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Quattro giovani frati francesi riconosciuti martiri dell’apostolato cattolico: beatificazione di Gérard Cendrier, Roger Le Ber, Louis Paraire e Xavier Boucher

Il Convento di San Francesco a Parigi ha risuonato per tutto il fine settimana al fianco della Chiesa di Francia, per la beatificazione dei frati francescani Gérard Cendrier, Roger Le Ber, Louis Paraire e Xavier Boucher. Insieme ad altri 46 fedeli, per lo più laici (membri della Gioventù Operaia Cristiana e scout), sono stati riconosciuti come martiri dell’apostolato cattolico, ovvero uccisi dai nazisti per aver fornito clandestinamente sostegno spirituale ai giovani francesi deportati al Servizio di Lavoro Obbligatorio. Il Ministro generale Fr. Massimo Fusarelli, accompagnato dal Postulatore generale Fr. Gianni Califano e da Fr. Jürgen Neitzert (Provincia di S. Elisabetta, in Germania), è giunto da Roma per condividere la gioia dei frati della Provincia del Beato Giovanni Duns Scoto di Francia-Belgio.

I festeggiamenti sono iniziati la sera di venerdì 12 dicembre con una conferenza storica, intesa come momento di ricordo e preghiera. Fr. Luc Mathieu, memoria vivente della Provincia che conobbe questi frati, ha parlato dal punto di vista dei suoi cento anni, insieme alla storica Caroline Langlois, raccontando nei dettagli le loro vite davanti a un pubblico attento.

La storia narra che nel 1943 dodici giovani francescani in formazione arrivarono al campo della Deutsche Reichsbahn di Colonia; da lì, a settembre, furono deportati nel campo di concentramento di Buchenwald. I due relatori hanno sottolineato la loro determinatezza a vivere insieme e a riorganizzare la loro vita comunitaria in mezzo ai bombardamenti incessanti. Furono scoperti a prendersi cura dei malati, a cantare durante le riunioni sociali, a mobilitare i loro compagni per vestire e nutrire prigionieri ucraini e russi, a sabotare attrezzature, ad aiutare i prigionieri a fuggire, a sostituire compagni sull’orlo dello sfinimento sul lavoro, a impegnarsi nell’Azione Cattolica – la cappellania all’epoca vietata e clandestina – poi picchiati, condannati all’ergastolo e a combattere epidemie di tifo e dissenteria. L’assemblea si è commossa all’ascolto della lettura delle loro testimonianze, permeate di amore per la spiritualità francescana, a cui avevano dedicato la loro vita: “San Francesco, al mio posto, non avrebbe agito diversamente”, ripeteva Fr. Gérard Cendrier.

Un aspetto che ha profondamente colpito Fr. Massimo: “Penso che la loro testimonianza sia di grande attualità oggi, soprattutto per i fratelli più giovani dell’Ordine. Sono rimasti uniti tra loro e con le persone che servivano in modo molto concreto, condividendo le loro domande e la loro vita quotidiana. Credo che la loro testimonianza possa dare molta forza e luce al nostro presente oscuro. Il martirio non riguarda l’essere forti, quello è eroismo pagano. Il martirio cristiano riguarda l’essere deboli – e lo erano! – ma, chiamati da Dio, hanno trovato la forza di amarlo fino in fondo”. In risposta, Fr. Massimo ha confidato di aver inviato quella mattina stessa una lettera ai suoi confratelli nelle zone di guerra in Ucraina, Siria, Haiti, Guinea-Bissau e Congo orientale.

Sabato 13 dicembre la celebrazione ha assunto una dimensione molto speciale con la grande Messa solenne di beatificazione nella Cattedrale di Notre-Dame, a Parigi. In questo luogo iconico, la liturgia ha riunito più di quaranta vescovi provenienti da Francia e Germania.

“Qualunque sia la nostra vocazione, la nostra professione, la nostra responsabilità, siamo impegnati, come discepoli di Cristo, al servizio dei nostri fratelli e sorelle, in qualunque posto Dio, nella Sua Provvidenza, ci abbia posto. […] La fede non è mai privata; deve trovare espressione nel servizio concreto dei nostri fratelli e sorelle. […] Questa beatificazione ci invita a guardare al presente e a preparare il futuro. […] Stiamo vivendo, abbiamo vissuto, una riconciliazione dei popoli. È un’opera che non finisce mai e che ogni generazione deve continuare. […]

Tutti voi giovani, che forse non andate in chiesa, di Francia e d’Europa, voi che non vedete più il senso della vostra vita, guardate a Cristo, Principe della Pace, Principe dell’amore e non dell’odio, imparate da Lui come i vostri fratelli e sorelle maggiori, martiri, beatificati oggi, imparate da Lui a impegnarvi per il bene dei vostri fratelli e sorelle!”, ha esortato il Cardinale Jean-Claude Hollerich, Arcivescovo di Lussemburgo, nella sua omelia. Momento clou della celebrazione: la lettura ad alta voce dei cinquanta nomi dei martiri e la scoperta dell’opera di Nicolas de Palmaert che rappresenta i 50 martiri – ora beati – che ascendono simbolicamente al cielo attorno alla croce di Cristo.

Il fine settimana si è concluso con una Messa di ringraziamento presieduta da Fr. Massimo presso il convento di Rue Marie Rose. Nella Domenica Gaudete, il Ministro ha invitato i fedeli a meditare sulla figura di Giovanni Battista nella sua vulnerabilità e nei suoi dubbi, gli stessi dubbi sicuramente vissuti dai quattro martiri i cui ritratti erano esposti nella cappella. «Il vero profeta non è un indovino, ma colui che, in tempi di carestia e disperazione, ci fa guardare al futuro e rende presente la speranza e la gioia: diventa sacramento della presenza di Dio!

Quanto è visibile e tangibile questo nella vita dei nostri giovani fratelli! […] Anche la loro fede è stata messa a dura prova. E forse anche per loro, l’oscurità e il freddo della notte hanno reso difficile pensare alla speranza e alla gioia… Ciononostante, hanno deciso di rimanere uniti, anche di fronte alla possibilità della morte, cioè della vita offerta per Cristo. Non importa quanto amara possa sembrare la realtà, o quanto grande possa essere la nostra perdita; è pur sempre vero che il Signore viene! Questo è il grande messaggio dell’Avvento, questo è il grande messaggio dei nostri fratelli e sorelle».

(Tratto da Ofm.org)

81° anniversario della morte di padre Cortese: a Padova la commemorazione del francescano che salvò i perseguitati dal nazifascismo

A 81 anni dal martirio del Venerabile padre Placido Cortese (1907 – 1944) – frate del Santo e direttore del «Messaggero di sant’Antonio», che dopo l’occupazione dei tedeschi seguito all’Armistizio di Cassibile in segreto aiutava a fuggire ebrei, perseguitati politici, soldati alleati e internati jugoslavi al campo di concentramento di Chiesanuova – domenica 9 novembre, alle ore 11.00, nella Basilica di Sant’Antonio di Padova si terrà la commemorazione del ‘Martire della carità’.

