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Costruiamo insieme la ‘Casa della Speranza’
L’appello di padre Lumetta, missionario rogazionista in Brasile, da anni impegnato a salvare la vita di centinaia di bambini in condizione di estremo disagio. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, aiuta 2500 bambini in cinque Continenti a studiare in luoghi più sereni e sicuri.
Uno di questi Paesi è il Brasile dove padre Vincenzo Lumetta risponde a un impegno ben preciso e arduo: aiutare centinaia di bambini e ragazzi a uscire dai pericoli della strada e a costruire un domani migliore. Lui è un Missionario Rogazionista, presente in diverse missioni del Brasile da trentasette anni e, da diciassette, nel comune di Presidente Jânio Quadros, nello stato di Bahia.
La sua chiamata oltreoceano, lontano dalla sua Sicilia, arriva nelle aree più povere del Paese, abitate principalmente da anziani e bambini affidati alle cure dei nonni. Si tratta di una regione semi-arida che affronta costantemente la siccità e la cronica mancanza d’acqua: “Si vive in una condizione di estremo disagio, segnata da malnutrizione e difficoltà di accesso alla salute e all’istruzione. I bambini, fin dalla più tenera età, vagano per le strade, dedicandosi all’accattonaggio e alla raccolta di materiali riciclabili tra i rifiuti urbani. Esposti a infezioni, all’abbandono scolastico precoce e spesso coinvolti in attività illecite, sono facili prede della delinquenza”, racconta Padre Lumetta.
Nel 2016, insieme alla Comunità religiosa rogazionista, Padre Vincenzo ha deciso di fondare il Centro di Convivencia ‘Sant’Annibale’: “Qui vengono accolti 300 bambini e bambine in condizioni di vulnerabilità, di età compresa tra i 4 e i 18 anni” spiega il sacerdote e aggiunge: “Ogni giorno può esserci una vita da salvare” e ricorda la storia di Bruno, oggi 6 anni: “In una torrida giornata d’estate Bruno era lungo la strada, malnutrito e senza forze. Cresciuto nel degrado e nella sporcizia, dopo l’allattamento materno si è nutrito quasi esclusivamente di fagioli e farina di manioca: non c’era altro”.
Il suo corpo ha dovuto adattarsi in fretta ad una realtà di abbandono e privazioni. È nato in una favela della grande San Paolo, dove i suoi giovanissimi genitori si erano trasferiti in cerca di fortuna prima di cadere nella spirale della droga. La madre, per sostenere la sua dipendenza, chiedeva l’elemosina agli angoli delle strade e ai semafori, portando con sé il piccolo Bruno.
“L’ho accolto come un figlio al Centro diurno di Convivencia Sant’Annibale di Bahia e qui Bruno ha scoperto per la prima volta il significato di amore, calore umano e amicizia”, confida Padre Lumetta. Storie come la sua sono comuni al Centro. Ognuna è unica, ma tutte raccontano il dolore di giovani vite già profondamente segnate.
Il Centro diurno diventa un luogo di speranza in cui ricominciare a credere a un futuro migliore. “Qui i ragazzi possono riunirsi, fare i compiti per rafforzare la formazione ed essere aiutati ad acquisire il senso del dovere e il rispetto delle regole” afferma Padre Vincenzo. “Dedichiamo spazio alle attività sportive che rappresentano un’opportunità fondamentale per imparare a gestire l’aggressività, a educarsi alla pace e a relazionarsi con gli altri”.
Al ‘Sant’Annibale’ sono accolte anche le giovani mamme e gli anziani nonni: “Organizziamo dei laboratori di formazione professionale di cucito, corsi di ceramica, musica, lettura e cucina. Sono corsi adatti a tutte le età”, spiega padre Lumetta. Il numero di bambini e bambine che bussano ogni giorno alla porta del Centro continua a crescere. Le strutture attuali non bastano: fuori il sole è cocente e i piccoli non hanno spazi adeguati per giocare.
Per questo, Padre Vincenzo vorrebbe realizzare un grande sogno: costruire ‘La Casa della Speranza’, una sala ricreativa dove i bambini possano trascorrere il pomeriggio in serenità, al riparo dai pericoli della strada, dalla violenza e dall’abbandono scolastico. Uno spazio sicuro, un rifugio in cui trasformare storie di sofferenza in racconti di speranza. “Qui i bambini potranno giocare, studiare, ricevere una merenda e, soprattutto, vivere l’infanzia che meritano”, conclude il sacerdote.
Per aiutare Padre Lumetta a realizzare il suo sogno insieme a quello di tanti bambini occorre raccogliere € 15.000. La Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV, attraverso il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, ha avviato una raccolta fondi:
* C/C BANCARIO Presso Banca Intesa San Paolo IBAN:IT76I0306909606100000018852;
* CONTO CORRENTE POSTALE NR. 14798367 IBAN:IT94F0760111800000014798367 CAUSALE: Progetto Brasile. La donazione è fiscalmente deducibile/detraibile. Per saperne di più contattaci a solidarity@sanvincenzoitalia.it o chiama il 3920270767 (anche WhatsApp).
Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo è la struttura della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV che si occupa non solo di sostegno a distanza – più di 2.500 in 40 Paesi –ma anche di sviluppare progetti con partner locali come costruzione di pozzi, aule scolastiche e ospedali, nonché di intervenire nei luoghi colpiti da calamità naturali o guerre e di promuovere la creazione di gemellaggi tra le Conferenze italiane e altre all’estero. Il Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo opera al servizio dei Vincenziani e di chi, nel mondo, ha bisogno, offrendo la propria struttura, le proprie competenze, la capacità di costruire quella rete di carità con la quale il Beato Federico Ozanam desiderava ricoprire il mondo.
(Foto: Società San Vincenzo de’ Paoli)
Giornata della Consapevolezza sull’Autismo: l’importanza dell’inclusione
Il 2 aprile di tutti gli anni è celebrata la ‘Giornata mondiale della Consapevolezza sull’Autismo’, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale dell’ONU con l’intento di richiamare l’attenzione dei cittadini sui diritti delle persone nello spettro autistico e di costruire una società più inclusiva e accogliente.
Per tale occasione abbiamo rivolto alcune domande alla presidente della cooperativa sociale ‘Work Aut – Lavoro ed Autismo’, Stefania Grimaldi, madre di un ragazzo con autismo, chiedendo di raccontare quanta consapevolezza c’è nelle persone rispetto all’autismo: “In generale ritengo che la consapevolezza sia poco presente nelle persone, perché c’è bisogno di fare esperienza direttamente e dopo tante esperienze si può essere consapevoli di questa ‘situazione’.
Però c’è da dire che da quando ho iniziato ad informarmi, in quanto mamma di un ragazzo affetto da autismo, ed ad aderire a questa giornata, sicuramente è aumentata molto la consapevolezza sull’autismo e sulla neuro divergenza sia da parte delle famiglie che si trovano in questa condizione, sia da parte della comunità in cui queste famiglie, che diventano sempre più numerose, vivono. Sicuramente è una crescita, ma siamo ancora molto lontani dalla piena opportunità dell’essere accolti per quello che si è”.
‘Siamo folli sognatori, crediamo dell’inclusività, aspiriamo ad una buona vita, alla soddisfazione, alla realizzazione di sé ed alla felicità’ è la presentazione della cooperativa: perché Work Aut?
“Work Aut è sorto nel 2021 dal sogno di un gruppo di famiglie con figli maggiorenni colpiti da autismo con l’obiettivo di creare per i nostri figli una vita dignitosa ed indipendente in funzione del ‘dopo di noi’, in quanto diventando anziani non potremo più proteggere i nostri figli fragili dall’inconsapevolezza del mondo”.
