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Papa Leone XIV: le polarizzazioni si sconfiggono con l’educazione
“Cari fratelli e sorelle d’Algeria, la pace sia con tutti voi! As-salamu alaykom! Rendo grazie a Dio che mi dà la possibilità di visitare il vostro Paese come successore dell’apostolo Pietro, dopo averlo fatto già due volte in passato, come religioso agostiniano. E’ però soprattutto un fratello che si presenta davanti a voi, lieto di poter rinnovare, in questo incontro, i legami di affetto che avvicinano i nostri cuori. Guardando a tutti voi, vedo il volto di un popolo forte e giovane, di cui già ho avuto modo di sperimentare ripetutamente l’ospitalità e la fraternità.
Nel cuore algerino l’amicizia, la fiducia, la solidarietà non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme”: appena atterrato nel territorio algerino papa Leone XIV si è recato Maqam Echahid, il Memoriale dei martiri algerini contro il colonialismo francese, lanciando un messaggio di speranza per un mondo lacerato dai conflitti, chiuso con il brano evangelico delle Beatitudini.
Nel primo discorso al popolo algerino il papa ha spiegato questa scelta: “Sostare presso questo Monumento è un omaggio a questa storia, e all’anima di un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa Nazione. In questo luogo ricordiamo che Dio desidera per ogni Nazione la pace: una pace che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità”.
Quindi una chiara scelta di pace: “E questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. La vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace dei cuori. So quanto sia difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola”.
Da qui l’augurio alla nazione per essere terra di pace: “In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme. Possa l’Algeria, forte delle sue radici e della speranza dei suoi giovani, continuare a offrire un contributo di stabilità e di dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo”.
La vera ricchezza è Dio: “Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità. Per questo, di fronte a una umanità desiderosa di fratellanza e di riconciliazione, è un grande dono e un impegno benedetto il nostro dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio!”
Terminato questo momento il papa ha incontrato le autorità civili ed il Corpo diplomatico, ricordando di essere ‘figlio’ di sant’Agostino: “Cari fratelli e sorelle, vengo a voi come testimone della pace e della speranza che il mondo desidera ardentemente e che il vostro popolo ha sempre cercato: un popolo mai sconfitto dalle sue prove, perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita quotidiana di milioni di persone umili e giuste”.
Ed ha fornito una precisa risposta sugli operatori di pace: “Sono loro i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo. In particolare, da molte parti ho testimonianza di come il popolo algerino dimostri grande generosità nei confronti sia dei connazionali, sia degli stranieri.
Questo atteggiamento riflette un’ospitalità profondamente radicata nelle comunità arabe e berbere, quel dovere sacro che ovunque vorremmo trovare come valore sociale fondamentale. Ugualmente, l’elemosina (sadaka) è una pratica comune e naturale fra voi, anche per chi ha mezzi limitati… Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio.
Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione. Le persone e le organizzazioni che dominano sugli altri (questo l’Africa lo sa bene) distruggono il mondo che l’Altissimo ha creato perché vivessimo insieme”.
Per questo l’Algeria è ponte: “Il Mediterraneo, da una parte, e il Sahara, dall’altra, rappresentano infatti crocevia geografici e spirituali di enorme portata. Se ne approfondiamo la storia, senza semplificazioni e ideologie, vi troveremo nascosti immensi tesori di umanità, perché il mare e il deserto sono da millenni luoghi di reciproco arricchimento fra i popoli e le culture. Guai, se ne facciamo cimiteri dove muore anche la speranza! Liberiamo dal male questi immensi bacini di storia e di futuro!”
E’ stato un invito ad alimentare le ‘oasi’ di pace: “Moltiplichiamo le oasi di pace, denunciamo e rimuoviamo le cause della disperazione, combattiamo chi lucra sulla sventura altrui! Sono illeciti guadagni, infatti, quelli di chi specula sulla vita umana, la cui dignità è inviolabile. Uniamo, allora, le nostre forze, le nostre energie spirituali, ogni intelligenza e risorsa che renda la terra e il mare luoghi di vita, di incontro, di meraviglia. La loro maestosa bellezza ci tocchi il cuore; il loro aspetto sconfinato ci interroghi sulla trascendenza. Il Mediterraneo, il Sahara e il cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza”.
E’ stato un invito a non lasciarsi spaventare dalle dinamiche del mondo: “Qui, come in tutto il mondo, tendono così a manifestarsi dinamiche opposte, di fondamentalismo o di secolarizzazione, per le quali molti perdono il senso autentico di Dio e della dignità di tutte le sue creature. Allora i simboli e le parole religiose possono diventare, da una parte, linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione, dall’altra, segni senza più significato, nel grande mercato di consumi che non saziano”.
Quindi le polarizzazioni possono essere sconfitte attraverso l’uso dell’intelligenza: “Queste assurde polarizzazioni, però, non devono spaventarci. Vanno affrontate con intelligenza. Sono il segno che viviamo un tempo straordinario, di grande rinnovamento, nel quale chi tiene libero il cuore e desta la coscienza può attingere dalle grandi tradizioni spirituali e religiose nuove visioni della realtà e motivazioni incrollabili di impegno”.
Ciò si ottiene grazie all’educazione: “Occorre educare al senso critico e alla libertà, all’ascolto e al dialogo, alla fiducia che ci fa riconoscere nel diverso un compagno di viaggio, non una minaccia. Dobbiamo lavorare alla guarigione della memoria e alla riconciliazione fra antichi avversari. È il dono che chiedo per voi, per l’Algeria e per l’intero suo popolo, sul quale invoco abbondanti le benedizioni dell’Altissimo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV in Africa, missionario di fede e speranza
Terzo viaggio internazionale di papa Leone XIV che dal 13 al 23 aprile visita quattro Paesi del continente: in Algeria sui passi di sant’Agostino ed in dialogo con l’islam, in Camerun e Angola per invocare riconciliazione, in Guinea Equatoriale nel segno della speranza, con tre sfide importanti: dialogo, riconciliazione, giustizia. Il ‘pellegrinaggio’ comincia dopo la domenica in Albis ed è di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il papa visita.
Insieme al programma sono stati resi noti anche i loghi ed i motti del viaggio: per l’Algeria il logo, ispirato ad un antico bassorilievo, presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione, ed il Chi Rho, emblema cristiano, uniti alla mappa del Paese. Al centro ed in basso si trova il motto, ‘La pace sia con voi’: riportato in arabo, amazigh e francese, rappresenta il dialogo e l’incontro tra cristiani e musulmani ed è un invito universale a vivere la pace, la fraternità e la convivenza armoniosa.
