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Papa Leone XIV invita ad uno sguardo vero sulla realtà
“Vi saluto con affetto e vi ringrazio per la vostra presenza e per il vostro prezioso servizio che svolgete nella scuola. Il vostro lavoro è impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente, e nondimeno molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato Leone XIV i docenti italiani di religione esortandoli ad essere ‘maestri credibili’,
Riprendendo la nota pastorale dei vescovi italiani sul significato dell’insegnamento della religione cattolica e soprattutto sant’Agostino il papa ha evidenziato il bisogno della ricerca interiore: “Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.
Per questo ha sottolineato il compito degli insegnanti: “In tale contesto il vostro servizio, espressione della cura della Chiesa per le nuove generazioni, è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”.
Un insegnamento che è anche espressione culturale: “Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo”.
Quindi deve essere un insegnamento dialogante con gli altri ‘saperi’ della cultura: “Tutto ciò entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa, e soprattutto nello studio delle pagine inesauribili della Bibbia, da cui conosciamo Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, rivelazione del volto del Padre e modello perfetto di umanità”.
E’ questo il compito dell’insegnante di religione, pur nella libertà del discente: “Così voi rendete accessibile alle nuove generazioni, nel pieno rispetto della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti potrebbe restare incomprensibile e vago, mostrando come la vera laicità non escluda il fatto religioso, ma anzi ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa. Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura”.
Ed ha sottolineato il titolo di queste giornate di incontro, che prende spunto da un motto di san Newman (‘Cor ad cor loquitur’): “Queste parole contengono la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo”.
Ecco l’importanza della ricerca della verità: “Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi ‘sente troppo’ e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.
Quindi compito della scuola è insegnare al pensiero critico: “Fare scuola, perciò, significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto, Newman insegna, richiede amore”.
E l’insegnamento si tramanda solo grazie a persone credibili, ma competenti ed animati dal ‘rigore’ culturale: “I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.
In precedenza aveva ricevuto circa 190 rappresentanti del Partito Popolare Europeo, in occasione dei 50 anni della sua fondazione, invitandoli a mettere la relazione con le persone al centro del loro impegno: “Il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari. In questo senso, essa è la ‘forma più alta di carità’, poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.
Però l’ideale non si deve confondere con l’ideologia: “Perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.
Quindi centro dell’azione politica è il popolo: “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso. Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.
Da qui l’invito ad avere uno sguardo ‘realistico’: “Essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai seminaristi: il soprannaturale non è fuga dalla realtà
“Il seminario è sempre un segno di speranza per la Chiesa; perciò riunirmi con voi (sia con quanti state percorrendo questa tappa sia con quanti avete la responsabilità di accompagnarla) è per me motivo di vera gioia. Potrei parlare di molti aspetti importanti per la vostra formazione, sui quali ho già avuto modo di scrivere nella lettera che ho inviato al Seminario di San Carlos e San Marcelo a Trujillo, in Perù (istituzione di cui ho fatto parte per diversi anni) e che vi incoraggio a leggere quando ne avrete l’occasione”: oggi, dopo gli esercizi spirituali, papa Leone XIV ha incontrato le comunità di quattro seminari spagnoli, esortando ad ‘avere una prospettiva soprannaturale sulla realtà’.
Però nell’incontro di questa mattina il papa si è concentrato sullo ‘sguardo soprannaturale’, riprendendo una frase dello scrittore Chesterton: “Ma oggi vorrei concentrarmi su una cosa che sostiene silenziosamente tutto il resto e che, proprio per questo, corre il rischio di essere data per scontata senza essere coltivata: l’avere uno sguardo soprannaturale della realtà.
C’è una frase dell’autore Chesterton che può servire da chiave di lettura di tutto quello che vorrei condividere con voi: ‘Togliete il soprannaturale e non troverete il naturale, ma l’innaturale’. L’uomo non è fatto per vivere rinchiuso in sé stesso, ma in rapporto vivo con Dio”.
Quindi se si esclude questo rapporto con Dio inizia il disordine: “Quando questo rapporto si oscura o si indebolisce, la vita inizia a disordinarsi dal di dentro. L’innaturale non è solo ciò che è scandaloso, basta vivere prescindendo da Dio nel quotidiano, lasciandolo al margine dei criteri e delle decisioni con cui si affronta l’esistenza”.
Questo rapporto con Dio deve essere evidente soprattutto nel cammino sacerdotale: “E, se questo è vero per ogni cristiano, lo è in modo particolarmente serio nel cammino di formazione verso il sacerdozio. Che cosa ci potrebbe essere di più innaturale di un seminarista o di un sacerdote che parla di Dio con familiarità, ma vive interiormente come se la sua presenza esistesse solo sul piano delle parole, e non nello spessore della vita? Nulla sarebbe più pericoloso di abituarsi alle cose di Dio senza vivere di Dio. Perciò, in definitiva, tutto inizia (e torna sempre) al rapporto vivo e concreto con Colui che ci ha scelti senza alcun merito nostro”.
Però il soprannaturale non è fuga dalla realtà: “Avere una visione soprannaturale non significa sfuggire dalla realtà, ma imparare a riconoscere l’azione di Dio negli eventi concreti di ogni giorno; uno sguardo che non si improvvisa né si delega, ma che si apprende e si esercita nelle circostanze ordinarie della vita. Proprio per questo, se la visione soprannaturale è così decisiva per la vita cristiana, a maggior ragione lo è per chi agirà in persona Christi , e merita di essere custodita con particolare attenzione già dalla fase formativa, perché è il principio che dà unità a tutto il resto”.