‘Vivere una vita piena e dignitosa vuol dire partecipare, essere e sentirsi parte di una comunità, apportare il proprio contributo, grande o piccolo che sia. Una società, per essere definita civile, deve essere inclusiva, offrire a tutti le giuste opportunità per esprimere al meglio il proprio potenziale’: quale è la ‘mission’ di Work Aut?
“La mission che ci siamo proposti è quella di sperimentare per ogni persona alcuni percorsi di apprendistato adatti alle caratteristiche dei nostri figli, certi che nell’attività lavorativa, anche se occasionale, si possa offrire dignità ed accoglienza, che meritano”.
Cosa significa realizzare una cooperativa sociale per dare ‘risposte lavorative’?
“Non vogliamo compassione né tantomeno non chiediamo l’elemosina. Vogliamo lavorare perché siamo bravi, perché ci sono risorse umane valide e competenti che non possono restare nell’ombra. Il nostro obiettivo è quello di capire qual è la reale inclinazione dei ragazzi per poterla trasformare in lavoro. Intanto, si formano, si impegnano e guadagnano attraverso il loro lavoro. La nostra speranza è di fare connessioni, collegamenti tra le varie realtà presenti, per riuscire ad inserire i nostri giovani nelle diverse imprese del territorio”.
‘La Cooperativa Sociale Work Aut Lavoro e Autismo, con il progetto Work-Aut, si pone l’obiettivo di creare un ponte tra imprese, attività commerciali, piccole e medie aziende del territorio e le persone con Autismo, attraverso progetti socio-lavorativi che offrano concrete opportunità di lavoro e diano visibilità alle loro capacità lavorative finora rimaste inespresse’. In quale modo si può nutrire l’inclusione?
“Nel modo più naturale possibile. Nel laboratorio ‘Work Aut’ cerchiamo di conoscere i nostri aspiranti apprendisti, dimenticando i limiti diagnosticati, in quanto non sono un limite alla possibilità di sperimentare. Cerchiamo di capire quali sono le passioni ed i talenti dei nostri ragazzi e su questi talenti attiviamo i laboratori, che vanno dalla creazione di piantine fino al confezionamento di bomboniere per arrivare al servizio di bibliotecario e guida turistica”.
A proposito di quest’ultimo progetto di guida turistica cosa è stato riscontrato dai turisti?
“Sono state riscontrate una bellezza ed una magia inaspettata, perché da parte degli operatori ‘work aut’ c’è stata una grande felicità: con lo studio i ragazzi hanno scoperto ed aumentato la loro autostima e quindi nei loro occhi una luce di gioia, che non vedevamo da tempo. Al tempo stesso abbiamo scoperto una grande ammirazione da parte dei turisti, perché non si aspettavano assolutamente di scoprire questa bellezza e questo talento da parte di persone dichiaratamente fragili. Inoltre c’è stata anche una presa di coscienza che le persone hanno luci ed ombre. Il nostro approccio è quello di guardare le ‘luci’ e questo è motivo di serenità”.
Riprendendo lo ‘slogan’ di ‘folli sognatori’, come è possibile interpretare un sogno?
“Il sogno che cerchiamo di raggiungere è quello dell’autostima e della felicità di ognuno. Questo sogno si raggiunge pensando di fare cose belle. Noi di ‘Work Aut’ non abbiamo aspettative od obblighi o la necessità di essere perfetti. Abbiamo fatto della nostra imperfezione il nostro talento maggiore, perché ci poniamo come apprendisti e con umiltà cerchiamo ogni giorno di migliorare con l’obiettivo di essere ogni giorno più bravi del giorno precedente. Questo ci fa stare bene”.
Però quali difficoltà si riscontrano per rendere una vita autonoma?
“I rischi sono quotidiani. La più grande difficoltà è quella di convincere la comunità civile a dare opportunità ai nostri ragazzi. C’è grande diffidenza; quindi il rischio quotidiano è quello di farsi credere come esseri umani che possono stare in comunità, perché il nostro limite più grande è la solitudine, che è un limite per tutti. La solitudine è la ‘malattia’ dei nostri tempi, dove tutti rincorrono i loro obiettivi, ma è necessario un ritorno all’empatia ed allo stare insieme. Il sogno è allo stesso tempo limite di questi tempi”.
(Foto: Work Aut)
Mons. Savino scrive ai ragazzi in carcere: non siete soli
“Carissimi ragazzi, varcare la soglia di questo luogo mi riempie il cuore di emozioni contrastanti. Da una parte, sento il peso delle vostre storie, spesso intrecciate con il dolore, la solitudine, e talvolta la disperazione. A questo si aggiunge, troppo spesso, il peso dello stigma: un giudizio ingiusto che ferisce e separa, ma che non ha il potere di definire chi siete veramente. Dall’altra, intravedo in ciascuno di voi una luce, anche se talvolta nascosta o offuscata dalle ombre del passato. Parla di forza interiore, di un desiderio ardente di riscatto e di rinascita”: così inizia la lettera che il vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente Cei, mons. Francesco Savino, ha scritto ai giovani del carcere minorile di Catanzaro.
In modo particolare si è rivolto ai giovani migranti africani con l’invito a non perdere la fiducia, in quanto ogni luogo si può trasformare in ‘terra di resurrezione’: “Penso, in particolare, a chi viene da terre lontane, come l’Africa, ricche di storie e culture che portate con voi, spesso intrise di sfide e sacrifici. Questo bagliore, radicato in esperienze profonde, non si spegne, ma attende di essere alimentato dalla fiducia in un domani colmo di opportunità.
Per molti di voi questa terra, la Calabria, rappresenta una tappa forzata, un approdo non scelto, lontano dalle persone care. Eppure, permettetemi di dirvi che ogni luogo, anche il più inaspettato, può diventare una terra di resurrezione. E’ qui, in questo frangente della vostra vita, che avete l’opportunità di trasformare il dolore in forza, le ferite in cicatrici che raccontano non solo la sofferenza, ma anche la guarigione”.
Per questo possono trovare aiuto nelle persone, che offrono percorsi per la crescita personale, in modo da non farli sentire soli: “Non siete soli. La vostra presenza qui è accompagnata da mani pronte ad aiutare, da sguardi attenti e pieni di empatia, anche se talvolta il linguaggio della cura può sembrarvi lontano.
Mi riferisco al personale che, nelle sue diverse e variegate articolazioni, ogni giorno, si impegna con dedizione per offrirvi non solo regole e confini, ma anche opportunità di crescita, percorsi educativi, e soprattutto una speranza. A loro va il mio ringraziamento più sincero: il loro compito è arduo, spesso ingrato, ma è indispensabile per coltivare nuove prospettive e restituire dignità dove sembra non essercene affatto”.
Per questo mons. Savino invita a ricostruire la vita chiedendo di realizzare il loro sogno: “Non lasciate che il passato oscuri la luce del vostro futuro. Ogni uomo è più grande delle sue cadute, voi non siete i vostri errori, i vostri reati, e Dio vi guarda con l’amore di un padre che vede sempre in voi un figlio amato.
Questo è il momento di ricostruire, un passo alla volta, una vita nuova. Dentro di voi c’è una forza che forse non conoscete ancora, capace di guidarvi oltre ogni ostacolo. Avete mai pensato a quale segno volete lasciare nel mondo? Qual è il sogno che non avete ancora avuto il coraggio di inseguire?”
E’ anche un invito a riscoprire il valore di una ‘nuova’ famiglia e della fede: “Permettetemi di dirvi che, anche se sentite il peso dell’assenza o della distanza, qui non siete soli. Questo luogo può diventare una famiglia diversa, dove trovare nuovi punti di riferimento e sguardi che vi incoraggiano a credere in voi stessi e nel futuro.
