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Gesti e parole di papa Leone XIV in difesa della vita
Più delle parole, i gesti ed il silenzio: così può sintetizzarsi il viaggio di papa Leone XIV a Lampedusa, compiuto sabato scorso. A Lampedusa solo l’omelia della celebrazione eucaristica resta di questo viaggio, molto precisa e che richiama a responsabilità: “Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”.
Gesti compiuti come quello di fermarsi sulla tomba di un migrante, oppure il passaggio nella ‘Porta d’Europa’, per ricordarci che anche loro sono uomini e donne: “Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto (come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace) l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità”.
Questo lo aveva detto anche nella celebrazione eucaristica a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna: “E’ un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’. La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne”.
Parole di peso, rivolte ai cattolici, in quanto pronunciate in omelie nelle celebrazioni eucaristiche, particolare significato nella vita dei cristiani, con invito ad aprirsi all’ospitalità: “Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione”.
In questo consiste la profezia della ‘civiltà dell’amore’: “Insieme ad un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata”.
Parole sottolineate anche nella lettera inviata dal papa in occasione del 250^ anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America: “Tra i principi che hanno guidato la crescita di questo Paese, c’è anche la dignità donata da Dio di ogni vita umana, essendo ogni persona dotata di un valore inerente che esige riverenza, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio con il concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore”.
Per questo la difesa della vita non può escludere i migranti: “La difesa della vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e i cui contributi hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dall’inizio. In ogni generazione, quanti sono arrivati alla ricerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno aiutato a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è soltanto un atto di carità, ma anche il riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana”.
Per questo è molto importante il richiamo di papa Leone XIV al suo predecessore papa Leone XIII, che nell’enciclica ‘Sapientiae Christianae’, datata 1890, ha scritto: “Quanto poi a coloro che parteciperanno alla politica dovranno evitare due difetti, dei quali uno usurpa il falso nome di prudenza, l’altro è la temerarietà. Alcuni affermano che non conviene opporsi apertamente alla potente e imperante iniquità, perché la lotta non esasperi l’animo degli avversari.
Non si sa se costoro stiano pro o contro la Chiesa, in quanto affermano di professare la dottrina cattolica ma poi vorrebbero che la Chiesa permettesse di propagare impunemente le teorie che le sono contrarie. Si lamentano dello scadimento della fede ed anche della corruzione dei costumi, ma non fanno nulla per rimediarvi, anzi talvolta con l’eccessiva indulgenza o con una dannosa simulazione aggravano il male. Costoro vogliono che nessuno abbia dubbi sulla loro devozione alla Sede Apostolica, ma hanno sempre qualcosa da rimproverare al Papa”.
Per questo è opportuno chiudere questa riflessione con le parole del direttore generale della Fondazione Migrantes, mons.Pierpaolo Felicolo: “Sì, é stata una visita fatta di gesti di cuore e di immagini che restano nel cuore, perché come ha detto il Papa: ‘Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti’. Gesti che sollecitano tutti a scegliere come porsi sulla ‘Porta d’Europa’, di fronte alla realtà delle migrazioni, alla luce del Vangelo e del consolidato Magistero della Chiesa”.
Un gesto che richiama quello compiuto da papa san Giovanni Paolo II nel 1992 sull’isolotto di Gorée, in Senegal: “La Chiesa che evangelizza e si fa evangelizzare dai migranti è ciò che di più prezioso possiamo offrire contro la globalizzazione dell’indifferenza, per costruire anche da lavoratori e cittadini quella civiltà dell’amore che Leone XIV continua a invocare come possibilità concreta”.
Insomma il Vangelo delle beatitudini, sine glossa.
(Foto: Santa Sede)
La Caritas italiana promuove l’advocacy
Si è concluso con uno sguardo aperto al contesto politico ed europeo la quarta e ultima giornata del Convegno nazionale di Caritas Italiana. Al centro della mattinata, il confronto tra esperienze e visioni sul rapporto tra partecipazione, cittadinanza e responsabilità pubblica, in un tempo segnato da trasformazioni profonde a livello nazionale e internazionale.
Ad aprire i lavori, la tavola rotonda ‘La politica, l’Europa’, che ha visto il contributo di Romano Prodi, in dialogo con alcuni giovani del mondo Caritas. Un’occasione di confronto che ha messo al centro il ruolo della politica come spazio di costruzione del bene comune e l’Europa come orizzonte di riferimento per affrontare le sfide contemporanee.
Il dialogo, moderato da Luca Servidati, ha offerto chiavi di lettura e prospettive concrete a partire dai territori, valorizzando il contributo delle nuove generazioni e delle comunità locali nel promuovere partecipazione, giustizia sociale e coesione. In questo contesto, la riflessione si apre a interrogativi cruciali sul futuro dell’Europa, sul significato dell’impegno politico oggi e sul contributo che il mondo Caritas può offrire nella costruzione di società più giuste, solidali e inclusive.
