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A Bologna la beatificazione di tre sacerdoti con l’amore per il popolo

“Nel medesimo periodo di cinque anni or sono giunsi qui per la beatificazione di don Giovanni Fornasini. Torno, dunque, con emozione in questa Basilica di San Petronio per presiedere, a nome del Papa, il rito della beatificazione di altri tre sacerdoti martiri e celebro con voi la Santa Eucaristia avendo l’animo colmo di gratitudine: in questo Sacramento, dove annunciamo la morte del Signore e proclamiamo la sua risurrezione, trova il suo significato più profondo anche la vicenda dei nuovi Beati: don Ubaldo Marchioni, sacerdote diocesano, don Elia Comini, salesiano, e padre Martino Capelli, dehoniano”: nella basilica di san Petronio a Bologna, a conclusione del festival francescano, si è svolta domenica 27 settembre la messa per la beatificazione dei preti martiri di Monte Sole: don Ubaldo Marchioni, presbitero dell’Arcidiocesi di Bologna, don Elia Comini, salesiano, e padre Martino Capelli, dehoniano.

La liturgia è stata presieduta dal card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi e delegato di papa Leone XIV per questa celebrazione, con oltre 150 concelebranti, fra i quali il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, ed il card. Ángel Fernández Artime, attualmente pro-prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita Apostolica e già Rettor Maggiore della Congregazione Salesiana. Presenti anche mons. Antonio Sozzo, arcivescovo titolare di Concordia e Nunzio Apostolico, mons. Claudio Stagni, vescovo emerito di Faenza-Modigliana, mons. Mario Toso, vescovo emerito di Faenza-Modigliana, mons. Andrea Turazzi, vescovo emerito di San Marino-Montefeltro, e mons. Michele Morandi, vescovo di Faenza-Modigliana, mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, e mons. Enrico Dal Covolo, vescovo titolare di Eraclea e Assessore emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Presenti fra i concelebranti anche il salesiano mons. Ignazio Bedini, arcivescovo emerito di Isphan (Iran), il dehoniano mons. José Alfredo Caires de Nobrega, vescovo di Mananjary (Madagascar), ed il saveriano mons. Natale Paganelli, vescovo titolare di Gadiaufala e già Amministratore Apostolico di Makeni (Sierra Leone). Insieme a loro hanno concelebrato anche p. Carlos Luis Suárez Codorniú, Superiore Generale dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani), e don Fabio Attard, Rettor Maggiore della Società Salesiana.

Nell’omelia il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi ha ricordato un momento personale: “Le loro vicende ci riportano a uno dei momenti più tragici e confusi della nostra storia: l’eccidio di Monte Sole, che molti conoscono come l’eccidio di Marzabotto. Più di dieci anni fa lessi la loro storia in un libro dal titolo Le querce di Monte Sole: un’immagine eloquente di uomini rimasti saldi mentre tutto sembrava crollare. Celebrando il loro martirio, noi annunciamo la loro partecipazione alla morte del Signore; ma proclamiamo anche la verità della sua risurrezione”.

Quindi il ricordo di un martirio è anche un momento di festa: “Da secoli la liturgia della Chiesa fa risuonare, nella memoria dei martiri, un antico inno che oggi sembra composto proprio per questi tre nuovi Beati: ‘Cantiamo con voci festose il sangue versato per Cristo, la vittoria dei martiri, la corona preparata nei cieli per loro’. Umanamente questo canto appare quasi un paradosso: come si può parlare di gioia davanti al sangue innocente? La risposta non nasce dall’esaltazione della sofferenza, ma dal mistero di Cristo, secondo le parole che abbiamo ascoltato da san Paolo…

Vuol dire che il segreto dei martiri non è l’eroismo, ma l’amore che si svuota di sé. L’antico inno aggiunge che, agli occhi del mondo, la morte dei martiri può sembrare come una pianta senza frutto né fiore; eppure proprio quel vuoto è diventato il luogo in cui Dio ha fatto fiorire la carità. Come Cristo non trattenne nulla per sé, così don Ubaldo, don Elia e padre Martino non trattennero neppure la propria vita”.

Ecco una sottolineatura importante per la santità: “Avrebbero potuto fuggire. Nei giorni terribili dei rastrellamenti la via della salvezza era ancora aperta. Molti, mossi da sincero affetto, li esortavano a mettersi in salvo. Sarebbe stata una scelta umanamente comprensibile. Ma proprio in quel bivio essi riconobbero un’altra voce: quella che il Vangelo ci ha fatto ascoltare oggi…

Don Ubaldo, don Elia e padre Martino compresero che la voce del Buon Pastore non li chiamava lontano dal pericolo, ma accanto al loro popolo. Il gregge era impaurito, disperso, indifeso; il vero pastore, però, non abbandona le pecore quando arrivano i lupi. Per questo rimasero. Rinunciarono liberamente alla propria sicurezza per condividere fino in fondo la sorte dei fratelli loro affidati. Fratelli e sorelle, qui si manifesta la bellezza della loro santità”.

Tre sacerdoti che hanno scelto di stare con il popolo: “Guardiamo a don Ubaldo Marchioni. Poteva salvarsi; preferì restare accanto alla sua gente. Cadde sui gradini dell’altare, quasi offrendo la propria vita insieme al sacrificio eucaristico… Don Ubaldo aveva appena ventisei anni! Con lui guardiamo a don Elia Comini. Dopo aver celebrato quella che sarebbe stata l’ultima Messa della sua vita, si lasciò davvero spezzare, come il pane eucaristico, per la salvezza del suo popolo. E contempliamo padre Martino Capelli. La sua fedeltà sacerdotale divenne testimonianza del Cuore aperto di Cristo: rimase presente come pastore, come fratello e come uomo di Dio. Nessuno dei tre volle sottrarsi alla sorte della propria comunità. Scelsero semplicemente di restare”.

Questo è il ‘profumo’ dei pastori, che non abbandonano il gregge e non chiedono vendetta: “Oggi, celebrando la beatificazione di questi martiri, comprendiamo che le loro vite non sono state spezzate dal male, ma portate a compimento dall’amore. Per questo il loro sangue non grida vendetta, ma annuncia Cristo. E’ il profumo di una Chiesa che non fugge, che non abbandona, che rimane solidale accanto a chi soffre. Come ha scritto il fratello cardinale arcivescovo, la testimonianza di chi ha scelto di restare con la propria comunità interpella profondamente anche noi: ci chiede di scegliere con decisione la pace, di unire le nostre energie a quanti lavorano per disarmare i cuori e le mani, di disinnescare l’ostilità con il dialogo e di custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia”.

(Arcidiocesi di Bologna)

Papa Leone XIV invita a ‘coltivare’ il bene comune  

“Dedicando il secondo capitolo alla ‘comunità umana’, la Costituzione ‘Gaudium et Spes’ (GS) invita a considerare il ‘moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini’ come ‘uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi’. Questa realtà necessita però di trovare il suo compimento ‘più profondamente nella comunità delle persone’, per la quale è indispensabile ‘un reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale’. Sono affermazioni che, ai nostri giorni, vedono accresciuta la loro urgenza”: all’All’udienza generale in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’, affermando che contrapporre lo sviluppo dell’individuo e della società significherebbe vanificare entrambi.

Infatti il papa ha evidenziato alcune problematicità, invitando a ‘coltivare’ i rapporti sociali: “Da una parte, infatti, lo sviluppo tecnologico, la diffusione dei mass media e dei social media, il sempre crescente ricorso all’intelligenza artificiale aprono nuove possibilità, abbattendo barriere e distanze; dall’altra, le relazioni tendono a diventare sempre meno personali, più virtuali, e si rischia di abituarsi a delegare agli algoritmi decisioni che spettano solo alla coscienza umana. Fare in modo che i rapporti sociali abbiano spessore reale e profondità personale è, a tale riguardo, il contributo che la comunità cristiana si propone di offrire”.

Il Concilio Vaticano II ha invitato a considerare come ‘progetto di Dio’ la persona: “Il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della società vanno considerati tra loro come strettamente interdipendenti: contrapporli o separarli significherebbe vanificarli. La storia, anche più recente, conferma questa verità in maniera chiara e, perciò, non bisogna stancarsi di ribadire con i Padri del Vaticano II che ‘la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali’.

In questa prospettiva, ‘Gaudium et Spes’ afferma che la diversità delle persone e dei popoli nel mondo non va considerata come un pericolo o una minaccia, ma come potenzialità di arricchimento e di crescita. La contrapposizione, che a volte degenera in violenza, è un frutto del potere del peccato e di come esso condiziona le mentalità e le azioni, a tutti i livelli, causando distruzione e morte. Occorre aprirsi sempre più alla logica della reciprocità, della condivisione e della cura, come accade anche tra le diverse membra del corpo umano”.

