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A Montesilvano la IX edizione della Scuola di Formazione per Studenti promossa dal Msac

Dal 13 al 15 marzo 2026 Montesilvano (Pescara) ospiterà, presso il Pala Dean Martin, la IX edizione della Scuola di Formazione per Studenti (SFS), promossa dal Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac) con circa 2.000 studenti delle scuole superiori, provenienti da tutte le diocesi d’Italia, che si ritroveranno per tre giorni di formazione, confronto e sperimentazione educativa sotto il titolo ‘High Hopes’. L’iniziativa nasce dal desiderio di promuovere un’educazione capace di rispondere alle sfide del presente e di anticipare quelle del futuro.

Al centro di quest’esperienza c’è l’idea di una scuola che riconosca gli studenti come protagonisti del proprio apprendimento, valorizzando competenze, relazioni e responsabilità. In linea con le prospettive di innovazione indicate dal Piano nazionale di ripresa e resilienza e con gli obiettivi dell’educazione civica, la SFS propone un’esperienza formativa ispirata anche alla visione della piattaforma ministeriale ‘Scuola Futura’, sperimentando linguaggi e metodi didattici nuovi, come ha spiegato Elena Giannini, segretaria nazionale del Msac:

“Il titolo scelto per questa edizione, ‘High Hopes’, racchiude l’orizzonte dell’intero evento: sognare in grande, ma con i piedi ben piantati nella realtà. Racconta il desiderio di immaginare una scuola migliore, dentro un Paese più giusto e in un mondo che scelga la pace e il dialogo, senza perdere il contatto con la concretezza della vita quotidiana. Perché il cambiamento non arriva dall’alto, ma nasce dai gesti e dalle scelte di ogni giorno, dalle responsabilità che ciascuno è disposto ad assumersi nel proprio ambiente di studio e di vita”.

L’edizione SFS 2026 si propone di sperimentare un vero e proprio ecosistema educativo, nel quale studenti, insegnanti possano riconoscersi come co-costruttori di una scuola più aperta, inclusiva e capace di innovarsi. Durante i tre giorni di incontri e laboratori verranno sviluppate alcune competenze considerate decisive per la formazione delle nuove generazioni: dalla consapevolezza finanziaria alla cittadinanza attiva, dall’intelligenza emotiva al pensiero critico, dalla coscienza sociale alle competenze digitali e all’uso consapevole dell’intelligenza artificiale.

Dopo l’accoglienza e i saluti istituzionali, il programma entrerà nel vivo: venerdì 14 sera con un momento dedicato alla musica e alla cultura, per ricordare che la formazione non passa solo attraverso i libri ma anche attraverso i linguaggi artistici e le esperienze condivise. Sabato 15 rappresenterà il cuore dell’appuntamento con una giornata di ‘scuola alternativa’: workshop e laboratori permetteranno ai partecipanti di sperimentare metodologie didattiche innovative e di allenare competenze trasversali utili per orientarsi nella complessità del mondo contemporaneo.

Domenica 16 mattina, infine, la plenaria conclusiva raccoglierà le riflessioni e le testimonianze emerse durante l’incontro, rilanciando l’impegno degli studenti nei propri territori e nelle loro scuole. Tra gli ospiti: il gruppo Eugenio in Via Di Gioia; Federica Marinucci e Giulia Trivellone di Libera; Benedetta di Muzio, Chiara Napoleone e Alberto Pompili di ASCS-Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo; Simone Grigoletto, docente di Filosofia morale all’Università di Padova;

Maria Grazia Vergari, psicologa e docente alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione ‘Auxilium’; Martina Monticone, biologa nutrizionista; Silvia Boccardi, giornalista; Arturo Mariani, speaker motivazionale ed ex calciatore della Nazionale Italiana di calcio amputati:

“La SFS non vuole offrire formule preconfezionate né soluzioni semplici. L’obiettivo è piuttosto quello di generare domande, aprire spazi di confronto e restituire agli studenti la consapevolezza del proprio ruolo nella società. Perché la scuola non è soltanto un luogo di verifica o di trasmissione di contenuti, ma una comunità di persone che imparano a vivere insieme, a pensare criticamente e a prendersi responsabilità”.

Con High Hopes, il Movimento Studenti di Azione Cattolica invita migliaia di giovani e giovanissimi a mettersi in cammino insieme. Non per attendere la scuola del futuro, ma per iniziare ad abitare già oggi una scuola più viva, più partecipata e più capace di generare speranza.

(Foto: MLAC)

Don Pagniello: la Caritas al festival di Sanremo per #farfiorireitalenti

Caritas Italiana sarà presente per la prima volta a Sanremo nella settimana del Festival della Canzone Italiana fino al 28 febbraio, all’interno del palinsesto di ‘Casa Sanremo’, intervenendo nella trasmissione ‘L’Italia in Vetrina’ per il lancio e la promozione della campagna #faifiorireitalenti, a sostegno del ‘Fondo Nazionale Talenti’, rivolto a ragazzi e ragazze tra 14 e 20 anni, che desiderano intraprendere o proseguire un percorso artistico e formativo, come ha dichiarato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana:

“Tra le forme più profonde di povertà che incrociamo ogni giorno c’è la povertà educativa, che determina la progressiva sottrazione di sogni, di possibilità, del diritto stesso ad aspirare. Nei nostri Centri di ascolto incontriamo soprattutto famiglie che, pur riconoscendo il talento e le aspirazioni dei propri figli, non hanno le risorse economiche, culturali o relazionali per sostenerne i percorsi. E’ lì che i sogni rischiano di interrompersi, non certo per mancanza di capacità, ma per assenza di opportunità”.