“Nel passato i giovani non avevano più potere di oggi”, ha affermato Prodi, “E’ un problema eterno. Credo che si debba stare attenti all’equilibrio, lasciare posto ai giovani è importante. Lasciare posto però non mi piace. Serve una categoria di giovani dinamica che il posto se lo costruisce. Non trovo che in teoria che il mondo politica sia governato da anziani, anzi. L’affermazione dei giovani deve essere costruttiva e non occasionale grazie a un lavoro di squadra”.
Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’Europa, oggi attraversata da fragilità politiche e divisioni interne. Prodi ha richiamato con forza la necessità di un rinnovato slancio unitario, fondato non solo su interessi economici ma su valori condivisi e responsabilità comuni: “nessun piano economico può da solo costruire l’Europa”. In questo senso, ha evidenziato i rischi legati ai nazionalismi e ai meccanismi decisionali che rallentano l’azione comunitaria, come il diritto di veto, sottolineando l’urgenza di riforme capaci di rendere l’Unione più efficace e coesa.
Negli orientamenti finali il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello, ha indicato alcune traiettorie di lavoro per i prossimi mesi, rilanciando la vocazione ecclesiale e profetica della rete Caritas: “Il patrimonio di ascolto che la rete Caritas raccoglie ogni giorno non può essere custodito gelosamente. Va restituito come bene comune. Deve diventare lettura dei fenomeni, cultura dell’attenzione, proposta sociale, provocazione evangelica, stimolo per politiche più giuste e inclusive”.
Sul tema della pace, don Pagniello ha richiamato la responsabilità delle comunità cristiane nel tempo dei conflitti: “La pace non è neutralità comoda. Non è silenzio prudente. Non è equilibrio costruito evitando i temi scomodi. Pace significa anche compiere scelte concrete, personali e comunitarie”. Ed ha aggiunto un forte richiamo alla coscienza civile ed evangelica: “Le Caritas sono chiamate anche a stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende normale l’ingiustizia. E’ l’obiezione di chi rifiuta di adattarsi all’indifferenza e continua a credere che la dignità umana venga prima del profitto, della paura e dell’interesse di pochi”.
Infine, il rilancio del rapporto tra Vangelo e storia: “L’annuncio del Vangelo deve camminare insieme all’impegno per il bene comune, del singolo e di tutta la famiglia umana. E’ la Parola che genera movimento, che fa nascere processi, che rimette in cammino le persone e le comunità”. Il Convegno si è chiuso consegnando alle Caritas diocesane un mandato chiaro: continuare ad ascoltare, educare, promuovere giustizia e costruire pace, facendo della carità una forza capace di incidere nella storia.
Il 45° Convegno nazionale di Caritas Italiana, dal titolo ‘Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” (Is 1,17). Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano’ era stato aperto dall’introduzione di mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, presidente di Caritas Italiana, ha richiamato con forza l’identità ecclesiale della Caritas: “La Caritas è la diocesi. E’ la dimensione caritativa della diocesi. La Caritas è la Chiesa che si impegna a vivere davvero il Vangelo”. Un invito a non considerare la carità come un ambito separato, ma come forma concreta e quotidiana dell’essere Chiesa.
Il direttore di Avvenire, Marco Girardo, ha offerto una riflessione sul tema del linguaggio e dello sguardo, sottolineando la responsabilità di ‘raccontare l’uomo per promuovere l’umano’ in un tempo segnato da frammentazione e polarizzazione: “Promuovere l’umano significa strappare l’uomo alle narrazioni che lo deformano”, ha evidenziato, indicando nella comunicazione un luogo decisivo di impegno culturale ed etico.
Uno sguardo internazionale è arrivato con la testimonianza del card. Giorgio Marengo, dalla Mongolia, che ha raccontato la forza della carità in una Chiesa di minoranza. L’intervento di mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, che ha richiamato la funzione ‘profetica, critica ed educativa della Chiesa oggi’, indicando nella carità una forma alta di responsabilità ecclesiale e sociale, capace di interrogare le coscienze e orientare i processi.
La giornata ha visto anche il rilancio, con il contributo di Elisa Crupi (Libera), della Campagna ‘Diamo linfa al bene’. A seguire, Massimo Monzio Compagnoni ha evidenziato il valore del sostegno economico alla Chiesa come strumento di corresponsabilità e partecipazione. Un filo rosso ha attraversato tutti gli interventi: la necessità di una carità che non si limiti a rispondere ai bisogni, ma sappia ascoltare, comprendere e incidere sulle cause delle disuguaglianze. Un’advocacy che nasce dall’incontro con i poveri e si traduce in impegno per la giustizia.
(Foto: Caritas Italiana)
Papa Leone XIV: il cammino di santificazione si realizza in un cammino sinodale
“Sono felice di questo incontro, che ci permette anche di riflettere insieme sul valore del carisma benedettino nella vostra vita, nella vita della Chiesa e nel mondo”: giornata intensa per papa Leone XIV, che ad inizio settimana ha ricevuto tre comunità di monache benedettine insieme ad un gruppo di monaci di Subiaco, di Cesena e di Bari, ricordando che la vita monastica non è ‘chiusura verso il mondo esterno’, ma modello di amore, condivisione e aiuto.