Da tale progetto deriva il ‘bene comune’: “In questo punto, la Costituzione pastorale offre anche una sintetica definizione di ‘bene comune’… Nello stesso tempo, riconoscendo l’interdipendenza fra i popoli, essa afferma che ‘ogni gruppo deve tener conto dei bisogni e delle legittime aspirazioni degli altri gruppi, anzi del bene comune dell’intera famiglia umana’. A partire da questa impostazione, i Padri conciliari indicano poi alcune ‘conseguenze pratiche di maggiore urgenza’. Anzitutto, il rispetto della persona umana”.

Da qui il rispetto e la giustizia sociale: “Seconda conseguenza: il rispetto e l’amore anche per gli avversari o per quanti hanno modi di pensare e di agire diversi dai propri. In terzo luogo: la fondamentale uguaglianza di tutti gli uomini che esige giustizia sociale… Infine, i Padri conciliari esortano a superare la mentalità individualistica e ad assumere un atteggiamento di responsabilità e partecipazione”.

Tali cose sono il ‘patrimonio’ del Concilio Vaticano II: “Cari fratelli e sorelle, questa visione dell’umanità come “comunità di persone” è una consegna preziosa che il Concilio Vaticano II ci ha lasciato. Essa aiuta tutti noi a compiere un discernimento personale e comunitario, per valutare con responsabilità i progetti sociali e politici di oggi, in base ai criteri della dignità della persona umana, della giustizia sociale e della libera partecipazione alla costruzione del bene comune. Perché il futuro dell’umanità dipende dall’impegno di ciascuno per collaborare con Dio e con i fratelli a costruire un mondo più umano”.

In precedenza aveva ricevuto i partecipanti al convegno ‘Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?’, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi e dalla Commissione ‘Nuovi Martiri – Testimoni della Fede’: “Questa denominazione vuole indicare una categoria più ampia, distinta dai martiri dei quali è in corso la causa di beatificazione e da coloro che sono ufficialmente iscritti nel catalogo dei Beati e dei Santi. La Commissione, istituita da Papa Francesco nel 2023, ha infatti lo scopo di raccogliere le testimonianze su quanti hanno perso la vita per Cristo, indipendentemente dall’iter canonico, affinché il loro esempio non vada perduto”.

Ed anche il tempo attuale è ‘pieno’ di martiri: “Molti di essi vengono uccisi per abuso di potere o da organizzazioni criminali perché, come cristiani, ne contrastano le ingiustizie in nome del Vangelo. Il concetto di “testimone della fede” è stato formulato proprio per accogliere e onorare situazioni storiche complesse in cui la motivazione dei carnefici non è riconducibile esplicitamente all’odio della fede… In questi testimoni della fede appare evidente che la perseveranza nel bene e la fedeltà fino al dono supremo di sé nell’amore hanno tratto forza dalla vittoria dell’Agnello immolato sul male, l’unica certezza capace di offrire una pace profonda a chi crede in Lui”.

E’ un invito ad essere ‘credibili’ per la fede: “I testimoni della fede non propongono un’ideologia, ma mostrano una fede vissuta nella quotidianità. La loro credibilità nasce dalla coerenza tra le parole e le azioni, coerenza spesso portata fino al sacrificio supremo. In contesti culturali indifferenti, la ‘santità della porta accanto’ e l’eroismo silenzioso diventano argomenti significativi, capaci di interpellare tutti, anche i più diffidenti”.

Quindi i martiri hanno contribuito a ‘generare’ una nuova terra: “Carissimi, noi ammiriamo questi nostri fratelli e sorelle come stelle che brillano nel buio dell’egoismo e della sopraffazione. Essi aiutano la Chiesa a riflettere più pienamente la luce di Cristo Signore, per indicare all’umanità contemporanea la strada che conduce alla civiltà dell’amore… I testimoni della fede, donando la vita per la giustizia, la verità, la pace, la libertà hanno contribuito efficacemente all’avvento dei cieli nuovi e della terra nuova, che attendiamo fiduciosi dalla misericordia di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

Dalla Chiesa un tempo per i martiri

Ecco i nuovi martiri del XXI secolo e si calcola che siano circa 1.700.: per riflettere sulla loro identità, sulle loro motivazioni e valorizzare i loro atti di sacrificio, il Dicastero delle Cause dei Santi organizza, martedì 15 settembre, presso l’Istituto Patristico Augustinianum un convegno dal titolo ‘Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?’, ad un anno dalla messa presieduta da papa Leone XIV nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, per commemorare i martiri e i testimoni della fede del XXI secolo, nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Croce, come ha sottolineato il card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi:

“La santità non è solo quella ufficialmente canonizzata, è significata, ma non esaurita dalle canonizzazioni. Non si esclude, ovviamente, che, per alcuni degli iscritti nel Catalogo si possa, verificatesi le condizioni richieste, avviare un procedimento di beatificazione e canonizzazione. Ciò che, però, s’intende evidenziare sono piuttosto la ‘misura alta della vita cristiana ordinaria’ indicata da Giovanni Paolo II in Novo millennio ineunte n. 30 e la santità ‘della porta accanto’ richiamata da papa Francesco nell’esortazione apostolica ‘Gaudete et exsultate’ nn. 6-8”.

Per il card. Semeraro “la santità cristiana ha anche un valore antropologico, ben sottolineato da Benedetto XVI… Il valore ecumenico dell’iniziativa, già percepito con profondità sia da papa Giovanni Paolo II, che nella Lettera enciclica ‘Ut unum sint’, parlava di un ‘martirologio comune’ dei cristiani, sia, più recentemente, da papa Francesco, che istituendo la Commissione all’interno del Dicastero delle Cause dei Santi, ha sottolineato che il suo operato ‘permetterà di affiancare ai martiri, riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa, le testimonianze documentate (e sono molte) di questi nostri fratelli e sorelle, all’interno di un panorama vasto in cui risuoni l’unica voce della martyria dei cristiani”.

Mentre il prof. Andrea Riccardi, vicepresidente della Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, ha proposto una riflessione storica e culturale sul martirio: “L’ispirazione del convegno nasce da un aspetto della vita di papa Giovanni Paolo II che si è sempre sentito compagno dei martiri, ma si è sempre anche chiesto il motivo per cui fosse sopravvissuto all’attentato del 13 maggio 1981. E la risposta che si dava era ‘per testimoniare la grazia della resistenza, fino al dono della vita, di tanti uomini e donne di tutte le condizioni”.

Lo storico ha risposto alla domanda posta dal titolo del convegno: “Papa Francesco l’ha intuito istituendo questa Commissione. Il tempo del martirio continua. Lo suggerisce la cronaca. Non si tratterà di un convegno scientifico, ma di una riflessione che si radica in una coscienza matura della Chiesa rispetto al valore e del significato del martirio. La Commissione ha sentito la necessità di elaborare storicamente e culturalmente su questa esperienza della Chiesa del XXI secolo, osservando i tanti volti del martirio”.

Mons. Fabio Fabene, segretario del Dicastero delle Cause dei Santi e presidente della Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede, ha infine presentato il programma del convegno, che si prefigge di ‘analizzare il fenomeno del martirio contemporaneo’. L’incontro si svolgerà in due sessioni: dalle ore 9 alle 13 e dalle ore 15.30 alle 18.30. I partecipanti saranno ricevuti da Papa Leone XIV mercoledì 16 settembre prima dell’udeinza generale.

Nella prima sessione mattutina, monsignor Fabio Fabene, dopo una preghiera, aprirà i lavori e lascerà la parola al card. Fridolin Ambongo, arcivescovo di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, ed al prof. Andrea Riccardi. Nel pomeriggio interverranno Sandra Sarti, presidente di Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia; suor Nicoletta Vittoria Spezzati, consultore storico del Dicastero Cause delle Cause dei Santi; la giornalista Lucia Capuzzi, e suor Alice Drajea Jurugo, delle Suore del Sacro Cuore di Gesù. Il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, aprirà i lavori del pomeriggio dedicati alle testimonianze dalla Terra Santa. Seguiranno le relazioni di Paolo Affatato, giornalista di Fides, e del prof. Roberto Regoli, della Pontificia Università Gregoriana. Successivamente contribuiranno alla riflessione il prof. Gianni La Bella, dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, e mons. Marco Gnavi, segretario della Commissione.