La solenne celebrazione sarà presieduta dal card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi. A seguire ci sarà un momento di preghiera al Memoriale di padre Placido, ovvero il confessionale da dove in segreto coordinava la cosiddetta ‘catena di salvezza’, con la collaborazione di molti giovani, studenti e in particolare donne.

Il giorno precedente, sabato 8 novembre alle ore 16.00, sempre il cardinale Semeraro, sarà in Sala dello Studio teologico del Santo per presentare Il mio san Francesco (Edizioni Messaggero Padova), libro postumo di papa Francesco di cui è curatore, in dialogo con il rettore padre Antonio Ramina.

Le celebrazioni in ricordo del Venerabile proseguiranno venerdì 28 novembre, alle ore 12.00, al Quartiere 6 Ovest, zona Brentelle, a Padova, per l’inaugurazione della passerella intitolata alle ‘Sorelle Martini’, collaboratrici di padre Cortese, e venerdì 5 dicembre, alle ore 17.00, in Sala Paladin a Palazzo Moroni, con la presentazione del volume di Antonio Spinelli Il campo di concentramento di Chiesanuova (Cierre Edizioni) sull’internamento degli “slavi” a Padova durante la Seconda guerra mondiale, frutto di approfondite ricerche sul luogo dove padre Placido Cortese operò con instancabile carità.

La Resistenza padovana fu caratterizzata dalla partecipazione fondamentale di donne e ragazze di ogni estrazione sociale, culturale e orientamento politico. Furono molte, ad esempio, le giovani donne che aiutarono padre Cortese, come le sorelle Liliana, Lidia e Teresa Martini, ma anche altre si unirono al movimento partigiano, come Delfina Borgato, Clara Doralice, Franca Decima Proto e Maria Zonta.

A queste è stato recentemente dedicato il docufilm ‘Più forte della paura – Testimonianze e diari di donne nella Resistenza padovana’, realizzato e curato da Maria Teresa Sega e Luisa Bellina, dell’Associazione rEsistenze (memoria e storia delle donne in Veneto), in collaborazione con ANPI, CGIL SPI, Centro Studi Ettore Luccini, Casrec-Università di Padova, Csup (Centro per la storia dell’Università di Padova), per la regia di Manuela Pellarin, riprese video e registrazione letture di Lorenzo Ghidoli.

Il documentario di 53 minuti visibile su Youtube evidenzia la complessità e la drammaticità del contributo di queste donne, oltre alla figura chiave di padre Placido Cortese e della sua collaborazione anche con Armando Romani per soccorrere i prigionieri alleati dopo l’8 settembre.

(Foto: Il Messaggero di Sant’Antonio)

Al Meeting di Rimini le storie dei cristiani che nel mondo portano il perdono

Giornate intense quelle finora vissute al Meeting dell’Amicizia tra i popoli alla fiera di Rimini, che sul tema dei versi di Eliot (‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’) stanno offrendo la testimonianza di cristiani che cercano di costruire prospettive di vita con mattoni nuovi, anche se non sempre è facile, come ha raccontato p. Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, che nel presentare il docufilm di Luca Mondellini, ‘Osama, in viaggio verso casa’, che narra il prezioso lavoro di Osama Hamdan come architetto e restauratore, evidenziando il suo impegno nella preservazione di siti religiosi ebraici, cristiani e musulmani per una visione del patrimonio culturale come strumento attivo di dialogo e costruzione della pace, rappresentando un esempio concreto di come la conservazione dei beni culturali possa fungere da ponte tra diverse comunità e tradizioni, ha raccontato la realtà che stanno vivendo i cristiani in Terra Santa:

“La situazione a Gaza è drammatica. Continuano i bombardamenti ed è iniziata da qualche giorno una grande operazione di terra. Manca l’indispensabile: cibo, acqua, cure mediche, farmaci, elettricità. La gente soffre, ha fame, ha paura. E’ disumano dover sopportare tanto dolore e tanta umiliazione. Anche in Cisgiordania la situazione va peggiorando, sono aumentati gli scontri fra i coloni israeliani e la popolazione, sono saliti i livelli di povertà in modo sempre più evidente. E’ difficile trovare lavoro a causa delle conseguenze della guerra e per le molte limitazioni al movimento.

I cristiani che vivono in Terra Santa stanno affrontando difficoltà notevoli. A Gaza sono sostenuti dalle parrocchie, che li hanno ospitati fin dall’inizio, ma anche le scorte, utilizzate con parsimonia, stanno finendo. Negli anni scorsi la pandemia e, da quasi venti mesi, la guerra hanno fatto cancellare i pellegrinaggi nei Luoghi Santi. Il lavoro nel settore turistico è la maggior fonte di reddito per i cristiani locali e la mancanza di pellegrini ha fatto salire i livelli di povertà, soprattutto in Cisgiordania. Le difficoltà economiche sono quelle più evidenti perché vengono a mancare necessità importanti per il sostentamento delle famiglie, manca il cibo e manca la possibilità di curarsi. Manca la prospettiva di un futuro per i figli e si cerca di trasferirsi in nazioni più sicure. Tantissime famiglie di Betlemme e di Gerusalemme lo hanno fatto dal 7 ottobre 2023 ad oggi”.

E sempre dal Medio Oriente è giunta la testimonianza del vicario apostolico di Aleppo, mons. Hanna Jallouf, durante l’incontro ‘La presenza della comunità cristiana in Siria e la libertà religiosa’ , raccontando la vita dei cristiani: “La guerra è iniziata nel 2011. Eravamo 10.000 cristiani nella provincia di Idlib, con 11 preti e 4 famiglie religiose. Eravamo greci ortodossi, armeni ortodossi, latini e protestanti. Dai 10.000 siamo rimasti 700 persone, poi tutti sono scappati via. Siamo rimasti noi due francescani per servire la gente che è rimasta. Tocca a noi fare tutto: celebrazione delle messe, servizio liturgico, battesimi, matrimoni, funerali, tutti i riti.

E’ vero, era la guerra; però la guerra ci ha anche unito sotto una sola fede e un solo Cristo. Ho chiamato la gente che è rimasta: quelli che sono entrati da noi, i jihadisti, non sanno né greco, né latino, né armeno; sanno solo che tutti siamo fedeli. Se ci arriva un pezzo di pane, lo dividiamo tra noi. E così è andata avanti”.

Poi il ‘colpo di Stato’ e l’incontro con i miliziani dell’Isis: “I primi ad entrare sono stati l’Esercito Libero, poi è venuto l’ISIS, dopo l’ISIS è arrivata Jabhat al-Nusra, fonte della rivoluzione, e poi Hay’at Tahrir al-Sham, alla fine. Quindi sono quattro tipi di rivoluzionari, uno differente dall’altro.