E nella fede, se lo desiderate, troverete un Padre che non abbandona mai, che cammina accanto a voi anche nelle notti più buie. E’ Colui che accende stelle nel cielo delle vostre inquietudini e che, con mani amorevoli, trasforma il vostro dolore in forza e i vostri timori in nuove possibilità. La Sua luce vi guida, come un faro che illumina il cammino anche nei momenti più incerti”.
La lettera è anche un invito a costruire un futuro ‘diverso’: “La vostra presenza qui è una parentesi, non un punto finale. Ogni giorno è una nuova pagina da scrivere, un capitolo che potete riempire con scelte di speranza e cambiamento. Il passato, per quanto difficile o ingiusto, non ha il potere di definire per sempre chi siete o chi potrete diventare.
Ciò che conta è come decidete di affrontare il presente e costruire il futuro. La vostra vita ha un senso profondo, un potenziale che aspetta solo di emergere. E’ come un campo in attesa di essere coltivato: con impegno e coraggio, potete trasformare ogni sfida quotidiana in un passo verso una meta nuova e luminosa”.
Poi si rivolge anche alle loro famiglie, chiedendo di non lasciarli soli: “Un pensiero speciale va anche alle vostre famiglie, vicine o lontane, e a coloro che, per molteplici ragioni, hanno finito per allontanarsi da voi o lasciarvi soli. A loro voglio rivolgere un appello carico di speranza e fiducia: non smettete di credere in questi ragazzi, che sono sempre i vostri figli.
Anche nei momenti più difficili, il vostro affetto, la vostra preghiera e la vostra fiducia possono fare la differenza. Siate per loro un porto sicuro, una fonte di ispirazione che li incoraggi a credere in sé stessi e nelle loro capacità di rinascere. Non sottovalutate il potere di una presenza, anche silenziosa, che possa ridare forza e dignità ai loro cuori”.
Oltre ai ragazzi ed alle famiglie la lettera si rivolge agli educatori del carcere, chiedendo di aiutare questi giovani nel ‘rifarsi’ una vita: “Ed a voi, operatori, educatori, responsabili di questo istituto, voglio dire: non perdete la fiducia, non vi abbandoni la speranza. So che il vostro lavoro è spesso faticoso, carico di ostacoli e, talvolta, di delusioni. Ma ricordate: ogni gesto, anche il più piccolo, può lasciare un segno profondo nella vita di questi ragazzi.
Il vostro compito non è solo quello di mantenere ordine o di educare, ma di saper credere in un cambiamento anche quando tutto sembra remare contro. Vi siete mai chiesti quale segno lasciate nella vita di questi ragazzi? Ogni parola, anche sussurrata, può essere una scintilla che accende il loro futuro. Non accontentatevi mai di essere solo osservatori: siate protagonisti di una storia di rinascita. Coraggio!”
Infine anche alle Istituzioni ha chiesto di ‘investire’ nei progetti di recupero per il reinserimento nella società civile: “Ed a voi, uomini e donne delle Istituzioni, rivolgo un appello accorato: investite con coraggio e lungimiranza nelle persone, rafforzando le risorse umane e migliorando le infrastrutture carcerarie. Promuovete politiche che vadano oltre la gestione dell’emergenza, attivando percorsi di de-sovraffollamento e garantendo che le persone più fragili trovino risposte adeguate alle loro necessità”.
Un’accortezza particolare è chiesta per chi ha motivi di salute: “Tossicodipendenti, malati psichiatrici e affetti da AIDS meritano progetti di recupero in comunità terapeutiche e strutture specializzate, dove possano essere sostenuti con dignità e cura. Allo stesso modo, non dimenticate di investire nella formazione e nella riabilitazione, strumenti essenziali per restituire speranza e opportunità a chi ha vissuto l’ombra dell’esclusione sociale. Solo così potremo costruire un sistema che non si limiti a punire, ma che sappia anche rieducare, includere e far rinascere”.
Insomma è un invito ad essere ‘costruttori di orizzonti’: “Siate costruttori di orizzonti: insieme possiamo abbattere i muri della diffidenza, del pregiudizio e del dolore. Ricordate che ogni alba porta una nuova opportunità, come il sole che illumina anche il giorno più buio. Abbracciate il domani con coraggio, perché ogni passo in avanti è una vittoria contro il passato. Dio cammina accanto a voi come un padre premuroso che non abbandona mai i suoi figli”.
Papa Francesco invita a sognare come Giuseppe
“Esprimo la mia preoccupazione per l’aggravarsi della situazione securitaria nella Repubblica Democratica del Congo. Esorto tutte le parti in conflitto ad impegnarsi per la cessazione delle ostilità e per la salvaguardia della popolazione civile di Goma e delle altre zone interessate dalle operazioni militari. Seguo con apprensione anche quanto accade nella Capitale, Kinshasa, auspicando che cessi quanto prima ogni forma di violenza contro le persone e i loro beni. Mentre prego per il pronto ristabilimento della pace e della sicurezza, invito le Autorità locali e la Comunità internazionale al massimo impegno per risolvere con mezzi pacifici la situazione di conflitto”.
Al termine dell’udienza generale papa Francesco ha espresso preoccupazione per la situazione nella Repubblica democratica del Congo, dove le milizie ribelli del ‘Movimento per il 23 marzo’ (M23) hanno annunciato d’aver preso il controllo di Goma, la più importante città del Nord Kivu, regione ricca di risorse minerarie al confine con il Rwanda, invitando a non dimenticare gli altri conflitti: “E non dimentichiamo di pregare per la pace: Palestina, Israele, Myanmar e tanti Paesi che sono in guerra. La guerra sempre è una sconfitta! Preghiamo per la pace”.
Mentre nel saluto in lingua polacca ha ribadito di non abbandonare la memoria delle vittima nei lager: “In questi giorni ricordiamo i vostri connazionali che insieme ai membri delle altre nazioni furono vittime dello sterminio nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Siate custodi della verità e della memoria di questa tragedia e delle sue vittime, tra cui non pochi martiri cristiani. E’ un monito per il costante impegno per la pace e per la difesa della dignità della vita umana in ogni nazione e in ogni religione”.
Infine ha ricordato la festa di san Giovanni Bosco: “Ricorre dopodomani la memoria liturgica di san Giovanni Bosco, sacerdote ed educatore. Guardate a lui come a un maestro di vita e apprendete dalla sua esperienza spirituale a confidare in ogni circostanza in Dio, Padre misericordioso”.
Mentre nell’udienza generale il papa ha proseguito la catechesi su ‘Gesù Cristo, nostra speranza’, incentrando la riflessione sull’annuncio a san Giuseppe con l’invito a chiamarLo Gesù: “Se Luca ci permette di farlo nella prospettiva della madre, la Vergine Maria, Matteo si pone nella prospettiva di Giuseppe, l’uomo che assume la paternità legale di Gesù, innestandolo sul tronco di Iesse e collegandolo alla promessa fatta a Davide”.
E’ descritto come ‘fidanzato di Maria’: “Giuseppe entra in scena nel Vangelo di Matteo come il fidanzato di Maria. Per gli ebrei il fidanzamento era un vero e proprio legame giuridico, che preparava a ciò che sarebbe accaduto circa un anno dopo, cioè la celebrazione del matrimonio. Era allora che la donna passava dalla custodia del padre a quella del marito, trasferendosi in casa con lui e rendendosi disponibile al dono della maternità”.
Nel Vangelo è definito anche come uomo ‘giusto’: “Matteo definisce Giuseppe come un uomo ‘giusto’ (zaddiq), un uomo che vive della Legge del Signore, che da essa trae ispirazione in ogni occasione della sua vita. Seguendo pertanto la Parola di Dio, Giuseppe agisce ponderatamente: non si lascia sopraffare da sentimenti istintivi e dal timore di accogliere con sé Maria, ma preferisce farsi guidare dalla sapienza divina. Sceglie di separarsi da Maria senza clamori, privatamente. E questa è la saggezza di Giuseppe che gli permette di non sbagliarsi e di rendersi aperto e docile alla voce del Signore”.
