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Il perdono cambia la vita, ad ottocento anni dal Cantico delle Creature di San Francesco
Il ‘Cantico delle Creature’ (Canticum o Laudes Creaturarum) è un cantico di san Francesco d’Assisi composto intorno al 1224 fra san Damiano e il vescovado di Assisi. E’ il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore. Secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1226.
Per approfondire questo testo poetico, nell’ottocentesimo anniversario ed a dieci anni dall’enciclica ‘Laudato sì’, la parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, ha attivato un percorso di approfondimento, che si concluderà domenica 10 maggio con il giornalista e teologo Diego Mecenero, che racconterà come si sconfigge il bullismo, partendo dall’incontro del santo assisiate con il lupo di Gubbio: ‘San Francesco ed il lupo insieme per sconfiggere il bullismo’.
Nell’incontro precedente l’incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’ dell’Agesci, Alessandra Cetro, ha raccontato il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo’; “Essere ‘artigiani di pace’ significa agire nel quotidiano con gesti concreti, coltivare il rispetto e la comprensione reciproca, promuovere la giustizia e il bene comune. Come ‘artigiani di pace’ continuiamo a immaginare e a sognare un mondo in pace non come utopia, ma come forte necessità e anche promessa per gli uomini e le donne del nostro tempo e quindi ci dedichiamo alla sua costruzione con tenacia, passione e dedizione, sicuri di non essere soli in questo cammino, affidandoci alla guida e alla grazia di Dio Padre”.
Quindi essere ‘artigiani di pace’ è connaturato al perdono, come ha ‘cantato’ san Francesco d’Assisi, nel ‘Cantico delle Creature’, lodando il Signore per coloro che perdonano: oggi è possibile perdonare?
“E’ possibile perdonare a partire da uno sguardo nuovo sul perdono, capendo che il perdono è un dono che facciamo principalmente a noi stessi e poi lo facciamo all’universo, perché accogliamo quello che è accaduto e non si può cambiare, ma scegliamo di non starci più male; scegliamo di aprire alla vita e di continuare a vivere, facendo fiorire il bello. San Francesco diceva ‘laudato sì mio Signore per quelli che perdonano per il tuo amore’; quindi sia dall’ottica di figli di sentirsi amati dall’amore incondizionato di Dio, che porta a perdonare e nell’ottica di essere tutti fratelli e sorelle, quindi imperfetti ed amati, ma anche che perdonano per amore di Dio. Il perdono come gesto nuovo e gratuito; come gesto che apre a qualcosa di nuovo e di insolito nella storia, perché apre alla possibilità”.
Quindi il perdono è un dono per…?
“Esatto: è un dono per… un dono per se stessi e un dono per le persone che ci circondano ed anche per coloro che non vivono più pieni di rabbia ed anche un dono per la società che vive accanto a noi, perché talvolta la cambia. Penso alle famiglie che sono riuscite a perdonare ed a porre fine alle vendette di sangue. Penso al processo di ‘verità e riconciliazione’ avvenuto nel SudAfrica, dove Desmond Tutu affermava che non c’è futuro senza perdono; penso ad Agnese Moro, che è riuscita a perdonare ed avviare un dialogo con chi aveva ucciso suo padre. Penso al perdono di Giovanni Bachelet, ma anche ai familiari delle vittime delle Torri Gemelle, che hanno lavorato ad una risposta nonviolenta al terrorismo. Penso anche ai componenti dei ‘Parents Circle’, che anche adesso vedono genitori israeliani e palestinesi insieme contro la guerra. Genitori che si sono riconosciuti nel dolore comune di aver perso un di figlio. Questi ed altri episodi fanno del perdono un dono per…”.
Quindi il perdono è un’azione educativa?
“L’educazione è, per sua stessa natura, liberante e contribuisce alla costruzione di un’umanità piena e realizzata e perciò pacificata e pacifica. Sottolinea il valore del nostro metodo educativo, che ha
già di per sé un’impostazione nonviolenta e ribadisce la necessità e l’urgenza dell’impegno educativo, cosciente e consapevole, in questa direzione. Basti pensare allo sguardo che riconosce
nell’altro una persona degna di fiducia e di stima.
Per questo occorre, prima di tutto, rifiutare la logica per cui si parla di pace solo quando scoppia una nuova guerra. Vogliamo formare donne e uomini nonviolenti, che abbiano fiducia in sé e negli altri; che sappiano intervenire in modo creativo e personale nella realtà che li circonda, per accrescerne l’umanità; che si impegnino a risolvere attivamente i conflitti senza violenza e prevaricazione, ma facendo leva sulle risorse costruttive già presenti e sviluppandone altre”.
Ed a Rimini è sorta una ‘casa del perdono’: cosa è?
“A Rimini esiste la Casa Madre del Perdono, che insieme ad altre strutture dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII permette ai detenuti, che stanno vivendo gli ultimi anni della loro pena, di scontare questo tempo in comunità, in cui insieme rileggono i propri sentimenti ed il loro vissuto e possono ripartire. In parallelo a queste case di accoglienza è nata anche un’università del perdono, dove si riflette su questo tema, in cui persone della società civile condividono riflessioni e parte della propria vita con i detenuti, in modo da restituire qualcosa che hanno tolto alla società alla società stessa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Antonio Balsamo, un vero cattolico di grande fede dal 7/3/2026 Presidente della Corte Appello di Palermo: anniversario amicizia e comunanza di valori ed interessi, maturate dagli anni ‘80 fino ad oggi
Prima di assumere gli attuali incarichi internazionali, è stato, ripeto, Sostituto Procuratore Generale della Corte Suprema di Cassazione, dove ha trattato numerosi procedimenti in materia di criminalità organizzata, corruzione, terrorismo, reati economici e finanziari, tratta di esseri umani, traffico internazionale di stupefacenti, cooperazione giudiziaria internazionale, svolgendo altresì una intensa attività di risoluzione dei contrasti tra pubblici ministeri.Dal 2011 al 2018 Antonio Balsamo è stato Presidente della Corte di Assise di Caltanissetta, dove ha trattato, e definito in primo grado, i nuovi processi sulla strage di Capaci e sulla strage di Via D’Amelio (c.d. processi “Capaci bis ” e “Borsellino quater”), nei quali sono state ricostruite la deliberazione e l’attuazione della strategia del “terrorismo mafioso”, le motivazioni degli attentati contro i Giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino anche con riferimento alle collusioni tra “Cosa Nostra” e centri di potere esterni, la successiva attività di depistaggio posta in essere da soggetti inseriti in apparati dello Stato.