La campagna sosterrà il ‘Fondo Nazionale Talenti’ in grado di rafforzare una cultura  della corresponsabilità, in cui imprese, comunità e cittadini possano contribuire a far fiorire i talenti ed i sogni di adolescenti e giovani. Nella settimana del Festival, inoltre, alcuni giovani di ‘YOUng Caritas’ saranno presenti a Sanremo per incontrare persone, raccontare storie e raccogliere testimonianze, portando uno sguardo giovane sui temi del talento, dei sogni e delle opportunità negate, come racconta il direttore nazionale di Caritas:

“Il ‘Fondo Nazionale Talenti’ offre la possibilità di coltivare i propri talenti non è garantita a tutti ed il bene comune passa anche dal contrasto a queste disuguaglianze, riconoscendo ciò che cresce ai margini e creando le condizioni perché possa sbocciare. La campagna #faifiorireitalenti contribuisce a trasformare i sogni in opportunità concrete, creando un ponte tra il mondo dello spettacolo, le comunità e quei ragazzi che troppo spesso restano invisibili”.

Quindi al Festival di Sanremo quale Italia ‘canta’ la Caritas?

“A Sanremo vogliamo portare l’Italia che è capace di costruire legami. L’Italia delle comunità che accolgono, l’Italia dei giovani che cercano spazio, l’Italia delle famiglie che resistono, l’Italia dei volontari che ogni giorno trasformano la prossimità in impegno concreto. Nei percorsi di accompagnamento, nelle relazioni che si intrecciano giorno dopo giorno attraverso i servizi della rete delle Caritas in Italia, incontriamo le fatiche concrete delle persone.

E sempre più spesso ascoltiamo genitori che esprimono la dolorosa preoccupazione di non riuscire ad offrire opportunità reali ai propri figli; giovani ai quali manca il sostegno adeguato a sviluppare competenze e conoscenze all’altezza delle proprie aspirazioni, perché anche coltivare un talento, sostenere un’inclinazione, permettere a un giovane di esprimere ciò che è, rischia di diventare un privilegio”.

Allora in quale modo è possibile far fiorire i talenti?

“In occasione del Festival di Sanremo, Caritas Italiana lancia la campagna #faifiorireitalenti, che è un invito a credere nei giovani ed a costruire un Fondo Nazionale capace di sostenere percorsi educativi, formativi e culturali. Ci orienta il principio che nessun talento dovrebbe andare perduto per mancanza di opportunità e che ‘fiorire’, in fondo, non è mai un gesto individuale, ma un atto profondamente comunitario. E’ la responsabilità condivisa di creare spazi, opportunità e fiducia, perché quando un giovane può sognare, tutta la comunità respira un po’ di futuro in più”.

Alcune settimane fa è stata presentata la ricerca ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, che nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale sono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo.

L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel periodo settembre 2024 – giugno 2025, che mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali. In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione.

Per quale motivo la povertà è in ‘taglio basso’?
“La povertà è spesso in ‘taglio basso’ perché non intercetta le logiche della spettacolarizzazione. Non fa audience stabile, non genera polarizzazione immediata, non produce conflitto narrativo facile. Eppure, riguarda milioni di persone. Il nostro Rapporto mostra che nei media italiani la povertà compare soprattutto in forma episodica, marginale, talvolta emergenziale. Raramente è raccontata come fenomeno strutturale, con cause e responsabilità collettive. Metterla in ‘taglio basso’ significa ridurla a fatto secondario, quando invece è una questione che tocca la qualità democratica del Paese”.

Allora, quando la povertà fa notizia?
“Fa notizia quando esplode. Penso,, solo per fare qualche esempio, ad uno sfratto drammatico, una tragedia familiare, un fatto di cronaca che coinvolge persone vulnerabili. Oppure quando diventa terreno di dibattito politico. Più raramente fa notizia nella sua quotidianità silenziosa: il lavoro povero, la precarietà abitativa, la rinuncia alle cure, la solitudine degli anziani, la fatica delle famiglie. Nei Centri di Ascolto della rete Caritas incontriamo questa dimensione ordinaria della povertà ed è qui che si gioca la sfida vera che ci chiede di passare da un approccio emergenza alla comprensione profonda del fenomeno”.

In quale modo può essere raccontata la povertà?
“Anzitutto con rispetto. Servono numeri, analisi, politiche pubbliche, ma serve anche uno sguardo capace di riconoscere la forza, i talenti, le risorse che ogni persona porta con sé. Dunque, una buona informazione non alimenta certo il pietismo, né favorisce la stigmatizzazione, ma è orientata a generare consapevolezza e corresponsabilità. Per questo, è importante che la povertà sia raccontata dal basso, a partire dall’ascolto, dall’incontro con le persone e con uno sguardo che non chiuda il futuro”.

Per quale motivo un’informazione carente sulla povertà è un fattore di impoverimento sociale?
“Perché ciò che non si vede non entra nell’agenda sociale e politica. Se la povertà resta ai margini del racconto collettivo, diventa marginale anche nelle priorità politiche e sociali. Una narrazione parziale produce stereotipi, alimenta paure, semplifica problemi complessi. L’impoverimento, invece, non è solo economico, ma è relazionale, culturale, legato alla partecipazione democratica. Una società che non sa raccontare le proprie fragilità rischia di perdere in coesione e sviluppo”.

Papa Leone XIV invita i giovani statunitensi a sognare

“Ora è il momento di sognare in grande, di essere aperti a ciò che Dio può fare attraverso le vostre vite. Essere giovani spesso porta con sé il desiderio di fare qualcosa di significativo, qualcosa che faccia davvero la differenza. Molti di voi sono pronti ad essere generosi, ad aiutare coloro che amano, a lavorare per qualcosa di più grande di voi stessi. Come ci ha ricordato Benedetto XVI, non siamo fatti per la comodità. Siamo fatti per la grandezza. Siamo fatti per Dio stesso”: così ha detto papa Leone XIV ai 16.000 giovani cattolici statunitensi riuniti al Lucas Oil Stadium di Indianapolis, che domani concludono l’incontro della National Catholic Youth Conference, il più grande evento annuale che raduna i giovani cattolici degli Usa.