Il primo incontro con l’ISIS è stato scioccante, perché basta sentire il nome di ISIS e uno trema. Due giorni dopo il loro ingresso, viene uno, bussa alla porta del convento, chiede di me. La suora apre la porta, dicendo che non c’è. Poi la suora viene da me ed io sono impallidito, perché non sapevo come comportarmi. Sono andato a fare una preghiera: ‘Dio, Signore, questo gregge che ho non è mio, è tuo. Dammi soltanto la saggezza di saper fare e saper rispondere’.

L’indomani, alle nove in punto, due macchine blindate arrivano e si fermano alla porta del convento. Tutti armati, con i Kalashnikov a tracolla, cinture minate. Uno alto un metro e novanta, con le spalle larghe, scende, mi saluta con arroganza e mi dice: ‘Sono Abou Ayyub al-Tunisi’. Io, allo stesso tono, rispondo: ‘Sono padre Hanna Jallouf’. Perché nella psicologia, al primo incontro, se tu stai all’altezza, allora c’è rispetto; se no ti ammazza, ti stermina.

‘Va bene, avanti, si accomodi’. Voleva entrare al convento. ‘Dove vai? Qui è terra sacra: non puoi entrare con le armi, per favore mettile fuori’. Si è infuriato: ‘Noi entriamo con le nostre armi dove vogliamo, scassiamo le porte, scassiamo tutto; anche nelle moschee possiamo fare quello che vogliamo’. Io rispondo: ‘Se tu credi che le tue armi ti proteggano, benvenuto. Avanti’. Allora è entrato lui con un altro, già coperto in faccia”.

Con il passare dei giorni la fiducia è arrivata: “In quei giorni che sono rimasti da noi avevano molta fiducia nei cristiani. Se volevano qualcosa, per esempio acqua o da bere, o così, chiedevano a noi: mai hanno chiesto un bicchiere d’acqua ai musulmani. E di più: i musulmani intorno, che avevano preso le nostre macchine e i nostri strumenti di agricoltura, di notte cominciavano a restituirli e ci dicevano: ‘Per favore non dite che erano rubati e chi li ha rubati, sennò questi ci ammazzano: o tagliano la testa o tagliano la mano’. Sono rimasti da noi 105 giorni. Non è rimasto nessun fornicatore, nessun ladro, nessun bugiardo: tutti sono scappati via per paura di essere sterminati”.

Ha concluso la sua testimonianza sottolineando la necessità di testimoniare il Vangelo attraverso la vita: “Non alziamo il Vangelo proclamandolo a parole soltanto: dobbiamo proclamare il Vangelo con la nostra vita. Perché a Knaye abbiamo parlato ai musulmani dicendo che il cristiano non mente, il cristiano è fedele, il cristiano ha la porta di casa aperta a tutti i pellegrini, il cristiano è leale. Questi sono i valori che il cristiano deve vivere. Non soltanto bere alcol o altre cose, o vestire con la minigonna e tutto questo. Noi dobbiamo essere pacificatori, portatori del messaggio di Cristo, perché siamo chiamati a questo compito”.

Mentre dall’Africa la suora missionaria agostiniana, Lourdes Miguélez Matilla, ha raccontato la sua esperienza maturata grazie anche alla fedeltà dei martiri a Cristo ed al popolo algerino: “La mia vita ormai si era radicata in questo popolo. Avevo iniziato a conoscere e ad amare la gente e sentivo il loro affetto e la loro fiducia. Ormai mi trattavano come una di loro. E poi ho scoperto l’importanza di stabilire delle relazioni basate sul rispetto e sull’accettazione delle differenze e di vivere con la condivisione della fede. Di fatto, sul lavoro, parliamo di Dio molto di più con i musulmani, con gli algerini, rispetto a quando ci ritroviamo tra cristiani.

Ho appreso che non ero andata lì ad imporre qualcosa, anzi, ero lì per condividere, per lavorare insieme e per valorizzarlo. Poco a poco, il mio cuore e il mio essere si aprirono e le relazioni umane cominciarono ad approfondirsi, fino al punto da crearmi delle amicizie solide, fedeli e durature che ho tuttora. Grazie a queste amicizie è cresciuta la mia fiducia in Cristo e il mio desiderio di seguirlo ancora più da vicino. E’ aumentata anche la mia fiducia nei confronti della Chiesa e del popolo algerino”.

Però dopo il martirio dei 19 beati aveva dovuto abbandonare il Paese, ma ora è ritornata: “Adesso il nostro centro di accoglienza e di amicizia è un luogo conosciuto e apprezzato in tutto il quartiere. E con l’aiuto di animatrici algerine, organizziamo tutta una serie di laboratori di cucito, di bigiotteria, di pittura per le donne. Ogni mese diamo spazio a una famiglia algerina che viene dalla Francia per distribuire derrate a 70 famiglie povere che ci chiedono di selezionare con anticipo.

E le stanze in cui vivevano le sorelle che sono state assassinate e che rimasero deserte per tanti anni, adesso sono state trasformate in uno spazio di vita, solidarietà, di felicità e speranza. Sono un luogo in cui si imparano cose, si rompono barriere e si condivide tutto. E senza quasi cercarlo, ci siamo trasformate ad essere un luogo di ascolto e di aiuto per molte persone con problemi familiari, di salute, solitudine, povertà. E questa fiducia ce la offrono perché sanno che siamo delle religiose. E credo che la nostra umile presenza contribuisca ad alleviare la sofferenza delle persone e a motivarle, a incitarle di fronte alle difficoltà e a rendere la vita più umana, più attraente e più bella. La nostra presenza, allo stesso tempo, è raggiante e discreta e si ispira alla vita di Gesù a Nazareth”.

Mentre dal Sud Sudan è arrivata la testimonianza di mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, 1.200.000 abitanti di cui 400.000 cattolici: “Annunciare il Vangelo e sostenere la dignità e la promozione umana sono le due traiettorie del nostro impegno. L’educazione è la chiave, Solo il 2% dei bambini frequenta la primaria, il 5-6% le superiori. Le tre scuole nelle parrocchie principali e i duemila iscritti all’Università Cattolica sono reali segni di speranza… La nostra prima azione pastorale è infondere speranza. In questi anni sono stato sfamato, nascosto, protetto. Ho toccato con mano l’enorme generosità di questo popolo”,

Ed infine: “La Chiesa in Sud Sudan ha sempre evangelizzato anche valorizzando l’importanza dell’istruzione come strumento importante verso una piena liberazione da schiavitù legate alla cultura tradizionale, all’appartenenza di sangue e alla posizione economica. Nelle scuole cattoliche vediamo una nuova generazione emancipata da narrative di pregiudizio, di paura e di rancore, e pronte a riscrivere una nuova storia di comprensione, di coraggio, e di riconciliazione”.