Uno sguardo sulla realtà da credente: “Questo sguardo credente della realtà deve tradursi ogni giorno in opzioni concrete di vita; altrimenti, anche le pratiche intrinsecamente buone (come lo studio, la preghiera, la vita comunitaria) possono svuotarsi interiormente e snaturarsi, diventando mero compimento. Un modo semplice e comprovato per custodire questo sguardo è esercitarsi nella pratica della presenza di Dio, che mantiene il cuore sveglio e la vita costantemente riferita a Lui”.
Quindi la formazione del seminarista consiste nel rimanere con Gesù: “In definitiva, lo sguardo soprannaturale nasce dall’aspetto più semplice e decisivo della vocazione: stare con il Maestro. Gesù ha chiamato coloro che ha scelto affinché ‘stessero con Lui’. E’ questo il fondamento di ogni formazione sacerdotale, rimanere con Lui e lasciarsi formare dal di dentro; vedere Dio agire e riconoscere come Lui opera nella propria vita e in quella del suo popolo”.
Però il papa ha sottolineato che le ‘tecniche’ non possono sostituire lo Spirito Santo: “Perciò, sebbene i mezzi umani, la psicologia e gli strumenti formativi siano preziosi e necessari, non possono sostituire tale rapporto. Il vero protagonista di questo cammino è lo Spirito Santo, che configura il cuore, insegna a corrispondere alla grazia e prepara una vita feconda al servizio della Chiesa. Tutto inizia ora, nelle cose ordinarie di ogni giorno, dove ognuno decide se rimanere con il Signore o cerca di sostenersi da solo con le proprie forze”.
(Foto: Santa Sede)
‘La pace sia con te!’: in dialogo con Maurizio Certini sulla realtà della pace
“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.
Così scrive papa Leone XIV ha scritto all’inizio del suo primo messaggio per la Giornata mondiale, intitolato ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, che sono anche le prime parole che ha pronunciato appena eletto papa: “La pace sia con tutti voi. Questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon Pastore. Vorrei che la pace raggiungesse le vostre famiglie, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi. Una pace disarmata, disarmante, umile. Dio ci ama tutti, incondizionatamente”.
Parole sempre al centro del magistero papale: a Maurizio Certini, consigliere della Rete ‘MareNostrum Consiglio dei giovani del Mediterraneo’ e della Fondazione ‘Giorgio La Pira’, che lo scorso anno ha ‘festeggiato’ 50 anni di attività, chiediamo di indicarci in quale modo una pace disarmata può essere disarmante: “La pace disarmante è l’atteggiamento di san Francesco di Assisi di fronte al lupo, o di Gesù che invita san Pietro a riporre la spada nel fodero; ma estendendo è anche l’atteggiamento di un Gandhi o di un Luther King, con il quale si sceglie di perseguire la via della nonviolenza e del negoziato, come azione trasformativa di fronte alla violenza strutturale della società in cui si vive. Certamente è una via rischiosa, ma quanto più rischiosa è la scelta della violenza e della guerra e quanto dolorose per tutti le sue conseguenze?
E’ un atteggiamento che muove da un cuore pacificato che guarda l’altro negli occhi e che, decentrandosi, cerca di capire le ragioni dell’altro, perché è il riconoscimento dell’altro che ci umanizza. La violenza è sempre disumana e non può mai risolvere i conflitti. La pace disarmata è l’atteggiamento evangelico in virtù del quale ci si fa prossimo all’altro, per proseguire insieme il cammino della pace. E’ un percorso che tende alla reciprocità e che per questo accetta di correre dei rischi decidendo di fare il primo passo, con il cuore, ma anche con l’intelligenza e con la ragione”.
Questa pace, che il papa descrive, può cambiare il nostro sguardo sulla realtà?
“Il messaggio del Santo Padre del primo gennaio è molto chiaro. E’ un invito ad andare alla radice del Vangelo ed è anche una denuncia fortissima della pericolosa corsa al riarmo presente in tutto il mondo, con un aumento esponenziale delle spese per il comparto militare che porta a una pericolosissima spirale della violenza, peraltro a scapito del sostegno alla scuola, alla sanità, all’ambiente. Il papa si pone peraltro in modo fortemente critico rispetto alle ragioni che invocano la deterrenza nucleare od il ‘diritto della forza’ rispetto alla forza del diritto internazionale. Sollecita il rafforzamento delle Istituzioni sovranazionali come garanti del diritto dei popoli alla pace e del dovere degli Stati di perseguirla mirando al bene comune di tutta l’umanità.
Mette in guardia dalle stratosferiche concentrazioni degli interessi finanziari che orientano verso il riarmo e dalla strumentalizzazione della religione che benedice o giustifica la guerra e i nazionalismi che riportano indietro le lancette dell’orologio della storia. Chiama tutto ciò ‘Blasfemia che oscura il nome di Dio’. Detto questo, con molto realismo, il papa ci riporta alla forza mite del Vangelo e ci ricorda come la pace sia un processo permanente che prende vita dal cuore di ciascuno, dal cortile di casa fino ai confini della Terra, invitando le comunità religiose a operare in tal senso per orientare la politica verso strategie di giustizia e di pace”.