Le riflessioni dei giovani delle high schools hanno toccato temi come la preghiera, le fragilità, il perdono, l’Intelligenza Artificiale ed il futuro della Chiesa, a cui il papa ha proposto di seguire la strada della santità:  “Il mondo ha bisogno di famiglie sante che trasmettano la fede e mostrino l’amore di Dio nella vita quotidiana. Se sentite di poter essere chiamati al matrimonio, pregate per un coniuge che vi aiuti a crescere nella santità e nella fede. Alcuni di voi potrebbero essere chiamati al sacerdozio. Se sentite questa chiamata nel cuore, non ignoratela. Parlate con un sacerdote di cui vi fidate. Altri potrebbero essere chiamati alla vita consacrata, per essere testimoni di una vita gioiosa, completamente donata a Dio. Non abbiate paura. Chiedete al Signore di guidarvi, di mostrarvi il Suo piano. Confidate in Gesù”.

E’ stato un invito a non disperare del perdono di Dio: “Potremmo avere difficoltà a perdonare, ma il cuore di Dio è diverso. Dio non smette mai di invitarci a tornare a Lui. Quindi sì, può essere scoraggiante quando cadiamo. Ma non concentratevi solo sui vostri peccati. Guardate a Gesù, confidate nella sua misericordia e andate da lui con fiducia. Lui vi accoglierà sempre a casa… Pensate ai vostri amici più cari. Se stessero soffrendo, parlereste con loro, li ascoltereste e restereste loro vicino. Il nostro rapporto con Gesù è simile”.

Ma non poteva mancare una domanda sull’intelligenza artificiale: “L’intelligenza artificiale sta diventando una delle caratteristiche distintive del nostro tempo. Usare l’intelligenza artificiale in modo responsabile significa usarla in modi che ti aiutano a crescere, mai in modi che ti distraggono dalla tua dignità o dalla tua chiamata alla santità. L’intelligenza artificiale può elaborare le informazioni rapidamente, ma non può sostituire l’intelligenza…

La tecnologia può davvero aiutarci in molti modi, anche nel vivere la nostra fede cristiana. Ci offre strumenti incredibili per pregare, per leggere la Bibbia, per approfondire ciò in cui crediamo. E ci permette di condividere il Vangelo con persone che altrimenti non incontreremmo di persona. Ma non potrà mai sostituire le relazioni reali, faccia a faccia”.

Ed ecco l’invito a seguire l’esempio di san Carlo Acutis: “Quindi, sebbene la tecnologia possa metterci in contatto, non è la stessa cosa che essere fisicamente presenti. Dobbiamo usarla con saggezza, senza lasciare che offuschi le nostre relazioni. L’esempio virtuoso è quello di san Carlo Acutis, che metteva le sue capacità tecnologiche al servizio degli altri, esercitando disciplina e mantenendo ‘chiare’ le sue priorità.

Cari amici, vi incoraggio a seguire l’esempio di Carlo Acutis: siate consapevoli del tempo che trascorrete davanti allo schermo e assicuratevi che la tecnologia sia al servizio della vostra vita, e non il contrario”.

Però i giovani hanno la necessità di comunicare il proprio ‘stato d’animo’ ed il papa ha consigliato di affidarsi ad amici che riescono ad essere stimolo: “Nel mio tempo trascorso con i giovani ho visto come portiate gioie e speranze autentiche, ma anche difficoltà e fardelli pesanti. Dio si fa tuttavia sempre vicino, anche tramite le persone che mette sul nostro cammino.

Quando trovate qualcuno di cui vi fidate veramente, non abbiate paura di aprire il vostro cuore. E’ molto importante avere fiducia autentica, ma quando la avete sappiate che loro potranno aiutarvi a capire cosa state provando e sostenervi lungo il cammino. E’ anche importante pregare per ricevere il dono di amici sinceri. Un vero amico non è solo qualcuno con cui è piacevole stare insieme (anche se questo è un aspetto positivo) ma qualcuno che ti aiuta ad avvicinarti a Gesù e ti incoraggia a diventare una persona migliore”.

Altra domanda ha riguardato i giovani nella Chiesa con l’invito del papa ad essere protagonisti, come ha fatto san Pier Giorgio Frassati: “Gesù desidera che tutti si avvicinino a lui, e vedo questo desiderio soprattutto quando incontro giovani che cercano sinceramente Dio. La Chiesa ha bisogno di tutti noi, compresi voi, mentre avanziamo verso il futuro che Dio sta preparando…

Voi non siete solo il futuro della Chiesa, voi siete il presente! Le vostre voci, le vostre idee, la vostra fede sono importanti oggi, e la Chiesa ha bisogno di voi. La Chiesa ha bisogno di quello che vi è stato dato per essere condiviso con noi…

La vera differenza, inoltre, nasce da una fede radicata nella quotidianità, mettendosi anche al servizio dei poveri, alla stregua di un altro giovane santo, Pier Giorgio Frassati. Vi invito quindi a riflettere su queste domande: Cosa posso offrire alla Chiesa per il futuro? Come posso aiutare gli altri a conoscere Cristo? Come posso costruire pace e amicizia intorno a me?”

Ed ecco l’invito a partecipare alla vita sociale con l’avviso a porre “attenzione a non usare categorie politiche per parlare di fede. La Chiesa non appartiene ad alcun partito politico; piuttosto, la Chiesa aiuta a formare la vostra coscienza affinché possiate pensare e agire con saggezza e amore”.