Ha altresì presieduto la Sezione Misure di Prevenzione, dirigendo attività di indagine e conducendo procedimenti che hanno portato alla confisca di patrimoni illeciti di particolare rilevanza economica. Dal 2007 al 2011 ha prestato servizio come magistrato di tribunale destinato alla Corte di Cassazione, dove ha fatto parte anche del gruppo di lavoro interistituzionale incaricato della implementazione dell’archivio della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo presso il CED. In precedenza, dal 1995 al 2008, è stato giudice del Tribunale di Palermo, dove ha trattato –tra l’altro – il dibattimento nei confronti del …., il processo a carico dei vertici di “Cosa Nostra” per l’omicidio del cronista giudiziario del Giornale di Sicilia Mario Francese, il processo “grande mandamento” relativo alla latitanza di ……, nonché numerosi altri procedimenti relativi a vari delitti di competenza della Corte di Assise.
Il suo primo incarico giudiziario, negli anni 1992-1995, è stato quello di Pretore (figura non più esistente) di Palermo (spesso partecipavo alle sue udienze), dove ha trattato procedimenti per usura, omicidi colposi, infortuni sul lavoro (sulla cui tematica organizzai con il suo supporto giuridico un convegno, cfr. https://gloria.tv/post/th2NDRVvthqA2pCg1zm2V82Fk) diritto penale dell’ambiente (sulle cui basi elaborai, dopo una lezione in merito, una pubblicazione, cfr. https://gloria.tv/post/TBu6ePqoZoM2AhGdFK6YYa8p).
E’ stato altresì Presidente, negli anni 2010-2012, dell’Human Rights Review Panel della Missione EULEX dell’Unione Europea (la più grande missione civile promossa nell’ambito della Politica Europea di Sicurezza e Difesa, con l’obiettivo di assistere e sostenere le autorità del Kosovo nella costruzione di uno Stato di diritto). Ha fatto parte della Commissione ministeriale per la Riforma del Codice Penale, presieduta da Giuliano Pisapia, della Commissione ministeriale per elaborare una proposta di interventi in tema di criminalità organizzata, presieduta da Giovanni Fiandaca ( docente di Diritto penale a Palermo), del Comitato Scientifico del CSM.
È stato incluso nell’elenco di sette membri potenziali del comitato di vigilanza dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) con la Decisione (UE, Euratom) 2016/2011 del Parlamento Europeo, del Consiglio e della Commissione del 13 Luglio 2016 (cfr. la mia lezione in merito pubblicata in rivistahttps://gloria.tv/post/oDekWdndo6Rt3TxVahp8bbpbe). È stato relatore in diversi incontri organizzati da organi del Parlamento europeo a Bruxelles (tra l’altro, su: “Judicial cooperation inthe field of terrorism ” nell’incontro della Commissione Speciale sul terrorismo del 19 Giugno 2018; su “The fight against corruption in the judicial sector: case study of Italy “nell’incontro della ACP-EU Joint Parliamentary Assembly del 22 Marzo 2018; sulla proposta di direttiva sulla lotta alriciclaggio mediante il diritto penale nello shadow meeting della Commissione LIBE del 6 Settembre 2017). Ha preso parte, come esperto, a vari progetti dell’Unione Europea riguardanti la riforma della procedura penale in Bulgaria (2005-2006), la istituzione di un Ufficio del Pubblico Ministero competente per la criminalità organizzata e la corruzione nella Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (2007-2008), la confisca di patrimoni e la riforma della legislazione antimafia in Albania (2015 and 2017), e la Peer Review Mission del programma TAIEX sulla procedura penale e la criminalità organizzata (altro libro di testo di Antropologia criminale in materia redatto con la collaborazione anche degli studenti, compreso Antonio Balsamo, di Giurisprudenza, inoltre svolsi una relazione in anni successivi ad un convegno in merito organizzato dal mio amico Prof. Matteo Croce insieme al Procuratore A. Morvillo, cognato del compianto Giudice Giovanni Falcone il quale saltuariamente svolgeva relazioni presso la nostra cattedra, (cfr. mia relazione in rivista on line https://gloria.tv/post/ppr8b9RjaRCz1QqF69cKVEvE9) in Bosnia ed Erzegovina (2017).
Ha svolto, altresì, l’attività di Consulente dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) nel quadro del progetto ‘Supporting Turkey’s efforts to combat human trafficking “finanziato dall’Unione Europea”. Infine, non posso non citare il testo del suo elogio rivolto al nuovo Presidente palermitano dell’A.N.M. Giudice dott. Giuseppe Tango (collega di mio figlio Riccardo, il più giovane Consigliere della C. A. Palermo) con cui sono pure in contatto (al quale formulo i miei complimenti, sperando che il suo operato incida presto sugli organi competenti, per migliorare la giustizia a favore dei cittadini onesti, cfr. https://www.facebook.com/share/p/18R8Yi38No/) in cui evidenzia che il primo presidente siciliano fu il compianto Giudice Paolo Borsellino, la cui moglie Dr.ssa Agnese Piraino Leto (figlia del Presidente C.A. emerito che conobbi mentre ero Uff. GDF alla legione di Palermo nel 1976) era “Madrina” dei vigili di Palermo mentre ero Dirigente superiore, “ generale “ della polizia municipale di Palermo dal 1996 al 1999, vincitore di concorso nazionale, posto in posizione di comando dalla Corte dei conti): https://palermo.gds.it/articoli/politica/2026/03/28/palermo-il-presidente-balsamo-la-nomina-di-tango-in-continuita-con-i-grandi-valori-della-giustizia-4eb4ab83-06be-4f4b-86fd-288e42c6c924/? fbclid=IwdGRzaAQ3iKBjbGNrBDeIlmV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkDDM1MDY 4NTUzMTcyOAABHrBuLdQ6RxWuuYqc0hvBodhAdbdpThopA-yG5kuGzqwfUwn7kO2B3Jcw-O3p_aem_Xv_9mjGcjteFAqpPx2U_Zg&sfnsn=scwspwa.
Papa Leone XIV non è a favore della guerra
Papa Leone XIV è ritornato a Roma a conclusione del viaggio apostolico in Africa e nel colloquio con i giornalisti ha ribadito che la sua prima missione è l’annuncio del Vangelo, e con una battuta ‘scherzosa’ li ha invitati ad essere preparati per un prossimo viaggio: “Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!”.
Però prima di rispondere alle domande dei giornalisti ha chiarito che il suo punto di vista è quello da papa, che annuncia il Vangelo: “Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come papa, vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’.
E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita”.
Inoltre ha sottolineato il suo ‘dovere’ di parlare con tutti: “E’ importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo.
Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l’altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede”.
La prima domanda al papa è stata rivolta dal vaticanista del Tg1 sulla pace in un mondo in guerra: “Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti.
Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti”.
Ha ribadito la complessità della guerra in Medio Oriente: “La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l’economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra.
Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale”.
Ritornando con il pensiero al viaggio in Libano il papa ha sottolineato l’importanza di ‘proteggere’ gli innocenti, incoraggiando i governanti alla pace: “E’ molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo ‘Benvenuto Papa Leone’, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso.
Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa,(lo dico di nuovo) come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione”.
In vista del prossimo viaggio apostolico in Spagna ancora una domanda sull’immigrazione: “Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il ‘trafficking’, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere”.