A questo punto il papa ha introdotto il tema del ‘sogno’, che nella Bibbia è molto presente: “Ora, che cosa sogna Giuseppe di Nazaret? Sogna il miracolo che Dio compie nella vita di Maria, e anche il miracolo che compie nella sua stessa vita: assumere una paternità capace di custodire, di proteggere e di trasmettere un’eredità materiale e spirituale. Il grembo della sua sposa è gravido della promessa di Dio, promessa che porta un nome nel quale è data a tutti la certezza della salvezza”.
Di fronte a tale ‘sogno’, come è avvenuto nel ‘sogno’ dell’altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, egli si fida di Dio: “Di fronte a questa rivelazione, Giuseppe non chiede prove ulteriori, si fida. Giuseppe si fida di Dio, accetta il sogno di Dio sulla sua vita e su quella della sua promessa sposa. Così entra nella grazia di chi sa vivere la promessa divina con fede, speranza e amore”.
Quindi, riprendendo il libro di papa Benedetto XVI sull’infanzia di Gesù, il papa ha concluso la catechesi con l’invito all’ascolto della Parola di Dio: “Giuseppe, in tutto questo, non proferisce parola, ma crede, spera e ama. Non si esprime con ‘parole al vento’, ma con fatti concreti. Egli appartiene alla stirpe di quelli che l’apostolo Giacomo chiama quelli che ‘mettono in pratica la Parola’, traducendola in fatti, in carne, in vita… Sorelle, fratelli chiediamo anche noi al Signore la grazia di ascoltare più di quanto parliamo, la grazia di sognare i sogni di Dio e di accogliere con responsabilità il Cristo che, dal momento del nostro battesimo, vive e cresce nella nostra vita”. (Foto: Santa Sede)
Il giubileo della comunicazione racconta la speranza
Fino a domenica prossima a Roma si ritrovano i comunicatori social cattolici come ha affermato il prefetto del Dicastero per la comunicazione, Paolo Ruffini: “Non è una illusione, e nemmeno un algoritmo. La speranza di cui parliamo si fa in modo concreto, è la sostanza che muove le nostre vite. E’ quella spinta che muove ciascuno di noi a credere che le cose raccontate con qualsiasi mezzo (scrittura, parola, immagini) arrivino da qualche parte a costruire una relazione con chi legge, ascolta e guarda”.
Durante il meeting point sono stati presentati gli eventi del Giubileo del mondo della comunicazione con una proiezione di un breve video contenente le testimonianze di giovani professionisti dell’informazione coinvolti nel Giubileo della Comunicazione: da Timor-Leste al Canada, passando per Rwanda, Messico, Argentina, Spagna, in un giro del mondo attraverso i volti freschi e le parole colme di fiducia di chi crede, nel suo piccolo, di potere lasciare un segno positivo.
Presentando l’evento mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha affermato che è importante vivere in prima persona il Giubileo: “Solo così si è capaci di una grande sfida, narrare agli altri la speranza”. L’arcivescovo ha spiegato che lo ‘schema’ che si inaugura oggi si ripeterà più o meno per gli altri eventi.
Sulla ‘comunicabilità’ della speranza si è soffermato mons. Lucio Adrián Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, evidenziando il legame con la ‘missionarietà’ attraverso l’impegno di ‘andare nel mondo comunicando la speranza’ partendo dalla vita quotidiana fino ai macro-eventi.
Mentre nel pomeriggio quattro testimonianze hanno aperto una finestra sugli orizzonti di chi, nel prossimo futuro, sarà chiamato a raccontare un mondo in continua trasformazione, come quella di a Mariella Matera, che dal 2019 è protagonista di uno spazio di evangelizzazione social, chiamato Alumera, un ‘sogno’ che si è realizzato nel messaggio ricevuto da una ragazza sedicenne. “Non la conoscevo, ma seguiva il mio operato. Da qui ho capito quanto fosse importante ciò che faccio”.
Oppure Tatiana Paradiso, partita per l’Africa, impegnata nel coordinamento delle comunicazioni delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù: “Fai la valigia, la settimana prossima parti per le missioni in Africa”. Invece Matteo Petri ha vissuto un’esperienza unica lavorando con i media vaticani e collaborando con l’associazione Meter, che combatte da anni la piaga degli abusi sui minori: “E’ stata una delle emozioni più grandi della mia vita da giornalista”. Invece Tommaso Cappelli ha creato una web radio ed oggi è responsabile nazionale per la comunicazione social e new media dell’Azione Cattolica Italiana.
Per questo nel messaggio per la giornata delle comunicazioni sociali il papa ha questo ‘sogno’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri… Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare”.
(Foto: Vatican News)
Roberto Mauri: l’oratorio rinasce dal sogno di san Giovanni Bosco
“Ci siamo. E’ giunto il momento di rompere gli indugi e andare oltre gli oratori e i patronati nelle forme pastorali che ci sono familiari. E’ arrivato il tempo di vincere le nostalgie, salutare ‘la terra dei padri’ e procedere con coraggio in una terra pastorale nuova, in gran parte ancora da esplorare ed abitare”: così scrive lo psicologo e psicoterapeuta Roberto Mauri, fondatore del Centro Studi ‘Missione Emmaus’, autore del libro ‘Campo base. L’oratorio che verrà?’, nel quale analizza la sfida che interpella la Chiesa di elaborare nuove forme e modelli pastorali in discontinuità con gli attuali.
Il testo analizza i modelli di oratorio fino ad oggi realizzati ed i fattori della loro irreversibile crisi, per poi prospettare una diversa forma pastorale, un nuovo ‘sogno’ profetico e generativo, come fu a suo tempo quello di san Giovanni Bosco. Attraverso un’analisi lucida ed appassionata, il testo ripercorre la storia dell’oratorio, prendendo in esame i due modelli che hanno caratterizzato la vicenda oratoriana moderna dalle sue origini: il modello ‘oratorio cittadella’, ovvero il tentativo di proporre un’alternativa educativa attraente alla modernità; il modello ‘oratorio carovana’, ovvero l’investimento sulla progettualità e la sinergia rinnovata tra le componenti interne all’oratorio e parrocchiali per favorire un’esperienza integrale di educazione alla fede.
Quindi si tratta di cambiare paradigma, adattandolo ai tempi: “E’ giunto il tempo di ‘non trattenere oltre’ ciò che ha concluso il suo percorso, non ‘indurire il cuore’ pastorale ma cogliere i segni dei tempi. ‘Campo Base’ è un germoglio pastorale da coltivare, da cui avviare percorsi trasformativi, luogo da cui partire verso nuove ascensioni, ed a cui ritornare, per narrare/rsi per nuovamente ripartire”.
Partendo da queste ‘provocazioni’, che scaturiscono dal libro, chiediamo al dott. Roberto Mauri di raccontarci quale ‘oratorio verrà’: “L’oratorio che verrà non sarà un ‘oratorio’, almeno nel modo in cui oggi lo conosciamo. Il cambio d’epoca che la Chiesa sta attraversando ha messo in crisi i quattro pilastri del modello su cui l’oratorio da sempre si reggeva (la figura carismatica del sacerdote, il protagonismo giovanile, il radicamento territoriale e l’identità cristiana condivisa). Oggi ‘l’oratorio è nudo!’, per parafrasare nota fiaba di Andersen, essendo venuto meno il ‘mito’ fondativo oratoriano, al di là delle difese d’ufficio.