Infine ha chiesto ai giovani di non perdere occasione di sognare: “Ora è il momento di sognare in grande e di essere aperti a ciò che Dio può fare attraverso le vostre vite. Essere giovani spesso comporta il desiderio di fare qualcosa di significativo, qualcosa che faccia davvero la differenza. Molti di voi sono pronti a essere generosi, ad aiutare coloro che amano o a lavorare per qualcosa di più grande di voi stessi. … Nel profondo, desideriamo la verità, la bellezza e la bontà perché siamo stati creati per esse. E questo tesoro che cerchiamo ha un nome: Gesù, che vuole essere trovato da voi.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV agli studenti: sognate di più!

“Che gioia incontrarvi! Grazie a voi! Ho atteso questo momento con grande emozione: la vostra compagnia, infatti, mi fa ricordare gli anni nei quali insegnavo matematica a giovani vivaci come voi. Vi ringrazio per aver risposto così, per essere qui oggi, per condividere le riflessioni e le speranze che, attraverso di voi, consegno ai nostri amici sparsi in tutto il mondo”: così ha iniziato papa Leone XIV nell’aula san Paolo, affollata da migliaia di ragazze e ragazzi, l’incontro di Leone XVI con gli studenti che partecipano al Giubileo del mondo educativo.

Il papa li ha sollecitati a non accontentarsi delle apparenze o delle mode, presentando loro san Piergiorgio Frassati: “Vorrei cominciare ricordando Pier Giorgio Frassati, uno studente italiano che, come sapete, è stato canonizzato durante quest’anno giubilare. Col suo animo appassionato per Dio e per il prossimo, questo giovane santo coniò due frasi che ripeteva spesso, quasi come un motto, lui diceva: ‘Vivere senza fede non è vivere, ma vivacchiare’ ed ancora: ‘Verso l’alto’. Sono affermazioni molto vere e incoraggianti. Anche a voi, perciò, dico: abbiate l’audacia di vivere in pienezza”.

E’ stato un invito a sognare, aiutati dall’ispirazione di Gesù: “Non accontentatevi delle apparenze o delle mode: un’esistenza appiattita su quel che passa non ci soddisfa mai. Invece, ognuno dica nel proprio cuore: ‘Sogno di più, Signore, ho voglia di più: ispirami tu!’ Questo desiderio è la vostra forza ed esprime bene l’impegno di giovani che progettano una società migliore, della quale non accettano di restare spettatori. Vi incoraggio, perciò, a tendere costantemente “verso l’alto”, accendendo il faro della speranza nelle ore buie della storia. Come sarebbe bello se un giorno la vostra generazione fosse riconosciuta come la ‘generazione plus’, ricordata per la marcia in più che saprete dare alla Chiesa e al mondo”.

In questo modo nasce l’intuizione del Patto Educativo Globale: “L’amato papa Francesco, cinque anni fa, ha lanciato il grande progetto del Patto Educativo Globale, e cioè un’alleanza di tutti coloro che, a vario titolo, lavorano nell’ambito dell’educazione e della cultura, per coinvolgere le giovani generazioni in una fraternità universale. Voi, infatti, non siete solo destinatari dell’educazione, ma i suoi protagonisti”.

Però l’educazione è frutto di un’alleanza tra giovani ed adulti per essere testimoni credibili: “Perciò oggi vi chiedo di allearvi per aprire una nuova stagione educativa, nella quale tutti (giovani e adulti) diventiamo credibili testimoni di verità e di pace. Per questo vi dico: siete chiamati a essere truth-speakers e peace-makers, persone di parola e costruttori di pace. Coinvolgete i vostri coetanei nella ricerca della verità e nella coltivazione della pace, esprimendo queste due passioni con la vostra vita, con le parole e con i gesti quotidiani”.

Credibili come il prossimo Dottore della Chiesa: “In proposito, all’esempio di san Pier Giorgio Frassati unisco una riflessione di san John Henry Newman, un santo studioso, che presto sarà proclamato Dottore della Chiesa. Egli diceva che il sapere si moltiplica quando viene condiviso e che è nella conversazione delle menti che si accende la fiamma della verità. Così la vera pace nasce quando tante vite, come stelle, si uniscono e formano un disegno. Insieme possiamo formare costellazioni educative, che orientano il cammino futuro”.

E da professore di matematica li ha invitati a scrutare le stelle per seguire la rotta: “E’ un numero impressionante e meraviglioso: un sestilione di stelle – un 1 seguito da 21 zeri! Se le dividessimo tra gli 8.000.000.000 di abitanti della Terra, ogni uomo avrebbe per sé centinaia di miliardi di stelle. Ad occhio nudo, nelle notti limpide, possiamo scorgerne circa cinquemila. Anche se le stelle sono miliardi di miliardi, vediamo solo le costellazioni più vicine: queste però ci indicano una direzione, come quando si naviga per mare.

Da sempre i viaggiatori hanno trovato la rotta nelle stelle. I marinai seguivano la Stella Polare; i Polinesiani attraversavano l’oceano memorizzando mappe stellari. Secondo i contadini delle Ande, che ho incontrato da missionario in Perù, il cielo è un libro aperto che segna le stagioni della semina, della tosatura, dei cicli della vita. Persino i Magi hanno seguito una stella per arrivare a Betlemme ad adorare Gesù Bambino”.

E’ stata una sollecitazione a scegliere le loro stelle: “Come loro, anche voi avete stelle-guida: i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti, i buoni amici, bussole per non perdervi nelle vicende liete e tristi della vita. Come loro, siete chiamati a diventare a vostra volta luminosi testimoni per chi vi sta accanto. Ma, come dicevo, una stella da sola resta un punto isolato. Quando si unisce alle altre, invece, forma una costellazione, come la Croce del Sud”.