Nell’Angelus di venerdì 26 dicembre papa Leone XIV ha affermato chiaramente ‘Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici’. Perché chi crede alla pace è ridicolizzato?
“Perché si parte da un pregiudizio che inficia la dignità stessa dell’essere umano. Cioè che la realtà umana è fatta in un certo modo e che occorre l’uso della forza come metodo quando il fine che si vuol perseguire si ritiene sia giusto. Ma il fine non giustifica i mezzi. Gandhi poneva un paragone: ‘…il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero: tra il fine e il mezzo vi è la stessa inviolabile relazione che vi è tra il seme e l’albero’. Ma Gandhi, come La Pira, avevano capito che la pace non è solo un’opzione etica, ma una necessità pratica perché alla pace non c’è alternativa”.
Allora a quale compito di pace è chiamato il cristiano?
“In ogni circostanza, all’interno dei propri ‘mondi vitali’ il cristiano è un ‘costruttore di pace’ o non è”.
‘La risposta è evidente: la pace, l’amicizia, la solidarietà reciproche fra questi popoli e queste nazioni. La pace, l’amicizia e la solidarietà fra Israele e Ismaele; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra i popoli prima colonizzati e quelli prima colonizzatori; la pace, l’amicizia e la solidarietà fra tutte le nazioni cristiane, arabe e la nazione di Israele. Questa pace del Mediterraneo sarà inoltre come l’inizio e il fondamento della pace fra tutte le nazioni del mondo”: questa frase del venerabile Giorgio La Pira chiudeva il suo primo discorso di apertura del Primo Colloquio Mediterraneo (3 ottobre 1958) con l’invito alle religioni ad essere via di pace: in quale modo le religioni possono condurre nella via della pace?
“L’opera di Giorgio La Pira è stata sempre all’avanguardia. Riferendosi alle tre religioni del Libro, parlava di famiglia abramitica e della necessità del dialogo. Vedeva nella pace di Gerusalemme l’anticipazione della pace mondiale. Aveva capito che c’è un ruolo fondamentale delle religioni nella promozione di forme organizzate di cooperazione internazionale, di reciproca solidarietà, che coinvolgono direttamente porzioni vaste della società civile e oltrepassano i confini degli Stati, orientando all’idea del ‘mondo unito’, alla costruzione della ‘casa comune’.
La Pira non era un ingenuo. Vedeva come la politica del disarmo dovesse essere strettamente connessa con la politica dello sviluppo comune, rispettoso dell’ambiente, inserito in una profonda trasformazione dell’intero sistema economico mondiale di cooperazione tra i popoli: un rapporto non accomodante, né rinunciatario, né inerte: una scelta che implica da una parte il rinnovamento delle strutture (‘strutture di peccato’), dall’altra una profonda ‘metanoia’ dei singoli e delle comunità”.
‘La scelta apocalittica è inevitabile: o la pace millenaria o la distruzione del genere umano e del pianeta’, scriveva nel 1971 il venerabile Giorgio La Pira. Riprendendo il titolo di un suo libro (‘L’utopia salverà la storia’) per quale motivo per Giorgio La Pira la pace è l’utopia che salverà il mondo?
“L’utopia salverà la storia, sono parole di papa san Paolo VI. Per La Pira, dopo Hiroshima, ci troviamo di fronte ad una alternativa: la pace oppure la distruzione del pianeta. Occorre scegliere. La Pira diceva con sano realismo che Utopia significa ‘rendere possibile il futuro probabile’. Allora occorre chiedersi: ‘Quale futuro vogliamo per i nostri figli e per nostri nipoti? Quale mondo lasciamo alle generazioni future?’… ed agire di conseguenza.
Il mondo così com’è non lo ha fatto un genio maligno, ma lo hanno fatto gli uomini. Gli stessi uomini ne possono costruire uno migliore. E ciascuno, come diceva La Pira, può dare il proprio colpo di remo alla ‘barca della Storia’, sulla quale si trova tutto il genere umano, per condurla verso il porto della pace”.
(Foto: Rete Mare Nostrum)
Papa Leone XIV: Gesù ci rivela il Padre
“Proseguiamo le catechesi sulla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ del Concilio Vaticano II, sulla divina Rivelazione. Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. E’ ciò che è accaduto in Gesù Cristo. Dice il documento che l’intima verità sia di Dio che della salvezza dell’uomo risplende a noi in Cristo, che è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione”: nell’udienza generale di questa mattina, papa Leone XIV ha proseguito la riflessione sulla Costituzione conciliare ‘Dei Verbum’ invitando a guardare a Cristo attraverso la sua sensibilità e le sue percezioni della realtà.
La Costituzione conciliare sottolinea la rivelazione del Padre attraverso il Figlio: “Nel Figlio inviato da Dio Padre ‘gli uomini… possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina’. Giungiamo dunque alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito…
Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti. Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo ‘Verbo eterno illumina tutti gli uomini’ svelando la loro verità nello sguardo del Padre… Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”.
Quindi Gesù attraverso la sua natura umana rivela il Padre: “Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità: ‘Perciò egli, dice il Concilio, vedendo il quale si vede il Padre, con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione’.
Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. E’ l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre”.
La salvezza annunciata da Gesù passa tramite il proprio corpo: “A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore, che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali.
Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Gesù stesso ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà…
Fratelli e sorelle, seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio… Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui”.