Anche se è consapevole che anche nel flusso migratorio c’è bisogno di ‘ordine’ il papa ha chiamato i Paesi più ricchi alla responsabilità: “Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio?”
Ed uno dei modi per diminuire l’emigrazione è garantire i diritti: “L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna…
E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità”.
Infine l’ultima domanda è ritornata sul regime iraniano: “Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone (dal concepimento alla morte naturale) debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Leone XIV: varcate la soglia delle ‘cose nuove’
“E’ per me una grande gioia rivolgermi a voi in questa Università Cattolica dell’Africa Centrale, luogo di eccellenza per la ricerca, la trasmissione del sapere e la formazione di tanti giovani. Esprimo la mia gratitudine alle Autorità accademiche per la loro calorosa accoglienza e per il loro costante impegno al servizio dell’educazione. E’ motivo di speranza che questa istituzione, fondata nel 1989 dall’Associazione delle Conferenze Episcopali dell’Africa Centrale, sia un faro al servizio della Chiesa e dell’Africa, nella sua ricerca della verità e nella promozione della giustizia e della solidarietà”: .nel pomeriggio papa Leone XIV ha incontrato il mondo universitario nell’ateneo cattolico dell’Africa centrale a Yaoundé, individuando nel continente africano ‘il lato oscuro’ delle devastazioni causate ‘dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare’ per le tecnologie.
E’ uno sprone per le università a diventare comunità di ricerca: “Oggi più che mai è necessario che le Università, a maggior ragione gli Atenei cattolici, divengano vere e proprie comunità di vita e di ricerca, che introducano studenti e docenti a una fraternità nel sapere, «per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. Ciò che il Vangelo e la dottrina della Chiesa sono chiamati oggi a promuovere, in generosa e aperta sinergia con tutte le istanze positive che fermentano la crescita della coscienza umana universale, è un’autentica cultura dell’incontro, una cultura anzi, possiamo ben dire, dell’incontro tra tutte le autentiche e vitali culture, grazie al reciproco scambio dei propri rispettivi doni nello spazio di luce dischiuso dall’amore di Dio per tutte le sue creature”.
Citando san Newmann il papa ha esortato il corpo docente universitario ad essere un luogo per l’amicizia: “Difatti, mentre molti nel mondo sembrano perdere i propri punti di riferimento spirituali ed etici, trovandosi imprigionati nell’individualismo, nell’apparenza e nell’ipocrisia, l’Università è per eccellenza un luogo di amicizia, di cooperazione e insieme di interiorità e di riflessione. Alle sue origini, nel Medioevo, i suoi iniziatori le diedero come meta la Verità”.
Ed anche l’Africa può contribuire a realizzare questa nuova amicizia: “Carissimi, l’Africa può contribuire in modo fondamentale ad allargare gli orizzonti troppo angusti di un’umanità che fatica a sperare. Nel vostro magnifico Continente la ricerca è particolarmente sfidata ad aprirsi a prospettive interdisciplinari, internazionali e interculturali. Ed oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede all’interno degli scenari culturali e delle sfide attuali, così da farne emergere la bellezza e la credibilità nei differenti contesti, specialmente in quelli più segnati da ingiustizie, diseguaglianze, conflitti, degrado materiale e spirituale”.
Riprendendo il motto dell’Università il papa ha sottolineato il compito della formazione delle coscienze: “La grandezza di una Nazione non può essere valutata solo in base all’abbondanza delle sue risorse naturali e neppure per la ricchezza materiale delle sue istituzioni. Infatti, nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette, educate alla verità. In questo senso, il motto della vostra Università: ‘Al servizio della verità e della giustizia’, vi ricorda che la coscienza umana, intesa come il santuario interiore ove uomini e donne si scoprono interpellati dalla voce di Dio, è il terreno su cui poggiare le fondamenta giuste e stabili per ogni società.
Formare coscienze libere e santamente inquiete è condizione affinché la fede cristiana appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo e di incoraggiare una ricerca di Dio sempre ulteriore, mai sazia”.
Ecco l’invito a sperimentare ‘cose nuove’ con particolare riferimento ai giovani: “I cristiani, e in modo del tutto speciale i giovani cattolici africani, non devono avere paura delle “cose nuove”. In particolare, la vostra Università può formare pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale, di cui il continente africano conosce bene non soltanto gli aspetti ammalianti, ma anche il lato oscuro delle devastazioni ambientali e sociali procurate dall’affannosa ricerca di materie prime e terre rare. Non guardate dall’altra parte: è un servizio alla verità e all’intera umanità. Senza questa fatica educativa, l’adattamento passivo alle logiche dominanti verrà scambiato per competenza, e la perdita di libertà per progresso”.
E’ un invito ad essere ‘reali’: “Ciò vale tanto più in rapporto alla diffusione dei sistemi di intelligenza artificiale, che organizzano sempre più pervasivamente i nostri ambienti mentali e sociali. Come ogni grande trasformazione storica, anche questa richiede non solo competenze tecniche, ma una formazione umanistica capace di rendere visibili le logiche economiche, i pregiudizi incorporati e le forme di potere che modellano la percezione del reale.
Negli ambienti digitali, strutturati per persuadere, l’interazione viene ottimizzata fino a rendere superfluo l’incontro reale, l’alterità delle persone in carne e ossa viene neutralizzata e la relazione ridotta a risposta funzionale. Carissimi, voi invece siete persone reali! Anche la creazione ha un corpo, un respiro, una vita da ascoltare e da custodire. ‘Geme e soffre’ come ognuno di noi”.
E’ un invito particolare a non vivere in una bolla: “Quando la simulazione diventa norma, l’umana capacità di discernimento si atrofizza e i nostri legami sociali si chiudono in circuiti autoreferenziali che non ci espongono più al reale. Viviamo allora come dentro bolle impermeabili le une alle altre, ci sentiamo minacciati da chiunque sia diverso e ci disabituiamo all’incontro e al dialogo. Così dilagano polarizzazione, conflitti, paure, violenza. Non è in gioco un semplice rischio di errore, ma una trasformazione del rapporto stesso con la verità”.
In ciò consiste la responsabilità dell’Università Cattolica: “E’ proprio in quest’ambito che l’Università cattolica ha il dovere di assumere una responsabilità di primo piano. Non si limita, infatti, a trasmettere conoscenze specialistiche, ma forma menti capaci di discernimento e cuori disposti all’amore e al servizio. Prepara soprattutto i futuri dirigenti, i funzionari pubblici, i professionisti e gli altri futuri attori sociali a svolgere con rettitudine gli incarichi che saranno loro affidati, a esercitare le loro responsabilità con probità, a inserire la loro azione in un’etica al servizio del bene comune”.