Il richiamo alla pace è presente anche nel logo per il Camerun e che mostra una Bibbia sulla quale poggia la sagoma del Paese, con i colori della bandiera nazionale (verde, rosso e giallo). Sulla sinistra si innalza il Crocifisso, segno di evangelizzazione, ai cui piedi è disegnato il monogramma mariano. Al centro, è tratteggiata una colomba irradiata dallo Spirito Santo e infine, a destra, è raffigurato papa Leone XIV raccolto in preghiera. A lui e al suo motto episcopale è ispirato anche il motto del viaggio: ‘In illo uno unum – Che tutti siano uno’.
Infine, il logo scelto per la Guinea Equatoriale presenta in alto, una croce dorata, simbolo di Cristo Risorto e della fede cristiana. Al centro sono raffigurate la mappa e la bandiera del Paese, nonché la famiglia, richiamata dalle sagome di un uomo, una donna ed un bambino, con il motto: ‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’.
Per comprendere meglio l’importanza del viaggio in Africa del papa come pellegrino di pace abbiamo interpellato Enrico Casale, collaboratore di ‘Africa Rivista’: “La visita di papa Leone XIV riveste un significato profondo per il continente africano. Il pontefice, fin dal giorno del suo insediamento, avvenuto lo scorso 8 maggio, ha promosso instancabilmente la cultura della pace. In un’Africa ferita da conflitti decennali (Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Somalia…), le sue parole possono stimolare credenti e laici verso la riconciliazione in territori martoriati. Per le comunità cattoliche, la presenza del Santo Padre è inoltre il segno tangibile della vicinanza del successore di Pietro. Una testimonianza cruciale che raccoglie l’eredità dei predecessori, come papa Francesco, che volle aprire la Porta Santa proprio in una Repubblica Centrafricana sconvolta dalla guerra civile”.
Sui passi della pace: quanto è importante il dialogo tra le fedi per la pace?
“In un mondo in cui le fedi vengono troppo spesso ridotte a ideologie politiche e trasformate in pretesti di odio, il confronto costante diventa la via maestra per disinnescare l’uso distorto delle religioni e riaffermare il messaggio di concordia di cui sono portatrici. Tale impegno è ancora più vitale in un continente come l’Africa, dove da secoli convivono popolazioni di credo differente: una coesistenza che, se ben orientata, rappresenta una ricchezza per la società e una spinta per la crescita umana globale”.
Africa terra di martirio per i cristiani: per quale motivo sono perseguitati?
“Come accennato, la religione è sempre più interpretata in chiave ideologica e posta in contrapposizione alle altre fedi. In questo scenario, i cristiani diventano vittime di un odio irrazionale, incapace di riconoscere nell’altro una risorsa. In diversi Paesi, inoltre, il cristiano è erroneamente percepito come l’erede delle potenze coloniali, dunque un elemento estraneo. Si tratta di una visione storicamente falsa: l’Africa è stata una delle prime terre di evangelizzazione. Non va dimenticato che in Egitto visse uno dei quattro evangelisti e nacque, con sant’Antonio Abate, il monachesimo. In Algeria vide la luce sant’Agostino, mentre l’Etiopia, grazie a san Frumenzio, divenne uno dei primi Paesi cristiani in cui la fede ha intessuto profondamente spiritualità e cultura”.
Quali sono le speranze dei cristiani nei Paesi che il papa visiterà?
“In Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale il papa incontrerà nazioni potenzialmente ricche, dove però le risorse sono mal distribuite e la povertà opprime gran parte della popolazione. Ciò genera tensioni latenti che rischiano di sfociare in scontri aperti. La speranza è che il pontefice solleciti una maggiore giustizia sociale, presupposto essenziale per la stabilità. In Algeria, la piccola comunità cristiana auspica che la presenza di papa Leone XIV valorizzi il proprio contributo come elemento cardine per lo sviluppo sociale. Il papa, che proviene dalla congregazione degli agostiniani, sottolineerà certamente l’esempio di sant’Agostino (filosofo, teologo, monaco e mistico) quale pilastro della tradizione storica e religiosa del Paese”.
Cosa significa essere missionari di speranza?
“Oggi i missionari devono farsi portatori di fiducia, specialmente in contesti lacerati da violenze e indigenza. Di quale speranza si parla? Di quella evangelica, che riafferma il valore sacro dell’uomo laddove la vita sembra non contare nulla; della necessità di edificare sistemi economici equi, lì dove le sperequazioni dominano la sfera pubblica; di una politica capace di armonizzare le diversità anziché esasperarle. Essere missionari significa, infine, testimoniare una fede che sappia scorgere nel prossimo, a prescindere dal credo, una ricchezza umana e un autentico spirito di fratellanza”.
(Tratto da Aci Stampa)
Missionari Martiri: gente di primavera
Oggi, nella data in cui si fa memoria dell’assassinio di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, avvenuto il 24 marzo 1980, ricorre la 34^ Giornata dei Missionari Martiri, a causa del suo impegno accanto al popolo salvadoregno in lotta contro un regime indifferente alle condizioni dei più deboli e dei lavoratori, unito alla sua testimonianza di vita cristiana autentica in ascolto della Parola di Dio e allo stesso tempo così vicina e attenta agli ultimi e audace, l’hanno reso un punto di riferimento:
“Questo giorno ci invita a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate”.
Questa ricorrenza invita pertanto a ricordare coloro che hanno donato la propria vita nel servizio e nel Vangelo e a riconoscere la presenza viva e operante di testimoni che hanno scelto di portare il Vangelo nei luoghi dove la vita e la dignità umana sono maggiormente minacciate.
Il tema della Giornata dei Missionari Martiri di quest’anno, ‘Gente di primavera’, si ispira al Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale dello scorso anno in cui papa Francesco ricordava che la missione è un’azione comunitaria: tutta la Chiesa è chiamata a dare continuità alla missione di Cristo. Superando difficoltà e debolezze, essa è spinta dall’amore di Cristo a camminare unita a Lui e a farsi carico, insieme a Lui, del grido che sale dall’umanità:
“Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia. Siamo allora ‘gente di primavera’, con uno sguardo sempre pieno di speranza da condividere con tutti perché in Cristo crediamo e sappiamo che la morte e l’odio non sono le ultime parole sull’esistenza umana”.