Anche dall’Europa sono giunte testimonianze di perdono, come quella della giornalista-documentarista russa Katerina Gordeeva, che ha raccontato la guerra dal fronte ucraino-russo vissuto dalle popolazioni, e nello scorso anno ha vinto il premio ‘Anna Politkovkskaja’ come giornalista indipendente per i reportage sulle guerre in Cecenia, Iraq e Afghanistan, presentando il libro ‘Oltre la soglia del dolore’, una raccolta di 24 storie ucraine e russe che raccontano la tragedia della guerra, vissuta dalla popolazione dei due Stati, come ha scritto nella prefazione Dmitrij Muratov, premio Nobel per la pace e caporedattore di Novaja Gazeta: “Katerina Gordeeva è diventata un’alternativa unipersonale ad una colossale macchina di propaganda”.

Lei stessa ha spiegato il motivo: “Ho deciso di raccogliere le voci di russi e ucraini sul campo, di documentare tutto, perché un domani i miei figli possano conoscere la storia per come è stata, non per come l’ha narrata la propaganda. E perché se in futuro ci saranno dei processi, queste testimonianze possano servire alla verità e alla giustizia”.

Nel reportage, diventato libro, Katerina Gordeeva ha incontrato molte persone, tutte segnate fisicamente o mentalmente dal conflitto, come Danila, mutilata ad una gamba, o Rita, che ha sposato un coreano e ha deciso che in Ucraina non tornerà mai più e poco importa se la prenderanno i russi o se resterà in mano agli ucraini: “Aveva studiato come otorino pediatrico, in mezzo alla confusione della guerra si ritrova nel sangue, a ricucire gli arti strappati dalle esplosioni delle bombe, e a domandarsi se è per questo che ha studiato, se è per questo che deve vivere”.

Un racconto che non lascia alibi alla nostra dimenticanza: “Ho girato tanti video di queste interviste, ma le voci di quella gente mi tormentavano e ho scelto di metterle anche su carta. Anche se oggi c’è poco spazio per il giornalismo indipendente in Russia, ci sono le persone”, come la piccola Katja: “Stavo parlando con la madre, una sarta il cui marito, muratore, si trovava al fronte. Parlavamo della guerra e la donna raccontava dei morti, dei mutilati, della paura del futuro. Non so da quanto tempo stessimo lì. All’improvviso quella bimba, che poco prima stava guardando Peppa Pig, comincia a tirare dei piccoli pugni alla mamma implorandola di smetterla di parlare di queste cose. ‘E di cosa dovremmo parlare, Katja?’, le ho domandato con l’oscena speranza dell’adulto che i bambini, nella loro purezza, sappiano tutto e meglio. ‘Del bene’, mi ha risposto.’“Del bene?’. ‘Sì’. Poi ha serrato le spalle e ha chiesto solo alla madre di prenderla in braccio e di poter andare a dormire”.

Ed ha detto che non è possibile far finta che la guerra non generi dolore, perché non ci ‘tocca’: “Io sono rimasta sconvolta quando ho capito che i miei concittadini erano disposti a far finta di niente, a nascondere la testa sotto terra, per conservare una presunta normalità. Non tutti, certo, perché non posso tacere ad esempio lo straordinario moto umano di famiglie che si sono fatte in quattro per ospitare i profughi ucraini nelle loro case, a Rostov o nei centri di accoglienza temporanei…. Oltre la soglia del dolore c’è la vita. E, come mi ha detto una profuga ucraina, forse un livello superiore di misericordia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Al Meeting di Rimini la mostra ‘Chiamati due volte’ racconta i martiri di Algeria

Diciannove fra religiosi e religiose uccisi 30 anni fa. Dalla prima suora delle Piccole Sorelle dell’Assunzione, suor Paul-Hélène Saint-Raymond, assassinata nella biblioteca organizzata per i ragazzi nella Casba di Algeri, fino al vescovo, mons. Pierre Claverie, ucciso in un attentato insieme al suo amico musulmano Mohammed Bouchikhi. Fra il 1992 e il 2002 il terrorismo colpisce l’Algeria facendo 150.000 vittime tra cui molti imam. Fra le vittime ci sono 19 martiri cristiani che 7 anni fa sono stati proclamati beati a Orano. Alcuni di loro sono diventati famosi nel mondo grazie al film ‘Uomini di Dio’ (2010) che ha raccontato la storia del sacrificio dei monaci di Tibhirine.

Questa vicenda dei 19 costituisce il racconto di ‘Chiamati due volte. I martiri d’Algeria’, mostra che è esposta fino al 27 agosto al ‘Meeting per l’amicizia fra i popoli’ a Rimini e realizzata da ‘Oasis’, fondazione internazionale nata nel 2004 per iniziativa del card. Angelo Scola, con l’obiettivo di favorire la conoscenza tra cristiani e musulmani e creare spazi di dialogo sulla base della reciproca rilevanza culturale, e dalla Libreria Editrice Vaticana, che ne pubblica anche il catalogo, con il sostegno della Fondazione Cariplo.

Il titolo della mostra (‘Chiamati due volte’) allude al fatto che i 19 martiri sono stati fedeli due volte: alla loro vocazione religiosa ed al popolo algerino con cui vivevano. Il percorso-itinerario della mostra comprende interviste ed testimonianze in video raccolte a Roma, Parigi, in Normandia, a Lione, a Tunisi e in Algeria. Fra gli intervistati il card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri; il postulatore della causa di beatificazione Thomas Georgeon; il regista del film ‘Uomini di Dio’, Xavier Beauvois; il domenicano p. Adrien Candiard, autore della pièce teatrale ‘Pierre e Mohamed’; Bruno De Chergé, nipote di frère Christian De Chergé, il priore del monastero di Tibhirine; Bruno Laurentin, nipote di frère Luc, medico di Tibhirine che viveva la propria professione come modalità di servire Cristo. Per finire con le sorelle di suor Bibiane Leclercq, la nipote del padre bianco Jean Chevillard, la nipote di suor Odette Prévost e altre testimonianze di parenti e amici.

All’interno della mostra sono presentati anche oggetti che appartenevano ai monaci di Tibhirine, fra cui la croce pettorale del priore, il microscopio di frère Luc, il piano di irrigazione del monastero redatto da frère Paul Favre-Miville, il rosario del padre bianco Jean Chevillard, ucciso a Tizi Ozou. Ci sono anche abiti, come quello di frère Christian De Chergé e di mons. Pierre Claverie. Il percorso della Mostra si presenterà al visitatore con una grande parete esterna su cui sono raffigurati i ritratti di tutti e 19 i martiri.