In questo processo è fondamentale il ruolo degli insegnanti: “Perciò vi incoraggio a incarnare i valori che desiderate trasmettere, anzitutto la giustizia e l’equità, l’integrità, il senso del servizio e della responsabilità. L’Africa e il mondo hanno bisogno di persone che si impegnino a vivere secondo il Vangelo e a mettere le loro competenze al servizio del bene comune. Non tradite questo nobile ideale! Oltre che guide intellettuali, siate modelli il cui rigore scientifico e la cui personale onestà educhino la coscienza dei vostri studenti”.
Per questo ha chiesto agli africani di liberarsi dalla corruzione: “L’Africa ha infatti bisogno di essere liberata dalla piaga della corruzione. E per un giovane tale consapevolezza deve consolidarsi fin dagli anni della formazione, grazie al rigore morale, al disinteresse e alla coerenza di vita dei propri educatori e insegnanti. Giorno dopo giorno, ponete le fondamenta indispensabili per la costruzione di una coerente identità morale e intellettuale. Testimoniando la verità, specialmente davanti alle illusioni dell’ideologia e delle mode, create un ambiente in cui l’eccellenza accademica si unisce naturalmente alla rettitudine umana”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV in Camerun: la pace deve essere vissuta
“… sono molto felice di entrare in questo Orfanotrofio che è diventato per voi la vostra casa. In questo luogo, è innanzitutto il vostro Padre del Cielo che vi accoglie con amore come suoi figli. Egli vuole manifestarvi la sua tenerezza e stringervi al suo cuore, e anch’io desidero farlo, nel suo Nome. Voi formate una vera famiglia e qui incontrate fratelli e sorelle che condividono con voi una storia dolorosa. E in questa famiglia il vostro Fratello maggiore è Gesù! Questa fraternità riunita attorno a Lui vi rende forti, vi aiuta a portare insieme i pesi della vita e vi fa sperimentare la vera gioia”: con la visita all’orfanotrofio Ngul Zambia si è conclusa la prima giornata in Camerun del papa, seconda tappa del viaggio apostolico in Africa; orfanotrofio che accoglie bimbi e giovani dai 18 mesi ai 20 anni, alcuni abbandonati dalle famiglie, altri disabili o espulsi da istituti per reati o uso di droghe.
E, rivolgendosi a loro, ha detto che Dio non dimentica nessuno: “Cari bambini, so che molti di voi hanno attraversato prove difficili. Alcuni hanno conosciuto il dolore dell’assenza attraverso la perdita dei genitori o dei propri cari. Altri hanno sperimentato la paura, il rifiuto, l’abbandono, la mancanza, l’incertezza. Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite.
Siete portatori di una promessa. Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo. Il Vangelo ci ricorda che Gesù aveva una speciale benevolenza per i bambini come voi, li metteva al centro. Sappiate che Lui guarda ognuno di voi, oggi, con lo stesso affetto”.
Infine ha salutato il personale, gli educatori ed i volontari: “La vostra premura ha il volto della misericordia divina. Attraverso di essa e la vostra dedizione, offrite ben più di un sostegno materiale: offrite a questi bambini una presenza, un ascolto, una famiglia, un futuro. Tramite voi si manifesta la tenerezza di Dio, una tenerezza fedele, che non viene meno nelle prove e non delude mai. Vi ringrazio per tutto ciò che fate e vi invito a perseverare con coraggio in questa bella opera intrapresa”.
Mentre, appena atterrato nella terra camerunese, papa Leone XIV ha incontrato le autorità ed il Corpo democratico, incitandoli a costruire il bene comune: “Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace. La mia visita esprime l’affetto del successore di Pietro per tutti i camerunesi, nonché il desiderio di incoraggiare ciascuno a proseguire, con entusiasmo e perseveranza, nella costruzione del bene comune. Viviamo un tempo, infatti, in cui la rassegnazione dilaga e il senso di impotenza tende a paralizzare il rinnovamento che i popoli avvertono profondamente”.
Nel discorso il papa ha chiesto di ‘rafforzare’ la cooperazione per garantire la libertà e la dignità di ogni persona: “Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace! E’ mio grande desiderio raggiungere il cuore di tutti, in particolare dei giovani, chiamati a dare forma, anche politica, a un mondo più equo. Intendo inoltre manifestare la volontà di rafforzare i legami di cooperazione tra la Santa Sede e la Repubblica del Camerun, fondati sul rispetto reciproco, sulla dignità di ogni persona umana e sulla libertà religiosa”.
E’ stato un invito alla pace ed all’armonia: “Le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro. Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite. Di fronte a situazioni così drammatiche, all’inizio dell’anno in corso ho invitato l’umanità a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia.
Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza”.
Quindi è stato un invito a vivere la pace: “E’ un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva. È responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili. Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini; vale anche nelle relazioni internazionali il comandamento: ama il tuo prossimo come te stesso! Governare significa ascoltare realmente i cittadini, stimare la loro intelligenza e la loro capacità di contribuire a costruire soluzioni durature ai problemi”.
Pace non solo tra nazioni, ma anche pace all’interno della nazione: “Associazioni, organizzazioni di donne e di giovani, sindacati, ONG umanitarie, leader tradizionali e religiosi: tutti svolgono un ruolo insostituibile nella tessitura della pace sociale. Sono loro i primi a intervenire quando sorgono tensioni; sono loro che accompagnano gli sfollati, sostengono le vittime, aprono spazi di dialogo e incoraggiano la mediazione locale. La loro vicinanza al territorio permette di comprendere le cause profonde dei conflitti e di intravvedere risposte adeguate”.
Per questo ha sottolineato l’importanza della società civile: “La società civile contribuisce inoltre a formare le coscienze, a promuovere la cultura del dialogo e il rispetto delle differenze. In questo modo, è al suo interno che si prepara un futuro meno esposto all’incertezza. Vorrei sottolineare con gratitudine il ruolo delle donne.
Spesso, purtroppo, sono le prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di pace. Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli abusi di potere. Anche per questo la loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali”.
Da qui la richiesta del papa: “L’autorità pubblica è chiamata ad essere ponte, mai fattore di divisione, anche dove sembra regnare l’insicurezza. La sicurezza è una priorità, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili. Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte”.
Una pace che nasce dalla testimonianza: “A ben vedere, fratelli e sorelle, le alte cariche che ricoprite esigono una duplice testimonianza. La prima testimonianza si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato a servizio del popolo e specialmente dei più poveri; la seconda testimonianza si realizza collegando le vostre responsabilità istituzionali e professionali a un’integra condotta di vita.
Perché si affermino la pace e la giustizia, infatti, occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di autorevolezza. Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria: il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita in questa terra una benedizione”.
Infine un invito alla Chiesa ed ai giovani: “Grazie a Dio, ai giovani camerunesi non manca una profonda spiritualità, che resiste ancora all’omologazione del mercato. Si tratta di un’energia che rende preziosi i loro sogni, radicati nelle profezie che alimentano la loro preghiera e i loro cuori. Le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà. Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione, la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco.