Nell’introdurre questa giornata Elisabetta Vitali, segretaria nazionale di ‘Missio Giovani’, ha evidenziato il lascito dei missionari martiri: “La loro testimonianza diventa seme fecondo e ci interpella, spingendoci a rinnovare il nostro impegno battesimale, a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. Ci insegna che la vera missione è spendersi totalmente per amore e che il Vangelo si vive e si testimonia nelle periferie esistenziali e geografiche, mostrandoci la via di una fede che non ha paura di sporcarsi le mani e che si mette a servizio dei fratelli e delle sorelle”.
Secondo il rapporto dell’Agenzia Fides nello scorso anno sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie: sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. La ripartizione continentale evidenzia che il numero più elevato di operatori pastorali uccisi nell’anno si è registrato in Africa, dove sono stati assassinati 10 missionari (6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti). Nel Continente americano sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico). In Europa è stato ucciso un sacerdote. Inoltre dal 2000 al 2025 il totale dei missionari ed operatori pastorali uccisi è di 626, un dato che è in aumento a causa dei recenti conflitti.
Inoltre in questa giornata ‘Missio Giovani’ sostiene il progetto ‘Napenda Kuishi’ nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi per accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita: “Lo slogan della Giornata dei Missionari Martiri ci ha guidato in questa esperienza concreta: vogliamo infatti essere gente che porta speranza e amore in questi contesti, soprattutto dove giovani nostri coetanei vivono in situazioni di grande difficoltà.
Il sogno e la speranza per questi giovani è che, attraverso questo progetto, diventino un segno tangibile di chi sceglie di non abituarsi alle ingiustizie, alla povertà, e che possano essere proprio loro testimoni del coraggio di scegliere un futuro migliore e più dignitoso. In Quaresima, mentre preghiamo per i missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, ci sentiamo chiamati a tradurre il loro esempio in azioni concrete”.
(Foto: Missio Giovani)
Card. Zuppi: la Chiesa forma coscienze libere
“All’inizio di questa sessione desidero rinnovare la nostra vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate ancora una volta dalla violenza dei conflitti, dall’insicurezza, dalla paura, dalla sofferenza di popolazioni intere… Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato… Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti.
Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.
Ed ha ricordato il martirio dei cristiani: “In questo quadro ricordiamo il martirio di padre Pierre Al-Rahi, che ha scelto di rimanere accanto alla sua comunità fino alla fine, testimoniando con la sua vita e con il suo sangue la fedeltà al Vangelo e alla missione pastorale affidatagli. Il suo sacrificio rimane per la nostra Chiesa un luminoso seme di speranza, di riconciliazione e di pace. La sua memoria ci riporta al cuore del Vangelo: una Chiesa che non arretra davanti al dolore, che rimane accanto al suo popolo, che condivide la sorte della gente e continua, proprio per questo, a essere presenza di prossimità, di amore e di pace. Avviene così per tanti cristiani vittime di violenza e testimoni di Vangelo. Sono ‘Gente di primavera’, come ricorderemo domani 24 marzo, XXXIV Giornata dei missionari martiri, nella memoria di mons. Oscar Romero”.
Per questo ha sottolineato che solo il papa ha levato la voce per la pace: “La voce del Santo Padre sulla pace è tra le poche che richiamano a una visione umana e ragionevole dei rapporti tra i popoli. È una voce cristiana che dà voce all’anelito di pace e di libertà di tanti che non hanno voce, che non hanno possibilità o libertà per esprimere la loro grande sofferenza e le loro aspirazioni alla fine della violenza. E sempre desideriamo unirci coralmente alla voce del Papa, come abbiamo fatto nella recente Giornata di preghiera dedicata alla pace, in tutte le Chiese d’Italia”.
Ecco il motivo per cui la comunità cristiana deve essere missionaria: “Bisogna andare incontro alle persone in ricerca, spaesate, inquiete su di sé e sul futuro. Questo richiede un atteggiamento umano e pastorale, carico di disponibilità e attenzione. Quanti si sono recati ad Assisi, numerosi e raccolti (oltre 370.000 pellegrini da tutte le parti del mondo), a vedere le spoglie di san Francesco, non cercavano nella memoria del Santo una testimonianza del Vangelo sine glossa? Questa ricerca si incontra ancora troppo poco con i binari della vita ordinaria della Chiesa, che appaiono non sempre attrattivi, forti, luminosi”.
Missione che è apertura al dialogo: “E’ chiaro che, di fronte a tante domande di senso, è necessaria un’estroversione missionaria e una capacità di dialogo: una Chiesa che si orienta tutta nella missione. Ma questa attitudine fondamentale non è disgiunta dalla necessità di costruire comunità vere nelle nostre parrocchie e nel nostro mondo. E’ un tema su cui ho più volte insistito, del resto evidente ai vostri occhi e alla vostra azione pastorale. E’ il tema, ad esempio, di dovere accogliere quanti, adulti, accedono o riscoprono il Battesimo e di avviare il dialogo con i tanti che non incontriamo”.
Tale realizzazione è possibile grazie alle comunità: “Solo le comunità possono realizzare l’estroversione missionaria e incarnare un atteggiamento dialogico con quanti sono in ricerca… Comunità autentiche sono alla base di una responsabilità sinodale, che non sia uno slogan, un laboratorio astratto o un fatto istituzionale. Dopo il Covid, in parecchie parrocchie del nostro Paese, si è vista una faticosa ripresa di presenza di quelli che erano fedeli un po’ anonimi…
In questo senso bisogna suscitare e supportare uomini e donne di sintesi, come diceva il grande sociologo padre Lebret, ‘tessitori di fraternità’, capaci di dare carne alle nostre istituzioni, creatori di legami. Si tratta di coinvolgere tutti nella creazione di un tessuto ecclesiale comunitario. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione dell’unità nella comunione tra noi, con il Vescovo di Roma, nostro Primate, con tutta la Chiesa”.
E nel ricordo del ‘convegno’ di Roma del 1976 il card. Zuppi ha invitato a coniugare la missione con la promozione umana: “Il binomio evangelizzazione e promozione umana dice ancora tanto della specifica vocazione della Chiesa a comunicare il Vangelo, ma anche di far crescere la società italiana che stava affrontando allora tempi non facili, segnati com’erano dal terrorismo. No, non ci rinchiuderemo in un’irrilevanza pigra, per conservare noi stessi, per farci proteggere dal freddo della storia!
La Chiesa è ben di più che un museo di un’antica storia di fede e di cultura, ben di più di un’agenzia di valori, ben di più di un’organizzazione di servizio sociale o educativo! Lo diciamo con molta umiltà, ma con la consapevolezza della densità teologica, religiosa, umana, sociale che comporta il nostro essere Chiesa. Questo non è senso di superiorità o isolamento, tantomeno mancare alle nostre responsabilità”.
