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Dalla diocesi di Macerata: la realtà è superiore all’idea

Nel mercoledì delle imposizioni delle ceneri il vescovo di Macerata, mons. Nazzareno Marconi, ha consegnato il testo della Lettera pastorale ‘La realtà è superiore all’idea’, tratta dall’enciclica ‘Evangelii Gaudium’, redatto a conclusione della visita pastorale nelle parrocchie, che traccia un ‘metodo pastorale’:

“Dio e i Santi hanno scritto una storia di bene che ci ha condotto a quella Chiesa locale che oggi realmente siamo, questa Chiesa locale ha, come è logico, luci ed ombre. Per dirla con il Beato Antonio Rosmini è una Chiesa che ha piaghe e punti di forza”.

Le cinque piaghe sono rappresentate dal guardare solo al proprio ambito particolare non vedendo interazioni e possibili collaborazioni; non vedere le risorse e le strutture ecclesiali come a servizio di un intero territorio e non di una singola parrocchia o gruppo; avere una pastorale che punta più sull’abitudine, che sulle motivazioni e sulla convinzione per cui si fanno le cose; avere ancora una Chiesa molto centrata sulla figura del prete, che tutto anima e tutto decide, senza cui niente si può muovere; pensare e realizzare la formazione alla fede come il trasmettere la modalità solita di fare le cose, invece che insegnare a capire la realtà e adattare creativamente le scelte pastorali ad un mondo che cambia:

“Prima piaga. Molti tendono a guardare solo al proprio ambito particolare, non hanno perciò uno sguardo falso, ma certo limitato. Così i problemi si vedono senza comprenderne le radici profonde e lontane e quindi c’è un abbaglio sui reali motivi che generano le fragilità… Così ogni elemento piccolo e locale viene preso come motivo sufficiente a spiegare problemi più grandi e lontani come: la secolarizzazione, la contro evangelizzazione dei media, la cultura anti-evangelica molto pervasiva nella società contemporanea. Le possibili soluzioni proposte da chi ha uno sguardo così ristretto non funzioneranno, perché la diagnosi dei mali non è stata corretta e la cura risulterà approssimativa”.

Per il vescovo la seconda piaga consiste in uno sguardo che non permette di vedere le risorse: “Questa privatizzazione degli spazi genera spesso stanze quasi chiuse, o usate pochissimo, piene di carte e di cose assommate da gente che le usava, ma ora si è invecchiata, o ridotta a poche unità, ma non vuol condividerle con altri. I locali di ministero sono sempre dei luoghi ecclesiali e dovrebbero essere a disposizione di tutta la Chiesa.

Si afferma spesso che ci mancano nuove strutture e spazi più ampi, però non si ha il coraggio di chiedersi come rifunzionalizzare le strutture esistenti, favorendo un utilizzo efficiente e collaborativo, secondo una visione più ampia della pastorale di insieme. Condividere l’uso di uno spazio costringe a coordinarsi tra operatori pastorali, a progettare per tempo e con ordine le iniziative, a rinnovare le proposte privilegiando le azioni fatte assieme. Tutte cose preziosissime per un vero rinnovamento della pastorale e la sua apertura al mondo”.

La terza piaga riguarda la pastorale: “Terza piaga. Consiste nell’aver impostato per decenni quasi tutta la pastorale sulla strategia di: creare “buone abitudini” senza curare le motivazioni per cui si vivevano certe azioni pastorali… Creare nuove buone abitudini costa fatica e pazienza e soprattutto va fatto a partire dal trasmettere convinzioni e motivazioni. Non basta riprendere a celebrare come prima, se non si lavora a riannunciare la fede e rimotivarne il valore nella vita delle persone”.

La quarta piaga è quella del potere: “Abbiamo ancora una Chiesa molto centrata sulla figura del prete, che tutto anima e tutto decide, senza cui niente si può muovere. In questa pericolosa confusione tra un presbiterato vissuto come vocazione ‘al servizio’ del popolo di Dio o vocazione ‘al potere’ sul popolo, sta il nucleo del ‘clericalismo’ tanto spesso criticato da papa Francesco. In alcune parrocchie questo schema ha portato anche ad uno stile di ‘potere’ e non di ‘servizio di alcuni laici (uomini e donne) che nella piccola comunità, parte di una Unità Pastorale e magari residuo di una micro-parrocchia del passato, sono cresciuti come dei sostituti del prete accentratore, con il fatto che spesso stanno lì da più tempo del prete attuale e sono loro lo snodo di tutto”.

L’ultima piaga riguarda la formazione: “La formazione di preti e laici pensata come: il semplice trasmettere la modalità usuale di fare le cose e non come insegnare a capire la realtà e adattare creativamente le scelte pastorali ad un mondo già molto cambiato. Questo accade, ad esempio, nella formazione dei catechisti che sono invitati a ripetere schemi che funzionavano 20 o 30 anni fa, quando si era formato il loro prete.

Anche i grandi Movimenti e Cammini presenti in diocesi, nati negli anni ’70, propongono ancora uno stile pastorale che allora era innovativo, ma oggi se non si rinnova seriamente, risponde sempre meno alla realtà attuale. Manca l’idea di guardare ed ascoltare la realtà, soprattutto i giovani che abbiamo davanti e le loro famiglie che sono profondamente cambiate”.

Ed ecco i dieci punti di forza della Chiesa diocesana, che si fonda sulla fede popolare: “Il valore della fede popolare è poi una realtà condivisa anche dalla gran parte delle Istituzioni e delle realtà di Volontariato sociale, che vi riconoscono una forma di socializzazione potente ed inclusiva. Anche tra i nuovi residenti non cattolici, ma provenienti dal mondo ortodosso, molti condividono queste forme di preghiera popolare, realizzando quell’ecumenismo dal basso che non va certo disprezzato”.

Dai fedeli è infatti emerso il desiderio di pregare: “La vita di oggi non permette orari normali a tanta gente. Proporre occasioni di preghiera in orari e forme nuove, potrebbe essere un modo per andare incontro al desiderio buono di pregare che hanno tante persone. Il successo dei media che propongono la preghiera per le persone sole ed ammalate, pensate a Radio Maria, al Rosario da Lourdes di TV2000 o a trasmissioni di EmmeTV sul canale 89 rispondono in qualche modo a questo desiderio, ma si potrebbe fare certamente di più e meglio”.

Una parte importante per la diocesi sono anche le aggregazioni laicali e la pastorale familiare: “Di fatto quasi tutte le realtà ecclesiali cattoliche sono presenti, accolte e stimate nella nostra Chiesa Diocesana e spesso compresenti in una stessa parrocchia. Questo non è un segno di debolezza, non è infatti un limite ma una virtù che non siamo una Diocesi ‘schierata’ per una sola realtà. Nasce dal rispetto di tutti i Segni dei tempi ed i Carismi che lo Spirito ha suscitato tra noi”.

Altro punto di forza riguarda gli oratori ed i giovani: “Pensare ad un Oratorio per una parrocchia piccola o anche media è quasi sempre velleitario. Solo la dimensione di una Unità Pastorale, ma dove tutti collaborino e lo sentano come una ricchezza comune, può permettere non solo di realizzarlo, ma anche di dargli solidità e futuro. Alcuni oratori nati con questa visione aperta stanno non solo sopravvivendo, ma crescendo e si sta formando una tradizione buona perché giungono i primi nuovi animatori ’nati’ in Oratorio”.

Altro punto di forza è il volontariato sociale: “Il numero delle sigle registrate nei vari comuni è molto alto, ma rispetto al passato si riscontra che sono aumentate di tanto le sigle, mentre il numero delle persone globalmente coinvolte è diminuito. Ciò testimonia in questo campo la crescita del particolarismo e la tendenza a formare gruppi chiusi e spesso contrapposti.

Nonostante questi segni di crisi, la realtà è ancora molto rilevante e mostra la propensione della nostra gente all’impegno nel bene, soprattutto se si possono sperimentare e testimoniare risultati concreti e significativi. Questo dovrebbe incoraggiarci a fare proposte in questo ambito, sia di collaborazione con gli Enti presenti che rivolte a nuovi volontari”.

Inoltre il vescovo ha sottolineato la crescita del diaconato permanente: “A differenza di altre diocesi, dovremmo essere fieri del fatto che i nostri Diaconi non si limitano a svolgere un servizio di assistenza liturgica nelle celebrazioni, ma sono impegnati in maniera più fedele al sacramento ricevuto: in ambito caritativo ed amministrativo, sia Diocesano che di Unità Pastorale, anche con significativi compiti dirigenziali. E’ cresciuto anche di qualità il coinvolgimento delle spose dei nostri diaconi nella collaborazione alla vita di preghiera e di azione pastorale dei loro sposi”.