La Chiesa cattolica in Camerun, attraverso le sue opere educative, sanitarie e caritative, desidera continuare a servire tutti i cittadini senza distinzioni. Desidera collaborare lealmente con le autorità civili e con tutte le forze vive della nazione per promuovere la dignità umana e la riconciliazione. Dove possibile, intende facilitare la cooperazione con altri Paesi e i legami fra i camerunesi nel mondo e le loro comunità di provenienza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV in Africa, missionario di fede e speranza
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, ed il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato Enrico Casale, collaboratore di ‘Africa Rivista’: “La visita di papa Leone XIV riveste un significato profondo per il continente africano. Il pontefice, fin dal giorno del suo insediamento, avvenuto lo scorso 8 maggio, ha promosso instancabilmente la cultura della pace. In un’Africa ferita da conflitti decennali (Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Somalia…), le sue parole possono stimolare credenti e laici verso la riconciliazione in territori martoriati. Per le comunità cattoliche, la presenza del Santo Padre è inoltre il segno tangibile della vicinanza del successore di Pietro. Una testimonianza cruciale che raccoglie l’eredità dei predecessori, come papa Francesco, che volle aprire la Porta Santa proprio in una Repubblica Centrafricana sconvolta dalla guerra civile”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“In un mondo in cui le fedi vengono troppo spesso ridotte a ideologie politiche e trasformate in pretesti di odio, il confronto costante diventa la via maestra per disinnescare l’uso distorto delle religioni e riaffermare il messaggio di concordia di cui sono portatrici. Tale impegno è ancora più vitale in un continente come l’Africa, dove da secoli convivono popolazioni di credo differente: una coesistenza che, se ben orientata, rappresenta una ricchezza per la società e una spinta per la crescita umana globale”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“Come accennato, la religione è sempre più interpretata in chiave ideologica e posta in contrapposizione alle altre fedi. In questo scenario, i cristiani diventano vittime di un odio irrazionale, incapace di riconoscere nell’altro una risorsa. In diversi Paesi, inoltre, il cristiano è erroneamente percepito come l’erede delle potenze coloniali, dunque un elemento estraneo. Si tratta di una visione storicamente falsa: l’Africa è stata una delle prime terre di evangelizzazione. Non va dimenticato che in Egitto visse uno dei quattro evangelisti e nacque, con sant’Antonio Abate, il monachesimo. In Algeria vide la luce sant’Agostino, mentre l’Etiopia, grazie a san Frumenzio, divenne uno dei primi Paesi cristiani in cui la fede ha intessuto profondamente spiritualità e cultura”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“In Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale il papa incontrerà nazioni potenzialmente ricche, dove però le risorse sono mal distribuite e la povertà opprime gran parte della popolazione. Ciò genera tensioni latenti che rischiano di sfociare in scontri aperti. La speranza è che il pontefice solleciti una maggiore giustizia sociale, presupposto essenziale per la stabilità. In Algeria, la piccola comunità cristiana auspica che la presenza di papa Leone XIV valorizzi il proprio contributo come elemento cardine per lo sviluppo sociale. Il papa, che proviene dalla congregazione degli agostiniani, sottolineerà certamente l’esempio di sant’Agostino (filosofo, teologo, monaco e mistico) quale pilastro della tradizione storica e religiosa del Paese”.
Cosa significa essere missionari di speranza?
“Oggi i missionari devono farsi portatori di fiducia, specialmente in contesti lacerati da violenze e indigenza. Di quale speranza si parla? Di quella evangelica, che riafferma il valore sacro dell’uomo laddove la vita sembra non contare nulla; della necessità di edificare sistemi economici equi, lì dove le sperequazioni dominano la sfera pubblica; di una politica capace di armonizzare le diversità anziché esasperarle. Essere missionari significa, infine, testimoniare una fede che sappia scorgere nel prossimo, a prescindere dal credo, una ricchezza umana e un autentico spirito di fratellanza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV in Africa per essere messaggero di pace
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, e il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato il comboniano p. Elio Boscaini, collaboratore della rivista ‘Nigrizia’, missionario in Burundi (espulso nel 1977 con altri confratelli) e poi in Benin e nel Togo, che fornisce anche i numeri della presenza cattolica nel continente: “E’ questo il primo viaggio internazionale di papa Leone XIV (la visita al principato di Monaco è come una visita a una diocesi italiana; il suo viaggio a Nicea, per i 1700 anni del Credo, e Libano era una eredità di papa Francesco cui papa Leone XIV non ha inteso sottrarsi). Per noi missionari la scelta è molto significativa: l’Africa è il continente in cui la crescita cattolica nel mondo è più significativa (più di 8.000.000 di nuovi fedeli l’anno).
dLa Chiesa in Africa vive un vero boom, con tassi di espansione intorno al 3% annuo. Si calcola che a fine 2025 ci fossero in Africa oltre 230.000.000 cattolici. Cresce anche il numero dei seminaristi e delle religiose, oltre al numero di sacerdoti: in flessione importante nelle Chiese di antica tradizione, aumenta in Africa di più di 1600 nuove unità l’anno. Anche il numero dei vescovi cresce, come papa Leone XIV ben sa per aver retto il Dicastero dei vescovi, anche se per un breve periodo, come card. Prevost, prima di essere eletto papa”.
Quindi un viaggio apostolico con il filo conduttore della pace?
“Il papa va in Africa quale pellegrino di pace, perché sa che il continente è attraversato da conflitti senza fine che provocano sofferenze immani. Sono in corso oltre una dozzina di conflitti armati principali e decine di crisi minori, rendendo il continente una delle aree più instabili al mondo. Le zone più colpite includono il Sahel, il Corno d’Africa, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan (un conflitto devastante tra fazioni che dura ormai da tre anni), spesso caratterizzate da terrorismo, guerre civili e conflitti interetnici.
Tanti, troppi sono inoltre i Paesi d’Africa che vivono situazioni di crisi umanitaria grave che purtroppo in Occidente facciamo finta di ignorare o ignoriamo del tutto. Lui sa che la prima causa delle miserie dell’umanità sofferente, anche in Africa è la guerra. Non visita paesi in guerra dichiarata (ad eccezione in parte del Camerun che vive una situazione di guerra civile con le due province anglofone dell’ovest), ma in tutti e quattro i Paesi in cui si sta per recare, i diritti umani non sono certo al top degli interessi dei reciproci governi.
Importante questo viaggio perché papa Leone XIV attira l’attenzione del mondo sull’Africa e la sua gente. La gente vede nel vescovo di Roma un difensore, un vero uomo di quella ‘pace disarmata e disarmante’, come l’ha definita nel suo presentarsi al mondo sulla loggia di san Pietro la sera dell’8 maggio 2025”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“Sulle tracce di san Francesco che aveva una fede incrollabile nella necessità del dialogo interreligioso per la pace (suo viaggio a Damietta per incontrare, in piena crociata, il sultano) , anche papa Leone XIV con questo viaggio si immerge in un paese musulmano. Da 40 anni l’Algeria chiedeva una visita papale. E’ infatti ad Algeri che, da papa, Prevost incontra l’Africa per la prima volta. L’Algeria è un paese musulmano al 99%. Suo scopo primo non è il dialogo interreligioso. La piccola comunità cattolica (composta da circa 5.000 fedeli, cioè lo 0,01% della popolazione, è composta prevalentemente da studenti e intellettuali e migranti subsahariani e un esiguo numero di locali) vive già la sua vocazione all’incontro.