Mentre il card. Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre, e presidente della Conferenza Episcopale Brasiliana e del CELAM, durante la conferenza stampa Conferenza dedicata al quarto Incontro Sinodale ‘Fratelli Tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud’, ha sottolineato la necessità di costruire percorsi di ascolto: “Siamo qui per ascoltarci a vicenda, per scoprire i sogni che ci uniscono al fine di rendere possibile una vita migliore per tutti e non soltanto per alcuni. Ricordiamo che la crisi socio ambientale colpisce l’intera umanità, soprattutto i più poveri. E per questo è fondamentale per unire le voci. 

Dobbiamo costruire con urgenza i percorsi verso un futuro dignitoso e giusto per tutti e creare questi spazi per promuovere autentici momenti di ascolto e dialogo, di sinodalità convinti che sia necessario riunire una pluralità di persone e istituzioni altamente rappresentative per discernere insieme e creare con coraggio i consensi e gli accordi che ci portano ad agire in modo deciso e responsabile”.

A prendere parte ai lavori anche mons. Daniel Flores, vicepresidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti: “Dobbiamo lavorare per trovare modi in cui la diversità possa esprimersi, anche per dimostrare l’unità della Chiesa e della comunità nel suo insieme. Creiamo spazi per consentire a chi la pensa diversamente di parlarsi e di ascoltarsi per poi poter collaborare. Per noi è importante fare questo anche in America. E’ importante collaborare, vogliamo trovare un modo per promuovere il dialogo camminando insieme.

Una cosa che cerchiamo di fare in America è  creare opportunità per chi non ne ha, per parlare ed esprimersi, è fondamentale per un ordine sociale più giusto e questo è importante anche per la Chiesa. Questi incontri ci ricordano che dal punto di vista cattolico la storia non è sempre legata a chi ha più potere, c’è anche amicizia sociale e dobbiamo dare alle voci di esprimersi. La priorità per la chiesa degli Stati Uniti è creare spazi dove i poveri possano esprimersi, importante per una democrazia e anche per i legislatori sentire cosa pensa chi è ai margini. I vescovi vogliono e sono disponili a parlare con i membri del governo in modo amichevole, parliamo con l’amministrazione e con il Congresso, non vogliamo infiammare o provocare, ma discutere del bene comune”.

Presente anche Liz Schuler, presidente della Federazione Americana del Lavoro e Congresso delle Organizzazioni Industriali: “Noi rappresentiamo milioni di lavoratori e siamo qui perché crediamo nel dialogo sociale, essenziale per promuovere il bene comune. Noi ci sediamo con i governi per migliorare le comunità, dal dialogo si creano rapporti duraturi, quando tutti si presentano per ascoltare siamo in grado di andare avanti a vantaggio di tutti. Noi abbiamo parlato di come Magnifica Humanitas riporta molte delle nostre preoccupazioni. Noi siamo qui per scegliere un percorso migliore insieme ai lavoratori. Per dare un futuro di speranza e di giustizia. Siamo pronti a lavorare con chi è interessato alla promozione di un futuro positivo per tutti”.

Papa Leone XIV invita a stare tra la gente

“Con grande gioia accolgo voi, Pastori che formate insieme la Conferenza dei Vescovi Latini nelle Regioni Arabe. Attraverso di voi, desidero rivolgere il mio saluto ai sacerdoti, alle persone consacrate e a tutti i fedeli delle vostre Comunità. Con le parole dell’Apostolo Paolo, auguro a tutti: ‘grazia a voi e pace da Dio’. La vostra Conferenza abbraccia Chiese presenti in una realtà vasta e articolata, che operano in contesti spesso segnati da tensioni politiche, sociali e religiose”: in mattinata papa Leone XIV ha ricevuto i pastori della Conferenza dei Vescovi latini nelle Regioni Arabe (CELRA) in occasione dell’incontro annuale nel ricordo dei martiri delle loro Chiese, incoraggiandoli ad essere ‘vicini’ al popolo e a difendere i migranti e la dignità di ogni persona, a non temere il dialogo con musulmani e altre tradizioni religiose.

Durante l’incontro il papa ha ribadito il valore della testimonianza di queste Chiese: “Le vostre Chiese hanno conosciuto la testimonianza del martirio: pensiamo a suor Leonella Sgorbati, missionaria della Consolata, alle Missionarie della Carità uccise nello Yemen mentre servivano i più vulnerabili, e ai tanti sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli che hanno donato la vita in Iraq, in Siria e in altre terre segnate dalla violenza. I loro nomi forse non sono conosciuti dal mondo, ma sono ben noti a Dio. La loro fedeltà al Vangelo rimane una luce per le vostre comunità e un invito a non cedere né alla paura né alla rassegnazione”.

Per questo è necessaria la presenza dei ‘pastori’: “Quando le comunità si fanno più fragili e molte famiglie sono costrette a emigrare, il vostro ministero diventa ancora più necessario. Siate sempre pastori vicini al vostro popolo, capaci di condividere le sue ferite, di ascoltare, sostenere e consolare, perché attraverso la vostra presenza possa rendersi visibile la vicinanza di Dio”.

Il discorso del papa è stato un invito a non avere paura della ‘vostra piccolezza’: “La fecondità della Chiesa non si misura nei numeri, nelle strutture o nelle risorse, ma nella fedeltà al Vangelo. Una comunità piccola, se radicata in Cristo, può essere una presenza preziosa: non perché cerca il potere, ma perché serve; non perché s’impone, ma perché testimonia; non perché risponde alla violenza con altra violenza, ma perché oppone alla forza la carità”.

E’ stato un invito a non disperare: “Nel cuore di società segnate da conflitti e divisioni, le vostre comunità mostrino che è possibile vivere, servire e sperare insieme. Attraverso le parrocchie, le scuole, gli ospedali e le opere di carità, rendete concreto il Vangelo, accogliendo, ascoltando e sostenendo quanti sono nel bisogno. Sostenete, in particolare, le congregazioni religiose che continuano generosamente a stare accanto ai poveri e ai più fragili”.

Però, al contempo, è stato un invito all’essenzialità missionaria: “In mezzo alle emergenze, non perdete di vista l’essenziale della missione della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa capace di servire deve essere anzitutto una Chiesa che prega, ascolta la Parola e vive dei Sacramenti”.

Soprattutto ad avere cura delle famiglie: “Abbiate particolare cura delle famiglie e dei giovani. Le famiglie, pur gravate da difficoltà e incertezze, possano, con il sostegno della comunità, rimanere il primo luogo nel quale la fede viene ricevuta e trasmessa. I giovani, spesso divisi tra grandi aspirazioni e un futuro incerto, trovino nella Chiesa una casa che li accolga, li ascolti e li aiuti a riconoscere il valore della loro vita. La catechesi accompagni bambini, giovani e adulti verso un incontro vivo con Cristo, affinché la fede sia conosciuta, vissuta e trasmessa di generazione in generazione”.

E dei migranti: “Abbiate cura anche dei migranti, numerosi, soprattutto nei Paesi del Golfo. Molti vivono lontani dai propri cari e sperimentano solitudine e precarietà. Le vostre comunità siano case nelle quali nessuno si senta straniero. Difendete la dignità di ogni persona e riconoscete in ogni migrante un fratello e una sorella: così la carità diventa testimonianza del Vangelo e scuola di fraternità”.

Ed ha chiesto un rafforzamento nella comunione e nel dialogo: “Custodite e rafforzate la comunione tra le Chiese e i diversi riti. La varietà delle tradizioni cristiane è una ricchezza da vivere nell’unità. Da questa comunione nasca un dialogo sincero con le altre comunità cristiane, con i musulmani e con le diverse tradizioni religiose. Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla senza paura dell’incontro. Là dove la guerra ha seminato diffidenza, ogni gesto di stima, collaborazione e rispetto può diventare un passo verso la riconciliazione e la pace”.

La forza della missione è nell’annuncio e non nella soluzione dei problemi: “La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo: annunciarlo nella Parola, celebrarlo nei Sacramenti, incontrarlo nella preghiera e riconoscerlo nei poveri, nei sofferenti, nei migranti e in ogni persona posta sotto la vostra cura.

Non siete chiamati a risolvere tutti i problemi delle vostre terre, ma a essere fedeli al Vangelo e al popolo che vi è affidato. Non cercate anzitutto il successo o il riconoscimento: cercate la fedeltà. Siate voce di verità, di giustizia e di pace; uomini di preghiera, pastori vicini alla vostra gente, artigiani della riconciliazione e testimoni della misericordia”.

Infine a invitato a ‘seminare’ in comunione con la Chiesa: “Non abbiate paura di seminare senza vedere subito i frutti. La semina appartiene a voi; la crescita appartiene a Dio. Nessun gesto compiuto nel nome di Cristo è inutile: una preghiera, una parola di consolazione, una famiglia accompagnata, un bambino educato alla fede, un povero accolto sono semi di un futuro nuovo.