In questo modo può nascere una costellazione: “Così siete voi: ognuno è una stella, e insieme siete chiamati a orientare il futuro. L’educazione unisce le persone in comunità vive e organizza le idee in costellazioni di senso. Come scrive il profeta Daniele, ‘quelli che avranno insegnato a molti la giustizia risplenderanno come le stelle in eterno’: che meraviglia: siamo stelle, sì, perché siamo scintille di Dio. Educare significa coltivare questo dono”.

Perciò l’educazione invita a guardare in alto: “L’educazione, infatti, ci insegna a guardare in alto, sempre più in alto. Quando Galileo Galilei puntò il cannocchiale al cielo, scoprì mondi nuovi: le lune di Giove, le montagne della Luna. Così è l’educazione: un cannocchiale che vi permette di guardare oltre, di scoprire ciò che da soli non vedreste. Non fermatevi, allora, a guardare lo smartphone e i suoi velocissimi frammenti d’immagini: guardate al Cielo, guardate verso l’alto”.

Al contempo il papa ha sollecitato ad alimentare anche la spiritualità: “Non basta avere grande scienza, se poi non sappiamo chi siamo e qual è il senso della vita. Senza silenzio, senza ascolto, senza preghiera, perfino le stelle si spengono. Possiamo conoscere molto del mondo e ignorare il nostro cuore: anche a voi sarà capitato di percepire quella sensazione di vuoto, di inquietudine che non lascia in pace”.

L’altra sfida riguarda la nuova tecnologia: “Anche l’intelligenza artificiale è una grande novità (una delle rerum novarum, cioè delle cose nuove) del nostro tempo: non basta tuttavia essere ‘intelligenti’ nella realtà virtuale, ma bisogna essere umani con gli altri, coltivando un’intelligenza emotiva, spirituale, sociale, ecologica. Perciò vi dico: educatevi ad umanizzare il digitale, costruendolo come uno spazio di fraternità e di creatività, non una gabbia dove rinchiudervi, non una dipendenza o una fuga. Anziché turisti della rete, siate profeti nel mondo digitale!”

Ed ecco l’esempio di san Carlo Acutis: “A questo riguardo, abbiamo davanti un attualissimo esempio di santità: san Carlo Acutis. Un ragazzo che non si è fatto schiavo della rete, usandola invece con abilità per il bene. San Carlo unì la sua bella fede alla passione per l’informatica, creando un sito sui miracoli eucaristici, e facendo così di Internet uno strumento per evangelizzare. La sua iniziativa ci insegna che il digitale è educativo quando non ci rinchiude in noi stessi, ma ci apre agli altri: quando non ti mette al centro, ma ti concentra su Dio e sugli altri”.

Da qui nasce la terza ‘sfida’ che riguarda l’educazione alla pace: “Vedete bene quanto il nostro futuro venga minacciato dalla guerra e dall’odio che dividono i popoli. Questo futuro può essere cambiato? Certamente! Come? Con un’educazione alla pace disarmata e disarmante. Non basta, infatti, far tacere le armi: occorre disarmare i cuori, rinunciando a ogni violenza e volgarità. In tal modo, un’educazione disarmante e disarmata crea uguaglianza e crescita per tutti, riconoscendo l’uguale dignità di ogni ragazzo e ragazza, senza mai dividere i giovani tra pochi privilegiati che hanno accesso a scuole costosissime e tanti che non accesso all’educazione. Con grande fiducia in voi, vi invito a essere operatori di pace anzitutto lì dove vivete, in famiglia, a scuola, nello sport e tra gli amici, andando incontro a chi proviene da un’altra cultura”.

(Foto: Santa Sede)

‘Il Giardino dei Sogni’: parte la raccolta fondi per costruire una scuola materna a Paoua, nella Repubblica Centrafricana

La Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, lancia una nuova campagna solidale per costruire una scuola materna a Paoua, nel nord-ovest della Repubblica Centrafricana: un progetto che vuole restituire speranza e futuro a oltre 200 bambini tra i 4 e i 6 anni.

Il progetto, intitolato ‘Il Giardino dei Sogni’, nasce dalla collaborazione con don Hippolyte-Blaise Yangara, parroco della Parrocchia San Kisito di Paoua e referente locale dell’iniziativa. In un contesto segnato da povertà estrema, carenza di infrastrutture e scarsissimo accesso all’istruzione, questa scuola rappresenterà un vero e proprio punto di svolta per tutta la comunità. Oggi, i bambini della zona frequentano lezioni in edifici fatiscenti, privi di servizi igienici e arredi adeguati, spesso esposti alle intemperie.

L’obiettivo è offrire loro uno spazio sicuro, accogliente e funzionale, dove poter crescere, apprendere e sognare: “A Paoua, la scuola non è solo un diritto, ma un atto di resistenza alla povertà, un seme di speranza per l’intera comunità”, afferma Don Hippolyte-Blaise.

Amina ha cinque anni, due occhi grandi e curiosi e una risata contagiosa. Vive con i suoi genitori e tre fratelli in una piccola baracca nel villaggio diPaoua. La mamma, Fatou, si occupa della casa e dei figli, mentre il papà, Issa, lavora nei campi.

A scuola, Amina ha un’amica inseparabile, Mariam. Insieme ridono, giocano a saltare la corda e disegnano con i gessetti colorati. Il suo posto del cuore èproprio la scuola: le risate con Mariam e le parole gentili della maestra Clarisse rendono quel momento il più bello della giornata.