In questo modo si esplica la ‘presenza’ dei cattolici: “La presenza ecclesiale non nasce dalla ricerca di spazio, ma da una responsabilità evangelica. Non è un’occupazione del sociale, ma una forma dell’annuncio. Non è l’aggiunta pratica a una fede privata, ma il modo con cui la carità rende visibile il Vangelo. La Chiesa, infatti, non vive per sé stessa. Non si comprende a partire dalle sue strutture, pur necessarie, né dal solo profilo istituzionale…
Chi pensa di capire la Chiesa con misere letture politiche o le attribuisce intenzioni di parte non la conosce così come ignora la sua libertà di indicare e vivere l’unica parte che cerca: la difesa della persona. La Chiesa è popolo di Dio, non una somma di individualità; è comunione, non autosufficienza; è pellegrina nella storia, non padrona della storia; è segno, non fine a sé stessa; è strumento, non protagonista autoreferenziale”.
Proprio per questo la fede ha una dimensione sociale: “Questa consapevolezza non va mai data per scontata. Ci sono sempre infatti alcuni rischi. Tra questi, quello del disimpegno; quello di sostituirsi impropriamente alla responsabilità dei laici, intervenendo direttamente là dove invece è decisiva la libertà della coscienza cristiana nella costruzione del bene comune. Non spetta direttamente alla Chiesa fare politica. Ma proprio per questo spetta alla Chiesa, con ancora maggiore passione, formare coscienze laicali libere, mature, coraggiose, capaci di discernimento e di responsabilità”.
Responsabilità anche politica: “C’è poi il rischio di una politica o di organizzazioni sociali che pretendano di arruolare la Chiesa, di piegarne la libertà, di cercarne l’avallo, di utilizzarne la voce per i propri schieramenti. Quando questo accade, si fa male alla politica e si fa male alla Chiesa. La comunità cristiana, invece, resta fedele a una distinzione alta e necessaria: riconosce l’autorità politica come servizio al bene comune, ma conserva la libertà di parola e di giudizio quando sono in gioco i principi etici che promuovono la dignità della persona, quando si calpestano i poveri, quando la forza prende il posto del diritto. Come ci ha ricordato papa Francesco alla Settimana Sociale di Trieste”.
L’impegno è un modo di essere Chiesa: “I discepoli di Gesù Cristo sono continuamente chiamati a comprendere cosa significa costruire il bene comune e mettersi al servizio del disegno di Dio sull’umanità. Per questo, è importante non far mancare il nostro impegno di cristiani che credono nella vita umana, nella famiglia, nell’educazione, nel volontariato, nella pace, nel lavoro degno, in un’economia per l’uomo, nella cura del creato, nell’inclusione dei poveri… Questo modo di essere Chiesa non ci può vedere chiusi in sacrestia. I discepoli di Cristo percorrono le strade infangate o polverose, abitano in mezzo alla gente per essere segno di speranza. I sogni e le sofferenze delle persone, soprattutto degli ultimi, non ci troveranno mai indifferenti”.
Padre Gabriele Bragantini: canonizzazione dei martiri di Thane è speranza per la Chiesa georgiana
“…Et udito Cadì questo, mandò incontenente degli offiziali per loro; gli quali furono così raccolti dinanzi da lui; cioè, fue Frate Thomaso da Tolentino de la Marcha, Frate Iacopo da Padova, Frate Demedre (dalla Georgia), el quale era laico et sapea quelle lingue, et Frate Pietro da Siena. Et rimase Frate Pietro da Siena a casa per guardare le cose, et gli altri a quello Cadì andorono. Et essendo dinanzi da Cadì, quegli con loro cominciò di disputare de la fé nostra: et disputando così quegli non fedeli con gli nostri fedeli, dicevano che Cristo era solamente uomo et non Dio: et dicendo questo, quello Frate Thomaso provava per vere ragioni et argomenti, Christo esser vero Dio et huomo; et intanto avea confusi quelli Saracini, che non sapeano et non poteano dire lo contrario… Frate Diomedre fue fedito fortissimamente nella mamella, et poscia gli fue tagliato el capo. Et così per questo martirio diedono l’anime loro a Dio”.
Questo episodio del martirio dei quattro francescani, raccontato dal beato Odorico da Pordenone, è riportato nel libro ‘Tommaso da Tolentino’, scritto da Paolo Cicconofri, Carlo Vurachi e Franco Casadidio, che narra la storia di questi missionari francescani, che volevano raggiungere la Cina, partendo dalla Georgia, la cui storia cristiana è millenaria, e furono uccisi nel 1321 a Thane in India, in quanto davanti al cadì della città indiana, illustrarono la dottrina cristiana ed attaccarono quella islamica: Tommaso e i suoi compagni vennero, per questo, assassinati da alcuni sicari.
Dei quattro martiri solo Tommaso da Tolentino fu beatificato nel 1894 da papa Leone XIII; mentre per gli altri tre suoi compagni (Demetrio, Giacomo e Pietro) solo alcuni anni fa è stata aperta la causa per la canonizzazione insieme al beato Tommaso. Allo stimmatino p. Gabriele Bragantini, vicario episcopale per la cultura e l’ecumenismo della Chiesa cattolica in Georgia, abbiamo chiesto di raccontarci a quale punto è la causa di canonizzazione dei martiri di Thane:
“Dopo aver concluso l’inchiesta qui a Tbilisi il 27 maggio dello scorso anno, tutto il materiale raccolto è stato presentato dal nostro vescovo Giuseppe Pasotto alla fine del mese di luglio a Roma presso il Dicastero delle cause dei Santi al cardinale Semerano. Speriamo che il cammino possa concludersi presto e la loro canonizzazione entrare anche tra le celebrazioni in onore della morte di san Francesco d’Assisi in quest’anno”.
Per quale motivo volevano andare in Cina?
“Per poter rispondere dobbiamo ricordare che siamo all’inizio del XIV secolo, quando un grande interesse per l’evangelizzazione verso questi Paesi dell’Oriente, praticamente sconosciuti, si rafforza in Europa grazie ai viaggi ma anche ai nuovi ordini religiosi quali francescani e domenicani; siamo a Tabriz (capitale dell’Ilkhanato mongolo di Persia, ora Iran, di cui la Georgia faceva parte), dove i frati minori (francescani) ed i frati predicatori (domenicani) vi avevano due conventi; qui ai confratelli destinati all’Oriente era impartita la formazione culturale e linguistica necessaria al loro impegno missionario.