E’ un invito ad un potenziamento dei mezzi di comunicazione diocesani: “E’ importante che si potenzi il volontariato in ambito comunicativo, così come l’uso delle competenze acquisite per realizzare progetti di formazione dei nostri giovani alla comunicazione competente e ricca di contenuti positivi, via video e social. Durante la visita pastorale ho verificato più volte che ci sono ampi spazi di crescita per far aumentare la connessione tra questi mezzi e le realtà vive ed attive del nostro territorio diocesano, in particolare i giovani degli oratori”.

Insomma è stato un invito alla missionarietà: “In questo modo c’è un prezioso scambio di esperienze, i presbiteri in missione non si sentono soli e dimenticati e possono portare una visione di Chiesa universale anche nelle nostre parrocchie più piccole. Questa visione universale, che lega la nostra piccola diocesi: alla Cina, all’America latina, all’Africa ed a varie parti dell’Europa e dell’Asia, è una grande ricchezza che ci permette di comprendere la grandezza del mondo e della Chiesa Cattolica e di essere sempre più aperti al confronto ed al dialogo piuttosto che allo scontro tra le culture”.

E’ stato un invito ad appassionarsi alla Parola di Dio: “Questa crescita di qualità dei cristiani dovrebbe spingere i nostri preti e diaconi allo studio e ad una preparazione più attenta e competente delle omelie ed anche dell’arte di presiedere le celebrazioni. La liturgia ha un suo ritmo celebrativo, che non tollera né lungaggini, né corse per finire presto. Poi celebrare bene richiede di creare un giusto equilibrio tra: la parola, i segni, il canto ed il silenzio”.

Ed infine ha sottolineato l’impegno caritativo: “E’ l’aspetto più sociale della nostra azione cristiana, che sta sempre più diventando competente e concreta. Il rischio però di ricadere solo nella logica della denuncia sterile, del perdersi in chiacchiere, o dell’attivismo improvvisato, in questo ambito è sempre possibile e richiede grande vigilanza. Ci sono però tante forze buone e giovani ed altre ne stiamo mobilitando, che permettono di guardare al futuro con grande speranza in questo campo”.

Concludendo la lettera pastorale mons. Marconi ha chiesto un ‘cambio’ di mentalità: “Manca ancora una mentalità capace di capire che gli Uffici Diocesani sono a servizio delle Unità Pastorali e non viceversa. Ancora la Curia è sentita da alcuni come un centro da evitare, a cui tenere nascoste le cose, perché non si impiccino troppo di ciò che avviene in periferia, creando problemi.

Questo spesso è dovuto al fatto che non si comprende la necessità attuale di seguire le normative ed i protocolli, coltivando l’idea errata che tutto sia solo burocrazia… Il ruolo degli Uffici di Curia è così di dare alle Parrocchie ed Unità Pastorali quel supporto di conoscenze tecniche e di coordinamento di cui oggi non si può più fare a meno”.

Papa Francesco invita a condividere la speranza nel messaggio delle Comunicazioni Sociali

Papa Francesco

“In questo nostro tempo segnato dalla disinformazione e dalla polarizzazione, dove pochi centri di potere controllano una massa di dati e di informazioni senza precedenti, mi rivolgo a voi nella consapevolezza di quanto sia necessario (oggi più che mai) il vostro lavoro di giornalisti e comunicatori. C’è bisogno del vostro impegno coraggioso nel mettere al centro della comunicazione la responsabilità personale e collettiva verso il prossimo”:

comincia così il messaggio di papa Francesco per la 59^ Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, intitolato ‘Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori’, con l’esortazione ad essere “comunicatori di speranza, incominciando da un rinnovamento del vostro lavoro e della vostra missione secondo lo spirito del Vangelo”.

Con questo messaggio il papa invita a ‘disarmare’ la comunicazione, cioè a non suscitare ‘reazioni istintive’: “Troppo spesso oggi la comunicazione non genera speranza, ma paura e disperazione, pregiudizio e rancore, fanatismo e addirittura odio. Troppe volte essa semplifica la realtà per suscitare reazioni istintive; usa la parola come una lama; si serve persino di informazioni false o deformate ad arte per lanciare messaggi destinati a eccitare gli animi, a provocare, a ferire”.

Quindi non si può raccontare la realtà solo attraverso slogan: “Ho già ribadito più volte la necessità di “disarmare” la comunicazione, di purificarla dall’aggressività. Non porta mai buoni frutti ridurre la realtà a slogan. Vediamo tutti come (dai talk show televisivi alle guerre verbali sui social media) rischi di prevalere il paradigma della competizione, della contrapposizione, della volontà di dominio e di possesso, della manipolazione dell’opinione pubblica”.

Per questo il papa ha messo in guardia da una ‘dispersione’ dell’attenzione: “C’è anche un altro fenomeno preoccupante: quello che potremmo definire della ‘dispersione programmata dell’attenzione’ attraverso i sistemi digitali, che, profilandoci secondo le logiche del mercato, modificano la nostra percezione della realtà. Succede così che assistiamo, spesso impotenti, a una sorta di atomizzazione degli interessi, e questo finisce per minare le basi del nostro essere comunità, la capacità di lavorare insieme per un bene comune, di ascoltarci, di comprendere le ragioni dell’altro”.

E’ un invito a non cedere alla logica della creazione del ‘nemico’, citando mons. Tonino Bello: “Sembra allora che individuare un “nemico” contro cui scagliarsi verbalmente sia indispensabile per affermare sé stessi. E quando l’altro diventa “nemico”, quando si oscurano il suo volto e la sua dignità per schernirlo e deriderlo, viene meno anche la possibilità di generare speranza. Come ci ha insegnato don Tonino Bello, tutti i conflitti ‘trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti’. Non possiamo arrenderci a questa logica”.

Con un riferimento alla prima lettera di Pietro il papa ha invitato a dare ‘ragione’ della speranza: “Nella Prima Lettera di Pietro troviamo una sintesi mirabile in cui la speranza viene posta in connessione con la testimonianza e con la comunicazione cristiana: ‘Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto’. Vorrei soffermarmi su tre messaggi che possiamo trarre da queste parole”.

Quindi la speranza ha un ‘volto’, che si manifesta nella bellezza dell’amore di Dio: “Adorate il Signore, nei vostri cuori: la speranza dei cristiani ha un volto, il volto del Signore risorto. La sua promessa di essere sempre con noi attraverso il dono dello Spirito Santo ci permette di sperare anche contro ogni speranza e di vedere le briciole di bene nascoste anche quando tutto sembra perduto. Il secondo messaggio ci chiede di essere pronti a dare ragione della speranza che è in noi… I cristiani non sono anzitutto quelli che ‘parlano’ di Dio, ma quelli che riverberano la bellezza del suo amore, un modo nuovo di vivere ogni cosa”.

Questo va fatto con ‘dolcezza’: “La comunicazione dei cristiani (ma direi anche la comunicazione in generale) dovrebbe essere intessuta di mitezza, di prossimità: lo stile dei compagni di strada, seguendo il più grande Comunicatore di tutti i tempi, Gesù di Nazaret, che lungo la strada dialogava con i due discepoli di Emmaus facendo ardere il loro cuore per come interpretava gli avvenimenti alla luce delle Scritture”.

Quindi il ‘sogno’ del papa consiste in una comunicazione in grado di parlare al ‘cuore’: “Sogno per questo una comunicazione che sappia renderci compagni di strada di tanti nostri fratelli e sorelle, per riaccendere in loro la speranza in un tempo così travagliato. Una comunicazione che sia capace di parlare al cuore, di suscitare non reazioni passionali di chiusura e rabbia, ma atteggiamenti di apertura e amicizia; capace di puntare sulla bellezza e sulla speranza anche nelle situazioni apparentemente più disperate; di generare impegno, empatia, interesse per gli altri”.

Una comunicazione che non è autoreferenziale: “Sogno una comunicazione che non venda illusioni o paure, ma sia in grado di dare ragioni per sperare… Per fare ciò dobbiamo guarire dalle ‘malattie’ del protagonismo e dell’autoreferenzialità, evitare il rischio di parlarci addosso: il buon comunicatore fa sì che chi ascolta, legge o guarda possa essere partecipe, possa essere vicino, possa ritrovare la parte migliore di sé stesso ed entrare con questi atteggiamenti nelle storie raccontate. Comunicare così aiuta a diventare ‘pellegrini di speranza’, come recita il motto del Giubileo”.