I membri del Comitato Scientifico della mostra sono il card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano; il card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri; p. Thomas Georgeon, postulatore della causa di beatificazione dei martiri d’Algeria; Marie-Dominique Minassian, responsabile del progetto di ricerca ‘Gli scritti di Tibhirine’; Nadjia Kebour, docente al PISAI di Roma; mons. Diego Sarrió, vescovo di Laghouat in Algeria e già preside del PISAI di Roma; Anna Pozzi, giornalista del mensile ‘Mondo e Missione’ del PIME; p. Jean-Jacques Pérennès, già direttore della Scuola biblica di Gerusalemme, biografo di Pierre Claverie. Mentre i curatori della Mostra sono Alessandro Banfi, Michele Brignone, Martino Diez, Claudio Fontana e Chiara Pellegrino della Fondazione Oasis e Lorenzo Fazzini della Libreria Editrice Vaticana.

Ad uno dei curatori della mostra organizzata dalla Fondazione internazionale Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana con il sostegno della Fondazione Cariplo, Alessandro Banfi, direttore della comunicazione della Fondazione Internazionale Oasis, abbiamo chiesto di spiegare il motivo, per cui bisogna ricordare con una mostra i 19 martiri di Algeria?

“La vicenda è poco nota in Italia, nonostante che sette anni fa i 19 fra religiose e religiosi cristiani, caduti sotto i colpi del terrorismo islamista nel cosiddetto ‘decennio nero’ dell’Algeria, siano stati proclamati beati dalla Chiesa cattolica. Alla loro fama contribuì molto, 15 anni fa, il film francese ‘Uomini di Dio’ del regista Xavier Beauvois, dedicato alla vicenda dei sette monaci di Tibhirine. Il Meeting, 30 anni dopo dalla loro morte, approfondisce e racconta la storia di questi testimoni della fede in terra musulmana, ‘martiri del dialogo’ come sono stati chiamati. Si tratta di suore, frati e sacerdoti che hanno scelto di rimanere in Algeria, per stare accanto al popolo, restando fedeli alla propria missione, nonostante le esplicite minacce dei terroristi. Ed hanno offerto la loro vita per gli altri”.

Ma cosa c’entra questa mostra con il titolo del Meeting di quest’anno?

Il titolo di quest’anno, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, è una citazione del poeta Thomas Stern Eliot che evoca le ‘pietre vive’ su cui edificare nuove costruzioni. Ebbene i martiri sono stati a loro modo, ed ancor di più lo sono ora, costruttori di civiltà e di pace in Paesi di fede diversa, dove è permesso il culto, ma anche dove la libertà religiosa è sempre messa in discussione dagli estremisti. I luoghi deserti sono quelli dell’odio e della violenza.

Restare in luoghi, per così dire, desertificati dall’estremismo e disumanizzati dal terrorismo è stata la testimonianza specifica dei 19 martiri d’Algeria. Tanti muoiono, anche fra i cristiani ed i religiosi in tanti posti del mondo, e non sempre vengono proclamati beati martiri. Il motivo per cui invece loro sono stati portati alla gloria degli altari dalla Chiesa è che hanno scelto liberamente di donare la propria vita di fronte alle minacce. Come p. Massimiliano Kolbe nel lager. Nella mostra ci saranno video con interviste a testimoni diretti, sopravvissuti, parenti delle vittime, esperti. E saranno anche esposti oggetti appartenuti ai martiri.

In quale senso questi 19 martiri sono stati chiamati ‘due volte’?

Due volte nel senso che la loro vita è stata donata una prima volta attraverso la loro fedeltà a Gesù Cristo nell’ambito della loro specifica vocazione. E una seconda volta nella radicalità di continuare a donarsi agli altri in una condizione di evidente pericolo. Come dice il postulatore della causa di beatificazione, il frate trappista Thomas Georgeon, in una delle interviste video che saranno proposte nella Mostra: ‘C’è il primo incontro che ha portato questi martiri in Algeria che è l’incontro con Cristo. E poi questo incontro con Cristo si è sviluppato in un incontro con l’altro, nell’alterità. Sono martiri dell’alterità perché hanno accettato di andare all’incontro o di vivere l’incontro con l’altro diverso da me. Passando oltre i pregiudizi sulla cittadinanza, sulla fede, sulla religione… Per andare a incontrare la persona che c’era davanti a loro, cioè l’altro’.

Forse un po’ cinicamente resta da chiedersi: le vite di questi martiri sono state forse inutili? Cercavano il dialogo e sono stati uccisi…  Nel testamento lasciato da frère Christian De Chergé, il priore di Tibhirine, scritto qualche mese prima il loro rapimento e la loro uccisione, questa questione è già presente. Scrive infatti De Chergé, prevedendo la sua fine per mano dei terroristi islamisti: ‘La mia morte sembrerà evidentemente dare ragione a quelli che mi hanno frettolosamente trattato da ingenuo o da idealista: Dica adesso cosa ne pensa! Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con Lui i suoi figli dell’islam così come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della Sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza giocando con le differenze’.

Proprio a proposito di questa riflessione, il card. Angelo Scola, già arcivescovo di Milano e patriarca di Venezia, nonché fondatore di Oasis, ha scritto nel suo ultimo libro, ‘Nell’attesa di un nuovo inizio’: ‘Ho letto e riletto più volte questo testo straordinario con grande emozione perché esprime, con delicati toni poetici e con profonda sensibilità teologica, un interesse nei confronti dell’Islam che ho sempre avuto e che ho coltivato soprattutto nell’ultima parte della mia vita con l’istituzione della Fondazione Oasis. Anche a me è capitato spesso, senza ovviamente toccare i vertici della riflessione di padre de Chergé, di chiedermi per quale misterioso disegno di Dio oltre un miliardo di uomini e donne sono fedeli all’Islam. Ed ho cominciato a intravvedere e a capire che il Signore ci dona la grazia e ci offre la possibilità di lasciarci trasformare da essa in una misura che non avremmo mai immaginato quando nella Chiesa si è iniziato a parlare di dialogo interreligioso’.

A distanza di 30 anni quale significato assume questo martirio?

“E’ una testimonianza che è stata feconda per la Chiesa algerina e che porta frutti ovunque. E’ la testimonianza di una Chiesa che quando sembra sconfitta dalla storia e più fragile riesce a raggiungere i cuori delle persone. Di tutti. I martiri d’Algeria ci spingono ad elevare lo sguardo e allo stesso tempo ci ricordano che non c’è niente di più grande che dare la vita per i propri amici”.

(Foto: Fondazione Oasis)

La speranza certa nel buio della storia

Venerdì 20 giugno papa Leone XIV ha approvato il riconoscimento del martirio di un gruppo di Frati Minori, tra cui fr. Louis Paraire, morto il 26 aprile 1945 sull’infernale treno della morte. È il riconoscimento di una testimonianza che ha attraversato l’abisso del male nazista per emergere come luce di fraternità cristiana.