Proprio da Tabriz, nel dicembre 1320, mossero i nostri quattro francescani (Tommaso da Tolentino, Jacopo da Padova, Pietro da Siena e Demetrio da Tbilisi) diretti a Khanbalic, capitale dell’Impero mongolo e sede arcivescovile del loro confratello Giovanni da Montecorvino (Montecorvino Rovella, 1247 – Pechino, 1328) proprio per sostenere la presenza dei francescani nel loro impegno di evangelizzazione e di incontro con quelle culture”.
Perché è importante oggi ricordare questi martiri?
“I motivi possono essere vari: per le chiese locali a cui appartenevano questi martiri, per quanto già ricche di testimonianze di santità e dedizione alla causa della evangelizzazione (Siena, Padova, Tolentino), per l’Ordine dei Frati minori: se per loro è stato motivo di celebrazione gli 800 anni dal martirio dei francescani del Marocco (1220) come pure la canonizzazione dei martiri di Damasco (1860) avvenuta nel 2024, non meno valore dovrebbe avere il ricordo dei martiri di Thane come primo gruppo di martiri francescani dell’Oriente; per gli storici per valorizzare pagine non molto conosciute ma altrettanto interessanti.
Per noi in Georgia è importante a livello storico, in quanto evidenzia una pagina alquanto gloriosa della nostra storia dal momento che ricorda come la Georgia fosse un punto importante del programma di evangelizzazione del XIV secolo e come la presenza dei missionari cattolici in Georgia stesse portando i suoi frutti nazionale, in quanto fra Demetre era originario di Tbilisi e possedeva una buona preparazione tanto da venir chiamato, pur non essendo sacerdote, a tale missione; ecclesiale nella sua dimensione universale: manifesterebbe in modo forte il legame con la Chiesa di Roma e nella sua dimensione locale.
Il suo inserimento nel santorale universale darebbe un segno forte alla inculturazione della presenza della chiesa cattolica soprattutto nella celebrazione della liturgia; ed ecumenico, e questo viene sottolineato spesso dai nostri fedeli: sarebbe il primo georgiano martire ad essere riconosciuto santo dopo la separazione delle chiese in Oriente e Occidente”.
Quanto è venerato Demetre di Tblisi in Georgia?
“E’ difficile rispondere dal momento che siamo dovuti ripartire da zero per il fatto che della venerazione verso questi martiri non era rimasto niente a causa del periodo comunista, ma anche per altre vicende che nel corso di questi secoli hanno visto spesso scomparire e rifiorire la presenza cattolica in questi paesi e per la partenza dell’Ordine a cui fra Demetre apparteneva. L’occasione di questo nuovo interessamento è stato il settimo centenario del martirio (2021) ed il sapere che in India il loro culto è ancora vivo.
Posso dire che la celebrazione del VII centenario ha riscosso un grande interesse fra i nostri fedeli, nonostante fosse il periodo del coronavirus, come pure la proposta di presentare la richiesta del loro riconoscimento come santi, per cui oggi siamo di fronte ad una nuova venerazione verso questi martiri e in particolare verso fra Demetre di Tbilisi.
Certamente le testimonianze del loro culto antico sono molte. Da un testo francescano si legge: ‘Fra Giordano portò in Soldania (Persia) e pose nel convento dei frati Predicatori, fra l’altro, parte di una mascella d’uno di questi martiri, nè sapendosi di quale si fosse, operando per mezzo di essa il Signore miracolosi effetti, una divota donna pregò istantemente il Signore a riscoprire di chi era. La seguente notte le apparve un frate Minore tutto risplendente e le disse essere del beato Demetrio’. Forse in questo racconto c’è un’eco di quel culto dei martiri di Thane, promosso in Oriente subito dopo la loro morte, nel cui ambito possiamo immaginare che al frate georgiano fosse riservata una speciale attenzione, in quanto primo martire autoctono della Chiesa latina d’Oriente”.
Quanto ha inciso nella fede dei cattolici georgiani il racconto dei martiri di Thane?
“Anche per questa domanda non siamo in possesso di testimonianze documentate; certamente la storia del cristianesimo in Georgia, sia nella tradizione orientale che latina, è una storia di martirio come hanno ricordato anche papa san Giovanni Paolo II nel 1999 e papa Francesco nel 2016 durante le loro visite pastorali in questo Paese e, penso che non dobbiamo isolare il loro ricordo compresi quanti sono stati fedeli al loro battesimo durante il periodo sovietico di questa bimillenaria storia cristiana. Questa storia ha sostenuto e sostiene tuttora la vita dei cristiani in questo Paese non solo per un ricordo di cui andarne fieri.
Se non siamo in possesso di testimonianze dirette possiamo però ricordare come questo avvenimento abbia inciso tra i cristiani di quel tempo attraverso i racconti tramandati di questo avvenimento, quali lettere (la prima fu quella del domenicano Giordano di Severac, arricchite della testimonianza diretta del mercante Jacobino da Genova, che ne era il latore), la ‘Chronica XXIV generalium Ordinis Fratrum Minorum’ e soprattutto la ‘Relatio’ che fra Odorico dettò nel convento di Padova nel maggio del 1330 (che fu non solo il testo francescano più diffuso del tardo medioevo, ma anche il libro di viaggi più popolare dopo il Milione di Marco Polo), in cui nel capitolo conclusivo egli asserisce che tutto ciò, che ha scritto, gli è stato raccontato da persone degne di fede o lo ha visto con i propri occhi.
In essa fra Odorico fissò la narrazione del martirio di Thane in una forma che richiama le ‘Passiones’ dei primi secoli dell’era cristiana, come pure i cicli di affreschi nelle chiese e nei conventi francescani dedicati a questi martiri (Verona, Udine, Siena, Padova…); la venerazione delle reliquie: al convento dei domenicani di Soltaniyeh Giordano di Severac fece pervenire una reliquia (una mascella) di uno dei tre martiri. Si dice che lo stesso papa Giovanni XXII (1244 circa – 1334) si fosse commosso al sentire il racconto del loro martirio tanto da, anche in seguito a questo avvenimento, decidere di trasferire l’antica sede vescovile di Smirne a Tbilisi (1328).