E’ un invito a realizzare la speranza come ‘progetto comunitario’ di rinascita come dono della misericordia di Dio: “Pensiamo per un momento alla grandezza del messaggio di questo anno di grazia: siamo invitati tutti (davvero tutti!) a ricominciare, a permettere a Dio di risollevarci, a lasciare che ci abbracci e ci inondi di misericordia. Si intrecciano in tutto questo la dimensione personale e quella comunitaria. Ci si mette in viaggio insieme, si compie il pellegrinaggio con tanti fratelli e sorelle, si attraversa insieme la Porta Santa”.

Per questo il Giubileo è un invito alle ‘opere sociali’: “Il Giubileo ha molte implicazioni sociali. Pensiamo ad esempio al messaggio di misericordia e speranza per chi vive nelle carceri, o all’appello alla vicinanza e alla tenerezza verso chi soffre ed è ai margini. Il Giubileo ci ricorda che quanti si fanno operatori di pace ‘saranno chiamati figli di Dio’. E così ci apre alla speranza, ci indica l’esigenza di una comunicazione attenta, mite, riflessiva, capace di indicare vie di dialogo”.

Il messaggio papale è un incoraggiamento a raccontare le ‘storie’: “Vi incoraggio perciò a scoprire e raccontare le tante storie di bene nascoste fra le pieghe della cronaca; a imitare i cercatori d’oro, che setacciano instancabilmente la sabbia alla ricerca della minuscola pepita. E’ bello trovare questi semi di speranza e farli conoscere.

Aiuta il mondo ad essere un po’ meno sordo al grido degli ultimi, un po’ meno indifferente, un po’ meno chiuso. Sappiate sempre scovare le scintille di bene che ci permettono di sperare. Questa comunicazione può aiutare a tessere la comunione, a farci sentire meno soli, a riscoprire l’importanza del camminare insieme”.

Infine il messaggio è un invito a curare il ‘cuore’, cioè l’interiorità e la relazione: “Essere miti e non dimenticare mai il volto dell’altro; parlare al cuore delle donne e degli uomini al servizio dei quali state svolgendo il vostro lavoro. Non permettere che le reazioni istintive guidino la vostra comunicazione. Seminare sempre speranza, anche quando è difficile, anche quando costa, anche quando sembra non portare frutto. Cercare di praticare una comunicazione che sappia risanare le ferite della nostra umanità”.

Ed ha enucleato alcune ‘azioni’ che possono dare ‘fiducia’ alla speranza: “Dare spazio alla fiducia del cuore che, come un fiore esile ma resistente, non soccombe alle intemperie della vita ma sboccia e cresce nei luoghi più impensati: nella speranza delle madri che ogni giorno pregano per rivedere i propri figli tornare dalle trincee di un conflitto; nella speranza dei padri che migrano tra mille rischi e peripezie in cerca di un futuro migliore; nella speranza dei bambini che riescono a giocare, sorridere e credere nella vita anche fra le macerie delle guerre e nelle strade povere delle favelas.

Essere testimoni e promotori di una comunicazione non ostile, che diffonda una cultura della cura, costruisca ponti e penetri nei muri visibili e invisibili del nostro tempo. Raccontare storie intrise di speranza, avendo a cuore il nostro comune destino e scrivendo insieme la storia del nostro futuro. Tutto ciò potete e possiamo farlo con la grazia di Dio, che il Giubileo ci aiuta a ricevere in abbondanza”.

Umberto Folena: l’umorismo aiuta a comprendere la realtà

Ogni notte, immancabilmente, il gallo Carletto cantava. Ma quella notte, e le notti seguenti, non canto?; ed all’alba seguente apparivano su muri e serrande di Tretronchi misteriose lettere scarlatte…Il parroco don Ulisse con la sorella Elvezia, il sindaco Achille con la figlia Alice, il barbiere Tarcisio, il vecchio Bortolo e le suore Leopoldine, e i potenti del paese, Bragadin e il Cavaliere… Sono dozzine gli abitanti di Tretronchi, borgo immaginario del Veneto pedemontano, che affollano il primo romanzo di Umberto Folena, editorialista di Avvenire, ‘La notte in cui Carletto non cantò’.

Si incontrano, si scontrano e affrontano piccole grandi imprese, raccontate con affetto e umorismo in questo romanzo presentato a Tolentino su invito del circolo culturale ‘Tullio Colsalvatico’: “Carletto non aveva cantato, quella notte. Carletto era un gallo problematico ma non per colpa sua, e poi bastava abituarsi: lui cominciava a schiarirsi l’ugola a mezzanotte, alle due aveva le tonsille calde e alle tre e mezza dava il meglio di sé. All’alba si addormentava spossato avvolto nel sonno dei giusti, lasciando agli altri galli di Tretronchi il compito di fare i galli secondo contratto, tradizione e prevedibilità”.

Ed ha spiegato la genesi del romanzo: “Si potrebbe definire un romanzo su commissione, perché gli amici dell’editrice Ancora mi hanno chiesto di ricreare in un romanzo un mondo simile a quello di Guareschi. Ci ho provato, anche se tutto è cambiato in questi 70 anni, puntando a scrivere un racconto corale, di popolo, ambientato in un paesino del Veneto pedemontano di oggi”.

Missione ambiziosa, affrontata ‘con grande divertimento’, perché l’autore si è immerso con la sua straripante fantasia dentro questo piccolo borgo dal nome faticoso, ‘in cui non succede mai niente’ (a parte l’enigmatico silenzio del gallo per tre giorni) e lo ha popolato di una ventina di personaggi (dal barbiere all’immigrato, tutti citati nelle prime pagine in rigoroso ordine alfabetico) che abitano e animano in verità tutte le parrocchie italiane, non solo quelle venete.

Umberto Folena perché Carletto non cantò più?

“Carletto è un gallo, che ha la buona abitudine di cantare tutte le notti tra le 3 e le 4 e non al mattino, come i galli normali. Però ad un certo punto inizia a non cantare e quando non canta significa che nel paese di Tretronchi sta per accadere qualcosa di sgradevole. Tretronchi è il paese immaginario della pedemontana veneta, dove sono ambientati i miei romanzi”.

Perché il romanzo riprende la struttura del ‘piccolo mondo’ di Guareschi?

“Mi sono innamorato di ‘piccolo mondo’, ma non mi paragono a Guareschi. L’editore, che mi ha commissionato questo romanzo, mi ha chiesto di provare a narrare il ‘mondo piccolo’ di Guareschi, 70 anni dopo. Don Camillo e Peppone non esistono più nell’Italia dei nostri tempi. Ho tentato di mettere in scena un ‘popolo’ con circa 60 personaggi di Tretronchi in una specie di romanzo popolare, non solo perché si rivolge a tutti, ma soprattutto perché il popolo è protagonista:

è la rappresentazione di una comunità, che cerca di essere comunità, ossia di contrastare tutte le spinte che cercano di fare diventare gli individui soli, isolati ed ansiosi; quindi più controllabili. Invece, il tentativo di alcuni è quello di ricostruire legami sempre più forti di comunità e creare tutto ciò che può aiutare la comunità a vivere ed a produrre. Da una parte ci sono i costruttori e dall’altra i distruttori: questo è un confronto titanico nello scenario planetario, nel microcosmo di Tretronchi questo scontro c’è ed è rappresentativo di uno scontro più ampio”.

In quale modo la scrittura può essere divertente?

“La scrittura è divertente, quando l’autore si diverte a scrivere. Mi sono divertito molto, anche se ciò non è una garanzia che chi mi leggerà si divertirà, ma certamente è la prima condizione che il libro sia divertente: io mi sono divertito molto a scrivere. Poi uso tecniche, imparate in 40 anni di giornalismo, per rendere la lettura più scorrevole possibile. Per rendere la scrittura leggibile ci sono anche tante norme da applicare, aldilà del dono di natura”.

Cosa è l’umorismo nella scrittura?

“L’umorismo nella scrittura consiste nello strappare un sorriso e saper individuare i paradossi e saper cogliere le contraddizioni. Occorre saper essere ironici, perché l’ironia è un’arte sottile;  troppo forte sconfina nel sarcasmo ed è distruttiva; troppo debole non viene compresa e non funziona. E’ questione di equilibrio, come quando guidi la macchina; oppure quando cucini un piatto. L’ironia è qualcosa di analogo; occorre innanzitutto ridere di se stessi. L’autoironia è la condizione, perché possa sorridere di un altro e di una situazione particolare. Trovare i paradossi e non prendersi completamente sul serio ci salvano dall’ansia, dalla disperazione e dall’arroganza. Gli arroganti sono incapaci di ironia”.       