Amina sogna di diventare maestra, come Clarisse. Quando le chiedono perché, risponde con dolcezza: “Per insegnare ai bambini come me a leggere, a scrivere e a diventare grandi”. Oggi però Amina non ha una vera scuola materna dove andare: solo un edificio fatiscente, senza banchi, senza libri, senza giochi. Eppure, ogni mattina si sveglia sperando che qualcosa cambi. Quel cambiamento può iniziare da ciascuno di noi.

Obiettivi della campagna sono quelli di costruire un edificio scolastico moderno e sicuro; fornire materiali didattici, arredi, giochi e servizi igienici adeguati; offrire un’educazione prescolare di qualità; rafforzare il ruolo educativo della comunità locale; consentire ai genitori di lavorare serenamente mentre i figli sono a scuola.

Per realizzare tutto questo è necessario raccogliere € 23.000, che è un obiettivo concreto, raggiungibile grazie alla generosità di chi crede nel diritto all’infanzia e nell’importanza dell’educazione. Modalità di donazione, contenuti e aggiornamenti saranno disponibili sul sito ufficiale: https://www.sanvincenzoitalia.it/costruiamo-insieme-il-giardino-dei-sogni/

(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)

Quando ci stai dentro: da un programma di beneficenza al tuo sogno

E chi lo sapeva, quell’anno scolastico 2006-2007 che ci sarei entrata anche io? Volevo guardare un programma della Carrà che parlava di bambini e adozioni, una trasmissione seria, non il solito film per rilassarsi, ma se ti piacciono i bambini non è strano. Immagina di non aver potuto avere fratelli per varie circostanze contrarie al tuo desiderio. Immagina di essere grande, ma abbastanza infantile da desiderare ancora fortemente di averne uno e di cercare di convincere il genitore reticente, con l’aiuto dell’altro, ad aiutarti a realizzare il desiderio.

Ed ecco la telefonata, ancora con il fisso e i complimenti rivolti al genitore reticente che li destina a te e il volontario del centralino, il quale è fiero del gesto di una bambina così piccola e generosa. Generosa? Eppure  io volevo solo una sorella, ma piuttosto che niente pure un fratello andava bene.  Non mi sembrava di essere stata così generosa(ahah).

Dopo quell’anno, il programma TV è sparito, ma la Fondazione no. A differenza di tanti nomi blasonati (credo che li sappiano tutti, non serve scriverli) l’ente non solo proseguiva, ma continuava ad avere progetti e a cambiarmi sorelle. Maledizione, uno vorrebbe una sorella per la vita e poi te la tolgono perché… “è uscita dal progetto”; in pratica non ha più bisogno di te. E allora?

Devi aprire il tuo cuore a qualcun’altra fino al 2017, quando lo dai al tuo primo fratello. Dal 2006 non ho mai cambiato struttura, sono rimasta fedele a questo ente che mi ha dato assistenza adeguata e dei fratelli  quali – mi scuso se non li ricordo tutti e indicherò quelli che sono rimasti di più con me – Siluva, Maria Elena e  Prem.

Aiutare i bambini si è trasformata in Mission bambini. Il cambiamento di nome eccetera mi aveva preoccupata. I cambiamenti non sono sempre positivi nei gruppi che si occupano di beneficenza, ma mi è stato dimostrato che potevo fidarmi. Ecco la storia dell’ente. Il 18 gennaio 2025,Mission Bambini ha raggiunto i 25 anni di attività dedicati a migliorare la vita dei bambini in Italia e nel mondo. Il 18 gennaio 2000, nacque la Fondazione con il nome di aiutare i bambini, grazie  all’ingegnere Goffredo  Modena e a sua moglie Maria Paola Villa. Da quel momento, il sogno si realizzò grazie all’impegno di tante persone che  condividevano una visione comune a loro.

Il primo progetto fu quello in Brasile: costruire un asilo per 100 bambini. Nel 2002, il primo volontario di Mission Bambini(all’epoca aiutare i bambini) parti per il Madagascar dove visitò la scuola del villaggio di Sarodroa. Tre anni dopo l’apertura del primo progetto, la Fondazione si dedico al  sostegno a distanza, per appoggiare  continuativamente attività educativi all’estero.

Il progetto Cuore di bimbi, invece, iniziò nel 2005. Questo aveva l’obiettivo di salvare la vita dei bambini gravemente cardiopatici che nascevano nei Paesi più poveri del mondo. Nel 2006, iniziarono i primi progetti educativi in Italia, dedicati alla prima infanzia e, negli anni successivi, alle scuole primarie e secondarie di primo grado. I progetti si svolgevano principalmente nelle zone più difficili del territorio nazionale. La Fondazione aiutò a migliorare le condizioni di vita delle persone colpite da  emergenze quali il terremoto in Abruzzo (2009), quello ad Haiti (2010) e quello nel  Centro Italia (2013).

Nel 2014, la Fondazione aiutare i bambini  prese il nome di Mission Bambini e cambiò anche il suo logo: la mano, che un tempo si limitava a proteggere il bambino, ora si aprì per indicare che voleva  sostenerlo nel suo cammino. Nel 2016  nacque Borse Rosa, per incentivare  l’istruzione secondaria femminile. Nel 2020, durante la pandemia, l’ente supportò i  bambini senza accesso a beni essenziali e possibilità  di proseguire la loro educazione. Successivamente, fornì aiuti all’ Ucraina,in ginocchio a causa della guerra.