Papa Leone XIV vi va per incontrare Agostino d’Ippona, il grande vescovo africano, padre della Chiesa, a cui l’ordine religioso cui appartiene, gli agostiniani, si ispira. Ad Annaba (la Ippona, sede episcopale di Agostino, non lontana da Tagaste, oggi Souk Harras, dove il santo era nato nel 354), Prevost era già stato in quanto superiore degli agostiniani. L’Algeria aveva aperto uno spiraglio sul suo passato cristiano accogliendo Agostino come figlio del paese (lo aveva fatto l’allora presidente Bouteflika). Santa Monica, berbera e madre di Agostino, contribuiva con il figlio, a riabilitare i berberi come popolo originario d’Algeria…
E’ bene ricordare che papa Leone è stato eletto l’8 maggio, il giorno della festa liturgica dei 19 beati martiri d’Algeria (in quel giorno del 1994 sono stati trucidati i primi due martiri). Tra loro c’è Christian de Chergé (rapito con altri suoi 6 fratelli nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996, e le loro teste ritrovate il 21 maggio seguente), il priore del monastero trappista di Tibhirine.
Con il suo messaggio sulla ‘pace disarmata e disarmante’, ripetuto anche il 1^ gennaio di quest’anno, il papa ha ripreso il significato di una delle espressioni di frère Christian che, dopo essersi trovato di fronte a un terrorista la notte di Natale 1993, aveva detto: ‘La mia preghiera è: disarmalo. Ma poi non posso semplicemente domandare di disarmarlo senza chiedere di disarmarmi e di disarmarci’. Papa Leone XIV sa di essere il primo papa a visitare l’Algeria. Evidente che Algeri giocherà questa visita un po’ contro il Marocco (visitato da papa Francesco) per la questione del Sahara Occidentale con cui l’Algeria è schierata”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“E’ vero che i cristiani in Africa, in alcuni Paesi specialmente, affrontano molte difficoltà nell’esercizio concreto della loro fede. Che sia, l’Africa, terra di martirio, non c’è dubbio. Lo è stata nei primi secoli del cristianesimo -quei martiri rappresentano una testimonianza fondamentale della diffusione del cristianesimo nel Nord Africa romano; tra i più celebri si annoverano i Martiri scillitani (180 d.C.), Perpetua e Felicita (203 d.C.), san Cipriano (258 d.C.) e i 49 martiri di Abitene (304) ‒ e lo è nell’epoca che è la nostra (senza risalire ai martiri d’Uganda, frutto dei primi anni dell’evangelizzazione in epoca moderna delle terre nel centro geografico del continente). Nel 1996, oltre a mons. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano (Algeria) ucciso il 1 agosto (ultimo dei 19 martiri a essere ucciso), venivano uccisi altri due vescovi: Joachim Ruhuna, arcivescovo cattolico burundese di etnia tutsi ‒ noto per essere stato un coraggioso difensore dei diritti umani e un operatore di pace durante i conflitti etnici in Burundi (è considerato un ‘martire della solidarietà’ per aver pagato con la vita la sua denuncia delle violenze nel paese), ucciso il 9 settembre ‒ ed il congolese gesuita mons. Christophe Munzihirwa Mwene Ngabo, arcivescovo di Bukavu (Repubblica democratica del Congo), noto come il ‘Romero del Congo’ per la sua strenua difesa dei diritti umani e dei poveri durante la prima guerra del Congo, assassinato il 29 ottobre 1996.
Perché perseguitati? Fondamentalmente perché costituiscono una spina nel fianco dei poteri. Predicano e vivono solidarietà, uguaglianza, diritti, accoglienza, stessa dignità, rispetto per tutti, libertà, pace…Ciò dà fastidio ai potenti. Soprattutto se i loro vescovi, ben preparati, e oggi quasi tutti africani, non stanno zitti e denunciano senza mezzi termini l’oppressione, i giochi di potere sulle spalle della gente e l’impoverimento del loro popolo. Un solo esempio: i vescovi della Repubblica democratica del Congo che tengono testa al presidente Félix Tshisekedi. Per loro è chiaro di chi è la colpa del marasma in cui vive il paese.
Non è necessariamente all’odium fidei che è legato il loro essere perseguitati. Ci sono anche ragioni a volte legate a sequestri per avere un riscatto (vedi Nigeria…). Ma che poi sia Trump a intervenire per proteggere i cristiani nel nord della Nigeria bombardando…non c’è nulla di più lontano dalla fede appresa dal Maestro di Nazaret che altro non ci insegna che la nonviolenza e l’amore per i nemici”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“Le speranze dei cristiani sono tante, ma una in particolare: che la visita del vescovo di Roma porti pace, rispetto e ascolto degli ultimi, dei più poveri. Le folle che accoglieranno festanti papa Leone XIV (non gli verranno risparmiati i bagni di folla, anche se Prevost li vivrà con maggiore sobrietà del suo predecessore…), non gli sembreranno molto diverse da quelle che ha amato e servito da vescovo in Perù e che in libertà ha accolto anche nel loro modo tradizionale di esprimere la fede. Sono folle di diseredati, povera gente, spesso disprezzata, dimenticata, tenuta lontano dalla condivisione delle ricchezze che comunque questi paesi hanno. Ma che anche lui, come papa Francesco, riscopre come poeti sociali.
Ad accezione dell’Algeria (dove l’esercito detiene un ruolo centrale e dominante nel sistema politico, agendo come vero ‘arbitro’ del potere. Sebbene formalmente il Paese sia una repubblica con il presidente Abdelmadjid Tebboune, rieletto nel 2024, l’alto comando militare esercita un’influenza decisiva sulle principali decisioni politiche ed economiche), il papa visita paesi sì diversi ma accomunati dal fatto di essere delle dittature. Dittature personali per il Camerun (il presidente Paul Biya è lo stesso dal 6 novembre 1982 ed oggi ha più di 90 anni!) e la Guinea Equatoriale (Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è al potere dal 3 agosto 1979, risultando il leader africano e mondiale più longevo) e dittatura in Angola del partito (il Movimento popolare di liberazione dell’Angola, Mpla, partito che governa ininterrottamente il paese fin dalla sua indipendenza dal Portogallo nel 1975).
Papa Leone XIV è anche un capo di stato benché infimo per superficie, quindi si accompagnerà obbligatoriamente a questi ‘dittatori’. Ma è anche un papa ‘religioso agostiniano’ e quindi non dimentica che il suo messaggio non è innanzitutto per i governanti (sì anche questo) ma per ‘il popolo santo e fedele di Dio’, come ci aveva abituati a chiamare la gente papa Francesco, che vive una situazione di grande povertà e incertezza per il futuro.
