù nazareno re dei Giudei’. Roma così,  la tutrice del Diritto, la Città chiamata a dare la legge a tutti i popoli civili, si macchia di un delitto nefando ed atroce calpestando “il Diritto”, mentre il giudice se ne lava le mani. Oggi, carissimi amici, è una giornata assai triste ma Gesù l’ha permesso per essere la vittima pura, santa ed immacolata che ha aperto a noi le porte del Regno dei Cieli.

Se noi siamo cristiani, il nuovo popolo di Dio, è grazie al sacrificio di Gesù in croce che il mondo si è riconciliato con Dio, la terra con il cielo.  Purtroppo siamo tutti figli del peccato, ma le scelte sono due: o quella di Giuda, che andò ad impiccarsi, o quella di Pietro che pianse il suo peccato e Gesù risorto lo riabilitò dicendo: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’.

Su Pietro pentito, su questa Pietra è nata la Chiesa di Cristo, che è ‘Una, Santa, Cattolica ed Apostolica’. Di questa Chiesa, grazie al Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo tutti parte integrante. La Fede in Dio, la Speranza del Regno e la Carità: l’amore verso Dio e i fratelli, deve sempre unirci ed affratellarci. Allora e solo allora è veramente Pasqua di risurrezione.  

Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo

“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.

Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.

Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.

Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.

E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.

Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.

Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.

E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.

In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.

Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.

Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.

Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.

E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.

(Foto: Santa Sede)

Mons. Delpini prosegue alla guida dell’arcidiocesi ambrosiana

“Si avvicina il giorno del compimento del 75^ compleanno ed ho pensato di chiedere una udienza a papa Leone XIV per sottoporgli alcune mie riflessioni preliminari. In sostanza ho esposto al papa le buone ragioni che consigliano di provvedere alla mia sostituzione durante l’estate 2026. Il papa ha ascoltato con attenzione e benevolenza queste mie riflessioni e ha concluso esprimendo l’orientamento a non accettare le mie dimissioni. Devo quindi prevedere che continuerò a esercitare il mio ministero di arcivescovo di Milano per qualche tempo”: sono state queste le parole con cui mons. Mario Delpini, a conclusione della celebrazione penitenziale per il clero, ha annunciato nei giorni scorsi la decisione del papa di mantenerlo arcivescovo ambrosiano.

Ma ha aggiunto la disponibilità a lasciare l’incarico su richiesta del papa: “Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal Papa e dai suoi collaboratori. Devo, però, dirvi che resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, in questo clero diocesano.

Resto volentieri perché sono onorato di far parte di questo clero, sono edificato, ad esempio, da alcuni confratelli ammalati che vivono la malattia con tanta fortezza. Sono contento di essere qui con voi e con tutto il popolo cristiano… Sarò in ogni caso pronto a lasciare l’incarico quando sarà deciso dal papa e dai suoi collaboratori. Resto volentieri, perché mi sento onorato e grato per quello che sto vivendo in questa Diocesi e tra voi, preti e diaconi, esemplari nella dedizione, capaci di servire veramente le comunità”.

Mentre, nei giorni scorsi, al termine della messa per l’anniversario della morte di don Luigi Giussani ha annunciato la chiusura della fase diocesana dell’inchiesta in vista della beatificazione e della canonizzazione del fondatore di Comunione e Liberazione: “Si affacciano, sull’abisso del cuore umano uomini e donne di Dio, e hanno la libertà e l’audacia di riconoscere nel cuore umano scintille divine. Nel cuore umano, così sbagliato, così cattivo, così insignificante riconoscono tratti dell’immagine di Dio e della vocazione all’amore.

Uomini e donne di Dio sanno dire al cuore umano la parola che riaccende la compassione, la benevolenza, la sete d’infinito, la nostalgia di Dio. E molti uomini e donne si sentono chiamati da questi uomini e donne di Dio ad un’esultanza inaudita, ad una bontà eroica, ad una misura smisurata di umanità. Che cosa si può dire di don Giussani? Forse, semplicemente che è stato un uomo di Dio”.