Una guerra metafisica. La teologia estinta

‘Una guerra metafisica’ di Simone Tropea è un libro più unico che raro nell’attuale panorama culturale, che non è facile inquadrare, perché si tratta di un’analisi filosofica approfondita come poche e davvero inedita per gli scenari che apre. Nel volume sono minuziosamente mostrate e sviscerate le interconnessioni tra le crisi geopolitiche, economiche e psicologiche della società contemporanea, in un quadro che ribalta tutte le prospettive riduzioniste.

L’autore è un filosofo e giornalista che vive in Israele, e passa con disinvoltura dagli scenari bellici alle aule accademiche, fotografando con equilibrio i sistemi economici e quelli militari, analizzando il leviatano dell’informazione e la crisi delle istituzioni democratiche, fino a mostrare il rapporto che esiste tra questi fenomeni e gli stati di coscienza in cui si trovano intere porzioni di mondo.

L’autore costruisce la sua analisi partendo dall’osservazione di George Steiner sulla ‘teologia estinta’ operante nella società moderna e fa intravedere le connessioni tra fenomeni sociali e spirituali apparentemente lontani. L’idea di una ‘teologia estinta’ gli serve come punto di partenza per esplorare il passaggio dalla teologia alla tecnologia come nuovo spazio di mediazione tra l’uomo e il mondo.

L’autore esamina le implicazioni di questo cambiamento sulla comprensione della realtà e dell’esperienza umana: “Esaminando l’impatto delle nuove tecnologie, da Instagram a Chat-GPT, e con una pungente disanima del contesto politico attuale, il saggio tocca in profondità l’anima del nostro tempo e il modo in cui si tracciano i suoi caratteri essenziali. In una sintesi che non si limita alla critica, appare un progetto rivoluzionario rivolto alle imprese, ai singoli e agli stati”. 

L’opera, strutturata in tre parti, offre una prospettiva analitica originale sulla realtà contemporanea, che affronta con lucida consapevolezza le sfide poste dal mondo moderno e tecnologizzato, di cui l’autore intercetta l’insospettabile ‘religiosità’, notificando la sua paradossale epifania a più livelli.

Centrale nell’opera è l’analisi della sovrapposizione tra ideologia e teologia, di cui il conflitto tra Israele e l’Iran è forse il caso più esemplare. Tropea fa risalire le origini di questa fusione al pensiero di Spinoza, al suo tempo che ha tante analogie col nostro, esaminando come questo processo abbia portato a una progressiva secolarizzazione del pensiero teologico anche laddove vige un sistema culturale apparentemente ‘religioso’. Da lì, sviluppa un’indagine che si estende alle conseguenze di tale sovrapposizione per quanto riguarda la comprensione della storia moderna e il ruolo reale della religione nella società contemporanea.

Recuperando secoli di cultura e proiettando lo sguardo al futuro, l’autore dedica particolare attenzione al ruolo storico del cristianesimo e al concetto di incarnazione nel contesto del rapporto tra tecnica (politica, digitale o anche solo linguistica) ed il mistero. Questa sezione dell’opera offre una riflessione profonda su come l’evento dell’incarnazione abbia trasformato la comprensione del rapporto tra l’umano e il divino, tra il finito e l’infinito, fornendo una chiave interpretativa per comprendere le tensioni che, forse, non siamo capaci di chiamare col loro nome, ma che in realtà dilaniano e dilatano la nostra percezione delle cose.

Un aspetto innovativo dell’opera è l’esame della ‘teologia del corpo di Cristo’ in relazione alle visioni transumaniste contemporanee. Tropea mette a confronto questa prospettiva teologica con le tendenze che vedono la tecnologia come mezzo per superare i limiti della condizione umana, offrendo una critica filosofica degli eccessi tecnofili e tecnofobi dominanti.

L’analisi si estende all’impatto della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale sulla formazione dell’identità e della memoria sociale. In questo contesto, l’autore esamina il concetto di ‘Singolarità Tecnologica’, mettendolo in relazione con le visioni escatologiche dell’occidente e dell’oriente e offrendo una valutazione critica delle implicazioni filosofiche e antropologiche di queste prospettive. Poco note, forse, ma centrali per capire gli indirizzi e gli interessi di grandi colossi finanziari le cui scelte pesano sulla vita di miliardi di persone.

Il saggio include, in apertura, uno studio inedito del sionismo come caso esemplare per comprendere la problematizzazione dell’esperienza in un’epoca dominata dalla tecnologia. Questo esempio serve a illustrare come la tecnologia e la narrazione storica influenzino la formazione della memoria collettiva e dell’identità culturale, riproponendo in una forma, finalmente riconoscibile, le dinamiche della violenza sacrale.

L’opera attinge anche alla ricca tradizione della filosofia e teologia russa, in particolare al pensiero dei filosofi della diaspora del XX secolo. Questo riferimento offre una prospettiva unica sul rapporto tra teologia, filosofia e scienza, proponendo un approccio a un pensiero ‘organico’ che integri queste diverse dimensioni del sapere. Fondamentale sapere che questi studi sono stati condotti sul campo, mentre l’autore seguiva da corrispondente il conflitto russo-ucraino, riferendone tutta la portata simbolica ‘apocalittica’.

‘Una guerra metafisica’ è un libro per chi vuole andare oltre la cronaca o gli slogan a buon mercato, che si distingue per la sua profondità analitica e la sua capacità di mettere in relazione concetti complessi provenienti da diverse discipline. L’approccio di Tropea è la ricerca di un faticoso equilibrio tra il rigore filosofico e le espressioni pop e commerciali della cultura contemporanea, come serie Netflix e discografia di consumo, che egli recupera in modo esemplare, rendendo il linguaggio scorrevole e accessibile. Tutto questo per offrire una visione critica e stimolante delle sfide poste dalla società tecnologica, dilaniata dai conflitti esterni e interiori, che l’autore conosce in prima persona come giornalista di guerra e come filosofo.

Quest’opera di Tropea rappresenta un contributo significativo al dibattito contemporaneo sul ruolo della teologia e della metafisica nell’era tecnologica, che riabilita la filosofia come approccio necessario alla lettura di sé e del mondo. Attraverso un’analisi rigorosa e multidisciplinare, l’autore offre una prospettiva originale, invitando a una riflessione profonda sulle questioni fondamentali dell’esistenza umana nel contesto della modernità che se a volte pare travolgerci, è proprio perché non siamo in grado di leggerla.

Fra Fusarelli: santa Camilla Battista Varano è un faro per vivere nella realtà

Nei giorni scorsi il Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, fr. Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera in occasione del quinto centenario della morte di santa Camilla Battista Varano, avvenuta il 17 ottobre 1524, che nella ‘Vita spirituale’, redatta nel 1491 ed indirizzata al frate francescano Domenico da Leonessa, scrive: ‘Mi pare di poterla chiamare con tutta sincerità infelicissima felicità.. Ornarmi e leggere le cose vane,… in suonare, cantare, ballare, pazzeggiare e altre cose giovanili e mondane… Mi erano in tanto fastidio le cose devote e i frati e le suore, che non [ne] potevo vedere nessuno’.

Da qui prende spunto la lettera del Ministro generale, che analizza il testo della Santa: “Il testo rivela in filigrana le doti letterarie non comuni di questa donna, ma soprattutto dischiude al mistero dell’incontro tra la giovane Camilla e il ‘suo Signore’, rivelandoci i tratti di una relazione viva e vivace che giungerà alla fecondità mistica del percorre la ‘via del Divino Amore’ giungendo a ‘vedere tanto amore, immenso come il mare e sviscerato, senza alcun ordine e misura che Dio portava alla creatura, che non mi potevo trattenere dal dire: O pazzia! O pazzia!’ Nessun vocabolo mi pareva più vero e conveniente a tanto amore’… Il desiderio di donarsi al Signore maturerà solo alcuni anni dopo, durante la quaresima del 1479, ravvivato dall’ascolto di un’altra predica, questa volta del frate minore Francesco da Urbino”.