Mentre nei saluti finali ha chiesto di pregare per la pace: “Cari fratelli e sorelle, preghiamo per la pace, in un momento della storia che sembra segnato da una crescente perdita del valore della dignità umana e in cui la guerra è tornata di moda. L’umanità di Gesù, che rivela il Padre, ci aiuti a trovare cammini di giustizia e di riconciliazione”.
Mentre prima dell’udienza generale papa Leone XIV, nel giorno in cui la Chiesa ricorda sant’Agnese, ha benedetto una coppia di agnelli la cui lana sarà utilizzata per confezionare i palli dei nuovi arcivescovi metropoliti.
(Foto Santa Sede)
Pedagogia cristiana e nuove correnti pedagogiche: un dialogo fecondo per l’educazione contemporanea
La pedagogia cristiana, lungi dall’essere un sistema chiuso e dogmatico, si presenta oggi come una proposta educativa capace di dialogare con le nuove correnti pedagogiche, offrendo una visione integrale dell’essere umano. In un tempo segnato da pluralismo culturale, crisi valoriale e frammentazione educativa, essa si distingue per la sua capacità di coniugare verità e libertà, trascendenza e immanenza, interiorità e relazione.
Il cuore della pedagogia cristiana è l’idea che ogni persona sia unica, irripetibile e chiamata a realizzare pienamente la propria vocazione. Questo principio si traduce in un metodo educativo centrato sull’incontro, sull’ascolto e sulla valorizzazione della libertà. Come afferma Luigi Giussani, ‘educare è introdurre alla realtà totale’, ovvero accompagnare il soggetto nella scoperta del senso profondo dell’esistenza.
Le nuove correnti pedagogiche, come la pedagogia umanistica, la pedagogia dell’ascolto, la pedagogia narrativa e la pedagogia esperienziale, condividono molte delle istanze fondamentali della pedagogia cristiana. Esse pongono al centro la persona, promuovono l’empatia, la riflessione critica, la partecipazione attiva e il dialogo. Tuttavia, la pedagogia cristiana aggiunge una dimensione ulteriore: quella spirituale, che apre alla trascendenza e alla ricerca del senso ultimo della vita.
In questo contesto, l’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica) si configura come spazio privilegiato per l’attuazione della pedagogia cristiana. Non si tratta di una catechesi scolastica, ma di una disciplina che, nel rispetto della libertà di coscienza, offre strumenti per comprendere il cristianesimo come chiave di lettura della cultura europea e come proposta di senso per l’esistenza.
L’IRC favorisce il dialogo interculturale e interreligioso, promuove la riflessione critica e stimola la ricerca personale. Come sottolinea il Documento CEI del 2019, “l’IRC contribuisce alla formazione integrale della persona, offrendo contenuti e metodi che aiutano a cogliere il nesso tra fede e vita, tra religione e cultura”.
Proposta didattica concreta. Si propone un percorso didattico interdisciplinare dal titolo ‘Il viaggio dell’uomo: tra libertà, responsabilità e trascendenza’, rivolto agli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Il progetto prevede: Lettura e analisi di testi filosofici e religiosi (es. Guardini, Giussani, Lévinas); Laboratori narrativi in cui gli studenti raccontano esperienze significative;
Attività di role-playing su dilemmi etici e scelte di vita; Incontri con testimoni (educatori, volontari, religiosi); Produzione finale di un elaborato multimediale che esprima il percorso personale di ricerca del senso.
Questo approccio consente di integrare le istanze della pedagogia cristiana con le metodologie attive e partecipative delle nuove correnti, favorendo una formazione autentica e profonda..
Bibliografia essenziale
- Giussani, L., Il rischio educativo, Milano, Rizzoli, 1995
- Guardini, R., La coscienza cristiana, Brescia, Morcelliana, 2001
-CEI, Insegnare Religione Cattolica oggi, Roma, 2019
– Lévinas, E., Totalità e infinito, Milano, Jaca Book, 1980 –
– Lorizio, G., Pedagogia cristiana e nuove sfide educative, Roma, Città Nuova, 2020
Il prof. Savagnone racconta lo stupore dell’essere di Tommaso d’Aquino
“Il significato essenziale della cultura consiste, secondo queste parole di san Tommaso d’Aquino (‘Genus humanum arte et ratione vivit’), nel fatto che essa è una caratteristica della vita umana come tale. L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l’uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana. Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, L’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere”.
Iniziamo con questo discorso pronunciato da papa san Giovanni Paolo II alla sede Unesco di Parigi lunedì 2 giugno 1980 per presentare il libro di Giuseppe Savagnone (‘Lo stupore dell’essere. Il pensiero alternativo di Tommaso d’Aquino’), con cui invita il lettore a percorrere un cammino simile al suo, quando incontrò il pensiero dell’Aquinate in gioventù, trovandovi ‘una chiave di lettura della realtà alternativa alle mode culturali che oggi dominano la scena’, e un vivaio inesauribile di itinerari.
Il libro si compone di dodici conversazioni che concernono le questioni massime di una filosofia che si volge a tutta la realtà, senza operare esclusioni preliminari, tra cui frequente quella relativa alla trascendenza: un rapporto positivo tra ragione e fede, la scoperta dell’essere e delle sue leggi, l’esistenza di Dio, la creazione, l’identità della persona umana, il fascino del bene e le domande sull’amore. Nel percorso dell’autore si avvertono la meraviglia, la gratitudine, la responsabilità dinanzi all’essere e alla vita di cui fu testimone l’Aquinate.