Quanto all’appartenenza religiosa: in Camerun, i cattolici rappresentano una parte significativa della popolazione, stimata tra il 36% e il 40% (su una popolazione di 28.000.000 abitanti); in Angola, il cattolicesimo è la religione maggioritaria, professata da circa la metà della popolazione; nella piccola Guinea Equatoriale, la Chiesa cattolica è la confessione maggioritaria in Guinea Equatoriale (abbracciando circa l’87-94% della popolazione, stimata in 1.700.000 abitanti). Nella parte subsahariana del continente, la Chiesa è cosciente che tanti suoi fedeli vivono di una doppia appartenenza: alla fede cattolica e alla tradizione cultural-religiosa ancestrale”.
Cosa significa essere missionari di speranza in Africa?
“I missionari italiani nel mondo sono una gran bella realtà che onora il nostro paese. Sono contati attorno ai 7.000 (4.000 sacerdoti, fratelli e religiose e 3.000 laici, anche professionisti medicosanitari) e la gran parte impegnata in Africa. Promuovono lo sviluppo sociale, tessono fili di dialogo interreligioso (servono le comunità locali in territori diversissimi, nei campi dell’educazione, formazione professionale e assistenza sanitaria).
Essere missionari di speranza in Africa significa solidarizzare con la fede attiva e resiliente della gente, che sa trasformare i momenti difficili, le grandi difficoltà in opportunità di testimonianza, fondandosi sulla certezza che Dio è là, presente anche nelle loro situazioni di sofferenza. Speranza che non è sempliciotto ottimismo, ma un dono di Dio che spinge al fare, al perdono e alla costruzione della pace in contesti spesso segnati da conflitti e povertà. Ogni missionario/missionaria ha mille fatti da raccontare su come la gente sa perseverare, perdonare, riconciliarsi, non abbattersi, credere che il domani sarà comunque migliore…Sì, gli africani si vogliono ‘sentinelle’ di un futuro migliore, testimoni di pace e riconciliazione.
Essere cristiani di speranza comporta il coraggio di amare e perdonare, agendo come costruttori di pace e giustizia sociale, specialmente in aree del continente colpite da crisi. Nella solidarietà comunitaria, perché l’ubuntu è quella ‘filosofia’ dell’Africa subsahariana, che dice che ‘io sono perché noi siamo’ quindi condivisione e rispetto reciproco, perché mi realizzo solo in una comunità, promuovendo empatia, compassione e armonia sociale. Ecco perché educazione, salute, aiuto ai poveri… sono segno tangibile dell’amore di Dio.
Questo è espresso nelle loro liturgie vivaci, coloratissime, festose sempre: la gioia profonda del vangelo, di quella fede che celebrando Cristo risorto tira la forza motrice per superare le avversità. Papa Benedetto XVI non ha forse descritto l’Africa come una ‘speranza per il futuro della Chiesa’? Se lo diceva lui da buon tedesco, dobbiamo credere che la vitalità della fede cristiana in Africa offre un modello di vita e di spiritualità a tutto il mondo, specialmente in Occidente”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: la santità è costitutiva della Chiesa
“A seguito di queste ultime ore di grande tensione per il Medio Oriente e per tutto il mondo, accolgo con soddisfazione e come segno di viva speranza, l’annuncio di una tregua immediata di due settimane. Solo attraverso il ritorno al negoziato si può giungere alla fine della guerra. Esorto ad accompagnare questo tempo di delicato lavoro diplomatico con la preghiera, auspicando che la disponibilità al dialogo possa divenire lo strumento per risolvere le altre situazioni di conflitto nel mondo. Rinnovo a tutti l’invito a unirsi a me nella Veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di San Pietro sabato 11 aprile”.
Con queste parole al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha espresso soddisfazione per l’annuncio del presidente Trump di un ‘cessate il fuoco’ di due settimane, dopo aver pronunciato ieri parole duro contro chi alimentava la guerra: “Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo d’Iran e questo veramente non è accettabile. Iniziamo al dialogo. Come risolvere i problemi senza arrivare a questo punto. Invece siamo qui: bisogna pregare tanto, vorrei invitare tutti a pregare ma anche a cercare come comunicare forse con i congressisti, con le autorità, a dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace. Siamo un popolo che ama la pace e c’è tanto bisogno di pace nel mondo”.
Mentre nell’udienza generale ha continuato la catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’, riguardante la vocazione alla santità: “La santità, secondo la Costituzione conciliare, non è un privilegio per pochi, ma un dono che impegna ogni battezzato a tendere alla perfezione della carità, ossia alla pienezza dell’amore verso Dio e verso il prossimo. La carità è, infatti, il cuore della santità alla quale tutti i credenti sono chiamati: infusa dal Padre, mediante il Figlio Gesù, questa virtù ‘regola tutti mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine’… Questa disponibilità alla testimonianza si avvera ogni volta che i cristiani lasciano segni di fede e d’amore nella società, impegnandosi per la giustizia”.
Ed ha ribadito che la santità della Chiesa è costitutiva: “La Lumen gentium descrive la santità della Chiesa cattolica come una sua caratteristica costitutiva, da ricevere nella fede, in quanto essa è creduta ‘indefettibilmente santa’: ciò non significa che lo sia in maniera piena e perfetta, ma che è chiamata a confermare questo dono divino durante il suo pellegrinaggio verso la meta eterna, camminando ‘fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio’. La triste realtà del peccato nella Chiesa, cioè in tutti noi, invita ciascuno a condurre un serio cambiamento di vita, affidandoci al Signore, che ci rinnova nella carità”.
Tale ‘caratteristica’ è essenziale per la vita cristiana: “Proprio questa grazia infinita, che santifica la Chiesa, ci consegna una missione da compiere giorno dopo giorno: quella della nostra conversione. Perciò la santità non ha soltanto natura pratica, come se fosse riducibile a un impegno etico, per quanto grande, ma riguarda l’essenza stessa della vita cristiana, personale e comunitari”.
Ed all’interno della vita cristiana è importante anche la vita consacrata: “Nel popolo santo di Dio essa costituisce un segno profetico del mondo nuovo, sperimentato nel qui ed ora della storia. Infatti, segni del Regno di Dio, già presente nel mistero della Chiesa, sono quei consigli evangelici che danno forma ad ogni esperienza di vita consacrata: la povertà, la castità e l’obbedienza”.
Quindi le virtù sono ‘doni’ per conservare la libertà: “Queste tre virtù non sono prescrizioni che incatenano la libertà, ma doni liberanti dello Spirito Santo, attraverso i quali alcuni fedeli sono consacrati totalmente a Dio. La povertà esprime il pieno affidamento alla Provvidenza, liberando dal calcolo e dal tornaconto; l’obbedienza ha per modello il dono di sé che Cristo ha fatto al Padre, liberando dal sospetto e dal predominio; la castità è la donazione di un cuore integro e puro nell’amore, a servizio di Dio e della Chiesa”.