La storia che oggi la Chiesa onora è stata raccontata da Eloi Leclerc, frate minore sopravvissuto ai lager di Buchenwald e Dachau. Durante il trasporto su un treno scoperto che per 28 giorni viaggiò da Buchenwald verso Dachau, accadde qualcosa di miracoloso: alcuni frati, presi da grazia sovrannaturale, iniziarono a intonare con voci quasi impercettibili il Cantico delle Creature di San Francesco.

Tra quei frati agonizzanti c’era fr. Louis Paraire, la cui morte è oggi riconosciuta come martirio. Soprattutto c’era Eloi Leclerc che, sopravvissuto, testimoniò per tutta la vita quella ‘speranza certa’ che li sostenne nelle tenebre. La sua testimonianza vive nel celebre ‘La sapienza di un povero’.

Se ci fu una speranza certa in quell’inferno, allora tutto cambia. La testimonianza di questi frati dimostra che nemmeno la macchina di morte nazista riuscì a spegnere il canto della creazione. Come scrisse Leclerc: ‘Nel mezzo dell’inferno irruppe qualcosa dal cielo’.

La coincidenza temporale rende questo riconoscimento provvidenziale: siamo nel Centenario del Cantico delle Creature – quello stesso cantico che risuonò tra le lamiere del treno della morte – e nel Giubileo della Speranza. Non è forse un segno che Dio scrive la storia anche attraverso le coincidenze?

L’esperienza di Leclerc si è rivelata decisiva per la riscoperta delle fonti francescane. È dimostrato che fu un tassello importante per la redazione delle fonti francescane in francese e da lì in altre lingue. La sofferenza estrema, invece di distruggere la tradizione spirituale francescana, l’ha purificata e rilanciata.

Qual è il valore per noi oggi? In un mondo che precipita verso nuove barbarie (guerre, persecuzioni, schiavitù) la testimonianza di fr. Louis Paraire e degli altri martiri ci ricorda che la speranza cristiana non è vago ottimismo, ma certezza fondata sulla vittoria di Cristo sulla morte.

Quando intonarono il Cantico in quel vagone piombato, non facevano estetica spirituale, ma compivano un atto di resistenza evangelica al male. Affermavano che ‘tutte le creature’ (anche quelle sofferenti, in agonia) partecipano della bellezza di Dio e nessuna ideologia della morte può cancellare questa verità.

Nel Giubileo della Speranza, fr. Louis Paraire e i suoi compagni diventano intercessori per tutti coloro che (sono tanti anche oggi) attraversano prove insuperabili. La loro testimonianza ci assicura che, anche nei momenti più bui, la speranza cristiana rimane ‘certa e affidabile’. Perché è fondata sulla fedeltà di Dio che non abbandona mai i suoi figli, nemmeno sui treni della morte.

La grazia particolare di questo riconoscimento ci ricorda che il cristianesimo non è filosofia facile, ma forza di resurrezione che resiste al male e che nessuna potenza terrena riuscirà mai a spegnere definitivamente.

‘Il canto delle sorgenti’ è un libro che ho letto recentemente, un commento al ‘Cantico di Frate Sole’ di Fra’ Eloie Leclerc  morto nel maggio del 2017 all’età di 95 anni, uno dei più importanti studiosi di San Francesco d’Assisi, autore anche del libro ‘La sapienza di un povero’. Fra’ Eloie Leclerc  nasce il 24 Giugno del 1921 a Landernau, in Bretagna e studia nel collegio francescano di Fontenay-sous-Bois. Entra al noviziato francescano di Amiens nel 1939 dove sceglie il nome di Eloie, (il suo nome di battesimo era Henri) e fa la sua prima professione religiosa nel dicembre del 1940 a Quinper, antica capitale storica della Cornovaglia. Nel giugno del 1940 la Francia viene occupata dai nazisti e fra’ Eloie, nel settembre del 1943 è mandato in Germania, obbligato al lavoro come magazziniere nella stazione ferroviaria di Colonia. La Gestapo lo arresta nel luglio del 1944 insieme ad altri sessanta seminaristi, sacerdoti e religiosi, con l’accusa di propaganda anti-nazista.

E’ mandato nel campo di concentramento di Buchenwald che viene evacuato nell’aprile del 1945 a causa dell’avvicinamento degli eserciti alleati. Dopo averli fatti camminare a piedi fino alla stazione ferroviaria di Weimar, i prigionieri vengono portati a Dachau, fatti salire in un treno merci dove centinaia di prigionieri muoiono per gli stenti e i soprusi dei nazisti. fra’ Eloie sopravvive al viaggio e il giorno dopo il suo arrivo a Dachau, il 29 Aprile 1945, è liberato insieme agli altri sopravvissuti dall’esercito americano.

Queste semplici note biografiche per introdurre alcuni passi del libro ‘Il canto delle sorgenti’, parole che non hanno bisogno di commento ma che ci fanno entrare perfettamente nel cuore di san Francesco, in ciò che viveva nel momento in cui compose, già cieco e prossimo alla morte, ‘Il Cantico di frate sole’ :

“Abbiamo viaggiato tutto il giorno. Stasera il treno si è fermato in una stazioncina… Il ponte della ferrovia sopra il Danubio è stato tagliato. Siamo condannati a restare fermi lì, su un binario morto, per parecchi giorni, sei per la precisione. Giornate lunghe e terribili. Per colmo di sventura, al bel tempo succede la pioggia. Cade fredda ed insistente per tre notti e tre giorni. Siamo intirizziti dal freddo. Non c’è nulla di caldo, naturalmente, da mandar giù. Alcuni di noi, tornando dopo aver portato via i morti, sono riusciti lungo i binari a raccattare qualche pezzo di assi e qualche mattone. Sui mattoni, dentro il vagone accendiamo una specie di fuoco.

E ci stringiamo tutti attorno per asciugarci e scaldarci. Ma la fiamma è troppo esile e gli scheletri non scaldano. I giorni passano per la maggior parte senza mangiare nulla. Dobbiamo accontentarci di qualche foglia di radicchio strappato in fretta sul bordo dei binari al ritorno di aver portato via i morti. I morti! Ce ne sono sempre di più. Molti compagni muoiono di dissenteria, molti di sfinimento. I cadaveri a volte rimangono tutto il giorno nei vagoni bagnati, nelle pozzanghere che si sono formate sul pavimento. L’eccesso di sofferenza ci mette un’angoscia estrema. Siamo migliaia di uomini consegnati alla fame , al freddo, ai vermi e alla morte.