Al prof. Giuseppe Savagnone chiediamo di spiegarci il titolo del libro, ‘lo stupore dell’essere’: “In questo tempo in cui la fretta e il consumismo rendono sempre più difficile fermarsi e ‘vedere’ davvero ciò che sta ogni giorno sotto il nostro sguardo distratto, il pensiero di Tommaso d’Aquino è un forte richiamo a riscoprire la meraviglia di fronte al miracolo e al mistero che ogni più piccola realtà costituisce. E lo stupore è anche all’origine della ricerca. Questo vale già per i singoli aspetti della realtà che, se li guadiamo con occhi nuovi (come Adamo all’alba della creazione) non appaiono affatto scontati.
Si racconta che Newton arrivò a scoprire la legge di gravitazione universale colpito dalla vista di una mela che cadeva dal ramo. Tommaso è rimasto stupito non dal modo in cui una cosa o l’altra sono, ma dal loro stesso essere. La domanda che egli si è posto, perciò, non è rivolta a spiegare i singoli fenomeni, ma il fatto stesso che ci sia qualcosa e non il nulla. Tutta la sua filosofia è una celebrazione dell’emergere dell’essere dal non essere, non una volta per tutte, in un lontanissimo inizio del cosmo, ma in ogni momento. E’ questo il prodigio a cui egli rinvia la nostra attenzione”.
Quale è stato il suo messaggio ‘alternativo’?
“Nella società della tecnica, dove gli strumenti sono ormai i veri protagonisti, siamo abituati a considerare tutto sotto il profilo dell’utile. Perfino le persone che incontriamo spesso sono importanti per noi nella misura in cui possiamo trarne dei vantaggi o del piacere. Mezzi, non fini. In realtà ciò che è utile non è, per definizione, importante, proprio perché finalizzato a qualcos’altro e non valido di per sé. La Gioconda, come ogni grande opera d’arte, non serve a niente. Ma anche un essere umano non può essere ridotto solo ai servizi che possiamo ricavarne.
Ciò ha una ricaduta esistenziale molto forte. Se cerchiamo qualcosa perché utile a qualcos’altro, e questo qualcos’altro in funzione di altro ancora, e così via, senza che ci sia nulla che vale di per sé, che senso avrebbe tutto questo?
La filosofia di Tommaso mette in primo piano, insieme all’essere, la verità, il bene ed il bello. Ciò che è importante e per cui vale la pena di vivere. Ma, se si adottasse questa prospettiva, tutte le logiche oggi dominanti nella nostra società sarebbero sovvertite. Il primato del profitto, il consumismo selvaggio, la riduzione delle persone ad ingranaggi della macchina sociale, si rivelerebbero per quello che sono: perversioni che, invece di renderci felici, sottopongono la nostra esistenza al continuo stress di una corsa senza meta”.
Ricerca intellettuale e ricerca spirituale: quale nesso esiste?
“Tommaso ha innanzi tutto testimoniato nella sua persona che un’autentica vita intellettuale deve radicarsi in una profonda esperienza spirituale di amore per il vero, per il bene, per il bello. Altrimenti c’è il rischio del narcisismo e della rincorsa al consenso, a cui tanti intellettuali del nostro tempo sono purtroppo esposti”.
Quindi lo stupore apre alla verità?
“Nella cultura contemporanea è frequente sentir ripetere che la verità non esiste, perché ognuno ha la sua. E si pretende di fondare su questo la reciproca tolleranza e il dialogo. Ma se davvero fosse così, non avrebbero più senso la ricerca (per definizione rivolta a cercare ciò che non si ha) ed il confronto con gli altri, perché ognuno dovrebbe già essere pago della verità che possiede e che nessuno, in nome della propria, avrebbe il diritto di criticare.
Lo stupore dell’essere implica la consapevolezza che la verità supera le nostre soggettive opinioni e che queste vanno sempre rimesse in discussione. Dove per verità non si intende altro che l’adeguazione alla realtà, che, nella sua inafferrabile ricchezza, costituisce la misura con cui incessantemente bisogna confrontarsi”.
Allora, in quale modo l’aquinate riesce a ‘tenere insieme’ fede e ragione?
“Spesso si sente affermare che chi ha fede non è più libero di fare una ricerca razionale obiettiva. Se per ‘obiettivo’ si intende privo di condizionamenti, ciò sarebbe assolutamente vero. Solo che allora nessuno potrebbe essere ‘obiettivo’, perché non esiste essere umano che possa guardare alla realtà senza risentire del contesto esistenziale, spirituale, culturale in cui si trova. L’ermeneutica oggi ha evidenziato che non esiste ‘uno sguardo da nessun luogo’. C’è di più.
Le grandi filosofi e scienziati hanno svolto le loro ricerche in base a un’intuizione, anteriore a tutte le possibili dimostrazioni, che li ha spinti a cercarne la verifica con argomentazioni razionali. Per Tommaso la fede è il ‘luogo’ da cui parte per guardare i diversi aspetti della realtà, ma elaborando, a partire da essa, un discorso razionale dunque obiettivo, e di valere, perciò, anche per il non credente”.
Perché ancora oggi si studia il suo pensiero?