L’oratorio che verrà non potrà essere l’ennesimo aggiornamento o restyling del modello tradizionale, come più volte si è cercato di fare. Non si tratta più di ‘ripartire meglio’, si tratta di cambiare paradigma, quei presupposti ‘invisibili’ in quanto dati per scontato. Occorre lo slancio profetico di immaginare nuove forme originali di presenza e di azione pastorale giovanile, capaci di intercettare le sfide della modernità liquida”.
Per quale motivo l’oratorio è un campo base?
“Oggi l’oratorio non è un campo base, ma lo potrebbe diventare accettando di rinascere su altre basi e premesse pastorali, metodologiche e organizzative. L’oratorio, al pari di altre realtà ecclesiali è una forma pastorale appartenente a un’epoca ormai finita. Il termine ‘campo base’, al contrario, indica l’esigenza di individuare diverse forme pastorali come il già citato cambio d’epoca richiede.
‘Campo Base’ rimanda all’emergere dei cosiddetti ‘terzi luoghi’ pastorali, piccole strutture e spazi di ospitalità e di innovazione molto più flessibili rispetto alle solide tradizionali strutture pastorali cui siamo abituati, realtà leggere più simili ai moderni coworking che all’attuale organizzazionecatechistico-familiar-sportivo che solitamente caratterizzano gli oratori attuali. Un Campo Base si caratterizza per la sua essenzialità, leggerezza, accessibilità, apertura.
Esso nasce dalla volontà di coltivare il desiderio e non dal bisogno di risolvere problemi. ‘Campo Base’ è un modello tras-formativo, fortemente esperienziale, che mira a coniugare fraternità (lo stare insieme) e grandezza (sperimentare imprese condivise): proprio ciò che rende attraente la metafora del Campo Base”.
Quale pastorale oratoriana è necessaria per attrarre i giovani?
“La domanda è mal posta e riflette la classica impostazione centripeta oratoriana: non si tratta di attrarre i giovani, di farli venire in oratorio ma di incontrarli in chiave missionaria: si tratta di creare condizioni per ‘uscire’ e non ‘far entrare’, essere sinceramente attratti dal mondo giovanile e non attrarre.
L’immagine e modello del ‘Campo Base’ rimanda non più una realtà (quella dell’oratorio) scelta e proposta perché solida e rassicurante ma ad un punto di riferimento aperto e flessibile, luogo di partenza per nuove ascensioni e di ritorno per rielaborare le esperienze vissute e favorire nuove tessiture di senso, in una ritrovata unità di corpo, vita, spirito. Un modello che privilegia la valenza trasformativa dell’esperienza, il primato dei processi rispetto ai progetti, l’utilizzo di metafore e situazioni di tipo ‘iniziatico’, per favorire una rilettura critica delle proprie esperienze umane e spirituali per una nuova tessitura di senso”.
In quale modo si può fare sprigionare la creatività dei giovani?
“Rendendoli e facendoli sentire davvero soggetti e non oggetti dell’azione pastorale, valorizzando la loro sete di libertà ed esplorazione. La creatività giovanile scaturisce quando parte dal desiderio di coniugare ricerca di senso e bellezza, nella libertà, attraverso esperienze sfidanti e la loro rinarrazione trasformativa. Vale la regola sinodale del camminare insieme, così da entrare in contatto con la sana inquietudine dell’incompletezza con la consapevolezza che ci sono ancora molte cose di cui non siamo in grado di portare il peso. La creatività dei giovani si sprigiona a partire dall’assumere una postura spirituale di ascolto, dalla consapevolezza di avere molto da imparare per rigenerare attorno a sé fiducia e credibilità”.
E’ ancora attuale per la Chiesa il ‘sogno’di don Bosco?
“Quello che è davvero attuale, addirittura urgente, per la Chiesa, e che rimarrà tale, è la disponibilità e possibilità di sognare profeticamente, come a suo tempo fece don Bosco. Il sogno profetico è uno dei linguaggi preferiti da Dio nella Bibbia, come ben sappiamo. Sappiamo però anche che non si sogna mai due volte la stessa cosa. Oggi don Bosco con ogni probabilità avrebbe altre fertili
intuizioni, diverse dal metodo preventivo e formazione professionale. Il ‘sogno profetico’ di don Bosco raccoglieva la sfida della nascente questione giovanile legata all’affermarsi della modernità industriale ed urbana, mentre oggi la questione giovanile, nella modernità liquida in cui ci troviamo, si pone in termini molto diversi.
Il punto critico tuttavia è un altro, ovvero nel fatto che da tempo gli oratori hanno smesso di sognare: cercano segnali di futuro guardando al loro passato e così facendo accentuano lo scollamento tra azione pastorale e vita reale dei giovani. Parafrasando l’epistemologo Michel Serres, gli oratori brillano di una luce simile a quella delle costellazioni che gli astronomi ci dicono morte da tempo”.
Cosa si propone il Centro Studi ‘Missione Emmaus’?
“Il Centro Studi ‘Missione Emmaus’ opera attraverso un approccio di accompagnamento pastorale che si differenza da una semplice proposta di formazione. Lavorare per processi significa attivare nuovi dinamismi a partire da una visione condivisa e non da semplici bisogni. Ciò si concretizza nell’affiancamento e nel sostegno dei responsabili di una realtà pastorale (parrocchia, comunità pastorale, diocesi, congregazione…) senza sostituirsi ad essi, ma facilitando e sviluppando sinergie che valorizzino le risorse presenti”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco: raccontare storie di speranza
Nell’udienza odierna ai partecipanti alla plenaria del Dicastero per la Comunicazione papa Francesco ha tracciato ‘l’identikit del buon comunicatore’ richiamando i principi di verità, giustizia e pace, secondo l’esortazione di san Paolo agli Efesini letta nella liturgia odierna:
“In effetti, la vostra è una vocazione, è una missione! Con il vostro lavoro e la vostra creatività, con l’uso intelligente dei mezzi che la tecnologia mette a disposizione, ma soprattutto con il vostro cuore: si comunica con il cuore. Siete chiamati a un compito grande ed entusiasmante: quello di costruire ponti, quando tanti innalzano muri, i muri delle ideologie; quello di favorire la comunione, quando tanti fomentano divisione; quello di lasciarsi coinvolgere dai drammi del nostro tempo, quando tanti preferiscono l’indifferenza. Questa cultura dell’indifferenza, questa cultura del ‘lavarsi le mani’: ‘non tocca a me, che si arrangino’. Questo fa tanto male!”
Così il papa ha risposto alle domande su cui tale Plenaria si sta confrontando con l’auspicio che il Sinodo appena concluso diventi stile comunicativo della Chiesa: “Il Sinodo sulla sinodalità che abbiamo appena concluso diventa ora un cammino ordinario che deve farsi strada (un cammino che viene dal tempo in cui san Paolo VI ha creato il Segretariato per il Sinodo dei Vescovi); diventa lo stile col quale nella Chiesa viviamo la comunione, uno stile sinodale. In ogni espressione della nostra vita comunitaria, siamo chiamati a riverberare quell’amore divino che in Cristo ci ha attratto e ci attrae”.
La Chiesa ha come fondamento Gesù: “Ed è questo che caratterizza l’appartenenza ecclesiale: se ragionassimo e agissimo secondo categorie politiche, o aziendalistiche, non saremmo Chiesa. Questo non va! Se applicassimo criteri mondani o se riducessimo le nostre strutture a burocrazia, non saremmo Chiesa. Essere Chiesa significa vivere nella coscienza che il Signore ci ama per primo, ci chiama per primo, ci perdona per primo. E noi siamo testimoni di questa misericordia infinita, che è stata gratuitamente riversata su di noi cambiando la nostra vita”.
Infatti il cammino sinodale coinvolge tutti alla comunione ecclesiale: “Proprio in quanto comunicatori, infatti, siete chiamati a tessere la comunione ecclesiale con la verità attorno ai fianchi, la giustizia come corazza, i piedi calzati e pronti a propagare il Vangelo della pace”.