L’uomo è schiacciato fino in fondo, l’uomo che credevamo fatto ad immagine di Dio, ci appare come un essere senza valore, senza alcun appoggio, senza speranza… E davanti a noi si apre un vuoto immenso: quello del non senso dell’uomo e dell’inesistenza di Dio. Fra i cadaveri stesi nelle pozzanghere con gli occhi stravolti c’è un compagno, un amico. Una realtà dalla quale il Padre è assente! E’un’esperienza atroce. Laddove il Padre è assente il Figlio entra in agonia. L’agonia del Figlio è sempre il silenzio del Padre. E dove trovare la minima traccia del Padre in questo inferno? Allora comprendiamo sul serio le parole: ‘La mia anima è triste fino alla morte’. Nell’anima è notte.

Eppure quando la mattina del 26 Aprile, uno di noi frati si trova alla fine e la luce del suo sguardo ci ha già quasi lasciati, non è un grido di disperazione o di  rivolta a salirci dal cuore alle labbra ma un canto e, un canto di lode: il Cantico di frate sole di Francesco d’Assisi! E non abbiamo neppure bisogno di sforzarci per cantarlo. Il canto sgorga spontaneo dalla notte e dall’annientamento in cui siamo come l’unico linguaggio che sia all’altezza dell’evento. Ma cosa ci spinge, in circostanze del genere a lodare Dio per la grande fraternità cosmica?

Nel nostro smarrimento quello che resta e continua ad avere ai nostri occhi valore inestimabile, è il gesto di pazienza e di amicizia testimoniato da un compagno o dall’altro. Il gesto di qualcuno, sommerso come noi dall’angoscia e dalla sofferenza, è come il raggio di luce che miracolosamente attraversa il fondo tenebroso della nostra miseria. Ti ridà un volto, ti ricrea: d’ un tratto sappiamo di nuovo di essere uomini. E il gesto di cui sei l’oggetto  lo puoi fare tu a tua volta, opponendo così al regno brutale del male una libertà ed un amore testimoni di un’altra realtà. Anche se non del tutto, in questo mondo brilla ancora la carità divina.

L’uomo fraterno è il testimone del Padre, chi lo vede vede il Padre. E poi… c’è un’esperienza stupita del mondo e del sacro nel mondo che può essere fatta soltanto nell’estrema nudità del corpo e dell’anima… E quel vasto cielo terso, così luminoso e puro sopra le nostre teste! Tutte le umili cose che ci restano da contemplare sul fondo del nostro vagone non sono solo un caso…ma parlano dolcemente all’anima. Da dove vengono la limpidezza e la purezza e l’innocenza che, attraverso le cose, ci afferrano all’improvviso? Da dove vengono la limpidezza e lo splendore del mondo che percepiamo solo nella massima povertà? L’innocenza delle cose! Possiamo sorriderne. Si tratta tuttavia di una esperienza innegabile”.

Occorre avere in sè una parte di caos per partorire una stella danzante” come diceva Nietzeche. Quanto al caos non ci manca, è tutto attorno a noi, in noi, tutto è devastato. La storia è passata sulle nostre vite come un ciclone. Ed ecco che sopra questo cumulo di rovine, brilla la grande stella della sera della Povertà…L’uomo nulla può contro la Fonte di purezza e di innocenza, non vengono da noi, affiorano in noi ma non è certo il nostro sguardo a crearle sono invece loro a ricreare in noi lo sguardo del bambino, lo ricreano quando siamo abbastanza poveri per accoglierle.

Il cristiano ritrova lo sguardo del bambino sempre e solo all’ombra della Crocifissione, alla fine del viaggio. Uno sguardo spogliato fino a quel punto, esprime una immensa volontà di pace e di misericordia… e nonostante la potenza apparente del male, quello sguardo è più forte. E’ capace di sconfiggere la più mostruosa fabbrica di barbarie. Nell’infuriare della storia un tale sguardo esprime già l’ultima parola. E non è ancora abbastanza. La canta. Era questo lo sguardo che una mattina di aprile da qualche parte nella Germania ci faceva cantare attorno al nostro fratello agonizzante. Cantare il Sole e le stelle, il vento e l’acqua, il fuoco e la terra e anche ‘quelli Ke perdonano per lo Tuo amore’…

Quando morì leggero, in cielo non ci fu nessun volo di allodole ma una pace soprannaturale aveva preso posto nei nostri cuori. La sera portammo fuori il suo corpo sotto i colpi delle SS che pensavano non facessimo abbastanza in fretta. Fu l’ultimo morto del nostro vagone”.                                            

Da ‘Il canto delle sorgenti’ di Fra’ Eloie Leclerc

Solennità dei santi Pietro e Paolo apostoli

La coincidenza della XIII domenica del Tempo Ordinario con la solennità dei Santi Pietro e Paolo consiglia il calendario liturgico a celebrare oggi la solennità dei due Apostoli, che costituiscono con gli altri apostoli le pietre fondamentali sulle quali poggia la Chiesa istituita da Cristo, vera pietra angolare della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica. Chi sono gli apostoli Pietro e Paolo?  Sono i veri amici di Cristo Gesù a titolo personale: entrambi hanno bevuto il calice del Signore; all’uno e all’altro Gesù ha cambiato il nome quando li ha invitati a seguirlo.

A Simone Gesù disse: ‘Ti chiamerai Cefa (roccia, pietra) perché su questa Pietra costituirò la mia Chiesa’. A Saulo, al momento del battesimo, fu conferito il nome ‘Paolo’ (piccolo).  L’uno e l’altro divennero veri amici di Gesù dopo avere sperimentato l’esperienza amara della miseria umana dalla quale sono stati liberati dallo stesso Cristo Gesù. Pietro sperimentò l’umiliazione di avere rinnegato Gesù davanti ad una cameriera la notte in cui Gesù fu consegnato da Giuda ai suoi nemici. Peccato gravissimo per il quale Pietro pianse amaramente.

Era stato già avvisato da Gesù: ‘Prima che il gallo canta mi avrai rinnegato tre volte’. Giuda, il traditore, andò ad impiccarsi; Pietro uscì fuori, si ricordò delle parole di Gesù, e pianse amaramente invocando il perdono. Dopo la sua risurrezione Cristo Gesù mostrò di apprezzare il pentimento di Pietro  e, come gli aveva promesso, gli conferì il mandato: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’. La Chiesa di Cristo oggi è la comunità di coloro che condividono la stessa fede di Pietro e degli Apostoli.

La Fede esige sempre la nostra partecipazione razionale che si approfondisce  e si purifica attraverso l’amore; Gesù a Pietro pentito per ben tre volte chiede: ‘Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?’; dopo la triplice risposta affermativa, Gesù conferisce il mandato: ‘Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’. Pietro dimostrò alla Chiesa e  a se stesso il suo amore: come Vescovo di Roma è morto crocifisso, non lontano dal Colle Vaticano, e la sua tomba è il centro simbolico della fede cristiana. 