Riprendendo la regola di san Benedetto il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Voi, monache benedettine contemplative e monaci benedettini, ben sapete quanto la preghiera e la lettura orante della Parola di Dio, specialmente nella Lectio divina, aiutino in tale custodia, permettendo a chi le pratica di comprendere la verità su di sé, nel riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri peccati e nella celebrazione delle grazie e delle benedizioni del Signore. E’ così che si rinvigorisce in noi il desiderio di appartenere a Lui e si conferma il voto della nostra consacrazione”.
Inoltre la vita consacrata è un cammino comunitario: “Il cammino di santificazione di un consacrato, di una monaca, però, per quanto ricco di fervore e di ispirazione, non può ridursi a un semplice percorso personale. Esso ha una necessaria dimensione comunitaria, in cui l’annuncio della liberazione pasquale si concretizza nel servizio fraterno, riflesso dell’amore universale di Cristo per la Chiesa e per l’umanità”.
Tale cammino consiste nel reciproco ascolto ed in un discernimento comunitario: “La vita monastica non si può intendere come semplice chiusura verso il mondo esterno. Essa è uno strumento perché nel cuore dei discepoli cresca un amore simile a quello del Maestro, pronto alla condivisione e all’aiuto, anche tra monasteri. La vita monastica sarà così sempre più, in un mondo spesso segnato dal ripiegamento su di sé e dall’individualismo, un modello per tutto il popolo di Dio, ricordando che essere missionari, prima che di fare cose, richiede un modo di essere e di vivere le relazioni”.
Quindi è necessaria una formazione permanente: “Profezia e discernimento rimandano ad un ultimo tema di cui vorrei parlarvi: la formazione permanente, particolarmente necessaria in un’epoca come la nostra. Essa consiste prima di tutto nel ‘conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza’ ed è fondamentale perché la vita consacrata ‘possa svolgere in maniera sempre più adeguata il suo servizio al monastero, alla Chiesa e al mondo’. L’intera comunità ne è il soggetto attivo, attraverso la preghiera, la Parola, i momenti celebrativi e decisionali, di confronto e di aggiornamento, vissuti e condivisi nel primato della carità”.
In precedenza aveva incontrato i membri della fondazione Ausilia, che si occupa di sostegno ai ragazzi e di sviluppo sociale, sollecitandoli ad aiutare i giovani: “Vi ringrazio per il vostro generoso impegno, volto ad aiutare i giovani nella loro formazione e nell’inserimento in campo lavorativo. Investire non su oggetti, ma sulla persona, sulle sue abilità e competenze rappresenta un punto di forza della vostra opera. In tal modo, difatti, sono proprio i giovani a diventare protagonisti del loro futuro, senza venir considerati strumenti funzionali all’organizzazione di un’azienda o ingranaggi utili al successo commerciale”.
La giornata del papa si è conclusa con un incontro ai membri dell’Illinois Municipal League, organizzazione statale che rappresenta circa 1.300 comuni dello Stato negli Usa: “Attraverso il Mistero Pasquale, il Signore ci mostra che persino le circostanze più difficili e impegnative possono essere trasformate dall’interno dalla forza dell’amore.
Forse la sofferenza non può sempre essere evitata o eliminata, ma si può trovare un significato redentivo che non solo restituisce la dignità perduta, ma apre anche la porta a una nuova vita. In effetti, la risurrezione di Gesù è la fonte ultima di speranza per tutti coloro che credono in Cristo e attendono la promessa della vita eterna”.
Quindi ha sottolineato l’importanza della Settimana Santa: “Il suo servizio e la sua obbedienza alla volontà del Padre hanno condotto a una speranza certa e a una pace duratura per tutta l’umanità. In tal modo, la vittoria nata dal dono di sé di Cristo si erge come un faro e una sfida per tutti noi oggi. Come uomini e donne investiti del ruolo di governo, anche voi siete chiamati a scoprire e incarnare il dono del servizio. In modo particolare, siete chiamati a essere attenti ai bisogni dei più deboli e dei più vulnerabili, al fine di aiutarli a raggiungere uno sviluppo umano integrale”.
A questo punto il richiamo a Giorgio La Pira è stato un passaggio obbligato per una tutela dei cittadini fragili: “Per fare questo, dovete anzitutto impegnarvi a conoscere le aspirazioni delle persone come pure le loro difficoltà. La dignità di ogni individuo deve essere riconosciuta e tutelata, perché i vostri comuni non sono luoghi anonimi, ma hanno volti e storie da custodire come tesori preziosi.
Sebbene ogni giorno siano molti i compiti che richiedono la vostra attenzione, vi incoraggio a continuare ad ascoltare i poveri, gli immigrati e tutti gli ultimi tra voi, cercando di accompagnarli nel vostro lavoro per promuovere il bene comune a beneficio di tutti. In tal modo, ognuno dei vostri comuni potrà essere un luogo di autentico incontro tra tutti i cittadini, offrendo a ogni individuo l’opportunità di realizzarsi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo
“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.
Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.
Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.
Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.
E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.
Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.
Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.
E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.
In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.
Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.
Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.
Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.
E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV all’ordinariato militare: difendere i deboli
“Inter Arma Caritas: ‘per portare Cristo nelle vene dell’umanità, rinnovando e condividendo la missione apostolica, guardando al domani con serenità, compiendo scelte coraggiose’. Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia”: riprendendo le sue parole ai vescovi italiani dello scorso giugno papa Leone XIV ha incontrato i cappellani e gli officiali dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del Centenario di fondazione, ricordando che il loro servizio ‘è un atto d’amore, verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone’.
Nel discorso il papa ha sottolineato il valore della memoria, che è legata alla ‘coscienza’: “Viviamo in una società che rischia di smarrire il senso della memoria. La nostra epoca possiede una capacità straordinaria di trasmettere informazioni, ma una sempre più debole capacità di interiorizzarle. La memoria è spesso ‘esternalizzata’ e disponibile, ma non sempre fatta propria e attivata.
Per la Chiesa, invece, essa è coscienza viva: non accumulo di dati, ma costante appello alla responsabilità; non nostalgia, ma radice che genera profezia. Per i cristiani la memoria ha un carattere unico: è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del Signore Gesù Cristo”.
Perciò in questo centenario è necessario non dimenticare l’insegnamento di papa san Paolo VI: “In tale orizzonte, risuona attuale l’insegnamento del Papa San Paolo VI, il quale affermava che la storia non è una realtà da subire, ma un luogo di grazia in cui costruire la civiltà dell’amore. I
l Centenario che celebrate desidera far riecheggiare proprio questo messaggio, alla luce del comandamento del Signore:’Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi’. Il vostro servizio è un atto d’amore (verso il Paese, verso i territori, soprattutto verso le persone), che si traduce in prossimità concreta, specialmente nei luoghi e nelle circostanze in cui maggiori sono le fragilità”.
Richiamando il pensiero di sant’Agostino a vivere il ministero come un servizio di amore il papa ha evidenziato l’azione del cappellano militare: “L’azione del Cappellano Militare si svolge spesso nel silenzio, nei luoghi di pace e in quelli di conflitto, nei sedimi militari e nei contesti operativi, nelle cappelle e nelle tende da campo.
E’ lì che la cura del gregge del Signore si manifesta attraverso la testimonianza della vita, l’annuncio del Vangelo, la celebrazione dell’Eucaristia e dei Sacramenti, l’ascolto paziente e l’accompagnamento spirituale. In tal senso, un particolare rilievo assumono i contesti formativi, le Accademie, le Scuole, gli Istituti di formazione, i luoghi in cui si plasmano le coscienze.
In una società segnata dalla mobilità umana e dalla pluralità culturale, il Cappellano si pone anche al servizio del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che si fa strumento di unità. La sua azione spirituale contribuisce così alla promozione del bene comune e della pace sociale, frutto (come ricordava papa Francesco) di un paziente lavoro artigianale, che richiede formazione, giustizia e carità”.
La missione del militare cristiano si può collocare nella definizione della costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’: “In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine. Tutto questo non può ridursi a mera professione: è una vocazione, risposta a una chiamata che interpella la coscienza.
L’identità del militare è forgiata da generosità, spirito di servizio, alte aspirazioni e profondi sentimenti. Ma tali valori esigono un fondamento, un dono di Grazia capace di alimentare la carità fino alla dedizione totale di sé. Occorre, pertanto, ispirare con la linfa del Vangelo i codici, le norme e le missioni della vita militare perché, nel servizio alla sicurezza e alla pace, il bene comune dei popoli sia sempre al primo posto”.
Per queste motivazioni l’Ordinariato militare rientra nell’annuncio della pace della Chiesa: “La Chiesa, nel solco del magistero del Concilio Vaticano II, e delle Esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi ed Evangelii gaudium, proclama il Vangelo della pace, pronta a collaborare con tutti per custodire questo bene universale. In essa, l’Ordinariato Militare per l’Italia, attraverso la cura spirituale, vuol essere un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei, fondamento di quella Civitas Dei in cui la legge fondamentale è la carità e dove la pace non è soltanto assenza di conflitto, ma pienezza di giustizia, di verità e di amore”.
(Foto: Santa Sede)
Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese
In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:
“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.
Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.
Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.
Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.
Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.
Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.
Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…
Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.
Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.
Perché tradusse la Bibbia in cinese?
“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.
Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?
“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.
Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?
“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.
Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.
Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.
Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?
“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.
A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?
“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: tenere lo sguardo sui beni futuri
“Cari fratelli e sorelle, oggi, Festa della Presentazione del Signore, il Vangelo ci parla di Gesù che, nel Tempio, è riconosciuto e annunciato come il Messia da Simeone e Anna. Ci presenta l’incontro tra due movimenti d’amore: quello di Dio che viene a salvare l’uomo e quello dell’uomo che attende con fede vigile la sua venuta”: nella Messa per la XXX Giornata della vita consacrata celebrata, nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha spiegato che la vita religiosa invita a seguire l’esempio di fondatori e fondatrici di congregazioni e famiglie religiose che hanno testimoniato Cristo anche fra ‘degrado’ ed ‘abbandono’.