Cari Fratelli, continuate il vostro cammino con fiducia. Non siete soli. La Chiesa universale guarda alle vostre comunità con affetto e riconosce nella loro perseveranza, nella fede vissuta nella prova e nel coraggio del servizio una testimonianza preziosa per tutta la Chiesa”.

Poi, ricevendo circa 150 seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Pugliese ‘Pio XI’ di Molfetta e del Seminario Vescovile di Aversa, il papa ha sottolineato che il seminario non è un ‘lusso’: “Per questo il tempo del seminario resta necessario, oggi non meno di ieri. In un mondo che ha fretta e che guarda con sospetto ogni sosta prolungata, si potrebbe pensare che sia un lusso, o un’istituzione superata, ma non è così.

Proprio perché il nostro tempo è rapido e rumoroso, c’è bisogno di un luogo e di una stagione della vita in cui si impari a stare, a discernere, a lasciarsi formare senza scorciatoie. Il seminario non è un rinvio della missione, ma ne è la condizione. Non lo si sottovaluti. Dopo aver sentito la voce del Signore, infatti, bisogna raggiungerlo e salire sul monte, e questo a volte può essere faticoso, perché si sale a piedi, a momenti con il fiato corto, senza ancora vedere la cima”.

Però dopo la salita c’è la discesa con l’invito a stare con gli emarginati: “Resta poi l’ultimo passo: quello in cui dal monte si scende, perché il monte non è un rifugio. Gesù non porta i Dodici in alto per metterli al sicuro, ma perché, dopo aver fatto esperienza di Dio, possano essere inviati a comunicare al mondo questa novità di vita.

Sarete dunque chiamati a scendere dal monte, per essere mandati alla gente delle vostre terre: a quelle famiglie che tirano avanti con fatica, ai ragazzi che a vent’anni fanno la valigia per cercare lavoro, agli anziani soli, agli emarginati, a coloro che hanno smarrito il senso dell’esistenza. Il sacerdote è mandato a tutti perché a tutti annunci la bellezza della fede in Gesù Cristo, la buona notizia della nostra salvezza. E’ la salvezza che ci è stata donata per mezzo di Maria. Affidatevi a Lei, come a Colei che per prima ha fatto quello che oggi è chiesto a voi. Chiedete a Maria la grazia di imparare a dire ogni giorno il vostro “sì” al Signore Gesù”.

(Foto: Santa Sede)

Card. Parolin a Catania invita alla fedeltà alla santità

“Cari fratelli e sorelle, con profonda gioia prendo parte a questa solenne celebrazione nella quale la Chiesa di Catania rende grazie al Signore per il nono centenario del ritorno delle reliquie di sant’Agata… Porto a tutti voi il saluto affettuoso e la benedizione di Sua Santità papa Leone XIV, che ha voluto nominarmi Legato pontificio per questa circostanza. Egli si unisce spiritualmente alla vostra letizia, rende grazie al Signore per la luminosa testimonianza di Sant’Agata e affida questa Arcidiocesi, la città di Catania, le famiglie, i giovani, gli anziani e l’intera Sicilia alla sua intercessione”: a Catania, il segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha presieduto il pontificale per il IX centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata.

Nell’omelia ha invitato a contemplare non una santità da museo ma una santità capace di generare fede, speranza e carità, ricordando che esiste anche un martirio ‘incruento’, un ‘martirio della fedeltà’, a cui ciascuno è chiamato: “Novecento anni sono una misura che supera la vita delle singole generazioni e ci introduce nel tempo lungo della fede. Celebrare questo anniversario significa riconoscere che il Signore è stato fedele alla sua Chiesa attraverso i secoli, sostenendola nelle prove, purificandola nelle difficoltà e facendola rifiorire continuamente attraverso la testimonianza dei santi”.

Quindi anche se cambiano le modalità ed i linguaggi la comunione dei Santi resta: “Cambiano le epoche, mutano le forme della società, si trasformano i linguaggi e le sensibilità, ma rimane immutata quella comunione dei santi che, come insegna il Credo, unisce il cielo e la terra e rende ogni epoca contemporanea del Vangelo.

Sant’Agata non appartiene semplicemente alla storia di Catania, appartiene all’oggi di Dio e continua a camminare con il suo popolo. Sant’Agostino ricordava che i martiri non sono lodati perché hanno sofferto, ma perché hanno perseverato. Non è il dolore a renderli grandi, ma l’amore che li ha resi fedeli fino alla fine”.

Proprio la santità genera le virtù teologali: “E Tertulliano affermava che il sangue dei martiri non è il segno di una sconfitta, ma il seme da cui continuamente rifiorisce la Chiesa. Ed è proprio questo che oggi contempliamo: una santità che non appartiene ai musei della memoria, ma continua a generare fede, speranza e carità…

Dio rimane fedele anche quando tutto sembra perduto e chi pone in Lui la propria speranza scopre che la morte non possiede l’ultima parola. L’intera storia della salvezza è attraversata da questa certezza, che raggiunge il suo compimento nella Pasqua di Cristo. La prima lettura ci ha fatto entrare in una delle pagine più alte della spiritualità biblica: il martirio dei sette fratelli Maccabei e della loro madre”.

Una speranza narrata nel libro dei Maccabei e vissuta da sant’Agata: “E’ una delle più limpide professioni della speranza nella risurrezione presenti nell’Antico Testamento. Israele comprende progressivamente, proprio nell’ora della persecuzione, che l’alleanza di Dio è più forte della morte e che le sue promesse non si esauriscono entro i confini dell’esistenza terrena. Questa stessa speranza illumina la vicenda di sant’Agata.

Anche lei, come i Maccabei, si trovò davanti alla possibilità del compromesso. Anche lei avrebbe potuto salvare la propria vita rinnegando ciò che aveva scelto. Eppure comprese che esiste un bene più grande della stessa vita e questo bene è appartenere a Gesù Cristo”.

In questo modo la santità può diventare una Grazia: “Per questo il suo martirio non è anzitutto il racconto di una violenza subita, ma la manifestazione di un amore che nessuna violenza è riuscita a spegnere… La Chiesa non vive della propria efficienza, vive della grazia di Dio; non si fonda sulle capacità dei suoi membri, ma sulla fedeltà del Signore che continua ad operare nella debolezza umana”.

Con l’invito a pregare per i cristiani perseguitati il segretario di Stato vaticano ha invitato a non relegare la patrona nel tempo: “Ed in questo si manifesta anche la straordinaria attualità di Sant’Agata. Il suo esempio ci ricorda che il martirio non appartiene soltanto ai primi secoli della vita e della storia della Chiesa. Anche oggi quanti cristiani sono perseguitati in molte parti del mondo…

Ricordiamo quindi e preghiamo in questo momento per tutti questi nostri fratelli sparsi nelle varie parti del mondo che soffrono persecuzione per il nome del Signore e per il suo Vangelo.  Ma non dimentichiamo, fratelli e sorelle, che esiste anche un martirio, per così dire, incruento, al quale anche noi, tutti noi qui presenti, siamo chiamati”.

E’ un martirio che non deve essere disperso: “E’ il martirio quotidiano della fedeltà: quello degli sposi che custodiscono il loro amore nelle difficoltà, quello dei genitori che educano cristianamente i figli, quello dei giovani che non cedono alla cultura dell’apparenza e della superficialità, quello dei sacerdoti e dei consacrati che spendono con generosità la propria vita, degli anziani che offrono le loro sofferenze con fiducia, di quanti nel silenzio scelgono ogni giorno la giustizia invece del compromesso, la verità invece della convenienza, il perdono invece della vendetta”.

Un martirio che richiama ad una santità quotidiana: “E questa è la santità feriale di cui parlava il Concilio Vaticano II quando ricordava che tutti i battezzati sono chiamati alla pienezza della vita cristiana. Celebrare il nono centenario significa allora interrogarsi non soltanto su ciò che abbiamo ricevuto, ma soprattutto su ciò che siamo chiamati a trasmettere.

La Chiesa di Catania custodisce un patrimonio immenso di fede, di cultura, di pietà popolare e di carità. Ma ogni eredità vive soltanto se viene continuamente rigenerata. Le nuove generazioni non hanno bisogno tanto di monumenti o di ricordi, ma di uomini e donne nei quali il Vangelo diventi nuovamente visibile”.

Ecco il motivo per cui il male si vince con il bene: “I santi ci insegnano che il male non si vince con altro male, ma con quella carità che nasce dalla Croce e che trasforma la storia dall’interno. Sant’Agostino amava ripetere che la speranza ha due figlie bellissime: l’indignazione e il coraggio. L’indignazione per le cose come sono e il coraggio di cambiarle. E’ una consegna preziosa anche per la Chiesa di oggi…

I Padri della Chiesa amavano vedere nell’altare insieme la mensa del sacrificio e la mensa del convito, il luogo in cui Cristo continua a donarsi alla sua Chiesa perché essa impari a donare la propria vita. Nessun martire ha trovato in sé stesso il coraggio della fedeltà. Tutti lo hanno ricevuto da Cristo che, nell’Eucaristia, continua a nutrire il suo popolo con la sua Parola e con il suo Corpo”.