Don Giussani è stato un ‘uomo di Dio’, perché ha tenuto viva la fraternità: “Si affacciano uomini e donne di Dio sull’abisso enigmatico delle relazioni tra persone, tra gruppi, tra fazioni e si sentono chiamati a mettersi in mezzo per intercedere, per riconciliare, per restituire lo splendore della fraternità e dell’amicizia al convivere in famiglia, nel gruppo, nel movimento…

Uomini e donne di Dio si mettono di mezzo e dicono agli uni e agli altri: come sono grandi l’amore e la grazia che vi unisce! Come sono piccoli i capricci e i puntigli che vi dividono! Praticate, dunque, la via del perdono, lasciatevi riconciliare con Dio! Che cosa si può dire di don Giussani? Forse semplicemente che è stato un uomo di Dio”.

Papa Leone XIV: la Quaresima è un tempo per la comunità

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio di ogni Tempo liturgico, riscopriamo con gioia sempre nuova la grazia di essere Chiesa, comunità convocata per ascoltare la Parola di Dio. Il profeta Gioele ci ha raggiunti con la sua voce che porta ciascuno fuori dal proprio isolamento e fa della conversione un’urgenza inseparabilmente personale e pubblica… Menziona le persone di cui non sarebbe difficile giustificare l’assenza: le più fragili e meno adatte ai grandi assembramenti. Poi il profeta nomina lo sposo e la sposa: sembra chiamarli fuori dalla loro intimità, perché si sentano parte di una comunità più grande”: nell’imposizione delle ceneri papa Leone XIV nella Basilica di Santa Sabina per l’avvio del cammino della Quaresima ha invitato tutti ad ascoltare la Parola di Dio.

Il papa ha sottolineato che la Quaresima è un tempo ‘forte’: “La Quaresima, anche oggi, è un tempo forte di comunità… Sappiamo come sia sempre più difficile radunare le persone e sentirsi popolo, non in modo nazionalistico e aggressivo, ma nella comunione in cui ognuno trova il proprio posto”.

Tempo forte anche per il popolo: “Addirittura, qui prende forma un popolo che riconosce i propri peccati, cioè che il male non viene da presunti nemici, ma ha toccato i cuori, è dentro la propria vita e va affrontato in una coraggiosa assunzione di responsabilità. Dobbiamo ammettere che si tratta di un atteggiamento controcorrente, ma che, quando è così naturale dichiararsi impotenti davanti a un mondo che brucia, costituisce una vera e propria alternativa, onesta e attraente. Sì, la Chiesa esiste anche come profezia di comunità che riconoscono i propri peccati”.

Ed ha messo in guardia dal peccato che nasce dal virtuale: “Certo, il peccato è personale, ma prende forma negli ambienti reali e virtuali che frequentiamo, negli atteggiamenti con cui reciprocamente ci condizioniamo, non di rado all’interno di vere e proprie ‘strutture di peccato’ di ordine economico, culturale, politico e persino religioso.

Opporre all’idolatria il Dio vivente, ci insegna la Scrittura, significa osare la libertà e ritrovarla attraverso un esodo, un cammino. Non più paralizzati, rigidi, sicuri nelle proprie posizioni, ma radunati per muoversi e cambiare. Come è raro trovare adulti che si ravvedono, persone, imprese e istituzioni che ammettono di avere sbagliato!”

Il riconoscere il peccato è una possibilità che Dio offre: “Oggi, fra noi, si tratta proprio di questa possibilità. E non è un caso che numerosi giovani, anche in contesti secolarizzati, avvertano più che in passato il richiamo di questo giorno, il Mercoledì delle Ceneri. Sono loro, infatti, i giovani, a cogliere distintamente che un modo di vivere più giusto è possibile e che esistono delle responsabilità per ciò che nella Chiesa e nel mondo non va”.

Ecco il fondamento missionario della Quaresima: “Occorre, dunque, cominciare da dove si può e con chi ci sta. ‘Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!’ Sentiamo, quindi, la portata missionaria della Quaresima, non certo per distrarci dal lavoro su noi stessi, quanto per aprirlo a tante persone inquiete e di buona volontà, che cercano le vie per un autentico rinnovamento di vita, nell’orizzonte del Regno di Dio e della sua giustizia”.