Questo è il ‘sogno’ di papa Francesco: “Sogno una comunicazione che riesca a connettere persone e culture. Sogno una comunicazione capace di raccontare e valorizzare storie e testimonianze che accadono in ogni angolo del mondo, mettendole in circolo e offrendole a tutti. Per questo sono contento di sapere che (nonostante le difficoltà economiche e l’esigenza di ridurre le spese, ne parlerò dopo di questo) vi siete ingegnati per aumentare l’offerta delle oltre cinquanta lingue con cui comunicano i media vaticani, aggiungendo le lingue lingala, mongola e kannada”.
Quella proposta dal papa è una comunicazione capace di raccontare la realtà: “Sogno una comunicazione fatta da cuore a cuore, lasciandoci coinvolgere da ciò che è umano, lasciandoci ferire dai drammi che vivono tanti nostri fratelli e sorelle. Per questo vi invito a uscire di più, a osare di più, a rischiare di più non per diffondere le vostre idee, ma per raccontare con onestà e passione la realtà.
Sogno una comunicazione che sappia andare oltre gli slogan e tenere accesi i riflettori sui poveri, sugli ultimi, sui migranti, sulle vittime della guerra. Una comunicazione che favorisca l’inclusione, il dialogo, la ricerca della pace. Quanta urgenza c’è di dare spazio agli operatori di pace! Non stancatevi di raccontare le loro testimonianze, in ogni parte del mondo”.
Insomma una comunicazione educante: “Sogno una comunicazione che educhi a rinunciare un po’ a sé per fare spazio all’altro; una comunicazione appassionata, curiosa, competente, che sappia immergersi nella realtà per poterla raccontare. Ci fa bene ascoltare storie dal sapore evangelico, che oggi come duemila anni fa ci parlano di Dio così come Gesù, suo Figlio, lo ha rivelato al mondo”.
E per attuare questo stile comunicativo è importante il coinvolgimento: “Fratelli e sorelle, non abbiate paura di coinvolgervi, di cambiare, di imparare linguaggi nuovi, di percorrere nuove strade, di abitare l’ambiente digitale. Fatelo sempre senza lasciarvi assorbire dagli strumenti che usate, senza far diventare ‘messaggio’ lo strumento, senza banalizzare, senza ‘surrogare’ nell’incontro in rete le relazioni umane vere, concrete, da persona a persona. Il Vangelo è storia di incontri, di gesti, di sguardi, di dialoghi per strada e a tavola. Sogno una comunicazione che sappia testimoniare oggi la bellezza degli incontri con la samaritana, con Nicodemo, con l’adultera, con il cieco Bartimeo”.
Richiamando la recente enciclica, ‘Dilexit nos’, papa Francesco ha chiesto aiuto nel far conoscere il ‘Cuore di Gesù’: “Aiutatemi, per favore, a far conoscere al mondo il Cuore di Gesù, attraverso la compassione per questa terra ferita. Aiutatemi, con la comunicazione, a far sì che il mondo, ‘che sopravvive tra le guerre, gli squilibri socioeconomici, il consumismo e l’uso anti-umano della tecnologia, possa recuperare ciò che è più importante e necessario: il cuore’. Aiutatemi con una comunicazione che è strumento per la comunione”.
E’ stato un invito a guardare alla speranza ed il Giubileo è un’occasione: “Nonostante il mondo sia squassato da terribili violenze, noi cristiani sappiamo guardare alle tante fiammelle di speranza, alle tante piccole e grandi storie di bene. Siamo certi che il male non vincerà, perché è Dio che guida la storia e salva le nostre vite…
Il Giubileo, che inizieremo fra qualche settimana, è una grande occasione per testimoniare al mondo la nostra fede e la nostra speranza. Vi ringrazio fin d’ora per tutto ciò che farete, per l’impegno del Dicastero nell’aiutare sia i pellegrini che verranno a Roma, sia chi non potrà viaggiare, ma grazie ai media vaticani potrà seguire le celebrazioni giubilari sentendosi unito a noi”.
In precedenza il papa aveva ricevuto in udienza i partecipanti al Congresso nazionale del Movimento di Impegno Educativo dell’Azione Cattolica (MIEAC), esortandoli a portare l’educazione cristiana nei ‘terreni inesplorati, segnati da mutamenti’: “Il servizio educativo che definisce il vostro Movimento porta con sé, oggi forse più ancora che nel passato, la sfida di operare sul piano umano e cristiano. Educare, come voi ben sapete e testimoniate, significa anzitutto riscoprire e valorizzare la centralità della persona in un contesto relazionale dove la dignità della vita umana trovi compimento e adeguati spazi per crescere”.
E’ stato un invito ad essere educatori ‘dal cuore grande’: “Educatori dal cuore grande per il bene dei ragazzi, dei giovani e degli adulti che vivono accanto a voi. Siete chiamati ad allargare il cuore (non si può avere un cuore ristretto: allargare il cuore), a non aver paura di proporre ideali alti, senza scoraggiarvi di fronte alle difficoltà. Le difficoltà ci sono e tante.
E per non perdere il filo in questi ‘labirinti della complessità’ è importante non restare da soli, ma costruire e rinsaldare i rapporti proficui con i diversi soggetti del processo educativo: le famiglie, gli insegnanti, gli animatori sociali, i dirigenti e preparatori sportivi, i catechisti, i sacerdoti, le religiose e i religiosi, senza trascurare la collaborazione con le pubbliche istituzioni. E coinvolgere i ragazzi, perché i ragazzi entrano: non devono essere passivi nel processo educativo, devono essere attivi!”
Infine anche a loro ha rivolto l’invito a ‘seminare’ la speranza con uno sguardo al Giubileo: “Guardando poi al prossimo Giubileo, tempo per seminare speranza, perché di speranza abbiamo un bisogno vitale tutti noi, vorrei lasciarvi un’ultima consegna: abbiate un’attenzione speciale per i bambini, gli adolescenti, i giovani. A loro dobbiamo guardare con fiducia, con empatia, vorrei dire con lo sguardo e con il cuore di Gesù. Sono il presente e il futuro del mondo e della Chiesa…
Attraverso i processi educativi esprimiamo il nostro amore per l’altro, per chi è vicino o ci è affidato; e, al contempo, è essenziale che l’educazione sia fondata, nel suo metodo e nelle sue finalità, sull’amore. Senza amore non si può educare. Educare sempre con amore!”
(Foto: Santa Sede)
Da Parigi un grido per fermare la guerra
Da Parigi a Roma nel prossimo anno è stato l’invito del presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, che ha ringraziato la capitale francese per l’ospitalità: “Grazie Parigi ! Da questa città-mondo dove hanno risuonato tutte le tradizioni, senza nessuna che si imponesse sulle altre, oggi vediamo meglio che la pace è possibile”.
Riprendendo l’appello dell’arcivescovo parigino il prof. Impagliazzo ha esortato ad essere ‘incisivi’ in favore della pace: “Andare in profondità è insieme un esercizio di umiltà e di resistenza. Umiltà perché il ritorno alle fonti ci fa capire che c’è qualcosa di più grande delle nostre emozioni, delle nostre sensazioni o dei modelli cristallizzati. C’è qualcosa che va al di là di noi, del nostro presente e dell’attualità. Resistenza ad una cultura semplificatrice che si abitua ai conflitti e che ruota tutta attorno all’ego”.
E’ stato un invito a gridare la pace: Tornando alle nostre fonti spirituali noi abbiamo scoperto un orizzonte che ci unisce e ci fa sperare. Anche nei momenti più bui noi intravediamo una luce. Insieme, questa sera, dopo aver dialogato ed esserci confrontati, vogliamo innalzare un grido forte di protesta: un grido di resistenza di fronte alla guerra e a tanta violenza.