Alcuni anni dopo fa la professione di fede: “Così il 14 novembre 1481 entra nel monastero delle clarisse di Urbino e cinque mesi dopo farà la sua ‘amara professione’ nella vita religiosa, come la definì alcuni anni dopo nei Ricordi di Gesù Cristo rievocando i molti ostacoli affrontati…

Ad Urbino Camilla Battista trovò ‘il dolcissimo canto delle preghiere devote, la bellezza dei buoni esempi, i segreti giacigli delle grazie divine e dei doni del cielo’. Nel 1484, dietro le pressioni paterne e in obbedienza al Papa, rientra, con otto sorelle, a Camerino, in un antico monastero restaurato per l’occasione dal padre. Qui Camilla Battista introduce la regola di santa Chiara di Assisi, con la scelta inequivocabile e ferma di osservare l’altissima povertà, rifiutando ogni dispensa, pena lo scioglimento istantaneo della comunità, ostacolando così il disegno del duca di dotare il monastero di rendite e benefici”.

Nel 1484 compone l’opera ‘I dolori mentali di Gesù Cristo nella sua passione’: “Custodendo la ‘continua e dolce memoria della Passione di Cristo, arca dei tesori celesti, fonte inesauribile d’acqua viva, pozzo profondissimo dei segreti di Dio’, Camilla Battista, guidata da Gesù, giunge a penetrare il mistero della passione attraverso una nuova prospettiva, come lei stessa rivela:

‘Durante quel tempo fui introdotta, per mirabile grazia dello Spirito Santo, nel cuore di Gesù, vero e solo mare amarissimo, insondabile ad ogni intelletto angelico e umano. E mi fu mostrato che tanta differenza c’è tra chi si appaga delle pene mentali di Gesù Cristo e chi invece si appaga solo nella umanità appassionata di Cristo, quanta differenza c’è tra il vaso ricolmo di miele e il vaso che fuori è irrigato un poco da quello che sta dentro’…

E accade il prodigio: Cristo le dischiude il suo cuore, ‘quel cuore trafitto dalla lancia, quel cuore che ha sopportato tutte le vicende umane, che non si è ritratto di fronte al rischio cui l’esponeva l’amore, né si è rinchiuso in se stesso perché il suo amore fiammante non veniva corrisposto’, e in quel cuore, attraverso il costato ferito, all’amata è dato di contemplare il sigillo della promessa: ‘Io ti amo Camilla’. Ecco perché santa Camilla Battista giungerà alla vertiginosa richiesta di rimanere lì, ai piedi di quel crocifisso, per sempre”.

La lettera del ministro generale si sofferma sulla spiritualità della santa camerte: “Negli anni seguenti al rientro, Camilla Battista rimarrà a Camerino fino alla morte avvenuta il 31 maggio 1524 a causa della peste. La permanenza è interrotta solo da rare occasioni legate a missioni come quella affidatale nel 1505-1507 dal papa Giulio II per la riforma del monastero delle clarisse di Fermo e quella analoga del 1521-1522 presso la comunità di San Severino Marche…

La vicenda storica e familiare di Camilla Battista ci introduce a quel mistero che rappresenta ogni santo per la Chiesa di Dio. Tra le pieghe degli eventi e delle vicissitudini liete e drammatiche, nobili e contraddittorie, si nasconde l’avventura spirituale e mistica di questa grande donna. La figura di Camilla Battista appartiene alla numerosa schiera di mistiche, non solo francescane e italiane. Nel suo profilo spirituale trovano una straordinaria sintesi la fede e l’umanità, la mistica e la quotidianità, lo spirito e la carne, la ragione e l’emozione, la terra e il cielo, l’amore e il dolore”.

Infatti la mistica è la chiave di lettura per comprendere un’esperienza di santità: “La mistica, quale chiave di lettura dell’esperienza di un santo, indica a ciascuno di noi la meta della nostra sequela di Cristo e rappresenta una finestra aperta sul mistero della compartecipazione dell’essere umano al disegno d’amore del Padre. L’esperienza mistica di Camilla Battista ci aiuta a guarire la costante tentazione di espellere dal nostro cammino spirituale quanto di reale, contraddittorio, scandaloso e banale sperimentiamo nella nostra vita”.

La mistica è un aiuta a vivere la quotidianità: “Ci aiuta a salvare il contatto con la realtà, sempre complessa e caotica. Ci insegna e ci ricorda che la vera mistica non elude il quotidiano, non rifugge l’angoscia, non teme la vita reale. Anzi, è proprio la vita reale, con le sue imprevedibili e sfiancanti sfide, il luogo in cui la vera mistica prende carne e si sviluppa, mediante l’ascolto, la lotta e l’amore, ossia riconoscendo la presenza discreta ma efficace di Colui che fa nuove tutte le cose”.

Ed ha tracciato alcune caratteristiche di santa Camilla: “Camilla Battista innanzitutto è una donna che ascolta, nel senso biblico e mariano di questo termine. Ascolta e mette in pratica. Non appena capisce di aver incontrato qualcosa che può farla progredire nel cammino spirituale, come accadde durante l’ascolto della ‘predica della lacrimuccia’ di fra Domenico da Leonessa e quella della ‘scintilla’ di fra Francesco da Urbino: decide, delibera, si assume la responsabilità della propria vita e la fedeltà tenace a questi piccoli impegni diventa la goccia che scava in lei il canale per il passaggio della grazia”.

Quindi la mistica non è una rinuncia: “Un’altra caratteristica della spiritualità della Varano è quella della lotta, passaggio ineludibile e inevitabile di qualsiasi esperienza cristiana. Camilla non si arrende alle prime difficoltà, non si scoraggia quando sopravvengono le intemperie, non si lamenta giustificando la propria passività, ma resta in una posizione attiva, adulta, consapevole della complessità, ma anche dell’obiettivo del proprio lottare. Ed è proprio l’amore, ardente e appassionato, verso il suo Dolcissimo Sposo, che costituisce la ragione, lo scopo, il premio e la beatitudine di questa santa”.

In questa ‘lotta’ santa Camilla entra in ‘relazione’ con Cristo: “Nel mare sconfinato del Cuore di Cristo Camilla Battista immerge tutta la sua umanità, i suoi desideri più profondi, il suo anelito alla pienezza di vita e di bene. E’ infatti la relazione con Cristo il senso autentico di ogni mistica, che ci spoglia continuamente del nostro attaccamento al fare, all’apparire e al piacere per concederci la vertiginosa esperienza dell’essere-con e dell’essere-in.

La figura di questa Santa ci mostra come la chiamata alla santità non si colloca a livello del ‘cosa fare’, ma del ‘di chi essere’ o ‘a chi appartenere’. Da questa intimità con Cristo, coltivata e rinnovata ogni giorno, lei ci insegna a ricevere ogni giorno la nostra identità, ad apprendere l’autentica conoscenza di Dio, delle nostre capacità e limiti, degli altri e del mondo”.

Tale anniversario è un’occasione per ‘convertire’ il proprio rapporto con la storia e con se stessi: “Molto spesso quello che ostacola il nostro cammino spirituale e soprattutto la sua continua crescita ed evoluzione, sono eventi che accadono nella storia; e poi l’esperienza drammatica della sofferenza e del dolore, e persino elementi della nostra umanità, sempre in tensione tra fragilità e autentica forza, tra le immaturità affettive e il desiderio di relazioni buone.

San Francesco alla Verna ha vissuto la sua ‘grande tentazione’, sciolta in un incontro nuovo con il Cristo. Da parte sua, Camilla Battista di fronte a queste tre sfide ci offre una pista, una luce, per attingere dalla sua esperienza criteri e strumenti per il discernimento nella vita concreta di ogni giorno”.

Quindi la ‘lezione’ della mistica camerte è quella di rimanere ‘incarnati’ nella realtà: “La mistica camerte ci ricorda invece che ogni cammino spirituale, per essere veramente incarnato, deve restare, per tutto il tempo della nostra vita, ancorato alla nostra realtà di creature, con i suoi ineliminabili chiaroscuri. Camilla Battista non ha paura di mostrarsi a noi nella sua fragilità umana e di donna, nelle sue passioni e desideri, perché, senza togliere o cancellare nulla, tutto di lei ha saputo convergere verso Cristo, orientare verso il Regno”.

E’ questa la santità proposta da santa Camilla: “Per questo ci propone e restituisce, oggi, una santità e una mistica integrata e integrale. Oggi riconosciamo che le ferite che segnano il corpo e lo spirito di san Francesco non lo rendono un essere celeste, ma ci consegnano l’immagine viva di Cristo proprio in un’umanità fragile e ferita, percossa e amata incondizionatamente. Un annuncio di speranza per tanti!”            