Attraverso questo stile di vita passa la vocazione alla santità: “Conformandosi a questo stile di vita, le persone consacrate testimoniano l’universale vocazione alla santità di tutta la Chiesa, nella forma di una sequela radicale. I consigli evangelici manifestano la partecipazione piena alla vita di Cristo, fino alla croce: è proprio dal sacrificio del Crocifisso che tutti veniamo redenti e santificati!
Contemplando questo evento, sappiamo che non c’è esperienza umana che Dio non redima: persino la sofferenza, vissuta in unione con la passione del Signore, diventa via di santità. La grazia che converte e trasforma la vita ci rafforza così in ogni prova, indicandoci come meta non un ideale lontano, ma l’incontro con Dio, che si è fatto uomo per amore”.
(Foto: Santa Sede)
Da Monaco papa Leone XIV invita a non cedere all’idolatria
A conclusione della celebrazione eucaristica papa Leone XIV è ritornato a Roma dalla visita apostolica nel Principato di Monaco, dove era stato accolto con canti, danze e testimonianze. Quindi nello stadio ‘Louis II’ papa Leone XIV si è chiesto il motivo per cui Gesù è stato condannato a morte:
“Perché ha risuscitato Lazzaro dalla morte; perché ha ridato vita al suo amico, davanti alla cui tomba pianse, unendosi al dolore di Marta e Maria. Proprio Gesù, che è venuto nel mondo per liberarci dalla condanna della morte, alla morte viene condannato. Non si tratta di una fatalità, ma di una volontà precisa e ponderata”.
Il motivo è prettamente ‘politico’, in quanto il ‘potere’ è attanagliato dalla paura: “Il verdetto di Caifa e del sinedrio nasce infatti da un calcolo politico, che ha alla base la paura: se Gesù continuasse a dare speranza, trasformando il dolore del popolo in gioia, ‘verranno i romani’ e devasteranno il paese. Invece di riconoscere nel Nazareno il Messia, cioè il Cristo tanto atteso, i capi religiosi vedono in Lui una minaccia.
Il loro sguardo è distorto, al punto che sono proprio i dottori della Legge a violarla. Dimenticando la promessa di Dio al suo popolo, essi vogliono uccidere l’innocente, perché dietro la loro paura c’è l’attaccamento al potere. Se però gli uomini scordano la Legge che comanda di non uccidere, Dio non scorda la promessa che prepara il mondo alla salvezza”.
Il potere infatti è ossessionato dalla vita: “Siamo così testimoni di due moti opposti: da una parte la rivelazione di Dio, che mostra il suo volto come Signore onnipotente e salvatore, dall’altra l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli. Non è quello che accade oggi? Al loro punto d’incrocio sta il segno di Gesù: dare la vita”.
La vita come segno di contraddizione: “E’ un segno che trova nel risuscitato Lazzaro il suo anticipo, la profezia più prossima di quel che al Cristo accadrà nella sua passione, morte e risurrezione. In quella Pasqua, il Figlio porterà a compimento l’opera del Padre con la potenza dello Spirito Santo: come all’inizio dei tempi Dio ha dato vita all’essere dal nulla, così nella pienezza dei tempi riscatta ogni vita dalla morte, che ne rovina il creato”.
Una vita testimoniata dalla giustizia: “Da questa redenzione vengono la gioia della fede e la forza della nostra testimonianza, in ogni luogo e in ogni tempo. Nella storia di Gesù è infatti riassunta la vicenda di tutti noi, a cominciare dai più piccoli e oppressi: ancora oggi, quanti calcoli si fanno nel mondo per uccidere innocenti; quante finte ragioni si pretendono per toglierli di mezzo! Davanti all’insistenza del male, però, sta l’eterna giustizia di Dio, che sempre ci riscatta dai nostri sepolcri, come con Lazzaro, e ci dona nuova vita”.
Infatti la vita è possibile solo grazie alla misericordia: “Il Signore libera dal dolore infondendo speranza, converte la durezza di cuore trasformando il potere in servizio, proprio mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia. E’ la misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità. Come ci ha insegnato Papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto”.
Quindi la salvezza rende possibile la liberazione, consentendo l’abbattimento degli ‘idoli’: “Anzitutto, la liberazione assume la forma di una purificazione dagli ‘idoli’, dagli ‘abomini’. Che cosa sono? Con questo termine, il profeta indica tutte quelle cose che rendono schiavo il cuore, che lo comprano e lo corrompono. La parola idolo significa ‘piccola idea’, cioè una visione diminuita, che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente, trasformandolo in un oggetto, ma la mente dell’uomo”.
Quindi la salvezza consente un ampio sguardo della realtà: “Gli idolatri sono dunque persone di corte vedute: guardano a ciò che rapisce i loro occhi, annebbiandoli. E così, proprio le cose grandi e buone di questa terra diventano idoli, trasformandosi in forme di schiavitù non per chi ne è privo, ma per chi se ne ingozza, lasciando il prossimo nella miseria e nella mestizia. L’affrancamento dagli idoli è allora liberazione da un potere che si è fatto predominio, dalla ricchezza che degrada in bramosia, dalla bellezza truccata in vanità”.
E con una citazione di sant’Agostino il papa ha invitato a non cedere all’idolatria bellica: “Il Signore cambia la storia del mondo chiamandoci dall’idolatria alla vera fede, dalla morte alla vita. Perciò, cari fratelli e sorelle, dinanzi alle molte ingiustizie che feriscono i popoli e alla guerra che dilania le nazioni, si leva costante la voce del profeta Geremia, proclamata oggi come salmo: ‘Cambierò il loro lutto in gioia / li consolerò e li renderò felici, senza afflizioni’.
La purificazione dall’idolatria, che rende gli uomini schiavi di altri uomini, si compie come santificazione, dono di grazia che rende gli uomini figli di Dio, fratelli e sorelle tra di loro. Questo dono illumina il nostro presente, perché le guerre che lo insanguinano sono frutto dell’idolatria del potere e del denaro. Ogni vita spezzata è una ferita al corpo di Cristo. Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere”.
E’ stato un invito a guardare sempre più alla resurrezione compiuta in Lazzaro: “Nella lunga Quaresima del mondo, proprio mentre il male imperversa e l’idolatria rende indifferenti i cuori, il Signore prepara la sua Pasqua. Il segno di quest’evento è l’uomo: è Lazzaro, chiamato dal sepolcro; siamo noi, peccatori perdonati; è il Crocifisso Risorto, autore della salvezza. Egli è ‘la via, la verità e la vita’, che sostiene il nostro pellegrinaggio e la missione della Chiesa nel mondo: donare la vita di Dio. Compito sublime e impossibile, senza donare la nostra vita al prossimo. Compito appassionante e fecondo, quando il Vangelo illumina i nostri passi”.
(Foto: Santa Sede)



