Dopo aver benedetto le candele il papa ha sottolineato l’azione di Dio: “Da parte di Dio, l’essere Gesù presentato come figlio di una famiglia di poveri nel grande scenario gerosolimitano, ci mostra come Egli si offra a noi nel pieno rispetto della nostra libertà e nella piena condivisione della nostra povertà. Nel suo agire non c’è infatti nulla di costringente, ma solo la potenza disarmante della sua disarmata gratuità”.
Dio che si manifesta nell’attesa: “Da parte dell’uomo, di contro, nei due vegliardi, Simeone e Anna, l’attesa del popolo d’Israele è rappresentata al suo zenit, come apice di una lunga storia di salvezza, che si snoda dal giardino dell’Eden ai cortili del Tempio; una storia segnata da luci e ombre, cadute e riprese, ma sempre percorsa da un unico vitale desiderio: ristabilire la piena comunione della creatura con il suo Creatore. Così, a pochi passi dal ‘Santo dei Santi’, la Fonte della luce si offre come lampada al mondo e l’Infinito si dona al finito, in un modo così umile da passare quasi inosservato”.
Riprendendo la sollecitudine di papa Francesco a ‘svegliare il mondo’ il papa ha sollecitato ad essere profeti: “Carissimi, carissime, la Chiesa vi chiede di essere profeti: messaggeri e messaggere che annunciano la presenza del Signore e ne preparano la via. Per usare le espressioni di Malachia, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, essa vi invita a farvi, nel vostro generoso ‘svuotarvi’ per il Signore, bracieri per il fuoco del Fonditore e vasi per la lisciva del Lavandaio, affinché Cristo, unico ed eterno Angelo dell’Alleanza, presente anche oggi tra gli uomini, possa fonderne e purificarne i cuori con il suo amore, con la sua grazia e con la sua misericordia. E questo siete chiamati a fare prima di tutto attraverso il sacrificio della vostra esistenza, radicati nella preghiera e pronti a consumarvi nella carità”.
Ed ecco l’esempio dei fondatori: “I vostri fondatori e le vostre fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato modelli meravigliosi di come vivere fattivamente questo mandato. In continua tensione fra terra e Cielo, essi con fede e coraggio si sono lasciati trasportare, partendo dalla Mensa Eucaristica, chi al silenzio dei chiostri, chi alle sfide dell’apostolato, chi all’insegnamento nelle scuole, chi alla miseria delle strade, chi alle fatiche della missione”.
Tale missione si realizza davanti al Tabernacolo: “E con la stessa fede sono tornati, ogni volta, umilmente e sapientemente, ai piedi della Croce e davanti al Tabernacolo, per offrire tutto e ritrovare in Dio la sorgente e la meta di ogni loro azione. Con la forza della grazia si sono lanciati anche in imprese rischiose, facendosi presenza orante in ambienti ostili e indifferenti, mano generosa e spalla amica in contesti di degrado e di abbandono, testimonianza di pace e di riconciliazione in mezzo a scenari di guerra e di odio, pronti anche a subire le conseguenze di un agire controcorrente che li ha resi in Cristo ‘segno di contraddizione’, a volte fino al martirio”.
Riprendendo le parole di papa Benedetto XVI papa Leone XIV sollecita alla carità: ““Anche oggi, infatti, con la professione dei consigli evangelici e con i molteplici servizi di carità che offrite, voi siete chiamati a testimoniare, in una società dove fede e vita sembrano sempre più allontanarsi l’una dall’altra, in nome di una concezione falsa e riduttiva della persona, che Dio è presente nella storia come salvezza per tutti i popoli. A testimoniare che il giovane, l’anziano, il povero, il malato, il carcerato, hanno prima di tutto il loro posto sacro sul suo Altare e nel suo Cuore, e che al tempo stesso ciascuno di loro è un santuario inviolabile della sua presenza, davanti al quale piegare le ginocchia per incontrarlo, adorarlo e glorificarlo”.
Infine riprendendo il Cantico di Simeone il papa ha sottolineato che la vita religiosa non è aliena dalla realtà: “La vita religiosa, infatti, col suo distacco sereno da tutto ciò che passa, insegna l’inseparabilità tra la cura più autentica per le realtà terrene e la speranza amorosa in quelle eterne, scelte già in questa vita come fine ultimo ed esclusivo, capace di illuminare tutto il resto. Simeone ha visto in Gesù la salvezza ed è libero davanti alla vita e alla morte. ‘Uomo giusto e pio’, assieme ad Anna, che ‘non si allontanava mai dal Tempio’, tiene fisso lo sguardo sui beni futuri”.