Al Meeting di Rimini l’Intelligenza Artificiale è ricerca dell’essenziale?

Al Meeting dell’Amicizia tra i popoli, in svolgimento alla fiera di Rimini è andata in scena l’Intelligenza Artificiale con p. Paolo Benanti, docente all’Università Gregoriana di Roma, consigliere di papa Francesco sui temi dell’intelligenza artificiale e dell’etica della tecnologia e membro del Board Onu sull’ Intelligenza Artificiale e presidente della Commissione per l’Intelligenza Artificiale; dott. Luca Tagliaretti, direttore esecutivo del Centro europeo di competenza sulla cyber-sicurezza ed il prof. Mario Rasetti, presidente del Board scientifico di Centai, che hanno dibattuto sul tema ‘L’essenza dell’intelligenza artificiale. Strumento o limite per la libertà?’

Il ‘succo’ dell’incontro è stato il fatto che l’invenzione del transistor ha trasformato l’informatica da strumento di potere in mano a pochi ad innovazione diffusa, come ha sintetizzato il prof. Paolo Benanti, in quanto ‘sono stati inseriti elementi computazionali in qualsiasi aspetto della nostra vita’: “Se la realtà è definita dal software e noi possediamo il bene ma del software abbiamo solo una licenza a chi va usus, abusus e fructus del prodotto?”.

L’ultima innovazione in campo automotive, per esempio, “ha trasformato l’automobile in un oggetto definito dal software. Non si tratta più di acquistare l’oggetto macchina ma di pagare un canone che sblocca via software le funzioni volute. Rendersi conto di questo salto nella realtà definita dal software più che dalla materia ci serve per capire le sfide che viviamo. Di fatto oggi acquistiamo un bene ma abbiamo solo in licenza il software che lo rende fungibile. Nel diritto romano, la proprietà era definita come il pieno godimento assoluto di un oggetto o di un’entità corporea. A questi erano associati diversi elementi.

L’usus era il diritto che il possessore aveva di fare uso dell’oggetto secondo la sua destinazione o natura, il fructus era il diritto di ricevere i frutti, cioè lo sfruttamento economico e si riferisce ai frutti che possono essere raccolti periodicamente senza alterare la sostanza del bene stesso, l’abusus era, invece, il diritto di disposizione basato sul potere di modificare, vendere o distruggere l’oggetto o l’entità data”.

Con la ‘softwarizzazione pervasiva’, si rischia di ‘perderci il fructus’. “La realtà inizia ad essere definita sempre di più dal software e cambiano le catene del potere. Per questo, dobbiamo capire come fare a democratizzare il potere computazionale”.

Quindi la rivoluzione si chiama Intelligenza Artificiale, iniziata 15 anni fa ma solo adesso è da tutti riconoscibile grazie a Chapt Gpt; quindi l’Intelligenza Artificiale può cambiare il mondo ed in questa delicata fase l’uomo contemporaneo giocherà solo sulla difensiva o cercherà i fattori di crescita e sviluppo che l’IA porta con sé?, ha domandato p. Benanti: “E’ necessario costruire guard rail che impediscano alle macchine di finire fuori strada. Noi siamo la generazione che deve assumersi questa responsabilità…. Il 75% dell’umanità utilizza le ‘macchine’ programmate ma solo 27.000.000 sono in grado di parlare il loro linguaggio. Ciò significa che il 99% della popolazione è analfabeta”.

Quindi il problema è educativo: “Siamo di fronte a una questione educativa, di libertà e democrazia. E’ giusto inchinarsi allo 0,35% di ‘nuovi sacerdoti della nuova religione’, quella per la quale la realtà è definita dal software? Occorre democratizzare il potere computazionale. In gioco non c’è solo la tecnologia ma dunque la vita delle persone”.

D’accordo con p. Benanti è stato anche il prof. Mario Rasetti, che ha sottolineato che l’Intelligenza Artificiale è inevitabile: “L’Intelligenza Artificiale non è una bolla ma un processo da controllare, se vogliamo conservare i tratti caratteristici dell’umano, sapendo che il cervello umano è la macchina più strabiliante dell’universo”.

Però sull’uso dei dispositivi digitali da parte degli adolescenti occorre essere vigilanti, ha sottolineato lo psicoterapeuta Alberto Pellai, durante l’incontro ‘Social ed Intelligenza Artificiale: non serve lo schermo per crescere smart’, intervenuto con il prof. Luca Botturi, docente della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI):

“Uno smartphone in mano ad un bambino è come un go kart in autostrada… La vita online dei ragazzi è un contesto che spesso riserva sorprese ai genitori. Dentro all’alleanza educativa, che coinvolge scuola e famiglia, vanno analizzate funzioni e caratteristiche specifiche di strumenti e piattaforme. Per esempio, il mondo online è basato sull’attivazione dopaminergica: genera dipendenza e frammentazione dell’attenzione, viene meno il sonno e, tra l’altro,  i nostri figli dormono, grazie al digitale, due ore in meno a settimana rispetto a prima”.

Quindi per il prof. Luca Botturi è necessaria fornire ai ragazzi un’educazione al’uso digitale: “Non è l’iperconnessione dei ragazzi che sviluppa competenze digitali, ma una giusta formazione all’uso della tecnologia, perché lo sviluppo dei ragazzi ha bisogno di processi di elaborazione lenta”.

E sul tema educativo la Compagnia delle Opere ha sviluppato il  tema dell’uso dell’Intelligenza Artificiale nella scuola, ‘L’intelligenza artificiale va a scuola?’, organizzato in collaborazione con DiSAL (Dirigenti scuole autonome e libere), Diesse (Didattica e innovazione scolastica) e l’associazione ‘Il rischio educativo’ con gli interventi del prof. Emanuele Frontoni, docente di informatica nell’Università di Macerata e co-director ‘Vrai’ (Vision Robotics & Artificial Intelligence Lab) e del prof. Pier Cesare Rivoltella, docente di didattica e tecnologie dell’educazione all’Università di Bologna, fondatore e presidente della Sirem (Società italiana di ricerca sull’educazione mediale):

“L’intelligenza artificiale è uno dei nuovi (relativamente nuovi, a dire il vero, visto che il termine è stato coniato da McCarthy nel 1954 ormai 70 anni fa!) modi con cui entriamo nel mondo digitale e dobbiamo ricordarci che è un prodotto del lavoro dell’uomo nel campo dell’informatica, per poter acquisire dati e produrre elaborazioni sfruttando potenze di calcolo inimmaginabili fino a 15/20 anni fa. Ma un prodotto che resta senza una sua reale (e spesso temuta) autonomia”.

I relatori hanno evidenziato che al centro della scuola c’è la relazione discente-docente, ponendo alcune domande fondamentali: “L’Intelligenza Artificiale può aiutare tale relazione? Può anzi contribuire a creare un clima collaborativo di comprensione e costruzione del senso degli oggetti di studio e della realtà che ci circonda?”

A tali domande occorre fornire il giusto spazio allo sviluppo delle competenze disciplinari ed interdisciplinari: “L’avvento dell’intelligenza artificiale rompe (forse) definitivamente l’immagine di una scuola che si realizza in un metodo trasmissivo e unidirezionale. Che senso ha chiedere informazioni e informazioni fini a sé stesse in un rigido nozionismo di fronte alla possibilità di ottenere quelle stesse informazioni con un mirato prompt a ChatGpt o a Gemini? La strada per arrivare a quelle informazioni, i passi per costruire qualcosa di nuovo ed originale devono diventare l’assetto nuovo dell’impegno di studenti e docenti a scuola”.

(Tratto da Aci Stampa)

Mons. Mosciatti: la santità dà la carica per vivere nella realtà

“Uno degli inni liturgici della festa del nostro patrono san Cassiano così lo descrive: ‘Con zelo insegni ai giovani l’arte di scriver celere e con parole esplicite Cristo verace predichi’. Colpisce di Cassiano la caratteristica di un uomo che ha svolto con diligenza ed entusiasmo il proprio compito, avendo a cuore di insegnare un lavoro ai giovani, ma nello stesso tempo la presenza di Cristo nella sua vita lo ha reso annunciatore del significato del vivere, tanto da parlarne in maniera, dice l’inno, esplicita, chiara e verace” mons. Giovanni Mosciatti, vescovo di Imola, ha definito il patrono della città, san Cassiano come annunciatore di vita nella celebrazione per la festa del patrono.