Ed ecco l’invito conclusivo a chiedere la grazia a Dio attraverso l’intercessione di sant’Agata: “Anche noi, partecipando a questi santi misteri, chiediamo la grazia di essere trasformati in ciò che riceviamo, perché la comunione con il Signore diventi sorgente di una testimonianza credibile, capace di rendere visibile il Vangelo nella vita quotidiana…

Ottieni perseveranza alle famiglie, speranza ai giovani, conforto agli anziani, agli ammalati e a quanti sono provati dalla sofferenza. Intercedi per coloro che esercitano responsabilità nella vita civile perché, docili alla legge morale iscritta da Dio nel cuore di ogni uomo, promuovano la dignità della persona, il bene comune, la giustizia e la pace.

Tu che hai conformato la tua vita al mistero pasquale di Cristo, ottienici la grazia di rimanere saldi nella fede, operosi nella carità e perseveranti nella speranza perché, camminando nella comunione della Chiesa e sostenuti dalla tua intercessione, giungiamo alla piena partecipazione della liturgia celeste, dove il Padre è glorificato, il Figlio regna con Lui nello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli”.

(Foto: Cubo News)

Il Meeting di Rimini è iniziato nel segno del perdono e della pace

“Il Meeting di Rimini è un appuntamento significativo. Giunto alla sua 47^ edizione, rappresenta una storia e, in tempi di trasformazioni straordinarie, si propone di continuare a contribuire a costruire la storia, annodando, in coerenza, i fili della propria. Quest’anno il nodo è stato stretto sull’amore. Il verso conclusivo della Commedia di Dante (‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’) non esprime soltanto un sentimento di esperienza individuale”: con questo messaggio del Prsidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, si è aperto a Rimini la kermesse del Meeting dell’Amicizia tra i popoli.

Un messaggio che richiama un amore che è frutto del perdono: “L’amore che apre agli altri, oltre noi stessi e il nostro presente, è una forza interiore che assume una dimensione relazionale e, quindi, sociale, preziosa. Legare l’io al tu, al noi, spezza le solitudini e imprime direzioni ai percorsi umani”.

Un amore che apre alla ‘magnifica humanitas’: “E’ il contrario del falso realismo che conduce all’inerzia, alla sfiducia, alla rassegnazione, quando invece il destino delle comunità è quello di farsi protagoniste del proprio futuro. Lo ha richiamato il pontefice Leone XIV nella sua enciclica ‘Magnifica humanitas’. Un’umanità non chiusa dentro illusori muri e condannata all’egoismo, bensì aperta e sensibile alle ingiustizie e ai drammi di chi soffre, pronta a costruire ponti nuovi”.

Da qui può nascere una nuova visione: “Solidarietà, amicizia sociale, gratuità dell’amore possono aprire orizzonti inediti alla politica, all’economia, alla vita civile. Viviamo un tempo in cui si combattono guerre scellerate, crescono diseguaglianze mentre ristrettissime oligarchie accumulano poteri superiori a quelli di molti Stati sovrani. E’ dall’umanità delle donne e degli uomini che si possono trarre le energie per rifiutare l’omologazione, la passività, l’odio, l’avversione al diverso, allo straniero, per educare alla pace”.

E proprio le donne sono state protagoniste della giornata inaugurale, perché segnate da due sofferenze radicalmente diverse attraverso una testimonianza nella quale il dolore non è stato cancellato, ma ha trovato una strada verso l’amicizia e la speranza, come hanno raccontato nell’incontro ‘Il dolore, l’amicizia, la speranza’, ai 20.000 presenti: Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel, uno dei due giovani responsabili dell’attentato, hanno raccontato il percorso che le ha condotte a cercarsi e a diventare ‘sorelle di dolore’.

Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, nell’introduzione, ha ricordato i fatti del 26 luglio 2016: padre Hamel, 85 anni, fu assassinato al termine della Messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen; i due attentatori, tentando la fuga all’arrivo della polizia, furono uccisi. La notizia della morte del sacerdote raggiunse Roseline poco dopo, mentre Nassera apprese prima del coinvolgimento del figlio e, nel pomeriggio, della sua morte.

Scholz ha presentato le ospiti come due donne capaci di rendere visibile che l’amore può ‘muovere e trasformare le nostre esistenze in un modo del tutto imprevedibile’. La loro storia, raccolta nel libro “Sorelle di dolore”, pubblicato in Italia da Edizioni Ares e Libreria Editrice Vaticana, è diventata una testimonianza pubblica sulla possibilità che due ferite apparentemente inconciliabili non abbiano come ultimo esito l’odio o l’isolamento.

Roseline Hamel ha ripercorso le ore trascorse con il fratello alla vigilia dell’attentato. Era arrivata con la famiglia il 25 luglio, giorno di sant’Anna, per accompagnare padre Jacques durante la sua ultima settimana di lavoro prima delle vacanze. Quella sera avevano parlato anche della violenza estrema compiuta da giovani convinti di agire in nome della religione. Padre Hamel aveva osservato che quei ragazzi venivano manovrati ‘come delle marionette’ fino a non riuscire più a pensare con la propria testa, ad amare, a piangere o a riconoscere i genitori.

Durante la cena aveva poi espresso una felicità insolita per lui: ‘Devo comunicarvi una cosa importante: sono davvero felicissimo di essere qui a tavola con voi’. La mattina seguente Roseline sentì il fratello alzarsi, preparare il caffè e uscire verso la chiesa. Poco dopo, mentre la famiglia faceva colazione, una telefonata chiese conferma di una presa di ostaggi. Roseline pensò ad uno scherzo e rispose che il fratello sarebbe tornato dalla Messa entro un quarto d’ora.

Dall’altra parte anche Nassera Kermiche ha ricostruito l’inizio di quella giornata, in quanto aveva visto Adel verso le ore 7.30 e lo aveva invitato a tornare a letto. Poco dopo ricevette la telefonata di una commissaria che le chiese se il figlio fosse in casa. Convinta che fosse ancora al piano inferiore, andò a controllare e scoprì che era uscito. La commissaria le parlò dell’attentato nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, senza darle altre informazioni. Nassera accese la televisione e mandò una delle figlie verso la chiesa, ma l’area era completamente bloccata. Continuò a sperare che Adel rientrasse, anche perché avrebbe dovuto essere a casa entro le ore 12.30 a causa di una restrizione: “Questa notizia ci è davvero piombata addosso come se ci fosse crollato il cielo sulla testa”.

La tragedia produsse per Nassera anche un forte isolamento sociale. Per un mese la famiglia visse fuori casa, assediata dai giornalisti, mentre lei cercava incessantemente di comprendere come suo figlio avesse potuto prendere parte all’attentato. Tentò presto di contattare le suore e i parrocchiani presenti in chiesa, ma comprese che il trauma era ancora troppo recente. Riprese comunque il lavoro, sostenuta dai figli, dai responsabili scolastici e dai colleghi, perché sentiva di dover restare in piedi per la propria famiglia e per gli studenti che la aspettavano.

Dopo la morte del fratello, Roseline ha iniziato una lunga ricerca di senso. Per mesi, ha raccontato, ha dialogato con Dio ed cercato nel Vangelo una parola capace di rispondere alle sue domande. Una storia sull’uomo schiacciato dal peso di un fardello, portato sulle spalle dall’amico proprio quando credeva di essere stato abbandonato, le offrì una prima risposta. Il dolore, tuttavia, rimaneva. Dopo un anno Roseline si sentiva pronta a lasciarsi morire, ma vedere la sofferenza dei figli e dei nipoti le fece comprendere che doveva trovare la forza di continuare.

Davanti alla Pietà della sua chiesa pregò la Vergine Maria di aiutarla a seguire i passi del fratello ‘alla ricerca della giustizia, della verità e della pace’. La svolta arrivò una mattina, davanti a una tazza di caffè, con una domanda semplice: chi poteva soffrire più di lei? Roseline cominciò a pensare alla madre di Adel. Non la conosceva, ma immaginava una donna costretta a portare insieme il dolore per la morte di un figlio e il peso di ciò che quel figlio aveva fatto: “No, non posso lasciarla da sola, perché sta soffrendo più di me”.