Paolo fu un vero apostolo, definito da Gesù ‘vaso di elezione’. Dopo l’esperienza terribile di essere stato   un persecutore accanito contro Gesù e la religione cristiana, Gesù lo folgorò con la sua grazia sulla via di Damasco, dove si recava per imprigionare i seguaci di Cristo; lo liberò da tutti i suoi pregiudizi e con il sacramento del Battesimo lo trasformò radicalmente e ne fece un vero vaso di elezione. Divenne vero messaggero di Dio ed annunciò la Verità al mondo intero.

Dopo la conversione  la sua persona e il suo ministero sono divenuti vero servizio al Vangelo di Cristo Gesù. Paolo concluse la sua vita con il martirio a Roma come l’apostolo Pietro. Questi venne  crocifisso perché ebreo, Paolo fu decapitato perchè cittadino romano, nel rione di Tre Fontane sulla via Ostiense. Il modello di evangelizzazione di Paolo e le sue lettere ancora oggi attirano a Cristo uomini e donne. Paolo, maestro e dottore, annunciò la salvezza a tutte le genti: ebrei e pagani.  

La Chiesa, grazie all’azione dello Spirito santo, rimane nel mondo una immensa forza rinnovatrice; i Padri della Chiesa amavano paragonare i due apostoli Pietro e Paolo a due colonne sulle quali poggia la costruzione visibile della Chiesa. La Liturgia celebra i due Apostoli facendo memoria del loro glorioso martirio; le loro tombe, ancora oggi, riposano. l’una, quella di Pietro sul Colle Vaticano, quella di Paolo sulla via Ostiense.

Con carismi diversi i due Apostoli hanno contribuito ad edificare l’unica Chiesa di Gesù. La Madonna protegga sempre la Chiesa di Gesù e guidi la nostra Chiesa a seguire sempre la Chiesa di Cristo: una, santa, cattolica ed apostolica. Oggi tutti siamo chiamati a confermare la nostra fede e la nostra comunione  sotto la guida del romano Pontefice, il papa Leone XIV, vicario di Cristo, successore di Pietro, a cui auspichiamo: ‘stet et pascat in fortitudine tua, Domine’.

Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la beatificazione del sacerdote-martire Michał Rapacz

Domenica 15 giugno nel Santuario-chiesa parrocchiale di Płoki, nella Polonia meridionale, all’interno del quale sono custodite le spoglie del beato Michał Rapacz (1904-1946), sacerdote diocesano ucciso a 41 anni da militanti comunisti, si è tenuta una suggestiva celebrazione nella ricorrenza del primo anniversario della sua beatificazione.

Il parroco e Custode del Santuario p. Tadeusz Tylka, assieme ad altri membri del clero e giovani, hanno in tale occasione recitato una litania in onore del sacerdote-martire per implorarne l’intercessione per la pace in Europa e nel mondo. La beatificazione del giovane parroco di Płoki, antico villaggio medievale nel quale era (ed è ancora) molto amato, è stata l’ultima della Polonia cattolica alla fine del pontificato di papa Francesco.

A presiedere la cerimonia, tenutasi il 15 giugno 2024 nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia alla presenza di due pronipoti del beato Rapacz, è stato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi. Il porporato, in rappresentanza di Papa Francesco, ha ricordato come per il coraggioso sacerdote, prelevato nella notte nella sua canonica e ucciso in un bosco poco distante, «diffondere l’amore a Cristo era il solo antidoto efficace all’ateismo, al materialismo e a tutte quelle visioni del mondo che minacciano la dignità dell’uomo» (Un segno di consolazione in un tempo ferito dalla guerra, L’Osservatore Romano, 15 giugno 2024, p. 11).

Don Rapacz e tutti gli altri martiri uccisi in odium fidei nei regimi comunisti europei, ha aggiunto il card. Semeraro, rimangono «un segno di consolazione da parte di Dio, in un tempo ancora ferito dalla violenza e dalla guerra in molte parti del mondo ed anche non molto lontano da qui» (leggasi Ucraina).

Alle celebrazioni, preghiere e udienze che i Pontefici tengono regolarmente a San Pietro, come noto, non mancano mai gruppi di pellegrini o rappresentanti di parrocchie, istituzioni o associazioni provenienti dalla Polonia, Paese nel quale circa il 92% dei cittadini si dichiara di fede Cattolica.

All’Udienza generale del mercoledì del 18 giugno hanno preso parte, ad esempio, numerosi giovani della scuola cattolica ‘Sacra Famiglia di Nazareth’ e della scuola secondaria generale associata alla ‘Commissione per l’Istruzione Nazionale’, il primo ministero dell’istruzione entrato in funzione al mondo, istituito nel 1775 dall’ultimo re di Polonia Stanislao II Augusto Poniatowski (1732-1798).

Prima del giogo statale ed ideologico imposto dal Partito Comunista polacco nel 1948, tale importante Istituzione scolastico-universitaria era stata rifondata dopo la fine della seconda guerra mondiale (1946) e, da quarant’anni ormai, ovvero dall’abbattimento nel 1989 della ‘Repubblica Popolare di Polonia’, ha il merito di offrire una formazione umana e cristiana a decine di migliaia di giovani.

Non a caso negli scorsi giorni tre artisti associati all’Università della Commissione per l’Istruzione Nazionale hanno ricevuto le prestigiose Borse di Studio Creative della Città di Cracovia 2025. Questi premi vengono assegnati a persone che, attraverso il loro lavoro, danno un contributo significativo allo sviluppo della cultura della città che ha dato i natali a santi come Stanislao Kostka (1550-1568).

La Borsa di Studio Creativa della Città di Cracovia è stata istituita nel 1994 dal Consiglio Comunale di Cracovia con l’obiettivo di sostenere e promuovere artisti e persone locali impegnate nello sviluppo e nella promozione della cultura. Per quasi trent’anni, questo programma è stato un elemento importante del sistema di mecenatismo culturale della città. Grazie alle borse di studio, centinaia di artisti di Cracovia hanno realizzato i propri progetti: dalle attività artistiche, alle iniziative educative, fino a forme innovative di animazione culturale.

Il 29 settembre 2005 proprio l’arcivescovo di Cracovia, ovvero il più stretto collaboratore per tanti anni di san Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanisław Dziwisz, ha dato lo slancio per la finalizzazione del processo di beatificazione di don Michele Rapacz. Il 30 giugno 2017 i lavori diocesani furono infatti chiusi con la trasmissione degli atti alla Congregazione delle Cause dei santi a Roma.

La stessa in poco tempo confermò la validità del processo diocesano e, dopo un approfondito esame dei materiali raccolti, la congregazione ordinaria dei cardinali e dei vescovi diedero quel parere tanto atteso riconoscendo che il martirio del giovane parroco ucciso in odio alla fede. Papa Francesco lo ha confermato nel suo decreto firmato il 24 gennaio 2024, consentendo così la beatificazione del 15 giugno dello stesso anno.

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