E’ un tratteggio di una santità quotidiana: “Certamente Cassiano ha vissuto pienamente la sua esistenza nell’operosità e nella creatività del lavoro, ma nell’adesione a Gesù Cristo ha anche trasmesso il significato profondo di quel lavoro e un gusto di vita nuova”.

Quindi i santi vivono nella realtà: “Così è il cristiano: una persona attenta alla realtà e capace di declinare nella vita quotidiana la passione e il gusto per la vita che Gesù ha portato. Con Lui la vita acquista il suo pieno valore e diviene degna di essere vissuta, in ogni suo aspetto”.

Un paragone che potrebbe essere giusto anche per il tempo di oggi: “Oggi viviamo in un tempo secolarizzato e sembra che la proposta cristiana non susciti interesse, ma non è venuto meno il bisogno dell’uomo, il suo irriducibile desiderio di significato. Ce lo dice la nostra esperienza quotidiana.

rSe lasciamo parlare il cuore ci accorgiamo che veramente siamo definiti da un’inquietudine che si manifesta in mille modi. Siamo interconnessi digitalmente 24 ore su 24, ma ci si accorge di uomini e donne spesso sprofondati nella solitudine, con legami solo passeggeri ed evanescenti”.

Il cristianesimo non estranea la gente dalla realtà, perché esso è un avvenimento: “Ciò di cui abbiamo bisogno è però più vicino di quello che pensiamo. Così vicino da identificarsi in un pezzo di pane che possiamo mangiare, in una persona che possiamo abbracciare. Il cristianesimo continua ad accadere come un avvenimento presente…

Questa situazione presenta molte analogie con il paganesimo romano del II-III secolo dopo Cristo. I cristiani di allora non scommisero su una vittoria culturale o politica, rischiarono una testimonianza gratuita che si trasmetteva da persona a persona. In questo modo, in 300 anni, riuscirono a mutare il volto del più grande impero della storia. Così come ci testimonia Cassiano”.

La gente si convertì non per una teoria, ma per una presenza, come quella di san Cassiano nella terra imolese: “Non credettero perché Cristo diceva delle cose, non credettero perché fece miracoli, fino a risuscitare i morti. Tant’è che molti videro ma questa non cambiò la loro vita. Credettero per una presenza carica di proposta, per una presenza carica di significato.

La testimonianza di Cassiano è allora un invito per noi a lasciarci colpire da quello stesso avvenimento. Un invito a verificare se quella presenza carica di significato basta per vivere. Perciò il problema è davvero quello del riaccadere di esperienze di fede, personali e comunitarie, in modo che l’uomo di oggi possa incontrare, di nuovo, o per la prima volta, il cristianesimo. Possa sperimentare il fascino della realtà di Cristo nella vita, come duemila anni fa”.

L’omelia del vescovo imolese è un invito a non preoccuparsi dell’inadeguatezza della propria  testimonianza: “La testimonianza è innanzitutto di Cristo in noi, attraverso il cambiamento che provoca nella nostra vita e a cui io acconsento liberamente… Abbiamo bisogno di qualcosa che non dipenda dalle nostre capacità o dai nostri progetti, ma che riaccada nella nostra vita ed allarghi la misura del nostro cuore”.

In fondo Cristo si è fatto uomo: “Perciò l’incontro con Cristo è l’imbattersi in una realtà umana diversa. Ti imbatti in una realtà umana che ha una differenza di vita che tu percepisci.

Cominciarono ad accorgersi di Cassiano e ad accusarlo dicendogli: ‘Tu sei diverso dagli altri, c’è qualcosa di diverso’. Ecco, l’incontro è l’imbattersi in una diversità, che ti attrae. E’ la modalità con cui Cristo si rende presente agli uomini. E ti attrae perché corrisponde di più al tuo cuore”.

(Foto: Diocesi di Imola)

Il card. Tolentino de Mendonça ha presentato il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia

Oggi il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha presentato il Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, sul tema ‘Con i miei occhi’, visitabile dal 20 aprile al 24 novembre, che sarà visitato anche dal papa domenica 28 aprile: “E’ con grande gioia, quindi, che abbiamo accolto la notizia della visita di papa Francesco al Padiglione. Si tratterà di un momento storico poiché papa Francesco sarà il primo papa a visitare la Biennale di Venezia, il che dimostra chiaramente la volontà della Chiesa di consolidare un dialogo fecondo e ravvicinato con il mondo delle arti e della cultura”.

Ha spiegato il tema scelto dalla Santa Sede per la Biennale veneziana: “Non è un caso che la Santa Sede abbia scelto di presentare il suo padiglione alla Biennale di Venezia, nell’anno in cui questa celebra la sua sessantesima edizione, in un luogo apparentemente inaspettato, come lo può essere il Carcere femminile dell’Isola della Giudecca. E non è certo un caso che il titolo del padiglione, ‘Con i miei occhi’, voglia focalizzare la nostra attenzione sull’importanza di come costruiamo il nostro sguardo sociale, culturale e spirituale, di cui siamo tutti responsabili”.

E’ lo sguardo che è trait d’union tra l’esperienza artistica e l’esperienza di fede: “Viviamo in un’epoca, marcata dal predominio del digitale e dal trionfo delle tecnologie di comunicazione a distanza, che propongono uno sguardo umano sempre più differito e indiretto, correndo il rischio che esso rimanga distaccato dalla realtà stessa.

La contemporaneità preferisce metaforizzare lo sguardo; invece, vedere con i propri occhi conferisce alla visione uno statuto unico, poiché ci coinvolge direttamente nella realtà e ci rende non spettatori, ma testimoni. Questo è ciò che accomuna l’esperienza religiosa con l’esperienza artistica: nessuna delle due smette di valorizzare l’implicazione totale del soggetto”.

In questo sessantesimo anniversario della Biennale il prefetto del dicastero ha ricordato anche il sessantesimo anniversario della proiezione del film di Pier Paolo Pasolini, ‘Il Vangelo secondo Matteo’ a Venezia: “E Pasolini confessò allora che il suo fascino per il Gesù narrato dall’evangelista Matteo era dovuto ‘ai limiti della metaforicità, fino ad essere una realtà’. Basti ricordare il capitolo 25 del Vangelo di Matteo…

Questo è uno dei testi biblici più commentati da papa Francesco e che possiamo certamente associare alle linee portanti del Suo pontificato… Riacquistare la capacità di guardare la realtà, come punto di partenza per ridisegnarla, coreografando nuove possibilità: questo ha sottolineato papa Francesco agli artisti quando li ha ricevuti nello storico incontro dello scorso giugno, nella Cappella Sistina”.

Mentre Giovanni Russo, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia, intervenuto alla presentazione del padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, visitabile nel Carcere femminile della Giudecca, ha affermato che “il carcere è un luogo inaspettato, ma dove l’attesa è una condizione permanente…

Il nostro compito è quello di aiutare i detenuti, in questo caso le detenute, a ricostruire il proprio vissuto dopo gli errori che, per svariate ragioni, sono stati compiuti nella loro vita precedente. Le detenute sono state chiamate non solo ad ospitare, ma anche a collaborare attivamente alla costruzione del Padiglione, e ciò ha avuto un importante ruolo riparativo, un modo per vivere in concreto la generosità, la solidarietà, e tutti quei valori che sono tipici del cristianesimo e che loro nella loro vita passata avevano per ragioni diverse calpestato”.

Invece per per Bruno Racine, curatore del Padiglione della Santa Sede: “Trovare un luogo che sia già in sé un messaggi… sarà un’esperienza per gli artisti, le detenuti e i visitatori, che dovranno capire che attraversano un confine, in sintonia con il tema generale della Biennale, Stranieri ovunque”.

Chiara Parisi, anche lei curatrice del Padiglione della Santa Sede, ha parlato della ‘doppia creatività’ degli artisti e delle detenute, che ha portato frutti come un docufilm girato nel carcere, a cui hanno partecipato una ventina di detenute, ed opere ispirate alle foto di famiglia delle recluse o a poesie scritte da loro.

 (Foto: la biennale)

8 Marzo: il contributo della donna nella società

“Donne e arte o, meglio, donne dell’arte è il tema che abbiamo scelto per questa giornata della donna 2024. Un argomento che vuole sottolineare il contributo femminile nella immaginazione, nella creatività delle arti”: in questo modo inizia il discorso del presidente della repubblica italiana, Sergio Mattarella, per la Giornata Internazionale della Donna con tema ‘Donne dell’arte’, condotta da Teresa Saponangelo ed aperta dalla proiezione di un video di Rai Storia, ‘Lavinia e Artemisia, donne pittrici del ‘600’ con le testimonianza della cantautrice Etta Scollo, Francesca Cappelletti, storica dell’arte e direttrice della Galleria Borghese, la scrittrice Helena Janeczek, l’artista di strada Chiara Capobianco, ed Eugenia Maria Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità.