Certamente è stata una sorpresa bella per i nostri fedeli, ma anche per fedeli ortodossi, ed un dono inaspettato per la nostra Chiesa il ricordo dei martiri di Thane: tutto questo potrà essere uno sprone per una nuova valorizzazione della storia della presenza della Chiesa cattolica in Georgia, spesso bistrattata, e per una ripresa della vita cristiana, così speriamo, soprattutto per coloro che erano cattolici e per diversi motivi, hanno abbandonato questa loro tradizione”.
(Tratto da Aci Stampa)
Teresio Olivelli: un partigiano beato
Teresio Olivelli (7 gennaio 1916 – 17 gennaio1945) fu un partigiano italiano e un devoto cattolico che combatté contro il fascismo e il nazismo durante la seconda guerra mondiale. È considerato beato chiesa cattolica.
Nacque a Bellagio da Clelia Invernizzi e Domenico Olivelli. Studiò giurisprudenza all’Università degli Studi di Pavia e divenne assistente alla cattedra di Diritto amministrativo presso l’Università degli Studi di Torino. Olivelli, all’inizio, non era contrario al fascismo ma, dopo due viaggi ufficiali in Germania, cominciò a diffidare del nazismo e, di conseguenza del fascismo.
Nel 1943, si rifiutò di collaborare con i nazifascisti e fu arrestato e deportato in Austria. Riuscì ad evadere e si unì alla Resistenza cattolica. Fondò il giornale clandestino Il Ribelle, ma venne nuovamente arrestato e internato in vari campi di concentramento. Lì diede assistenza religiosa ai prigionieri moribondi e si prese cura dei più deboli Morì a causa delle percosse subite nei campi di concentramento ma, il 3 febbraio 2018, fu beatificato a Vigevano.
Olivelli fu proclamato beato per il suo martirio: si sacrificò per proteggere un compagno di prigionia in un campo di concentramento tedesco. La sua fede e resistenza durante la prigionia, giocarono un ruolo fondamentale per la sua causa di beatificazione.
Papa Leone XIV chiede di testimoniare il perdono
“Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace”: questo, al termine della recita dell’Angelus odierno, è l’augurio di papa Leone XIV con l’invito per i cristiani ad essere segno di riconciliazione contro la logica del mondo, che inneggia alla guerra.
Mentre prima della recita dell’Angelus della festa del martirio di santo Stefano il papa ha sottolineato la ‘forza’ della testimonianza cristiana, incentrata sul perdono: “Oggi è il ‘natale’ di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola. Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio”.
E’ un invito a non rinunciare a‘scegliere’ alla luce: “Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di ‘venire alla luce’, di scegliere la luce. Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole”.
Un perdono che si concretizza grazie ad un volto: “E’ il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre”.
La nascita di Gesù è un richiamo ad essere figli di Dio: “Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori”.
Ed il martire è colui che sceglie di compiere l’opera di Dio: “Nessuna potenza, però, fino ad oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto”.
Quindi il papa ha avvertito che colui che compie l’opera della pace di Dio è ‘ridicolizzato’ e perseguitato: “Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”.
Ecco che la gioia del Natale si realizza nel perdono: “Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi.
E’ una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!”
Intanto nel pomeriggio natalizio il card. Rolandas Makrickas, arciprete della basilica di santa Maria Maggiore ha chiuso la prima Porta Santa, quella di questa basilica liberiana: “Il Giubileo della speranza, prosegue il porporato, è stato un tempo in cui la Chiesa ha annunciato, ancora una volta al mondo intero, che Dio non è lontano, che la pace è possibile, che la misericordia è più forte del peccato”.
L’anno giubilare non è “un evento da archiviare alla sua conclusione, ma un invito a restare in ascolto del Figlio, perché senza l’ascolto della Parola, la speranza si spegne”. E l’esempio da seguire è quello di Maria, Colei che “ha insegnato a tutti che la speranza nasce dall’accoglienza: accogliere Dio nella vita, accogliere l’altro, accogliere il futuro senza paura”. Solo così, cioè facendo entrare Dio nel cuore, si può aprire la “vera Porta Santa della misericordia, della riconciliazione, della fraternità”.
Per questo dalla basilica che custodisce l’icona mariana della Salus Populi Romani il card. Makrickas ha invitato i fedeli a tradurre i momenti forti del Giubileo in preghiera, attenzione concreta ai poveri, riconciliazione nelle famiglie, impegno creativo nel lavoro, presenza misericordiosa nella comunità.
Quattro giovani frati francesi riconosciuti martiri dell’apostolato cattolico: beatificazione di Gérard Cendrier, Roger Le Ber, Louis Paraire e Xavier Boucher
Il Convento di San Francesco a Parigi ha risuonato per tutto il fine settimana al fianco della Chiesa di Francia, per la beatificazione dei frati francescani Gérard Cendrier, Roger Le Ber, Louis Paraire e Xavier Boucher. Insieme ad altri 46 fedeli, per lo più laici (membri della Gioventù Operaia Cristiana e scout), sono stati riconosciuti come martiri dell’apostolato cattolico, ovvero uccisi dai nazisti per aver fornito clandestinamente sostegno spirituale ai giovani francesi deportati al Servizio di Lavoro Obbligatorio. Il Ministro generale Fr. Massimo Fusarelli, accompagnato dal Postulatore generale Fr. Gianni Califano e da Fr. Jürgen Neitzert (Provincia di S. Elisabetta, in Germania), è giunto da Roma per condividere la gioia dei frati della Provincia del Beato Giovanni Duns Scoto di Francia-Belgio.
I festeggiamenti sono iniziati la sera di venerdì 12 dicembre con una conferenza storica, intesa come momento di ricordo e preghiera. Fr. Luc Mathieu, memoria vivente della Provincia che conobbe questi frati, ha parlato dal punto di vista dei suoi cento anni, insieme alla storica Caroline Langlois, raccontando nei dettagli le loro vite davanti a un pubblico attento.
La storia narra che nel 1943 dodici giovani francescani in formazione arrivarono al campo della Deutsche Reichsbahn di Colonia; da lì, a settembre, furono deportati nel campo di concentramento di Buchenwald. I due relatori hanno sottolineato la loro determinatezza a vivere insieme e a riorganizzare la loro vita comunitaria in mezzo ai bombardamenti incessanti. Furono scoperti a prendersi cura dei malati, a cantare durante le riunioni sociali, a mobilitare i loro compagni per vestire e nutrire prigionieri ucraini e russi, a sabotare attrezzature, ad aiutare i prigionieri a fuggire, a sostituire compagni sull’orlo dello sfinimento sul lavoro, a impegnarsi nell’Azione Cattolica – la cappellania all’epoca vietata e clandestina – poi picchiati, condannati all’ergastolo e a combattere epidemie di tifo e dissenteria. L’assemblea si è commossa all’ascolto della lettura delle loro testimonianze, permeate di amore per la spiritualità francescana, a cui avevano dedicato la loro vita: “San Francesco, al mio posto, non avrebbe agito diversamente”, ripeteva Fr. Gérard Cendrier.