Nel 2023, iniziò il grande sogno di Mission Bambini:  l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano collaborerà con la Fondazione per la realizzare Casa Cuore di bimbi all’interno dell’ospedale stesso. Qui verranno trasferiti bambini gravemente malati che hanno bisogno di cure per salvare il loro cuore. In questi anni, la Fondazione ha aiutato oltre 1 milione e 400mila piccoli  in tutto il mondo.  I progetti continueranno, ma potranno farlo solo con l’aiuto di persone desiderose di aiutare i progetti della Fondazione. Per saperne di più : https://missionbambini.org/chi-siamo/  

Card. Reina racconta il sogno di un’Europa cristiana di Alcide De Gasperi

“Si è da poco concluso l’anno degasperiano in occasione del 70° anniversario della morte di Alcide che ha avuto nella chiusura della fase diocesana del processo di beatificazione uno dei momenti più alti. Questo evento si colloca significativamente all’interno del Giubileo della Speranza nel quale siamo ancora immersi e che fa da cornice a quanto oggi stiamo per vivere, invitandoci a riflettere sul pensiero e sull’opera di De Gasperi”: lo ha ricordato il vicario della diocesi di Roma, card. Baldassare Reina, nella messa per l’anniversario della morte di Alcide De Gasperi celebrata nella Basilica di San Lorenzo dove è sepolto.

Nell’omelia il vicario di Roma ha fatto riferimento alle letture del giorno per ricordare Alcide De Gasperi: “Questa pagina della Scrittura si rivela provvidenziale mentre ricordiamo Alcide De Gasperi. Anche lui, nella sua vita ha percorso le tappe di Gedeone. Come lui ha sperimentato più volte la forza del potere nemico, l’immane tragedia della guerra, la diffusione del regime nazista e lo sfaldamento della monarchia. Tutto attorno a lui sapeva di sconfitta e di morte. L’Italia che prende in mano subito dopo il referendum è un Paese annientato e senza alcuna credibilità internazionale”.

Anche De Gasperi ha sperimentato tutte le tappe di Gedeone: “E lui stesso aveva già pagato un prezzo altissimo per aver difeso gli ideali della libertà e della democrazia: aveva conosciuto la prigionia, la povertà, l’umiliazione, il tradimento e persino delle trame oscure che ne avevano decretato la fine. Eppure, come Gedeone, egli accoglie la missione, non confidando nella forza delle proprie risorse umane, bensì abbandonandosi alla volontà di Dio, nel silenzio della preghiera e nella luce della fede…

Sicuramente, ha sperimentato che la forza del credente e del politico non è opera umana ma viene dal Signore; non solo quindi strategie di potere e doti diplomatiche, pur indubbiamente presenti, ma una profonda spiritualità. Alcide come tutti i grandi testimoni della fede non è forte perché migliore di altri ma perché ha sperimentato che la forza viene dal Signore, dalla sua grazia, dall’incontro con Lui nella preghiera e nella meditazione personale, dall’Eucarestia”.

La sperimentazione del ‘deserto’ gli giovò per avere una visione dell’Italia lungimirante: “Il vero segreto di Alcide non è stato soltanto la sua abilità politica per districarsi nello scacchiere internazionale, ma la sua visione di Paese e di mondo, di civiltà e di ricostruzione. La preghiera personale e lo studio della spiritualità cristiana lo hanno portato a maturare l’idea che si poteva costruire e ri-costruire una nazione a partire dal Vangelo e con la forza del Vangelo”.

Una visione scaturita dalla fede per costruire la rinascita dell’Italia: “Non per imporre a tutti la fede cristiana, ma perché attraverso di essa si possano irradiare su tutti gli uomini gli effetti della salvezza e della redenzione operata da Cristo sulla croce. Questa sua relazione intima con Dio lo ha portato alla convinzione che era possibile organizzare una democrazia (dopo gli anni bui del fascismo e mentre la monarchia mostrava tutta la sua debolezza) animata dalla fede cristiana e orientata al bene comune, alla giustizia sociale e alla libertà”.

E contemporaneamente il ‘sogno’ dell’Europa: “Il sogno di De Gasperi, così come quello di Schumann, Adenauer e tanti altri, era quello di un’Europa che si strutturava attorno alla fede nel Dio di Gesù Cristo. E mi sembra che proprio questa sia oggi la questione cruciale. L’Europa non può inseguire solo mere strategie di commercio delle potenze economiche, ma è chiamata a riscoprire sé stessa, le sue profonde radici, la forza della cultura ellenistica, la potenza della fede cristiana, la solidità dell’umanesimo liberale.

Sono queste le solide fondamenta che in passato l’hanno resa grande e che oggi potrebbero farle conoscere una nuova stagione (certamente difficile, ma carica di possibilità) di progresso umano e valoriale. La vita e l’impegno di De Gasperi ci dimostrano che queste cose non solo sono auspicabili, ma sono anche realizzabili nella misura in cui si permette che Dio operi con sapienza dentro una vita umile e generosa”.

Ciò è stato possibile perché ha creduto: “Per chi crede tutto è possibile. E De Gasperi è stato innanzitutto un credente. Ha creduto che la salvezza operata da Cristo possa diventare opportunità di vita piena per gli uomini e le donne di buona volontà, può diventare buon governo nella ricerca e la promozione del bene comune, può diventare democrazia che dà spazio alla dignità umana e al progresso”.

In conclusione ha ricordato il suo discorso alla conferenza di pace a Parigi nel 1946: “E qui sovviene il pensiero dello statista laddove, nel suo Discorso alla Conferenza di pace di Parigi, 10 agosto 1946, prendendo la parola, disse tra l’altro ai signori delegati che gravava su di loro ‘la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi’. Ed aggiunse: ‘Guardate a quella meta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla’.

Questi motivi, fratelli e sorelle, ci portano a invocare il Signore affinché conceda al nostro tempo uomini e donne come Alcide De Gasperi, desiderosi di affrontare con coraggio le difficoltà e le sfide del contesto storico nel quale siamo immersi, per gettare ancora il seme del Regno nell’attesa di frutti copiosi”.