Nell’intervento il presidente della Repubblica italiana ha evidenziato l’importanza dell’arte nella società: “L’arte non è fuga dalla realtà, non rappresenta il superfluo. Chi la valuta così ha una visione angusta e distorta dell’esistenza e nega alla radice la natura stessa della persona umana, il suo innato e insopprimibile desiderio di ricerca, di ispirazione, di interpretazione della realtà. L’arte è parte essenziale della storia dell’umanità. Senza di essa il mondo sarebbe grigio e spento. Eugène Ionesco sosteneva: il bisogno di immaginare, di creare è fondamentale quanto quello di respirare. Respirare è vivere e non evadere dalla vita”.

Nell’arte la donna è stata ispiratrice fondamentale: “E’ facile constatare che la donna, nella pittura, nella musica, nella letteratura, è stata, a lungo, feconda e continua fonte di ispirazione, celebrata, dipinta, raccontata: ma, a ben vedere, lo è stata prevalentemente come oggetto, come motivo di ispirazione della creazione artistica. Ben di rado come soggetto operante. Ispiratrice di capolavori,ma raramente artefice e realizzatrice. Ma lo sguardo delle donne, nell’arte, ha attraversato i millenni, spesso assumendo il volto della tragedia e della spinta al cambiamento; sin dall’antica Grecia. Il volto della tragedia, il volto della speranza”.

L’arte è libertà: “L’arte, difatti, è libertà. Libertà di creare, libertà di pensare, libertà dai condizionamenti. Risiede in questa attitudine il suo potenziale rivoluzionario: e non è un caso che i regimi autoritari guardino con sospetto gli artisti e vigilino su di loro con spasmodica attenzione, spiandoli, censurandoli, persino incarcerandoli.

Le dittature cercano in tutti i modi di promuovere un’arte e una cultura di Stato, che non sono altro che un’arte e una cultura fittizia, di regime, che premia il servilismo dei cantori ufficiali e punisce e reprime gli artisti autentici”.

Per questa espressione di libertà le donne finiscono incarcerate od uccise: “Le donne, con la loro sensibilità e la loro passione, hanno dato e danno molto all’arte, alla letteratura, allo spettacolo, ad ogni ambito della cultura…

Donne di grande tempra, di sicuro e immenso talento, personalità che hanno percorso un cammino di emancipazione, favorendo la crescita libera e consapevole di tutte le altre donne, artiste o con altre vocazioni”.

Ed infine ha espresso che le donne raggiungano pari opportunità e pari dignità senza subire più alcuna violenza: “Non esistono più settori, campi, recinti, barriere che limitino la creatività delle donne e la loro libera capacità di scelta. E’ una nuova primavera, che dobbiamo accogliere con soddisfazione, senza però dimenticare i tanti ostacoli che tuttora esistono, di natura materiale e culturale, per il raggiungimento di una effettiva piena parità. Senza ignorare che sono ancora frequenti inaccettabili molestie, violenze, pressioni illecite nel mondo del lavoro, discriminazioni, così come da anni viene denunciato”.

In effetti nel report ‘8 marzo. Giornata internazionale dei diritti della donna. Donne vittime di violenza’, diffuso dal Servizio analisi criminale della Direzione Centrale Polizia Criminale sono state 120 le donne uccise nel 2023, delle quali 64 da partner o ex compagni. Nel rapporto è definito ‘interessante’ il dato inerente all’applicazione del ‘Codice rosso’ a causa di un ‘significativo incremento’ sia dei delitti commessi che delle ‘segnalazioni a carico dei presunti autori noti’, come la violazione di provvedimenti di allontanamento della casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

Anche suor Maria Rosa Bernardinis, priora del monastero Santa Rita da Cascia, ha rivolto un pensiero per questa giornata attraverso l’esempio di tre donne che saranno premiate nel prossimo mese di maggio: “In questo 8 marzo, tra bilanci di morte e un clima di grande sfiducia, celebriamo le donne che sono culle di vita e ali di speranza. Da donna e per l’umanità, oggi che si fa un gran parlare di intelligenza artificiale, invito tutti a riscoprire e allenare una ‘intelligenza materna’, più tipica ma non esclusiva delle donne. Quella che chiama ogni essere umano al coraggio, alla gioia e alla speranza della vita, per costruire una fiducia ritrovata, nel domani e nella vita stessa, di cui c’è estremo bisogno.

Lo sanno bene le donne che ogni giorno sono terreni fertili e custodi di vita e futuro. Come Cristina Fazzi, che da medico nello Zambia cura i bambini che sono gli ultimi della società, Virginia Campanile, che ha perso suo figlio ma è mamma per tanti genitori e ragazzi in difficoltà, ed Anna Jabbour, profuga siriana che per sua figlia ha attraversato la guerra divenendo testimone di pace. Sono le donne che premieremo a maggio alla Festa di Santa Rita: tre donne diverse ma unite, come tante nel mondo, dalla scelta di essere strumenti di vita oggi, come Rita ieri”.

Inoltre la Fondazione ISMU ETS, in collaborazione con Fondazione Cariplo, ha fatto il punto sulla condizione lavorativa delle donne con cittadinanza non italiana e background migratorio in Italia, secondo cui i dati dell’European Institute for Gender Equality EIGE collocano l’Italia al 13° posto tra i paesi europei con 68,2 punti su 100 del Gender Equality Index nel periodo 2021-2022.

Il punteggio italiano si trova al di sotto della media europea che corrisponde a 70,2 punti e il principale ambito in cui si rileva discriminazione di genere è proprio quello lavorativo, con 65 punti, collocando l’Italia al 27° e ultimo posto tra i paesi europei, anche se dal 2020 vi è stato un leggero miglioramento.

Inoltre, l’Italia evidenzia anche un importante dato di disparità nell’ambito del potere politico,economico e sociale, con 62,7 punti. Le elaborazioni di Fondazione ISMU sui dati Eurostat del 2022, riportati all’interno del Ventinovesimo Rapporto sulle migrazioni 2023, relativi alla partecipazione al mercato del lavoro italiano e alla disoccupazione per cittadinanza e genere segnalano una forte penalizzazione delle donne con cittadinanza non italiana (CNI) non comunitarie per i livelli di disoccupazione stimati al 15,2% rispetto al 9,6% degli uomini.

Mentre Amnesty International punta il focus sulla situazione della donna in Afghanistan: “Da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto del 2021, i diritti e le libertà delle donne afgane sono progressivamente scomparsi in un clima di violenze e oppressione. Una vera e propria guerra contro le donne fatta di divieti, torture e sparizioni.

Oggi, in Afghanistan, donne e ragazze non possono lavorare, studiare, frequentare gli spazi pubblici, viaggiare e vestirsi come vogliono. Sono state escluse dai ruoli pubblici e dalla maggior parte degli impieghi nel settore pubblico. Ragazze e bambine non possono studiare dopo la scuola primaria e l’accesso all’università è stato proibito. Tutte queste limitazioni si accompagnano a imprigionamenti, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti”.

Davanti alla repressione Amnesty International ha ricordato i nomi di chi lotta per la libertà: “Nonostante ciò, donne e ragazze continuano a guidare proteste pacifiche contro i talebani in varie città afgane, tra cui Kabul, Faizabad, Herat e Mazar-i-Sharif, e a battersi per riottenere libertà e diritti.

Tra loro, ci sono Neda Parwani, popolare Youtuber detenuta per tre mesi con il figlio di quattro anni,  l’attivista Parisa Azada, Zholia Parsi, una delle fondatrici del Movimento spontaneo delle donne afgane, e Manizha Seddiqi, sparita per settimane e attualmente ancora detenuta. Mentre le donne afgane continuano a sfidare questa tempesta, siamo sempre al loro fianco per difendere il loro diritto a vivere in libertà”.

Con mercoledì delle ceneri inizia la Quaresima

Mercoledì delle ceneri, inizio della Quaresima:  un tempo forte dell’anno liturgico che dura quaranta giorni. Il n. 40 è un numero simbolico; è il risultato di 10x 4; un numero dove n. 10 simboleggia la divinità: Dio uno e trino; si può infatti trasformare in un triangolo equilatero con un punto centrale di riferimento.

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