(Foto: Santa Sede)
Giornata della Vita consacrata: profezia della presenza
“Nel corso dell’ultimo anno, durante i viaggi e le visite pastorali del Dicastero, abbiamo avuto il dono di toccare e di farci raggiungere da questa vita, incontrando i volti di tante persone consacrate chiamate a condividere situazioni complesse: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede. Esperienze che svelano quanto sia forte la dimensione profetica della vita consacrata come ‘presenza che resta’: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova”: oggi, festa della presentazione di Gesù al tempio, si celebra la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, ed il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata ha inviato un messaggio intitolato ‘Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata’.
In questo messaggio è sottolineato l’aspetto del ‘restare’, cioè di una presenza: “Questo ‘restare’ assume volti e fatiche diverse, perché diverse sono le complessità delle nostre società: là dove la vita quotidiana è attraversata da fragilità istituzionali e insicurezza; là dove minoranze religiose vivono pressioni e restrizioni; là dove il benessere convive con solitudini, polarizzazioni, nuove povertà e indifferenza; là dove migrazioni, disuguaglianze e violenze diffuse sfidano la convivenza civile. In tante parti del mondo, la situazione politica e sociale mette alla prova la fiducia e logora la speranza: e proprio per questo la vostra presenza fedele, umile, creativa, discreta diventa segno che Dio non abbandona il suo popolo”.
E tale ‘restare’ di natura evangelica è una speranza: “Il ‘restare’ evangelico non è mai immobilità né rassegnazione: è speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia. Proprio perché è così, questo restare non è solo una scelta personale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo”.
E’ una speranza perché un seme è seminato, secondo i carismi: “In questo restare come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca, in forme diverse e complementari, si esprime la profezia di tutta la vita consacrata. La vita apostolica rende visibile una prossimità operosa che sostiene la dignità ferita; la vita contemplativa custodisce, nell’intercessione e nella fedeltà, la speranza quando la fede è provata; gli Istituti secolari testimoniano il Vangelo come lievito discreto nelle realtà sociali e professionali; l’Ordo virginum manifesta la forza della gratuità e della fedeltà che apre al futuro; la vita eremitica richiama il primato di Dio e l’essenziale che disarma il cuore. Nella diversità delle forme, una sola profezia prende corpo: restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia”.
In questa profezia matura una testimonianza della pace: “E’ proprio dentro questa profezia del restare che matura una testimonianza di pace. Papa Leone XIV lo ha richiamato con insistenza nei suoi interventi, indicando la pace non come un’utopia astratta, ma come un cammino esigente e quotidiano che domanda ascolto, dialogo, pazienza, conversione della mente e del cuore, rifiuto della logica della prevaricazione del più forte”.
Pace come responsabilità, a cui consacrate e consacrati sperimentano nella vicinanza con chi è in difficoltà: “La pace non nasce dalla contrapposizione, ma dall’incontro, dalla responsabilità condivisa, dalla capacità di ascolto e di cammino sinodale, dall’amore per tutti nel solco del Vangelo per cui tutti sono fratelli. Per questo la vita consacrata, quando resta accanto alle ferite dell’umanità senza cedere alla logica dello scontro, ma senza rinunciare a dire la verità di Dio sull’uomo e sulla storia, diventa, spesso senza clamore, artigiana di pace. Carissime e carissimi, vi ringraziamo per la vostra perseveranza quando i frutti sembrano lontani, per la pace che seminate anche quando non è riconosciuta”.
La lettera si conclude con l’invito ad essere pellegrini di speranza, come sottolineato nel giubileo dello scorso anno: “Continuiamo a custodire come memoria grata l’esperienza del Giubileo della vita consacrata, che ci ha richiamati a essere pellegrini di speranza sulla via della pace: Non è uno slogan o una formula. Ne abbiamo fatto esperienza concreta anche nel percorso che ha preparato il nostro convenire a Roma. E’ invece uno stile evangelico da continuare a incarnare, ogni giorno, là dove la dignità è ferita e la fede è provata”.
Ad Ascoli Piceno l’arte sacra contemporanea diventa speranza
Nello scorso dicembre ad Ascoli Piceno è stata inaugurata la XVI biennale d’arte sacra e contemporanea, di cui curatore è il critico d’arte Giuseppe Bacci con la cooperazione di Arnaldo Colasanti ed Andrea Viozzi, con una mostra intitolata ‘Profeti di speranza, creatori di bellezza’, visitabile fino a sabato 31 gennaio nelle chiese di San Vittore e Sant’Agostino per Ascoli Piceno ed ad Isola del Gran Sasso nel Museo Staurós, mentre tra qualche mese sarà esposta anche a San Benedetto del Tronto, seguendo cinque tematiche prefissate per gli artisti: ‘Nel segno della Luce – Segni di luce, segni di speranza’; ‘La Pace nel cuore dell’arte’; ‘Profeti di Speranza per un nuovo domani’; ‘Creati per creare – creatori di bellezza’; ‘Dialogo tra le culture’.