“Può sembrare strano che un autore di ottocento anni fa abbia ancora oggi qualcosa di interessante da dirci e valga perciò la pena di scrivere o leggere un libro sul suo pensiero. Ma, alla luce di quanto abbiamo detto, dovrebbe essere chiaro che alcune scoperte del passato possono essere attualissime, proprio nella loro apparente inattualità, perché ci rimettono in discussione e possono essere il punto di partenza per progettare alternative agli schemi mentali oggi dominanti. Il pensiero di Tommaso che fu un rivoluzionario, rispetto alle certezze consolidate del suo tempo, può oggi insegnarci ad esserlo anche noi nel nostro”.
(Foto: Marcianumpress)
Papa Leone XIV invita ad ascoltare la Parola di Dio
“E’ sempre più preoccupante e dolorosa la situazione nella Striscia di Gaza. Rinnovo il mio appello accorato a consentire l’ingresso di dignitosi aiuti umanitari e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato dai bambini, dagli anziani, dalle persone malate”: al termine della sua prima udienza generale papa Leone XIV ha lanciato un appello per la situazione che sta vivendo la popolazione di Gaza, territorio divenuto ormai da un anno e mezzo sinonimo di morte, violenza, distruzione, fame, enclave attualmente assediata e devastata dai ‘Carri di Gedeone’, la massiccia operazione militare israeliana in corso.
Mentre nella prima udienza generale in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha proseguito il ciclo giubilare iniziato da papa Francesco su ‘Gesù Cristo Nostra Speranza’, sviluppando la catechesi sulla parabola del seminatore: “Continuiamo oggi a meditare sulle parabole di Gesù, che ci aiutano a ritrovare la speranza, perché ci mostrano come Dio opera nella storia. Oggi vorrei fermarmi su una parabola un po’ particolare, perché si tratta di una specie di introduzione a tutte le parabole. Mi riferisco a quella del seminatore. In un certo senso, in questo racconto possiamo riconoscere il modo di comunicare di Gesù, che ha tanto da insegnarci per l’annuncio del Vangelo oggi”.
Quindi ha spiegato che la parabola è una ‘piccola’ storia’ presa dalla realtà: “Ogni parabola racconta una storia che è presa dalla vita di tutti i giorni, eppure vuole dirci qualcosa in più, ci rimanda a un significato più profondo. La parabola fa nascere in noi delle domande, ci invita a non fermarci all’apparenza. Davanti alla storia che viene raccontata o all’immagine che mi viene consegnata, posso chiedermi: dove sono io in questa storia? Cosa dice questa immagine alla mia vita? Il termine parabola viene infatti dal verbo greco paraballein, che vuol dire gettare innanzi. La parabola mi getta davanti una parola che mi provoca e mi spinge a interrogarmi”.
Infatti questa parabola introduce alla dinamica dell’opera della Parola di Dio nella vita personale: “La parabola del seminatore parla proprio della dinamica della parola di Dio e degli effetti che essa produce. Infatti, ogni parola del Vangelo è come un seme che viene gettato nel terreno della nostra vita. Molte volte Gesù utilizza l’immagine del seme, con diversi significati. Nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo, la parabola del seminatore introduce una serie di altre piccole parabole, alcune delle quali parlano proprio di ciò che avviene nel terreno: il grano e la zizzania, il granellino di senape, il tesoro nascosto nel campo. Cos’è dunque questo terreno? E’ il nostro cuore, ma è anche il mondo, la comunità, la Chiesa. La parola di Dio, infatti, feconda e provoca ogni realtà”.
Papa Leone XIV ha, perciò, invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “All’inizio, vediamo Gesù che esce di casa e intorno a Lui si raduna una grande folla. La sua parola affascina e incuriosisce. Tra la gente ci sono ovviamente tante situazioni differenti. La parola di Gesù è per tutti, ma opera in ciascuno in modo diverso. Questo contesto ci permette di capire meglio il senso della parabola. Un seminatore, alquanto originale, esce a seminare, ma non si preoccupa di dove cade il seme. Getta i semi anche là dove è improbabile che portino frutto: sulla strada, tra i sassi, in mezzo ai rovi. Questo atteggiamento stupisce chi ascolta e induce a domandarsi: come mai?”
Quindi la Parola che Dio offre a tutti senza nessun calcolo di ‘guadagno’: “Noi siamo abituati a calcolare le cose (e a volte è necessario), ma questo non vale nell’amore! Il modo in cui questo seminatore ‘sprecone’ getta il seme è un’immagine del modo in cui Dio ci ama. E’ vero infatti che il destino del seme dipende anche dal modo in cui il terreno lo accoglie e dalla situazione in cui si trova, ma anzitutto in questa parabola Gesù ci dice che Dio getta il seme della sua parola su ogni tipo di terreno, cioè in qualunque nostra situazione: a volte siamo più superficiali e distratti, a volte ci lasciamo prendere dall’entusiasmo, a volte siamo oppressi dalle preoccupazioni della vita, ma ci sono anche i momenti in cui siamo disponibili e accoglienti”.
In questo modo Dio mostra la propria misericordia: “Dio è fiducioso e spera che prima o poi il seme fiorisca. Egli ci ama così: non aspetta che diventiamo il terreno migliore, ci dona sempre generosamente la sua parola. Forse proprio vedendo che Lui si fida di noi, nascerà in noi il desiderio di essere un terreno migliore. Questa è la speranza, fondata sulla roccia della generosità e della misericordia di Dio”.