Dopo aver chiesto consiglio all’arcivescovo di Rouen, che la incoraggiò, Roseline iniziò a cercare un contatto. Le due donne cominciarono a sentirsi al telefono ogni due settimane. Le prime conversazioni furono brevi, poi divennero progressivamente più lunghe e profonde. Dopo circa sei mesi Roseline le chiese se avrebbe potuto incontrarla tornando a Saint-Étienne-du-Rouvray. Roseline aveva cercato la madre di Adel per non lasciarla sola e scoprì che, dall’altra parte, Nassera la stava già aspettando. Due percorsi nati separatamente cominciavano così a incontrarsi: l’una cercava di comprendere la sofferenza dell’altra, l’altra cercava di avvicinarsi alle persone ferite dall’azione di suo figlio.

Infatti Nassera ha definito la richiesta di Roseline ‘un soffio di vita’. Da quei primi contatti nacque progressivamente un rapporto che nessuna delle due avrebbe potuto immaginare dopo quanto accaduto quel 26 luglio. Uno dei momenti più significativi di questo percorso avvenne sulla tomba di Adel, che per ragioni di sicurezza deve rimanere anonima. Roseline vi lasciò un biglietto, nascosto sotto alcuni sassolini e protetto da un foglio di plastica: ‘Adel, l’anima di mio fratello, padre Hamel, mi conduce fino a te. E’ una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza, il perdono è la via della pace’. Pregava il Dio di Abramo affinché Adel trovasse pace e fosse riconosciuto come ‘l’anima di un figlio sensibile e amorevole’.

Nassera decise di raccogliere quel foglio e conservarlo: parole di quel peso, per lei, non potevano rimanere sepolte sotto le pietre. E Roseline lo ha spiegato al Meeting: “Mio fratello mi ha dato queste parole… E’ il primo frutto del martirio di padre Hamel”, che non significa dimenticare quanto accaduto né confondere le responsabilità. Padre Hamel rimane la vittima e Adel uno dei suoi assassini; ma significa riconoscere, senza cancellare questa verità, la sofferenza dell’altra.

(Tratto da Aci Stampa)

Mons. Mosciatti: santità è unione con Gesù

“In questi giorni, come ogni anno per la Festa del nostro patrono S Cassiano, siamo messi difronte alla tremenda vicenda del suo martirio. Un maestro, un educatore, con tutta la passione per il proprio lavoro e per quei ragazzi a cui insegnava a scrivere velocemente, assalito ed ucciso così, proprio da quei ragazzi per cui aveva dato la vita e tutta la sua dedizione. Ma dov’è il segreto di Cassiano, cosa lo ha reso forte e intrepido davanti a questo martirio? Cosa lo ha sostenuto davanti a questo dramma che ha così colpito anche i suoi contemporanei?”: domande poste dal vescovo di Imola, mons. Giovanni Mosciatti, in occasione della festa del patrono, san Cassiano, che stabilitosi a Forum Corneli, (Imola), insegnò grammatica e letteratura, dando anche lezioni di ars notoria, la moderna stenografia. Educatore della gioventù, non rinunciò a comunicare la fede cristiana ai discenti.

Il martirio di San Cassiano si colloca probabilmente al tempo della persecuzione dei cristiani ordinata dall’imperatore Diocleziano (febbraio 303 – marzo 305). Per lunghi secoli si è pensato che il racconto del martirio fosse una tradizione popolare; tuttavia, recenti studi, promossi nell’Anno Cassianeo, compiuti da diverse équipe statunitensi ed europee, hanno dimostrato che i fori che si trovano nel cranio del martire sono compatibili con le dimensioni degli stili con cui all’epoca gli studenti incidevano le tavole di cera e con cui sarebbe stato compiuto il martirio.

Ed infatti nell’omelia mons. Mosciatti ha sottolineato che san Cassiano non ebbe paura del martirio: “Uccidere l’anima, fare fuori il nostro cuore, il nostro legame con il Mistero di Dio, questo nessuno potrà farlo. Ancora oggi accade che tantissimi subiscono persecuzione, come è accaduto nei primi secoli della grande storia cristiana. Ciò che ha dato coraggio a Cassiano nell’esperienza così drammatica del suo martirio è ciò che da coraggio a questi nostri fratelli in tante parti del mondo: è l’aver incontrato Cristo, la profonda amicizia con Lui capace di accendere una speranza ineffabile”.

Ecco la santità: “Questa è la santità: lasciare che Cristo prenda spazio nella nostra vita, che piano piano quel volto diventi sempre di più il nostro, pur con tutti i nostri limiti, che non vengono tolti. Non diventeremo mai perfetti, ma in Cassiano e in tutti i santi c’è in loro il desiderio, più o meno esplicito, di poter arrivare a dire, come san Paolo: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’.

Diventare santi significa bruciare dello stesso amore e dello stesso desiderio per la felicità dei nostri fratelli uomini di cui bruciava Gesù e di cui bruciavano i tanti nostri amici che ora vivono in Lui. Perché noi, che Lo abbiamo incontrato e abbiamo sperimentato cosa sia il centuplo quaggiù, non possiamo non fremere al pensiero di quanta gente ancora vive senza avere la più pallida idea di chi Lui sia”.

Santità è far innamorare qualcuno di Gesù: “Che qualcuno si innamori di ciò che ha innamorato noi! Ma per questo, perché sia così, noi dobbiamo bruciare, letteralmente ardere di passione per l’uomo, perché Cristo lo raggiunga. E’ con questo desiderio che desidero il mese prossimo iniziare la Visita Pastorale, momento in cui sono chiamato a visitare la Diocesi interamente per confermare i fratelli in uno sguardo di speranza e assicurare ad ogni persona la vicinanza misericordiosa del Signore e della sua Chiesa”.

Ed ha annunciato anche la visita pastorale, occasione di incontro: “La visita Pastorale sarà l’occasione di entrare nell’ambiente di vita delle comunità, conoscerne le vicende, i problemi e le stanchezze, le speranze e i progetti; confermando i fratelli nella fede, segno di una Chiesa che si prende cura, si confronta e affronta con coraggio anche le difficoltà…

Non dobbiamo cadere nella tentazione di pensare che, di fronte a tanti problemi e carenze, sia meglio arrendersi o adattarsi al pensiero di moda, riorganizzare le cose con rammendi. Non possiamo cadere nel rischio di abituarci a situazioni che sono così radicate da sembrare normali o insormontabili”.

Una visita pastorale per scoprire un tesoro, come scrive nella lettera pastorale ‘Nell’unico Cristo siamo uno; “Siamo invitati a riconoscere ciò che è veramente essenziale. Abbiamo un tesoro tra le mani! Siamo custodi della presenza di Gesù, l’unico che può rispondere al desiderio di pienezza e di felicità che abita il cuore di ogni uomo. Ci è chiesto qualcosa di bello e avvincente: essere una Chiesa fatta di comunità vive, nelle quali non solo si parla, ma si sperimenta davvero il Regno di Dio, di cui la Chiesa è come un germe”.

Una lettera che riprende lo stemma del papa, come ha sottolineato al termine dell’omelia: “Il titolo di questa lettera intende riprendere il motto dello stemma di Leone XIV: ‘In Illo uno unum’, che si traduce dal latino con ‘Nell’unico Cristo siamo uno’. Il desiderio di Gesù è che i discepoli vivano l’unità tra loro, come Gesù vive l’unità con il Padre. Egli sa che sarà proprio l’unità vissuta tra loro ad essere il primo segno di testimonianza che mostra la novità e la bellezza della fede”.

Unità che è dono dell’amore di Gesù, testimoniato da san Cassiano: “Questa unità non è il frutto di un nostro sforzo, ma un dono.  La morte e risurrezione di Gesù e la Sua presenza viva fa dei discepoli un unico corpo, pur nella diversità delle sue membra. E’ l’amore di Gesù che li rende appartenenti l’uno all’altro. E di questo Cassiano ne è testimone, testimone di un amore così grande tanto da dare tutta la sua vita”.

(Foto; diocesi di Imola)

Ricordare il martirio di mons. Enrique Angelelli con Anselmo Palini

Mons. Enrique Angelelli è stato un vescovo attivo nel Concilio Vaticano II, uno dei primi firmatari del ‘Patto delle catacombe’, insieme a mons. Helder Camara ed a mons. Leonidas Proaño, voci profetiche dell’America Latina. In Argentina è stato uno dei promotori della ‘Teologia del Popolo’, a cui si è richiamato anche papa Francesco, che privilegia un approccio storico-culturale della realtà mettendo al centro della propria riflessione i poveri, ma evitando le secche dell’interpretazione socio-economica marxista propria di alcune frange della Teologia della Liberazione. A partire da questa teologia del popolo, mons. Angelelli sviluppa una proposta per una lotta popolare nonviolenta che eviti le devastazioni della risposta rivoluzionaria violenta.