E’ stato un richiamo alla ‘pedagogia penitenziale’ di papa san Paolo VI: “Noi oggi possiamo riconoscere la profezia che queste parole contenevano, e sentire nelle ceneri che ci sono imposte il peso di un mondo che brucia, di intere città disintegrate dalla guerra: le ceneri del diritto internazionale e della giustizia fra i popoli, le ceneri di interi ecosistemi e della concordia fra le persone, le ceneri del pensiero critico e di antiche sapienze locali, le ceneri di quel senso del sacro che abita in ogni creatura”.

Una profezia in cui si manifesta Dio verso la Pasqua: “Dov’è il loro Dio?, si chiedono i popoli. Sì, carissimi, ce lo chiede la storia, e prima ancora la coscienza: chiamare per nome la morte, portarne su di noi i segni, ma testimoniare la risurrezione. Riconoscere i nostri peccati per convertirci è già presagio e testimonianza di risurrezione: significa infatti non fermarci fra le ceneri, ma rialzarci e ricostruire. Allora il Triduo pasquale, che celebreremo al culmine del cammino quaresimale, sprigionerà tutta la sua bellezza e il suo significato. Lo farà avendoci coinvolto, attraverso la penitenza, nel passaggio dalla morte alla vita, dall’impotenza alle possibilità di Dio”.

In questo cammino i martiri tracciano la strada verso la Pasqua: “I martiri antichi e contemporanei brillano, per questo, come pionieri del nostro cammino verso la Pasqua. L’antica tradizione romana delle stationes quaresimali , di cui questa di oggi è la prima, è educativa: rinvia tanto al muoversi, come pellegrini, quanto alla sosta (statio) presso le ‘memorie’ dei Martiri, su cui sorgono le basiliche di Roma. Non è forse una sollecitazione a metterci sulle tracce delle testimonianze mirabili di cui ormai il mondo intero è disseminato?”

Per questo è importante il digiuno per vedere la novità: “Riconoscere luoghi, storie e nomi di chi ha scelto la via delle Beatitudini e ne ha portato fino in fondo le conseguenze. Una miriade di semi che, anche quando sembravano andare dispersi, sepolti nella terra hanno preparato la messe abbondante che tocca a noi raccogliere.

La Quaresima, come ci ha suggerito il Vangelo, liberandoci dal voler essere visti a tutti i costi, ci insegna a vedere piuttosto ciò che nasce, ciò che cresce, e ci sospinge a servirlo. E’ la sintonia profonda che nel segreto di chi digiuna, prega e ama si stabilisce col Dio della vita, il Padre nostro e di tutti. A Lui riorientiamo, con sobrietà e con gioia, tutto il nostro essere, tutto il nostro cuore”.

E nel messaggio per la ‘Campanha da Fraternidade’ della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile il papa ha scritto: “Con l’intento di animare il popolo fedele in ogni percorso quaresimale, sono più di sessant’anni che la Chiesa in Brasile realizza la Campagna di Fraternità, momento in cui, come comunità di fede, rivolge la sua azione pastorale e caritativa ai poveri, i veri destinatari del nostro amore preferenziale, come ho voluto ricordare nell’Esortazione apostolica Dilexi te: convinti che ‘esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri’, ‘dobbiamo impegnarci sempre di più a risolvere le cause strutturali della povertà’. Analogamente a quanto fatto nel 1993, quest’anno, ispirati dal motto ‘Venne ad abitare in mezzo a noi’, la proposta presentata è di volgere lo sguardo ai nostri fratelli che soffrono per la mancanza di una abitazione dignitosa”.

Il messaggio è stato un invito per una casa dignitosa: “In tal senso, auspico che la riflessione sulla dura realtà della mancanza di un’abitazione dignitosa, che riguarda tanti nostri fratelli, non conduca soltanto ad azioni isolate (indubbiamente necessarie) che vadano in loro aiuto in modo emergenziale, ma generi in tutti la consapevolezza che la condivisione dei doni che il Signore generosamente ci concede non può limitarsi a un periodo dell’anno, a una campagna o ad alcune azioni puntuali, ma deve essere un atteggiamento costante, che ci impegna ad andare incontro a Cristo presente in quanti non hanno dove abitare”.

(Foto: Santa Sede)

Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese

In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:

“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.

Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.

Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.

Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.

Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.

Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.

Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…

Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.

Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa  Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.

Perché tradusse la Bibbia in cinese?

“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.

Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?

“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.

Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?

“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.

Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.

Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.

Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?

“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.

A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?

“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.

(Tratto da Aci Stampa)

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