Un aspetto che ha profondamente colpito Fr. Massimo: “Penso che la loro testimonianza sia di grande attualità oggi, soprattutto per i fratelli più giovani dell’Ordine. Sono rimasti uniti tra loro e con le persone che servivano in modo molto concreto, condividendo le loro domande e la loro vita quotidiana. Credo che la loro testimonianza possa dare molta forza e luce al nostro presente oscuro. Il martirio non riguarda l’essere forti, quello è eroismo pagano. Il martirio cristiano riguarda l’essere deboli – e lo erano! – ma, chiamati da Dio, hanno trovato la forza di amarlo fino in fondo”. In risposta, Fr. Massimo ha confidato di aver inviato quella mattina stessa una lettera ai suoi confratelli nelle zone di guerra in Ucraina, Siria, Haiti, Guinea-Bissau e Congo orientale.
Sabato 13 dicembre la celebrazione ha assunto una dimensione molto speciale con la grande Messa solenne di beatificazione nella Cattedrale di Notre-Dame, a Parigi. In questo luogo iconico, la liturgia ha riunito più di quaranta vescovi provenienti da Francia e Germania.
“Qualunque sia la nostra vocazione, la nostra professione, la nostra responsabilità, siamo impegnati, come discepoli di Cristo, al servizio dei nostri fratelli e sorelle, in qualunque posto Dio, nella Sua Provvidenza, ci abbia posto. […] La fede non è mai privata; deve trovare espressione nel servizio concreto dei nostri fratelli e sorelle. […] Questa beatificazione ci invita a guardare al presente e a preparare il futuro. […] Stiamo vivendo, abbiamo vissuto, una riconciliazione dei popoli. È un’opera che non finisce mai e che ogni generazione deve continuare. […]
Tutti voi giovani, che forse non andate in chiesa, di Francia e d’Europa, voi che non vedete più il senso della vostra vita, guardate a Cristo, Principe della Pace, Principe dell’amore e non dell’odio, imparate da Lui come i vostri fratelli e sorelle maggiori, martiri, beatificati oggi, imparate da Lui a impegnarvi per il bene dei vostri fratelli e sorelle!”, ha esortato il Cardinale Jean-Claude Hollerich, Arcivescovo di Lussemburgo, nella sua omelia. Momento clou della celebrazione: la lettura ad alta voce dei cinquanta nomi dei martiri e la scoperta dell’opera di Nicolas de Palmaert che rappresenta i 50 martiri – ora beati – che ascendono simbolicamente al cielo attorno alla croce di Cristo.
Il fine settimana si è concluso con una Messa di ringraziamento presieduta da Fr. Massimo presso il convento di Rue Marie Rose. Nella Domenica Gaudete, il Ministro ha invitato i fedeli a meditare sulla figura di Giovanni Battista nella sua vulnerabilità e nei suoi dubbi, gli stessi dubbi sicuramente vissuti dai quattro martiri i cui ritratti erano esposti nella cappella. «Il vero profeta non è un indovino, ma colui che, in tempi di carestia e disperazione, ci fa guardare al futuro e rende presente la speranza e la gioia: diventa sacramento della presenza di Dio!
Quanto è visibile e tangibile questo nella vita dei nostri giovani fratelli! […] Anche la loro fede è stata messa a dura prova. E forse anche per loro, l’oscurità e il freddo della notte hanno reso difficile pensare alla speranza e alla gioia… Ciononostante, hanno deciso di rimanere uniti, anche di fronte alla possibilità della morte, cioè della vita offerta per Cristo. Non importa quanto amara possa sembrare la realtà, o quanto grande possa essere la nostra perdita; è pur sempre vero che il Signore viene! Questo è il grande messaggio dell’Avvento, questo è il grande messaggio dei nostri fratelli e sorelle».
(Tratto da Ofm.org)
81° anniversario della morte di padre Cortese: a Padova la commemorazione del francescano che salvò i perseguitati dal nazifascismo
A 81 anni dal martirio del Venerabile padre Placido Cortese (1907 – 1944) – frate del Santo e direttore del «Messaggero di sant’Antonio», che dopo l’occupazione dei tedeschi seguito all’Armistizio di Cassibile in segreto aiutava a fuggire ebrei, perseguitati politici, soldati alleati e internati jugoslavi al campo di concentramento di Chiesanuova – domenica 9 novembre, alle ore 11.00, nella Basilica di Sant’Antonio di Padova si terrà la commemorazione del ‘Martire della carità’.
La solenne celebrazione sarà presieduta dal card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi. A seguire ci sarà un momento di preghiera al Memoriale di padre Placido, ovvero il confessionale da dove in segreto coordinava la cosiddetta ‘catena di salvezza’, con la collaborazione di molti giovani, studenti e in particolare donne.
Il giorno precedente, sabato 8 novembre alle ore 16.00, sempre il cardinale Semeraro, sarà in Sala dello Studio teologico del Santo per presentare Il mio san Francesco (Edizioni Messaggero Padova), libro postumo di papa Francesco di cui è curatore, in dialogo con il rettore padre Antonio Ramina.
Le celebrazioni in ricordo del Venerabile proseguiranno venerdì 28 novembre, alle ore 12.00, al Quartiere 6 Ovest, zona Brentelle, a Padova, per l’inaugurazione della passerella intitolata alle ‘Sorelle Martini’, collaboratrici di padre Cortese, e venerdì 5 dicembre, alle ore 17.00, in Sala Paladin a Palazzo Moroni, con la presentazione del volume di Antonio Spinelli Il campo di concentramento di Chiesanuova (Cierre Edizioni) sull’internamento degli “slavi” a Padova durante la Seconda guerra mondiale, frutto di approfondite ricerche sul luogo dove padre Placido Cortese operò con instancabile carità.
La Resistenza padovana fu caratterizzata dalla partecipazione fondamentale di donne e ragazze di ogni estrazione sociale, culturale e orientamento politico. Furono molte, ad esempio, le giovani donne che aiutarono padre Cortese, come le sorelle Liliana, Lidia e Teresa Martini, ma anche altre si unirono al movimento partigiano, come Delfina Borgato, Clara Doralice, Franca Decima Proto e Maria Zonta.