Nel 1968 si svolge la Conferenza episcopale di Medellin, che mette al centro dell’azione evangelica i poveri e le loro lotte di liberazione, linea seguita da mons. Angelelli, il quale è nominato vescovo di La Rioja, una delle zone più arretrate dell’Argentina, ai piedi delle Ande ed al confine con il Cile, scegliendo come  motto vescovile ‘Giustizia e Pace’. Nella sua attività pastorale promuove la nascita di associazioni e cooperative di contadini per la difesa dei loro diritti, la valorizzazione del proprio lavoro e dei propri prodotti, suscitando l’opposizione dei proprietari terrieri, che cominciano ad accusarlo di essere un comunista. Inoltre nel 1971 fratel Arturo Paoli ed i Piccoli Fratelli si stabiliscono a La Rioja accolti da mons. Angelelli.

Inoltre anche all’interno della Chiesa egli trova opposizione da parte di un mondo cristiano che appoggia il potere; i gruppi cattolici ultra conservatori si scagliano contro di lui, nonostante il sostegno del superiore dei gesuiti, mons. Jorge Mario Bergoglio, che visiterà la sua diocesi nel 1973. Nel 1974 è diffusa una lista di persone sovversive da eliminare, di cui il primo della lista è mons. Angelelli ed il secondo è Arturo Paoli. Il 24 marzo 1976, con un colpo di stato, i militari assumono direttamente il potere con il generale Jorge Rafael Videla. Il 4 agosto 1976, di ritorno da una messa celebrata in una cittadina in ricordo di due sacerdoti assassinati qualche giorno prima, mons. Angelelli muore violentemente in un ‘incidente stradale’, assunto come interpretazione ufficiale per mettere a tacere le voci che lo volevano invece vittima di un assassinio.

Riaperto il caso grazie al rapporto ‘Nunca Mas’, solo nel 1986 c’è stata una sentenza che definisce la morte di mons. Angelelli come ‘un omicidio freddamente pianificato’; ma i militari responsabili hanno potuto beneficiare di un indulto. Infine nel 2006 si riapre il processo e questa volta la Chiesa si presenta come parte querelante; la sentenza è emessa solo nel 2014 con la condanna all’ergastolo dei mandanti dell’omicidio del vescovo. Infine l’8 giugno 2018 papa Francesco riconosce mons. Angelelli come ‘martire’, insieme al laico Wenceslao Pedernera, al francescano fra Carlos de Dios Murias ed a don Gabriel José Longueville, beatificati il 27 aprile 2019.

Nel libro ‘Enrique Angelelli. Soltanto il vangelo. Con il commento della nostra vita’ il biografo Anselmo Palini ha delineato la sua figura: “Enrique Angelelli non è stato un eroe o un superuomo, bensì una persona che ha preso sul serio l’insegnamento di Cristo e ne ha difeso il volto deturpato dalla violenza dei militari e dalla miseria in cui erano costrette a vivere molte persone della sua terra. Ci troviamo di fronte ad un vescovo che, come ha osservato papa Francesco, ha guardato soltanto al Vangelo”.

A 50 anni dal suo assassinio abbiamo chiesto all’autore Anselmo Palini di tratteggiare il suo profilo: “Con mons. Angelelli siamo in Argentina ma i genitori erano marchigiani (il papà di Montegiorgio e la mamma di Cingoli). Vescovo ausiliare di Cordoba ed in seguito titolare della diocesi di La Rioja, mons. Angelelli è indicato come ‘la voce dei senza voce’, il ‘difensore dei poveri e degli oppressi’, il ‘Romero dimenticato’. Ecco il motivo per cui, dopo avere scritto di Oscar Romero e di Marianella Garcia Villas, di Helder Camara e di Juan Gerardi, mi sono dedicato alla sua figura. In un tempo in cui il rumore delle armi è assordante, penso sia quanto mai importante proporre le testimonianze degli operatori di pace, come è stato appunto mons. Enrique Angelelli”.

Quindi scrivere questo libro è stata una necessità?

“Scrivere un libro su Enrique Angelelli è proprio come spedire una lettera rimasta per molto tempo dimenticata da qualche parte; farla pervenire a coloro che testardamente continuano a credere al sogno di Isaia di un mondo in cui il diritto e la giustizia abbiano stabile dimora. Ed in effetti il sacrificio di questo vescovo argentino è ben presto caduto nel dimenticatoio. Nessun libro in italiano su di lui. Solo testi in spagnolo, pubblicati in Argentina. Eppure, come ci ha ricordato l’allora cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, la sua testimonianza, il suo impegno per la giustizia e per la pace, la sua fede, sono di assoluto spessore e la sua figura si può porre sullo stesso piano di quelle degli altri grandi vescovi latinoamericani”.

Cosa ha rappresentato mons. Angelelli?

“Mons. Angelelli è stato un segno di speranza, un motivo di sostegno, per i poveri, per gli oppressi, per i perseguitati. E’ stato uno dei pochi vescovi argentini che ha avuto il coraggio di opporsi ad alta voce alle politiche ultraliberiste dei potentati economici, che causavano povertà ed emarginazione, ed all’opera di repressione messa in atto dai militari contro tutti coloro che osavano opporsi”

Per quale motivo mons. Angelelli è stato definito nell’omelia di beatificazione ‘martire dei Decreti del Concilio Vaticano II’?

“Enrique Angelelli è stato fortemente provocato dalla pressante richiesta che il Concilio Vaticano II aveva rivolto alla Chiesa, ossia quella di aprirsi al mondo ed ai suoi problemi, portando un annuncio di speranza e facendosi interprete del desiderio di pace e di giustizia di popolazioni da secoli sfruttate e sottomesse. Tra l’altro, poco prima della conclusione del Concilio Vaticano II, mons. Angelelli è tra la cinquantina di vescovi che firmano ‘Il Patto delle Catacombe’, impegnandosi a vivere in povertà e ad avere un occhio di riguardo per i poveri.

Il vescovo argentino, mons. Gerardo Farrel, ha scritto opportunamente che mons. Angelelli ‘è stato un martire del Concilio Vaticano II, obbediente a Dio e servitore disinteressato del suo popolo… In lui si perseguitò la Chiesa conciliare che aveva rinnovato la sua fedeltà al Vangelo e, di conseguenza, la scelta preferenziale per i poveri e gli oppressi’. Quindi mons. Angelelli ci invita a vivere la fede nella storia che si dispiega nelle nostre vite di oggi. E che continua a illuminare l’impegno cristiano contemporaneo. L’eredità dei martiri ci invita a ‘coltivare la dimensione sociale della fede’. E ad affrontare responsabilmente le sfide del presente”.

Nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ papa Leone XIV ha citato anche mons. Angelelli: “Proprio così, lo ha fatto nel paragrafo 125, dove ha scritto: ‘Accanto a questi segni pubblici, vi è una trama più nascosta ma decisiva: le comunità religiose, che scelgono luoghi poveri e pericolosi; i martiri della fraternità e della giustizia, come san Massimiliano Maria Kolbe, sant’Oscar Romero e il beato Enrique Angelelli, insieme a testimoni che hanno incarnato, in condizioni dure e spesso disumane, la speranza del Vangelo e la dignità dell’uomo, come il venerabile Francois Xavier Nguyen Van Thuan’. Il Vangelo di pace e di giustizia, predicato da mons. Angelelli, era considerato un pericolo poiché metteva in discussione gli interessi dei potentati economici e delle grandi imprese nordamericane e perché condannava l’opera repressiva dei militari, l’uso della tortura, la pratica delle desaparición”.

I venti anni del Giugno Antoniano a Padova

2007-2026: quest’anno il ‘Giugno Antoniano’ a Padova ‘taglia’ il traguardo dei 20 anni di attività: un anniversario che non è solo una ricorrenza cronologica, ma il consolidamento di un’esperienza spirituale e culturale che unisce fede, arte e territorio. Quindi l’edizione di quest’anno assume una rilevanza spirituale straordinaria, intrecciandosi con le celebrazioni dell’ottavo centenario del Transito di san Francesco d’Assisi ed in tale Anno di grazia francescano, indetto da papa Leone XIV, il ‘Giugno Antoniano’ mette al centro il legame indissolubile tra il Santo assisiate ed il Santo di Padova, che è stato ed è un’eredità viva, in quanto sant’Antonio, contemporaneo di san Francesco, ne raccolse la passione per il Vangelo e lo slancio missionario, diventando, proprio su mandato dell’assisiate, un efficace predicatore e protettore degli ultimi.