Dio ha offerto Gesù come Parola, che muore per donare vita: “Raccontando il modo in cui il seme porta frutto, Gesù sta parlando anche della sua vita. Gesù è la Parola, è il Seme. E il seme, per portare frutto, deve morire. Allora, questa parabola ci dice che Dio è pronto a ‘sprecare’ per noi e che Gesù è disposto a morire per trasformare la nostra vita”.
Papa Leone XIV, quindi, ha offerto l’immagine di un dipinto del pittore fiammingo Van Gogh, che offre speranza: “Ho in mente quel bellissimo dipinto di Van Gogh: ‘Il seminatore al tramonto’. Quell’immagine del seminatore sotto il sole cocente mi parla anche della fatica del contadino. E mi colpisce che, alle spalle del seminatore, Van Gogh ha rappresentato il grano già maturo. Mi sembra proprio un’immagine di speranza: in un modo o nell’altro, il seme ha portato frutto.
Non sappiamo bene come, ma è così. Al centro della scena, però, non c’è il seminatore, che sta di lato, ma tutto il dipinto è dominato dall’immagine del sole, forse per ricordarci che è Dio a muovere la storia, anche se talvolta ci sembra assente o distante. E’ il sole che scalda le zolle della terra e fa maturare il seme”.
Ed ha concluso la prima udienza con l’invito a meditare i frutti che la Parola di Dio offre a ciascuno: “Cari fratelli e sorelle, in quale situazione della vita oggi la parola di Dio ci sta raggiungendo? Chiediamo al Signore la grazia di accogliere sempre questo seme che è la sua parola. E se ci accorgessimo di non essere un terreno fecondo, non scoraggiamoci, ma chiediamo a Lui di lavorarci ancora per farci diventare un terreno migliore”.
(Foto: Santa Sede)
Mons. Palmieri: nella realtà si vive la speranza
“Carissima! Carissimo! Se hai aperto questa lettera, forse ti ha spinto la curiosità. Il tema della speranza ti ha provocato? Oppure ti interessa sapere cosa viene proposto dalla nostra Diocesi per l’anno giubilare? O ancora niente di tutto questo… Con questo piccolo testo che hai tra le mani vorrei condividere con te qualche riflessione sulla speranza, a partire da un’affermazione dell’apostolo Paolo che mi sembra molto bella: la speranza non delude, perché l’amore ci è stato riversato nel cuore per mezzo dello Spirito Santo. In questo versetto è sintetizzato tutto ciò che troverai in questa lettera”.
Così inizia la lettera pastorale di mons. Gianpiero Palmieri, arcivescovo di Ascoli Piceno e vescovo di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, che ha voluto riflettere sui ‘pellegrini di speranza’: “Non ti scrivo solo a titolo personale, ma come guida di una comunità cristiana (per questo userò il ‘noi’), di cui ti senti parte, oppure da cui hai preso le distanze benché cristiana/o, oppure a cui sei totalmente estranea/o”.
Nella lettera pastorale il vescovo ha invitato a vivere nella realtà: “Se ci guardiamo attorno con attenzione notiamo che troppe persone preferiscono vivere nell’illusione piuttosto che abitare la realtà. Ci si rifugia nel virtuale, possibilmente in ciò che ci consegna un po’ di leggerezza e di distrazione, come se ci si dovesse allontanare da qualcosa che pesa sul cuore e che non riusciamo ad affrontare.
Le relazioni sui social, ad esempio, sono molto più gestibili rispetto a quelle in carne ed ossa e meno inquietanti, specie quando l’altro mi interpella. Rimanere soli con i propri pensieri fa emergere le domande ‘vere’, quelle che provocano, e non siamo più preparati a questi momenti di meditazione sul reale… se in fondo vivo abbastanza bene così, perché crearmi problemi dove non ci sono?”
Tale fuga dalla realtà induce al ‘male di vivere’: “In realtà tante persone percepiscono nel loro mondo interiore una sorta di male di vivere. Se si prova a confrontarsi su questo, molti accennano a stanchezza o spossatezza, ma in realtà si ha l’impressione che questo atteggiamento abbia radici più profonde. Non si tratta di stanchezza legata a reali problemi di salute, né della ‘stanchezza buona’ di chi ha affrontato una fatica fisica o psichica temporanea, quella che si supera con una notte di riposo e un po’ di tranquillità”.
Tale ‘male di vivere’ dipende dalla mancanza di speranza: “Parliamo di un’altra stanchezza, più sottile e persistente. Qui abbiamo a che fare con un deficit di speranza. Si guarda al futuro e lo si vede così incerto e problematico, da non avere voglia di affrontarlo. Quando questa percezione della realtà diventa radicata e pervasiva, ecco che si manifesta in modo inquietante, specie tra i ragazzi e le ragazze: mancanza di entusiasmo e di prospettive per la propria esistenza, assenza di interesse per il mondo in cui siamo inseriti, una certa tendenza al vittimismo, alla fuga o alla violenza gratuita… sono tutte facce della stessa medaglia”.
Mancanza di speranza che impatta sulla natalità: “Ad un primo sguardo le cause di questo calo di speranza ci appaiono quelle di cui spesso si parla quando ci incontriamo: l’improvviso mutare degli equilibri politici mondiali, le guerre che ci sgomentano e che sono alle nostre porte, il cambiamento climatico che sembra portare irreversibilmente ad un pianeta non più vivibile, la crisi economica che fa perdere potere di acquisto ai nostri soldi e che crea sempre più disuguaglianze, una convivenza sociale sempre più segnata da competizione, mancanza di rispetto delle regole, violenza e manipolazione degli altri invece di gentilezza e rispetto.