A queste è stato recentemente dedicato il docufilm ‘Più forte della paura – Testimonianze e diari di donne nella Resistenza padovana’, realizzato e curato da Maria Teresa Sega e Luisa Bellina, dell’Associazione rEsistenze (memoria e storia delle donne in Veneto), in collaborazione con ANPI, CGIL SPI, Centro Studi Ettore Luccini, Casrec-Università di Padova, Csup (Centro per la storia dell’Università di Padova), per la regia di Manuela Pellarin, riprese video e registrazione letture di Lorenzo Ghidoli.
Il documentario di 53 minuti visibile su Youtube evidenzia la complessità e la drammaticità del contributo di queste donne, oltre alla figura chiave di padre Placido Cortese e della sua collaborazione anche con Armando Romani per soccorrere i prigionieri alleati dopo l’8 settembre.
(Foto: Il Messaggero di Sant’Antonio)
Papa Leone XIV: ‘Nostra Aetate’ è una pietra miliare per il dialogo
“Per sessant’anni, uomini e donne hanno lavorato per coltivare Nostra aetate. Hanno annaffiato il seme, curato il terreno e lo hanno protetto. Alcuni hanno persino dato la loro vita, martiri del dialogo, che si sono opposti alla violenza e all’odio. Ricordiamoli oggi con gratitudine. Come cristiani, insieme ai nostri fratelli e sorelle di altre religioni, siamo ciò che siamo grazie al loro coraggio, al loro sudore e al loro sacrificio”: così papa Leone XIV ha concluso la serata dedicata al documento conciliare ‘Nostra Aetate’.
Dopo un pomeriggio di festa il papa ha ricordato l’attualità del documento conciliare: “In primo luogo, Nostra Aetate ci ricorda che l’umanità sta convergendo sempre di più, e che è compito della Chiesa promuovere l’unità e l’amore tra gli uomini e le donne, e tra le nazioni. In secondo luogo, indica ciò che tutti condividiamo.
Apparteniamo a una sola famiglia umana, una nell’origine ed una anche nel nostro fine ultimo. Inoltre, ogni persona cerca risposte ai grandi enigmi della condizione umana. In terzo luogo, le religioni di tutto il mondo cercano di rispondere all’irrequietezza del cuore umano. Ognuna, a modo proprio, offre insegnamenti, modi di vita e riti sacri che aiutano a guidare i propri fedeli verso la pace e il senso della vita”.
Poi ha sottolineato che la Chiesa è aperta e non rifiuta le verità delle altre religioni: “In quarto luogo, la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni, che ‘riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini’. Le considera con sincera riverenza e invita i suoi figli e le sue figlie, attraverso il dialogo e la collaborazione, a riconoscere, preservare e promuovere ciò che è spiritualmente, moralmente e culturalmente buono in tutti i popoli”.
Quindi ha sottolineato la responsabilità delle religioni: “Come capi religiosi, guidati dalla saggezza delle nostre rispettive tradizioni, condividiamo una responsabilità sacra: aiutare il nostro popolo a liberarsi dalle catene del pregiudizio, dell’ira e dell’odio; aiutarlo a elevarsi al di sopra dell’egoismo e dell’autoreferenzialità; aiutarlo a sconfiggere l’avidità che distrugge sia l’animo umano sia la terra. In questo modo, possiamo guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle”.
Nel discorso papa Leone XIV ha ripercorso la genesi del documento, voluto da papa san Giovanni XXIII per descrivere ‘un nuovo rapporto tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo’ e, nella storia della Chiesa, primo ‘testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del cristianesimo in modo biblicamente fondato’:
“Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio. In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ed ha ricordato le radici ebraiche del cristianesimo: “Per la prima volta nella storia della Chiesa, abbiamo un testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del Cristianesimo in modo biblicamente fondato. Allo stesso tempo, Nostra Aetate (n. 4) prende una posizione ferma contro tutte le forme di antisemitismo. Così, nel capitolo seguente, Nostra Aetate insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio”.
Questo permette di respingere ogni forma di discriminazione: “In effetti, la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione. Questo documento storico, quindi, ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla. Inoltre, percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Ma il documento conciliare è un invito a ‘guardare oltre ciò che ci separa e a scoprire ciò che ci unisce tutti’: “Questo è il cammino che ‘Nostra Aetate’ ci invita a continuare: camminare insieme nella speranza. Quando lo intraprendiamo, accadono meraviglie: i cuori si aprono, si costruiscono ponti e vengono tracciati nuovi sentieri là dove nessuno sembrava possibile. Questo non è l’impegno di una sola religione, di una sola nazione o anche di una sola generazione. E’ un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo”.
Prima dell’arrivo del papa nell’aula Paolo VI si sono susseguiti diversi momenti di riflessione, aperti dal corteo di diversi leader dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del giainismo, del sikhismo, del buddismo, dello zoroastrismo, del confucianesimo, del taoismo, dello shintoismo, delle religioni tradizionali africane e della Chiesa cattolica, preceduto da una danza tradizionale dello Sri Lanka, la Kandyan Dance, ballata dalla Sri Ridma Dance Academy, con il saluto di benvenuto del card. George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso:
“In questi sei decenni, lo spirito della ‘Nostra Aetate’ ha ispirato uno straordinario pellegrinaggio di incontro e collaborazione… Con profonda gratitudine i pontefici (da san papa Giovanni XXIII a papa Francesco) che hanno portato avanti questa missione con saggezza e coraggio e le Chiese locali che hanno coltivato il dialogo con dedizione e fedeltà ed i tanti uomini e donne di diverse tradizioni religiose che si sono generosamente uniti alla Chiesa cattolica nel promuovere la comprensione reciproca”.
Anche il card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, ha ribadito la consapevolezza della Chiesa cattolica di aver ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento attraverso il popolo “con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha stretto l’Antica Alleanza. Consapevole di questa continuità, la Chiesa intende la Nuova Alleanza non come sostituzione, ma come compimento dell’Antica Alleanza”.
Infine ha sottolineato la condanna dell’antisemitismo: “Questo fondamento del nuovo rapporto della Chiesa cattolica con il popolo ebraico nella storia della salvezza va inteso anche come risposta positiva della Chiesa alla catastrofe della Shoah. Proprio come la ‘Nostra Aetate’ afferma chiaramente il patrimonio comune di ebrei e cristiani, essa rifiuta anche inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo”.
(Foto: Santa Sede)




