Una pastorale segno di speranza: in dialogo con Simone Fichera

“Di segni di speranza hanno bisogno anche coloro che in sé stessi la rappresentano: i giovani. Essi, purtroppo, vedono spesso crollare i loro sogni. Non possiamo deluderli: sul loro entusiasmo si fonda l’avvenire. E’ bello vederli sprigionare energie, ad esempio quando si rimboccano le maniche e si impegnano volontariamente nelle situazioni di calamità e di disagio sociale. Ma è triste vedere giovani privi di speranza; d’altronde, quando il futuro è incerto e impermeabile ai sogni, quando lo studio non offre sbocchi e la mancanza di un lavoro o di un’occupazione sufficientemente stabile rischiano di azzerare i desideri, è inevitabile che il presente sia vissuto nella malinconia e nella noia”.

Da questo passo della bolla di indizione del giubileo, ‘Spes non confundit’, iniziamo un dialogo sulla pastorale giovanile con l’educatore e pedagogista, dott. Simone Fichera, formato in teologia presso l’università lateranense e componente del team ‘AGO Formazione’per cercare di capire il motivo per cui papa Francesco ha scritto che i giovani hanno bisogno di segni di speranza: “Il tempo in cui siamo immersi, il presente in cui ha da incarnarsi la nostra Chiesa, è costituito di fragilità nuove. Non che il passato non fosse in sé irto di ispidi ostacoli da superare, ma si tratta probabilmente di fatiche simili in contesti nuovi.

Basti pensare alla fatica di ingresso nelle posizioni quadro da parte dei giovani, o banalmente alla preponderanza del mondo virtuale nella vita comune di qualsiasi giovane. Viviamo un tempo in cui la speranza resta sconosciuta perché infondata, infondabile. La speranza non è un vezzo da sognatori, ma una virtù che ha bisogno di mani e sguardi capaci di promesse e questo siamo chiamati a fare come Chiesa, specie in questo anno giubilare”.

La pastorale della Chiesa è capace di fornire segni di speranza?

“Probabilmente in questo momento no. Spesso la pastorale sembra raggomitolata dentro il ‘già conosciuto’, il ‘si è sempre fatto così’, è incapace di stare nei contesti in cui la vita scorre davvero, non ristagna. Non si sporge verso fuori, chiede piuttosto ai giovani di entrare nello schema. I giovani cristiani, purtroppo, è facile distinguerli dalla massa, non per la luminosità del fervore, quanto più per la capacità di stare negli schemi che l’oratorio o la parrocchia chiede. E chi sa starci, di solito, è a rischio ristagno”.

In quale modo la pastorale può educare?

“Credo avremmo bisogno di una pastorale davvero capace di uscita. Non si tratta di fare educativa di strada (che pure avrebbe una sua funzionalità se fatta bene), ma, più banalmente, di aprire i cancelli. Di permettere ai ‘casinisti’ di stare dentro orientando l’azione educativa alla creazione della relazione piuttosto che alla segnalazione delle norme. Perché è di quei figli che ha bisogno la chiesa. Di quelli meno amabili ha bisogno di prendersi cura. Dei ‘bravi ragazzi’ sanno aver cura tutti. E questo chiede competenza educativa, non solo passione”.

La Chiesa è capace di comprendere il linguaggio dei giovani?

“Anche rispetto al linguaggio facciamo fatica a intenderci certamente. Ma credo che la domanda vera non sia relativa al linguaggio, né tanto alla comunicazione, quanto alla capacità di cura. Al desiderio di paternità dei pastori e degli educatori (si intenda rivolto anche al femminile come senso di maternità). Abbiamo creato una chiesa di organizzatori, promotori, amministratori, ufficianti e ci siamo dimenticati di coltivare la paternità, la cura, la figliolanza, l’accompagnamento”.

In quale modo si può rendere ‘attraente’ per i giovani l’oratorio?

“Credo che la risposta sarà deludente: non c’è oratorio capace di attrazione se chi lo abita non è attraente. I ragazzi non hanno bisogno di luoghi ‘fighi’ (si anche, ma non prioritariamente). Hanno bisogno di padri e madri, di amici veri. Coltivare queste capacità chiede competenza umana e professionale, lo ripeto. Non basta aver passione, non basta la vocazione. Ed allora viene a me da fare una domanda: se è così pungente il tema dei giovani, perché tanta parte di Chiesa è disposta a spendere risorse per restaurare gli affreschi e sceglie di risparmiare su una più necessaria formazione?”

Allora è possibile dare una definizione alla parola ‘pastorale’?

“Pastorale è educare ad un sapere che è complesso! Complesso perché fatto di tanti pezzi: è sapere che conosce, è sapere che agisce ed è sapere che comunica. La pastorale ha bisogno di uscire dalla paura di ‘commistionarsi’ con la vita della gente e lasciarsi inquinare dalla bellezza del presente che è tempo di salvezza! Se affermiamo, con le nostre scelte, che il presente e i suoi retaggi, non sono occasione di salvezza allora staremmo affermando che questo tempo è maledetto, che qui non c’è Kairos, e che la Chiesa ha fallito! Beh spoiler… non è così! Ci si può rimboccare le maniche e imparare a immischiarsi! Perché la pastorale è la vita della gente. E’: copula e non congiunzione!”

Di quale pastorale c’è bisogno?

“Una pastorale che testimoni e racconti come sia possibile la vita da cristiani oggi! Quali sono le skill tipiche del cristiano, le sue competenze relazionali, le attenzioni che lo caratterizzano. Una pastorale che non tema la strada e l’on-line. Una pastorale che incontra occhi e volti, che chiama per nome, perché riparte da ciò che è essenziale: la relazione personale. Perché in fondo è così da sempre: è davvero innovativo ciò che ci riporta all’essenziale!”

(Tratto da Aci Stampa)

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