Tutto vero. Queste situazioni ci spaventano e minano la nostra fiducia nel futuro. Ma in realtà c’è anche un’altra radice di cui tener conto. Abbiamo smesso di credere davvero a quelle ‘narrazioni’ che ci permettevano di avere speranza, che ne erano a fondamento”.
Ricordando ‘La vita è bella’ di Roberto Benigni mons. Palmieri ha sottolineato l’importanza della famiglia per formare l’attitudine alla speranza: “E’ proprio importante ciò che viviamo in famiglia perché si formi in noi l’attitudine a sperare! Qualche tempo fa un papà, con un bambino di tre anni, mi disse: da giovane ero narcisista e menefreghista! Non avrei mai immaginato che mi sarei ritrovato da adulto, grazie a questo figlio, a pensare che la sua vita vale molto più della mia, che lui viene prima di tutto…. Mi ha colpito tanto il discorso di questo papà”.
Solo attraverso la generatività si ama: “Grazie al suo bambino, egli ha imparato ad amare. Ora: nascere in un contesto familiare così, in un clima che si origina e si nutre di amore, pur in mezzo a mille fragilità ed errori dei propri genitori, non è cosa da poco. Chi lo sperimenta, sente nel profondo che potrà cadere tante volte nella vita, ma avrà sempre nel cuore la forza di rialzarsi, avrà nel suo DNA la speranza. Di generazione in generazione, quindi, noi ci trasmettiamo la speranza grazie all’amore che ci scambiamo: La speranza non delude, perché l’amore ci è stato riversato nel cuore”.
Ed a tale speranza umana quella cristiana non toglie nulla, anzi offre una vita completa: “La visione cristiana aggiunge a questa riflessione una convinzione decisiva: nell’interiorità di ogni uomo è presente Dio, lo Spirito Santo, fin da quando viene al mondo. Questo significa che Dio alimenta dal di dentro la speranza degli uomini, li spinge a lottare, a non rassegnarsi, a cercare di collaborare con tutti per realizzare il bene. La Pasqua di Gesù vuole rivelarci che niente, neppure la morte, può spegnere la speranza nel cuore di un uomo”.
Per questo motivo la Pasqua è un punto ‘fermo’: “La Pasqua di Gesù è l’àncora della nostra speranza: lo Spirito del Risorto agisce in ogni angolo del mondo e in ogni cuore umano per portare avanti il regno di Dio, vale a dire, nel linguaggio di Gesù, il mondo come Dio lo sogna: il regno di pace, giustizia, fraternità, amore… Dio non lo sogna soltanto: lo realizza con l’aiuto degli uomini, suscitando nel cuore delle persone, per mezzo dello Spirito, la determinazione a sperare e a lottare. Che bello vedere anche oggi, in ogni popolo, cultura e religione, profeti appassionati e determinati, che credono nella forza del bene!
La speranza è allora una ‘fiducia nella vita’ che contiene anche indirettamente, talvolta inconsapevolmente, una ‘fiducia nel Dio che dona la vita’, nel Dio che porta avanti il suo regno nel mondo per mezzo dello Spirito del Risorto”.
Per questo il vescovo ha invitato a vivere la vita come pellegrinaggio: “Nel Giubileo si cammina, ma gustando tutta la pienezza di significato di questo movimento dei piedi e del corpo, fatto da soli o in tanti, non importa. Si tratta prima di tutto di uscire di casa senza fretta, dandosi un tempo ampio per raggiungere un luogo dove incontrare il Signore”.
E’ un invito a ripercorrere le tappe fondamentali della propria vita: “Ti invito a meditare durante il cammino, ripensando alla tua esistenza, ai luoghi che hai attraversato durante la tua vita, ai compagni di pellegrinaggio che più hai amato, a quello che si è depositato dentro di te grazie ai tanti incontri e alle tante vicende di cui sei stato protagonista…
Lascia affiorare alla tua memoria tutto: dolori e gioie, errori e scelte decisive, peccati e bene compiuto. Questo tempo di meditazione ti aiuterà a scoprire che la tua vita non è stato un andare a vuoto, ma un pellegrinaggio: il tuo cammino, anche se non lineare e forse pieno di strade sbagliate o di tentazioni di ritornare indietro, è sempre stato accompagnato dal Signore”.
E’ un invito a scegliere un’azione da compiere: “Si tratta di scegliere un’azione che risuoni con il cammino della tua vita, dando un significato personale alla tua conversione battesimale. Ecco qualche suggerimento: potresti decidere di visitare un anziano solo o un ammalato, farti vicino a qualcuno che sta vivendo un momento difficile (come un detenuto) o aiutare un ragazzo a fare i compiti a casa. Forse, più semplicemente, senti il desiderio di dedicare più tempo a ascoltare i tuoi familiari o i tuoi colleghi di lavoro.
Puoi dare una mano come volontario alla mensa o all’emporio Caritas o impegnarti in un gesto ecologico insieme a altre persone (pulire uno spazio trascurato da tutti). Potresti anche decidere di visitare il cimitero per pregare per i defunti più dimenticati o per le vittime di una tragedia, come il terremoto. Ci sono infinite possibilità!






