Vuol dire protestare di fronte al mondo per tutti i morti (la maggioranza vittime innocenti). Noi protestiamo contro tutta questa violenza, contro tutto questo odio, estranei alla nostra volontà di vivere in pace, a quella di tanti uomini e donne. No! la guerra non è il nostro futuro, non può essere il nostro destino!”
Si deve trasmettere il sogno della pace: “Vedo qui molti giovani. Noi desideriamo trasmettere l’eredità del sogno della pace da una generazione all’altra, trasmettere un mondo più in pace: le giovani generazioni devono ricevere questo dono da parte di coloro che li hanno preceduti.
Vogliamo rafforzare e mai spezzare questa catena di solidarietà fra le generazioni! Il sogno della pace non può limitarsi a una sola generazione. Esiste già una via per uscire da un clima di guerra permanente: é stata tracciata da quelli che ci hanno preceduto e che hanno sognato un mondo più giusto per i loro figli su tutti i continenti”.
E’ stato un invito ad avere il sogno della pace: “Bisogna avere il coraggio di rischiare la pace. In questo incontro si sono espresse tutte le lingue e tutte le culture, capendosi e scoprendo che nella profondità c’è un’inquietudine di pace comune a tutti. Un’inquietudine che chiede a tutti i livelli più dialogo.
Ci siamo ascoltati e l’abbiamo capito: bisogna uscire, cominciando da se stessi, da posizioni bloccate. Anche se c’è la guerra, è necessario pensare oggi la pace di domani: è un’opera di saggezza. La pace è la nostra vittoria: non una vittoria contro gli altri ma con gli altri”.
E nel messaggio papa Francesco ha ricordato le parole pronunciate da papa san Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 con l’invito a proseguire nello ‘spirito’ di Assisi: “Lo Spirito di Assisi è una benedizione per il mondo, per questo nostro mondo che ancora oggi è lacerato da troppe guerre, da troppa violenza. Questo ‘spirito’ deve soffiare ancor più forte nelle vele del dialogo e dell’amicizia tra i popoli.
E’ stato un invito a pregare per la pace, ricordando Notre Dame: “Quest’anno fate tappa a Parigi: questa sera siete raccolti davanti alla Cattedrale che, dopo il drammatico incendio, sta per riaprire le sue porte per la preghiera. Abbiamo bisogno di pregare per la pace. Il rischio che i numerosi conflitti invece di cessare si allarghino pericolosamente è più che concreto. Faccio mio il vostro grido e quello dei tanti colpiti dalla guerra e lo rivolgo ai responsabili della politica: ‘Fermate la guerra! Fermate le guerre!’ Stiamo già distruggendo il mondo! Fermiamoci finché siamo in tempo!”
Quindi per papa Francesco sono necessari spazi per immaginare la pace: “C’è bisogno di incontrarsi, di tessere legami fraterni e di lasciarsi guidare dall’ispirazione divina che abita ogni fede, per immaginare assieme la pace tra tutti i popoli. Abbiamo bisogno di ‘spazi per dialogare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri’. Sì, in un mondo che rischia di frantumarsi nei conflitti e nelle guerre, il lavoro dei credenti è prezioso per mostrare visioni di pace e favorire ovunque nel mondo la fraternità e la pace tra i popoli”.
Mentre prima della conclusione Gilberte Fournier, nata nel 1931, ha raccontato la sua esperienza durante la Seconda Guerra Mondiale a Parigi, ricordando i momenti più drammatici della sua infanzia: “La guerra è una cosa orribile. Mi fa paura, oggi, quando sento parlare di guerre e di voci di guerra. Perché io l’ho vissuta, la guerra. E non l’ho mai dimenticata. Non la si può dimenticare, nemmeno a 93 anni.
Dovevamo scendere continuamente in cantina non appena suonava la sirena. Un giorno la porta si è aperta all’improvviso a causa dell’esplosione di una bomba. C’erano urla e grida. Avevamo molta paura, anche gli adulti. Dovevamo rimanere sdraiati il più possibile. C’erano sacchi di sabbia ovunque davanti ai portoni. Ho visto le bombe cadere non lontano da me. Non è bello per un bambino vedere queste cose”.
La sua è stata una testimonianza per non far morire la memoria contro la guerra: “Prendo la parola oggi su invito dei miei amici di Sant’Egidio, perché quelli della mia generazione sono sempre di meno a poter testimoniare il grande male che è la guerra. Tuttavia, non bisogna dimenticarlo. Voglio dirlo in particolare alle giovani generazioni: la guerra distrugge tutto. La guerra distrugge la vita, come quella di molte delle mie piccole amiche della mia strada, rue Saint Martin, o del quartiere, costrette a portare la stella gialla e che non ho mai più rivisto.
Un periodo triste in cui si ha il cuore pesante. Coloro che non l’hanno vissuto non sanno cosa sia. Quando sento le persone parlare come se la guerra fosse un gioco! Non si rendono conto. Non l’hanno vissuta. Sono qui, davanti a voi, per dirvi che non bisogna perdere la memoria del grande male, della grande sconfitta per l’umanità che è la guerra”.
Infine nell’Appello di Pace consegnato dai bambini ai leader religiosi è stata richiamata ‘la diffusa rassegnazione di fronte ai conflitti aperti, che rischiano di degenerare in una guerra più grande e travolgente’: “Rischiamo di trasmettere alle giovani generazioni un mondo bellicoso, segnato dal terrorismo e dalla violenza. Rischiamo di trasmettere loro la riabilitazione della guerra come strumento per risolvere i conflitti o per affermare i propri interessi. Questo è un mondo che si distrugge con la guerra e la crisi ecologica.
Le religioni, nel profondo della loro tradizione e dei tesori della loro sapienza, sanno che la pace è la vita del mondo. Sanno che la guerra in nome di Dio è una bestemmia. Non hanno forza militare o economica. La loro forza è debole e umile, ma piena di speranza. Attraverso il dialogo, le religioni possono immaginare la pace. Non rinunciano a credere che la pace è la migliore condizione di esistenza per i popoli. Anzi l’unica veramente umana e degna”.
Ed infine, proprio dalla piazza della basilica andata a fuoco si è innalzato un grido di libertà per un mondo in guerra: “Per questo, pur consapevoli dei complessi intrecci politici, chiediamo oggi di compiere una svolta profonda. Lo chiediamo ai responsabili politici, ai signori della guerra, ai popoli tutti. La svolta è cercare quelle vie di pace che esistono anche se nascoste dal buio della guerra. Abbiamo pregato Dio che conceda la pace al mondo con sentimento unanime. Ed oggi, di fronte alla basilica di Notre Dame, colpita dal fuoco e oggi ricostruita, diciamo con convinzione: noi possiamo liberare il mondo dal fuoco della guerra e ricostruirlo più pacifico e giusto!”
(Foto: Comunità di Sant’Egidio)
Chiamati alla vera felicità: abbracciare il sogno di Dio con Maria Assunta in Cielo
L’ultima giornata del Sinodo Salesiano dei Giovani, commemorativa della Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, a Torino si è aperta con una celebrazione eucaristica nella basilica inferiore del Colle Don Bosco, presieduta dal Rettor Maggiore, il card. Ángel Fernández Artime e concelebrata da numerosi salesiani provenienti da tutto il mondo. Aggiungendo un tocco speciale alla liturgia, i partecipanti provenienti dall’India hanno cantato inni durante la messa, in splendida coincidenza con il giorno dell’Indipendenza dell’India.