Un’occasione per riscoprire sant’Antonio non solo come taumaturgo, ma come contemporaneo di san Francesco attraverso l’affresco ‘San Francesco e la predica agli uccelli’, nella cappella radiale della basilica decorata dall’artista Ubaldo Oppi: una scelta iconografica apparentemente curiosa considerando gli 800 anni dalla morte, ma gli organizzatori hanno voluto così sottolineare quanto il messaggio francescano sia fecondo ed attuale, capace di dialogare con tutto il Creato e le sue creature anche in tempi di guerra come quelli attuali.

Al rettore della Basilica di sant’Antonio da Padova, p. Antonio Ramina, chiediamo di spiegare il motivo, per il quale il Giugno Antoniano ‘esplora’ il volto contemporaneo della devozione antoniana: “Il Giugno Antoniano, che quest’anno festeggia la ventesima edizione, racconta la devozione secolare a sant’Antonio tra fede, arte, musica e approfondimenti culturali in chiave non soltanto tradizionale, ma interpretando la sensibilità di oggi. In questo senso è emblematico il ‘Progetto 13 giugno online’ per portare la solennità del Santo nelle case dei devoti, soprattutto di coloro che non potranno essere presenti nel santuario.

Il sito web dedicato e interattivo www.13giugno.org permette non solo di seguire l’intera giornata tramite PC o mobile, ma anche di fare virtualmente tutti quei gesti che si compiono solitamente in basilica, come seguire le messe o scrivere una preghiera a sant’Antonio (che sarà stampata e portata alla Tomba del Santo dai frati), o anche fare una donazione a Caritas Sant’Antonio per i progetti di solidarietà dei frati della Basilica”.

Quale rapporto c’è tra sant’Antonio e san Francesco?

“Contemporanei per pochi anni (1220-1226), san Francesco d’Assisi e sant’Antonio di Padova vissero un legame profondo ma scandito da rari contatti diretti. Antonio, ex agostiniano, divenne un fervente seguace di Francesco, incontrandolo al Capitolo delle Stuoie nel 1221 ed assistendo ad una sua apparizione miracolosa ad Arles nel 1224. La svolta nel loro rapporto avvenne tra il 1223 e il 1224, quando san Francesco inviò a sant’Antonio un celebre biglietto. Chiamandolo ‘mio Vescovo’, lo investì ufficialmente come predicatore e maestro di teologia per i frati. Pur mantenendo uno stile e una formazione diversi, più legati alla riforma ecclesiastica che alla semplice vita tra i poveri, sant’Antonio rimase fedele ai capisaldi francescani: povertà, missione e contemplazione”.

Sant’Antonio aveva abbracciato l’ordine agostiniano: per quale motivo divenne francescano?

“Nato a Lisbona nel 1195, il nobile Fernando entrò, a soli 15 anni, tra i Canonici Regolari Agostiniani, dedicandosi ad una vita di preghiera e studio della Parola di Dio. Tuttavia, le mura del monastero divennero presto strette per il suo crescente desiderio di annunciare il Vangelo. La svolta avvenne grazie all’incontro con alcuni frati francescani diretti in Marocco.

Quando in Portogallo rientrarono i corpi martirizzati di questi francescani, Fernando rimase profondamente colpito dal loro sacrificio. Sconvolto e provocato da quell’evento, dopo una profonda crisi spirituale, decise di lasciare l’ordine agostiniano. Abbracciò così il francescanesimo, spinto dal sogno di diventare missionario e donare la vita per Cristo”.

Allora, per quale motivo l’immagine simbolo è l’affresco ‘San Francesco e la predica agli uccelli’?

Il manifesto del ‘Giugno Antoniano’ di quest’anno raffigura la predica agli uccelli, affrescata negli Anni ’30 del secolo scorso da Ubaldo Oppi nella Cappella di san Francesco nella nostra basilica. Anche se potrebbe apparire inconsueto, lo abbiamo scelto come simbolo di questa ventesima edizione ispirata agli 800 anni dalla morte di San Francesco, perché racconta la capacità di dialogo con il Creato e le sue creature, racchiudendo nel messaggio francescano l’ammonizione di papa Leone XIV a cercare ‘una pace disarmata e disarmante’ con ogni creatura. E’ un promemoria di pace, rispetto e reverenza per ciascuno di noi, umani o animali che siamo, che diventa sempre più irrinunciabile in un mondo che sembra aver smarrito questi valori”.

Come vissero la morte san Francesco e sant’Antonio?

“Si può dire che vissero la morte ‘cantando’. San Francesco aveva ancora nel cuore le strofe del Cantico delle Creature, in cui chiama la morte ‘sorella’. E sant’Antonio’“canta’ a Maria, chiamandola ‘O gloriosa tra le Vergini’. In entrambi i casi vivono la morte come passaggio, nella fede. Sono sostenuti dalla profonda persuasione di essere attesi: dal Signore, da Maria, dalla comunione dei santi. Si erano talmente ‘esercitati’ ad avere un cuore povero che anche la loro stesa vita non era più trattenuta come possesso, ma restituita alla Fonte di ogni bontà, a Dio”.

Cosa significa raggiungere il ventennale del Giugno Antoniano?

“Sicuramente una grande gratitudine, pensando in particolare a chi lo ha ideato per la prima volta nel 2007: l’allora rettore, p. Enzo Poiana, e Gianni Berno, all’epoca presidente capo della Veneranda Arca di Sant’Antonio. Ma il pensiero va anche a tutte le persone di buona volontà e grande professionalità, dai laici alle istituzioni cittadine, che ogni anno si riuniscono con noi frati per progettare insieme eventi di spessore per raccontare la devozione antoniana in uno stile attuale. Oggi possiamo ben dire che il marchio ‘Giugno Antoniano’, con i suoi quattro lustri di storia, è diventato nel tempo una tradizione cittadina consolidata, un vero e proprio brand di religiosità e cultura antoniana, che affianca le tradizionali celebrazioni del 13 Giugno, insieme anime contemporanee dell’antica e tradizionale festa del Santo”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV a Barcellona: essere comunità di santi

“Il Concilio Vaticano II definisce l’Ufficio divino ‘voce della sposa che parla allo sposo’ e ‘preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre’. Anche la Lettura che abbiamo ascoltato sottolinea che ‘tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo’. Possiamo allora farci aiutare, nella nostra riflessione, proprio da queste due immagini: la Sposa e il Corpo”: papa Leone XIV, appena giunto a Barcellona prega l’Ora Media nella cattedrale cittadina.

Commentando nell’omelia la Lettera ai Corinzi di san Paolo, il papa ha chiesto di essere una ‘comunità di santi’: “La prima ci ricorda che la Chiesa, e in particolare quest’assemblea, ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata. Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre. Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la ‘Comunità dei santi’ che è in Barcellona”.

E’ stato un invito a ‘camminare insieme’: “Ed è con questa consapevolezza che vi invito a rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita. La Chiesa è frutto di un atto d’amore che la precede e che viene da Dio, e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell’amore”.

Ed ha riproposto le parole di papa Francesco che invitava a diffondere un ‘clima’ di famiglia: “Le sue parole indicano il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”.

Per questo papa san Giovanni Paolo II diceva che Barcellona era un focolare: “Carissimi, Barcellona, in questo, ha una grande tradizione di Chiesa. Ne faceva memoria san Giovanni Paolo II quando, in visita qui, lodava l’ ‘animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti’, e vi incoraggiava a ‘proclamare davanti alla Chiesa che questa città e questa regione sono un focolare grande ed aperto alla fraternità cristiana’.

Nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione. Ed ancora oggi esse hanno conferma nella vitalità delle numerose opere di annuncio, di formazione e di carità di cui tutti siete animatori e protagonisti”.

L’altra immagine riguarda la corporeità: “Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, ‘gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione’, tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità. Anche questo è importante, perché ci rammenta che per noi lavorare insieme non è una scelta di ‘stile’, ma una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno ‘secondo la misura del dono di Cristo’, e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati”.

E’ il corpo che fa comunità: “E’ lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia. Come in un corpo, anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga”.

Citando la figura di sant’Eulalia, compatrona della Cattedrale, ha sottolineato il significato di ‘martirio’: “Cari fratelli e sorelle, è con questo spirito che anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce. Come la Vergine Eulalia e tanti altri martiri, vogliamo rispondere il nostro ‘sì’, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre”.

Ma prima di lasciare Madrid per Barcellona il papa ha ringraziato i volontari, parlando del ‘lievito della gratuità’: “La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili (penso al Giubileo dell’anno scorso), è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità”.

La gratuità è parte della ‘città di Dio’: “La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della ‘città di Dio’. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine ‘crescita’ è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale”.

La gratuità è la logica del Vangelo: “Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito. E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace.

Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo. Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità”.

(Foto: Santa Sede)

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