La mostra è stata possibile grazie alla volontà del vescovo di Ascoli Piceno –San Benedetto del Tronto – Ripatransone, mons. Gianpiero Palmieri, che aveva avuto un incontro con Giuseppe Bacci, grazie a Giuliano Giuliani, e dalla conoscenza dell’esperienza della Biennale d’arte Sacra di San Gabriele. Da qui l’idea di proporre una riflessione sull’arte e l’arte sacra contemporanea. Le opere, più che rappresentare soggetti religiosi, intendono stimolare una ricerca spirituale attraverso gli elementi naturali dell’esistenza, tra cui la ricerca della speranza e della bellezza. Sono esperienze che aprono a un cammino capace di intercettare il mistero di Dio.
La mostra si inserisce in un dialogo tra arte contemporanea e spazi segnati dall’arte dei secoli passati. La scelta di collocare le opere in una chiesa tanto ricca di storia permette un confronto tra ciò che è stato e l’anelito verso qualcosa di più grande. La scelta delle chiese romaniche ad Ascoli Piceno non è casuale: questi spazi presentano caratteristiche architettoniche precise: volumi ampi, luce naturale filtrata, pareti che possono accogliere interventi. L’arte contemporanea entra in dialogo con la struttura storica. Il contrasto temporale diventa elemento espositivo. Invece il Museo Staurós ha una vocazione specifica verso l’arte sacra recente con la collezione permanente che include lavori di artisti del ‘900.
La poetica di questa Biennale si fonda sull’idea che l’arte possa essere profetica. Gli artisti non si limitano a illustrare contenuti religiosi. Attraverso la loro sensibilità anticipano domande e tensioni del nostro tempo. Il tema della speranza attraversa tutte le sezioni della mostra. In un’epoca segnata da crisi e incertezze, l’arte offre uno spazio di resistenza. La bellezza non è consolazione facile ma invito a guardare oltre l’apparenza.
‘Profeti di speranza, creatori di bellezza’ è un’occasione per riflettere sul ruolo dell’arte oggi e per . ricordare che la bellezza può essere strumento di trasformazione con l’invito è a lasciarsi sorprendere dalle opere, a sostare davanti a immagini che parlano un linguaggio universale in un dialogo tra fede e creatività, che rimane fecondo.
Al parroco di san Pietro martire, don Francesco Guglietta, membro dell’Ufficio di Pastorale Universitaria, abbiamo chiesto in quale modo essere ‘Profeti di speranza, creatori di bellezza’: “Direi che gli artisti coinvolti nella mostra, ognuno con la propria sensibilità e linguaggio, abbiano espresso che la bellezza e la speranza hanno tanti modi di essere concepite, vissute e raccontate. Anche l’idea di collegare la ricerca della bellezza (che poi è la ricerca di Dio) con la profezia della speranza mi sembra particolarmente importante per l’attuale momento storico e culturale che viviamo”.
Per quale motivo la speranza può creare la bellezza?
“La speranza è, oltre che una virtù teologale cristiana, una ricerca costante di quel che è importante nella nostra vita. Mai è un raggiungimento. Sempre una tensione costante verso il meglio del bello, del vero, del giusto. La bellezza è proprio l’espressione di questa tensione. Se non c’è la speranza non può esserci autentica bellezza, ma solo paccottaglia kitsch, ripetizione in serie depotenziate, retorica estetica. Cose di cui, ahimè, siamo tanto pieni”.
Quale rapporto intercorre tra arte e spiritualità?
“L’arte è espressione di un desiderio di bellezza (ma anche di verità, di autenticità) che tende però ad un oltre. Tende a dire il non detto. Talvolta dicendo senza neanche saper bene che cosa dire, ma esprimendo anche soltanto un anelito impossibile. Tutto questo coincide con la ricerca spirituale che parte proprio dall’impossibilità di accogliere l’assoluto, Dio, così come lo hai già conosciuto. La spiritualità è, proprio come l’arte, un cammino che cerca quel che intuisci che ci sia, ma che non sai bene che cosa sia. Questo è vero anche per l’arte cristiana che, se abbandona questa tensione spirituale, diventa idolatrica. L’arte cristiana è spirituale quando va alla ricerca del volto del Signore Gesù che non è mai donato una volta per sempre, ma che chiede sempre una conversione, una esplorazione”.
In quale modo l’arte contemporanea si ‘interfaccia’ con la spiritualità?
“L’arte contemporanea è piena di spiritualità. Talvolta esprime un desiderio di rottura con ciò che è stato e può sembrare violenta, dissacrante. Ma la vera spiritualità è sempre così: è dissacrazione di Dio così come lo hai conosciuto ed è ricerca della sua vera essenza. Una conversione continua. Poi anche l’arte contemporanea rischia di essere retorica, quando diventa solo espressione dei disagi personali, quando è riproposizione sterile di quel che è stato, quando cerca solo di compiacere un certo mercato”.
In quale modo gli artisti hanno risposto al tema della biennale?
“In modo splendido! Le opere sono straordinarie nella loro bellezza. Alcuni artisti si sono anche coinvolti personalmente nell’allestimento, altri hanno creato delle opere ad hoc, altri hanno offerto opere già realizzate, ma che avevano un profondo legame con la biennale. Sono da poco all’interno di questo mondo ma ho trovato molto desiderio di essere coinvolti in un cammino di ricerca estetica che racconti le cose più autentiche dell’umanità e che, per chi è cristiano, rivela sempre più il volto di Gesù e, in Lui, della Trinità”,
Per quale motivo i giovani possono essere attratti da tale biennale?