Nella sua omelia, don Jose Lorbeth ha riflettuto sulla ricerca universale della felicità, una ricerca che spesso porta le persone a ricercare la realizzazione nella ricchezza materiale e nel successo personale. Tuttavia, ha sottolineato che solo in Dio si trova la vera felicità: una verità vividamente esemplificata dalla festa dell’Assunzione. Nel celebrare l’Assunzione di Maria al Cielo, è ricordato che la felicità ultima ci attende alla presenza divina, dove siamo chiamati a essere pienamente uniti a Dio per l’eternità.
Il messaggio di don Lorbeth invitava i giovani a contemplare la natura della felicità e a considerare fugace la soddisfazione che spesso portano i risultati mondani. Ha condiviso una sorprendente analogia con le Olimpiadi, dove le medaglie di bronzo sono risultate essere le più felici tra i vincitori, non perché avevano raggiunto l’apice del successo, ma perché erano contenti di ciò che avevano ottenuto. Al contrario, le medaglie d’argento, che erano arrivate così vicine alla vittoria dell’oro, spesso lasciavano un senso di insoddisfazione.
La testimonianza di un delegato durante il Sinodo ha ulteriormente illustrato questo punto. Il giovane atleta ha raccontato come la sua ricerca iniziale dell’eccellenza sportiva, guidata dalle aspettative del padre, abbia portato felicità. Tuttavia, fu il loro coinvolgimento nelle attività della chiesa e nel servizio ai compagni giovani a portarli a una realizzazione più profonda e, con loro sorpresa, il padre si rallegrò ancora di più di questa ritrovata dedizione spirituale. Questa storia sottolinea che la vera felicità deriva dall’allineare la propria vita al sogno di Dio, proprio come fece Maria.
L’Assunzione di Maria al Cielo è una potente testimonianza della gioia e della realizzazione che derivano da una vita interamente dedicata a Dio. La vita di Maria è stata un continuo ‘sì’ alla volontà di Dio, una scelta fatta anche di fronte alle difficoltà e all’incertezza. La sua Assunzione, in corpo e anima, al Cielo è un privilegio concessole grazie alla sua fede incrollabile e al completo abbandono al piano di Dio. Ricorda a tutti noi che il paradiso è la ricompensa per coloro che scelgono Dio come fonte ultima di felicità.
Nel pomeriggio il card. Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore, ha dialogato con i giovani delegati di tutto il mondo, offrendo saggezza e orientamento, radicati nella sua proprie esperienze di vita. Sei delegati, in rappresentanza di diverse regioni del mondo, si sono uniti al card. Ángel Fernández Artime sul palco, leggendo domande attentamente selezionate in anticipo.
Nelle sue risposte, il cardinale ha parlato con trasporto dell’importanza di allineare la propria vita alla volontà di Dio. Ha ricordato ai giovani delegati che la vita è intrinsecamente impegnativa, ma con la presenza di Dio queste sfide possono essere affrontate con gioia e resilienza. Ha esortato i partecipanti a non lasciare il Sinodo senza porsi la domanda vitale: ‘Dio, qual è il tuo sogno per me?’ Cedendo il controllo a Dio, ha assicurato loro, si viene condotti a esperienze e luoghi oltre l’immaginazione.
Ai giovani il card. Artime ha dato un consiglio essenziale: ‘Non potete dare ciò che non avete’. Ha sottolineato la necessità di centrare la propria vita in Cristo affinché possano veramente offrirlo ai giovani che servono. Le opere salesiane devono portare a profonde esperienze di vita che avvicinino i giovani a Cristo. Ha avvertito con forza che qualsiasi opera salesiana che provoca burnout dovrebbe essere riconsiderata o addirittura chiusa: “Il cuore della pastorale salesiana è offrire incontri vivificanti che nutrono sia coloro che servono, sia i serviti”.
Citando san Giovanni Paolo II, ha esortato i delegati ad abbracciare il coraggio e la fiducia in Dio, anche nei momenti di paura. Ha riconosciuto che la paura è una parte naturale della vita, ma è anche un’opportunità per crescere e approfondire la propria fiducia in Dio. Interrogato sul suo timore più grande per la Congregazione Salesiana, il cardinale ha candidamente espresso che sarebbe molto preoccupato se i Salesiani di Don Bosco e le Figlie di Maria Ausiliatrice si allontanassero mai dall’identità carismatica che a loro ha affidato san Giovanni Bosco:
“Un salesiano consacrato dovrebbe poter affermare quotidianamente che la sua vita è interamente dedicata ai giovani. Anche in età avanzata, quando la partecipazione fisica alla missione può venir meno, il loro cuore deve restare colmo di amore per i giovani”.
Nelle sue ultime parole, il Card. Ángel Fernández Artimel ha ricordato ai giovani delegati l’immenso privilegio che hanno nel far parte di questo storico Sinodo: “Tra i 2.000.000 di giovani impegnati nelle opere salesiane nel mondo, sono stati scelti proprio loro per rappresentarli in questo significativo incontro”.
Mentre nella celebrazione eucaristica di apertura del Sinodo dei giovani il Rettor Maggiore ha sottolineato che lo scopo del Sinodo va ben oltre i giochi e i canti: “Questo incontro è un’opportunità unica per lavorare insieme, ascoltarsi reciprocamente con grande attenzione e impegnarsi in un dialogo significativo sui sogni e le aspirazioni dei giovani di oggi”.
Durante l’omelia, il Rettor Maggiore ha richiamato l’attenzione sul potente messaggio della prima lettura, in cui un angelo parla al profeta Elia, esortandolo ad ‘alzarsi e mangiare’ (1Re 19:5) mentre affronta una disperazione schiacciante per incoraggiare i giovani a non arrendersi di fronte alle sfide. Ha ricordato loro che Dio chiama ogni persona a compiere una missione unica, ed è solo Dio che segnalerà quando la missione è completa.
Riflettendo sulla propria esperienza di salesiano, il Rettor Maggiore ha condiviso un’osservazione. Ha parlato di come le persone spesso si chiedano se sia possibile vivere senza Dio. Ha riconosciuto che, sebbene sia possibile, una vita del genere non è appagante. L’ha paragonata alla perdita dell’amore di una madre: chi ha conosciuto l’amore di una madre non potrà mai sentirsi veramente completo senza di esso, mentre chi non ha mai conosciuto tale amore non può comprendere appieno ciò che gli manca.
Il Sinodo Salesiano dei Giovani è coinciso con il bicentenario del ‘Sogno dei nove anni’ di don Bosco, un momento cruciale che avrebbe ispirato il carisma salesiano. Nel suo caloroso benvenuto, don Jose Lorbeth Vivo, coordinatore dell’evento, ha sottolineato che questo sogno è la ragione stessa per cui i convenuti si sono riuniti a Valdocco: una potente testimonianza dell’influenza duratura dei sogni quando si allineano alla volontà di Dio.
Don Vivo ha sottolineato il significato simbolico del logo del Sinodo, spiegando che l’evento è concepito come un’esperienza coinvolgente di preghiera, comunità, riflessione e dialogo: “Il sinodo onora sia il sogno del giovane Giovanni Bosco, sia le aspirazioni della gioventù salesiana di oggi. Incarna lo spirito salesiano della sinodalità, unendo i giovani sotto il manto protettivo di Maria, simboleggiato dal colore blu nel logo. Questa immagine riflette il loro cammino di discernimento e di preghiera, guidandoli verso Cristo, il Buon Pastore”.
Il tema ‘Guardare il sogno’ ha guidato i partecipanti nelle loro riflessioni, ricordando loro che sono parte di un sogno più grande e divino: “Un sogno che è iniziato ai nove anni di vita di Giovanni Bosco e continua a ispirare milioni di persone in tutto il mondo. Il Sinodo dei Giovani Salesiani 2024 è più di un evento: è un movimento, una celebrazione e una testimonianza del potere dei sogni allineati con la visione di Dio”.
(Foto: Ans)





