“Ribalterei la domanda: se uno è attratto dall’arte non può che essere giovane. Solo chi avverte se stesso come una persona in ricerca, che non si accontenta della sua esperienza, può lasciarsi coinvolgere dalle opere presenti alla biennale nell’entusiasmo o anche nella contestazione. Per un giovane (ma vale per tutti) è una specie di test: sono davvero giovane o sono un vecchio nel corpo di un giovane?”
(Tratto da Aci Stampa)
A Catania in marcia per una pace disarmante e disarmata
‘La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante’: è stato questo il titolo della 58ª Marcia nazionale per la pace, che si è svolta a Catania lo scorso 31 dicembre e che è ha visto come protagonisti, appartenenti a diverse realtà associative del mondo cattolico, oltre che semplici cittadini, giunti da diverse parti di Italia, per testimoniare, con semplicità, la bellezza di un desiderio, quello della pace, da vivere nella quotidianità, impegnandosi, in prima persona, con gesti concreti e possibili.
La Marcia ha preso l’avvio dal centro di Catania e si è snodata, attraverso varie tappe, segnate da toccanti testimonianze, che hanno evidenziato, proprio, come la pace cammina sulle gambe degli uomini e delle donne di buona volontà, che responsabilmente si impegnano per realizzarla, nelle piccole, grandi cose della vita di ogni giorno.
Si è conclusa con la celebrazione eucaristica, presieduta dall’arcivescovo di Catania, mons. Luigi Renna, presso la chiesa di San Benedetto, per ricordare a ciascuno che la pace è un dono, per chiedere che “Dio ‘rivolga a noi il suo volto e ci doni la shalom’, perché quando Dio rivolge il suo sguardo dona la vita come Creatore, dona la grazia e il perdono in suo Figlio, dona la forza dello Spirito Santo che suscita nel mondo operatori di pace”.
La Marcia ha preso avvio con un piccolo concerto del complesso, Ro La Formichina, della Comunità San Giovanni XXIII di Catania, composta da ragazzi e giovani con disabilità, che hanno musicato alcune poesie di Gianni Rodari, per inneggiare alla pace. A tale momento è seguito il video messaggio del card. Pierbattista Pizzaballa, il quale, ha ricordato che uno dei nomi di Dio, nel libro dei Giudici, è proprio quello di Pace e che essa deve diventare impegno concreto di ciascuno, così come compito della comunità ecclesiale è guardare oltre l’emergenza e fuggire la tentazione di essere neutrali.
Nell’intervento al convegno pomeridiano, ‘Per una pace disarmata e disarmante’, il presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, Giuseppe Notarstefano, ha ripreso il messaggio di papa Leone XIV per la giornata mondiale per la pace: “Siamo chiamati, in tale prospettiva, ad un percorso spirituale da vivere in primo luogo interiormente e in profondità, ma senza cedere alla tentazione di ridurlo ad un fatto privato, astratto e avulso dalla carne e dalla storia.
Al contrario, ci ricorda il pontefice citando sant’Agostino, siamo chiamati a fare della nostra storia un cammino concreto di pace. Il Signore ci chiede di lasciarci abitare dalla Pace, fare sì che essa prenda dimora in noi e cominci a darci coraggio, come accadde agli apostoli stupiti e turbati che ascoltarono per primi quel saluto che oggi ripetiamo nelle nostre liturgie, talvolta stancamente, talvolta sospettosamente complice l’igienica prassi pandemica”.
Ed ha richiamato ad esercitare la ‘profezia’ della cura: “Non possiamo così non riconoscere quella ‘profezia sociale’ che ‘ci richiama alla cura reciproca, all’interdipendenza e alla corresponsabilità per il bene comune’, proprio in questo tempo lacerato da violente contrapposizioni, dal riaffiorare di una cultura bellicista e dalla logica della polarizzazione e dello scontro sociale, diventa urgente scegliere uno stile di ascolto e dialogo per riconoscere nelle nuove sfide epocali i segni disarmati e le ragioni disarmanti di una nuova fraternità universale”.
In sintonia con il papa il presidente dell’Azione Cattolica Italiana ha richiamato all’educazione a stili di vita di pace: “Il santo Padre nel suo messaggio li indica con chiarezza ed estrema lucidità: l’educazione a stili di vita non violenti a cominciare dai linguaggi e da una nuova ecologia nelle comunicazioni sociali, l’impegno comune per riprendere un percorso condiviso di disarmo integrale e di conversione delle politiche di difesa e sicurezza, la ripresa di nuove relazioni diplomatiche tra gli stati fondate sulla mutua fiducia e sul diritto internazionale e la necessaria rigenerazione di regole e organismi che abbiamo capacità di custodirlo e interpretarlo, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture, lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala”.
(Foto: FMA)



























